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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16) Discorsi sul Cristo Il Cristo e la morale scheda n.7 \ B Il potere: Legare e Sciogliere
Sommario: 1) Il ‘potere’: legare e sciogliere; 2) Matteo 16,13-20; 3) ‘Legare e sciogliere’; 4) Altri due dati; 5) Un riepilogo.
1 ) Il ‘potere’: ‘legare e sciogliere’ Il fulcro (segnalato o nascosto) sul quale fa leva certa teologia morale è il cd. ‘potere delle chiavi’ cioè quello di ‘sciogliere e legare’ sul quale è stata costruita buona parte della teologia del papato. Il moralista, specie se ‘di palazzo’, si sente in qualche modo partecipe di questo diritto, e quindi abilitato ad emettere sentenze che gli altri debbono rispettare. Tale potere deriva, specificamente ed unicamente, dal passo di Matteo 16,13-20, considerando che i paralleli (Mc. 8,27-33 e Lc.9,18-22) riportano solamente, senza commenti, la confessione di Pietro la quale riconosce che Gesù è il Cristo, ma non fanno cenno alla Chiesa, alle chiavi, alle porte dell’Ade, ed al ‘legare e sciogliere’. E vien subito da osservare, leggendo i commenti a questo passo, come si eviti di considerare che contestualmente Gesù affida a tutti i suoi discepoli (Mt.18,18) un mandato perfettamente identico a quello commesso a Pietro (legare-sciogliere); ed ancora che il medesimo passo riporta, subito dopo, il severo giudizio di Gesù su Pietro, da lui qualificato ‘Satana’ (anche Marco lo ricorda). Colpisce allora la contraddizione tra il ‘Beato te Simone’ e il successivo ‘Allontanati da me Satana’; la collocazione molto ravvicinata delle due espressioni deve pur dire qualcosa. Salvo a non chiamare in causa una volubilità di Gesù, bisogna prendere atto che proprio il ‘beato’ diventa ‘Satana’ e ciò, se crea difficoltà quando è letto in termini narrativi, assume un forte significato profetico se inteso in chiave teologica. L’assenza negli altri due sinottici (Luca e Marco) di questa parte del testo matteiano, fa allora ipotizzare che quanto Matteo ha aggiunto, non va considerato qualcosa di autonomo e nuovo, ma costituisce un commento alla confessione di Pietro che tutti e tre i Sinottici riportano come evento decisivo. Ché se il mandato di Gesù, riportato solo da Matteo, avesse avuto una sua autonomia e avesse costituito una situazione speciale, nuova, e di grande importanza, risulterebbe improbabile ed incomprensibile la dimenticanza sia di Marco, che di Luca.
Eppure, per via di ‘dunque’, su questo isolato e specifico passaggio del testo si è molto costruito ed in senso solo. E viene allora da sospettare che proprio un malinteso rispetto verso il papato (sempre presente e operante disciplinarmente) ha impedito di cogliere il valore profetico del rimprovero che Gesù rivolge a Pietro per cui, dal ristretto orizzonte dell’evento storico, esso deborda sulla Chiesa di tutti i tempi. In pratica quel ‘Satana’ (leggi: fonte di tentazione), in quanto rivolto non già a Simone (cioè all’uomo) ma proprio a Pietro cioè alla ‘funzione’, costituirebbe come un’ombra sul papato, e creerebbe problemi col pontefice in carica (o meglio con i suoi pretoriani). La conclusione più ovvia consiste allora nel non riconoscere ad esso quel valore profetico che invece viene riconosciuto alla consegna delle Chiavi descritta nel medesimo testo. Ugualmente, a forza di ripeterla, è diventata verità di fede la spiegazione della formula ‘legare e sciogliere’ che oggi viene correntemente intesa come potere, riconosciuto al Pontefice, di ‘mandare all’inferno’ o perdonare, aprendo così le porte del paradiso. Né si è cercato di cogliere, con acribia pari a quella spesa per affermare il ‘potere’, che cosa esattamente Gesù voleva indicare con la formula ‘Regno dei cieli’.
