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‘Otri nuovi per vino nuovo’ Discorsi sulla teologia S C H E D A n.7a Crisi delle Istituzioni Ameba - anticristo (segue 7b) Sommario: Scheda 7: 1) I ‘Segni dei tempi’- l’Istituzione; 2) Il mito dell’istituzione e l’ameba; 3) La crisi delle Istituzioni; 4) Dalle Istituzioni all’Ameba; 5) l’ameba ed il sapere; 6) L’ameba e il materialismo; 7) L’ameba e il potere delle scienze; 8) Una teologia a misura dell’avversario;
1 ) I ‘segni dei tempi’- l’Istituzione E’ in atto un epocale cambiamento delle strutture culturali e societarie, e ne consegue un generalizzato stress da insicurezza, riconducibile anche all’inconscio sapere la coralità dei problemi e degli eventi, e la impossibilità di recedere, per vie umane, dalle scelte attuate (una per tutte citerò la minaccia atomica). Si avverte così il bisogno di una uscita e la si cerca in modi diversi che, per quanto siano a volte aberranti, si orientano in buona parte ad una dimensione immateriale. Ed è proprio qui che si avverte la latitanza di una fattiva proposta di fede.[1] Se nella coscienza vigile, annegati nella marea di informazioni che ci sommergono, i fatti scivolano via e sono rimossi dal desiderio di non essere scomodati dal proprio presente (vissuto quasi come una immortalità), al teologo si chiede un contributo specifico: evidenziare una loro dimensione sacra, interpretandoli come segni dei tempi. Ed ancora rassicurare e ‘confortare nella fede’ l’uomo d’oggi (che sperimenta la sua impotenza operativa), ripetendogli, in forma comprensibile e realistica, il messaggio di Paolo: neppure la morte (nucleare o climatica che sia) ha potere sopra di noi, perché noi in Cristo ‘stravinciamo’. Non giova più quella teologia che ama gingillarsi con propri pensieri, definire, e condannare; si cerca chi ti dica ‘coraggio, andiamo’. Purtroppo la funzione del teologo è spesso paralizzata dalla confusione tra comunione vitale (come quella della cellula nel corpo vivo) e ‘comunità’ (cellule in provetta); dalla confusione fra ‘Comunione’ e ‘uniformità’; dall’aver compresso la ‘comunione nella diversità’ nell’esoscheletro della Istituzione che, per sua intima struttura, presume di attuare il Regno di Dio mediante un sistema di norme.
2) Il mito dell’Istituzione e l’ameba L’attentato alle Torri Gemelle è stato come un acuto che ha inequivocamente segnalato il tramonto del mito della ‘Istituzione’ quale unico ed astratto collante dei singoli individui. Nate come soggetti fittizi, predisposti alla tutela dei diritti dei singoli, ed a gestire gli interessi collettivi, le Istituzioni appaiono sempre più incredibili. Assistiamo così, nelle società civili, al pullulare di realtà scardinate dalla organizzazione legale, e che tuttavia si vantano (e spesso non a torto) di essere i veri rappresentanti del popolo (sindacati, girotondi, no global, WWF, etc) Parallelamente il terrorismo ha mostrato che si sta attuando una smisurata crescita del potere del singolo (già segnalata da pirati informatici, internet, etc.). Quest’ultimo, sempre schiacciato dai poteri forti, ha scoperto che, se si amplifica attraverso le tecnologie, può contrastare quei poteri fino a metterli in crisi. In pratica, potremmo dire che Davide ha imparato che basta un ciottolo di fiume per abbattere il grande Golia. Questa crescente esaltazione della dimensione individuale, se letta in positivo, segnala che l’uomo sta cercando di ritrovare se stesso come Signore del mondo (tale Dio lo volle); ma, abbandonato a sé, diventa vittima degli orizzonti brevi che si costruisce e, impregnato della pregressa esperienza, non sa fare altro che ricorrere alla violenza. E qui interviene un altro fattore che considero veramente decisivo. Mentre il singolo (Blak blok, killer dei giudici elvetici, Erica ed Omar, atti di terrorismo privato etc), nell’illusione di riaffermarsi, è impegnato a demolire i poteri istituzionali quali che siano, sta diventando schiavo, senza avvedersene, di un opprimente, anonimo ed informe sistema che in pratica determina oggi ogni scelta dell’esistenza. Nel mondo domina oggi un qualcosa che ha dismesso l’identificabile volto della Istituzione (di cui ancora si serve), e che volta a volta si costruisce ‘pseudo teste’, inafferrabili come quelle dell’Idra di Lerna del mito di Ercole. La chiamerò ‘Ameba’, perché come questo protozoo è un organismo vivente (esprime in qualche modo l’umanità); non possiede un vero centro unificante; è carente di un ordinato e costruttivo progetto; ma ad onta di tutto ciò è potentissimo, perché riesce ad inglobare ed assimilare ogni cosa. La si può intravedere in quella diffusa economia globale contro la quale l’istinto vitale dell’umanità esprime reazioni facilmente demonizzabili, ma pur sempre espressione di una autentica esigenza di libertà.
