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II Cor. 5,16 :

Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne,

ora non lo conosciamo più  così”.

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Il Cattolicesimo e  le altre religioni

SCHEDA  n.  9 \ 5

Istituzioni religiose e problemi del mondo

 

Sommario: 1) religioni e problemi del mondo; 2) Il ruolo dell’Istituzione e del ‘sesus fidei’; 3) Una crociata per la Vita;

 

1)      Religioni e problemi del mondo

Per millenni l’uomo ha dialogato con la Natura intesa come la Grande Madre. Essa consentiva di essere modificata, ma con grande rispetto e chiedendo previamente il permesso per grosse trasformazioni. Vedi ad esempio i riti celebrati per la fondazione di una città.  

Una lettura minimista della Bibbia, che dichiara l’uomo ‘Signore’ del creato, ha concorso ad alterare questo rapporto ereditato dalle civiltà mediorientali e meditarranee. Come che sia, è indubbio che noi cristiani abbiamo considerato il pianeta come il palcoscenico delle nostre gesta gloriose, come un ‘dato’ sul quale operare anche arbitrariamente.

Per secoli lo abbiamo avvertito come autonoma presenza solo in occasione di fatti eccezionali, come un terremoto od un’alluvione.  Tale ‘presenza’ (quasi evanescente quando tollerava di costituire la scena della storia umana) è però diventata sempre più marcata ed ingombrante, connotandosi di globalità, e mostrando l’inutilità, o finanche la dannosità, dei tanti interventi settoriali.

E ciò dipende non poco dall’ampliarsi progressivo, attraverso i mass media, delle aree osservate. Per intenderci, oggi veniamo a conoscenza di cicloni che distruggono vaste aree del mondo, mentre godiamo di una tenera primavera nella nostra città. L’immoto palcoscenico di un tempo si rivela così una vera e propria zona sismica.

Nessuno può oggi ignorare, vuoi la trasformazione del pianeta (desertificazione, mutamento della meteorologia, buco dell’ozono, scioglimento dei ghiacciai etc.), vuoi i connessi problemi antropici come quelli demografici e socio-politici. Finanche la violenza a matrice delinquenziale o politica, e l’integralismo religioso che miete migliaia di vittime innocenti, esigono oggi di essere inquadrati e compresi in una cornice geo-politica.

Per dirla in breve, l’umanità si sta rendendo conto che la materia non è un puro oggetto, un che di inerte di cui arbitrariamente disporre, ma un interlocutore da comprendere, e col quale necessariamente dialogare per attuare un valido sistema di convivenza. La scoperta del sistema saprofitico su cui si reggono i corpi animali ha dato un colpo decisivo alla presunta autonomia vitale dell’uomo.

La innegabile complessità statica e dinamica del reale, lo si voglia o meno, implica anche che la sommatoria degli uomini si viene rivelando come ‘complesso’ che, in quanto tale, rifiuta atteggiamenti di isolamento ed interventi disarticolati e settoriali. Paradossalmente (meglio cioè dei teologi) la natura sta apertamente dichiarando la qualità comunionale, e non meramente comunitaria, del tutto (catechismo biologico).

In questa direzione ormai obbligata, si muovono le tante istituzioni che mirano a rendere unitaria l’azione dell’umanità che incide sul pianeta; a curare le ferite inferte a Gea; ed infine a sostenere le popolazioni (ora colte come cellule di tale comunione) che ne subiscono la reazione (es. desertificazione o mutamenti metereologici).

In conclusione, è il fatto è singolare, il nostro pianeta sembra mostrare una qual forma di soggettività; si lascia infatti definire dall’uomo in questo o quel senso (es. territorio di un ente, parco naturale etc), ma, indifferente ad ogni definizione geografica o giuridica, si prospetta autonomamente come un quid di unitario (ecologia); per di più titolare di un suo statuto vitale (a noi praticamente ignoto) che persegue i trasgressori con sanzioni che vanno dalle lesioni lievi, alla pena di morte.  Per dirla col linguaggio della classicità, Gea si è risvegliata ed esige di essere riconosciuta e rispettata, reagendo inesorabilmente alle violazioni dei suoi ordinamenti e del suo dinamismo.

