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‘Otri nuovi per vino nuovo’ discorsi sulla teologia
Scheda n. 8. a Esegesi della Rivelazione [1]
Sommario: 1) Lo stallo nell’esegesi dei testi sacri; 2) Il ‘contesto’ nell’esegesi della Scrittura; 3) La polisemia della Scrittura; 4) La testimonianza di Agostino; 5) Personaggi tra storia e sagoma letteraria; 6) Lo Spirito; Appendice testi agostiniani
1 ) Lo stallo nell’esegesi dei testi sacri Credo sia ormai evidente la paralisi dell’esegesi biblica, derivante principalmente dallo spazio eccessivo concesso alle scienze ancillare, ed in particolar modo alla storiografia. Privilegiando una visione storicistica della Rivelazione, ai teologi si sono sostituiti gli storici, ed al ‘credo’ i ponderosi volumi di ricerche filologiche, linguistiche, storiografiche che quasi nessuno legge (al di fuori della cerchia dei nuovi ‘eletti’). E’ stato chiaro da sempre che chi non crede a Gesù, come reale incarnazione di Dio, perde il presupposto della fede cristiana e la rende una evanescente filosofia umana. Perciò quando la critica razionalista avanzò dubbi sulla storicità del Cristo uomo di duemila anni fa, la Chiesa naturalmente si difese, ma poi, quasi senza darsene conto, cedette alla tentazione di salire in pedana. Da allora ha accettato lo scontro sulla ‘storia’ e sulla ‘filologia’, dimenticando progressivamente che la Rivelazione riguarda verità divine e non cronistoria di eventi, anche quando essi sono un fatto storico, come nel caso di Gesù. Dopo cento anni di scontro, dopo aver sconfitto storici e filologi di opposizione, se la Chiesa fa un bilancio di tutta l’operazione, si accorge che deve riflettere attentamente su molti punti, alcuni dei quali ora brevemente esporrò.
A ) Certamente è stato vantaggioso recuperare nuovi dati storici e filologici in ordine alla Scrittura, ma è vero anche che essi, e non già la Verità rivelata, sono diventati il terreno preferito di ricerca. Come dire che si è badato al castone e non alla perla preziosa. L’effetto che ne è scaturito non è certo esaltante: nella prassi, salvo alcune ridottissime aree, si è ormai perduto di vista il significato sacro dei testi biblici, sicché vanno di moda ‘le storie’, degradate spesso a storielle, per le quali si può usare finanche il linguaggio del fumetto. L’universo accademico ha prodotto ponderosi e complessi studi, da considerare con ogni rispetto, ma non ha aggiunto un solo rigo di approfondimento esegetico, sicché bisogna ricorrere ancora ai primi Padri della Chiesa, per comprendere ed esporre il contenuto teologico dei testi sacri. Al tempo stesso, non l’afflato spirituale, ma il blasone tutto mondano della cd. ‘scienza’, identifica, legittima e nobilita il teologo; anzi, di fatto, una lobby si è ‘seduta sulle cattedre di Mosè’ e guarda con sorriso di sufficienza chi cerca il significato spirituale del testo, l’unico per il quale vale la pena di studiare e meditare. E tutto ciò viene sommariamente motivato (riflettendo i Vangeli sull’Antico Testamento) con un argomento certamente valido, ma non escludente: la intangibilità della dimensione storica di Gesù.
A me pare che storicità di Gesù e mistero della Incarnazione sono un binomio inscindibile, garantito dalla tradizione viva della Chiesa; e che, se tutto può servire a confortare questa fede, è vero anche che nessuna scoperta scientifica potrà mai sostituirsi alla adesione intima alla Rivelazione scritta, cioè ad una esperienza viva di incontro col Dio rivelato. Nella ‘professione di fede’, che ripetiamo ogni domenica, la ‘storia’ di Gesù viene proposta come oggetto di una fiducia e non di un giudizio scientifico.[2] Quella stessa Chiesa, che attraverso la continuità della sua Tradizione, si pone come storico testimone della verità dei fatti narrati nel Vangelo, propone di credere al loro significato teologico; di considerare cioè quei fatti non come mera cronaca, ma come segno reale, cioè sacramento, dell’evento più ampio che investe Dio stesso; esso consiste nel suo farsi particola di quel ‘tutto che egli è’, per tornare poi ad essere ‘il tutto’ nell’eucaristico Corpo di Cristo. Individuabilità storica di Gesù, frazionabilità della Eucarestia, ed infine comunione del Cristo, sono un unico ed indissolubile mistero.
Alcuni temono la metafora perché la considerano un argomento contro la storicità (specie del Cristo). Preciso allora che il significato metaforico di un racconto non implica che esso sia inesistente in termini fattuali.[3] E’ vero un’altra cosa, e cioè che proprio l’uso metaforico dei fatti ha prodotto le tante discrasie, a volte veramente laceranti, esistenti nei Vangeli. Discrasie sulle quali si è soliti stendere un velo di silenzio che nasconde anche l’incapacità a risolverle, ed una autopreclusione a superarle.[4] Io dunque credo che ‘il Cristo’ si è fatto uomo (Gesù), ed è così entrato a far parte della creaturalità della nostra umanità; che in ciò ha sofferto la sua radicale umiliazione; non tanto la passione e la croce, ma l’essere diventato una frazione del molteplice, egli che è l’Uno. Tutto ciò lo si comprende proprio attraverso la storicità del suo esistere e del suo morire, sicchè essa è il rivestimento del fatto divino inconoscibile; è l’unico mezzo attraverso il quale l’uomo può comprendere un evento, di per sé incomprensibile, che interessa direttamente Dio. Credere alla storicità della esistenza di Gesù, non è tanto credere che essa c’è stata, ma che Dio veramente è entrato nel mondo, e ne ha assunto le proprietà (temporalità, spazialità, finitudine, creaturalità); in una parola credere nella sua incarnazione. La fede, come da sempre si è insegnato, è virtù teologale, e non un surrogato di prove storiche.
