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Scheda n.7 \ E

Il ‘peccato originale’

 

Sommario: 1) In funzione dell’uomo o del Cristo?; 2) Un peccato costante; 3) Un evento unico?; 4) Adamo: chi era o chi è?; 5) Un peccato sempre più grave; 6) Età dell’oro o dimensione animica?; 7) La speranza; 8) Uno sguardo d’assieme.

 

 

Il tema del cosiddetto ‘Peccato originale’, che tratterò più diffusamente nelle schede che seguono, è un punto cardine della dottrina cristiana, ed in qualche modo appartiene, seppur con diverse gradazioni, alla cultura dell’umanità. Ora, al cominciare, proverò ad indicare alcuni profili che permettono di meditare in modo nuovo questo ‘mistero’.

Ho usato di proposito il termine ‘cosiddetto’, ma non per mettere in dubbio la sua esistenza, bensì per invitare il lettore a non lasciarsi condizionare dal fiume di parole che su di esso sono state scritte.

 

1) In funzione dell’uomo o del Cristo?

Un piccolo input tanto per cominciare: chi legge senza pregiudizio il testo genesiaco, noterà che la parola ‘peccato’ non viene mai pronunciata,  e Dio non emette alcuna esplicita condanna. Come poi accadrà per Caino, sembra che egli si limiti a diagnosticare, e pedagogicamente rivelare, quale sarà il futuro del creato, che si esprime proprio nell’uomo, per aver quest’ultimo  scelto di permanere nella dimensione della materia. [1]

Non voglio dunque assolutamente negare (anzi ribadisco)  l’esistenza di una deviazione dalla linea della Vita progettata dal Creatore; intendo solo mettere in evidenza, provando a leggere in termini strettamente cristologici, un dato che a mio giudizio costituisce il fondamentale criterio ermeneutico: pur soffrendo di un continuo abbassamento, in nessun momento il Cristo creatore ha abbandonato la sua creatura.[2]

La prova del Giardino, come tutte quelle narrate negli altri racconti del ‘peccato’, è infatti collegata alla presenza del Cristo creatore; sicché, vista in tale angolazione, essa profetizza un suo progressivo abbassamento: da divino Creatore a parte del molteplice, poi ad anima creata, come create sono quelle degli uomini ora renitenti[3]. Dunque da Uno qual era, già egli si era umiliato nel farsi molteplice; ora subisce anche la deviazione delle singole individualità che coscientemente lo rifiutano e si separano da lui e tra di loro. E tuttavia non le abbandona.

Nella figura di Gesù (che è il Cristo) questa degradazione è ancor più  evidente: egli, che pur vive la sua unità e continua ad amare tutto il molteplice; egli che quindi non è in situazione di ‘deviazione-trasgressione’, si ‘fa peccato’ cioè discende proprio in questi ‘inferi’ e come si fece ‘anima’ (linon) nel Giardino, ora si fa ‘uomo carnale’ ed entra così nella ‘devianza’ che caratterizza il mondo.

E di ciò si fa carico proprio per recuperarlo. L’Incarnazione mostra così il suo volto splendente di amore; e non dico quello sentimentale, ma quello ontico. L’amore del Cristo consiste nel nascere uomo, non tanto nel morire,  anche se il suo transito fu connotato dal dolore.

Creazione, peccato, redenzione e infine santificazione, in forza di tale costante, si manifestano infine come un unico ed articolato mistero che non tollera di essere meditato per via di separazione.

 

2 ) Un peccato costante

La Genesi, a mio giudizio, non attesta un fatto storico e puntuale, bensì descrive una fluente e progressiva dinamica presente nell’universo sin dall’inizio della creazione.

Deduco tutto ciò sia dalla molteplicità dei racconti che rivelano il peccato, variamente collocati nel tempo; sia dalla costante presenza del Cristo divino nel creato; egli parla con Adamo anche dopo il ‘peccato’; costruisce per lui ‘le tuniche di pelle’, e passeggia nella dimensione immateriale di quel Giardino. Quale è allora il messaggio della Bibbia?

