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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne

ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)

 

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Il Cristo e la morale

SCHEDA  n.7 \D

Catechismo biologico e Cattolicità

 

Sommario: 1) ‘Diritto naturale’ e ‘Catechismo biologico’; 2) Catechismo biologico e morale cristiana; 3)Predicare il catechismo biologico; 4) Validità di ogni morale fondata sul Cristo; 5) Lo ‘scisma del Cristo’: le cause;  6) I ‘tre’ battesimi come archetipo teologico.

 

1) ‘diritto naturale’ e catechismo biologico

Se la predicazione ecclesiale ponesse a fondamento l’iter del Cristo, troverebbe naturale annunciarlo seguendo il suo progressivo rivelarsi, e quindi innanzi tutto ‘attraverso il mondo’ nel quale egli, al cominciare, si increatura.[1]

Purtroppo i teologi intellettualisti cristiani non amano individuare il Cristo nel mondo creato, ma ricercare quel cd. ‘Diritto naturale’ (tema sul quale più volte sono ritornato in queste schede) che il cristiano avverte come un peso ulteriore che si aggiunge ai precetti di Gesù, anch’essi considerati come una ‘legge’, e non come un esaltante segnale di direzione.

A mio giudizio il ‘Diritto naturale’ dovrebbe essere come una ‘fotografia’ del Cristo; e tale, per la sua bellezza, da spingere l’uomo ad  assomigliare quanto più è possibile al volto divino che rivela.  Dovrebbe, in ultima analisi, identificarsi con ciò che chiamerei ‘Catechismo Biologico’.

Questa mia convinzione nasce proprio dalla meditazione della traiettoria del Cristo. Ed infatti la sua prima fase (così come l’ho ricavata dalla Genesi) consiste nella ‘increaturazione’; sicché la struttura creaturale del Cristo, nell’identificarsi con il ‘Vivere’, si pone come regola basilare della morale. 

Nel creato egli ha stampato il suo volto, ed ha mostrato la sua traiettoria, rendendo la natura un vero e proprio ‘catechismo biologico’ che tutti gli uomini possono leggere senza distinzione di tempo e di luogo, e senza doversi servire della mediazione di qualche ‘eletto’. In esso il Cristo mostra ‘cattolicamente’ se stesso, ed ha segnato, attraverso i processi fisici e biologici, il cammino della moralità.

 

Se così ha cominciato il Cristo, così deve iniziare l’opera del teologo. Nell’evidenziare il Volto del Cristo, egli allora articolerà la sua predicazione quasi stesse gradatamente sviluppando un negativo fotografico costituito proprio dalla ‘natura’.

Ovviamente, nella prima fase di questo processo stampato nel creato, solo grossolanamente comparirà quel Volto. E in questa prima fase, il teologo dovrà perciò contentarsi di cogliere gli aspetti essenziali, le linee di fondo, evitando, per un falso perfezionismo, di cercare la chiarezza finale di questo o quel particolare; o di aggiungere od eliminare questa o quella ombreggiatura. La prima predicazione, per dirla in termini fotografici, deve in qualche modo somigliare al celebre volto del Che Guevara.

Purtroppo, il desiderio di dire tutto ricalcando le parole della tradizione teologica, o la paura di essere accusato di pressappochismo dagli ‘orafi’ della teologia, impedisce a molti di individuare ed evidenziare i più semplici ‘modelli’ stampati nella natura, cioè i rudimentali  lineamenti del volto di Cristo-Vita; e suggerisce di ritoccarlo quel Volto ancora impreciso, con  tratti  messi in luce da questa o quella sensibilità religiosa o culturale, e quindi del tutto accidentali e topici.