2) Matteo 16,13-20 Osserviamo più da vicino il passo di Matteo 16,13-20. Esso si colloca spazialmente a Cesarea di Filippo (area greco-romana) e riguarda ‘la gente’ e il Cristo. Entrambi gli elementi alludono, a mio giudizio, alla cattolicità della Chiesa chiamata proprio ad abbandonare quella concezione autoritativa e legale del giudaismo che Gesù contesta ad ogni piè sospinto. La domanda che Gesù rivolge ha come punto di riferimento non la dimensione umana di Gesù, ma la sua ben più ampia realtà di Cristo. Ne deduco che, se Gesù non vuol essere individuato nei ridotti limiti della sua storicità, parallelamente il discorso che segue dovrà riguardare non la Chiesa come istituzione visibile, ma la sua universalità e santità che si collega al Cristo divino. Per questo stesso motivo se nel racconto il soggetto è certamente la persona fisica di Simone, ma con l’aggiunta della sua qualità di ‘Roccia’, proprio a quest’ultima va riferito la profezia.
Il discorso comincia proprio dal Gesù della carne e si rivolge ad uomini carnali; egli infatti chiede: “La gente chi dice che sia ‘il figlio dell’uomo’”, cioè la persona umana che tutti possono conoscere?”. La risposta dei discepoli (che parlano in coro) chiarisce allora che esiste già una fede universale: Gesù, come uomo, è riconosciuto da tutti come un profeta di Dio. Tale riconoscimento (che ancor oggi sperimentiamo diffuso nel mondo), considerando che Gesù non stigmatizza le valutazioni formulate sulla sua persona, è già un qualcosa di positivo; ma non basta. Ed infatti, o Gesù è qualcosa in più di un profeta, oppure anch’egli passerà come ogni cosa umana ed entrerà definitivamente prima o poi nella morte. La seconda domanda, in quanto chiede un giudizio dei ‘discepoli’, attende una risposta diversa, che presumibilmente ora riguarda la totalità della persona di Gesù. Tende, in altri termini, ad evidenziare che vi dovrà essere un progresso nella fede dell’umanità; essa non dovrà più affidarsi ai profeti, ma a qualcuno ben più grande. Sviluppando la semplice formula detta da Gesù potremmo dire più o meno così: “voi però, o miei discepoli, pur non conoscendo ancora la mia complessa natura, chi dite che IO sia?”. Ipotizzo dunque un sottinteso che verrà evidenziato nella risposta a Pietro. Gesù, nell’interrogare i suoi discepoli, sa bene che essi non possono rispondere differentemente dalle Genti del mondo, ma vuole provocare un evento nuovo che serva loro di testimonianza. Sta iniziando cioè una nuova e diretta rivelazione, quella dello Spirito, che consente anche a chi non possiede la chiarezza della fede di coglierla intuitivamente per diretto dono di Dio. Sarà questa l’economia nuova che si attuerà nella sua Chiesa. Perciò ora a rispondere sarà solo ‘Simon-Pietro’ colui che simboleggia per un verso (Simone) l’uomo nuovo investito dallo Spirito e dotto di divina sapienza; per l’altro (Pietro) l’intera assemblea dei figli di Dio. Il suo doppio nome simboleggia questi due momenti profetici; ed ancora la unità istituzionale dell’assemblea (Simone), e la fede unitaria della Chiesa santa (Roccia-Pietra). La sua confessione, che proviene da un uomo che è andato oltre se stesso, travalica allora la realtà mondana della persona di Gesù, per proclamarlo nella sua totalità. Recuperando la fede delle Genti, Pietro afferma che egli è un essere umano (figlio dell’uomo come Gesù si è qualificato); è un mandato da Dio che parla in suo nome (profeta); ma autonomamente, forte di una scienza che non possedeva egli attesta che questo stesso Gesù è il ‘Cristo’ incarnato. Anzi, andando ancora più avanti nel mistero della sua persona, proclama che egli è Dio stesso (Figlio del Dio Vivente). Proprio questa formula “Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente” che si differenzia da quella più sintetica riportata dagli altri due sinottici (“Tu sei il Cristo”), costituisce il fulcro di tutto il passo e ne rappresenta la chiave esegetica. Dunque la fede del singolo cristiano e della Chiesa, esposta da chi la poteva proclamare in forza della sua umanità e della sua funzione (Simon-Pietro), sarà questa: Gesù uomo, è il Cristo; e il Cristo è Dio. Questa coscienza, come Gesù stesso sottolinea, non deriva a ‘Simone’, uomo figlio di un altro uomo (di Giona), da una convinzione raggiunta con mezzi umani, attraverso anche la conoscenza del Gesù della carne, ma gli è stata rivelata da Dio stesso (Padre).[1] Proprio tale diretta e profonda sapienza sarà oggetto della predicazione della Chiesa ed al tempo stesso costituirà il suo fondamento (petra); e al tempo stesso sarà ricchezza offerta, senza alcuna mediazione umana, ad ogni uomo che pone la sua fiducia nel Cristo divino. In questa ottica il nostro passo tende a fondare non tanto un potere speciale di Pietro, ma la libertà dei figli di Dio, cioè il diretto dialogo col suo Creatore e Salvatore.