 

In questo mutato rapporto, che gli Stati stentano a comprendere ed a gestire, come goccia sperduta nel mare, si muovono i singoli e le associazioni private, sicché viene da chiedersi  se non sia giusto che a sostenerli intervengano in prima persona le religioni organizzate.

A torto o a ragione, la nostra Chiesa ha sempre affermato l’esistenza di un ‘Retto Ordine’ nella natura; e su di esso ha fondato molti suoi precetti morali; può ora ignorare che proprio questo ‘retto ordine’ sta andando a pezzi? Può considerare peccato ogni eccesso riguardante i singoli corpi fisici dell’uomo, e tacere su quelli che incidono su Gaia che rappresenta in qualche modo il corpo dell’umanità intera?

A me sembra sia ora che le istituzioni religiose si riscattino dal loro mero sopravvivere, diventando guida dei credenti e motori di evoluzione e di progresso umano. Fra tante voci discordanti, nel fallimento di tante lodevoli iniziative politiche, tese a  coagulare il sentire e l’operare degli uomini, solo un’azione massiccia e saggiamente guidata può, a mio giudizio, conseguire qualche risultato sul piano concreto.

La forza aggiunta delle religioni consiste infatti nel patire molto meno la contrapposizione fra interessi individuali e planetari, in quanto la religione è in grado di inserire i problemi planetari in una visione unitaria (che trascende la materia) capace di dare senso all’operare dei singoli.

Da sempre le religioni sono state il luogo naturale nel quale gli uomini hanno appreso il modo migliore per rapportarsi all’ambiente e, attraverso di esso, a Colui che l’aveva creato. Ora la nostra Chiesa che ha sempre invocato il ‘diritto naturale’ come via di conoscenza del Cristo, non può esimersi dal farsi promotrice  di un’azione globale per salvare la natura e quindi la stessa umanità.

Tale azione, voglio ribadirlo, è onticamente diversa da quella riconducibile ad ogni altra istituzione laica, perché la Chiesa si muove ‘Per Cristo, con Cristo ed in Cristo’.  Il nostro operare mondano è infatti intrinsecamente religioso in quanto la fede che professiamo confessa che in Cristo fummo creati, che egli è l’anima del mondo, e che la ‘Natura’ non è qualcosa di morto, visto che “Geme nell’attesa della gloria dei Figli di Dio”.

 

 

2) Ruolo delle istituzioni e ‘sensus fidei’

Proprio perché ogni cosa è orientata al Cristo, il primo passo consiste nel  recupero delle fondamentali  e semplici verità teologiche che delineano una visione unitari delle cose visibili ed invisibili (in pratica il Cristo); e poi in  una coralità nel programmare e  nell’agire che implica  il recuperare, come soggetto che sa ed opera, l’intero ‘popolo di Dio’.

Purtroppo la progressiva rottura degli equilibri secolari che hanno retto la famiglia come ‘società-istituzione’ e la brusca frenata nell’evoluzione culturale dei popoli,[1] hanno indotto una crisi che investe anche la Chiesa. In essa infatti latita (come elemento dinamico e costruttivo) quel comune sentire (‘sensus fidei’) che rivelava in forme comprensibili e totalizzanti il Cristo (cioè la Vita) nella dimensione dell’esistenza.[2]

Di fatto la ‘famiglia di Dio’ nel suo complesso è disimpegnata quanto ai destini del mondo e dell’umanità. Educata per secoli a considerarsi solamente un insieme di singoli soggetti, destinatari di precetti individuali provenienti dalla ‘Gerarchia’, oggi non sa più edificare, alle spalle delle solenni affermazioni di Pietro, un concorde,  comune,  e dinamico sentire.

La condivisione dei valori ideali (che sono sempre e comunque espressione del Cristo), e di una visione unitaria del creato, resta vanificata  da  contraddittori usi e costumi  (istituzionali), e dalla mancanza di un concreto dialogo  con le altre religioni. (vedi precedenti schede).

