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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne

ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)

Discorsi sul Cristo

Il Cristo e la morale

SCHEDA  n. 7 \ C

L’oggetto della morale

 

Sommario: 1) L’oggetto della Teologia morale; 2) Natura e ‘retto ordine’; 3) Predicare il Cristo-Vita; 4) Morale ed Etica in linguaggio di Vita; 5) Morale obiettiva e Vita; 6) Libertà nella Vita e arbitrio; 7) Vivere come Essere ed Operare; 8) Morale come ‘fisiologia’ della Vita; 9) Peccato: Trasgressione e Devianza; 10) Uomo ‘buono’- virtù – vocazione alla Vita.

 

1 ) L’oggetto della teologia  morale

Nello studio della morale si è verificato, se ho ben inteso, uno slittamento dell’oggetto. Invece di studiare le relazioni che intercorrono, a 360 gradi, fra la traiettoria del Cristo e l’uomo che ad essa è chiamato a partecipare, il discorso si è ristretto, grosso modo, al seguente tema: il Dio creatore ha stabilito una volta per tutte le regole di esistenza dell’uomo, e poiché obiettivamente esistono e sono conosciute, l’uomo deve ubbidire ad esse.

In conseguenza, la ricerca si concentra sulla precisa individuazione di queste regole (vedi la ‘Casistica’ di S.Alfonso), e solo marginalmente viene meditata la dimensione dinamica dell’uomo che, camminando nella traiettoria del Cristo, va verso una piena restaurazione del creato e la sua individuale divinizzazione.

Ancor più pericoloso è poi l’implicito slittamento da Dio all’uomo; sicchè invece di considerare la relazione che Gesù ha stabilito, e che consiste nell’amore per il prossimo, il discorso è scivolato verso un atteggiamento virtuoso che l’uomo deve tenere. In pratica la ‘teo-logia’, cioè il discorso intorno a Dio, si è trasformato in ‘antropo-logia’, e la maggiore preoccupazione è stata quella di costruire per l’uomo, una ‘Legge di Cristo’.

Questa Legge viene poi a lui collegata, non per come egli è stato voluto dal Cristo, e per come è personalmente chiamato e quindi per come soggettivamente avverte la Verità, ma come a ‘tipo astratto’ di essere umano. Per chi vive nelle caverne o nella giungla, e per un dotto di Salamanca, la legge morale è dunque sostanzialmente la stessa.[1]

La nitidezza letteraria dei precetti e la loro ordinata collocazione in un sistema intellettuale (ciò che io chiamo ‘edificio dei dunque’), sono  progressivamente diventate la ragione stessa della obbligatorietà delle norme. Come dire che perché tutto è razionale, tutto è voluto da Dio.

Operando in questa ottica, la teologia morale si è trasformata in ‘etica’ e, pur vantandosi di essere avallata dal tabellione di Dio, non si distingue più dalle altre etiche religiose; e, messasi a loro confronto, con esse continuamente si azzuffa. Ed essendo tutte (a loro dire) fondate sul volere di Dio, lo scontro automaticamente slitta sul piano della divinità; così il Dio cristiano è in urto col Dio dei musulmani o dei fedeli mosaici, e l’unicità di Dio (affermata da ultimo dal Vaticano II) entra in una crisi profonda.

Questo teologare ha messo così in crisi proprio il tesoro più grande del Cristianesimo e cioè il mistero di un Dio che si incarna ed entra in intimissima relazione con l’uomo. Penso ad un matrimonio che, a forza di determinare quanto reciprocamente dovuto dai coniugi al rispettivo partner, si riduce ai ben noti ‘patti matrimoniali’ di un tempo passato.

 

Ciò ha prodotto un ulteriore deviazione: poiché l’uomo, colto nella sua carnalità, si manifesta essenzialmente come sforzo di sopravvivere e di gratificarsi (alimentazione e sesso), la ricerca morale è scivolata dal sentire del  cuore ai bisogni, prima delle bocche (Gola) e ora delle mutande (sesso); e privilegiando il ragionare rispetto al sentire, ogni ‘piacere’ (salvo ovviamente quello di un libidinoso architettare concetti), è stato conseguentemente demonizzato.[2]

 

Nel discorso dei teologi è poi singolare l’assenza dell’anima. Quest’ultima, nelle costruzioni dei moralisti è certamente presente, ma come un quid di estrinseco; come titolare di diritti e di pretese che l’uomo carnale deve soddisfare, ma totalmente estranea al vivere secondo il cuore del Cristo (mai è stata insegnata nella sua dinamicità), e ben lontana dall’essere il punto di riferimento reale dell’esistere.

Questo procedere non ha certo innescato un affinamento della coscienza morale del cristiano e della sua sensibilità religiosa; anzi ha prodotto una involuzione di modelli ed ipotesi teologici, sempre più generici ed astratti che, con la loro nitidezza formale consoleranno anche chi li costruisce, ma per il destinatario, cioè per il cristiano, diventano una vera e propria gabbia.[3]

In questo procedere dunque, la teologia morale ha dimenticato il vivo ed attuale rapporto che esiste fra il singolo uomo e Dio; ha dimenticato che ogni singolo essere umano è tempio vivo dello Spirito divino; lo ha considerato solamente, o come una pedina del grande gioco della ‘Natura’, (a sua volta considerata come un mosaico dalle tessere obbligate), oppure come destinatario di comandi di cui neppure deve conoscere la finalità.