Così alcuni specifici processi della storia umana, inseriti come ‘ritocchi’, deformano il vero Volto del Cristo che si viene lentamente sviluppando; e poi, assiomatizzati, si traducono in regole inviolabili, proposte come direttamente precettive per tutti. Nasce allora quel ‘diritto naturale’ che non riesce proprio a convincermi.[2]

Accade allora che, mentre lo sviluppo dell’immagine del Cristo, impressa nel mondo è impresa agevole per l’uomo semplice che si lascia conquistare da esso, il teologo professionista, abituato ad analizzare e ‘com-prendere’, e difettando di capacità contemplativa, si trova invischiato da mille problemi che lui stesso si è creato, ed in particolare come mettere insieme il diritto naturale e i precetti di Gesù. Si attua allora la profezia evangelica: “Metterò la Sapienza sulle labbra dei piccoli”.[3]

 In conclusione, il ‘catechismo biologico’, che considero il primo grande strumento di predicazione del Cristo, e ritrovo sulle labbra dei cuori semplici, si è tramutato nella prassi ecclesiale in un odioso ‘diritto imposto’, comprensibile ed evidente solo a chi lo ha formulato. Ne fa testo la difficoltà incontrata dai nostri missionari nella evangelizzazione delle popolazioni orientali o dell’America della conquista.[4]

 

2) Catechismo ‘biologico’ e morale cristiana

La costruzione di una ‘morale’ cristiana deve sempre originarsi dalla Rivelazione Scritta; ma a quest’ultima va aggiunta quella che il Cristo sin dalle origini consegnò all’umanità (Adamo). Ad essa si rivolgono fiduciosi  tanti uomini desiderosi di procedere sulla strada della Vita.

Tutto l’universo (cieli e terra) che costituisce il grande catechismo acquisibile nell’esperienza esistenziale, esso suggerisce una regola di fondo: il Vivere equivale al ‘progredire’; una regola che precede qualsivoglia comportamento volitivo, e parallelamente qualsiasi valutazione dei singoli atti o delle singole situazioni. [5]

L’uomo qualunque (simboleggiato nella Bibbia dal ‘Gentile’) se è attento alle suggestioni del catechismo biologico, apprende un credo fondamentale semplice, ma al tempo stesso ricco di verità, a patto però che la sua visione complessiva del creato sia dinamica e si orienti alla evoluzione.

Apprenderà infatti: 

-che innanzi tutto ‘deve vivere’, deve cioè avanzare indefinitamente verso quel punto di pienezza che Dio stabilì come meta (Paolo dice: ci predestinò). Parallelamente, nella sua rivelazione scritta, il Signore dice. “Vivi come l’erba del prato”, e il Cristo-Gesù aggiunge “siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli”

-che dunque la legge obiettiva della sua morale è il ‘cercare’ tale pienezza (un cercare obiettivo, operativo e non solamente intellettuale); in parallelo Gesù disse: “Chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto”.

-che essendo questa legge intrinseca alla struttura del suo essere, essa si tramuta in ‘coscienza’ individuale. Una coscienza che coincide con una ‘Legge’ che non è più un mero precetto. [6] Paolo dice: “Lo Spirito fa gridare dall’interno della tua stessa struttura umana: Abbà”.

-che in questo crescere egli è ‘libero’ perché, se il fine perseguito è una divina perfezione finale (comunque intuita), egli è strutturato nella Vita che può essere sperimentata in infinite forme; ed allora, comunque egli sceglierà in questa infinità, avrà sempre scelto bene. Questo proprio la sua esistenza gli ha fatto comprendere mostrando che libere e molteplici sono le vie dell’amore.

-che, l’essere nato come prole inetta, gli suggerisce che la Vita non ha senso, quando la si restringe alla propria individualità; essa impregna di sé tutto il creato e si può quindi progredire solo se si è in pace e comunione con tutto. Come ebbe bisogno del latte e dell’assistenza materna per poter superare il primo stadio della sua esistenza, così deve rispettare la Vita diffusa nel mondo, considerandola  parte integrante del suo essere. Questo il senso dell’affermazione di Gesù: ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. Il salmo 130 fa eco: “Come bimbo già svezzato, eppure nelle braccia di sua Madre, tale è l’anima mia”

-che ‘un bimbo svezzato in braccio a sua madre’ gli profetizza un momento in cui egli sarà tutto autonomo, ma pure quelle braccia materne non le potrà lasciare.  Comprenderà allora che una vera autonomia implica intrinsecamente la comunione con il tutto, e con la fonte vitale.

