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ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)

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scheda n.6

Note sui ‘simboli’ della fede

 

Sommario: 1) L’oggetto della presente meditazione;   2) Verità di fede e loro enunciazione;  3) I ‘Credo’ come  traiettoria del Cristo Vita;  4)  La lezione degli evangelisti.

 

1 ) L’oggetto della presente meditazione

Il discorso sul Cristo che cercherò di svolgere in questa schede contrassegnate dal numero ‘6’, tende a recuperarne la figura all’interno di quella parte della vita di Gesù che certamente è decisiva dal punto di vista teologico, ma che, per il suo forte impatto sentimentale, viene in pratica recepita in termini troppo umani. Mi riferisco alla sua passione, morte e resurrezione, misteri che a mio giudizio vengono più esaltati che meditati.

E’ sufficiente osservare l’iconografia religiosa dal medioevo ad oggi per aderire a questa mia conclusione. Pittori e scultori, ed oggi registi di pellicole cinematografiche, dilatano fortemente gli aspetti umani di detti eventi, e così facendo concorrono ad allontanare i credenti dal vero contenuto della fede.

Quali ‘Cristiani’, l’unico oggetto della nostra meditazione dovrebbe essere il Cristo in ogni sua manifestazione, e non solamente nell’umanità (certamente fondamentale), di Gesù, specie se essa viene resa in termini tanto mondani da metterne in ombra la dimensione animica e divina. Perciò concluderò questo mio discorso meditando proprio sulla figura di Tommaso, detto ‘gemello’, che di Gesù risorto afferma: “Tu sei il mio Dio”.

 

2 ) Verità di fede e loro enunciazione

Il ‘Credo’ liturgico della Chiesa propone al fedele come verità in cui credere che Gesù, Dio incarnato, fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì, fu sepolto, il terzo giorno è risuscitato secondo le scritture, è salito al cielo, siede alla destra del Padre”. Ed ancora che egli ‘Discese agli inferi’.[1]

Entrambi gli articoli sono proposti nell’attuale catechismo degli adulti della Chiesa cattolica come dati tanto evidenti da rendere praticamente superfluo ogni approfondimento.[2]

Ma un dato d fatto mi ha colpito: nella prassi ecclesiale il ‘Simbolo della fede’, scritto con parole umane, ha sostituito la Parola di Dio, sicché nel Battesimo non si chiede l’adesione  alla divina Rivelazione, ma a questo documento che, come insegna la storia,  è stato per secoli pietra di scandalo nella Chiesa. Oggi siamo più ‘credenti del Credo’  che del Mistero rivelato nella Scrittura.

Certamente come fonte esiste anche la Tradizione della Chiesa nella quale il ‘credo’ viene inquadrato; ma essa è un fenomeno fluente strettamente correlato allo Spirito, e dubito che si possa inchiodare nella lettera di un Credo. D’altra parte mi chiedo: perché prestare fede ad un sommario quando si dispone del libro originale?  Dopo duemila anni,  ed in una società pienamente alfabetizzata,  continuare a giustificarsi dicendo che la massa è ignorante e ad essa competono i ‘sommari’ , più che una giustificazione costituisce una condanna per la Chiesa docente.

Queste ed altre problematiche vorrei cominciare  ad affrontare in queste schede, esponendo alcune considerazioni (non affermazioni), e suggerendo vie di approfondimento. Compito del teologo non è quello di impaccottare il ‘saputo’, ma di aiutare i fedeli a cercare la infinita e impossedibile verità del Cristo.

 

Un primo materiale da riflettere riguarda il linguaggio utilizzato dai Padri per esprimere i loro credi.

La tesi (mia, ma prima ancora di Agostino), si accetti o meno, considera la Scrittura (compresi i vangeli) redatta in un linguaggio ieratico e quindi polisemica; e assume che questa qualità era ben chiara agli addetti ai lavori. Basta far credito ai Padri di un grande rispetto verso la Parola di Dio, quale unica espressione della Verità divina, perché subito diventi difficile pensare che essi  arbitrariamente abbandonarono il vocabolario biblico, attraverso il quale Dio aveva ispirato e formulato quel testo, per affidarsi al modo di parlare dei filosofi e dei sapienti del loro tempo.

Né credo che i Padri, per costruire un sommario per la massa, ignorarono il pericolo di ‘sovrascrivere’ le loro frasi sui vangeli, riducendoli così ad un vero e proprio palinsesto; e che quelli latini non avvertirono l’aggravarsi di tale situazione quando si servirono della lingua d Roma. Ed è superfluo aggiungere  che quando la ‘formula’ di fede, composta originariamente in greco, viene oggi proposta nella traduzione italiana  aumenta ancora di più  l’opacità del palinsesto.

Per quanto si calchi la mano su una loro coscienza di poter parlare e scrivere con la stessa autorità degli agiografi biblici, non è pensabile che sfuggisse ai Padri il pericolo di costruire formule che avrebbero in pratica sostituito il Vangelo; come per certi versi è poi accaduto.