Certamente Agostino, che mai si era sentito abbandonato dal Cristo, anche nei momenti più bui della sua vita, dovette concludere che un lettore che cerca Dio, investigando le modalità di questa presenza, ne ricaverà l’amara conclusione che l’umanità è da sempre e per sempre una ‘massa damnata’, ma in ogni suo passo è stata accompagnata dal Cristo.

 La prova di Adamo non va dunque considerata come qualcosa di passato ma di presente; essa viene vissuta in ogni singolo essere, e nell’insieme dell’umanità. Non a caso si continua a ripetere: ‘non metterci alla prova, ma liberaci dal male’; il che significa: liberaci dalla nostra dimensione materiale, facci morire ad essa, perché allora saremo meno indegni, da libere anime risvegliate,  di diventare divini come Te.

Questa dimensione fluente  e totalizzante (uomo-natura) del peccato originale non viene però colta intuitivamente dal cristiano; e ciò dipende, tra l’altro, da due ragioni:

a) aver considerato la materia come qualcosa di inerte, laddove, derivando direttamente dalla animicità, essa porta in sé la Vita, cioè il Cristo creato. Paolo lo afferma chiaramente quando attesta che ‘la natura geme’, espressione che non avrebbe senso se riferita ad una massa bruta.[4]

b) avere considerato il peccato non una ‘deviazione’, ma sin dall’inizio  come volontaria e cosciente trasgressione, e per di più come  violazione di una regola estrinseca stabilita da Dio.

Ciò ha implicato che, per ipotizzarne l’esistenza, si è costretti ad attendere l’entrata, sul palcoscenico del mondo, di un uomo che abbia le caratteristiche del ‘sapiens-sapiens’.

Eppure è chiaro che la tensione delle ‘individualità’ ad isolarsi in autonomia, è stata sempre un modo di essere della materia, un che di connesso alla sua struttura ontica.  Sin dal suo inizio, il creato ha sofferto di una doppia polarità, quella dell’unità animica (connessa al Cristo), e quella della separata ed autonoma singolarità del molteplice. Una situazione questa che i fisici descrivono oggi come scontro fra forze gravitazionali e forze entropiche.

Dunque, ancor prima che vi fosse l’uomo, la divisione era entrata nel mondo, ed era entrata proprio col passaggio dal Cristo Uno al molteplice. Si evidenziava così in quel punto della traiettoria del Cristo una trasgressione  potenziale rispetto alla unità della Vita; ma essa si sarebbe attuata solo con l’attuarsi dello slittamento, dal Cristo all’uomo, della ‘signoria’ sull’universo.

 

3 ) Un evento unico?

La tesi che afferma l’unicità dell’evento peccaminoso, deriva dall’averlo pregiudizialmente collocato in una origine intesa come inizio nel tempo; e il ‘mistero’ è stato così degradato a un mero evento.

Tale collocazione nella storia viene però contraddetta dagli altri racconti che lo profetizzano; e ciò sia per il fatto che essi sono più di uno, pur trattando lo stesso tema considerato ‘decisivo’; sia perché sono collocati, come già dicevo, in tempi diversi, e quindi esprimono un qualcosa di costante riferibile genericamente all’intera ‘storia’ dell’umanità.

Ricorderò ad esempio la infruttuosa ‘nominazione degli animati’; la errata nominazione della ‘Donna’ qualificata non per la sua origine divina, ma quale derivato dall’uomo; la lite tragica fra Caino e Abele; la deviazione dell’umanità che porta al diluvio, ed tanti alti episodi di trasgressione e devianza sostanziale annotati puntualmente dalla Scrittura.

Ristretto invece nella vicenda del ‘Giardino’, il peccato originale è naturalmente diventato unico, e la teologia si è affannata sulla disobbedienza al comando divino, e su quel maledetto frutto dell’albero della conoscenza, per poi entrare in tilt quando si è trattato di dimostrare la sua propagazione  nell’umanità.

