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ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)

 

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Il Cristo e la morale

SCHEDA  n. 7\A

 

i   S o g g e t t i

 

Sommario: 1) Una morale economica e non intellettualistica; 2) La solitudine delle vette;  3) I teologi templari; 4) Verità dette in proposizioni inaccettabili; 5) L’ideale apollineo; 6) Una oligarchia patristica; 7) Teologia morale ed amore del prossimo; 8) Morale obiettiva come ‘realtà’ e ‘dichiarazione’.

 

1) Una morale economica e non intellettualistica

Un argomento poco trattato riguarda il ‘perché’ l’uomo dovrebbe avere un atteggiamento etico; e più in particolare dovrebbe scegliere di essere cristiano e di attuare l’etica che in questa religione gli viene proposta come comando divino.

In realtà si dà per presupposto che l’uomo debba accettare l’idea di un Dio signore del mondo, e quindi che sia Dio a fissare i modi ed i limiti della umana libertà.  Questo presupposto però sta entrando in crisi nel mondo moderno nel quale l’uomo, a torto o a ragione, comincia a considerarsi autonomo da tutto, anche da Dio.[1]

In tale habitat culturale trova finanche difficoltà ad affermarsi la più semplice idea di un rispetto dovuto (per il sopravvivere della specie) a regole generali (vedi Ecologia o genetica); e ciò in quanto generalmente, sarà pure una follia, si preferisce rischiare, e  proporsi come  mente direttiva dell’evoluzione del mondo.

Che senso ha allora discutere di morale con persone che la pensano in questo modo? [2] Eppure Gesù chiese ai suoi discepoli di guadagnare proprio tali persone (che gli evangelisti rappresentarono metaforicamente nella sagoma letteraria dei ‘perfidi giudei’), e non si limitò a condannarli, ma scelse di morire in croce per loro. 

Compito del teologo è dunque quello di scavare nel proprio reticente interlocutore, per cercare un punto comune. Ed a me pare che la via più agevole sia proprio quella della ‘Vita’, come intuizione fontale di ogni vivente.  Perciò preferisco fare riferimento costante al Cristo-Vita.

 

Ma veniamo al secondo quesito e cioè al ‘perché’ un uomo dovrebbe decidere di farsi cristiano e quindi (seconda questione) accettare una morale che gli viene proposta dalla Chiesa come derivante direttamente da Dio.

Per chiarire (e non certo per risolvere) questa problematica che sta diventando abbastanza urgente, è necessario fare un passo indietro e prendere atto che, dopo un nebuloso e poco chiaro sviluppo massivo del cristianesimo, ogni passo successivo è dipeso non poco da ragioni culturali, militari e politiche; in una parola dal maggior peso di situazioni tipicamente umane. Quando questi motori si sono fermati, o sono entrati in concorrenza con altre forze di spinta, l’avanzamento del cristianesimo si è fermato.

 

Se questa analisi è corretta, è giunto il tempo di far valere l’unico argomento che convince un uomo a fare delle scelte e cioè l’economia (intesa in senso ampio). E questa ‘economia’ si attua non a mezzo di propaganda (molte prediche appaiono bugiarde come i depliants turistici), ma di ‘esperienza’ diretta, o recuperata da altri, del vantaggio che si guadagna aderendo al credo della Chiesa. Fu proprio la testimonianza di un reale ‘guadagno’ il primo motore della Chiesa nascente.

La controprova, seppure in discorso negativo, viene poi dalla predicazione dell’inferno tanto cara ai medioevali. Essa era capace di ottenere effetti, non perché prospettava il volto di un invisibile Cristo, ma perché minacciava un inferno fatto di tormenti simili a quelli che si sperimentavano concretamente sulla terra.

Da quando abbiamo lasciato perdere le fiamme e lo zolfo, la prospettazione di un lontano ‘paradiso’ ha mostrato tutta la sua inadeguatezza.  Ed oggi la Chiesa è stata richiamata autorevolmente a predicare ‘inferno, purgatorio e paradiso’, cioè quelle soluzioni finali che con orribile termine si dicono ‘Novissimi’ (latinismo che indica proprio le cose finali). [3]

Ma su ogni dissossato tentativo di proporre come premio i ‘i beni eterni’, ha prevalso la corposità delle offerte del mondo. Il tanto condannato edonismo egoistico in fondo è l’unica proposta che l’uomo può prendere in considerazione, perché in qualche modo riesce a comprenderla e sentirla attuale.