Per questi motivi ipotizzo che anch’essi scrissero i loro testi in linguaggio ‘ieratico’ e che  quelli vanno quindi letti, oltre che nella apparente consistenza letteraria, anche come velo di una verità più profonda. Non riesco dunque a credere che, per  albagia di sapienza, inventarono parole nuove, prendendole a prestito dai filosofi e dagli scrittori del tempo, per esprimere ciò che il vangelo aveva già chiaramente ed estensivamente enunciato. [3]

Se lo fecero, bisogna pur individuarne una ragion sufficiente.

 

Una seconda considerazione riguarda l’assenza nei ‘simboli’ del tema dell’eucarestia che costituisce l’ultima grande opera del Cristo in quanto è la sua attuale e perenne increaturazione ed umanizzazione e la modalità di divinizzazione dell’uomo. 

Se il Vangelo sembra stranamente emarginare questo momento fondamentale (ad esso dedica ufficialmente qualche breve versetto), i Padri a loro volta lo sopravanzano in silenzio, fino al punto di escluderlo dalle formule di fede. Crediamo così nella Chiesa, e non pure nell’eucarestia ed ancora nell’unico precetto dell’amore, connotati della fede cristiana che pure consideriamo incedibili.

Ma è proprio così? oppure essi ne parlano continuamente, nella stessa maniera coperta con cui ne trattano gli evangelisti? Dopo molte verifiche io aderisco a questa seconda soluzione che indirettamente attesta  l’adesione dei Padri agli agiografi, e non ai filosofi del tempo.

 

Esemplificativamente, (senza attribuire alcuna validità al contenuto che ne ricavo), per mostrare la labilità delle formule, e come esse possano assumere un diverso significato, ho ritradotto, compitandole diversamente, alcune parti del Credo di Marcello, [4] e della ‘formula di Sirmio’ laddove fa cenno alla ‘discesa agli inferi’.[5]

Due traduzioni, quelle in nota, fatte quasi all’impronta, che neppure ho cercato di migliorare, e ciò perché il lettore possa immaginare  come un qualsiasi letterato di duemila anni or sono (a torto o a ragione)  era in grado  di  giungere a significati del tutto diversi, meditando il testo di un simbolo (nel quale –lo ricordo- non c’erano divisioni fra parole e segni di interpunzione).

 

Una terza considerazione attiene al se i Padri scrissero in modo omogeneo  ai racconti evangelici (assunti come veri e propri archetipi),  e  quale finalità perseguivano nella scritturazione delle formule teologiche.  

La formulazione dei Credo (insieme all’importanza che hanno guadagnato) non mi risulta fenomeno presente nelle altre grandi religioni le quali preferiscono rapportare  il credente direttamente al libro sacro. E’ questo un dato che non va dimenticato nell’approfondire il tema.

Inoltre voler sintetizzare per il volgo la parola di Dio puzza troppo di una mentalità gnostica e giudaizzante che non vorrei proprio accreditare ai Padri (anche e poi si è fatta largo nella Chiesa). Non posso certo riferirla a chi svolgeva una  massiccia azione omiletica.  

Né infine posso intendere questi credo come semplice enunciazione liturgica, visto che di essi si è interessato, e non a questi fini, il Magistero della Chiesa, e su di essi si sono consumati anche degli scismi.

Dunque il Simbolo della fede  risulta essere qualcosa di molto importante, eppure sembra nato come Minerva dalla testa di Giove.

Una coerente soluzione di tali quesiti (spero di darla) permetterà di rispondere anche  agli altri interrogativi che ho prima posto.

 

Veniamo così alla parte construens.

Molto dipende dalla scelta del genere letterario operata dagli evangelisti. A mio giudizio essi, mentre si rendevano conto di dover narrare in forme storiografiche la vicenda umana di Gesù perché non fosse svuotata la Incarnazione del Cristo, ebbero chiara coscienza di dover rivelare al tempo stesso, e proprio nel traslucido del loro racconto, delle Verità che eccedono la logica e la sapienza umana e che avrebbero illuminato gli uomini dei secoli futuri, e di ogni latitudine. In breve: rivelare il Cristo transtorico, il Cristo Vita.

Perciò alla storia dell’uomo Gesù essi unirono (e qui la dimensione letteraria diventa importantissima) la sua vicenda animica ed il mistero della sua Divinità. Tutti questi aspetti formavano infatti un unico mistero, quello del Cristo.

Di qui la necessità di recuperare e rendere sempre evidente nei loro scritti la sua traiettoria che da Dio va a Dio; e come essa appartiene anche a coloro che hanno fede in Lui.

Con grande sapienza letteraria (da speculare con molta attenzione) gli agiografi coniugarono allora  storia e mistero, e crearono testi polisemici che non possono considerarsi delle mere cronache. In una parola, costruirono un Vangelo pentecostale.

 

Mi chiedevo: non operarono allo stesso modo i redattori dei vari ‘Credo’ presenti nella Chiesa dei primi secoli?