A chi invece legge in chiave cristologica, e centra sulla costanza del dialogo fra il Cristo ed il creato, proprio questo continuo intervento riparatore del Cristo mette in evidenza che tale peccato è un ‘continuum’  che accompagna l’avanzare dell’uomo; e che esso, pur descrivendo un errore ed un fallimento, rivela (come dicevo) un dato molto consolante ed ottimistico: mai il Cristo ha abbandonato l’uomo al suo destino di morte.

Ciò fa riflettere che anche oggi si può fare esperienza diretta del peccato originale, proprio cogliendo il nesso inscindibile che lega i nostri quotidiani peccati al perdono di Dio. Così tale evento, che nella coscienza del cristiano è praticamente incomprensibile, sperduto com’è in nebuloso passato eppure operante su di noi, diventa qualcosa di quotidiano, ed entra a far parte della tensione morale dell’uomo di carne ed ossa, e di ogni tempo e latitudine.

 

 

4 ) Adamo: chi era, o chi è?

 Spogliato degli inverosimili abiti che gli sono stati cuciti addosso, Adamo progenitore è (direi meglio: sono) quell’ignoto soggetto, nel quale cominciò a brillare la luce della coscienza di sé e del mondo.

Egli, e non certo per come materialmente era allora (chi sa come!), ma in quanto germe della perfezione finale dell’evoluzione antropica, cominciò ad esprimere in sé tutta intera la realtà materiale che lo precedeva, e progressivamente a diventare l’Io del mondo. L’Adamo  del racconto (erano gli ominidi o gli uomini di Cro Magnon) in potenza (e letterariamente in metafora) è né più e né meno che l’uomo di oggi e di domani.

Parlando di lui è come guardare ad un neonato; di quest’ultimo diciamo: ‘è un uomo’ perché nel suo piccolo essere vediamo già la sua maturità. Parimenti l’Adamo del racconto è un uomo-neonato che realmente significa l’adulto che poi sarà. Un singolo o un gruppo che simboleggia tutti gli uomini fino ala fine del mondo.

Evolutosi in tutti i suoi discendenti, egli si identifica  quindi proprio noi che questa grande deviazione l’abbiamo continuamente attuata, e purtroppo continueremo ad esprimerla; noi che abbiamo commesso la deviazione delle deviazioni, uccidendo il Cristo umanizzato in Gesù; noi che diventiamo sempre più atei, via via che crediamo di impossessarci della Vita e della materia.

Dunque il suo ‘peccato’ è a tutti gli effetti il nostro; anzi, per essere più preciso, siamo noi che intellettualmente proiettiamo il nostro deviare su quello sconosciuto ominide, o su quei gruppi di ominidi da cui siamo biologicamente discesi. Una ipotesi questa che ci libera almeno di una cosa: dover spiegare come, per discendenza,  ne siamo responsabili.

In conclusione, la maniera corrente di intendere il peccato originale è il frutto di una lettura storicistica del testo biblico. Contro ogni evidenza di evoluzione antropica, Adamo è stato considerato un homo sapiens sapiens, sicché diventa più coerente la tesi (non meno problematica) della teologia ebraica che lo data a circa cinquemila anni fa.

Sulle orme di Paolo, io suggerisco dunque di leggerlo come sagoma non solo dell’umanità, ma dell’intera creazione. Quest’ultima infatti, passata dalla dimensione energetica a quella corpuscolare, dall’uno al molteplice, nell’uomo si fa cosciente della propria autonoma individualità; e come il bambino che appena scopre di essere ‘per sé’ impara subito a dire ‘no’, sempre più fortemente è tentata di rifiutare il Cristo.

Questo terribile e distruttivo ‘No’ si attua via via che l’umanità mangia ed assimila il frutto del ‘legno della conoscenza’; o, per dirla fuor di metafora, sono proprio i vantaggi del ‘sapere’ che nel loro crescendo ci trasformano in ‘anticristi’. Così trova attuazione le profezia della Genesi.  Perciò Paolo contesta la ‘sapienza di questo mondo’, e noi continuiamo ad invocare: Non ci mettere alla prova, noi che la prova la dobbiamo comunque affrontare, se vogliamo edificarci nella statura adulta.