L’evangelista Giovanni realisticamente riconosceva che nessuno può conoscere Dio, sicché fondare la predicazione su questo irraggiungibile ed inimmaginabile personaggio equivale a preventivare una sconfitta. Bisognerà allora prendere a base  la seconda  affermazione dello stesso Giovanni che attesta: ciò diventa possibile se si ascolta la rivelazione del Cristo.

Ma, se crediamo alle parole del Cristo, dovremmo pure predicarlo; ed essenzialmente con le opere, cioè con una testimonianza che lasci se non vedere, almeno intravedere, qualcosa di grande per cui si può anche rischiare la propria esistenza. Questa lezione i Santi l’hanno appresa, e si sono fatti testimoni del Cristo-Vita. Ed invece, per amore di un intellettuale e scarnificato  ‘retto ordine’, si è fatto un investimento non sull’entusiasmo del vivere, ma sulla mediocrità delle formule, per raffinate che siano.

Così, mentre i maestri della morale si comportano come quei predicatori che, inascoltati fuori, lanciano tuoni e fulmini proprio sui quattro frequentatori del tempio, un Padre Pio o una Madre Teresa hanno aperto uno spiraglio su qualcosa di grande capace di suscitare l’entusiasmo degli uomini. Essi hanno dimostrato con il loro esistere che si può raggiungere  una pienezza tutta attuale; e che essa spinge ancora più avanti, e fa desiderare di ‘vedere il suo Volto’.  In essi, quel morire che atterrisce l’uomo, si trasforma in una esaltazione.

La predicazione ‘economica’ dei Santi dimostra che una regola morale non è argomento da trattare autonomamente, ma bisogna che prima (e non dico solo cronologicamente) prospettare all’uomo ed al cristiano una traiettoria entusiasmante di Vita. Una prospettazione fondata sulla personale testimonianza che, invece di cercare di convincere le menti (Auto da fè), mostri a quale beatitudine può giungere, qui ed ora, chi si affida alle parole del Cristo.

In altre parole, va mostrato il ‘paradiso terrestre’ degli uomini-anima, (stadio intermedio al Paradiso divino), sperimentabile ora e qui, perché appartenente alla creazione. E va riscoperta l’anima come qualcosa di reale e di presente (significativo è il nostro culto dei morti). E in qualche modo bisogna sperimentarla, perché solo nel suo eone il desiderio dell’uomo potrà crescerà, e  qualsiasi cosa gli si chiederà gli apparirà infinitesimale a fronte della conquista del  tutto. Solo quando intuisce di poter diventare un campione, un ragazzo va di buon grado in palestra e si sottopone ad esercizi anche estremamente pesanti.

Poste queste premesse la nostra riflessione può ora procedere rileggendo criticamente i soggetti e gli oggetti della Morale.

 

2) La ‘solitudine delle vette’

E veniamo ai soggetti, ed in particolare al teologo cristiano.

Avendo ricevuto in dono una maggiore chiarezza della Rivelazione, egli soffre spesso della vertigine delle vette; confonde l’altezza del monte con la sua statura che resta infinitamente più piccola. Nasce così l’albagia della Verità, e la supponenza che deriva dal predicarla non in sé, ma per come essa è stata esposta nelle forme letterarie. Come dire che invece di predicare il Cristo, se ne propaganda una fotografia non sempre ben riuscita.

In termini più generali, un esempio di questa solitudine al vertice è il rapporto con la religione mosaica fondata sull’Antico Testamento (per intenderci quella che oggi correntemente vien detta ‘ebraica’) la quale indubbiamente ha, come suo specifico punto di contatto con l’unico Cristo, la sua Parola profetica. Verso di essa noi nutriamo uno strano sentimento di amore-odio.

Per un verso infatti encomiasticamente si afferma che ‘gli ebrei’ sono i nostri fratelli maggiori (dimenticando fra l’altro che fra Caino ed Abele, il maggiore era proprio Caino); per l’altro, li si è accusati di perfidia e  dell’uccisione di Gesù. Oggi li si considera fuori della nostra comunione, perché  non accolgono, in Gesù, il Cristo venuto nel mondo, essi proprio che venerano il Cristo-Parola.