Penso di si; infatti, e tra l’altro, non posso credere che sfuggisse ai Padri l’intima incoerenza di un articolo di fede che suggerisce di ‘credere’ non già a qualcosa di inacquisibile per vie umane, ma ad un evento storico che per antonomasia appartiene al campo delle certezze mondane. Che senso aveva, ad esempio, invitare a credere che Gesù patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto? Questi erano eventi storici che si autoaffermavano come esistenti oinesistenti. Proporli come specifici contenuti di un atto di fede equivaleva in qualche modo a metterne in dubbio la loro documentabilità. Ed allora sarebbe stato proprio quello il momento di recuperare testimonia della passione (sindone, croce etc).

Ciò che la fede doveva sorreggere non era la storicità di Gesù, acquisibile aliunde (come accade per Cesare, Alessandro o Platone), ma la sua qualità divina. Ecco perché la Chiesa primitiva assumeva come sua articolo di fede l’affermazione: “Gesù (che è un dato storico) è il Cristo (che è un dato extra storico)”.

Eppure la parte più corposa del credo riferisce proprio questi eventi storici e determina così una deviazione: il lettore assume come punto di riferimento la persona fisica di Gesù, e non si rende conto che il  Simbolo è invece specificamente cristologico (nel senso più stretto del termine).  Vuole cioè esporre la ‘Teogonia’ del Cristo  e perciò stesso inizia con la creazione e conclude con l’Escaton. In esso la storicità di Gesù (che proprio in quanto ‘storico’ va narrato in termini storiografici) è solo un segmento dell’iter complessivo  del Cristo nel quale vanno compresi lo Spirito e la Chiesa.

Se a ciò pensarono i Padri, resta giustificato l’uso di espressioni sintetiche del linguaggio umano, e si comprende che essi non intendevano far diventare articolo di fede un fatto storico (quel: ‘patì sotto Ponzio Pilato’), ma volevano piuttosto invitare a credere che il Cristo era in ogni senso entrato nella storia concreta dell’uomo.

 

E veniamo al rapporto dei Padri con la Scrittura.

A mio giudizio, ogni articolo della formula, per il fatto stesso di avere per oggetto il Cristo, fu stilato per orientare alla Scrittura, ed a considerarla  opera del Cristo-Verbo.

In breve, io credo che i Padri  non intesero ripetere sinteticamente quanto narrato in chiave storiografica nella Bibbia, perché comprendevano che  bastava solo proclamare il contenuto del libro e commentarlo; cosa che fecero abbondantemente. Erano ben consci che i sommari sono utilissimi per coloro che già conoscono bene la materia, ma del tutto negativi per chi solo da essi deve apprendere la Sapienza.[6]

D’altra parte mi sembra incredibile che uomini di fede si siano letteralmente  sbranati a vicenda,  non già sull’esegesi dei testi sacri, ma sulle loro sintetiche formulazioni concettuali di verità recepite da quei testi.

Se ciò è accaduto, si può ipotizzare che essi  dialogarono e si scontrarono  proprio su ciò che ‘stava dietro’ le formule, e non sui loro riassunti contenuti concettuali. Si scontrarono cioè sul come dedurre correttamente  il Cristo dalla Scrittura, e questo loro dibattito restò sotterraneo e non fu mai esposto in pubblico per non mettere ‘le perle avanti i porci’. Perciò di esso possiamo nei loro libri trovare solo tracce coperte.

 Né infine penso che essi vollero formulare delle pure e semplici sintesi liturgiche perché, se ciò è anche verificabile in qualche punto, è chiaro che il ‘Credo’ riguardava l’atto complessivo della fede che identificava il cristiano..

 

3 ) I  ‘credo’ come traiettoria del Cristo-Vita

Ritorniamo ora sulle riflessioni già esposte, per meglio evidenziare la ragione teologica del sorgere di formule di fede.

A me sembra che, rilevata l’esistenza di formule di fede nei libri del NT, nelle opere dei Padri, e nelle più articolate dichiarazioni del IV secolo, la ricerca dei patrologi ha cercato in una ottica storicistica una ragione di questo atteggiamento. Di qui le molte tesi in circolazione che sostanzialmente leggono i simboli come riassunto schematico della fede cristiana.

A me pare invece che, come anticipavo, il significato di tale fenomeno vada colto in un’ottica teologica e non nelle coordinate della storiografia.  L’intrinseca ragione del nascere dei simboli si connette infatti al contenuto stesso della fede; per intenderci, i Credodovevano’ nascere come naturale completamento della Bibbia, e perciò cominciano ad essere già presenti negli stessi autori neotestamentari (Paolo, Giovanni etc).

Essi erano richiesti proprio perché la Rivelazione scritta era articolata su due piani dei quali, quello evidente (storiografico) esprimeva vicende contingenti e inquadrabili in una sequenza diacronica (ad es. narravano di un profeta, un Re o di Gesù); quello nascosto tracciava la vicenda transtorica del Cristo, ed in pratica  rimaneva nascosto alla quasi totalità dei credenti che finivano per conoscere il solo Gesù storico.

 

Questa problematica fu in qualche modo esposta (seppur in forma coperta)  proprio attraverso il termine ‘Sumbolon’ inteso nel suo significato primitivo. Nell’ecumene infatti esso indicava o due cose identiche,  o le due parti  risultanti dalla divisione di un unico oggetto; possedute da due persone diverse, esse attestavano il loro rapporto  di reciproca ospitalità.