E questa nostra invocazione viene accolta  perché chi si lega al Cristo (vedi la figura di Maria) non ha bisogno di vincere la sua carnalità per affermarsi nella dimensione animica, ma si ritrova ad essere direttamente e gratuitamente un’anima risvegliata (dono del Battesimo). Ciò che rattrista è allora il fatto che di questo dono noi non ci serviamo, e continuiamo a soffrire questa crisi di crescita, in una parola il rischio di ‘peccato originale’.

 

5 ) Un peccato sempre più grave

In tutti i racconti che profetizzano il peccato originale, viene sotterraneamente prospettata una scelta fra due strade che Gesù indicherà poi  come via stretta e  via larga (vedi in tal senso la Didachè).

In questa angolazione, inizialmente il peccato originale viene in evidenza, come una mera deviazione di percorso, e poi, seguendo l’evoluzione del cosmo (perciò l’ho qualificata fluente), esso diventa sempre più simile ad una vera e propria trasgressione.

Infatti, come dicevo, l’uomo si fa via via sempre più cosciente della sua natura di essere corporativo che ingloba nella sua animicità tutto il creato, e di esso è responsabile.[5] In altre parole, a misura del procedere nella scala evolutiva, sempre più chiaramente l’uomo comprende che la pace e   l’evoluzione del creato dipende dalle sue scelte, e quindi che a lui è affidato l’intero universo. [6]

Invertendo allora i termini tradizionali, debbo ipotizzare che la gravità dell’evento (peccato) non fu massima all’inizio (e ancor oggi noi ne subiremmo le conseguenze per via di eredità), ma al contrario che essa fu minima all’inizio (deviazione della materia e delle prime forme evolutive), e diventa invece sempre più grande in proporzione all’evolversi dell’uomo.[7]

Via via che l’universo materiale cresceva complessificandosi dalle particelle sub atomiche all’uomo, aumentava l’entropia, perché diventava sempre più evidente la Vita presente nella materia  (che da essa è derivata), ma questa veniva dall’uomo piegata a costruire divisione e morte.

In breve, questa intima sofferenza del creato si è sviluppata in maniera crescente, quando alla massa bruta si venuta aggiungendo la presenza di un soggetto, cioè l’uomo, capace di coscienza di sé e del tutto. Il peccato originale è cresciuto allora di intensità, a misura del progredire del soggetto uomo; ed oggi quel ‘no’ a Dio lo vediamo dilagare nella società civile che si  vanta di poter gestire dal genoma, al clima, e considera il nostro pianeta come palcoscenico delle sue avventure. Oggi il progresso scientifico , che in sé è cosa ottima,  sta assumendo il volto di una vera e propria magia nera.

Si giunge così alla pienezza negativa del peccato: il deviare del cosmo si tramuta in ‘trasgressione’ dell’uomo  cosciente di essere, come anima, un Io della Vita.

 

Ma se il peccato originale è in crescita, e quasi sta toccando il suo apice, è presente anche un gran desiderio di essere salvati. Lo profetizzava la Genesi nella disperata invocazione di Caino che certo il Cristo stesso gli aveva posto nel cuore, visto che essa si formulava come istanza di ‘Vita’.

E tuttavia questo redentore viene generalmente invocato come chi, con la sua magica bacchetta, dovrebbe cambiare la deriva del mondo.[8]  Ancora una volta l’uomo cerca di sfuggire le sue responsabilità.

Ed allora andrebbe considerato con attenzione il fatto che Gesù stranamente si limitò a fare pochissimi miracoli (quando li avrebbe potuto fare per categorie); e come spesso egli li collegò a chi li chiedeva: ‘La tua fede ti ha salvato’. Una frase che non voleva certo alludere all’umana fiducia che facilmente si genera in chi ha comunque bisogno di aiuto, ma  alla disposizione del richiedente a farsi operatore di redenzione del mondo.[9]

Il Cristo Redentore non volle mostrarsi in Gesù come onnipotenza  creativa, ma come piccolo uomo che, nella sua piccolezza, si poneva come costruttore dell’unità: ut unum sint, come Io animico della intera Vita diffusa nel molteplice.  Ugualmente il cristiano non va in cerca di soluzioni miracolistiche, ma di fronte all’avanzare del ‘peccato originale’ oppone la sua fede operosa.