B ) Un secondo punto da meditare attiene alla relazione fra proposta di fede (predicazione e teologia) e adesione dell’ascoltatore. L’aver posto in primo piano le cd. scienze ancillae, (in continuo divenire come tutte le scienze), e l’aver reso di fatto precettiva la teologia dominante, produce un effetto singolare. L’esperienza mi insegna che, almeno ogni decennio, coloro che provvisoriamente fungono da ‘teologi accreditati’, celebrano il funerale delle precedenti tesi teologiche, ed allora, con molta semplicità, a chi cerca chiarezze sul piano spirituale vien chiesto di cambiare il suo credo. (a proposito, che fine ha fatto il ‘discese agli inferi’?) Così proprio la teologia, ammantata di ‘razionalità’ (e quindi di ‘immodificabilità’), disorienta l’ascoltatore. Egli (sia pure a torto) avverte che, insieme a quella teologia, viene revocata in dubbio anche l’immutabile Parola di Dio, di cui quella stessa teologia aveva vantato di essere specchio fedele ed insostituibile. Quali le conseguenze? Molti preferiscono ancorarsi a quel poco di sicuro appreso nella infanzia, assumono un atteggiamento passivo, e diffidano della ‘ricerca della Verità’; inoltre, paradossalmente sono proprio questi ‘bisognosi delusi’ ad opporsi alla ricerca del senso spirituale dei testi ed a rifiutare la compresenza in essi di molte letture. Accade che, proprio chi desidera una diverso annuncio dell’unica Verità, sempre antica e sempre nuova, nega di poter liberamente accedere alla Scrittura per scoprirne nuove luci, e diventa supporter della demonizzazione delle altre, o dei funerali celebrati per le tesi sorpassate.[5] Ma lo Spirito indefettibilmente continua a proporre un novum; ed allora, poiché le parole volano, e il cambiamento potrebbe creare scompiglio, sono stati introdotti per i ‘rudes’ i monolitici ‘catechismi’ ufficiali che fungono da binario morto su cui il cristiano può tranquillamente parcheggiarsi esimendosi dal ‘cercare’.[6] Ciò ha permesso ai teologi di rimanere da soli in pedana, a recitare la loro domestica liturgia di esaltazione o seppellimento; ai ‘rudes’ di vivere in parcheggio; mentre quelli della fascia intermedia, (una grande fetta della società) diventano diffidenti verso la Chiesa, e si rifugiano in un mondo intellettuale-religioso tutto personale.
C ) L’esaltazione della impostazione storicistica ha prodotto un altro effetto: la deformazione dell’immagine della Ispirazione. Inserita in una dimensione storica, essa è precipitata nel passato come un quid di eccezionale che riguardò solo gli agiografi che composero la Bibbia. Nemmeno a parlarne di una ispirazione del lettore, che pure è un ‘figlio di Dio’ inabitato dallo Spirito. E così, data per scontata l’ispirazione dell’agiografo, il tema viene messo da parte quanto ai profili attuali, e ci si attarda ad esempio sulla ‘coscienza’ storica degli evangelisti, sulla loro collocazione culturale (sitz im leben), cioè su argomenti dignitosamente ‘scientifici’. Si sente sicuro infatti chi tratta la materia inerte del passato; ed ha paura invece chi deve confrontarsi col presente, perchè ha la brutta abitudine di smentire subito le tesi erronee.
D ) La deriva storicistica ha infine ipostatizzata la compitazione corrente della Bibbia, dimenticando che è ispirata non è la compitazione in uso nella proclamazione pubblica, ma il testo materiale, cioè la sequenza ordinata dei segni grafici che la compongono. Il grande Origene considerava ispirata ogni singola lettera, e il Vangelo afferma, per parte sua, di non tollerare la caduta neppure di uno ‘iota’ o di un ‘apice’. E qui giova soffermarsi per riflettere specificamente su alcuni punti: a ) Il primo punto riguarda proprio la compitazione corrente. Quanto alla compitazione, la scuola biblica sembra aver elevato a dogma una secolare prassi secondo la quale: testo della Bibbia deve considerarsi solo quello compitato in modo da consentirne la lettura corrente. Una prassi così universalmente accettata da far sospettare che, a far tempo dalla sua scritturazione, solo pochi hanno ‘letto’ il Libro, mentre i molti si sono limitati a recepire una lettura già data, ed in particolare quella corrente. Ma, per intenderci, se pure la Chiesa nella liturgia proclama un testo compitato in un certo modo, ciò non significa che lo ha ‘definito’. L’esegeta può quindi ricavarsene uno diverso, che esprima un diverso significato, e può lecitamente predicarlo ‘a lode della multiforme sapienza di Dio’, a patto di non affermarne l’esclusività, e che esso non contrasti con la fede della Chiesa.[7] Aggiungo che molte strane affermazioni dei Padri diventano appropriate e chiare non appena, dal testo sacro al quale essi fanno riferimento, si fa emergere mediante una certa compitazione, un diverso messaggio teologico. Chi però nell’assemblea liturgica ascolta un testo biblico, o lo legge in una Bibbia in commercio, non si rende conto che si sta accostando ad una traduzione, e che essa dipende dall’estensore, e a volte in maniera determinante, come nel caso della. ‘Bibbia in linguaggio corrente’. Egli mediamente ignora (perché nessuno lo va ripetendo) che, trattandosi di una traduzione (in latino o italiano), essa non può assumersi come base certa per una autentica meditazione. Inoltre, nessuno chiarisce: -che il testo biblico autenticato dagli Evangelisti, dai Padri e da una millenaria prassi liturgica, non è quello masoretico (in ebraico) che purtroppo è arrivato finanche sugli amboni della Chiesa; -che il testo riconosciuto come ispirato, da chi aveva il diritto di farlo, è quello ‘greco’ che vien detto ‘dei 70’ (LXX); -che il testo greco, a differenza di quello ebraico, è riccamente polisemico e può dare luogo a infinite letture. Allo stato, imperando le traduzioni, le parole e le frasi ascoltate si incidono nella loro fissità letteraria nella mente dell’ascoltatore, come se esse proprio fossero ‘Parola dettata da Dio’, e sembra allora del tutto corretto coglierne il significato nella parlata corrente.[8]
b) Il secondo punto riguarda il ‘come’ leggere la Scrittura, cioè come coagulare le parole all’interno del testo materiale originale; come cioè sezionare in termini significativi la sequenza delle singole lettere, e collocare i segni di interpunzione. In pratica nei codici antichi non c’era divisione fra parole, e non esistevano segni diacritici. Proprio su questi codici meditavano i Padri, e i lettori proclamavano la Parola di Dio, formando un testo significativo proprio attraverso il loro ‘leggere’ (cioè ‘legando’ insieme le singole lettere della sequenza). Poiché nemmeno nelle Facoltà Teologiche viene chiarito questo fondamentale passaggio, non solo il Popolo di Dio, ma finanche il clero, non sono consci della enorme vastità di una autentica meditazione della Parola di Dio. Al popolo ed al clero viene infatti comunicato direttamente un significato predeterminato da un traduttore, mentre resta emarginato ciò che Dio ha dettato, e che prende forma a misura del lettore e dell’ascoltatore.