 

2 ) Natura e retto ordine

In questa ottica,  la natura è stata infatti considerata omologa all’esigenza, di ordine e di coerenza, propria al pensare umano. Come l’uomo ambisce ad un pensiero ordinato rettamente, secondo le regole che egli formula (principi della metafisica) e che considera assoluti (e molti ne dubitano), così ‘deve’ essere il mondo.  Eppure è tale la confusione, che giocoforza rileviamo in questo nostro mondo, da far ipotizzare che esso sia stato il prodotto di un dio malvagio.[4]

 

Dunque, di fronte ad un mondo disordinato e ben poco ‘retto’, attraverso un bel ragionamento si deduce che all’inizio esso era buono; e fin qui mi sta bene; ma poi si presume di risalire, per via di ragionamento, a quel creato buono ed ordinato di cui mai abbiamo avuto esperienza e trane le leggi che dobbiamo seguire.

Né si bada al fatto che questa visione ottimistica del creato possiamo dedurla solamente dalla parola del Cristo e quindi ancorarlo, non ad una geometria statica, ma al dinamismo dell’amore e dell’unità. In altre parole possiamo individuare l’essenza primitiva del creato solo meditando sulla sua redenzione, cioè sulla sua ristrutturazione operata dal Cristo attraverso la sua incarnazione.

Questa ricerca intellettualistica, che spesso usa a comodo le soluzioni della scienza (Aristotile et similia), ha prodotto l’assioma del ‘Retto ordine’ ed esso ha espropriato al Cristo la libertà di procedere, e si è autenticato come regola di agire obiettiva e invalicabile per l’uomo. Si è così proiettato l’habitat perfetto di un ipotizzato Paradiso Terrestre su questo mondo di violenza e di disordine.

Il ‘retto ordine’ delle cose è la somma astrazione della teologia morale; esso dimentica (II storia della creazione) che Dio prima fece l’uomo, e poi la natura; e che lo dichiarò signore del mondo. Non fece un bel disegno geometrico, e all’interno vi pose l’uomo; che anzi (Ezech.15) disse all’uomo: “Vivi come l’erba del prato”.

 

3) Predicare il Cristo-Vita

Accennavo prima alla possibilità di porre la ‘Vita’come comune terreno di dialogo. Ma debbo al tempo stesso riconoscere che questo tema è stato studiato molto poco, anche da chi, come i medici, operano proprio sui viventi. Proverò ad affrontare specificamente questo tema nel gruppo di schede già preannunciate per il terzo settore di questa sezione del sito (Cristianesimo- l’uomo e il suo doppio); ma sin da ora cercherò di identificare tre livelli di ‘Vita’. Tuttavia sia ben chiaro che per il momento mi muovo esclusivamente all’interno della fede cristiana, e pertanto non chiedo al lettore non credente di aderire alle conclusioni che esporrò.

La ‘Vita’ quale espressione del Cristo (vedi schede precedenti) può considerarsi grosso modo graduabile in tre livelli:

Nel primo con ‘vita’ (tutto in minuscolo) si indica l’esistere delle cose, degli animali e dell’uomo; e in quest’ultimo si fa riferimento a ciò che gli antichi chiamavano ‘Ba’, cioè anima vegetativa. Essa è la forza che sorregge l’esistere precario in questo mondo, ed è destinata ad estinguersi come individualità, al venir meno dell’ultimo Io esistenziale che la identificava e la unificava.

Nel secondo, per ‘Vita’ (con l’iniziale maiuscola) intendo ‘il Vivere’, cioè quella realtà animica (connessa a tutto il Creato in quanto derivante dal Cristo) che assume carattere di individualità infungibile ed immortale nell’uomo. Gli antichi lo chiamavano Ka e noi ‘Anima’. Preciso che solo l’uomo ha una sua specifica anima individuale.

Nel terzo considero quella che Agostino chiama ‘materia immateriale’ e presenta come la prima creatura di Dio. Questa unica realtà (ora la scriverò tutta in maiuscolo ‘VITA’) si identifica proprio con il Cristo creato (‘nel Quale fummo creati’). Da essa gradatamente dipendono le altre due forme di vita, di cui ho detto, e da essa procede il balzo verso la Santità. Gli antichi la chiamavano Hank come preludio di divinità.

 

La Vita, strettamente connessa al Cristo, non è dunque una ‘cosa’, ma un modo di essere e di divenire del Cristo, e per ‘partecipazione’ dell’uomo.  Essa è dotata di un proprio dinamismo costituito da una serie di  momenti che culminano nel ‘ritorno’ al Cristo divino increato.

Quanto al Cristo, questi specifici momenti possono, individuarsi così:

  A > pluralizzazione dell’Uno, cioè creazione della materia e quindi delle singole individualità; laddove per ‘Materia’ non si intende una ‘realtà per sé’, ma il porsi dell’unica vita in diffuse individualità. Potremmo dire che ‘materia’ è l’atto stesso di individuarsi della Vita unica.

Esemplificando: il vapore aqueo (la Vita una) si condensa in gocce che, onticamente, restano comunque quel vapore (la Vita), ma ora ognuna con la sua individualità (corpo). Diventa allora chiara la conclusione: tutte le singole gocce torneranno alla fine nell’unico primigenio vapore (Vita), ma dotate ora delle loro infungibili originalità che mai più si perderà (questo è il ‘Sono’ dell’anima). La corporeità dell’uomo equivale dunque all’individuarsi dell’anima; e la sua legge consiste proprio nel costruire questa singolarità corporea, per tornare poi, come Vita personalizzata, nell’unità del Cristo.

 

B > riunificazione che si esprimerà nella comunione della Chiesa quale ‘corpo’ del Cristo.

C > ritorno (Spirito-eucarestia).

Questa traiettoria può allora  considerarsi (seppure in senso non formale) la ‘Legge del Cristo’ e derivativamente la legge morale, di noi che siamo in Cristo. Quest’ultima espressione, volutamente generica, estende allora la morale proveniente dal Cristo a tutti gli esseri umani di qualsiasi tempo e latitudine, e la rende intrinsecamente ‘cattolica’.[5]

 

Giunto a questo punto, intuisco che il proposto cambiamento di ottica potrà risultare difficoltoso a chi mi legge, essendo egli abituato, come tutti noi che siamo poveri uomini, a considerare la morale in chiave negativa, in funzione cioè della trasgressione (peccato). Ciò che noi quotidianamente sperimentiamo è infatti il ‘rifiuto’ a seguire il Cristo nella sua strada di gloria e di divinità.