 

 

6 ) ‘età dell’oro’ o dimensione animica?

A motivo di tutto ciò, non condivido il pensiero di coloro che, facendosi forte della frase paolina: ‘Per un sol uomo il peccato entrò nel mondo’ , semplicisticamente affermano che prima dell’uomo non c’era peccato, e che nella natura tutto procedeva perfettamente. E stata in tal modo delineata un’età dell’oro negata dalla scienza, e di cui non mi sembra di trovar traccia nella Scrittura.[10]

 Questa mitica età di pace dell’universo materiale, si scontra con le acquisizione della paleontologia e dell’astrofisica, in quanto esse narrano di un mondo sempre in ebollizione e in contrasto. Ed è in contrasto con la cd. seconda storia della creazione, nella quale  la prima realtà creata è proprio l’uomo sicché prima di lui se c’era qualcosa non era certo il nostro cosmo.

Per l’uomo, già creato, Dio costruisce un apposito Giardino privo di animali, che esprime in metafora la presenza di una limitata dimensione animica propria ad ogni individuo ancora carnale e che riguarda solo l’uomo.

Nel meditare sul peccato originale, assume allora decisiva importanza la indubbia duplicità specifica della struttura umana (anima-corpo; materiale-immateriale); essa permette infatti di articolare questa deviazione-trasgressione su due livelli, e considerare il ‘Giardino’ (nel sentire corrente degradato a zoo umano) quale simbolo della dimensione animica propria ad ogni essere umano.

Dio dunque non circoscrisse un Giardino cintato come arena di tentazione; ma per rivelare che l’uomo dispone di un’area nella quale far operare, anche durante il tempo della sua carnalità, il proprio ‘Doppio’ animico.

Ne consegue che, se il peccato viene situato dall’agiografo proprio nel giardino, esso va riferito innanzi tutto all’anima, ed assume quindi una rilevanza ben più grande di quella che risulta  se ad originarlo è la mera esistenzialità dell’uomo. Il peccato riguarda un Adamo che dispone della propria anima (come oggi noi), e non può ridursi ad una infinitesimo e transitorio gesto di carnalità. La reazione divina ne risulterebbe del tutto spropositata. Anche noi, uomini malvagi, non facciamo soffrire eternamente un cane sol perché una volta ci ha disobbedito.

Il peccato originale si chiarisce allora come una cosciente offesa del ‘Sono’ animico a Colui che ci aveva voluti autonomi in vista della santificazione, e che ora si sente ripagato con un rifiuto. L’uomo, anche a prezzo di rinnegare il suo creatore, si spoglia della sua anima (nudità), e   cerca la sua individuale e carnale affermazione. Egli non tiene in nessun conto la traiettoria del Cristo, e quasi presume di fermarla.

 

7)  La speranza

La collocazione testuale del racconto del peccato originale alle origini, intesa alla luce della traiettoria del Cristo, rivela che la dialettica ‘materiale-immateriale’ (uomo carnale-Anima) è onticamente aperta ad un potenziale fallimento, proprio a causa della dualità ontica del creato, e principalmente dell’uomo che ne costituisce il vertice cosciente.

Per esprimere narrativamente questa attitudine che attiene all’essere, cioè al ‘principio’ dell’uomo, l’agiografo si è servito  della metafora del tempo ed ha allora costruito un evento radicale e lo ha collocato  temporalmente all’inizio.

Ma ciò non deve trarre in inganno e indurre al pessimismo, falsamente considerando che la nostra storia comincia con un segno ‘meno’ che la condiziona per sempre.

La consolante rivelazione biblica di una costante presenza redentiva del Cristo, in mezzo alle sue creature, fuga infatti ogni pessimismo. Essa garantisce infatti la possibilità per l’uomo di adeguarsi, in ogni momento, alla traiettoria del Cristo Vita.