-che purtroppo, per l’esistenza di altri soggetti che possono deviare, egli dovrà scontrarsi con l’habitat in cui si muove, e che esso potrà incidere negativamente sul suo progredire (peccato originale come deviazione); e che allora bisognerà invocare una ‘vaccinazione’ per fornirsi di utili anticorpi contro la morte della materia (Battesimo). Da solo non potrà vincere il mondo.

In conclusione, dal catechismo della vita stampato nella natura umana, anche l’uomo senza religione e senza libri sacri, può contemplare il Cristo-Vita e il suo infinito dinamismo che spinge ad una perfetta pienezza, ed in ciò troverà la sua regola morale.

 

3 ) Predicare il ‘catechismo biologico’

Saranno pure utili Catechismi, Sommari e Sussidi pastorali, ma è pur vero che, seguendo questa strada, la predicazione si è ‘obiettivata’ e congelata e spesso oggi viene più subita che ascoltata.

Ben diversa è la lezione di Paolo che parla sull’Areopago. Dimentico di essere un ‘eletto’, egli sa che chi l’ascolta in buona fede conosce già il Cristo-Vita; che dunque c’è già un materiale comune sul quale dialogare. [7]

Di contro, chi è ancora schiavo della sua cultura dogmatica ed è cieco al catechismo del mondo (giudaismo), si lascia ipnotizzare dalla figura del Gesù storico: lo inquadra nel gruppo eletto (clero) di cui sente di far parte, lo trae come in disparte, e lo considera un riservato dominio.

 Cieco rispetto alla Rivelazione stampata nel creato (ontica), egli si attarda a formalizzare i precetti che Gesù-Cristo fornì ai suoi discepoli, considerandoli alla stregua delle regole giudaiche; e li impone come qualcosa di estraneo ai neofiti che vitalmente hanno già conosciuto il Cristo-Vita.  Eppure sa bene che prima che giungesse Pietro, nella casa di Cornelio era già entrato lo Spirito.

Non si avvede che i precetti, che egli predica come qualcosa di nuovo e come ‘legge’ cui obbedire,  coincidono con le parole che il Cristo disse ad Adamo, stampandole proprio nel creato a disposizione di tutti. Così, per effetto di questa predicazione, fa dimenticare l’unità della regola morale che è sempre il Verbo, cioè la ‘manifestazione’ del Cristo, comunque e dovunque essa ha contattato l’uomo. Possedere la ‘Scrittura’, o saper leggere il catechismo biologico, si equivalgono sul piano ontico quando si cerca il Cristo in verità di cuore.

Come è profetizzato nella Scrittura, egli che ha ricevuto in dono una rivelazione più chiara, costruisce per sé e per gli altri una ‘Legge’ e pretende singoli comportamenti volontari; in breve, una  morale riduttiva e priva di slancio universale, cioè non ‘cattolica’, assolutamente incapace di implicare la totalità della persona umana. Di contro, gli uomini qualunque, che ‘hanno occhi per vedere’, prima scoprono l’amore di Dio, poi la struttura del proprio essere che spazia da una infima corporeità alla splendida dimensione dell’anima, ed infine come tutto ciò equivale ad una illimitata libertà.

 

Predicare, iniziando proprio dal ‘catechismo biologico’, oltre a coinvolgere tutta la persona umana nella progressiva conoscenza del Cristo-Vita, restituisce all’uomo l’ottimismo della Genesi, dove tutto era positivo: “E vide che era cosa molto buona”.  Quando invece ci si orienta al giudaismo, dalla nuova legge, come dalla antica, nasce la mala pianta della ‘paura di Dio’, perché questi è inteso e predicato quale giudice che condanna e maledice.

Eppure, fino a quando non sapremo liberarci della ‘Paura di Dio’ (che non equivale al ‘Timore di Dio’), non vi sarà vera evoluzione spirituale. Né per fugarla, questa paura, sarà sufficiente vantare la sua paterna misericordia di Dio, in quanto parallelamente viene affermata la sua cd.’Giustizia’ che, agli occhi del fedele, lo assimila ad un Pubblico Ministero che ha comunque l’obbligo di iniziare l’azione penale.