3 ) Conflitti fra istituzioni Un tempo i Re combattevano fra di loro, ma le culture dei popoli, superato il momento dello scontro, tendevano a fondersi. L’ipertrofia delle Istituzioni ha mutato questo equilibrio, sicché accade che esse si accordino tra loro, mentre i popoli e le culture si scontrano, o viceversa. E già basterebbe questo a mostrare come si sia consumato il rapporto fra società e organizzazioni sociali (vedi le reazioni del popolo contro i governi in tema di guerra). Un fenomeno altrettanto significativo è quella sensibilità ‘totalitaria’ che spinge le Istituzioni a rapportare tutto a se, espropriando ai singoli ed ai gruppi sociali naturali la titolarità del compito di costruire una cultura. E poiché tutto deve essere riportato alla istruzione, accade ad esempio che ogni diversa concezione dell’uomo e del mondo viene subito ‘giudichettata’ (si perdoni il neologismo) come ‘manifesto’ di questa o quella Istituzione.[2] Come nella guerra di Troia, combattono allora dei contro dei, ed i singoli ne restano travolti. Ne abbiamo fatto esperienza dopo il Risorgimento quando si confrontarono Stato e Chiesa; e non è bastato un secolo per ritrovare la via giusta. Oggi la storia ci sta insegnando quanto sia inutile e costoso lo scontro tra Istituzioni e singoli (vedi terrorismo), e fra Istituzioni (guerre e sanzioni); e come la soluzione vada cercata nel confronto tra quelli che hanno ritrovato nella comunione il senso di se stessi, con altri che l’hanno perduto. I funerali di M.T. di Calcutta sono stati il segno che una testimonianza di sana cultura riesce a superare le separazioni che allontanano i gruppi ufficialmente organizzati. Forse è tempo che non solo gli Stati, ma anche le Religioni abbassino il tono della loro continua competizione istituzionale; ma per far ciò bisogna riscoprire e coltivare una giusta singolarità umana che si senta partecipe di qualcosa di condiviso. Lo ripeto: non già ‘sistema’ contro ‘sistema’ (come accadde nel tempo delle Investiture), o sistema contro singolo; piuttosto bisognerà riscoprire quella Comunione (e non una mera comunità) che lascia libero il singolo, mentre lo supporta nel suo sperimentare la libertà personale e l’incontro con il suo simile. Tutto ciò è possibile se, nel nostro mondo cristiano-scristianizzato, si supera l’ateismo pratico; se cioè il teologo ricomincia ad annunciare Dio; se ai ‘NO’ normativi dell’Istituzione, si unisce la santa testimonianza (ad es. di un Giovanni XXIII), e una formata coscienza dell’intero popolo cristiano; se le guerre contro il terrorismo restano innanzi tutto affidate alla forza della cultura laica e religiosa della società.