Dunque Gesù si rivolge specificamente alla ‘fede’ nel Cristo divino (Roccia) chiarendo che la Chiesa nascerà su di essa, e non sulla persona umana di Simone, cioè su una umana regalità. Egli infatti mostra chiaramente che la beatitudine di Simone (visibilità della Chiesa) si regge non su di lui, ma sulla Rivelazione da lui ricevuta in dono. Egli ha il merito di averla accettata (il ‘Si’ di Maria) e di averla pubblicamente predicata. Ecco allora l’esplicitazione della struttura della Chiesa: essa si articola su una sapienza divina offertale gratuitamente, e su una adesione che si esprimerà non a parole, ma attraverso la sua predicazione.[2]
Proprio in quanto fondata sulla fiducia nel Cristo divino, e quindi nella sua traiettoria di redenzione e divinizzazione, la Chiesa godrà della indefettibilità di tale traiettoria, e nessuna negatività potrà fermarla. Il contenuto di questa irrevocabile ‘vittoria’, viene allora articolata in tre momenti che sinteticamente si possono indicare, come ‘Porte dell’ade’, ‘Chiavi del Regno’ e ‘Legare-Sciogliere’. Tre metafore che cercheremo di sciogliere tenendo presente che il tema del passo è specificamente la predicazione della nuova Rivelazione.
Innanzi tutto Gesù , riconosciuto ormai come Cristo divino, garantisce che la Rivelazione sarà patrimonio anche dei semplici (e penso alla illetterata Teresa d’Avila diventata ‘dottore della Chiesa’). Essa non sarà più strozzata da qualsivoglia legalismo umano, né sarà condizionata dalle culture umane o da congreghe di ‘dotti’. E’ finito il tempo dell’esclusivismo degli ‘eletti’, dei mediatori che, per mantenere la propria posizione di prestigio, ‘spicciolavano’ la divina moneta. Gesù garantisce che la predicazione ecclesiale non subirà più le ‘strettoie’ (pulai) dell’Ade, cioè delle cose morte. Essa non cadrà mai nell’oblio (Ade come ‘amente’), ne sarà oscurata (Ade come ‘tenebre’), ma resterà sempre viva.
A ‘Pietro’, espressione della unità dei molti (in tale veste egli ha risposto), a lui che simboleggia la Chiesa fondata sulla predicazione della fede viva in Gesù quale Cristo divino, sono affidate le ‘Chiavi’ del ‘Regno dei cieli’. Fuor di metafora gli viene affidata la totalità della Rivelazione.[3] Proprio quest’ultima infatti, simboleggiata dal ‘legno del conoscibile’ ormai conquistato, costituisce la chiave dalle mille forme (ecco il plurale) che consente di entrare, da una qualsiasi delle infinite porte, nel Giardino della anime; lì Gesù, quale Cristo-Re, esprimerà la propria regalità sui suoi agnelli (Basileia ton ou ranon). Se dunque ‘chiavi’ indica la possibilità di entrare nel ‘Regno dei cieli’, quest’ultimo andrà bene inteso. A me pare che l’espressione non va intesa come equivalente all’altra: ‘Regno di Dio’. Quest’ultimo indica il Paradiso divino e le chiavi di esso sono solo nelle mani del Cristo Dio (e quindi del sacerdote eucaristico che lo incarna). Per ‘Regno dei cieli’ io intendo il creato redento, cioè l’eone delle anime, Giardino genesiaco ora rifiorito; il ‘topos’ che Gesù ha inaugurato della pacifica ed unitaria convivenza degli agnelli dell’ovile di Dio (ton ou ranon).[4] In breve dunque ipotizzo quanto segue: l’unità di Pietro riguarda le anime, mentre quella dell’eucarestia riguarda i Santi di Dio; in questo senso Pietro è ‘la fede’; il sacerdote eucaristico è ‘la Carità’. Ma Pietro è anche segno dell’unità di tutta la Chiesa che è ‘Il Corpo del Cristo’, e giustamente l’iconografia riunisce questi due aspetti nell’immagine delle ‘due chiavi’. [5] A me tuttavia piace considerarle infinite di numero, come ‘le vie del Signore’; capaci di aprire tutte le cinquecento porte del Walhalla. Dirò allora che la Chiesa è in grado di aprire le porte del paradiso terrestre a chi batte una qualsiasi delle infinite strade del Cristo. Chiavi innumerevoli dunque per indicare la cattolicità dell’unità del Cristo.