Ma è proprio qui che dovremmo ricordare che nell’umanità c’è una persona che ha seguito il Cristo senza remora alcuna: Maria!  Se guardiamo a lei, comprendiamo intuitivamente che oggetto della Scrittura è la Vita solare che deriva dal Cristo, e non la storia opaca del peccato umano, e neppure la statuizione di norme tese a correggere l’uomo.

Al più tli norme sono un insegnamento pedagogico che la carità del Cristo appronta per guidare (come dice Gesù) coloro che hanno un cuore duro. Proprio in  Maria comprendiamo che la morale è fisiologia cristica, sicché il ‘peccato’ (come trasgressione o come subita deviazione) va considerato come una  parentesi  patologica, destinata comunque a risolversi nel nulla.[6]

Concludendo, a me pare che bisogna annunciare una luminosa verità: ogni esistenza che intimamente aderisce al ‘vivere’ del Cristo diventa autentica ed immortale ‘realtà’; perché l’unica e vera realtà non è la materia, ma il Cristo e l’anima che da lui promana. Questo, e non il peccato, dovrebbe essere l’oggetto essenziale della predicazione.

 

4) Morale ed Etica in linguaggio di Vita

Nel parlare corrente ‘Etica’ e ‘Morale’ vengono considerate in qualche modo equivalenti anche se molti hanno cercato di distinguerle. A me interessa il sentire della massa, e non mi soffermerò quindi sulle conclusioni degli eruditi.

Nella sua accezione corrente, il termine ‘Etica’ indica ciò che si deve o non si deve fare, ciò che è giusto o sbagliato, in riferimento ad una regola, personale o sociale, comunque stabilita (dall’uomo stesso o dalla Divinità). ‘Giusto’ è colui che agisce in conformità della ‘legge’.

Ma, nell’area del cristianesimo, il problema di ciò che sia ‘giusto’ e di ciò che sia ‘ingiusto’ (cioè, in una parola, l’etica) è del tutto irrilevante, l’uomo infatti è molto più del soggetto fisico e pensante che interessa la società ed il diritto. Nel Cristianesimo l’uomo ha avanti a sé un  divenire che culmina nella divinità. 

Ne consegue che il termine ‘Morale’ non può fare riferimento ad una ‘legge’ che si porrebbe come ‘cosa terza’ fra lui ed il Cristo Vita. Nessuna intercapedine può esistere tra l’uomo creato in Cristo, ed il Cristo stesso.  Il termine ‘morale’ ha senso solo se si collega alla meta del Cristo, e assume quindi un significato differente che qui di seguito cercherò brevemente di chiarire.

 

Cominciamo col rilevare un dato della storia. La romanizzazione del cristianesimo ha fatto rifluire nella nostra teologia una sensibilità giuridica che resta soddisfatta solo quando costruisce un ‘corpus juris’, un codice cioè che appaghi intellettualmente chi lo ha redatto, anche se in pratica non avvantaggia i destinatari.

Per effetto di questa sensibilità, si è oscurato il ‘Cristo che opera’ nella persona di Gesù; si sono isolate le sue parole; altre sono state recuperate dall’Antico Testamento, e, con una buona dose di sistematicità giuridica si è creato un vero e proprio codice morale. Esso mi apparve in tutto il suo vuoto eppur fascinoso splendore formale, quando, ancor giovane, ebbi nelle mani un trattato che, se ricordo bene, era di Chaterein.

Mi resi conto allora che l’opera era nitida, precisa e sembrava dare risposte logiche a tutto; ma al tempo stesso avvertii che essa mi considerava un bambino che doveva sempre restar tale, al quale, punto per punto, andava detto ciò che doveva fare per il suo bene. 

Fu allora che intuii di dover cercare una morale che, trattandomi da adulto, mi dicesse parole simili a quelle che mi aveva detto mia madre: Ora ti spiego che cosa è la Vita e poi, se tu vuoi vivere, impegnati a comprendere giorno per giorno le sue ragioni e liberamente  seguile.

Da allora amai l’operare di Gesù e compresi che ogni suo gesto valeva molto più di quelle sue parole che sono passate purtroppo al vaglio opacizzante degli uomini; e mi entusiasmai anche dell’agire dei santi, specie quelli che alle frasi preferivano il lavoro delle mani e del cuore. Da quel momento, tra dubbi ed incertezze, compresi che sarei stato libero solo quando mi fossi fatto schiavo della Vita.

 

5) Morale ‘obiettiva’  e Vita

Nella morale cristiana corrente risultano affermate contemporaneamente due situazioni che nella valutazione dei singoli difficilmente trovano fra loro una sintesi. Per un verso infatti si sostiene che esiste una ‘morale obiettiva’, in quanto alcuni atti sono da considerarsi di per sé immorali, e quindi tali in senso assoluto; e ciò equivale ad affermar l’esistenza di una ‘Legge’ superiore tesa a regolare ‘singoli comportamenti’, e che identifica la ‘Morale’ con l’Etica.[7] Per altro verso si afferma che  è peccato ciò che è contro coscienza, riconoscendo che, in alternativa alla regola obiettiva, c’è un imperativo interiore proveniente dalla coscienza propria ad ogni uomo, ed alla quale (secondo Paolo) va data, nel caso concreto, assoluta preminenza,

A me pare che il cristiano medio, cui pure quella morale si riferisce, non riesce a cogliere il criterio che dovrebbe graduare queste due posizioni, e sintetizzarle in unum. Ed infatti, per quanti sforzi si siano fatti per contemperarle, non si riesce a predicare una risposta chiara e  convincente,  esaustiva e paradigmatica.