4 ) Dall’Istituzione all’Ameba La crisi delle Istituzioni era la conclusione obbligata della deriva di astrazione inaugurata con il crollo della figura, sacrale ma concreta, del Re-persona, e con la continua espropriazione da parte dell’Istituzione delle aree ‘private’ dei singoli e della società. L’equilibrio dialettico tra unità (Re) e progresso sociale, affidato al continuo sovrapporsi dei comportamenti dei singoli e dei gruppi (cultura), è venuto meno quando i tempi delle trasformazioni si sono fortemente accelerati e i soggetti astratti che (in una dinamica di transitorietà) hanno sostituito i Re si sono riservati in via esclusiva il compito di orientare e finanche costruire la cultura (il comunismo ne è un esempio clamoroso).[3] Un heghelianesimo esasperato (figlio spurio del Cristianesimo) ha costruito un mondo di lemuri, il cui archetipo è quella ‘persona giuridica’ che, nata come finzione, si è via via accreditata come unica e fontale realtà. Sono nati così gli ‘Stati’ che a loro volta hanno generato come nuovi figli: enti pubblici, regioni, province etc. Un olimpo di astrazioni che però fungono da potentissimi robot nelle mani di questo o quell’individuo, o di questa o quella oligarchia che sostituisce la persona fisica dei Re. E non è casuale che le monarchie, per quanto traballanti resistono, e stranamente (ma non troppo) si ricomincia a riparlare di un ritorno dei re. A me pare che Società e Cultura non possono esistere come autentici momenti vitali quando dei fantasmi istituzionali (veri progenitori dell’ameba) si arrogano il diritto di costruire la realtà umana, di essere gestori del progresso culturale. Molti lamentano che a questa deriva non si è sottratta la Chiesa. All’inizio, dicono, essa assimilò la presenzialità potente e fantasmatica degli imperatori romani, poi quella dei re autocrati, ed infine la ancor più sottile vuotaggine della mera Istituzione. Ed oggi, senza nemmeno rendersene conto, si configura essa stessa come ameba; e mentre esalta come autentico e vero ‘capo’ il sommo Pontefice regnante, in pratica è governata da una anonima Curia che lo mostra come responsabile di tutto, ma dispone in pratica di ogni cosa.
5 ) L’ameba ed il ‘sapere’ L’odierna gestione del sapere socio culturale propone alla Chiesa un’altra sfida concreta: rinunciare concretamente al geloso motto: ‘Sapere è potere’ che oggi è uno dei punti di forza dell’ameba (è ragione dell’esistere e dell’operare dei nuovi poteri forti); e restituire il sapere alla società e al Popolo di Dio (laicato). Fino a poco tempo fa, l’intrinseca connessione fra sapere e potere si attuava nella dimensione dei singoli, o in ristretti gruppi professionali o locali (consorterie, etc); in pratica in gruppi naturali che costituivano il tessuto culturale delle società. Poi le Istituzioni hanno cominciato a requisire e gestire in regime di monopolio il sapere umano sottoponendolo in pratica all’economia.[4] Con l’avvento di Internet l’uomo si è illuso di potere, quale singolo, diventarne gestore in ogni senso; e certamente in qualche misura ciò si viene attuando; ma il percorso è ad imbuto, nel senso che la parte più importante delle conoscenze (cominciando dalla formula della Coca Cola, per finire ai segreti industriali ed atomici) è gestita da pochi che lasciano filtrare solo quanto ad essi fa comodo. Ed inoltre lo spazio di autonomia è strettamente serrato in un sistema che si autogoverna (ameba). Rapportando questi fenomeni alla realtà religiosa si nota che il passaggio del ‘sapere’ (e quindi del ‘potere’) dai gruppi naturali all’ameba, non ha trovato un adeguato contrappeso nell’azione della Chiesa; al contrario l’Istituzione ecclesiastica si è mossa nello stesso senso, requisendo il sapere teologico, a pro del clero. Una qual forma di ‘gelosia’ della verità ha supportato tale atteggiamento, ed il clero non ha guardato di buon occhio il teologare dei laici.