 

Fino ad oggi la Chiesa visibile si è preoccupata quasi esclusivamente  della conservazione della sua contingente struttura, e  non ha difeso la vita e la sopravvivenza della società umana. Ha prospettato decaloghi di precetti volti  ai singoli, ma non ha predicato il cosmico ‘divenire del Cristo’  nel quale inquadrare, come atti teandrici, gli interventi tesi a salvaguardare la Natura, quella proprio che ‘Geme’ come dice Paolo. Ed inoltre, non ha quasi ma considerato i fedeli  come responsabili comprimari nella costruzione del Regno. [3]

Tutto ciò ha costituito un evangelico scandalo (= inciampo) sul quale Gesù profetizzò: se dai scandalo ai piccoli, meglio legarti al collo una macina di mulino e gettarti nel mare”.[4]

Ciò fa pensare che l’istituzione ecclesiastica, per essere segno visibile e sempre attuale della presenza del Cristo, deve riscoprire la penitenza (suoi, e non dei singoli, sono i cd. Tempi Forti’), onde apparire all’intera umanità come una interlocutrice credibile e una guida sicura per un’azione non più affidabile ai singoli o alle piccole comunità, ma alla organizzata visibilità dell’intero popolo di Dio.

Essa invece diventa incredibile quando all’interno gestisce autoritativamente  il sacro, mentre all’esterno firma concordati ‘economici’, ed è assente  laddove c’è da combattere sui mille fronti del degrado umano. A ciò non sono sufficienti uffici e  ed insegne, perché essa deve scendere in campo nella sua unitarietà.

Quando  la Chiesa riscoprirà di essere chiamata in prima persona (cioè nella sua visibilità) a farsi protagonista di Vita, e smetterà di considerarsi uno ‘stato maggiore’ che invia al più un corpo di spedizione, mentre si attarda ad inquadrare e passare in rassegna un immobile esercito (mai guidato a combattere contro coloro che spengono la Vita), essa potrà affrontare l’Armagheddon, l’anticristo che ci attende, con generali non da retrovia, ma alla testa dei loro uomini.

La Chiesa è visibile e terrena, così come lo fu Gesù, come lo è ognuno di noi; ma, come il Maestro deve sanare, in prima persona, le piaghe del mondo, rischiando anche il ‘miracolo’.

Un miliardo e più di cristiani aspettano di essere  orientati ad una lotta senza quartiere per la Vita, ad una guerra da combattere ognuno nel proprio metro quadrato, e tutti insieme sullo scacchiere del mondo. Ma il cristiano, essendo per definizione un soggetto infungibile, dotato di una incedibile dimensione  di singolarità, non potrà mai combattere come un automa.

Se la ‘Grande Anima’  di un Ghandi seppe formulare un folle  programma di liberazione dell’India attraverso la non violenza, fu proprio la testimonianza attiva di centinaia di milioni di indiani a realizzare questo programma. Così la parola profetica del Papa, per non restare una voce che grida nel deserto, deve congiungersi ad un coerente sensus fidei del popolo di Dio. E quest’ultimo non è un qualcosa di precostituito di cui improntare i singoli, ma Parola corale di tante voci.

Io temo che, se non troveremo ognuno di noi la forza di combattere questa guerra incruenta, avvertendo la presenza di Pietro come colui che guida e conforta,  potrà pure accadere che i fatti ci costringeranno ad una terribile  crociata al grido di ‘Dio lo vuole’ (oggi però con i carri armati, visto che gli spadoni non vanno più di moda).

Tale spaventosa conclusione si può lecitamente paventare, se continuiamo a gingillarci nel nostro totale immobilismo; se presumiamo di  giustificarci con un fiume di belle parole e di ripetitivi e ridondanti documenti, mentre milioni di diseredati traversano il mare su barche di fortuna per entrare nella nostra opulenza. Non basta certo una ‘Charitas’ tampone, per creare un alibi all’inerzia della chiesa; c’è bisogno di una scelta di campo e di un’azione corale, perché la novità di Gesù, Dio incarnato, consistette proprio nel passaggio dalle parole all’evento: “Riferite a Giovanni che i ciechi vedono e gli zoppi camminano”.