Invece di godere che altri uomini accolgano la rivelazione del Cristo, a qualsiasi livello essa sia recepita, si preferisce svalutarli retrocedendoli, perché appaia che siamo noi ‘i primi’.

A me pare invece che con l’avvento dei Sacramenti né la Bibbia è stata degradata, né il ‘catechismo biologico’; e ciò in quanto non si possono graduare (se non in una ottica strettamente umana) le  manifestazione del Cristo. Comunque si presenti, ogni sua rivelazione è il ‘Verbo’; e lui proprio  venerano manifestamente i fedeli del mosaismo, ed in forma anonima tanti esseri umani.   Il tam-tam equivale nella giungla al più raffinato dei moderni cellulari.

Una teologia troppo aritmetica e geometrica ha così oscurato proprio la cattolicità ‘Rivelazione’ e quindi la persona del ‘Verbo’; e per l’effetto, quel continuum costituito dal Cristo, non è stato letto e predicato come unico, multiforme, universale dialogo con l’uomo, cioè come rivelazione del Verbo.[4]

Eppure era il Verbo a costruire il mondo; era lui a farsi conoscere attraverso le cose (Catechismo biologico); era lui che parlò attraverso i profeti (Scrittura); era sempre lui che operava nell’unità personale di Gesù; ed è sempre e solo lui che, come potenza divina (Spirito), santifica il mondo.

Certo il graduare le rivelazioni è giusto e corretto, ma per come viene esposto  è fonte di equivoci. Infatti la venuta di Gesù e la costituzione della Chiesa visibile non ha retrocesso al secondo e al terzo posto la Rivelazione Scritta e  il ‘catechismo biologico’ e con essi coloro che in tale dimensione venerano l’unico Cristo. Piuttosto siamo noi che abbiamo goduto di una fase ulteriore nell’avanzare progressivo del Cristo e, in forza di essa, dobbiamo farci servi di verità per gli altri, e non certo bearci delle altezze raggiunte o costruire cattedre per giudicare l’umanità in base a ciò che abbiamo compreso e reso nelle forme del linguaggio umano.[5]

Se consideriamo che l’avanzare del Cristo è in sé transtorico, e quindi per gli uomini è sempre attuale; se comprendiamo che ‘catechismo biologico’ e Scrittura’ sono manifestazioni dell’unico Cristo, avvertiamo un grande ‘timor di Dio’ verso quelle rivelazioni e verso coloro che vi fanno riferimento.

L’esposizione nella parola umana (che è sempre lettera morta) della Verità cede comunque di fronte al suo intrinseco contenuto (che è per sempre, e per chiunque, il Cristo), ed a fronte poi di una retta coscienza.

 

3 ) Teologi templari e coscienza

Sarà che da giovane sono stato massacrato dai preti ai quali mi accostavo con una grande sete di verità, e dai quali subivo solo amputazioni esistenziali; sarà perché istintivamente rifiuto coloro che si impancano a maestri di verità (e poi scopri che sono come te dei pover’uomini); sta di fatto che da sempre sono stato e resto anticlericale (e qui la battaglia è stata vinta con l’abolizione del ‘clero’) e anti-teologia , ovviamente quando quest’ultima  si illude di essere come le piramidi d’Egitto che resistono ai millenni.

Dio, che mi ama, mi ha ‘potato’ in un modo per me impensabile, chiamandomi proprio al sacerdozio ed alla teologia, e poi facendomi toccare con mano le difficoltà di operare in questi due stati.

Mi perdoni il lettore per questa parentesi personale, ma essa serve a motivare qualche mia intemperanza verbale che falsifica la quiete che mi è scesa nell’anima.  Mi sforzo di comprendere tutti, perché ho pietà di tutti, a cominciare da me stesso; ma ancora pesano sia il passato che il temperamento. Perciò il lettore sfrondi il mio scritto di ogni aggressività o apparente categoricità sfuggite alla revisione che questi aspetti, li pota generosamente. E consideri invece che amo la Chiesa come un uomo ama la sua donna, e mi imbestialisco quando la vedo maltrattata; salvo poi a dover riconoscere che io stesso non la tratto come dovrei.