In sostanza il vocabolo esprimeva l’idea di una Unità  frazionata ma non rotta, e coposseduta,  sicché era agevolmente riferibile  alla distinta unità di Gesù-Cristo.  Il Credo era dunque ‘sumbolon’  non solo come contrassegno di appartenenza alla Chiesa,  ma come adesione a Gesù uomo, ed al Cristo astorico.

Il grande pericolo che infatti minacciava la Chiesa delle origine consisteva proprio nel circoscriversi della fede alla sola persona storica di Gesù di Nazaret. Che cioè egli venisse inteso solamente come fondatore  di una religione fra le tante; come un soggetto che aveva goduto (ed egli solo) di un regime corporale, animico, e divino del tutto speciale; che si doveva  accettarlo come legislatore e mediatore, ma restava comunque isolato dal creato, ed era  ora disancorato dalla sua   trascorsa storicità.

In  pratica si correva il rischio di assimilare Gesù alle varie figure similari di benefattori (es. Eracle o Dioniso) presenti nella religiosità dell’epoca classica, con l’effetto di perdere  proprio quella Eucarestia che esprime la costante presenza nel mondo del Cristo.  

Di qui la necessità di recuperare  la traiettoria del Cristo; da qui la necessità dei ‘credo’, costruiti  come le due tessere che costituivano il simbolo. [7]

 

Sintetizzando, la ragione teologica che ha indotto la Chiesa a costruire formule di fede consisteva dunque nell’impedire che la ‘storicità’ di Gesù  oscurasse la figura totalizzante del Cristo- Eucarestia, vero ed unico oggetto della fede. Impedire cioè che la sua traiettoria che da Dio va a Dio, e nella quale si distinguono le vicende del suo increaturarsi, umanizzarsi, e costituirsi come eucarestia (che dal nostro punto di vista si succedono nel tempo e nelle quali si inquadra tutta la storia umana) fuoriuscisse dal contenuto del credere. Perciò, come già dicevo, il simbolo Niceno-costantinopolitano espone non fatti, ma un percorso cristico ricavato dalla Scrittura. Se venisse meno questo collegamento  non vi sarebbe ‘sumbolon’.

 

Non ritengo allora che le formule di fede nacquero per sostituirsi (coprendole) alle chiare e parallele affermazioni evangeliche; né per ripetere l’uso dei Targumim giudaici, ma per richiamare il credente alla ‘Traiettoria’ unitaria e fondante del Cristo che è l’unico oggetto della fede cristiana.

Le ‘formule’ andavano quindi recepite non già come escludente sommatoria di dati  reperibili nell’originale (cioè nei vangeli), ma come un insieme finalizzato a costruire Cristiani e non Gesuani. Un credo cristologico dunque aperto e da meditare; un contenitore nel quale tutto si comprende, a patto però di non consideralo una mera storia di Gesù e della sua divinità, e di ritornare obbligatoriamente alla Scrittura per riscoprirlo quel Cristo sotto la storia umana di Gesù che è il Cristo. E proprio questa metodica io cercherò di applicare.[8]

 

Inoltre, proprio in quanto esponevano una traiettoria, essi  non tolleravano di essere segmentati nei loro vari articoli; esigevano anzi che quest’ultimi stessero sempre uniti nella meditazione e nella professione. Recitarli nella loro totalità significava recuperare l’unità della parabola del Cristo. Ciò significa che non si veniva chiamati a  credere che ‘Gesù ascese al cielo’ in quanto verità in sé, ma in quanto momento dell’unico procedere del Cristo.[9]

Nel corso dei secoli, l’articolata ‘vicenda di Gesù’ (che per intrinseca necessità andava proposta nelle forme storiografiche) non è stata purtroppo meditata al fine di evidenziare i passaggi teologici  della traiettoria cristica. Di fatto la si è considerata piuttosto come una sequenza di eventi umani facenti capo solo alla sua persona fisica.  In una tale ottica (nella quale sguazza lo storicismo) le complesse pagine evangeliche che narrano la scomparsa di Gesù ed il suo passaggio dalla corporeità alla incorporeità, si sono tramutate in un evento quasi puntuale che riguarda solamente la sua persona.[10]

Quanto a me, penso che non bisogna cedere alla esigenza tipica dell’uomo di sezionare per comprendere, ma si deve ritornare alla funzione primitiva  del ‘Sumbolon’.  Il Cristo è uno nelle sue molteplici manifestazioni; l’uomo è uno; la fede deve essere una nella sua complessità.  E’ perciò utilissimo continuare a proclamare il ‘credo’, ma a patto che esso riproponga lui, il Cristo che è uno.

Per  queste ragioni,  nelle schede seguenti cercherò, pur senza farne menzione né metterlo sul vetrino, di commentare il Credo  proprio rileggendo cristologicamente  la storia della Passione di Gesù.