[5] A fronte di questo monopolio teologico, il sapere laicale, che a far tempo da Glieli è connotato da un fascinoso spirito prometeico, ha captato le menti libere, creando un netto favor dell’uomo per le scienze fisiche rispetto alla teologia. Due saperi dunque: l’uno (quello ecclesiastico) sicuro di sé e chiuso nei circoli istituzionali; l’altro (quello laico) in eterna tensione evolutiva e, per la verità solo ufficialmente, aperto a tutti. Nei confronti del sapere laico, l’atteggiamento della Istituzione religiosa è stato spesso di sospetto e finanche di condanna, e comunque improntato ad un sotterraneo ‘rifiuto’ derivante dall’avere, la scienza, osato di autonomizzarsi dalla Teologia ‘scienza delle scienze’. Sta di fatto che, non avendo sempre la Chiesa rispettato la ricerca laica (vedi processo a Galilei), si è generata quella insulsa querelle fra ‘scienza’ e ‘fede’ che G.Paolo II ha definitivamente messo in soffitta, ma che torna in scena ad ogni piè sospinto (vedi genetica, eutanasia etc). Salva la posizione dei più illuminati, l’istituzione ecclesiastica non ha mai apprezzato il naturale bisogno di sapere del cristiano, che pure si avverte chiamato alla signoria sul mondo, e ad una personale autonomia; entrambe garantite dalla Parola di Dio. Si sono strutturati così due tronconi: l’istituzione come unico soggetto che ‘sa’ e ‘dispone’; ed una folla ignorante che si può accostare a quella ‘sapienza’ obbedendo a ‘precetti’ da essa derivanti.[6] L’ottocento, con i suoi scontri tra Chiesa e Stato, ha assistito alla progressiva capitolazione del laicato, e alla sua conseguente diaspora dall’area religiosa; dopo circa un secolo, il Vaticano II ha reimpostato dialetticamente l’antico equilibrio, ma i suoi solenni documenti sul laicato, misurati in termini di prassi, somigliano purtroppo ad una splendida lapide funeraria.
In questo clima di separazione fra i due saperi, si è evidenziato un nuovo fatto che concede all’ameba un’arma in più: la ricerca pura è slittata nella tecnologia la quale (come appresso vedremo) si è trasformata a sua volta in un formidabile veicolo di conoscenza e di coscienza.[7] Tra l’altro, i nuovi mezzi di comunicazione, con la loro ‘evidenza’, hanno ancor più emarginato e depotenziato lo strumento ideologico che in pratica ha rappresentato l’unico mezzo di cui si è servita l’Istituzione ecclesiastica. Da sempre la Chiesa sa bene che la ‘testimonianza’ viva della fede è, con la sua evidenza, il veicolo più idoneo a predicare il Cristo; ma essa mal si concilia con l’aspetto istituzionale della Chiesa.
Un secondo dato viene in evidenza osservando l’ameba: il sapere che la rende forte non è più centrato sul singolo, ma sulla complessità degli staff. Ciò implica che, chi non sa organizzarsi in questo senso, si verrà a trovare in situazione svantaggiata; ed oggi, solo marginalmente, la Chiesa suscita e si giova della riflessione comune. Un teologare del Popolo di Dio implicherebbe infatti che almeno si costituissero luoghi dedicati allo scambio di esperienze, ed all’elaborazione di modelli comunicativi nuovi; di fatto però non c’è posto alcuno dove parlare liberamente e pariteticamente di Dio, e si viene chiamati sempre e solo ‘ascoltare’. [8]
6) Ameba e materialismo Un dato da valutare non solo sul piano umano, ma come un segno dei tempi è costituito dal fatto che, tramite l’applicazione tecnologica, l’ameba sta proponendo all’uomo una visione totalmente materialistica del mondo contro la quale si spuntano le solenni affermazioni ideali che in senso contrario vengono dalla Chiesa. Dopo aver spuntato l’arma della morale individuale, che infrenava il ricercatore e consentiva alla Chiesa di orientare i singoli scienziati, la tecnologia dilaga e ne vediamo ogni giorno gli effetti. Impregnato di tecnologia, l’uomo è sempre più convinto di essere solo un aggregato corpuscolare, e la ricerca antropologica si è andata restringendo alla dimensione materiale dei fenomeni, fino al punto di emarginare anche il campo delle energie sottili e dei momenti immateriali dell’esistere. Sotto questo profilo è singolare come di fatto finiscano col coincidere le posizioni della Chiesa e della Scienza. La Chiesa, che conosce bene il tessuto animico dell’uomo, ha temuto di predicarlo e di fatto propone il suo credo con riferimento solo alla dimensione fisica; a sua volta la Scienza (antropologica e fisica), che pure testimonia l’esistenza di un’area immateriale (valori, sentimenti, onde, campi, etc), l’ha subito congelata. Ha paura infatti di misurare su di essa quella visione materialistica del mondo e dell’uomo che la sensibilità tecnologica orienta a considerare settoriale, ed a valutare in termini di mera economia. In parole povere: la Chiesa non predica l’anima, e la scienza nasconde il poco controllabile momento immateriale dell’uomo, intuendo che esso può diventare l’autodistruzione del verbo materialistico.