Un apologo prova a chiarire l’attuale situazione degli studi esegetici, inchiodati alla formulazione corrente della Bibbia:
Circa un secolo fa, giunse a Napoli un autorevole e dotto personaggio mittel europeo il quale voleva salire più in alto possibile, per godere il panorama e respirare aria buona. Cercando una strada più agevole, si imbattè in una stele di marmo posta davanti ad un edificio architettonicamente pretenzioso, ma in uno stato di grande incuria. Era sera tardi e l’edificio era chiuso; ed egli, da uomo di cultura, fu attratto dalla scritta che un lapicida aveva scolpito su quel cippo. Era incassata in uno spazio ridotto, con un minimo intervallo fra una parola e l’altra. Grande fu la sua sorpresa quando vi lesse: “Qui, fu Nicola Re di Napoli”. La sua scienza (che era molta) gli suggerì immediatamente che a Napoli non aveva mai regnato un ‘Nicola’, ma di fronte alla vetusta testimonianza, si vide costretto ad argomentare una soluzione. Forse, pensò, il nome ‘Nicola’ alludeva ad un re vittorioso (Nike= vittoria) o ad un personaggio che si era guadagnato dal popolo quell’appellativo. Così, pur continuandosi a porre il problema della individuazione storica del personaggio, concluse di trovarsi comunque davanti ad una indubbia testimonianza di un antico personaggio della città. Ritornato in patria, la passione per la storia e la filologia lo guidò a trovare validi argomenti per giustificare la scritta. Era un uomo autorevole, le sue parole facevano testo, sicché da allora in poi, per coloro che lessero le sue opere e le insegnarono, quel ceppo divenne il simulacro di un ’non so chi’ che molti continuarono a cercare non nei meandri della storia partenopea, ma dei libri scritti su Napoli. Un giorno si recò sul posto uno studioso dilettante (e perciò più umile) che conosceva la ormai pacifica qualità dell’opera; rilesse la scritta e, per uno strano presentimento, chiese ad un passante che cosa fosse. Era una donnetta, e la sua voce somigliava a quella della capretta di Qumran. E quella gli rispose: Signore, ma voi sapete leggere meglio di me. Lo vedete,sta scritto: Qui, Funicolare di Napoli”. Da quel giorno, lo studioso dilettante, per avere ingenuamente comunicato la sua sconcertante scoperta, fu sbeffeggiato dai sapienti. Tuttavia, a differenza di loro, salì senza sforzo alcuno sulla collina del Vomero, vide la bella città, il cielo e il mare, e potè bere un sorso d’aria più vicino a Dio. Morale dell’apologo: per voler continuare a leggere, per partito preso, la Parola di Dio come “Qui fu Nicola re di Napoli”, oggi nessuno agevolmente (in funicolare) ascende al mistico monte.
In conclusione, un esame di coscienza forse non guasterebbe. A me pare che bisogna pur prendere atto che, proprio perché la multiforme sapienza della Scrittura è inchiodata nel senso corrente, la teologia si è volta alle idee astratte, sicché la Rivelazione viene per lo più richiamata come mera ‘citazione’, semmai da mettere in parentesi o in nota. Di fatto, chi cerca la sua verità (ad es.) nei Vangeli (come un qualcosa che Dio gli rivela), e li legge così come gli vengono presentati, soffre di una grave delusione. Scopre infatti che alcune verità del suo credo non si ritrovano nei libri sacri. Per fare un esempio, pur meditando i testi con attenzione, troverà solo passi erratici, che alludono alla Chiesa, ma non che Gesù l’abbia istituita; e gli diventa verisimile l’ipotesi di chi la fa risalire all’apostolo Paolo. Avendo personalmente sofferto questo disagio, ho sentito il bisogno di chiarire la mia fede, confortandola con la Scrittura, e sono stato quasi costretto a ricompitarla (cioè a ‘leggerla’), per ricavarne un senso soddisfacente e coincidente con la fede tradizionale. Questo lavoro è in itinere e non diventerà mai un saggio; ma, chi crede nel cercare, sa bene che quest’ultimo verbo è, nella fede cristiana, un transitivo senza complemento oggetto; un po’ come l’amare. Gratuitamente vi sto proponendo perciò quanto gratuitamente ho ricevuto; è un campo che l’Altro mi donò, perchè il povero vi potesse spigolare, e un ricco acquistarlo per scoprirvi il tesoro lì eventualmente nascosto, e cioè il Cristo. Ricordo sempre a me stesso le parole di Agostino: “Noi scriviamo mentre siamo in cammino; impariamo qualcosa di nuovo ogni giorno. Dettiamo e nel contempo esploriamo; parliamo, ma ancora stiamo bussando, perché ci venga concesso di comprendere”.
2 ) ‘Contesto’ ed esegesi della Scrittura Un altro punto merita qualche annotazione: il cd. ‘Contesto’. Trattasi di uno dei criteri interpretativi diventato sempre più dominante nella teologia biblica e dogmatica. In forza di esso, un passo della Scrittura o del Dogma va inteso in riferimento al tempo ed alla situazione culturale nei quali fu composto. Così almeno correntemente si dice. In pratica la Bibbia viene letta così in termini ‘diacronici’, ed in due sensi: come una vera e propria narrazione di fatti che si svolgono nel tempo; e come una qualsiasi opera umana che naturalmente è strettamente connessa al momento culturale nel quale si formò. Di qui l’affannarsi degli studiosi a collocare in un certo momento storico sia i libri, che i singoli passi in essi contenuti. Con grande soddisfazione ho constatato alcune cose: - che il grande Agostino, quasi a farsi beffe di questo criterio, preferisce citare i Salmi che sfuggono ad ogni inquadramento storiografico; - che i Padri preferirono in generale richiamarsi a cortissimi stichi i quali, proprio per la loro brevità, sfuggono a tale prigionia; - che dopo più di cento anni il grande sforzo della cd. scuola della ‘redazione’ ha sollevato certo un gran polverone, ma ha raccolto solamente i mugugni di chi è stato costretto a studiarne le opere. Di frutti esegetici nemmeno a parlarne. Anche il dogma, che pure costituisce un evento storico, è per sua natura allergico a questa metodologia. Non si riflette adeguatamente al fatto che esso nasce come ‘Parola di Dio’, e non come filosofia umana; pertanto lo sforzo dei primi Padri conciliari fu proprio quello di affrancarsi dalla cultura del tempo, ed offrire un testo che avesse le stesse caratteristiche di quelli biblici. Né potevano fare altrimenti, sapendo di non poter sostituire la loro parola a quella di Dio.[9]
Proviamo ancora a riflettere sull’assioma del ‘contesto’ che è indiscutibile per le opere laiche, ma non ha senso nella meditazione della Parola di Dio. Esso altro non è che una ipotesi di lettura storiografica, e appartiene a quell’universo di discorso che ‘scientificamente’ si edifica e ‘scientificamente’ si demolisce continuamente.[10] Ma poiché il vantaggio letterario che deriva dall’inquadrare un passo laico all’interno di un ‘contesto’ è molto grande, questo criterio finisce con l’influenzare anche il teologo. Il contesto in quanto passato è infatti immediatamente ‘credibile’, perché oleografico e già bello e pronto, come lo sono quelle ‘grammatiche greche’ che pure, e lo si sa bene, costituiscono una deformata immagine di una ridotta frazione di quella millenaria ed ecumenica lingua.