Da ciò nasce il pessimismo che non solo ha trasformato in una smorfia ‘il sorridente volto della gloria del Padre’, ma per molti è diventato quasi l’ineliminabile connotato della santità. Basta guardare l’ìconografia cristiana dove serenità e sorriso sono ampiamente latitanti.

I gentili che hanno conosciuto il Cristo nella dinamica maestà delle sue opere, sono invece ottimisti; essi sperimentano infatti che la loro coscienza  soggettiva coincide con la obiettività della Vita, e che essere dal lato di Dio equivale a ‘Vivere’ ed ‘essere liberi’. Essi sì che vivono il vero ‘Timore di Dio’, quel sentimento che progressivamente fa acquisire la infinita grandezza di Dio e la sua assoluta alterità; e che edifica avanti un infinita strada da battere: “Siate perfetti come il Padre vostro”. In una parola, inserisce nella traiettoria dl Cristo.

L’aborigeno australiano non è inferiore a noi; egli vive secondo una morale ‘cristica’, se cerca il Cristo-Vita nella natura; ancor più i fedeli del Vecchio Testamento che lo hanno conosciuto nella sua Rivelazione Scritta;  ed ugualmente sono pariteticamente nostri fratelli tutti coloro che, in buona fede, seguono una diversa religione. Per loro, come per noi il primogenito è il Cristo, comunque si sia manifestato. Proprio qui si apprezza  la differenza tra il dichiararsi ‘Cristiani’ e non solamente ‘Gesuani’; e l’importanza epocale del primo incontro ecumenico di Assisi dove, seppure con nomi e sensibilità diversi, vi fu comunione nell’unico Cristo Vita. (vedi schede che trattano ex professo questo tema)

La nostra visione del Cristo è certamente più perfetta, ma ciò non giustifica un teologare che non si è impegnato nel meditarla; che ha sottolineato ed approfondito le differenze, invece di evidenziare questo grande punto di continuità  (il Cristo) che unisce i credenti nel ‘catechismo biologico’, nella ‘Rivelazione scritta’ (Bibbia), e nei ‘sacramenti’ della Chiesa.

Questo deficit di approfondimento ha prodotto un effetto negativo anche all’interno della nostra fede: l’ha isolata dalla grande traiettoria del Cristo, e credendo di renderla unica ed autonoma, ha inserito di fatto la Chiesa nel piatto calderone delle religioni del mondo.[8] E il Papa, da segno visibile dell’unico Cristo Vita, è stato degradato a Capo di una delle tante religioni presenti nel mondo.

 

5) Lo ‘scisma sul Cristo’: le cause

Potrà anche sembrare paradossale, ma l’atteggiamento della nostra teologia ha provocato un vero e proprio scisma; ha diviso infatti coloro che in modi diversi, esplicitamente o anonimamente, fanno riferimento all’unico Cristo.

La ragione di ciò va individuata tra l’altro in quell’atteggiamento che caratterizza il peccato di Adamo: centrarsi cioè sul ‘tempo’ e non sulla eternità del ‘Sono’ animico. In pratica preferire, come asse del giudizio, il Gesù puntuale della storia umana, al Cristo che è ‘Ieri, oggi, e sempre’, e quindi è ‘per tutti’

Provo a spiegarmi con un esempio. Vittima dell’effetto ‘scorrimento’, un personaggio fissato negli ultimi fotogrammi di una pellicola cinematografica, valuta i precedenti fotogrammi come un passato posseduto che proprio in lui si  conclude. Ne deduce che, sia lui sia la situazione nella quale si trova, sono  certamente superiori rispetto a ciò che è stampato nei precedenti fotogrammi. Ma di questi suoi pensieri se ne ride il regista che, avendo in mano tutta la pellicola, con un sol colpo d’occhio e pariteticamente contempla ed ama tutti i personaggi, tutti gli eventi fermati nei fotogrammi, dal primo all’ultimo.

