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‘Otri nuovi per vino nuovo’

S C H E D A  n.7.b

Crisi delle Istituzioni

anticristo -  ameba

Sommario: 1) Armagheddon e Parusia; 2) La crisi della Chiesa istituzione; 3) L’ameba e l’anticristo; 4) Gli input del Vaticano II; 5) Christifideles e ‘anathema sit’.

 

1) Armagheddon e Parusia

Come dicevamo nella precedente scheda, compito del teologo è quello di rileggere questi dati come ‘segni dei tempi’, ricollocandoli nella dimensione del Cristo perché assumano un senso nuovo. Solo così il Cristo non scadrà a fantasma intellettuale, ad espressione emozionale, o a soprammobile dell’esistenza.

Questa nuova dimensione operativa del singolo, questo affermarsi dell’umanità come soggetto artificiale, questo autoripiegamento che propone all’uomo di essere ragion sufficiente e meta a se stesso, fa riflettere alla profezia del racconto della ‘Torre di babele’. Mentre la si costruisce è già in atto la polverizzazione dell’unità, visibile nella grande quantità di linguaggi, tutti incapaci di comunicare fra loro, e produttori di ideologie e conflitti fra gruppi ed etnie, sempre più folli, e a volte quasi immotivati.

Eccola la grande ‘ameba’, cioè quella falsa unità che produce oppressione e dissoluzione. La Bibbia la descrive in molti modi, come Bestia, Dragone, Satana, Diavolo, Serpente etc.; un quid che si merita una quantità di appellativi, proprio perché si esprime in mille modi, ma che in ultima sostanza è il ’male’ sempre derivante dal cuore e dalla animicità dell’uomo, e che, come forza distruttiva, investe l’intera creazione.

Questo è Armagheddon, cioè lo scontro frontale fra Cristo e il ‘principe di questo mondo’, titolo quest’ultimo che si può riferire soltanto all’uomo, posto da Dio come Signore del creato. Principe di questo mondo è proprio l’umanità che cerca, nella sua totalità, di trasformarsi in ameba; che è soggetto ed ha capacità di progettare il male. E se non la vediamo l’ameba, è perché siamo succubi di una concezione individualista ed istituzionale. Così, per sfuggire alle nostre responsabilità, consideriamo il male che operiamo come un soggetto ‘terzo’ e gli attribuiamo il titolo di ‘diavolo, tentazioni, inferno’. Eppure due soli sono i soggetti in gioco: Dio e l’uomo; ed il male è sempre cosa nostra, di noi che per costruire o distruggere siamo stati costituiti signori del creato.

Qualcuno potrà accusarmi di catastrofismo per come connoto teologicamente lo stato attuale. Ed invece io, nell’attribuire all’uomo e non a Dio, quanto sta accadendo, resto fiducioso nell’azione del Cristo che, come diceva T.de Chardin, cresce silenziosamente nelle cose. Io so che  il suo linguaggio, che è quello della comunione nelle diversità, alla fine vincerà; e ciò perché ritengo che, proprio in questi sommovimenti, il Cristo si sta svelando definitivamente nel mondo.

In questo senso leggo, positivamente, la pagina evangelica che annuncia la fine del mondo ed ancora quello scendere di Dio sulla terra, non per condannare ad una divisione delle lingue, ma per offrire ad uomini ormai omologati una propria specifica espressione, cioè una infungibile personalità. La pagina di Babele acquista il suo valore profetico proprio quando la si considera conclusa in quella della Pentecoste.  Ognuno seguiti ad essere un infungibile ‘io’, ma finalmente in una comunione che non si regge più sulla squallida uniformità predicata dall’ameba.

Concludendo il suo ‘Ambiente divino’ T. de Chardin ricordava al Cristiano la Parusia del Cristo, verità che oggi nessuno predica più. Forse è tempo di rimeditarla, di riproporla come alba che sta per spuntare, evitando toni da Cassandra o inutili appelli ai sordi. L’annuncio del suo ‘ritorno’ darà speranza all’uomo, lo farà sentire meno solo e impotente; lo potrà chiamare ad una piena testimonianza.