A mio giudizio il vero contesto in cui deve muoversi la ricerca teologica è costituito innanzi tutto dallo stesso ‘testo sacro’, sia biblico che dogmatico. Esso è l’unico dato che è rifluito immodificato nei secoli; l’unico punto sul quale la riflessione dell’oggi si può saldare con quella degli antichi. E qui bisogna riflettere ad un fatto raramente esposto al lettore. Quando mi riferisco al ‘testo sacro’ voglio indicare la Bibbia greca (LXX) nella sua unitarietà; essa sola è ‘Un libro’, a fronte della molteplicità dei testi che la precedettero o la seguirono, e che in essa trovarono collocazione. Questi ultimi sono i ‘ta biblia’ da cui nasce la scorretta traduzione italiana ‘la Bibbia’ che volge un neutro plurale in un femminile singolare. Solo la Bibbia masoretica (quella giudaica del 100 dopo Cristo) può vantare di essere ‘un libro’; ma (con buona pace dei suoi sostenitori) fu redatta ‘contro’ il cristianesimo nascente. Se ne accorse finanche Gerolamo, tentato di privilegiare la filologia laica alla teologia. In conclusione il contesto in cui va inserito ogni singolo passo è l’insieme della Bibbia greca che la Chiesa ha autenticato, e mette ancora nelle mani del battezzato come Parola di Dio unitaria e complessiva.
Parallelamente possiamo aggiungere che il ‘contesto’ è costituito poi dalla specialità dell’ascoltatore; verso quest’ultimo deve orientarsi la ricerca e la predicazione (prodesse di Agostino), perché il teologo possa dire con Paolo di essere greco con i greci e giudeo con i giudei. La specialità di chi ascolta è il vero sitz im leben, cioè la situazione vitale in cui il testo sacro assume significato. Allora la storiografia deve cedere il passo alla totale attualità. Inteso in questa maniera, il contesto (unico per il teologo e per il Magistero), consente a quest’ultimo di valutare l’ortodossia della fede esposta in una costruzione teologica. Ma se ciò è vero, può dirsi corretto un controllo esercitato in dipendenza di una ricostruzione storica? E conseguentemente, per stare ai nostri tempi, è corretto condannare le eresie ‘documentate per iscritto’, e passar sopra tanta eresia fluttuante oggi nella Chiesa?[11] In sintesi dirò che, per ‘Contesto Teologico’ io intendo il collocarsi del teologo, fra Dio, il Testo, e il Prossimo, riconoscendo ai dati storici (variamente coordinati) una funzione del tutto marginale (ancillare, come si usava dire); lo considero il luogo (personale) in cui si formula una sintesi che forma l’oggetto della predicazione. Sta scritto: “Predica ciò che credi” (ordinazione diaconale).[12] Per dirla ancora con parole diverse, io suggerisco una teologia Etologica che guarda con neutralità al ‘Testo’ (biblico e dogmatico) per come esso si presenta nella sua struttura di cifre grafiche, e lo compara ad altri ‘Testi’ per dedurne un’esposizione concettuale. Suggerisco quindi una teologia ‘Spirituale’ che considera i testi come autosufficiente ‘Parola di Dio’, e non come documento storico. Che se mi si opponesse la estrema soggettività di questo procedimento, risponderei: a) che altrettanto soggettiva è la ricostruzione dello storico visto che la storiografia non è neppure una cd. scienza esatta; b) che il teologo è un figlio di Dio, ispirato dallo Spirito; c) che a garanzia di tutto esiste quel Magistero di Verità che risulterebbe del tutto inutile se veramente la teologia fosse una scienza esatta. Non ci può essere magistero sulla matematica.
3 ) La polisemia della Scrittura Le considerazioni che precedono consentono di fare il punto su un altro problema che, in vario modo, si cerca di tenere al margine della predicazione. Mi riferisco al cd. Senso Spirituale dei testi sacri. Sta di fatto che le pubblicazioni in tal senso di molti volenterosi vengono considerate in pratica come sottoprodotti rispetto a quelle ‘scientifiche’ dei teologi biblici. Anche qui l’ansia di dimostrare la storicità di Gesù con categorie ‘scientifiche’, e la paura di letture eretiche dei testi, hanno giocato un brutto scherzo. Dimenticando le molte discrasie e le inspiegabili lacune dei testi evangelici (per citare loci più noti), invece di scavare per mettere alla luce il ‘tesoro nascosto’, molti si fermano alla superficie, e credono di potersi rifugiare dietro la tranquillizzante espressione: ‘sta scritto’. Leggere infatti il testo sacro nella compitazione corrente, trarne il significato primo primo, considerare le narrazioni come cronache, tutto ciò fa sentire sicuro il lettore; anzi lo colloca in una specie di torre (della obiettività), dalla quale si può respingere vittoriosamente l’assalto di audaci significati teologici, che altri assumono presenti in quel testo. Proprio da questo intreccio di momenti letterari e psicologici deriva quel giudizio negativo, seppure sotterraneo, che circola nella prassi ecclesiale, in ordine alle interpretazioni ‘spirituali’, finanche quelle suggerite dalla prima patristica. Esse (neppure insegnate nelle facoltà teologiche) sono considerate, in buona sostanza, come una specie di ‘fantasia’ di quei santuomini che, se non può essere rifiutata per il rispetto dovuto ai Padri, deve comunque cedere il passo alle tesi dei filologi e degli storici le quali, per variabili che siano, sono però rivestite del regale manto della ‘scienza’. Ma, chi crede nella Parola di Dio e nella Ispirazione che Dio concede a chiunque si accosta con fiducia alla sua Rivelazione, non va in cerca di sicurezze umane e tanto meno pretende di mettere la museruola allo Spirito. Egli sa di poter godere della diretta ispirazione di suo ‘Padre’ che gli consente di scoprire il tesoro; ma al tempo stesso sa di non essere ‘inerrante’ e di poter restare vittima di un abbaglio, considerando oro ciò che solamente luccica. Verifica allora le sue letture sulla fede della Chiesa che è la vera pietra di paragone, e non sulle ‘scienze umane’; e si sottomette a quel Magistero di verità che non avrebbe senso, se i testi fossero solamente un racconto di cronaca. Non c’è spazio ad un Magistero di Verità, né sulla storia, né sulla filologia.