I due punti sopra delineati solitamente vengono trattati ed utilizzati con quella ‘logica dei cassetti’ che li affronta uno per volta, come nel duello fra Orazi e Curiazi.[8] Oppure, come diceva un predicatore passato a miglior vita, esiste sì il primato della coscienza, ma è tanto difficile raggiungere una ‘retta coscienza’ che è più pratico lasciar perdere e seguire la ‘norma’.

 

A me sembra che questa insanabile opposizione, tra Legge obiettiva e Libertà della coscienza, si origini da una sfasatura nella impostazione del problema.

In breve, la coscienza che si confronta con le singole situazioni viene dialetticamente confrontata con una ‘legge’ che per sua natura si muove invece nel campo dei concetti generali ed astratti. Solo l’illusione di poter equiparare le ipotesi astratte previste dalle norme con il caso concreto, può far considerare possibile una confrontazione identificativa e può far concludere praticamente per la preminenza del ‘precetto’ morale astratto. Ma tutti sappiamo che l’astratto ‘non uccidere’ è cosa ben diversa dalla situazione nella quale la coscienza, anche con grande dolore,  suggerisce di farlo.

D’altra parte, riconoscendo che nel caso concreto l’ultimo giudice è la coscienza individuale, il valore obiettivo e generale del precetto morale risulterebbe svuotato di senso; in quanto  dica pure quel che vuole, sarò solo io a giudicare che cosa dovrò fare.

Quanto a me, nel corso della mia vita ho costruito molte soluzioni, tendenti a superare questo impasse, ed ora vorrei suggerire di risolvere la questione  considerando che la ‘morale obiettiva’ non è norma astratta che sta al di fuori dell’uomo, bensì coincide con  la sua struttura. Uomo e ‘legge’ si  identificano perché entrambi  sono la Vita, cioè il Cristo.

Ma, per poter considerare questa ipotesi solutiva bisogna liberarsi dall’idea che la ‘Morale’ sia un’area di patologia spirituale e il moralista sia un medico di pronto soccorso.

 

6) Libertà nella Vita e arbitrio

Il termine ‘Vita’, già molte volte usato, può generare equivoci.  Il lettore semplicisticamente potrebbe concludere: se è morale tutto ciò che è vita, ciò equivale ad affermare che tutto quanto il mio transitorio io esistenziale avverte come ‘vitale’ mi è consentito.

Come ho chiarito prima (cfr. schede sulla ‘teogonia’ del Cristo) il Cristo si identifica con la Vita, quella fontale, da cui noi proveniamo; quella stessa che riferiamo, nell’atto di fede alla sua figura finale e cioè lo Spirito (‘Che è Signore e dà la Vita’).

Quando dunque  suggerisco di intendere  la morale come ‘Vivere’, e la moralità come coerenza dei nostri atti con questo dinamismo, non mi riferisco assolutamente ad un arbitrio dell’uomo che, a suo libito e seguendo gli impulsi dei suoi mutevoli e transitori ‘io’, considera un certo comportamento come vitale.

La distinzione si coglie con precisione quando si considera che le scelte dell’uomo possono essere orientate, o alla soddisfazione di un proprio bisogno individuale, o a raggiungere l’Unità del tutto (vedi l’esempio sulla Ecologia). Questo Gesù lo ha insegnato quando ha chiesto ai suoi discepoli di ‘essere una cosa sola’, di ‘amare anche il nemico’, di ‘non fare il male, ma costruire il bene’. La stessa cosa insegna il Catechismo Biologico che  fa prendere coscienza della progressiva dilatazione dei bisogni; come essi da individuali si evolvono in sociali. La comune esperienza mostra che i  desideri del single si sviluppano quando nasce un amore, una famiglia; ed ancora di più, quando il cuore si apre alla dimensione del mondo.

Nel nostro caso, ciò significa che soggetto della morale (intesa in senso obiettivo) non è il singolo essere carnale, con la sua piccola coscienza dominata da eventi ed ormoni, ma progressivamente l’uomo sociale e infine l’uomo anima vitale.  Quest’ultimo è il vero soggetto della morale, perché opera in base al terzo livello della sua coscienza che non si lascia dominare dagli impulsi corporei egoistici, ma guarda all’Unità della Vita.

 Per l’uomo-anima la Vita è ben più della sua esistenza (che egli ha ‘perduto’ per Cristo); in essa egli comprende tutto ciò che esiste in quanto permeato dalla Vita cristica, e questo tutto desidera di portare all’unico  Padre. Il suo giudizio non si restringe a valutazioni esistenziali, ma ha come suo criterio il cosmo intero, compresa quella natura che ‘geme’ e da lui attende di essere salvata.  La Vita non è per lui un ‘oggetto’ della morale, ma il principio del suo essere e del suo divenire; in essa egli si avverte completamente libero per cui ogni cosa gli è consentita. Totalmente obbediente alla Vita egli è totalmente libero.

 

7) Vivere come Essere ed operare

Assumendo che l’operare segue l’essere (ci si comporta cioè per ciò che si è), la ‘Morale’ viene considerata conseguente all’Ontologia, branca del sapere che studia proprio l’essere. Questo è certamente vero sul piano astratto, ma in concreto, poiché chi riflette è proprio l’uomo che rischia continuamente il suo esistere, ciò che conta per lui è unicamente quel ‘sapere’ che valuta il suo operare.

Accade così che gli studi sull’essere restano in qualche modo un segmento riservato agli specialisti, dal momento che basta ad ognuno la sua coscienza di essere in un certo modo (sono fatto così); mentre al contrario quelli che riguardano la morale sono seguiti con maggiore attenzione anche dalla massa.