 

2) La crisi della Chiesa istituzione

Posto quanto detto nella scheda precedente sulla crisi delle istituzioni civili, se la mia analisi è corretta si pone un primo interrogativo: quanto resisterà ancora la Chiesa-Istituzione nella sua funzione di soggetto unente i cristiani? Non è facile dirlo, ma è certo che subirà notevoli contraccolpi. A mio giudizio i segni di una crisi in atto sono evidenti; e, prima ancora di indicarne alcuni, li vorrei sintetizzare visivamente nella osannata solitudine di Pietro.

Chiusa in se stessa, ancorata alle formule, assumendo di rappresentare la fede dei cristiani, quella che viene chiamata ‘Teologia di Palazzo’ oppone oggi alle istanze del mondo solamente dei ‘Si’ e dei ‘No’. E questi, per quanto esatti, non solo risultano di fatto improduttivi, ma sono fonte di reciproca conflittualità separando fra loro i fedeli, slegandoli dalla Gerarchia, e accentuando il vallo fra cristianesimo e mondo laicizzato.

Se non ci si fa schermo di un dito, appare chiaro (lettera di Hering al Papa) un radicale cambiamento di mentalità; come i popoli si staccano dalle Istituzioni civili, così i fedeli si disinteressano di una Gerarchia della quale colgono solo la valenza istituzionale e non  la funzione sacra di cui è titolare.

Quando il Vaticano II volle mettere in primo piano il ‘Popolo di Dio’, e come somma testimonianza del Cristo la ‘vita religiosa’, implicitamente postulò una diversa strategia di predicazione, una diversa fonte per la teologia. E volle infatti recuperare come costitutivo della comunità cristiana la testimonianza della fede realizzata mediante il pensiero e l’azione. 

Il religioso doveva tornare ad essere un ‘testimone’ del vangelo (voti) e perciò non assimilato al secolare sacerdote ministeriale; doveva tornare ad essere un laico che testimonia la santità di vita, ed il recupero della propria dimensione animica, non già un parroco o un cappellano.

A sua volta il ‘Popolo di Dio’ (i Christifideles del C.J.C) non fu spostato in primo piano per continuare ad essere una folla da governare, ma un vessillo elevato fra le nazioni, fatto di mille colori e di mille stoffe; un coro così ben intonato da saper cantare, con voce potente, una sola Verità. La mancanza di questo coro costituisce l’attuale solitudine di Pietro.

Dopo mezzo secolo, G. Paolo II dice: ‘ritornate al Concilio’; un messaggio che io interpreto come invito a riscoprire e potenziare la ‘testimonianza’ e quindi il Sensus Fidei del Popolo di Dio. Ma quello vero, derivante da una ricerca di Dio singola e comunitaria, nel quale ognuno è personalmente implicato, insieme a tutti i fedeli, sicché  l’operare nel mondo, di ognuno e di tutti, concorra a costruire una vera cultura improntata al Cristo.

Perciò la funzione del Magistero è certamente fondamentale; a patto però che non si identifichi con l’Istituzione e le sue operazioni mondane. Tutti avvertono il bisogno di Pietro, colui che conforta nella fede; e tutti concordano che è finito il tempo del Papa-Re o del Vescovo-Conte.

A far tempo dalla Rivoluzione Francese (che nei suoi aspetti positivi ha evidenziato autentici valori cristiani) l’uomo occidentale ha compreso di non potersi continuamente fotocopiare sulla transitoria figura del ‘capo’. Cambiano i Papi, cambiano i Vescovi, ed il cristiano rifiuta di  impegnarsi ogni volta in una operazione di restyling religioso , di chirurgia estetica. Che se, per malintesa obbedienza, un fedele falsifica il volto che Dio gli diede, egli resterà poi traumatizzato allorché da un nuovo venuto gli verrà  chiesto di ripetere l’operazione.

Se il valore della Comunione, per esigenze di potere, viene disatteso da una Chiesa che si centra sulla istituzione e quindi sui ‘dirigenti’, esso cadrà nelle mani degli integralisti, e si trasformi nel ‘disvalore’ della ‘comunità uniforme’. La Chiesa non è partito, organizzazione, associazione, mera comunità, ma il Corpo del Cristo vivente dove chi è primo è servo di tutti.