4 ) La testimonianza di Agostino Sulla parola del grande Agostino, che a questo tema non ha dedicato affermazioni erratiche ma una sistematica riflessione, si può affermare: -che la Scrittura è polisemica e portatrice di un contenuto teologico che va scavato nel ‘campo’ ; -che se il testo non si spacca, come il ‘seme’ della parabola, non da frutto.[13] Ricorderò allora quanto affermò questo grande Padre della Chiesa perché il lettore scelga liberamente da quale parte stare. [14] Riporterò qui solo alcuni passi che ho tratto dal grande corpus agostiniano in ordine alla misteriosità ed alla ‘polisemia’ dei testi sacri. Gli altri sono disponibili in appendice
"Ho creduto nei tuoi libri, ma il loro linguaggio è misterioso assai" (Conf.12,10) "Straordinaria è la profondità della tua parola che pure, ecco, si presenta alla superficie tale da attirare i pargoli. Straordinaria ne è la profondità o Dio, straordinaria."(C.12,14)
"Ascoltate e considerate tutte queste interpretazioni (scil: su 'cielo\terra'),..una volta che io, o mio Dio,....con tutto l'ardore riconosco (i due precetti dell'amore), che fa a me, se a quelle parole si possono dare diverse interpretazioni, purché vere? Che fa a me, se interpreto diversamente da un altro l'intenzione di chi le scrisse?... Finché uno tenta di penetrare nella Scrittura il concetto voluto significare dallo scrittore, che male c'è se ne ricava una interpretazione che Tu, o luce di tutte.. le intelligenze veritiere, mostri essere conforme a Verità, anche se non corrisponde al pensiero dello scrittore, dato che anch'egli ebbe in mente la verità, sia pure una verità diversa?" (C.12,18)
"Ma quando uno (presuntuosamente) mi dice: Il suo pensiero non fu quello che dici tu, ma quello che dico io, pur ammettendo che entrambi diciamo il vero.. o Dio fammi allora mite perchè io non perda la pazienza.. contro questi superbi." "La tua verità non appartiene a me, a questo o a quest'altro, ma appartiene a tutti noi che chiami pubblicamente a parteciparne... Chiunque fa proprio ciò che Tu metti a disposizione di tutti... passa dalla verità alla menzogna. Se Mosè in persona dicesse: il mio pensiero fu questo, vi crederemmo, ma non per questo lo discerneremmo (..noi possiamo discernere solo la verità immutabile che contiene tutte le verità e non il pensiero del prossimo.” (De vera relig. 30,56) "E' stolto in tanta abbondanza di interpretazione che si possono ricavare da quelle parole, e che sono tutte vere, affermare che 'quella' corrisponde al pensiero di Mosè. Così si viola la carità"." (12,25)
"Come una sorgente che origina più ruscelli, così dal piccolo racconto scaturiscono torrenti di limpida verità. Così ciascuno, attraverso più lunghi giri di parole, deriva questa o quella conclusione vera.... Alcuni seguono la consuetudine delle immagini carnali... e mentre trovano sostegno alla loro debolezza in questa maniera di esprimersi terra terra, come feti in seno alla madre, viene in loro aiuto l'edificio della fede in base al quale credono......Ma se qualcuno considerando veramente vili le parole della scrittura volesse spaziare fuori della culla, cadrà miseramente come l'uccellino implume. Ad aiutarli e riporli nel nido, manda o Signore l'angelo tuo. " (12,27)
Trarre delle conclusioni, su testi (vedi anche quelli in appendice) che con tanta chiarezza esprimono il pensiero di Agostino, mi sembra inutile. Ricorderò solamente al lettore che il problema che ho posto non è di poco conto; la lettura fattualistica dei Vangeli ha infatti creato difficoltà tali da generare finanche degli scismi.[15] [16] Ma lo scisma più pericoloso, e sotterraneo perché mai formulato, si realizza all’interno della coscienza del cristiano. In pratica potremmo dire che il credente si costruisce una fede fondata sulla estraneità; con ciò voglio segnalare che egli è portato a considerare l’evento Cristo come un fatto che, seppure incide sulla sua vita, resta comunque per lui un dato ‘terzo’, come è ‘terza’ ogni storia, specie quando è passata. Ben diversa è la teologia paolina, tutta attuale e coinvolgente; in essa, allo storico Gesù della carne (per altro tutto recuperato), si sostituisce il Cristo transtorico, che inabita il fedele con il suo ‘io’, e permea di sé quella materia che geme e aspetta di essere santificata.
5 ) Personaggi tra ‘storia’ e ‘sagoma letteraria’ Se la Scrittura viene considerata ricca di molti significati (la polisemia di Agostino), l’esegeta che ne cerca il senso teologico, oltre quello storico legato alla compitazione corrente, si ritrova immerso in un mondo di simboli e metafore; egli dovrà allora continuamente chiedersi se la scansione delle parole non debba essere ogni volta del tutto diversa, a misura della Verità che gli viene proponendo la Parola di Dio, che in sé è assoluta, ma per il lettore è cangiante. Questa plurima valenza del testo sacro, e questo discorso in traslato, spaventano il ‘dottore della legge’ che fonda il suo orgoglio sulla sapienza umana (storica e filologica); egli avverte infatti di non poter più dominare e possedere il testo, ma di essere da lui catturato, quando e come esso vuole. Ma se quel testo (e ciò non va dimenticato) è Dio stesso che parla, il teologo, per obbedienza alla divinità del suo Dire, dovrà mettere al margine la consistenza storica e quindi mondana dei personaggi descritti, ed assumerli come pure ‘sagome’ letterarie. Non cercherà quindi di definirli per via di documentazione storica, bensì attraverso i dati forniti dall’agiografo, per consentire ad essi di esprimere il messaggio di cui sono portatori. Né potrà arricchirli o semplificarli, mediante artati tagli, o elementi pescati a suo libito nella Scrittura, o peggio nella storia, ma li osserverà così come sono esposti dal testo. Per intenderci, l’incestuoso matrimonio di Abramo con Sara sua sorella, o la orrenda scena del sacrificio di Isacco, sono racconti che non aspettano certo di essere edulcorati dal teologo-storico, ma che un teologo-profeta manifesti il meraviglioso messaggio, di ecclesialità e di animicità, di cui sono portatori.
Un altro argomento da riflettere riguarda l’utilizzazione storiografica dei dati riguardanti un personaggio biblico. Dall’aver fatto dipendere il senso divino della Bibbia dalla lettura corrente di tipo ‘fattualistico’, è derivato un secondo effetto: descrivere il personaggio (ad es.Gesù), allo stesso modo di altri grandi del passato. In chiaro contrasto con l’indirizzo degli evangelisti (che con tutta evidenza non vollero descrivere l’umanità del Maestro), sono fiorite così delle ‘Vite di Gesù’ nelle quali ogni scrittore lo ha rivestito di panni di comodo. Abbiamo una galleria di svariati ‘Gesù’: a volte uomo dalle ‘massime eterne’, a volte ‘rivoluzionario’, a volte ‘iniziato’ o ‘sociologo’ e così via. Ciò posto, dopo tanti insuccessi, credo sia oggi chiaro che, usando il NT come fonte, non è possibile scrivere una coerente ‘Vita di Gesù’, cioè una ‘storia’ in senso stretto; e la stessa cosa deve dirsi anche quanto a personaggi che pure svolgono un ruolo di comprimari nella narrazione. Viene allora da chiedersi: se Dio ha voluto comprimere al massimo la storicità della vicenda di Gesù, ancor più limitata deve considerarsi quella dei personaggi dell’Antico Testamento, sui quali invece si discute quasi fossero attuali. Essi vanno meditati alla luce della funzione teologica che, proprio dai testi sacri, viene loro attribuita. Così il teologo, salva la storicità di questi irraggiungibili personaggi (compito questo affidato agli storici), li considererà sagome letterarie, metafore di una più grande ed attuale verità. E’ noto che, per narrare in un film la vita di una persona e l’evoluzione dei suoi stati d’animo, non si ricorre ad un solo attore o ad una sola espressione del suo viso. La sua infanzia sarà recitata da un bambino, e la sua maturità da un adulto; inoltre, attraverso strumenti vari, si metteranno in evidenza i suoi stati d’animo. Ebbene, possiamo affermare che i racconti biblici sono stati scritti con identico stile. Così, ad esempio, senza usare mielate parole, si può recepire come profezia sulla Chiesa l’atteggiamento ‘negativo’ di Gesù verso Maria, che, in punto di fatto, è veramente scandaloso; e con evidenza Maria, la madre, diventerà categoria noetica della teologia ecclesiologica e rivelerà al singolo credente l’ottimismo della fede.[17] Ancora, in questa prospettiva la sagoma di Simone potrà profetizzare la dimensione umana del Papato, mentre quella di Pietro, il ministero spirituale.[18] Intuibile è a questo punto il maggior interesse di quel lettore che, meditando sagome letterarie (perciò tramandate dalla lettura corrente), riesce ad interpretare le vicende ecclesiastiche attuali. Per lui, ogni narrazione assumerà il carattere di interpello sul come gestire le sacre funzioni.