 

4 ) La lezione degli Evangelisti  

E’ per me infatti incontrovertibile che gli evangelisti volevano per un verso attestare la storicità di Gesù (incarnazione), e per l’altro mostrare che egli era il Cristo che realizzava le profezie contenute nella Genesi: “perché si adempissero le profezie”.[11]  Perciò formularono un compiuto discorso nel quale enunciarono contemporaneamente momenti diversi dell’evento Cristo.[12]

Sapendo di scrivere un libro totale, essi deliberatamente misero in secondo piano (fin quasi a sfasarla) l’umana cronologia; e collocarono contemporaneamente gli eventi sui piani della storia e del ‘Mistero’.[13]

Per rendere tra loro pervie queste due dimensioni letterarie, gli agiografi si servirono di meccanismi tecnici. [14] Proprio attraverso di essi diventava più agevole esporre, senza farlo notare, quel discorso strettamente cristologico che  fu evidenziato dai Simboli, e che io sto tentando di mettere in luce.[15]

In altre parole, essi sovrapposero ai tempi teologici quelli storici, ma lasciando sufficienti indizi per recuperarli all’esegesi. [16] Perciò nelle schede seguenti cercherò di puntualizzare i ‘tempi’ dell’evento Gesù, al fine di mostrare come attraverso di essi è possibile evidenziare il procedere del Cristo.

In conclusione, io credo che, distinguendo l’unico mistero del Cristo in fasi dinamiche, gli evangelisti costruirono una trama sotterranea al loro racconto che apparentemente sembra svolgersi solo nelle coordinate del tempo e dello spazio. Ebbero così sempre chiaro il contenuto essenziale del messaggio e cioè la salvezza universale attuata dal Cristo gradatamente (almeno dal punto di vista umano).

Essi sapevano che il Cristo progressivamente si  manifesta nel creato (cieli e terra che narrano la gloria di Dio); nella Parola dei profeti e di Gesù; nel suo transito dalla corporeità alla animicità; nel recupero della storia umana nel ‘Sono’ della sua anima; nella Eucarestia come perfezione della sua presenza nel mondo e via di santificazione. Ed infine nella sua svelata e totale Persona ad un tempo umana e divina. Per essi ‘principio morale e Giudizio’ consistevano proprio nel porsi  dentro o fuori questo fiume di Vita. [17]

Sapevano altresì che i tanti misteri del Cristo certamente si sintetizzavano nella figura dell’uomo Gesù nel quale è misteriosamente presente la sua totalità, ma non si potevano inserire meccanicamente in un tessuto piattamente diacronico.[18]

Con la stessa metodica degli evangelisti i Padri costruirono i loro simboli; solo che invertirono  i termini, evidenziando maggiormente il procedere del Cristo. Ad essi anch’io mi collego nella meditazione che più avanti esporrò.

Perciò non considererò gli articoli di fede che i Padri formularono come un  qualcosa di autofondato, da leggere come una pagina di Erodoto o di Eusebio. Me ne servirò come di tracce (forse polisemiche) che presuppongono sempre e comunque un previo annuncio dei testi rivelati, e tendono ad orientare la meditazione.

Se è vero che  solo alla Parola di Dio bisogna aderire, gli articoli di fede non possono costituire (in forma assorbente ed escludente) oggetto  di una diretta ed autonoma adesione. Essi  vanno comunque intesi alla luce del testo sacro che, proprio per la sua intrinseca astoricità,  è in grado di seguire l’evolversi delle umane capacità e dei suoi contingenti bisogni; perché proprio nell’uomo il Cristo avanza.

Cambiando quindi ottica, nelle schede seguenti proverò a leggere le narrazioni evangeliche della morte e resurrezione di Gesù in chiave cristologica; senza dimenticare il fatto storico che resta valido ed intatto. Cercherò così di far emergere dai racconti della morte e resurrezione di Gesù la misteriosa traiettoria divina del Cristo, perché in essa noi procediamo verso una infinita realizzazione. [19] In questo modo, anche gli ‘articoli di fede’ recupereranno  la loro intima ricchezza e risulteranno sempre più veri e meritevoli di adesione.

 

In tutto questo studio mi hanno accompagnato alcune parole che ora offro al lettore:

 Siracide 15,16 : “Egli ti ha posto davanti il fuoco e l’acqua. La dove vuoi stenderai la mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà; e Paolo (I Cor. 2,10) “(Questa sapienza divina) a noi Dio l’ha rivelata per mezzo dello Spirito. Lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio”;

e Dionigi l’Areopagita: “O Trinità sovraessenziale….custode della divina sapienza dei cristiani, portaci non solo al di là di ogni luce , ma al di là della stessa inconoscenza, fino alla più alta vetta delle mistiche scritture; là dove i misteri semplici, assoluti, incorruttibili della teologia si rivelano nelle tenebre più che luminose del silenzio. E’ nel silenzio infatti che s’imparano i segreti di questa tenebra della quale è troppo poco dire che brilla della luce più abbagliante in seno alla più nera oscurità; e che pur rimanendo perfettamente intangibile ed invisibile, riempie di splendori più belli della bellezza le intelligenze che sanno chiudere gli occhi.”.