In presenza di una generalizzata crisi delle Istituzioni (strumenti, e non sacralità) non è più tempo di norme, ma di riscoperta dell’uomo-comunione.[1] Di dare fiducia all’agire dei singoli, e così costituire un sentire comune che abbia diritto ad esprimersi liberamente in tutte le forme adeguate. E queste ultime sono infinite, così come la storia della Chiesa ha mostrato; né possono predeterminarsi da chi svolge una funzione di controllo.[2]

Se tutti i figli di Dio, guidati nella Verità dal Magistero, liberamente e con ogni mezzo, ‘ricercano Dio’, si può realizzare una coscienza ecclesiale (sensus fidei) capace di testimoniare i suoi ‘Si’ ed i suoi ‘No’, di motivarli a livelli diversi, a seconda dell’ascoltatore, e di inquadrarli in un progetto di esistenza e di Vita. Allora Pietro non sarà più solo.

Questi ‘Si’ e ‘No’ saranno sostenuti non da eleganti formule che nessuno legge, ma da una compartecipata e complessiva visione dell’uomo e del mondo impregnata di Cristo.  Proprio le concrete e generalizzate scelte  mostreranno che la Divinità è fatto attuale, e fluisce in una traiettoria orientata ad una meta esaltante; quella della divinità Ed allora l’uomo, in quanto si avvertirà una goccia di questo zampillo a Vita eterna, si sentirà  ripagato il ‘cento per uno’, e gli diventerà ‘giogo leggiero’ il suo sforzo di testimonianza. 

Una coscienza ecclesiale, che nasce dalla libertà del singolo e si stratifica in una cultura sacramento di Comunione, potrà certamente convincere alla pace quel moderno Davide (uomo singolo) che nel terrorismo ha scoperto il sasso da lanciare contro il potente Golia (istituzioni). Può trarlo dalla sterilità dei suoi gesti distruttivi perché in grado di offrire finalmente un habitat, una traiettoria, una meta ambiziosa alla sua infungibile individualità. Allora, all’ameba-anticristo si potrà sostituire il ‘corpo di Cristo’.

 

3 ) L’ameba e  l’anticristo

Suo malgrado, l’ameba che ci tiranneggia permette di vedere finalmente  quell’anticristo relegato nel limbo dei meri concetti, o confuso  col volto di qualche malvagio di turno. Oggi lo possiamo avvertire nella sua vastità, sicché la sfida con lui non può più eludersi. Lo vediamo materializzato in filamenti di poteri forti (economico, intellettuale, comunicativo etc); è avvertibile come forza impulsiva che controlla la quasi totalità dei comportamenti umani; ed infine sta assumendo una dimensione più raffinata che simula un qual forma di ‘mentale’.

Chi, con occhio smagato e con spirito di libertà, osserva la moderna società di tipo occidentale noterà che, attraverso il ‘progresso tecnologico messo a disposizione dell’uomo’, la grande ‘Ameba’ sta sostituendo alle pseudo teste già esistenti (Re, istituzioni, poteri forti etc), un quid di impalpabile del tutto nuovo. Essa (cioè l’anticristo) si autentica come centro intellettuale, come ‘sistema dell’esistenza’, ‘visione del mondo’, ‘struttura dell’uomo’; in una parola, habitat, significato, e finalità del singolo e dell’umanità.