Anche a causa di questa diversa attenzione ai problemi, sotterraneamente la ‘morale’ tende a sganciarsi in pratica dal discorso sull’essere, e dopo aver proclamato che Dio (che comanda) è il suo fondamento,  si rapporta al ‘essere’ dell’uomo, ma come a nozione fissa, astratta, senza sbavature; e dovendosi poi scontrare con le infinite varianti dell’esistere si complica in mille ‘distinguo’.

In breve, la morale religiosa è correntemente considerata come un ‘codice’ che contiene l’insieme dei precetti  stabiliti da Dio  per gli uomini, e degli effetti penali derivanti dalla loro violazione (peccati). Diventa cioè una Etica divinizzata. E il moralista cade nello stesso errore del medico. vuol curare un vivente ed ignora che cosa è la vita. Per il moralista l’errore è più grave in quanto gli è stato rivelato che la Vita è il Cristo.[9]

 

Perciò io suggerisco sia di rovesciare l’atteggiamento corrente, per recuperare un rapporto identificativo fra morale ed essere; sia in particolare di considerare l’atteggiamento morale dell’uomo come un ‘Vivere’, dal momento che proprio il ‘vivere’ costituisce, come insegna la ‘Sapienza’ l’essere dell’uomo. E, facendo un passo avanti, ricordo che il Vivere di ognuno e di tutti è proprio il Cristo;  che  in lui  si inquadrano tutte le varie forme del nostro ‘essere e divenire’ (esistenza, animicità, divinità).

In altre parole suggerisco di partire dal divenire del Cristo, per dedurre da esso quello dell’uomo; ritengo infatti che proprio questo comune divenire costituisce la regola morale obiettiva ed universale e la sua libera ed autonoma coscienza.

Non predico dunque un Dio che comanda e un uomo che obbedisce, ma il Cristo che avanza indefettibilmente, e la possibilità concessa all’uomo di partecipare, se vuole, a questo divenire. Il volerlo o non volerlo costituisce l’area della ‘morale’.

 

8 ) Morale come ‘fisiologia’ della Vita

Molti studiosi di ecologia confondono la fisiologia del fenomeno ambientale con il suo aspetto patologico, e identificano così ecologia con inquinamento. Allo stesso modo parlando di ‘Morale’ il teologo si sofferma solo sul ‘peccato’. Lo rassomiglierei ad un medico che, volendo trattare della vita umana, costruisce il suo discorso unicamente sulle malattie.

A me pare invece che la morale vada trattata in termini fisiologici, identificandola con la struttura portante e dinamica che sorregge  l’esistenza e cioè con la Vita. Una struttura quest’ultima che riguarda il tutto ed ogni essere umano, indipendentemente dalla sua età e dal suo sviluppo mentale.[10]

In altri termini suggerisco di prendere a fondamento, come ‘legge’ (intesa in modo molto lato) ciò che costituisce l’Essere dell’uomo ed il suo Divenire.  Proprio questa intrinseca ‘legge’ veniva definita da Paolo (ed in un certo senso da Agostino) come ‘Predestinazione’, chiarendo che con questo vocabolo non si affermava una ‘fatalità’, cioè un destino  singolo e predeterminato, ma solamente l’esistenza di una indefettibile e complessiva  linea evolutiva del Cristo, al quale l’uomo partecipa.[11] 

Posto dunque che nella fede cristiana, la Vita nella sua prima accezione è ciò che noi chiamiamo ‘il Cristo’ (termine che dice essenza e divenire),[12] la morale si identifica  con  il Cristo nel senso che per lui viviamo e, proprio secondando il suo impulso, cresciamo progressivamente dalla dimensione della materia  individuata (esistenza) a quella del ‘Sono’ animico, e quindi alla maturità del divino.[13]

Il comportamento dell’uomo risulterà quindi ‘morale’ se sarà conforme alla Vita-Cristo, e ogni suo atto esistenziale sarà ‘atto di Vita’. In questo stesso senso leggo l’espressione di Ezechiele: ‘E Dio disse: vivi come l’erba del prato’; e intendo quest’ultima come simbolo di una pacifica obbedienza al divenire della vita nel pluralismo e nella libertà. Quest’erba, nella sera del mondo, entrerà nel forno ardente dello Spirito e parteciperà alla positiva ed esaltante epirosi finale.

 

Ecco allora delinearsi la soluzione anche del dilemma ‘legge-coscienza’ accennata nei precedenti paragrafi.

La ‘Coscienza’ del singolo non soffre il conflitto con la ‘norma obiettiva’ (cioè con il ‘divenire’ del Cristo), proprio perché, stampata nella ‘Vita’ (cioè ‘in Cristo’), essa coincide con l’obiettività dell’essere e del divenire suo personale e di tutto il creato. Coscienza soggettiva e ‘legge’, pur restando distinte, andranno anche di pari passo, fino a coincidere perfettamente quando, come Paolo, l’uomo potrà dire: ‘non sono io che vivo in me, ma il Cristo’.[14]

Per ottenere che ‘momento coscienziale’ ed ‘obiettività della legge’ coincidano, non bastano i transitori ed effimeri ‘Io’ esistenziali; il Cristo può integrarsi all’io umano solo quando esso assume i caratteri stabili ed immortali del ‘Sono’ animico.

Solo recuperando la dimensione dell’anima, la grande dimenticata, il problema della libertà del singolo trova soluzione. L’anima solamente  esprime perfettamente la struttura dell’uomo come voluta dal Cristo; essa solo costituisce la totalità dell’uomo, e  lo mette in perfetta comunione con tutto il creato. Ne diremo diffusamente nel terzo segmento di questa sezione.