 

I teologi della morale, cioè quei cristiani eletti da Dio a cercare la verità ed a proporla agli uomini (come contributo alla formazione delle loro coscienze), spesso si trasformano in avvocati difensori delle tesi del ‘palazzo’.  Ne è scaturita una teologia templare che guarda alla bellezza delle pietre del tempio, e non si fa carico della vedova e del suo piccolo obolo, cioè della sua gracile vita morale.

Questa teologia invece di meditare i suggerimenti che lo Spirito ispira, si fa schermo del potere pietrino, e si tramuta in corpo legiferante. Di qui una serie di diktat teologici scaricati addosso al cristiano. A lui, lo si voglia o meno, viene predicato un Dio che prima mandava all’inferno per un bacio, ed ora, avendo cambiato idea dopo aver letto l’ultimo libro del moralista in auge, non lo fa più. Un Dio che ‘precetta’, a pena di dannazione eterna, quegli intimissima atti d’amore che sono preghiera e sacramenti.

Alcuni orientamenti morali, una volta quasi segreti, ma oggi di dominio pubblico, mettono in seria crisi la coscienza del credente. Prendendo atto con la sensibilità odierna di affermate tesi di teologia morale comandate al popolo di Dio, egli resta  a volte allibito.[6] E gli riesce sempre più problematico accettare quell’ossessivo ricorso alla testimonianza di antichi teologi, nel tentativo di far apparire la morale della Chiesa come un monolito che non patisce scalfitture.

Eppure egli sa che la Chiesa del Cristo è un corpo vivo continuamente in crescita e che il suo dinamismo è lo Spirito. Se il Regno di Dio è già venuto, è vero anche che continuamente viene, sicché qualcosa deve pure mutare.

Io credo che se lo Spirito ha continuato a rivelare il Cristo, oggi dovremmo considerarci più avanti nella comprensione della strada da battere, di Agostino, Tommaso o Suarez. Ed allora mi sembra tempo sprecato fare gli avvocati difensori delle tesi di questi santi uomini; e mi sembra ancor più dannoso impostare la riflettere partendo da loro, e non dalla fede della Chiesa  e dalla realtà del mondo e delle singole coscienze.

Si fa teologia contemplando il volto che il Cristo mostra qui ed ora; e i suoi tratti sono stampati proprio nella storia dell’umanità. Ogni teologia non è dunque la lettura critica di una vecchia icona, per bella che sia, ma la  risposta ad una divina ispirazione. Essa guarda all’interlocutore come a colui che va amato perché viva  ed attuale incarnazione del Cristo.

 

 

 

4 ) Verità dette in proposizioni inaccettabili

Proprio movendomi in questa ottica, a me pare che anche certe soluzioni teologiche, a prima vista aberranti, possono paradossalmente avere in sé un quid di Verità. Questo non vuol essere l’ennesimo cavillo difensivo; ma l’occasione per far notare come esse giustamente vengono considerate aberranti in quanto non sono state collegate a due aspetti essenziali dell’uomo (e quindi del cristiano):  la coscienza, e la realtà animica. Ché, se queste ultime vengono recuperate, anche ciò che sembrava errato, o finanche folle, assume tutt’altra coloritura. In parole povere  la teologia ha spesso dimenticato come è strutturato il suo interlocutore ed ha rivolto a lui inviti che egli non poteva comprendere.

Io invito a riformulare quelle proposte, ma in collegamento con un uomo presidiato dal suo Io animico; esse allora appariranno valide e comprensibili. Ma ovviamente bisogna prima aiutare l’uomo a guadagnare la sua satura adulta e non darla per  scontata.

Provo a chiarire. Il teologo morale (del passato o contemporaneo) può certamente cercare la Verità e concludere come gli sembra giusto; ma quanto egli ha prodotto (e si spera per divina ispirazione, e non solo per via di ragionamenti) deve riferirlo alla coscienza dell’uomo e alla sua struttura animica.

Deve riferirlo alla coscienza dell’uomo perché essa è l’ultimo giudice del suo comportamento, considerando che se Dio abita nel cuore dell’uomo, lì solo si attua il dialogo che salva o perde quel singolo uomo. Non si può, per un verso predicare al Cristiano di essere inabitato dallo Spirito, e per l’altro rendere questo Spirito un sordomuto, una specie di idolo che non parla e non opera.