Questa profezia si attua storicamente con il ‘battesimo’ e in una dimensione archetipale nella figura di Maria.

Il Cristo si fa uomo (in Gesù) per pronunciare, proprio nella dimensione di un essere singolo immerso nel molteplice, quel ‘SI’ alla Vita a nome di tutti; e per mostrare così ad ogni singolo, sommerso nella morte, la Via della pace e della divinizzazione.

Questa lettura cristologica evidenzia parallelamente l’importanza del ‘SI’ di Maria, che costituisce come l’eco del ‘Si’ di Gesù che viene dalla terra. Esso esprime l’adesione del molteplice che in Gesù ha compreso l’errore commesso, la traiettoria del Cristo, e la sua azione redentrice. Non a caso Maria viene chiamata ‘nuova Eva’, cioè madre dei viventi e, quale madre, vera sintesi di tutti i suoi figli ormai consenzienti.

L’accettazione da parte di Maria del grande Figlio (consenso che diventa quasi risibile se isolato a fatto storico) implica l’assunzione di una responsabilità totale, e diventa il paradigma operativo di ogni credente. Maria si fa ‘persona corporativa’ che tutto ingloba in sé (chiesa) e suggerisce ad ogni uomo di diventare una piazza larga nella quale raccogliere il mondo.

Noi celebriamo Maria col titolo di ‘regina’ proprio in quanto madre del tutto; e nello stesso senso contempliamo quel suo profetico correre con urgenza da Elisabetta che aspetta proprio di essere cooptata. Purtroppo il culto mariano si è arenato nelle secche del sentimentalismo e sfugge questi profili operativi.

In forza di quel doppio ‘SI’, Maria si incammina per la via della Vita, e con essa tutti suoi figli, e il peccato originale diventa la ‘felix culpa’ di Agostino, il momento nel quale si scopre che lassù Qualcuno ci ama e ci amerà sempre; e che pur travagliati come siamo dalla nostra stessa pesantezza carnale, noi siamo in marcia col Cristo.

La ‘prova del Giardino’ non è dunque una trappola; né la tensione della materia a ripiegarsi su se stessa, è un errore di Dio, o una sua cattiveria. La prova è nient’altro che il momento critico del crescere e perciò costituisce il materiale della libertà dell’uomo. Senza di esso egli non potrebbe autoedificarsi come essere libero, degno della divinità.

 

 

8) Uno sguardo d’assieme

Quando Dio costruì l’uomo e la natura caratterizzandoli con una doppiezza, non intese certo che essa fungesse da trappola a loro stessi (l’animale contraddittorio di Lorentz); ma viceversa egli li volle doppi perché fossero creature libere di costruirsi, sviluppando cioè l’un termine (corporeità) nell’altro (animicità).

In questo senso, la scelta tra evolversi per sovrapposizione, o involversi  per chiusura rachitica, è momento di un processo di ‘libertà’ e di ‘crescita’ configurato sulla traiettoria del Cristo. La scelta dunque costituisce il presupposto ineliminabile per la futura assunzione del creato nella divinità.  Un dio senza autonomia e senza libertà è impensabile.

La scelta, cioè il contenuto del peccato originale iniziò proprio col formarsi della materia, quale depotenziarsi di quell’animicità, che in essa restava tuttavia latente, come l’energia nelle masse. La materia (particelle sub atomiche, atomi, cristalli, molecole) sperimenta la propria individualità (la materia è principio della individualità) nella maniera che le è propria  e cioè nella relazione spazio-tempo che implica una separatezza  e una non sovrapponibilità.[11]

Altra cosa è la dimensione animica. Quando il profeta descrive la creazione ideale esclude predatori e veleni, non certo per presentare un mondo di affamati cronici in cui sono scomparse le piante della digitale o della noce vomica, ma un cosmo di energie immateriali che non hanno bisogni materiali,  e dove non operano le limitazioni dello spazio e del tempo.

La tendenza a deviare, implicita nella materia pluralizzata, avrebbe dovuto risolversi proprio con l’uomo, via via che egli fosse divenuto cosciente di sé e del tutto,  e di essere quale anima il vertice della materia e il ‘Signore del mondo’.