7) Ameba e potere delle scienze L’ameba, per i suoi fini distruttivi, ha saputo sfruttare anche in un altro senso la collettivizzazione del sapere. Infatti l’accreditarsi dei cd. scienziati come guide del progresso umano, ha di fatto permesso la costituzione di una lobby amorfa la quale è diventata molto potente perché ammantata di chiarezze intellettuali, e suffragata di prove che spesso, ma solo dopo, si rivelano fasulle. Questa pseudo testa pensante controlla ora il futuro dell’uomo: un esempio sono gli OGM o le clonazioni. In relazione a ciò, un segno dei tempi (da cui il teologo non può prescindere) è espresso da quei gruppi ecologisti che, seppure non istituzionalizzati, cominciano a contrastare, a volte in forma inconscia, il potere dell’Ameba sulla stessa vita dell’umanità.
Per cogliere questo segno, mi muoverò da considerazioni che riguardano la sfera individuale sulla quale, proprio per deviare l’attenzione del popolo, l’Ameba non esercita ancora tutto il suo potere (l’eutanasia ne è però la prima breccia). Mi riferisco a ciò che vene chiamato ‘consenso informato’. Come è notorio, in Italia si è stabilito (per legge) che, per attuare una certa terapia su di un ammalato, bisogna munirsi del suo previo ed informato consenso. Distratti da questa ‘conquista’ non si fa però caso al fatto che lo stesso consenso non viene richiesto per le grandi operazioni tecnologiche. In pratica, (a parte qualche ‘paletto’ settoriale), senza chiedere permesso, e per di più ignorando gli effetti del suo operare, chiunque si arroga il diritto di cambiare il mondo. Egli si sente investito di un potere sacrale derivatogli dalla magica etichetta di ‘scienziato’ che con troppa superficialità viene accreditata a chi in buona sostanza è solamente un ‘esperto’ di una singola tecnologia. Qualcuno obietterà che questo non chiedere consensi al popolo è connaturato all’umanità; che allora una ameba c’è sempre stata in quanto i popoli, volenti o nolenti, hanno sempre accettato quanto una minoranza aveva deciso per loro. Ciò è vero, ma la situazione odierna non è assimilabile a quella dell’ieri, come ora cercherò di chiarire.