Ora diventa più chiaro che cosa sia quel  ‘Diavolo’, che altri si affannano a impuzzolentire di zolfo ed arrostire nelle fiamme; diventa evidente  l’anticristo che tenta di sostituirsi alla trama vitale dell’universo (Xr. Istos), ponendosi come indiscutibile ed unica divinità da adorare.[3]

Proprio questa crescente chiarezza dell’avversario chiama la Chiesa, nella sua piena complessità, a salvare la storia. Solo la Chiesa totale è infatti capace di reagire in modi diversi a questa deriva di morte. E ciò è possibile se si recupera la testimonianza di tutti e di ognuno, e se il cercare Dio e il predicarlo (teologia), diventa un implicito del cristiano, un sentimento che equiparerei a quello che spinge il cd. figlio di N.N. a cercare chi è suo Padre.[4]

Si usa ripetere che il primo inganno del demonio  consiste  nel suggerire la propria inesistenza.  Sarà pur vero, ma io guardo la cosa da un diverso punto di vista e scopro che, proprio chi, credendo di superare questa tentazione, parla continuamente dell’esistenza del demonio, concorre ad elevargli un monumento. Nella prassi ecclesiastica il diavolo si avvantaggia di spot pubblicitari molto più numerosi e cattivanti di quelli dedicati al Cristo; ed i teologi, per parte loro, sembrano timorosi di affrontare questo tema, sicché angeli (anime buone) e diavoli (anime dannate), latitanti nella loro riflessione, restano affidati spesso a predicatori da strapazzo.

 

Ma un altro dato mi intriga. Non ho mai sentito dire da un teologo che il diavolo è un grande idiota; al contrario lo si accredita (si perdoni il gioco di parole) come un essere ‘mefistofelico’, dotato di una mente sottile, capace di piani ‘diabolici’, e di una forza che tiene in scacco torme di esorcisti, che gli intimano di andar via in nome di Cristo. E lui pare che se ne rida e resta fin quando vuole.[5] 

Paolo confortava i suoi dicendo: “In forza di Cristo stravinciamo”; e Giovanni affermava: “Voi avete vinto il mondo”; noi preferiamo piuttosto  esaltare la debolezza dell’uomo di cui sembra che il satana si possa impossessare quando e come vuole. [6]

Proprio da questo tipo di pia predicazione prende forza l’Ameba, l’anticristo dei nostri giorni; essa si gonfia avanti a noi, i suoi occhi brillano di perversa intelligenza, e noi ci sentiamo sperduti avanti alle sue strade di morte. Noi che  pure ‘abbiamo vinto il mondo’.

 

Certamente il Male è una forza terribile perché, in quanto  proiezione dell’uomo, gli residua una parvenza di personalità, una parvenza di lucidità; e tuttavia è un quid di idiota, di imbecille. Imbecille sì, ma pericolosissimo, come lo potrebbe essere un bambino lasciato solo vicino al bottone della distruzione atomica del mondo. Il bambino è un essere umano, e tuttavia non è ancora un uomo responsabile dei suoi atti. Non a caso gli evangelisti lo chiamano ‘Di-Abolos’, cioè ‘Doppiamente infantile’.

Io credo che oggi bisogna insegnare al cristiano a non sottovalutarlo, come accade col mare, il deserto o la montagna, ed ancor più la malizia umana;  ma, al tempo stesso, bisogna insegnargli a non temerlo. Egli infatti può distruggere, ma non ha la capacità di costruire una traiettoria che tenda ad un effetto di sconvolgimento totale; può scompigliare, può rompere, ma non può fare una ‘guerra’ coerente, capace di determinare una vittoria che consista nella distruzione del creato. Cristo lo ha redento una volta per tutte.

Lo ripeto, il Diavolo è come un bambino che può fare enormi danni agendo selvaggiamente, ma non può organizzare la distruzione dell’uomo e del mondo; perciò è un perdente per costituzione.  E proprio questa sua debolezza (che troppi si affannano a trasformare in forza) deve diventare la chiave della nostra vittoria.

Fin quando il cristiano, sciolto nel tempo (dissilui in tempora), considererà la sua vita come una serie di distinti e sezionati fotogrammi, l’azione distruttiva del diavolo gli sembrerà invincibile; egli ha infatti la capacità di operare nei singoli fotogrammi,  e di oscurarli, come un bambino capace solo di gestire il suo piccolo presente. 

Ma se il cristiano si rende conto di essere oltre che corpuscolo anche Anima; se impara a riconoscere la indefettibile traiettoria del Cristo-Via; se scopre il Cristo-Vita come meta;  se prende coscienza della comunione del Cristo-Folla Santa (Ale Teia), sarà allora come quel calciatore che può subire anche innumerevoli falli, ma sapendo di essere un Maradona, e di giocare una lunga partita, incrollabilmente crederà che alla fine metterà il pallone in porta.