3) ‘Legare e sciogliere’ E veniamo al ‘legare e sciogliere’ che per molti teologi costituisce il fondamento di uno specifico potere pietrino, pur essendo evidente che Gesù (Lc. 18,18) riferisce questa possibilità a tutti i suoi discepoli. Come dunque intendere questa espressione? Non sono d’accordo con chi, per chiarirne il senso, scava nella storia e ad essa chiede criteri di interpretazione. La lettura della Bibbia non prevede una previa laurea in storia, filologia o quant’altro; le strettoie dell’Ade non debbono prevalere. Cercherò dunque nello stesso testo sacro, distinguendo una interpretazione che ha come punto di riferimento la struttura personale della Chiesa; e un’altra che focalizza il discorso sulla ‘Rivelazione’.
Nella prima ottica (struttura personale della Chiesa), sottolineo allora un dato che ritengo molto importante: questa espressione (legare e sciogliere) viene rivolta a Pietro nella sua qualità di pastore. Che egli vada così considerato, lo attesta tra l’altro il fatto che, mentre alla prima domanda: ‘Chi dicono le folle che io sia’ rispondono tutti, alla seconda: ‘E voi chi dite che io sia’, parla solo Pietro. Come è il solo Pietro a contestare la via dolorosa scelta da Gesù, una riserva questa che è propria di tutta l’umanità. Rifletto allora che, se il compito affidato a Pietro è quello di costituire il segno visibile della unità della Chiesa-Assemblea, la frase potrebbe essere letta esattamente a rovescio: Tutti quelli che tu, o Pietro, unirai nella dimensione della terra, legandoli in quella unità di cui sei il segno visibile, questi proprio costituiranno una unità animica, anche ‘nei cieli’, cioè nell’eone dell’anima. Ma –prosegue Gesù- poiché compito tuo è l’unità, se ti farai causa di divisione (scioglierai), di ciò dovrai rispondere nel tempo dell’anima che esige l’unità del tutto. L’interpretazione, che suggerisco, ben si adatta a quanto segue: Pietro, proprio lui, profeticamente si emargina (cioè si ‘scioglie’) dal Cristo, contestandone la prossima morte, e viene perciò qualificato Satana. Così inteso il testo non contiene l’erratica attribuzione di un potere sulle coscienze, ma stabilisce una regola della funzione da svolgere, tale da far tremare chi viene chiamato a impersonare la ‘Roccia’, base di unità, e non luogo di scomuniche.
Leggendo poi il testo (che, lo ripeto, in Lc.18,18 è rivolto a tutti i discepoli) in una dimensione universale e personale, e tenendo conto che sono messi in consecuzione l’esistenza e la dimensione animica (terra e Regno dei cieli), mi pare che esso attesti una verità molto importante. Tutto ciò che per la fede si coagulerà su questa terra, cioè nella dimensione della corporea visibilità, resterà unito nella dimensione delle anime (regno dei cieli). In altre parole, Gesù rivela che ogni uomo, liberamente e da solo, ha la possibilità, attraverso la fede, di costruire il ‘Regno’; e ciò potrà attuarlo proprio nello sperimentare la sua esistenzialità, perché in questo modo egli edificherà quel proprio personale ‘Sono’ animico che, unito al Cristo, diventerà l’Io del creato. Dunque nessuno sforzo di unità andrà perduto, e sempre e comunque il discepolo potrà dare un senso alla sua vita.[6] Parallelamente tutto ciò che la fede nel Cristo libererà nella dimensione della storia (noi rimettiamo ai nostri debitori), rimarrà libero nel Regno delle anime. In altre parole, dice Gesù, ognuno di voi è gestore di questo mondo, ed io che lo voglio tutto salvo, non farò altro che ratificare il vostro operato, se esso sarà improntato a seguire la mia positiva, liberante e vitalizzante traiettoria. Ora voi ufficialmente sapete che io sono il Cristo.[7]
Che se poi il testo viene letto nell’ottica della fede nel Cristo Dio, che va predicata come specifico ed ineliminabile contenuto della Chiesa, l’espressione rivela tutt’altra cosa. Voi, dice Gesù, avete ora a disposizione lo Spirito che parla nel cuore come è accaduto a Simone il quale, nella sua umana ignoranza, è stato pure in grado di individuare in me il Cristo divino. Ed allora da questo momento voi siete i signori della Rivelazione, ed essa non sarà più una congerie di leggi e di precetti, ma un infinito discorso sulla vita nel quale poterete spaziare come volete, se solo cercate me, il Cristo Divino. Infinito sono io, ed infinita è la mia rivelazione, sicché la Scrittura ha infiniti significati. Voi allora sciogliete ciò che è complicato, e connettete passi diversi per ricavarne nuove rivelazioni; in breve ‘sciogliete e coagulate (Solve et coagula). Per parte mia, vi garantisco che questa vostra sapienza che qui proprio vi guadagnate nella vostra esistenzialità, vi seguirà quando sarete anime del Giardino. In altre parole voi sarete ciò che avrete compreso attraverso uno studio ed una meditazione continui della mia Parola, da attuare nell’oscurità (notte) e nella chiarezza (Giorno). Voi scioglierete le tenebre e salderete insieme le luminose verità e in questo modo liberamente sceglierete la dimensione del vostro ‘Sono’ (cori angelici).