Il potere esercitato dalle lobby tecnologiche è infatti radicalmente diverso da quello che faceva capo agli antichi governanti; sono insorti infatti due fattori, e cioè l’amplificazione degli interventi, e la velocità del progresso. Quanto al primo va considerato che l’allargamento dell’area di intervento e di incidenza (delle variazioni indotte dalla tecnologia) non è un dato solo quantitativo, perché modifica la struttura dei fenomeni prodotti, al punto che essi sfuggono dalle mani di chi li ha innescati. Inoltre, l’accelerazione dello sviluppo tecnologico si tramuta esso stesso in amplificazione perché accavalla interventi diversi; e progressivamente annienta il contatto prima esistente tra tecnologia e scienza dei sistemi (che in un certo senso ha sempre bilanciato l’entusiasmo dei tecnocrati).[9] Sul primo punto va considerato che, per effetto della concentrazione in sistema dei gruppi di potere tecnologico, i ritrovati sono oggi applicati su scala mondiale, e producono effetti che natura e umanità non riescono a metabolizzare e riassorbire. In altre parole l’amplificazione trasforma in tutt’altra cosa il fenomeno indotto. [10] Esso allora non è più gestibile con il sapere che l’ha prodotto, e può diventare finanche irreversibile come ad es. quel buco nella fascia di ozono che pare derivi dalla innocua tecnologia degli elettrodomestici. I ‘Tecnici’ si vantano sempre di controllare, con quel loro sapere che ha prodotto l’innovazione, le conseguenze sull’ambiente; ma ignorano in realtà il mistero della ‘Vita’ come fenomeno globale in divenire, e il sistema ‘ambiente’ che fonda proprio sulla ‘Vita’’[11]
Di fronte a questo incontrollabile fenomeno, qual è la posizione del singolo e della società? Viene ad essi richiesto un ‘consenso informato’? Le Costituzioni moderne proclamano che ‘la sovranità risiede nel popolo’, ma di fatto il futuro è praticamente nelle mani dei proprietari delle tecnologie. La storia degli ultimi cento anni insegna che le grandi rivoluzioni sociali e politiche ed ancora le grandi modifiche dell’ambiente sono derivate da interventi che ‘nessuno’ ha mai voluto e deciso. E non c’è nemmeno il gusto di accusare qualcuno dei guasti provocati; anche se lo individuassimo, egli sarà riassorbito dall’Ameba, pronta a proporre nuovi capi e nuove avventure. A tutela della società non esiste, come per singoli, un ‘Tribunale del malato’.[12]
In reazione a questo stato di cose, sono comparsi segni sociali che, come la febbre alta nelle patologie corporee, indicano una situazione prossima al collasso. Ma pochi si indugiano a cogliere il valore sintomatico delle reazioni che si stanno verificando nel mondo a macchia di leopardo. Questi eventi vengono considerati uno ad uno, nella loro superficialità, condannati per i risvolti negativi, affrontati con rimedi tampone, con sedazioni da ‘novalgina’, o comunque con risposte isolate. Così l’Ameba distrae l’uomo singolo, sapendo che, per amore della sua sicurezza personale e di un quieto vivere, egli è pronto a chiudere gli occhi su tutto; ed evita di essere individuata. Eccolo l’aspetto veramente demoniaco. Chi supera questo sbarramento, eliminando la simulazione, coglie i segnali indicatori della presenza del vero nemico. Qualche esempio: l’innalzamento del livello di violenza (scontri razziali, tra tifoserie, guerriglie urbane, patologie mentali e comportamentali); la preoccupazione di infuturarsi inserendo dei figli in un mondo dall’imprevedibile futuro (decremento delle nascite); la reazione frontale delle religioni verso il progresso tecnologico (integralismo islamico). Se tali segnali sono interpretati come segni dei tempi, si può comprende che ora la Chiesa deve muoversi, e nella sua totalità perché non c’è più spazio per soggetti astratti (istituzione), o per un piccolo moralismo individuale, e che bisogna trovare la forza della comunione e un orizzonte che sia tutto presenziale. Il terzo millennio chiama la Chiesa a contrastare l’Ameba, non mediante sporadici e disattesi interventi verbali, ma attraverso una presa di coscienza della vera essenza dell’uomo, e del mondo; e di come al fondo di tutto c’è la Vita Essa è il Cristo che ha vinto la Bestia, e ci renderà vincitori in questa battaglia che pure sembra perduta in partenza. Chiama la Chiesa a predicare che anche il singolo uomo, ad onta dell’apparire un essere impotente di fronte ai grandi fenomeni planetari, essendone il Signore, può cambiare il corso della storia. Ghandi è stato un esempio lampante di quanto è forte il potere animico. Noi lo abbiamo del tutto dimenticato, e lo accreditiamo ai santi per non sentirci chiamati ad esercitarlo.