Quando più appresso riproporrò la figura del Cristo astorico e sempre presente nella vicenda dei singoli e dei popoli (eucarestia), allora sarà chiaro quanto ora brevemente vado proponendo.

 

Cominciamo a predicarlo quel futuro del Cristo che con termine obsoleto viene detto ‘Novissimi’. E ciò perché, come già dicevo, forte dello scientismo imperante, l’ameba, per falsa e grossolana che sia suggerisce una sua prometeica e nebulosa ‘traiettoria’ ideale, una visione del mondo (quella tecnologica) molto fascinosa perché, rivestita dei panni del ‘mentale’, si appella alla isolata individualità dei soggetti, sembra dare all’uomo un senso al suo infuturarsi.[7]

Se si vuole combattere l’anticristo, va predicato un chiaro e positivo fluire della Vita, nel quale il singolo possa inquadrare la sua vicenda personale, e che, facendosi forte della coscienza informata del gruppo, si opponga validamente alle fascinose traiettorie mondane.

Senza una ‘traiettoria’ vitale che guidi ad una ‘meta’ desiderabile, come dare slancio ai singoli ed alle strutture associative? L’assenza di questa deriva di animicità e di santità, ha portato l’azione missionaria della Chiesa a verniciare di cristianesimo popoli politicamente e militarmente sottomessi, e infine alla scristianizzazione dell’Europa stessa. [8]

L’agire ‘morale’ che incarna la fede, non può più rimanere dimensionato sul singolo; deve decollare una morale sociale che investa le collettività. L’insegnamento della Scrittura si muove anche in questa direzione, quando evidenzia il ‘peccato del popolo’. 

 

4 ) Gli input del Vaticano II

La riflessione teologica che ruota intorno al Vaticano II ha profeticamente avvertito il forte bisogno di spostare l’attenzione sulle molteplici dimensioni  proprie all’uomo, ed ha prodotto, tra l’altro, le cd. Teologia Politica, della Speranza, della Liberazione. Una esplosione di prodotti nuovi che sono stati via via dismessi o riassorbiti dalla teologia tradizionale, alla quale la Gerarchia è ritornata per la sua connaturata vocazione al passato ed alla pseudo sicurezza che da esso deriva.

Penso anche alla grande speranza collegata alla riforma liturgica; essa  doveva  costituire nella logica della Sacrosantum Concilium il topos ideale per manifestare al cristiano, ed a chiunque, la Via, la Meta, la Comunione; ed al tempo stesso l’archetipo di una logica assembleare nella quale realizzare una comune ricerca ed un comune sentire. Purtroppo, invece di cercare forme nuove che esprimessero questi consolanti concetti, si è partorito il topolino di una pedissequa traduzione dal latino (nelle lingue correnti).

Ed ugualmente la riforma degli ordini religiosi, che, come vertici di santità della Chiesa, dovevano mostrare l’immagine viva e testimoniata del Cristo, è naufragata nella banalità di un velo tolto, o di qualche documento ambiziosamente intellettuale.

 

12 )  ‘Christifideles’ e ‘anathema sit’

La possibilità di restituire al popolo di Dio l’esercizio di una teologia pensata ed attuata in mille modi, non può prescindere (come già ho detto) da una approfondita riflessione sulla funzione e sui modi di esprimersi del Magistero. L’invito del Papa a studiare il Primato Pietrino è rimasto a mezz’aria. Eppure dal fatto stesso di cominciare a parlarne liberamente, poteva innescarsi un autentico avanzamento ecclesiale. Sembra però che la logica dell’avanzare sia quella del restare seduti; logica caratteristica dei vecchi.

A me pare che fin quando esisterà una divisione all’interno degli ‘ordinati’ (non uso ‘clero’ perché finalmente abrogato), e poi fra essi ed il popolo di Dio, anche il più illuminato esercizio del potere magisteriale non riuscirà a surrogare la mancanza di un sentire comune, di un avvertire che tutti siamo nella stessa barca, che tutti siamo uguali avanti a Dio e che ogni potere è veramente un servizio.