 

3) Una crociata di pace per la Vita

Forse è tempo di indirla una crociata, inerme e non violenta, in difesa della Vita; e l’idea non è certo mia; la suggerisce un autorevolissima fonte. E’ infatti un segno dei tempi,  il continuo ed accorato appello del Papa per la Vita in pericolo in ogni sua espressione; ma (lo chiarivo nelle precedenti schede)  la funzione di Pietro è soprattutto dinamica; rappresentare l’unità di tutti i cristiani trova la sua attuazione nel perseguirla questa unità attraverso un’azione visibile.[5]  A modo tutto suo lo comprese la chiesa del medioevo quando operò per affermare la supremazia del Papa sull’Imperatore.

Con i suoi cento viaggi nel mondo, l’attuale Papa ha poi dato un altro segnale importante che non va perduto. Passando di gente in gente, ha tessuto una invisibile rete fra le varie comunità umane; e parallelamente quel  baciare la terra che l’accoglieva, mi è apparso ben più significativo di un teatrale gesto di piaggeria; era il riconoscimento della sacralità dell’intero mondo che, con accenti diversi, parla  del Cristo.

Attraverso questi segni egli ci ha chiamati a rimeditare il mandato ricevuto da Adamo, e cioè coltivare la terra; e perciò a considerare la tutela della terra un impegno morale che, se disatteso, produce un grave peccato; ci ha invitati a tirare a secco la rete da lui tessuta, e raccogliere i pesci in essa contenuti.

Quando, con rammarico, rilevo il rapido esaurirsi dell’entusiasmo suscitato da una occasionale presenza del Papa, mi vien da pensare che esso dipenda (e non poco) dalla mancanza di un progetto planetario intorno al quale si possa coagulare quell’entusiasmo, e tradursi in azione. E noto poi come molto spesso il messaggio pontificio non è supportato, nei fatti, dalla collaborazione della Gerarchia sparsa sul territorio. Tutti citano a man salva le parole del Papa, ma sono pochi quelli che fanno qualcosa di concreto nella direzione da lui indicata. Dopo la marea di parole spese per esaltare ‘Il Grande Giubileo’, cosa si è concretamente prodotto a favore del mondo? Vien quasi da assimilarlo alle feste celebrate per l’inizio del terzo millennio.

Non si getta certo una rete perché essa resti nel mare. La chiesa visibile oggi ha la possibilità di correggere quel suo strabismo che la induce guardarsi la punta del naso. Può infatti rendere coro armonizzato le voci di un miliardo e passa di credenti che (come fecero gli indiani) quei ‘segni’ di Pietro vogliono raccoglierli. Essi desiderano credere alla comunione universale e per essa combattere, ognuno nel suo piccolo, e finanche in una totale separatezza. A differenza della ‘comunità’, la ‘Comunione’  esiste infatti anche in una totale invisibilità.

Ma hanno bisogno di un conforto nella fede, di un vessillo levato in alto, che non si esaurisca in parole, ma si evidenzi in opere concrete.

Ogni Papa passa, e la sua parola annega nella routine dell’istituzione o nel vuoto della memoria celebrativa. Ma rimane l’opera dello Spirito, a volte invisibile, che egli ha offerto per la costruzione del Regno.

Poiché  va sempre di moda restringere il magistero del Papa alle sue parole, che nelle mani dei retori possono assumere i più diversi significati, io ho preferito soffermarmi sulla testimonianza delle sue opere, quelle che nessun amanuense di curia può preconfezionargli, e nessun teologo può stravolgere.

Ho recuperato perciò il magistero di questo Papa principalmente dai suoi gesti, ed ho considerato quel ‘bacio alla terra’ più eloquente di mille catechismi ambientalisti; e quel suo proporsi come ‘economo’ della casa di Dio, dove ci si ritrova tutti uniti nell’adorazione per dare un valore cristico ad ogni gesto concreto volto a salvare il mondo dall’autodistruzione

Siamo ormai delusi dalle diplomatiche riunioni di rappresentanti legali di istituzioni religiose che, restando divisi tra di loro e da lui, redigono  improbabili concordati teologici.