Diventa allora ben più pregnante il precetto ‘Ama il prossimo come te stesso’; ed infatti quel ‘te stesso’ non si esaurisce nell’individuale e limitata unità psicofisica dell’uomo canale (che potrebbe anche essere deviata), ma nella pienezza dell’anima diventata l’io del creato.

In questo stesso senso Paolo formulava la sua scandalosa affermazione: ‘tutto vi è consentito’.  Egli non si riferiva infatti all’arbitrio umano derivante dall’ affermarsi del piccolo e transitorio io esistenziale, ma ad un’anima cosciente della propria struttura vitale e quindi operante ‘per come è’; un’anima operante nella Vita, cioè nel Cristo.[15]

 

9) Peccato: trasgressione e devianza

Il corrente concetto di ‘Morale’ resta ordinariamente limitato all’area del ‘trasgredire’, cioè al comportamento volontario e negativo che un soggetto attua durante la sua esistenza; non si tiene così in adeguato conto la ‘deviazione’ (il verbo evangelico è proprio ‘Amartano’). E ciò perché si considera quest’ultima come un che di obiettivo, e non direttamente imputabile al singolo il quale potrebbe non avere capacità decisoria, o subire il comportamento di altri.[16] Di qui il generalizzato concetto di peccato come scontro intersoggettivo, come  violazione di un precetto.

Questa impostazione crea non pochi problemi quanto ai gesti involontari dell’uomo. Ci si chiede infatti se essi debbano entrare a far parte o debbono essere esclusi dall’area della trasgressione.[17] Inoltre  non riesce a dare una soluzione al problema della generalità del peccato originale che, letto in termini di trasgressione, non potrebbe riferirsi ad un innocente (bambino appena nato). Di ciò parleremo più oltre.

Questo modo di intendere la morale implica dunque, da un lato la maturità dell’uomo, capace di comprendere il valore dei suoi gesti in riferimento ad un Qualcuno che egli non vede, ma conosce solo per sentito dire;  dall’altro che vi sia una legge che si rivolga all’uomo, un ‘mandato’ che questo Qualcuno (Dio) gli affida perché egli lo esegua.

Una tesi a prima vista semplice ed intuibile, ma che contrasta con la ‘libertà dei figli di Dio’ che pure rappresenta un pilastro della fede cristiana; presenta  Dio  come ‘legislatore’; e implicitamente emargina la figura centrale del Cristo creatore,  soccorritore e ricapitolatore;  e mette in ombra il ‘topos’ in cui la nostra vita si svolge e si realizza.[18] Per di più, rende autonomamente obiettiva una ‘Legge’ dalla quale Dio stesso non può allontanarsi. Il Dio ‘che fa giustizia’ applicando questa ‘Legge’ somiglia così al Giove della religione classica, che non poteva sfuggire al Fato.

 

Se però, come vado suggerendo, la ‘immoralità’ viene intesa come negazione del processo vitale, ciò che conta è proprio il ‘danno’  obiettivamente prodotto; ed allora il  termine ‘peccato’ indicherà la delusione per una occasione perduta, ed esso sarà inteso come nell’espressione ‘Che peccato!’. Tale variazione è molto importante;  senza sminuire la responsabilità di chi trasgredisce, prospetta infatti  la deplorevole perdita di una cosa bella, un opacizzarsi della luce e della gioia; ed induce, come accennavo, un senso di delusione e di dolore che naturalmente apre la via della conversione.

In altre parole, invece di dire: ‘Hai sbagliato, hai offeso Dio, sei passibile di condanna, e dunque pentiti’ noi diremo, come al bambino: ‘Guarda che cosa bella hai distrutto; ora che hai toccato con mano il danno prodotto a te stesso,  va e non farlo più’.  

Questa diversa impostazione è intuibile solo se si rimette il Cristo Vita al centro del discorso; se cioè consideriamo che egli è ‘la Vita’, è l’unica realtà; e noi siamo in Lui quando ‘viviamo’, cioè attuiamo la Vita; e siamo vivi solo se in Lui restiamo collocati (continet, sustinet, retinet). Allora, quando si coglie l’effetto distruttivo della trasgressione riguardante la vita (la morte entra nel mondo), viene naturale, così come dice Paolo, ‘avere orrore del peccato’.[19]

 

10 ) Uomo ‘buono’- virtù - vocazione alla Vita

Nella dimensione del ‘Sono’, cioè dell’Io animico, diventa comprensibile il discorso delle ‘virtù’. Malintese come sono, esse proiettano tanti nell’ipocrisia dei baciapile i quali si affannano ad apparire  belli a se stessi, dimenticando di uscire incontro allo Sposo (incarnato in ogni realtà del mondo) e  costruire così il suo regno.

Quando l’uomo guadagna la sua coscienza di anima (traguardo praticamente taciuto nella predicazione ecclesiastica) allora comprende perché Gesù vietò ai discepoli di chiamarlo ‘buono’, e affermò che solo il Padre lo è. Non fu quello un gesto di umiltà (che per di più sarebbe stato falso), ma la rivelazione di un aspetto della Vita del Cristo.

Rifiutando un attestato di bontà come qualità della sua dimensione carnale (i discepoli lo chiamavano ‘Maestro’, cioè semplicemente ‘uomo’), egli, ribadì la funzione strumentale dell’esistere carnale nella traiettoria di quel Cristo che era presente in lui;  chiarì così che l’uomo non è ‘buono’ , ma lo è chi svolge il proprio compito di unificazione e ritorno che implica la meta della divinizzazione.

 Dunque egli non era ‘buono’ nella sua consistenza umana, ma nei  i suoi gesti tesi a realizzare il Piano del Cristo; egli diventava buono proprio nell’essere coerente al piano di colui che, avendo compiuto la sua opera, riposa nella meta raggiunta ed è quindi onticamente ‘Buono’. Buono sarà  allora finanche quel malvagio e depravato Davide, che tuttavia compì quanto richiestogli nel grande piano del Cristo: unificare nella visibilità il Regno.