 Fuor di metafora si può dire che non c’è stato un ‘tempo’ del V.T. e poi un ‘tempo’ di Gesù; e poi un ‘tempo’ dello Spirito; almeno nello stesso senso col quale si afferma che un mese segue l’altro.  Queste Rivelazioni del Cristo sono tutte compresenti.[9]  Dice il ‘catechismo biologico’: se la propria madre la si conosce in tempi e fasi progressive, ella resta sempre e comunque il dato essenziale che conferisce uguale dignità agli svariati momenti di relazione. E nostra madre è il Cristo.

 

6 )  I ‘tre’ battesimi come archetipo teologico

Nella linea che vado prospettando e che considera come cardine la persona del Cristo, giova riflettere sul valore archetipale dei tre battesimi presenti nei vangeli, partendo dal comandamento finale di Gesù Risorto: “Andate, predicate, fate mie le nazioni, battezzate nel Nome del padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

Lette nella loro povertà letteraria, queste parole sembrano fortemente limitative, in quanto si riferiscono solo alla predicazione ed al battesimo. Esse invece sono la logica conseguenza della preminenza del Verbo, unico attore da sempre e per sempre, proprio in quanto personalizza la Rivelazione di Dio.

‘Predicare, battezzare, riportare a Cristo il mondo’ è una unica affermazione che potremmo tradurre così: Da ora voi siete la rivelazione del Cristo all’umanità; mostratevi, ed essi mi riconosceranno; ed in voi io li sosterrò nelle varie fasi del loro accostarsi a me.

Se tutto ciò non viene colto, dipende anche dal fatto che il termine ‘battesimo’ viene inteso non per come fu detto, ma per coi noi lo abbiamo formalizzato nei secoli; e così la povertà della nostra esegesi viene proiettata sul testo evangelico, ed accreditata a Gesù-Verbo.

Ma se torniamo alla semplice parola, per come fu detta da Gesù e riportata dagli evangelisti, non si coglierà più in essa solamente un fatto puntuale, posizionato nel tempo, e quindi ‘successivo’ al ‘catechismo biologico, e alla ‘Parola’ profetica rifluita nella Scrittura.

Torniamo dunque alla nudità del fonema, alla ‘Voce’, al ‘verbo’, e gradatamente scandiamolo per recuperare la rivelazione contenuta nei ‘tre’ battesimi attestati dai Vangeli: quello del Battista, quello di Gesù; quello dello Spirito. Essi indicano una progressione nella quale ad operare è sempre l’estroflessione della divinità e cioè il Verbo, la Parola.

 

- a) ‘Ba  ptizo’ (se ‘ptizo = ‘ptisso’) indica la fase nella quale il Cristo (che è sempre e solo lui ad operare) ripulisce, privandola della sua scorza carnale, l’anima esistenziale (Ba la chiamavano gli antichi). Una fase nella quale egli opera mostrandosi attraverso il mondo creato  ed i Profeti di Baal che diventano così sua personale ‘parola’.

Tale rivelazione si manifesta conclusivamente quando il Cristo si fa conoscere come ‘Giovanni’; questi non va inteso non tanto come mero personaggio storico, ma come simbolo di  ‘Oannes’, (i Oannes) cioè come il ‘pesce-uomo’ che viene dal mare e insegna agli uomini dell’arido. Una metafora quest’ultima che, unendo mare e terra, suggerisce una iniziale ‘universalità’, ed in un certo senso che la fluttuante ‘marea’ prevale sulla fissità delle cose dell’arido. E’ questa la fase dell’umanità che oggi potremmo cogliere nella molteplicità delle religioni esistenti nel mondo.