La Chiesa cattolica, seguendo l’esempio di Gesù, è impegnata a riassestare questa unità, sia nella dimensione della santità (preghiera), sia in quella della storia.

Perciò, nel contemplare con occhi di fede il Papa di Assisi, vicino a lui scorgo, misticamente venuta  dalla lontana India, una piccola donnetta. Levatrice di anime ella si faceva fra i moribondi segno visibile del Cristo, e li aiutava  a partorire la  propria anima alla Vita (che è il Cristo); da donna di carne, lavava però le loro piaghe, fasciava le loro ferite, e vinceva la solitudine del loro morire.

Questi segni non sono caduti nel vuoto; e tuttavia i cristiani sono ancora una folla che, come profetizzato dalla Bibbia, va in cerca di un ‘re’ che li guidi in battaglia. Facciamo allora che egli  sia un Davide e non un Saul; un uomo dello Spirito e non un politico; altrimenti il nostro sarà un futuro di guerre di religioni.

 

Non mi illudo che l’istituzione sappia attuare un tale progetto (ammesso che esso sia secondo il cuore del Cristo), ma pure credo nella forza dello Spirito. La Chiesa infatti ha sempre camminato sui ‘Santi’ e si è fermata quando a guidarla è stata la sua organizzazione visibile. So però che da dodici pavidi Gesù costruì dodici ‘mandati’ a trasformare il mondo con la Parola unificante, ma anche attraverso quei ‘segni’ che continuiamo a svilire considerandoli miracolosi fatti preternaturali.

Gesù garantì che i suoi messaggeri avrebbero fatti ‘segni’ più grandi dei suoi. Ghandi, esorcista straniero, osò servire il suo popolo mediante la sua grande anima; noi dovremo continuare ad appiattirci sul ‘buon senso’ e sull’umana ‘prudenza’? Quando cominceremo a sfidare necessità e determinismo con il potere della nostra anima?

Lo Spirito (che ci affanniamo a circoscrivere alla sola chiesa dei primi tempi) sta passando ancora in questo nostro tempo. Perciò ho fiducia che si troverà il coraggio di scendere dal cavallo della ipocrisia, che si fa forte di una verniciata superficie di gesti e di parole; che ogni cristiano si convincerà, come di sé disse Pietro, di essere ‘un peccatore’, cioè uno che viene meno al compito affidatogli. [6]

Ma non ci fermeremo solo a piangere sul latte versato, quando  riscopriremo che la piena realizzazione della nostra creaturalità consiste nel realizzare il mandato ricevuto (come fece quel farabutto di Davide). Clero e fedeli infatti, nella loro fragilità, continueranno purea sbagliare; ma se rivendicheranno di essere, oltre che corpi, anche anime immortali capaci di fare miracoli; se cercheranno e predicheranno la Verità, come servi del mondo, e segno di comunione; se conforteranno i più deboli che combattono e non li ridurranno a sudditi; se infine staranno in prima linea, operando concretamente per la Vita e per l’Unità,  allora  apparterranno al Cristo e saranno ‘figli di Dio’.[7]

Ed ai figli di Dio fu detto: “Voi avete vinto il mondo”.

Vincenzo M.Romano 2003

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] Il comunismo è un chiaro esempio di come l’istituzione abbia sottratto ai singoli il compito di costruire, attraverso variegati comportamenti, quella sintesi che chiamiamo cultura. Di qui l’involuzione che ha prodotto appiattimento ed omologazione, e la morte del ‘profetismo’, cioè dell’indicazione di possibili futuri.

 

[2] Ricordo il Sinodo di Loreto e come, pur separati in gruppi, si fece un buon lavoro e si cercò di evidenziare il sentire del popolo di Dio  e comunicarlo ai convenuti. Ebbene, non solo le relazioni dei capi gruppi, ma finanche il testo ufficiale stampato dopo il sinodo ‘non conteneva una sola parola di quanto detto. Quel sinodo, che doveva esser della ‘Chiesa italiana’, era stato in pratica gestito  solo da non più di dieci persone.