 

In questa ottica diventa evidente l’importanza  della ‘Vocazione’. Essa non è un atto di arbitraria volontà divina, ma la concreta individuazione della posizione funzionale del singolo nel grande piano del Cristo. Per fare un esempio, ‘Vocazione’ equivale alla porzione di disegno che caratterizza una tessera e le indica il posto da assumere nell’intero mosaico.

La  legge morale si può sintetizzare allora in un imperativo: “Sta fermo al tuo impegno e fanne la tua vita; invecchia compiendo il tuo lavoro”.

Non cercare dunque, essa suggerisce, di essere ‘buono’, o peggio di sentirti buono (come i bacchettoni, che il Vangelo simbolizza nei farisei), ma, da buon operaio, compi il tuo specifico lavoro. Segui allora l’input che ti è stato dato, la missione a te affidata di cooperare con il Cristo a realizzare il suo grande obiettivo: divinizzare cioè il creato.  Questa è la vera bontà non espressa dalla sommatoria degli umani abiti virtuosi, ma dalla perfetta coerenza dinamica con il tutto,

L’esistenza umana diventa allora sempre più morale, via via che la coscienza dell’anima (l’Io superiore che sopravanza l’io carnale) rivela i tanti impegni che progressivamente possiamo assumere nel collaborare col Cristo e sorregge nel realizzarli. Allora anche il più piccolo pensiero della mente può diventare fondamentale perché ha una sua utilità nel complesso. E al tempo stesso si evidenzia il male come chiusura egoistica, come inoperoso immobilismo.  Noi infatti siamo operai della grande avventura del Cristo ed l’impegno morale ad eseguire il compito assegnatoci è totalizzante.[20]

 

Dio non ha stabilito per me una scheda perforata che la mia macchina biologica è costretta ad eseguire; Dio mi concede una totale libertà di vivere, perché libera è la Vita del Cristo. Io debbo solo comprenderne il significato, assumere il mio ruolo, e poi ‘Tutto mi è consentito’ perché ho la coscienza della Vita.[21] Allora, ogni gesto della mia esistenza assume un valore cosmico; io avverto di ‘aggiungere ciò che manca alla passione del Cristo’; io divento Cristo via via che realizzo la sua opera nel variare delle contingenze umane.

Vincenzo M. Romano 2003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 


[1] Si ripercorre la strada di quel gran pediatra americano che, dopo aver  dettato leggi sul come crescere i bambini (perciò fu detto ‘il papà degli americani’), passati quaranta e passa anni dovette riconoscere che quel suo modo generalizzato di guidare le mamme era del tutto sbagliato.

 

[2] A san Giovanni della Croce che riprendeva Teresa d’Avila perché si era servita una seconda fetta di torta (il che evidentemente le arrecava piacere), quest’ultima rispose: ‘La terza fetta la mangerò in paradiso’.

 

[3] Da giovane, mentre mi entusiasmava la libertà dell’amore predicata da Gesù di Nazaret, mi stupiva lo scoprire che i trattati di morale (leggevo Chatrein) corrispondevano perfettamente ai codici che studiavo nei corsi di giurisprudenza.

 

[4] Ed oggi, riflettendo più a fondo su tale ‘eresia’ mi sembra che l’affermazione può anche diventare corretta, se in questo dio minore identifichiamo proprio l’uomo che Dio volle Signore del creato. In altre parole Dio creò un ‘paradiso terrestre’, e noi lo abbiamo demolito e ricostruito come un vero inferno pieno di buchi neri. Allora solo in traslucido possiamo oggi seguire Tommaso che contemplava l’ordine dell’universo.

[5] Probabilmente proprio con questa fede la Chiesa ha sostenuto la validità della legge naturale. Essa è valida non per i cento motivi che sono stati addotti, ma perché è il Cristo stesso che si è increaturato nel mondo e si esprime attraverso di esso. Nello stesso senso riconosco come fonte di Verità ciò che chiamo ‘catechismo biologico’.

 

[6] Comunque. per orientare il lettore verso la mia tesi, lo invito a riflettere sul fatto che la maniera corrente di proporre la ‘morale’  la circoscrive in pratica a un soggetto adulto e sui compos, mettendo fuori gioco gli handicappati mentali ed i bambini che pure sono tutti figli di Dio. Questa limitazione andrà anche bene per il diritto penale, ma non ha cittadinanza nel cattolicissimo cristianesimo.

 

[7] Anche questa affermazione conosce dei limiti in quanto si sostiene che quella regola obiettiva soffre di alcune eccezioni e che vi sono situazioni in cui essa non vale (come ad esempio per l’omicidio il caso di legittima difesa, o l’uccisione in guerra).

 

[8] Per ‘logica del cassetto’ intendo (vedi schede sulla teologia) quel modo di ragionare che isola i problemi e li tratta senza dare ragione della loro connessione con l’insieme della fede.

 

[9] Questo stato di fatto, mi ha indotto fino ad ora a non scrivere un rigo su temi morali, avendo anche compreso che, quando si mette nero su bianco, si finisce su ogni singolo tema col diventare massimalisti, e dimenticare la coscienza attuale e reale dei soggetti interessati. Oggi però, dopo avere riscoperto una diversa maniera di concepire la centralità del Cristo, mi accorgo di poter agglutinare intorno a Lui ogni argomento e di poter proporre una visione di insieme.