4) Altri due dati Seguono infine due dati che congiunti orientano a leggere il passo in quest’ultimo senso. a) Il primo è cd. divieto di rivelare che egli è il Cristo (ma lo si può intendere letteralmente anche in maniera diametralmente opposta). Esso attesta che la fede deve intimamente collegarsi alla accettazione della morte come momento di transito nell’eone dell’anima. Un collegamento che costituisce il punto critico della fede, come dimostrano, qui la immediata reazione di Pietro; e, nel vangelo di Giovanni, le afflitte parole di Gesù sul lago di Tiberiade: ‘Ti condurranno dove tu non vuoi andare’, che profetizzano quella negativa ambizione a permanere a tutti i costi che frena la continua riforma della Chiesa visibile.
Vorrei però aggiungere un’altra riflessione che nasce proprio dal considerare questi ‘inviti al silenzio’ non come un mero evento storico, bensì come profezia sulla predicazione della Chiesa. Gesù rinvia l’annuncio della sua passione e morte al tempo che seguirà la sua resurrezione; ed io vi leggo l’invito alla sua Chiesa di non predicare passione e morte come qualcosa di per sé positivo, come un valore. Entrambe sono una passività dell’uomo fintanto che egli non fa esperienza del suo ‘transito’, proprio attraverso la morte, nell’eone dell’anima (resurrezione); e non apprende la ‘beatitudine’ del dolore. Per questo motivo non riesco a mettermi in sintonia con quei teologi morali che chiedono sofferenze e morte, senza prima cantare la resurrezione del Cristo che è la nostra stessa resurrezione; senza insegnare l’attualità della beatitudine promessa da Gesù. Camminando per questa strada di opacità, il cristianesimo ha perduto la sua solarità; ha barattato la sua carica di vittoria sul mondo (“Voi avete vinto il mondo”).
b) Il secondo dato riguarda la prossima mossa di Gesù. Egli vuole andare a Gerusalemme ed ivi morire per risorgere ed inaugurare il Regno dei cieli. Ad esso si connette la reazione di Pietro e quel severo giudizio di Gesù che tradurrei: “Opera da sottoposto; da tentatore (satana) tu mi sei di inciampo, giacché suggerisci le cose degli uomini e non quelle di Dio”. Un invito dunque ad operare da ‘servo’ e non da ‘capo’ umano; una indicazione che vincola la Chiesa a guardare ‘le cose dell’alto’ (epi-scopeo) e a non ragionare secondo il ‘buon senso’ umano. Il testo sottolinea allora profeticamente un limite di Pietro (ora è chiamato così), un limite cioè della professione di ‘fede’ nel Cristo. Esso consiste nella reazione carnale dell’uomo consistente nel rifiutare la morte , non avendo compreso che essa proprio è la porta sul Regno dei cieli, cioè delle anime, degli agnelli di Dio (ou ranon). Una reazione che riguarda però non solo i singoli, ma anche la Chiesa istituzione (Pietro); un profilo questo che latita nelle opere dei moralisti, molto attenti a censurare i singoli, ma silenziosi sulle negatività della istituzione che mai viene invitata a convertirsi. Continuamente la Chiesa soffrirà questo limite; ed io lo individuo proprio quando essa cerca (e inutilmente) di rendere imperituro ciò che invece deve finire, per consentirle di aprirsi ad una dimensione più grande.[8]