 

[3] Per fare un esempio minimale, ma che può orientare il lettore, mi chiedo se non si debba rivedere la lista dei ‘peccati’ e cominciare a valutare il cristiano nel suo impegno per il mondo. Se non si debba sostituire al divieto di mangiar carne, quello di non uscire con l’automobile per puro diporto; o reintrodurre la decima sulle spese voluttuarie a favore dei poveri del mondo. Se, invece di fare concordati che riguardano la proprietà dei beni umani, non si debbano costituire canali privilegiati per permettere un’osmosi di ricchezza tra paesi ricchi e poveri. Se, invece di costruire chiese nuove, non si debbano usare gli economici palloni pressostatici e destinare le somme risparmiate a costruire un pozzo per irrigare zone incoltivabili dove intere  popolazione muoiono di fame. Potrei continuare a lungo dicendo cose più o meno fattibili; ma non contano le proposte, perché ciò che vale è l’orientamento da scegliere. Preferire il servire gli altri alla sopravvivenza e alla gloria mondana della istituzione.

 

[4] La solita lettura minimalista ha ridotto questo passo ad un avvertimento per qualche ‘passeggiatrice’ o qualche sporcaccione, e ad una paradossale  istigazione al suicidio (che direi molto laborioso). A me pare invece che esso profetizza proprio su di noi che offriamo agli affamati una rappresentazione di opulenza spendacciona; e individua in quei ‘piccoli’, non i soliti ‘bambini’ con cui ama narcisizzarsi la predicazione corrente, ma i diseredati del mondo ai quali si ama annunciare la carità cristiana, vestendo però abiti da milioni di lire. Questo testo evangelico non solo invita la Chiesa (Pietro) a non dare scandalo, ma gli intima di caricare sopra di sé una ‘pietra’ del Tempio della Verità  e, dopo essersela legata al collo per non perderla, a gettarsi nella marea delle genti. Lo invita a gettarsi dunque nel mondo che si va deteriorando con ‘una verità’ (pietra della fede) che costituisca un’isola di salvezza per i naviganti.

[5] Purtroppo oggi questa unità noi la sperimentiamo solo perché siamo formalmente organizzati in parrocchie, diocesi, patriarcati etc e sottoposti ad una disciplina sempre più piatta ed uniformante; concretamente versiamo nella più totale solitudine spirituale; e così i cristiani vanno  alla ricerca di un sant’uomo per legarsi a lui (vedi i figli spirituali di Padre Pio); altri si volgono ai ‘santoni’ di turno; ed un po’ tutti, come ultimo rifugio, cercano col cellulare  una voce amica.

 

[6] Più spesso dovremmo ricordare che quel Re Davide, tanto patinato nelle omelie, era un  incallito peccatore che ammazzò il marito della sua amante con cui aveva concepito un figlio adulterino; e che, finanche sul letto di morte, commissionò a suo figlio Salomone ben due omicidi. Tuttavia Gesù lo citava, e la Chiesa lo considera ‘santo’; e ciò si spiega considerando che con la sua personale sofferenza, e seminando senza molto raccogliere, egli seppe adempiere al mandato conferitogli da Dio: costruire cioè l’unità del suo popolo.

 

[7] Allora i laici non si lamenteranno più dei difetti dei preti, perché quelli parleranno dopo aver riconosciuto in sé quella fragilità che è di tutti. Lo insegna ogni giorno la liturgia eucaristica che inizia proprio con una confessione di colpa (specie omissiva).[7] Allora il peccato più grave, per un sacerdote, e per ogni chiamato a predicare la fede cristiana, consisterà nel non aver cercato indefessamente il cangiante Volto del Cristo per bene  predicare la sua Verità.  Allora, lo spero, ogni cristiano saprà spingere il clero a non più considerarsi un provveditore di riti, o peggio di burocratiche scartoffie.