Il cervello ha bisogno del corpo per sopravvivere e pensare; i servi si distinguono almeno per la loro livrea. Non c’è Magistero senza un vero popolo; e le vesti episcopali e cardinalizie (così ben regolamentate) sono ancora manti regali  e non livree di servo. Un tecnicolor  improponibile nel bianco e nero della povertà del mondo.

 

Come vado ripetendo, la prassi ecclesiastica si rifugia nella mediazione del pensiero riflesso (cioè dei concetti astratti), e argomenta ordinariamente in chiave strettamente intellettualistica, dimenticando che il Concilio suggeriva di parlare in maniera nuova del Cristo, partendo cioè dalla realtà dell’uomo e del mondo, ed usando la testimonianza come discorso.

Per esprimere le Verità della fede (cd. Dogmi), si privilegia il ‘pensiero riflesso’; parallelamente nel meditare la Scrittura si usa una chiave  storicistica e la si ‘cita’ (quasi sempre di seconda o terza mano), privandola della sua capacità di dare forza a chi la medita, e di suggerirgli pensieri nuovi.

Inoltre le nuove istanze esposte dai teologi, vengono spesso recepite nella dimensione riduttiva delle relative formulazioni letterarie, piuttosto che nel loro valore profetico, e nella vivacità della storia da cui sono nate e che in esse trova una pallida ed a volte anche riduttiva espressione.

Ciò implica che si continua a gestire il Magistero in forma direttiva e attraverso le formule; si scrivono autorevoli libri che intessono tra loro universali astratti e che, quando mostrano di analizzare il mondo, non interrogano chi quelle realtà le sperimenta e le soffre.[9]

  Questo atteggiamento, a mio giudizio, viene denunciato implicitamente da Giovanni Paolo II quando invita a ‘ritornare al Concilio’; il cd. indirizzo pastorale del Concilio voleva a mio giudizio orientare la teologia a lavorare sulla realtà del mondo, e non sulla sua rappresentazione intellettuale.

In questo spirito il Concilio invitava a credere piuttosto che a condannare. Una prospettiva che sembra aver fatto la stessa fine ingloriosa della ‘Casistica’ di Alfonso de Liguori; da suggerimento di metodo, e orientamento alla libertà, si  tramutò in codice, ed in dirigismo morale.

In conclusione un dato che bisogna certamente rivalutare consiste allora nella involuzione in senso ‘dirigistico’ del Magistero; e si potrebbe cominciare almeno col rivedere letterariamente le formule utilizzate, a volte veramente preistoriche.

 

Lasciando da parte quelle più marginali, proviamo a considerare una formula che sta diventando di stile nel parlato e nello scritto.

‘Bisogna fermamente credere..’, in luogo del tanto criticato ‘anatema sit’, fu una variazione colta, durante il Concilio, come un avanzamento, un voler dialogare in positivo piuttosto che in negativo. Ma col passare del tempo ha evidenziato invece un pastore (Magistero) che opera per specifiche e concluse  disposizioni, formulate dai teologi di palazzo, da accettare senza discutere.

Il Magistero appare oggi a molti come un pastore che non si limita a guidare ai pascoli buoni, ma che di fatto vuol mettere l’erba in bocca alle pecore, scegliendola lui e vietando che lo facciano le singole pecore, che pure sono assistite dallo Spirito Santo. Ma sappiamo che lo Spirito non può essere conferito all’ammasso, né gestito per ‘delega’; e che il singolo non può essere ritenuto responsabile dei suoi atti, se non gli si riconosce la libertà di eleggere questa o quella soluzione.[10]

Alla luce di questa gestione involuta del suggerimento conciliare, bisogna concludere che, per brutta che fosse, la formula negativa ‘anatema sit’ era molto più rispettosa della libertà del Cristiano e quindi del teologo di quanto lo sia la cd. teologia ‘positiva’ che oggi tiene banco.