Questo proprio è ciò che i vangeli chiamano ‘battesimo di Giovanni’ o meglio di ‘Oannes’. Così inteso, esso perde il carattere di evento storico puntuale (esistette e si estinse in Palestina), per assurgere a simbolo del primo grande colloquio fra l’umanità ed il Cristo; colloquio che continua a realizzarsi ovunque vi sia un essere umano che con questa Parola può essere accostato. Ed allora,  se l’uomo la cerca e l’ascolta, certamente la sua esistenza  sarà ‘mondata’ (Ptizo)  e preparata (come dice il Battista) ad un incontro ancora più coinvolgente.

Se dunque si considera il contenuto e le modalità della predicazione del  Battista, proprio in essa si coglie la qualità e la modalità dell’incontro con il Cristo. In fondo egli sta correggendo ed editando in forma corretta il ‘catechismo biologico’ valido per tutti.

 

- b) ‘B-aptizo’ indica la fase nella quale la Rivelazione viene ‘toccata’ dalla mano divina, e quindi vitalizzata  e ben ‘connessa’ (B = Bhet, quale prima lettera della Bibbia la simboleggia tutta intera; e ‘aptizo’ è un frequentativo di apto=toccare-connettere).

E’ proprio questo il ‘battesimo’ inaugurato da Gesù, ma ovviamente mai amministrato da lui, proprio per indicare che gli stava approntando il terzo battesimo, quello dello Spirito.

Gesù che ha ascoltato da sua Madre il ‘catechismo biologico’, ora manifesta che bisogna passare anche attraverso quello della Rivelazione Scritta; ed allora si fa battezzare da Giovanni e manifesta il senso di quello che i suoi discepoli attueranno.

Il ‘battesimo di Gesù’ non è caratterizzato solo dall’acqua, ma essenzialmente dalla Voce dell’Alto, e dalla presenza dello Spirito. Una sintesi perfetta di tutti e tre i battesimi del Cristianesimo, attestante che il Gesù storico è il Cristo transtorico.

Se Il Battista precede e lo Spirito seguirà, il battesimo attuale di Gesù esalta la funzione operativa della Parola di Dio che ‘Dice’ e quindi ‘ricrea’ il soggetto.

Il Cristo-Dio pone in essere un intervento sonoro e quindi vivo (Voce) che manifesta la sua volontà di ridare capacità operativa alla sua stessa Rivelazione immobilizzata nello scritto. Non a caso Geù oppone la sua viva parola ‘ma io vi dico’ al ‘sta scritto’.  Ciò significa che accogliere la sua Rivelazione equivale ora non già ad un mero sapere, ma a mettere in moto anche la sua potenza trasformativa sul mondo.

L’invito di Gesù a Battezzare rivela allora il perché si potranno bere veleni e dominare le belve del mondo: il Cristo divino opera ora in coloro che si fanno sua voce potente (diaconi). Qui è dunque svelato il segreto dei miracoli, come mostrano le pagine evangeliche nella quali (piscina probatica, donna Cananea) il ‘toccare’ (Aptizo) e il ‘dire’ di Gesù producono come effetto la guarigione. 

In conclusione battezzandosi Gesù insegna ai suoi discepoli che l’acqua del mondo è superata dalla Parola sonora e potente della Scrittura d ora allo ‘scritto’ si sostituisce l’annunzio solenne e pubblico (Kerusso).[10]

 

- c ) ‘Ba, P(ater) T(au) izo’ integra la fase della santificazione e conclude l’azione del Cristo. Si può intendere infatti ‘Quale Padre, Io stabilisco nella perfezione l’io mondano (Ba)’, cioè lo santifico (cresima-eucarestia). Una formula che richiama intuitivamente il testo genesiaco ‘Kai eghiasen Auten’ che io leggo “E santificò la Vibrazione (creata = l’uomo)”. Questo è quel ‘battesimo dello Spirito’ di cui tutti parlano, senza però spiegare che cosa significa.[11]

 

 

In conclusione quando invita a battezzare nella formula ‘trinitaria’ Gesù Risorto sta indicando quel percorso dell’unico Cristo che Gioacchino da Fiore intuì. Egli non sta suggerendo solo una formula ‘canonica’, come poi di fatto si è inteso, ma un cammino di ‘Rivelazione’ e quindi di ‘appropriazione’ del mondo al Cristo. Egli invita tutti i cristiani a muoversi gradatamente, a misura dell’ascoltatore (che come termine dell’atto di amore, è legge per il predicatore), ripercorrendo le fasi della traiettoria del Cristo.