 

Vincenzo M. ROMANO 2003


 

[1] Il primo articolo di fede viene attestato in moltissimi documenti antichi fra i quali spicca (intorno al 340) quello contenuto nella Apologia di Marcello Vescovo di Ancira (Cappadocia) e che sembra speculare a quello di Rufino sacerdote di Aquileia (404); tale ultimo testo è considerato importantissimo perché coincidente con l’antico credo romano in lingua latina che una tradizione voleva fosse stato scritto dai 12 apostoli. Il secondo articolo (discese agli inferi) è attestato nella ‘Formula di Sirmio’ e in altri documenti.

 

 

[2] Eppure basta leggere qualche testo in materia (vedi ad es. J.N.D. Kelly) per rendersi conto del contrario, e cioè che vale la pena di approfondire molti punti dell’enunciazione dogmatica, perché sono pacifici solo sulla carta. Ed ancora, è sufficiente una lettura smagata dei Vangeli per scoprire contraddizioni e sfasature che non meritano proprio di essere piallate in nome di un falso monolitismo della fede, ma invitano proprio ad un approfondimento della verità veicolata nei testi.

 

[3] Purtroppo il sempre imperante storicismo spinge chi legge a considerare i Padri acriticamente ‘adesivi’ alla cultura del tempo, e da essa dipendenti. Come che sia, sta di fatto che oggi i testi evangelici sono coperti dalle formule intellettuali, e che alla ricerca del loro contenuto rivelativo (che è infinito come il Verbo che li dettò) si è sostituito il ‘commento’, spesso anche servile, di quelle parole umane che li hanno inchiodati in un generico o specifico o univoco e fisso significato. Così all’esegesi del Libro sacro si è sostituita la disputa elitaria sulle umane ‘teologie’, e siamo in qualche modo tornati a quel ‘sequestro’ della Scrittura che ne consentiva solo una predicazione per via di Targumim, cioè di umani commenti.

L’esempio più clamoroso di tutto ciò è la famiglia di  parole che fa capo a ‘resurrezione’. Questo vocabolo copre con la sua genericità, e sottrae alla meditazione del lettore, un articolato complesso di rivelazioni che gli evangelisti hanno affidato a termini diversi  (svegliarsi, stare in alto, apparire). Eppure  ciò che noi intendiamo (e variamente) per ‘risorgere’ non trova un vocabolo corrispondente  nei vangeli. Di conseguenza si invita a credere ad una dubbia parola umana, proprio mentre si invitano i fedeli a leggere il Libro sacro.

 

[4] Il testo del credo di Marcello nella lettura corrente recita:

“Credo in Dio onnipotente ed in Gesù Cristo suo figlio unigenito, nostro Signore, generato dallo Spirito Santo e da Maria vergine, il quale fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e fu sepolto e al terzo giorno risorse dai morti, salendo nei cieli, e sedendo alla destra del Padre, da dove verrà per giudicare i vivi ed i morti ; e nello Spirito Santo, la santa chiesa, il perdono dei peccati, la resurrezione della carne, la vita eterna.”

Ma, con diversa compitazione, si può anche leggere la prima parte come segue:

 “ Dove (c’è) il Cinquanta (= lo Spirito), io credo nel suo ‘segnato a morire’ (Gesù o meglio il suo sacerdote), come suo tutto, perciò come legislatore.

Fa ardere, o Potenza del Cristo, come visibile Gesù, il Figlio di Quello, l’Unico, il nostro Signore. Lui che fu generato dallo Spirito Santo e dalla vergine Maria; lui Vivente conforme al Padre; Lui che salva l’unico (popolo) del benevolo Padre; Lui perfezione allora cacciata via.

(fa ardere) o Perfezione salvatrice, ora Omega, il ‘segnato a morire’ che da impulso; che è posto nel tabernacolo e al terzo giorno risorge dalle cose morte; lui che scende dall’alto nella Perfezione-Cosa (eucarestia).

Pisteuw ou 'N' eij 'q' , eon pan, to kratora.   Kaie Ij Xr. iston Ihsoun ton uion   autou ton monogenh ton Kurion hmwn.   Ton genneqenta ek peumatoj agiou kai      Mariaj thj parqenou ton epi P.  onta  iou P. ilatou S. T. r' wqenta.

S. T. r' W  'q' enta kai tafenta,  kai tv tritv hmer#  ana  stanta ek twn nekrwn ana banta eij T. ON.

 

[5] La formula di Sirmio che recita: “E discese all’inferno e regolò lì le cose, che i custodi degli inferi videro e tremarono”, potrei leggerla anche come segue:

O Cristo segnato a morire, fa ardere nelle cose di quaggiù cose utili. Tu vieni giù. Egli stabilì fuori realtà viventi del tutto disponibili; una Casa che appresta la ‘Cosa’ (eucarestia). I custodi della selva (Scrittura) dell’Invisibile Padre, vedendo lui tremarono come foglie[5]

Kaie eij ta katab 'Q'  onia kat'elqe. Onta ka ita, ek eise, oikon mesanta O N.