 L’Anatema sit, in buona sostanza era ancora rispettoso del Sensus Fidei della Chiesa; su di esso il Magistero si limitava ad attuare una verifica ‘negativa’ di garanzia, tendente ad escludere tutto ciò che contrastava con la fede della Chiesa. L’assomiglierei ad un diniego del marchio ‘DOC’.

Naturalmente la Chiesa, in quanto gravida di Spirito, può e deve dare delle indicazioni (magistero positivo); in questo caso però quel Magistero che le permette di esprimersi deve anche ricordare di non godere della garanzia del ‘Ex opere operato’, ma di dipendere unicamente dallo Spirito, il quale, come si sa, soffia dove e quando vuole. Quale titolare del carisma della ‘profezia’ (questa è l’essenza del Magistero positivo) quest’ultimo deve allora continuamente interrogarsi sulla presenza effettiva di detto carisma.[11]

Questi dati, ed in particolare l’aver dimenticato la libertà dello Spirito, considerandolo quasi necessitato ad aderire alle scelte del Magistero, invitano a riflettere su alcuni punti:  - sul come costruire il ‘sensus fidei’ del Popolo di Dio; - sulla ricerca teologica come diritto-dovere di ogni cristiano e della comunità; - sulla figura del teologo che, in quanto dotato dello specifico carisma, ne è la voce qualificata; - ed infine sul perché il Magistero sia passato da un controllo ‘in negativo’ ad una logica non ‘positiva’, ma piattamente dispositiva.[12]

 

La Scrittura chiede alla Chiesa di farsi ‘vessillo’ di verità per il mondo; e non certo con belle dichiarazioni zeppe di eleganti concetti, bensì mostrando nella sua struttura e nel suo esistere il modo con cui si può realmente combattere contro la grande bestia. Dietro tanti documenti, nei quali teologi celibi costruiscono celestiali immagini della famiglia matrimoniale, vorrei vedere la testimonianza coerente delle tante ‘famiglie religiose’. Dietro tanti ‘No’ della Chiesa, vorrei vedere la comunione dei liberi figli di Dio, e non la brutta copia della già brutta istituzione laicale; in una parola dell’ameba.

 

Se la ricerca teologica va estesa a tutti, è evidente che essa deve trovare forme aperte a tutti, badando così, pur nel rispetto di una graduata profondità, a non costituire degli ‘orti chiusi’. Di qui la necessità di una coraggiosa revisione delle modalità del teologare.

Già conosciamo, per fare un esempio che si può fare teologia attraverso la  Liturgia, la poesia (Romano il Melode) o attraverso l’arte (icone ortodosse), o attraverso una certo tipo di vita (dalla tebaide al monachesimo ai fraticelli). Non è necessario ed ineluttabile il ricorso al pensiero riflesso. La testimonianza di un santo è molto più teologica di una ‘summa’ concettuale; e non è un caso che oggi si vanno riscoprendo i mistici, un tempo considerati quasi dei ‘pazzerelli’ di Dio.

Perché il popolo di Dio torni ad essere il protagonista della teologia, cioè della ricerca e predicazione di Dio, bisogna pur  superare quella formula (a volte veramente ipocrita) che ammanta di ‘pastorale’ tutto ciò che si vuole comandare.

Se il pastore non deve mettere l’erba in bocca alle pecore, bisognerà lasciare al popolo la sua religiosità e quindi le forme con le quali egli l’esprime. Paolo VI affermava che la religiosità popolare è la Religione del popolo; oggi purtroppo, scusandosi col voler fare pastorale, questa religione viene praticamente annientata. Musiche, icone, processioni, pellegrinaggi, lauda sacra, presepi e quant’altro hanno costruito un patrimonio enorme di fede, che veniva comunicata ai rudes con strumenti adeguati. Oggi il prete, carico di intellettualismo e difensore del catechismo, si fa misura del discorso, salvo poi a disertare la identica predica del suo confratello, perché gli risulta del tutto ins


 


[1] Vedi  V.M.Romano ‘Una comunione per l’uomo solo’ Ed. Dheoniane

[2] E’ veramente triste costatare come, all’interno della comunità cristiana, vengano prima i ‘gradi’ istituzionali e poi la paritetica e spirituale qualità di credenti in Cristo; e come la specialità derivante dalla chiamata a testimoniare un sacramento del Cristo, sia degradata a inquadramento in uno status giuridico.[2]

[3] E’ di comune esperienza l’adorazione dell’uomo d’oggi verso la tecnologia, ed è deludente costatare come tanti spiriti liberi continuino a sentirsi tali, ad onta dei cappi che quotidianamente essa stringe alla loro gola.