5) Un riepilogo Ho già tratto via via qualche conclusione sul tema della morale, e prima di chiudere questo argomento credo sia utile riassumere il mio discorso. Ho considerato momenti qualificanti per una buona esegesi la collocazione geografica dell’evento; la dialettica Genti, discepoli, Simon Pietro; l’uso mirato dei nomi Simone e Pietro; la particolare formula di ‘confessione’ riportata in Matteo; la prevalenza del tema della fede e della sua predicazione. Ho inteso il passo come dichiarazione della beatitudine della Chiesa per il fatto di ricevere gratuitamente una Rivelazione che eccede le sue qualità mondane, e poi di predicarla. Parallelamente come condanna di un atteggiamento di favor verso prodotti culturali umani. Ed ancora come affermazione della libertà dell’uomo nel suo rapportarsi al Cristo che è, egli in persona, l’unico ed il solo mediatore di questo beatificante colloquio. Non intendo prendere posizione sul tema del primato pietrino perché l’argomento necessiterebbe di una analisi più approfondita; ho solo mostrato come, leggendo il passo, un cristiano trova difficoltà a recepire la teologia corrente sul primato e sul ‘Potere’ che ad esso si connette, e che purtroppo (usato rare volte dal Papa in persona) molto spesso, ed impropriamente, viene esercitato dai suoi accoliti. Vincenzo M. Romano 2003
[1] Ciò permette una deduzione. Il fatto che Gesù si rivolga, in questa fase, a Simone e non a Pietro (e la dichiarata ascendenza umana lo sottolinea) fa riflettere che sussiste una totale indipendenza personale quanto all’atto di fede del singolo uomo; e ciò proprio perché questo atto di fede dipende da una rivelazione diretta di Dio. Gesù dice: Tu, o uomo, hai detto bene non perché qualcuno fra i tuoi simili (es. un teologo) te l’ha insegnato o tu lo hai dedotto con i tuoi ragionamenti; al contrario, è ‘Dio in persona che te lo ha detto’; perciò sappi che la fede è sempre dono divino, riferibile direttamente allo Spirito. Ed ancora si può dedurre che questo divino suggerimento non consente intermediazioni connesse ad un certo grado di cultura o di esteriore collocazione gerarchica; l’intermediazione può riguardare solo un mero annuncio, o un parlare in luogo di Dio quale suo Profeta. Non è possibile dimostrare umanamente ciò che solo Dio può inculcare nella coscienza umana; né tanto meno lo si può imporre.
[2] Gesù evidenzia la direzione del suo parlare quando usa solo il nome ‘Pietro’ (al maschile) ma prosegue chiarendo che non su di lui, ma sulla ‘Pietra’ (al femminile), cioè sulla fede annunciata nel Cristo divino incarnato in lui, egli fonderà la sua Chiesa.
[3] Luca in 11,52, unico altro punto dei vangeli dove è usata la parola ‘Chiave’ parla proprio di ‘Chiave della conoscenza’.
[4] La controprova sta nel fatto che le chiavi del ‘Regno di Dio’ sono nelle mani di un altro e cioè del sacerdote eucaristico che celebra (ma non lui, bensì il Cristo divino che si incarna in lui) quella Cena del Signore, capace (e lei sola) di divinizzare. Essa costituisce infatti la presenza reale dello Spirito divinizzante di Dio nel mondo.
[5] L’iconografia sacra ha considerato che queste chiavi sono due, probabilmente considerando i due grandi momenti vitalizzanti della Chiesa e cioè la ‘Parola’ e la ‘Cena’ che rispettivamente riguardano le anime ed i Santi.
[6] E la potrete sperimentare come beatitudine (cioè come paradiso terrestre) perché, sulla mia parola ed in forza della vostra fede, ‘siete’ già ciò che sarete come anima. I futuri del discorso delle ‘beatitudini’ sono infatti onticamente presenziali. Come si dice del ‘Regno che è venuto e viene’, così si può dire delle beatitudini.
[7] In questa stessa ottica, nel suo ‘Giudizio’ Matteo non fa cenno a valutazioni proprie del Cristo, ma centra il giudizio sul comportamento che gli uomini hanno tenuto fra di loro (avete dato da bere, o non avete dato da mangiare).
[8] E qui penso all’amore per un monolitismo teologico, alla difesa ad oltranza delle opinioni dei Padri, della filosofia di Tommaso, o ancora a quegli ordini religiosi che si vantano della loro antichità più che della loro spiritualità e disperatamente cercano di sopravvivere, proprio mentre predicano la ‘morte di Cristo’.
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