6) Lo Spirito A soffrire infine degli effetti di una lettura storicistica della Bibbia, è anche la teologia dello Spirito, praticamente assente nella predicazione ecclesiastica. Eppure se la meditazione (ad esempio) del Vangelo fosse centrata sull’anima di Gesù, e non sulla sua mera dimensione esistenziale, si scoprirebbe un significato del tutto nuovo e grandemente consolante. Si noterebbe infatti che, oltre al vangelo storico del Gesù corporeo, c’è anche un vangelo transtorico di Gesù anima, che sfocia nel Vangelo di Gesù Spirito; e che questo unico Vangelo del Cristo totale’ espone l’unico Cristo. Il Vero Vangelo è dunque pentecostale, ad un tempo storico e transtorico; universale storia della Vita, e profezia su ogni umana singolarità. In ciò consiste la autentica attualizzazione della Parola di Dio.[19] Lo Spirito va dunque recuperato all’interno della Scrittura, non solo quale oggetto del discorso, ma come metodo ed esperienza di lettura e comprensione di quei passi, a volta veramente scandalosi.
Appendice di Testi di A. Agostino:
"Ho creduto nei tuoi libri, ma il loro linguaggio è misterioso assai" (Conf.12,10) "Straordinaria è la profondità della tua parola che pure, ecco, si presenta alla superficie tale da attirare i pargoli. Straordinaria ne è la profondità o Dio, straordinaria."(12,14)
"Ascoltate e considerate tutte queste interpretazioni (scil: su 'cielo\terra')...una volta che io, o mio Dio....con tutto l'ardore riconosco (i due precetti dell'amore) che fa a me, se a quelle parole si possono dare diverse interpretazioni, purché vere? Che fa a me, se interpreto diversamente da un altro l'intenzione di chi le scrisse?... Finché uno tenta di penetrare nella Scrittura il concetto voluto significare dallo scrittore, che male c'è se ne ricava una interpretazione che Tu, o luce di tutte le intelligenze veritiere, mostri essere conforme a verità, anche se non corrisponde al pensiero dello scrittore, dato che anch'egli ebbe in mente la verità, sia pure una verità diversa?" (12,18)
"Quando leggiamo i libri divini, in tanta moltitudine di interpretazioni vere che si ricavano da poche parole e sono confortate dalla sana fede cattolica, si scelga a preferenza quella che appare con certezza corrispondere all'intenzione dello scrittore; se questo non è possibile, quell'altra che non urta contro le circostanze della Scrittura e si accorda con la sana fede. se no... quella sola che prescrive la sana fede." (de Gen. ad litt. I 21, 41)
"E invero, altra è la questione che si fa intorno al modo della creazione, dove cioè stia la verità, altra intorno a quello che Mosè... volle che il lettore e l'ascoltatore intendesse dalle sue parole" (12,23)
"..Tante le verità che si presentano agli indagatori in quelle parole, secondo che sono interpretate in un senso o in un altro. Si può dire: 'questo fu il pensiero di Mosè, questo volle far comprendere in questa narrazione' con la stessa sicurezza con cui si può affermare che quel pensiero risponde a verità, sia o non sia stato quello di Mosè?.... Io non discerno nella sua mente...Io vedo che ognuna delle interpretazioni anzidette può essere vera...io non dubito che qualunque sia stato (il suo pensiero), quando scrisse quelle parole, egli vide il vero e lo annunziò come si conveniva." (12,24)
"Ma quando uno (presuntuosamente) mi dice : il suo pensiero non fu quello che dici tu, ma quello che dico io, pur ammettendo che entrambi diciamo il vero.. o Dio fammi allora mite perchè io non perda la pazienza.. contro questi superbi." "La tua verità non appartiene a me, a questo o a quest'altro, ma appartiene a tutti noi che chiami pubblicamente a parteciparne... Chiunque fa proprio ciò che Tu metti a disposizione di tutti... passa dalla verità alla menzogna. Se Mosè in persona dicesse: il mio pensiero fu questo, vi crederemmo, ma non per questo lo discerneremmo (..noi possiamo discernere solo la verità immutabile che contiene tutte le verità e non il pensiero del prossimo.” (De vera relig. 30,56) "E' stolto in tanta abbondanza di interpretazione che si possono ricavare da quelle parole, e che sono tutte vere, affermare che 'quella' corrisponde al pensiero di Mosè. Così si viola la carità"." (12,25)
"Se (tu o Dio) mi avessi ordinato di scrivere il libro della Genesi avrei voluto che mi fosse concessa la capacità di esprimermi e di comporre il mio discorso in modo che: - per una parte non rinunziassero alla mia lettura, perchè superiore alle loro forze, coloro che non sono ancora in grado di comprendere ..; -per l'altra, coloro che sono giunti ad una conclusione interpretativa, la trovassero compresa nelle poche parole da me scritte; e così facesse anche chiunque ne scoprisse un'altra alla luce della Verità"-(12,26)
"Come una sorgente che origina più ruscelli, così dal piccolo racconto scaturiscono torrenti di limpida verità. Così ciascuno, attraverso più lunghi giri di parole, deriva questa o quella conclusione vera.... Alcuni seguono la consuetudine delle immagini carnali... e mentre trovano sostegno alla loro debolezza in questa maniera di esprimersi terra terra, come feti in seno alla madre, viene in loro aiuto l'edificio della fede in base al quale credono......Ma se qualcuno considerando veramente vili le parole della scrittura volesse spaziare fuori della culla, cadrà miseramente come l'uccellino implume. Ad aiutarli e riporli nel nido, manda o Signore l'angelo tuo. " (12,27)
"Queste parole costituiscono per altri (che hanno capacità di interpretare) non più il nido, ma la selva ombrosa in cui intravedono frutti nascosti, svolazzano, gridano di gioia, li cercano,li colgono. (12,28)
"Fra tante interpretazioni diverse e tutte vere, la Verità stessa faccia nascere la concordia." "...quelle interpretazioni sono vere, eccetto quelle carnali." "I piccoli che hanno speranza non si lasciano spaventare dalle parole del tuo libro, parcamente copiose e dimessamente profonde". "L'agiografo ebbe di mira, scrivendo queste parole la massima luce di verità e il massimo frutto di utilita'." (12,30)
"Io affermo con convinzione, senza esitare, che se dovessi scrivere qualche cosa che rappresentasse il colmo dell'autorita', amerei farlo in maniera che ciascuno trovasse nelle mie parole quella verità che fosse proporzionata alla sua capacità, piuttosto che esprimere più chiaramente un pensiero unico, vero, allo scopo di escludere gli altri, evitando così che la loro falsa lettura mi potesse offendere." "Non v'ha dubbio che l'agiografo, quando scriveva ebbe in mente e pensò tutte le interpretazioni vere che dalle sue parole abbiamo potuto dare, ed anche quelle che non abbiamo potuto, o non ancora abbiamo potuto dare, e tuttavia si possono dare."(12,31)