Pulwroi aidou  idontej efrican . < P.atroj ulwroi aidou, idontej e, frican.   Per orientarsi su alcune mie scelte, ed in particolare sull’uso di lettere ‘cifrate’ si veda in questo sito (patristica) ‘Pacomio e il suo angelo’. In ogni caso il lettore tenga conto che se dopo duemila anni, con limitata conoscenza della lingua greca, è possibile pervenire a diversa lettura dei testi, quanto più, nell’antichità, ciò doveva essere facile.

 

[6] Se oggi è incontrovertibile l’assenza nel Popolo di Dio di un ‘ricercare’,  ciò dipende in buona parte dalla falsa sazietà indotta proprio dalle ‘formule’.

 

[7] Questo pericolo nasceva proprio dalla struttura letteraria dei vangeli che avevano scelto di annunciare il grande mistero del Cristo in termini di narrazione di eventi umani. E poiché di  fatto a molti era precluso di penetrare sotto la ‘lettura carnale’, l’esaltazione della figura storica di Gesù avrebbe fatto dimenticare che ‘Gesù è il Cristo’.  Purtroppo un tale timore è diventato realtà; è accaduto così che, essendo stato evangelizzato Gesù e non il Cristo,  oggi noi siamo più Gesuani che Cristiani.

Un risvolto di questa problematica può forse dedursi proprio dall’eresia marcionita che io considero una conclusione obbligata di questa riduttiva ottica della predicazione. Ed infatti se Gesù viene disancorato dal Cristo transtorico, che interesse abbiamo per il VT?  Quest’ultimo vale solo se viene inserito nella traiettoria del Cristo che abbraccia l’evento Gesù.

 

[8] Purtroppo l’invadenza della storiografia ha fatto perdere questo fondante profilo, sicché oggi si bada più ad ottenere l’assenso al Credo  che a far dialogare il fedele col Cristo attraverso la sua Parola.

 

[9] Se questa era la loro funzione, di fatto essa è stata disattesa, perché nella coscienza media del Cristiano il credo ha assunto la qualità di sommatoria di elementi autonomi che vengono annotati come nelle ‘scalette’ degli oratori. E così, via via si è perduto il collegamento fra Gesù ed il Cristo, la fede è diventata una serie di scatole teologiche l’una sovrapposta all’altra e collegate fra di loro da una pseudo cronologicità. Così, pensando che prima viene questo e poi quello,  il Cristo viene fatto a pezzi.

 

[10] Egli è risorto’; così noi diciamo, e non riusciamo neppure a vedere che questo verbo è stato sovrapposto dai latini a qualcosa che nel vangelo viene descritto con due famiglie di parole che fanno capo a ‘svegliare’ e ‘collocarsi in alto’ (egheiro e anistemi). Così il vocabolo ‘Resurrezione’,  ad onta dei tanti limiti di cui soffre (e che appresso indicherò), si è tramutato in un coperchio che impedisce di apprendere la teologia del Cristo, dai testi che narrano le vicende di Gesù. Considerato dai più  del tutto adeguato, su di esso spazia la retorica dell’intelletto e dei sentimenti.

 

[11] Come ho già mostrato nelle schede precedenti il testo della Genesi costituisce la grande mappa della traiettoria del Cristo. In particolare una buona via di meditazione distingue i primi tre giorni dell’esamerone come riferiti al Gesù Anima, ed i secondi tre al Cristo eucarestia. Una strada che chiarisce intuitivamente che la formula ‘al terzo giorno’ va collegata alla creazione, e non alle giornate umane. Inoltre fa comprendere che la storia del ‘Giardino’ va collocata proprio come prosecuzione dei primi tre giorni.

Quanto alla relazione fra Gesù e il Cristo, essa va intesa nel senso di una piena identità. Se si perdona la banalità dell’esempio, rassomiglierei il tutto ad una fisarmonica che ‘chiusa’ indica la persona storica di Gesù, e aperta e gonfia di soffio, il Cristo transtorico.

 

[12] A noi che siamo abituati a segmentare il suo mistero in una serie di momenti (che liturgicamente abbiamo collocato in tempi diversi; es. resurrezione, ascensione, pentecoste), riesce difficile cogliere questo sforzo di unificazione compiuto dagli evangelisti. Non è agevole considerare come un tutt’uno la resurrezione di Gesù, l’eucarestia e la sua piena apparizione finale (Parusia). Perciò nello scavare il tesoro dal campo, bisogna evitare di proiettare nel racconto evangelico anche i tempi dell’attuale liturgia. Questi ultimi (penso alla diluizione nel tempo degli eventi successivi alla crocifissione collegati con specifiche festività) non devono condizionare la lettura, ma al contrario vanno meditati e compresi proprio alla luce dei racconti biblici.

 

[13] Perciò la finezza letteraria dei vangeli non va, a mio giudizio, evidenziata attraverso erratici passi dotati di qualche virtù letteraria, ma proprio in questo continuo muoversi su due piani distinti: quello della cronaca e quello della Rivelazione teologica.