Dunque, chiunque sarà battezzato in Lui: chi ha incontrato il Cristo rivelato nel ‘catechismo biologico’ è battezzato ‘nel Padre’; chi lo ha incontrato nella Scrittura lo sarà ‘nel Figlio-Gesù’;  e chi lo incontra nella Chiesa, sarà battezzato ‘nello Spirito Santo’. Ognuno dunque, secondo come Dio lo ha chiamato, e non certo per rispettare una graduata procedura canonica. Quest’ultima, se bene intesa, propone battesimo e cresima al fine di conformare il cristiano al grande archetipo costituito da Gesù che si fa battezzare.

In questa ottica si può meglio intendere la varietà di formule battesimali della Chiesa primitiva; la pariteticità delle forme di contatto col Cristo, in  quanto l’essenziale è incontrare Dio, e non la forma dell’incontro; lo spirito delle affermazioni del Vaticano II in ordine alla salvezza universale. 

Una controprova della sostenibilità di questa tesi può reperirsi proprio nei vangeli.

Gesù mostrò chiaramente ai discepoli questa graduata traiettoria, quando (Sinottici) affidò al ‘pane e vino’, cioè ad elementi del mondo materiale, la forma ultimativa del contatto rivelativo con lui (eucarestia). E poi quando esaltò la rivelazione profetica colloquiando a lungo con i suoi discepoli (Cena di Giovanni). Eppure, non mi risulta che sia stato adeguatamente valorizzato questo profilo che indica la gradualità con la quale va insegnato il Cristo. A ciò hanno pensato i Santi che si sono affidati ad un piccolo pane (di farina o di affetto) offerto agli affamati per predicare loro il Cristo, e così anonimamente battezzarli nel suo ‘Nome’, cioè nella sua ‘realtà divina’.

In conclusione, invitandoli a ‘battezzare-predicare’ Gesù non volle prescrivere ai discepoli uno solo dei sette sacramenti; sarebbe paradossale pensare che egli abbia voluto tenere fuori finanche l’eucarestia. Al contrario, Egli chiese di collaborare al Verbo nelle sue multiformi apparizioni (multifariam multisque modis dice la lettera agli ebrei), attraverso la parola scritta nella realtà mondana e nel Libro sacro.

Il Cristo è il segreto dei sacramenti della Chiesa e la cerniera che unisce ‘catechismo biologico’,  Parola Scritta, e Sacramenti. E’ lui il fondamento della cattolicità.

Vincenzo Romano 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


[1] Quando non medita ed espone il rivelarsi del Cristo nella consistenza materiale del mondo, il cristiano compie un errore metodologico che considererei identico a quello degli ‘eletti’, allorchè falsificano il contenuto della Bibbia. Imitando quest’ultimi, egli si considera infatti (con tutti i suoi problemi) la meta e l’oggetto della ricerca e quindi di fatto si sostituisce al Cristo. Potremmo dire che noi siamo affetti da una specie di strabismo convergente che ci spinge a guardare sempre la punta del nostro naso, invece di contemplare il cielo e la terra che narrano la gloria di Dio.

 

[2] Procedendo in questo criticabile modo, quel volto del Cristo, stampato in tutto il creato materiale, assume allora un certo colore della pelle o una certa fisionomia, mentre dovrebbe mantenersi tanto generico da essere compreso da tutti gli uomini. Anche qui l’errore di fondo è il solito eccessivo amore per la storicità. Invece di cercare, per fare un esempio, di far emergere il modello astratto dei rapporti vitali tra genitori e figli, si assumono come naturali degli specifici aspetti comportamentali, affermatisi in un certo luogo ed in una certa cultura (che in genere è quella occidentale), e li si trasforma in norme di diritto naturale.