[4] I Cristiani vivono spesso come trovatelli, che il padre lo hanno, e sanno di averlo,  ma non lo desiderano e si limitano a cantare ‘io cerco il tuo Volto o Signore’. I ‘figli delle tenebre’ non si adagiano su questo sapere e in questo desiderio, e cercano continuamente, perché il proprio padre vogliono conoscerlo, e personalmente.

[5] Quando sento dire da un esorcista  che egli ha dovuto lavorare molto per cacciarlo, mi verrebbe da rispondergli: dici piuttosto che il diavolo se ne è andato quando ha voluto.

[6] A me non resta che l’arresa  malinconia della formula introduttiva dell’ora canonica delle Letture, capace di gettarmi nella ansiosa ed insicura debolezza degli sconfitti: “O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto”. Poiché credo di aver Cristo dentro di me, preferisco: “Signore apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode”.

[7] E’ stata anche questa una delle radici dell’espansione planetaria del comunismo.

[8] Una delle ragioni di questo atteggiamento va ricercata anche nel fatto che la struttura istituzionale della Chiesa sarebbe la prima ad essere chiamata in causa da una morale sociale; ad essa si chiederebbe una testimonianza di fede. Perciò, mentre si riconosce un potere di agire e di intervenire a forme di collettività (es. ordini religiosi, comunità locali, gerarchia etc), esse non vengono considerate soggetti di azioni valutabili in termini di morale. Filippo il Bello, a torto o a ragione, giudicò immorale il comportamento dei Cavalieri del Santo Sepolcro. Per lo IOR la colpa è stata di Marcinkus.

[9] Un gruppetto di teologi di palazzo crede di poter comprendere  situazioni scottanti come quelle  relative al matrimonio, ai figli, all’economia, leggendo libri, rifacendosi a questo o quel pensatore. Non si possono comprendere le ragioni di una ‘teologia della liberazione’ se non si  vive qualche anno in Amazzonia o nella zona andina. Tra una brioche ed un Cappuccino svolazzano solo i ‘concetti’; so per esperienza che partito con tante idee nella mente, di ritorno da uno di questi luoghi avevo la mente totalmente vuota e tanta rabbia verso il dolore ed il male.

[10] Per fare un esempio, si pensi ad una madre che lascia libero il suo bambino di camminare sul marciapiede e ne garantisce la sicurezza mettendosi dal lato della strada trafficata; e ad un’altra che, per sentirsi sicura, prende per mano il suo bambino e gli fa seguire il percors che ella ha scelto.

[11] E’ singolare il fatto che al singolo si chiede questa verifica e non viene attuata dal magistero. Il Cardinale Pellegrino poneva un questione del genere quando invitava i vescovi suoi confratelli a riunirsi continuamente per verificare se fosse giusto ed utile continuare  nella prassi ecclesiastica del celibato dei preti. In altro senso, ma con identica impostazione, parlano le ritrattazioni delle scomuniche che pure furono irrogate da quello stesso magistero che ora le ritira.

[12] I tanti ‘perdoni’ che i Papi stanno chiedendo a singoli e comunità (ad es. a Galilei  e alle Chiese greche) invece di  suggerire umiltà a chi esercita un munus nella Chiesa, si trasformano, nelle mani dei laudatores, in esaltazione di chi quel perdono oggi lo chiede; nessuno avanza  la proposta a revisionare quel modus operandi che non seppe pretendere dal Magistero che allora  esercitò la sua funzione, di verificare la concreta presenza del carisma.

E’ così che passano a vuoto i segni dei tempi e si continua a scomunicare chi poi sarà esaltato fra trecento anni.