 

[10] Intendendo in questo modo la ‘Morale’, si può dire che anche un bambino ne è destinatario; ed infatti, pur solamente con i suoi gesti naturali ed istintivi, egli esiste in maniera moralmente corretta; ed aggiungere che aveva ragione Agostino quando considerava immorale la sua infanzia la quale veniva obiettivamente deviata dalla traiettoria della ‘Vita’, ad opera della società che lo circondava. Così ragionando non si è costretti a restringere la morale solo alle persone autosufficienti, con esclusione quindi di bambini o altri soggetti ad essi assimilabili. Rifletto che, proprio a motivo di ciò, siamo diventati in pratica un po’ gnostici.

 

[11] Per fare un esempio, un neonato è ‘predestinato’ ad essere un ‘adulto’; e la vita che lo sorregge, oltre ad essere la struttura del suo essere, e  la molla del suo divenire, costituisce la regola del suo operare per raggiungere questo fine. Pertanto egli dovrà respirare ossigeno, nutrirsi, muoversi, parlare e fare quant’altro serve a diventare un uomo maturo.

 

[12] Faccio coincidere Moralità e Vita, sia perché me lo rivela la Scrittura (cfr. scheda sulla ‘Teogonia del Cristo’) e me lo attesta il ‘credo’ che afferma lo Spirito come colui che ‘dà la vita’, sia perché me lo suggerisce il catechismo biologico al quale risono riferito nella nota precedente ed in quelle che seguono.

[13] Leggendo in questa ottica le ‘Lettere’ di Paolo, diventa chiaro il motivo per cui egli insiste a ripetere l’espressione ‘En Christo’ (poco chiara in graco), invitandoci a fare tutto ‘in Cristo’.

 

[14] L’ecologia può suggerire un modello utile a far comprendere  quanto sto esponendo. Per un certo tempo, si è considerato che la natura aveva leggi sue proprie e che l’uomo dotato di libero arbitrio poteva o adeguarsi ai ritmi naturali sacrificando la propria libertà, oppure esprimerla anche violando le leggi naturali. Ovviamente l’umanità ha scelto quasi sempre la seconda opzione. In una seconda fase (quella attuale) si è scoperto che uomo e natura sono intimamente connessi e che la ‘Casa’ (oikos) cioè il mondo è un tutt’uno con chi la abita (perciò a ‘ecologia’ sostituirei ‘ologia’). Ora, chi ha digerito questa verità sperimenta  in un modo del tutto nuovo la sua libertà e le leggi naturali che ora avverte come contenuto del suo ‘vivere’.

 

[15] Per seguitare nel mio esempio, sia il bambino che l’adulto respireranno e si nutriranno in forza di un proprio libero atto di coscienza, ma esso deriverà loro proprio dal sentirsi viventi e dal voler continuare a  vivere (legge della Vita). In questo senso, l’istinto di conservazione è un buon esempio di sintesi fra legge obiettiva e coscienza individuale.

 

[16] Nel corrente modo di pensare la morale, la ‘trasgressione’ ha una posizione di preminenza rispetto alla ‘devianza’. E’ questa la naturale conclusione di una concezione  secondo cui si raffrontano una legge e una volontà dell’uomo che obbedisce  o viola.

In una visione fisiologica della ‘Morale’, la ‘Deviazione’ (che può essere del tutto involontaria) e la cosciente ‘Trasgressione’ restano due distinti fenomeni, negativi e contingenti che costituiscono la patologia del vivere. Ma essi, proprio in quanto producono l’inquinamento del sistema, e quindi un danno obiettivo, sono  equivalenti.  Direi anzi che  mancando alla obiettiva ‘devianza’ una possibilità di pentimento, essa risulta ancor più dannosa della trasgressione. Chi fa del male si può convertire, ma il danno provocato resta.

 

[17] Per intenderci, quando Agostino afferma che egli da ‘bambino peccava gravemente’, si riferiva evidentemente non a ‘trasgressioni’, ma a ‘deviazioni’ indotte in lui dalla società nella quale viveva. Ed ancora quando considera ‘peccato’ i suoi involontari moti carnali durante il sonno, si riferisce evidentemente non ad una trasgressione, né ad una deviazione rapportabile alla natura carnale dell’uomo (per la quale quei fatti sono del tutto fisiologici), ma a qualcosa di diverso (io dico alla sua Anima) rispetto al quale quel gesto diventa sintomatico di una qualche deviazione. Se io mi lascio dominare dal sesso (carnalità) durante il sonno nel quale è l’anima a dirigere la mia vitalità, evidentemente, dice Agostino, c’è qualcosa di deviato nella mia anima.

 

[18] Di fatto, mentre i teologi chiaramente distinguono Islamismo da Cristianesimo, per i molti questa diversità è solo cultuale in quanto tutti credono in un unico Dio.

 

[19] Nella mia esperienza di direzione spirituale hi constatato  che è poco fruttuoso evidenziare le trasgressioni; ed invece produce effetto una considerazione del tutto obiettiva: ‘Bada di non provocare un male, un dolore inutile’; in pratica non inquinare te stesso e l’ambiente in cui vivi, perché tu stesso ne soffrirai’.

 

[20] Qualcuno a questo punto potrà obiettarmi che accennando alla ‘vocazione’ ho fatto rientrare dalla finestra quel ‘mandato divino’ che dicevo di volere escludere dalla mia ipotesi.  Rispondo: il ‘mandato’ che ho emarginato è quello astrattamente formalizzato in una ‘Legge’ estrinseca. Se vogliamo ancora usare questi termini, concederò che l’unico ‘mandato’  che abbiamo ricevuto e quello di ‘Vivere’. Ma ho pure chiarito che la Vita è ‘predestinata’ (nel senso prima detto) a ritornare al Padre, cioè alla pienezza della divinità; e questo cammino, totalmente libero, va percorso in unità col Cristo.

 

[21] Chi decide di fare un percorso subacqueo senza bombole, sa di dover restare in apnea, non perché qualcuno glie lo comanda, ma perché questo è il modo di realizzare la sua libertà di nuotatore.