Sarebbe tuttavia falsificante dividere il Vangelo in due piani distinti (fattuale e teologico) autonomamente percorribili e disancorati l’uno dall’altro. Ogni testo infatti suggerisce distinti input per recuperare la storia umana di Gesù (che si coordina nella sequenza temporale), e per evidenziare il Cristo transtorico che è alocale ed atemporale.

 

[14] Ricorderò tra gli altri la ‘metafora’, il ‘rinvio’ a passi paralleli della Scrittura, qualche ‘sfasatura’ narrativa che potesse fungere da ‘lampeggiatore di senso’, e principalmente l’inserimento nel racconto di elementi a prima vista del tutto marginali o solo letterariamente funzionali, e quello ‘iota’ (cosa marginale e di poco conto) che non deve cadere.

 

[15] Un indizio (ecclesiologico) è costituito ad esempio nella scena della deposizione, dalla scomparsa delle figure maschili (Giuseppe di Arimatea resta isolato) e nella parallela comparsa di figure femminili. Ad esse e non agli apostoli sono riferiti gli eventi che seguono la morte di Gesù ed il suo seppellimento. Poiché si poteva pure far qualche cenno alle figure maschili, considerando che furono certamente uomini a provvedere a togliere Gesù dalla croce questa scelta narrativa fa immediatamente intravedere, nella icona delle donne, le future comunità ecclesiali, ed invita a leggere i passi in chiave cristologica ed eucaristica.

 

[16] Gli evangelisti, ad esempio, sovrappongono la giornata naturale al ‘Giorno’ genesiaco e possono così servirsi del gioco di luce-tenebra; sdoppiano il significato di eventi è cose; ad esempio il ‘sepolcro’ nasconde la Chiesa e la cripta eucaristica; la ‘Galilea’ indica la ‘Grande e santa Voce celeste’; le ‘bende’, il ‘sudario’ e la ‘sindone’ dissimulano un discorso sulla corporeità e sull’animicità dell’eucarestia; le figure di Giuseppe e Nicodemo, quelle angeliche, e l’antitesi uomini-donne, coprono un discorso ecclesiologico e sacerdotale.

Si riferiscono poi contemporaneamente alle festività liturgiche giudaiche e a quelle segnalate come sacramenti nel VT. Così vi sono il sabato e la pasqua giudaica storici, e parallelamente il settimo giorno genesiaco e la Pasqua mosaica. Dissimulano la Resurrezione, intesa come evento all’interno del mondo creato (passaggio allo stato animico), narrando la morte di Gesù; e raccontando poi la sua resurrezione, rivelano il Ritorno del Cristo glorioso.

 

[17] Perciò muovendosi in direzioni diverse, ma concorrenti, i Sinottici e Giovanni raccontano: - la predicazione del Battista (VT) e poi di Gesù (NT); - la struttura animica di Gesù, attraverso i suoi miracoli che tendono alla ristrutturazione del Giardino delle anime; - la sua Passione come testimonianza della laboriosità della traiettoria del Cristo nell’attraversare la libertà del molteplice; la morte come passaggio nell’eone animico che costituisce la prima forma di ‘risveglio’; - la dinamica del Corpo di Cristo (Soma) relazionandolo alla Chiesa ed all’eucarestia; - la finale Parusia del Signore che ritorna glorioso, e fa scomparire il suo corpo (eucarestia-Chiesa) dall’eone creaturale.

 

[18] Per fare qualche esempio, nel parlare del ‘soma’ di Gesù, gli agiografi suggeriscono l’eucarestia come ultima e perfetta incarnazione del Cristo; nel vuoto del sepolcro, per un verso annunciano che il Cristo ha ricapitolato nella sua anima tutta la storia e va colto quindi come Cristo totale, e per l’altro che all’eucarestia si sostituirà alla fine la sua presenza gloriosa come Spirito ricapitolatore e santificatore. Ed infine che il Cristo Spirito, a differenza del Cristo uomo (Gesù) non resta limitato da questa sua forma di increaturazione (pane-vino) e umanizzazione (commensali che lo mangiano).

 

[19] La imperante ottica storiografica, che per altro si perde in mille rivoli e spiazza continuamente il credente, impicciolisce il Cristo ad una dimensione mediterranea; lo rende un elemento della realtà giudaica prestato al mondo; costringe ad arruolare stuoli di avvocati di ufficio per difendere la sua storicità. Io credo nel Cristo totale; perciò non temo le altre religioni e finanche il discorso mitico, perché so che Egli è alle spalle di tutto (Vat. II, ‘Nostra Aetate’). Rifiuterò certamente le cose false, ma godrò di intravederlo nella coscienza degli uomini. Unico è il Cristo, sacramento dell’Unico Dio; e tutto è ai suoi piedi. Ma noi siamo ancora fermi all’esclusivismo della religione mosaica che, giustamente affermando ‘Non avrai altro Dio fuori che me’ ha finito però col dichiarare ateo il mondo, e si è costruito uno zoo di idoli e di demoni. Se il torto del clero, come dice Bernanos, consiste nell’aver reso tutti gli altri ‘laici’, quello di una certa teologia è aver relegato nell’idolatria miliardi di persone.