"Quando dalle stesse parole della Scrittura si possono ricavare non uno, ma due o più sensi, anche se non risulta chiaro quello voluto significare dallo scrittore, non v'è alcun pericolo a dimostrare , sul fondamento di altri passi della Scrittura che uno qualunque di esso si accorda con la verità.... Certo lo Spirito di Dio che per mezzo dell'agiografo dettò quella Scrittura, previde... che anche quello si sarebbe presentato al lettore.. anzi fece in modo che gli si presentasse. Nessun provvedimento più liberale e fecondo poteva prendere Iddio: che le sue stesse parole divine potessero essere intese in più modi, quando questi ultimi avessero la conferma di altre parole divine" (De doctr. Christ. 3,27,38)
"Chi può capire capisca; chi non può chieda a Te la grazia di poterlo e non mi infastidisca: io non sono la Luce che illumina il mondo" (13,10)
"Disperdi o Signore le nuvole con cui hai coperto i cieli: ivi sono i tuoi responsi che danno la sapienza ai piccoli....Io non conosco altri libri che come questo annienta i superbi." (13,15)
"Su questo punto (acque superiori) non bisogna affermare alla leggera, perchè trattasi di cosa oscura e sottratta al senso" (De Gen contr. Manich. 1,11, 17)
"Tuo è il Giorno; chi sono costoro? Sono gli spirituali! E tua è la notte. E questi sono i carnali! Parlino gli spirituali cose spirituali agli spirituali.. codesta sapienza non ancora la comprendono i carnali. Così il Giorno proclama la parola al Giorno; la Notte alla Notte annunzia la scienza." Enarr. in ps. 73, 16 19)
"Se Adamo non fosse caduto... non vi sarebbe stata necessità delle mistiche operazioni e delle mistiche parole, così come ora io interpreto 'rettili e alati'." (13,20)
"Gli spirituali non giudicano spiritualmente il tuo Libro anche se in qualche punto non risplende; noi sottomettiamo ad esso la nostra intelligenza e riteniamo per certo che anche ciò che lì è chiuso al nostro intendimento corrisponde a rettitudine e verità... L'uomo spirituale è esecutore non giudice" (13,23)
"Se ascolti qualcosa nelle Scritture che suona carnalmente , anche se non comprendi, devi credere che lì è significato qualcosa di spirituale riguardanti i costumi santi e la vita futura." (De catech. rud. 26, 50)
"Non dire: questa è una espressione inutile, superflua. Se io non riesco a capire il significato del discorso, ne facciano uso i migliori, meglio di come so fare io; voglio dire quelli che hanno intelligenza superiore alla mia.... tuttavia non tacerò ciò che l'occasione di queste letture mi suggerisce... perchè è anch'essa una verità... e non so che cosa mi impedisca di intendere in questo modo le parole figurate dei tuoi libri. Ciò che la mente intende in maniera unica si può significare in molteplici maniere; a sua volta la mente può cogliere in maniera molteplice ciò che materialmente è significato in una maniera sola. Così la nozione semplice dell'Amore di Dio e del prossimo in quanti modi si puà materialmente significare? In questo senso crescono e si moltiplicano i prodotti delle acque. La scrittura enuncia in una sola maniera; la voce lo fa risuonare in una sola maniera questo concetto: In principio creò Dio il cielo e la terra. Io la posso intendere in maniere molteplici di cui nessuna è errata, secondo il modo di intuire il Vero proprio della mia intelligenza. Così crescono e si moltiplicano le generazioni degli uomini. (13,24)
"Crescete e moltiplicate. Con questa benedizione tu hai concesso la facoltà ed il potere di enunciare in molte maniere una unica enunciazione che leggiamo espressa in forma oscura. Così si riempiono di esseri le acque del mare che solo le molteplici significazioni riescono a smuovere. Così la terra si riempie dei parti degli uomini, quella terra arida sì, eppure desiderosa appassionatamente di conoscere sotto il governo della ragione." (13,24)
"O uomo, sì, quello che dice la mia scrittura sono io che lo dico. Senonchè quella si esprime nel tempo mentre nel mio verbo non cade tempo, perchè coesiste meco ugualmente nell'eternità. Così le cose che voi vedete per mezzo del mio spirito, son io (proprio) che le vedo; come le cose che per mezzo del mio spirito voi dite, sono io che le dico. Ma, mentre voi le vedete nel tempo, io non le vedo nel tempo; a quella maniera che mentre voi le dite nel tempo, io non le dico nel tempo”. (13,29) Vincenzo M. Romano
[1] Ho trattato più ampiamente queste problematiche in una serie di ‘Quaderni V.M.R.’ numerati (1-10) ed. Simone, Napoli.. In particolare segnalo: ‘Perché non leggere diversamente’. [2] Se dico “credo che patì sotto Ponzio Pilato” presuppongo che quell’evento non è stato considerato dalla Chiesa come mero fatto storico. Ed infatti, poiché come è ovvio la storia non è oggetto di fede ma di accertamento provato, se esso viene proposto come oggetto di fede, è stato evidentemente assunto dalla Chiesa come vera e propria ‘metafora teologica’. [3] Quando infatti si costruisce una metafora, il materiale narrativo può essere il più vario; posso servirmi di fatti inventati di sana pianta, ma posso anche utilizzare una storia vera. In essa, sottolineando questo o quel punto, e saldando insieme le parti evidenziate, si può costruire un racconto fatto di eventi reali che, proprio per essere stati connessi fra di loro in un certo modo, assumono un significato più ampio, e più alto di quello deducibile dai fatti narrati. [4] Per fare qualche esempio, possiamo ritenere storicamente certo che Gesù pronunciò le solenni ed altissime parole del discorso sulle beatitudini e che lo fece in quella terra di Palestina che alterna zone pianeggianti ed alture; ma, se questo è il fatto che un buon cronista avrebbe fissato con precisione da geografo, l’evento religioso è del tutto diverso. Ecco allora la collocazione geografica ‘sottolineata’ diversamente da Luca che lo colloca nella pianura e da Matteo che lo situa invece sulla montagna; una sottolineatura che serve proprio a tradurre l’evento in un fatto teologico da inserire in un discorso strettamente teologico. Lo stesso può dirsi rispetto ai cd. Vangeli di Infanzia, opere che chiaramente sono staccate dai rispettivi Vangeli, ai quali aderiscono solo letterariamente. E potremmo continuare a lungo perché esempi di contraddizione non mancano. [5] Questo contraddittorio atteggiamento è palese non solo nel laicato, ma anche nel clero. La grande baruffa nata sulla celebrazione della messa in lingua latina è un esempio da meditare. [6] Detti catechismi, nati per essere opere pedagogiche, si sono così tramutati in chiusura autoritaria di ogni ricerca teologica da parte dei singoli e del Popolo. In questo modo si è messa