8) Una teologia a misura dell’avversario Chi riflette in questa ottica coglie l’urgenza di una ‘teologia’ globale, diffusa e quindi ‘laica’, una teologia che viva nella società e non sia il prodotto alchemico di una oligarchia del pensiero religioso. Di qui l’urgenza di un ‘fare teologia’ inteso come cercare, predicare e concretamente testimonare il Cristo-Vita; impegno che assume il carattere di obbligo morale per chiunque ha fatto dell’Amore del prossimo e della Signoria sul mondo il suo credo. Non è più tempo di ‘Tebaide’ morale, ma di un ‘pensare religioso’, di una coscienza sociale che supporti le democrazie laiche fondate sul diritto. In questo lato senso leggo l’invito di G.Paolo II a che i cristiani intervengano nella politica. Ma ciò che deve essere chiaro è la dimensione totale di questo impegno. Esso non può risolversi in una crociata, ma deve esprimersi in una vera e propria guerra, cioè in una operazione che non si limiti a questo o quello scontro, né si sieda sugli allori: Così è accaduto con la caduta del comunismo per la quale si sono levati tanti peana di mosche cocchiere. La guerra contro l’Ameba non si esaurisce infatti nella distruzione di una sua pseudo testa. Come accadeva con la mitica Idra di Lerna, questa amputazione non è in grado di metterla in crisi perché essa ne costruirà subito un’altra. Come Ercole, che sollevò Anteo dalla terra, per svuotarlo della forza che essa gli forniva, dobbiamo operare a livello della fede. In una guerra si combattono tante battaglie; e forse la prima deve proporsi di recidere la pseudo testa rappresentata dalla Tecnologia arbitrariamente attuata. Con la forza della comunione (ecco il ‘sollevare da terra’ del mito di Anteo) va contrastata validamente l’azione di singoli che a loro libito realizzano quanto può mettere in crisi l’esistenza stessa dell’umanità; va smascherato il falso idolo di un ‘progresso a tutti i costi’. Una impresa che non può attuarsi solo in base a leggi e coazioni, o a quei ‘No’ che sono tanto veri quanto velleitari se fondati su umane argomentazioni; ma attraverso la libertà della fede che nasce da chiarezza interiore e dal comune sentire ed operare (Sensus Fidei Ecclesiae). Per dirla con Paolo, contro questi ‘spiriti dell’aria’ le uniche arme validi sono quelle della verità e della fede; della fiducia in quel Cristo nel quale ‘stravinciamo’.
A volte sia ha l’impressione che l’Istituzione (laica o clericale) si illuda di poter gestire con mezzi umani questo stato di cose; che non sappia transitare dalla dimensione della comunità a quella comunione; che tema di liberare il potere animico dell’uomo e fargli compiere miracoli. Una autentica e concreta libertà del laicato, spero faccia diventare possibile quanto l’omologazione e l’uniformità (strumenti tanto cari ad ogni centro di potere) impedivano di conseguire. Proclamare la ‘libertà’, senza permettere di esercitarla, da forza all’Ameba che all’uomo sa già offrire il surrogato un equivoco e fraudolento libertarismo individuale. Questo vellica l’arbitrio, dei singoli e dei gruppi, e li spinge a deliberare ed attuare scelte che investono l’insieme del mondo e dell’umanità. Ed allora anche singoli uomini, resi forti della volontà distruttiva dell’Ameba, sono in grado di realizzare la follia della Bestia.[13]