Se si fosse centrato nella dimensione immateriale, cioè nel suo ‘Sono’ animico (ecco il Giardino come area limitata), egli sarebbe stato in grado di assumere in questo ‘Sono’ tutta la corporeità, col connesso dinamismo storico, ed eliminare così il ‘prima e dopo’ e la gelosia degli spazi.[12] 

Come già dicevo, la possibilità di attuare questa correzione deriva all’uomo proprio dal fatto che egli è il primo essere della scala evolutiva libero di centrarsi sull’Io animico e non su quello esistenziale, governato dalla identica logica che presiede il molteplice materiale.

Quando l’uomo, giunto al bivio tra materia e anima, sceglie la singolarità corporea e le sue leggi limitanti, eccolo il peccato originale. Rifiutandosi di seguire  la via dell’Anima,  avendo mangiato un solo frutto del ‘legno della conoscenza’, egli si illude di potersi chiudere nella sua materialità e di essere padrone del ‘bene e del male’. Entra allora nel caos della materia e da essa resta travolto.[13]

Proprio in questo materialistico operare si manifesta attualmente il ‘peccato originale’, e la sua geometrica espansione. E credo che, proprio a ciò, per vere che siano, alludono le molte catastrofiche  ‘rivelazioni’ private che circolano nella nostra Chiesa.

Perciò è tempo di abbandonare quella teologia che, obbedendo inconsciamente al bisogno dell’uomo di scaricare su altri le proprie responsabilità, riferisce ad un mitico Adamo l’errore che tutti commettiamo.[14] E’ tempo piuttosto di rimboccarsi le maniche e operare come i santi che non vanno a caccia di solenni dichiarazioni di principio, ma scavano pozzi di verità e di amore.

Perché io credo che il peccato entrò nel mondo non per opera di un solo uomo (tra tanti che c’erano), ma di ‘un uomo monade’, cioè di chi si chiude nei suoi granai. Me lo suggerisce la Genesi quando enuncia il grande precetto della Vita: ‘Non è bene che l’uomo sia solo’.

Il bene morale consiste allora nel farsi momento di comunione, piazza animica che contiene l’universo materiale e lo rende uno. E ciò è possibile inserendosi nella grande dinamica del Cristo e fare della sua forza inarrestabile la nostra forza.

I Santi, come i grandi iniziati di qualsiasi fede religiosa, testimoniano che la forza del Cristo accompagna chi cerca operosamente l’unità della Vita. Ed allora il peccato originale è distrutto in radice.

Vincenzo M. Romano 2003


 


[1] Salvo a volerlo considerare un Dio che si contraddice non è agevole collegare fra loro i suoi gesti e le sue parole e riferirle ad un giudice che ha accertato il reato e sta comminando una pena.

 

[2] Verisimilmente, proprio spostando l’asse del ragionamento dall’uomo al Cristo, Agostino individuava nel peccato originale il più grande mistero della creazione; egli (lo presumo) aveva intuito che la Bibbia non voleva solo descrivere il fallimento della creatura, ma essenzialmente l’umiliazione del Creatore.

 

[3] Il Libro lo dice testualmente nell’espressione ‘to deilinon’ che viene correntemente tradotto ‘sul far della sera’ sicché la notazione sembra evidenziare una salutare passeggiata dopo cena. Basta leggere invece ‘to dei linon’ e intendere ‘perciò era necessario un rivestimento’; il Dio che passeggiava era dunque rivestito di una veste leggerissima (linon= bisso) che allude proprio alla animicità.

 

[4] Inoltre oggi anche il catechismo biologico, esposto nelle teorie fisiche insegna che ogni massa inerte, è al tempo stesso energia capace di esplodere.

 

[5] La stessa Bibbia infatti qualifica l’uomo ‘Signore’, usando un vocabolo che ordinariamente riferisce a Dio. E Paolo sintetizza tutto ciò quando afferma che la natura geme nell’attesa della gloria dei figli di Dio; e che da essi attende la propria redenzione e santificazione. Ed annoto che c’è un abisso tra questa verità e l’atteggiamento passivo dei cristiani (‘di rimessa’ si direbbe in gergo pugilistico), tesi più a lavarsi dal peccato originale, che a costruire ‘il Regno’.