la museruola a Dio, si è soffocato lo Spirito, e si è trasformata la sua viva ed attuale ispirazione in fenomeno archeologico, [7] Per fare un esempio, l’espressione ‘Pater emon’ così compitata viene tradotta, annunciata ed intesa come ‘Padre nostro’; nulla vieta però di scoprire in questa sequenza fonematica una pluralità di significati, come ad es: ‘Padre, perfezione degli abbandonati’, Padre io accomunavo le tue opere prodigiose’, ‘O via battuta, o Maestro’ e csì via. [8] Per di più l’ascoltatore si trova fortemente orientato, nel suo apprendimento, da quei ‘titoletti’ in grassetto che andrebbero messi a margine, e che invece vengono proposti come se facessero parte integrante del testo sacro. Chi legge o ascolta resta così sviato; per lui, ad esempio, è indubbio che il ‘fattore’ della parabola ‘è infedele’; né gli passa per la mente che potrebbe descrivere il consolante Cristo che usa misericordia al mondo. [9] Riducendoli invece a semplici commentatori, e dimenticando la loro ispirazione, il loro esprimersi viene considerato figlio del suo tempo. Termini nuovi come ad esempio ‘Ousia’ o ‘Prosopon’ sono considerati come facenti parte del discorso filosofico del tempo, laddove (a mio giudizio) essi nascono proprio dalla Bibbia. Ma, per intendere questo, bisogna applicare ai primi testi conciliari il detto evangelico: ‘se il chicco di grano non si spezza, non dà frutto’. [10] Basta avere alle spalle qualche decennio, per rendersi conto di persona dell’inaffidabilità delle ricostruzioni storiche, condannate come sono a servirsi di documenti, per loro natura già filtrati da una specifica cultura, spesso partigiani, e comunque espositivi di una minima frazione della realtà. E per di più talvolta smentiti da documenti successivi. [11] Dunque l’esercizio del Magistero non è certo un correggere bozze; esso attiene alla fede ed alla predicazione, e non alla ‘teologia’ materializzata in iscritto. Perciò va ancorato, come dicevo, al ‘Testo sacro’ ed al ‘hic et nunc’ degli ascoltatori, o di coloro che parlano. E tutto ciò è possibile perché il Cristo non è solo l’ieri, ma anche l’oggi ed il domani; e ciò che va difesa è proprio la perenne identità del Cristo. Nè credo si abbia corretto Magistero di fede quando si esprimono valutazioni su strumenti umani di ricerca (vedi ad es. i generi letterari). La Parola di Dio non può dipendere dalle caduche teorie della mente umana, né queste possono essere ‘beatificate’. [12] Non si stupisca il lettore di quanto affermo; qualcosa di simile accade anche nel campo del diritto laddove la legge promulgata va interpretata per ciò che è; di per sé non hanno infatti valore interpretativo i lavori preparatori (cioè il contesto storico). Basta invece leggere un qualsiasi commento ai Concili per rendersi conto che a farla da padrone sono gli storici con le loro sintesi. Ma potrò fare dipendere la mia fede personale e quanto predico al prossimo dalla labile parola dell’uomo? [13] Ovviamente mi riferisco al testo greco (cd. LXX), posto che quello in ebraico (masoretico) è in buona sostanza una pittografia (non esistono altri documenti in ebraico che consentano una comparazione e quindi una scelta interpretativa); e quello latino è una specie di palinsesto, inchiodato nella monosematicità della lingua di Roma. [14] Quanto a me, credo che la predicazione e la coscienza di fede della Chiesa non farà passi avanti fino a quando non lascerà la comoda posizione della scuola antiochena (che cerca nei libri sacri i fatti e le storie) per tornare ad Alessandria, cioè alla lettura spirituale (e non già ‘allegorica’ come si usa dire) della Scrittura. [15] Uno scisma come quello protestante dipende non poco dalla lettura fattualistica della Bibbia; di contro una comprensione spirituale del testo (e spirituale non vuol dire ‘fantasiosa’) consente di individuare chiaramente la volontà di Gesù su quei punti. [16] Ritorno a sottolineare quel dato che risulta sempre in ombra nelle trattazioni correnti: l’estrema povertà di affermazioni evangeliche su temi che pure sono diventati centrali e portanti nella Chiesa. L’eucarestia, il primato Pietrino, la figura di Maria, i sacramenti, per citarne alcuni, sembrano infatti affidati ad espressioni minime che a molti sembrano esaltate a comodo del teologo. E’ mai possibile, si chiede il lettore ingenuo, pensare che gli evangelisti si sbrodolino nel racconto di eventi a prima vista insignificanti (i trascorsi della profetessa Anna o l’episodio del giovane nudo dell’orto) e poi si dimenticano di ricordare, a chiare lettere, che fu Gesù ad istituire e dare uno statuto alla sua Chiesa? [17] Questa donna, che è parte integrante dell’umanità, profetizza infatti uno spiraglio di ottimismo attraverso il quale ogni battezzato intuisce la possibilità di progredire di gloria in gloria; e ciò perché col battesimo anch’egli è diventato un concepito senza peccato. Ma ciò è possibile solo se si inquadra Maria nel mistero del Cristo, oltre che in quello di Gesù. Se essa torna a far parte, a pieno titolo, della nostra umanità, abbandonando quei tratti da ‘aliena’ che i teologi fervoristi le hanno cucito addosso. Quale Madre del Cristo essa recupera anche quei tratti di beatitudine che brutalmente ed incoerentemente la predicazione corrente immerge nello spasimo della ‘Mater dolorosa’. [18] Così la meditazione del mistero dell’unità visibile ed invisibile della Chiesa andrà collegata a due distinte dinamiche che, ad un lettore superficiale abituato a confondere Simone con Pietro (perché storicamente sono la stessa persona), potranno apparire invece come un qualcosa di unitario. Il grande Origene riteneva non coincidenti la sagoma di Giacobbe e quella di Israele, che nel racconto erano un solo personaggio. Questa precisazione è molto importante, perché il mistero del sacerdozio eucaristico viene esposto nei Vangeli mediante una serie di sagome strettamente coordinate fra di loro (e fra di esse vi sarà anche quella di Giuda).[18] Il riferimento ossessivo alla ‘storia’ ha privato il NT. Della sua carica profetica, trasformandolo in reperto archeologico. Perché ricordare dopo duemila anni che Paolo si scontrò con Pietro e che Simone rinnegò Gesù, se tutto ciò è vicenda personale dei due che sono scoprasi da tempo? [19] Paradossalmente lo Spirito, l’Eucarestia, Maria, e la figura eminente di Pietro sembrano trattati dai quattro evangelisti quasi di sfuggita e talvolta in maniera veramente singolare. Penso in particolare a Maria che non raccoglie una parola di tenerezza, ma appare bistrattata in quasi tutti i momenti della sua partecipazione all’evento Gesù.
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