[1] Ipnotizzato dal suo tasto dolente (sessualità), il clero non vede e non predica quell’Armagheddon che le scienze umane continuamente annunciano come prossimo (crisi del clima, buco di ozono, asteroidi, catastrofe nucleare, desertificazione, flussi migratori incontrollati etc.) e la predicazione si fa spesso discorso etico e non Teo-logico e cosmo-logico. [2] Basta osservare come ogni posizione assunta da parlamentari di fede cristiana venga non già attribuita alla loro coscienza, ma alla Gerarchia della Chiesa. [3] Rassomiglierei la cultura alla ‘muraglia cinese’ che certamente fu voluta da un imperatore, ma è l’opera di milioni di costruttori che impastarono ed offrirono il loro mattone per edificare quell’opera meravigliosa. [4] Basta leggere la nuova legge sui diritti di autore per rendersi conto che oggi a orientare la cultura è in pratica l’economia. Mozart non godeva di diritti di autore e costruì una sensibilità musicale; ora anche una canzonetta per settanta anni è gestita da un centro economico. [5] Per fare un esempio, gli istituti di teologia per i laici, già nati asfittici perché miniaturizzati sulle facoltà teologiche, vanno scomparendo nella totale indifferenza della Gerarchia. [6] A ciò ha concorso il tramonto della ‘nobiltà’ che, in quanto dotata di mezzi culturali, costituiva un contrappeso laico al gruppo clericale (penso a un B. Pascal). [7] Oggi si può verificare in campo, che rispetto alla fede la testimonianza equivale a ciò che l’applicazione tecnologica è per la scienza pura. [8] Ancora nel secolo scorso i canonici si incontravano per discutere i casi morali; fino a poco tempo fa gli Istituti di Scienze Religiose (interessante quel ‘scienze’) rappresentavano un topos di dialogo fra laici. Oggi non si trova un posto che non sia ‘Internet’ per dialogare, liberamente e senza tasse accademiche, di Dio e dell’uomo. Finanche le riunioni dei preti sono strutturate sempre in termini passivi: ascolto di un terzo, ed esclusione di qualsivoglia dibattito. Divide et impera; o meglio: Imponi il silenzio e comanderai. [9] Fino all’ultimo secolo la scienza costruiva ipotesi sulla struttura del mondo che permettevano (sempre rischiando e quindi con umiltà) di attuare degli interventi che almeno si illudevano di costruire qualcosa di previsto. Da circa cento anni a questa parte i ‘tecnici’ hanno preso il sopravvento, assumendo che ogni ritrovato tecnologico, per il solo fatto di essere disponibile, va attuato. In nome della ‘Scienza’, termine falsamente usato da questo ‘tecnici’, tutto è possibile ed è anzi ’dovuto’; ed è oscurantista quel singolo o quel gruppo che si oppone a questo evento. [10] Per fare un esempio, una pecora clonata è un fatto circoscritto che equivale ad un’operazione di ingegneria genetica; mille pecore clonate sono inquadrabili ancora in un evento di ingegneria; un milione di interventi in questo senso concretizza invece un effetto nuovo e diverso, perché costituisce un disequilibrio del sistema terra. Più da vicino pensiamo ai trasporti meccanici e alla medicina allopatica. Gli esempi sono numerosissimi. [11] Gli esempi di quanto dico sono sotto i nostri occhi: così è stato per il DDT; così per l’energia atomica; così per i fluorocarburi ed il buco nell’ozono; così per le deforestazioni; così per la farmacologia ‘delle scatolette’ e così via. Naturalmente, quando si scoprono gli effetti devastanti della diossina, dell’uranio, del prione, l’Ameba attua il suo solito gioco: scompaiono i cd. Scienziati che garantirono ‘scientificamente’ quegli interventi e compaiono altri ‘scienziati’ che ‘mettono sotto controllo’ il tutto; il che equivale in pratica ad annotare i danni che via via si produrranno, cioè in parole povere si entrerà nella lista dei morti o dei danneggiati. [12] In ordine a questa espropriazione di responsabilità voglio ricordare nel caso ‘Di Bella’ l’intervento autoritativo della lobby medica che, supportata dal braccio secolare della Legge, cercò di imporre ad un genitore una certa terapia per la sua figlioletta. [13] l cd. ’Popolo di Seattle’ ha inconsciamente colto la pericolosità di questo scambio, anche se lo manifesta in maniera distorta. Ad un medico attento, la febbre non dice se stessa, ma la presenza di un male che va individuato e curato. |
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