 

[6] In questa ottica si restituisce un significato nel piano divino alle varie fasi evolutive dell’uomo (dall’ominide al sapiens-sapiens) e si coglie il terribile gesto del rifiuto del Cristo presente nella persona di Gesù.

 

[7] Il cd. ‘peccato originale’ perde così il carattere di tabe ereditata dall’uomo d’oggi senza sua colpa; ma al rovescio assume un’importanza crescente via via che l’uomo dispone dell’universo. Esso diventa ‘attuale’ e responsabilizza il singolo, i popoli e la Chiesa; lo si può toccare con mano considerando l’enorme potenzialità dell’attuale intervento dell’uomo sulla natura.

 

[8] Basta riflettere al sentire corrente che fa di Dio un monarca cui pervengono continue ‘e mail’ con richieste di aiuto, e che arbitrariamente decide se inviarle nel cestino o dare risposta; ed a come svanisce quella imprenditorialità nel costruire il bene, che pure è così fortemente presente nel fare il male.

 

[9] Il senso della missione dei discepoli va cercato anch’esso in questa attribuzione di responsabilità redentiva  che riguarda ogni cristiano. Perciò Paolo affermava: io aggiungo ciò che manca alla passione del Cristo; e non voleva riferirsi alla sua croce fisica, bensì al suo abbassarsi nel ‘rifiuto’ per riguadagnare il creato.

 

[10] Né mi si dica che l’età dell’oro è simboleggiata dal ‘Giardino’ in Edem. In esso mancano altri esseri animati; c’è solo il ‘serpente’  che è icona dell’Io dell’uomo.

 

[11] Per intenderci, se il vapore aqueo, che non ha individualità, si condensa in gocce sopra un vetro, accadrà che la goccia più grande inghiottirà la più piccola, o comunque dove essa si colloca non potrà allocarsi un’altra; allo stesso modo i cristalli ingombrano lo spazio, impedendo che se ne formino degli altri; le piante crescono a danno di altre , e gli animali divorano l’erba e si cibano l’uno dell’altro.

A tal uopo fa molto riflettere il fatto che nella Bibbia anche gli animali commettono peccato ed al herem non sfuggono le cose materiali; le città vanno distrutte.

 

[12] Una soluzione questa che Gesù manifesta concretamente ai suoi discepoli attraverso la sua ‘resurrezione’ che costituisce il suo passaggio nell’eone dell’anima e quindi la pienezza di quel ‘sono’ animico che lo rende, come dice Giovanni, ‘Re del Giardino’ (e non ‘ortolano’). Noi invece leggiamo il titolo di ‘Signore’ in termini encomiastici, come dimensione di gloria, o peggio di dominio, laddove essa implica la funzione di unificare, correggendo la deviazione implicita nella mera dimensione materiale.

 

[13] Il ‘catechismo biologico’ insegna tutto ciò con grande chiarezza. Ed infatti, orgogliosi di possedere una piccolissima sezione del sapere globale, osserviamo medici che si gloriano di saper curare alcune infermità, pur rendendosi conto  di diventare sempre più ignoranti in proporzione a quanto hanno scoperto; ed ancora, pur prendendo atto di doversi rimangiare molte affermazioni solennemente enunciate come vere; e di dover continuamente espungere dal prontuario medicine che si sono rivelate nocive. A loro volta i fisici si illudono di poter gestire il mondo, perché hanno imparato a controllare segmenti di fenomeni naturali, e poi restano impotenti se la natura si ribella con variazioni climatiche, desertificazioni et similia.

 

[14] E’ vero che la fede della Chiesa insiste sulla sua ‘attualità’, ma motivandolo poi con una inspiegabile trasmissione genetica, apre la strada a mille perplessità; per non dire che poi  risolve senza sforzo il tutto mediante il ben poco costoso (in termini di azione)  rito del battesimo.