 

[3] Per lui (che è un ‘eletto’) diventa allora necessaria una controprova, una specie di pietra di paragone. Essa altro non può essere che la struttura (cioè l’insieme dei modelli) sottostante i racconti biblici, che affiora quando si  superano le remore dell’imperante storicismo. In pratica il teologo, mentre progressivamente sviluppa la foto del Cristo impressionata nelle cose, se vuole evitare di sovrapporre le sue scelte culturali alla rivelazione del Cristo,deve parallelamente operare sulla Scrittura e verificare se c’è una perfetta consonanza. Solo così può evitare gli inquinamenti e gli errori che gli derivano proprio dalla sua collocazione culturale (serpente genesiaco). Ma tale specularità fra ricerca e definizione di un ‘diritto naturale’, ed esegesi biblica, oggi difetta; sembrano quasi due parallele destinate a non incontrarsi mai.

 

[4] Quanto a me, non riesco proprio a digerire parole come ‘diritto’, ‘legge’, ‘retto ordine’; io preferisco piuttosto innamorarmi di qualcuno, come Jauffrè Roudel quando vide il ritratto della bella Melisenda, e intraprendere, forte di questo amore, quel viaggio che si concluderà col passaggio attraverso l’abbandono alla terra dell’ultimo vestito di carne.

 

[5] Provo a spiegarmi con un esempio.  Una donna conduce suo figlio dal medico e lamenta che egli soffre di dermatite o di raffreddori ricorrenti ed è spesso inappetente. Il medico darà una cura, ma conforterà la donna dicendo: ‘Guardi suo figlio e si renderà conto che sta crescendo splendidamente’. Un’altra donna fa visitare il suo bambino per un mero controllo, e lo vanta  sanissimo perché non manifesta nessuna infermità. Ma si sente rispondere: ‘Suo figlio ha una terribile malattia di cui lei non si è resa conto: egli non si sta sviluppando e, se non lo aiuteremo subito, diventerà un deforme nanerottolo’.  Se queste madri saranno pronte a cogliere il traslucido del mondo che restando opaco manifesta il Cristo, dalla loro stessa esperienza apprenderanno intuitivamente la grande, prima, e fondamentale regola morale: ‘vivere’è ‘crescere’ verso una ottimale statura adulta; e che tutto il resto, per male che sia, è pur sempre recuperabile dal grande Medico.

 

[6] Egli riflette che respirare è una legge dell’esistenza, ma non è certo un ‘precetto’ imposto; che, se si avverte ‘maschio’, struttura una propria coscienza mascolina che gli farà scegliere naturalmente, senza che nessuno glie lo debba imporre, il pallone e non la bambola.

 

[7] Proprio questa coscienza, e non certo il mero fatto di aver viaggiato nel Mediterraneo, fa di Paolo l’Apostolo delle Genti. Anche altri apostoli si mossero per terre lontane, eppure non meritarono questo titolo.

[8] Mi si dirà che la Chiesa dei sette sacramenti ha accolto anche la Rivelazione Scritta (Antico testamento) ed ha combattuto Marcione che voleva dismetterlo. Questo è vero, ma se ci atteniamo ai fatti è evidente che ha accolto la Parola mosaica (VT) come un qualcosa che deve passare in qualche modo in seconda linea perché superata dalla presenza fisica di Gesù. Per cogliere intuitivamente questo profilo basta considerare in quanto poco conto i cristiano tengono la Sacra Scrittura, considerata più un rudere archeologico, che la viva presenza del Cristo Parola.

 

[9] Chi, come gli orientali, crede alla storia come compresenza lo capisce intuitivamente; la sequenza ‘temporale’ e ‘causale’ è infatti un modo tutto occidentale di leggere gli eventi.

 

[10] Perciò accentuavo il ruolo della lettura biblica, rispetto alla ‘formula canonica’ del battesimo che purtroppo fa quasi pensare ad un atto magico.

 

[11] E se qualcuno vorrà contestare quest’ultima affermazione, faccia una piccola indagine; chieda spiegazioni a diversi sacerdoti, e scoprirà che o svicolano, o ripetono frasi prese a prestito dal catechismo.