Deve riferirlo alla struttura animica dell’uomo, perché questi non è solo un sacco di pelle riempito di muscoli ed ossa, e che si avverte schiavo di tale pesantezza e del chimismo che lo governa.[7]

 

Quanto alla predicazione, questo difetto di base della teologia morale le ha impedito di prospettare le soluzioni escogitate come un orizzonte entusiasmante, come un momento di autocostruzione;  e non già come una fedina penale pulita da presentare al terribile giudizio di Dio. Eppure tutti sanno che è certamente più comprensibile all’uomo imporsi una rigorosa gestione della propria esistenza in vista di qualcosa di grande,  che compiere qualcosa di oneroso ‘per amore di Dio’.

Nel nostro caso di una rinascita animica. Saranno pur perfette le proposte dei moralisti, ma ad un bambino non si può insegnare l’aritmetica partendo dal calcolo infinitesimale. L’errore della teologia morale consiste nell’ipotizzare un comportamento che è appropriato ad un adulto, ed imporlo poi ad un bambino.

Qualsiasi ideale può essere proposto; si può chiedere anche il prezzo della propria esistenza; si possono esigere anche sacrifici altissimi ma non certo per un qualcosa che umanamente non sembra avere alcuna importanza. Tutto ciò si può fare solo a patto di collegarlo a un che di vitale che metta in moto le strutture più intime dell’essere umano, e a patto di rivelare all’uomo la sua potenziale grandezza.

Ma, in forza della predicazione corrente, noi siamo solo dei falliti, ai quali altro non resta che battersi il petto in questa ‘valle di lagrime’ dove pare che mai sia giunto il sorriso di Gesù, Gloria del Padre. In breve, siamo esseri depotenziati ai quali si chiede poi una vita eroica; d allora si ascolta increduli la proposta morale e si conclude: non sono cose per me, ma solo … per i Santi.

Tutto si può e si deve chiedere; ma certamente non lo si può esigere presupponendo un intellettuale ‘amore’ verso un Dio sconosciuto; e una falsa equivalenza tra chi sperimenta il suo ‘qui ed ora’, ed ha un suo specifico livello di coscienza, e il ‘cristiano tipo’ che il teologo si inventa, imitando le scienze approssimative che studiano l’uomo e dimenticando la infungibile vocazione del Cristo che segna indelebilmente ogni individuo. Il Cristo le sue pecore le chiama una ad una!

Se è un’astrazione falsificante ‘l’uomo economico’ ancor più lo è ‘il perfetto cristiano’. Non si può, manu militari,  applicare lo statuto della ‘Repubblica’ di Platone ad un branco di ‘rudes’, sol perché intellettualmente li si assimila a perfetti  ed apollinei cittadini.

 

5 ) L’ideale ‘apollineo’

Alla base della falsificante equiparazione fra ‘cristiano modello’ (che è una pura astrazione) e cristiano concreto, che ha concorso a  scristianizzare l’Europa, c’è poi un residuo stoico che al teologo fa preferire l’uomo apollineo a quello bacchico.  Invece di predicare la ‘follia’ di Paolo, troppo spesso si è predicato  la fredda ‘saggezza’ di un Seneca.

Si è così indicata come meta uno stare (in paradiso), un possedere (beni eterni), tutte cose poco cattivanti anche perché fuori della nostra immaginazione. Non annunciando un ‘Essere nuovo’, ‘un divenire vitale’, è stato allora svalutato l’impeto della vita, l’impeto del Cristo. Perciò la morale si è legata ineluttabilmente al dolore, alla pena, all’inferno, cose che l’uomo può più facilmente immaginare, esistendo in questo mondo spesso infernale.

L’uomo apollineo verifica la congruità e la correttezza del suo collocarsi in un disegno geometrico; l’uomo bacchico avverte lo slancio della Vita e si infutura per essere sempre di più, e non certo per stare in un luogo o godere di stati ‘beni’che neppure conosce. L’uomo apollineo insegue il suo ‘concetto’ di Dio che aureola di superlativi (chiari solo intellettualmente) e così dimentica la carnalità di Gesù che mangiava e beveva con i suoi discepoli, e che gridò dolorante dalla croce.

Ovviamente, dire ‘Bacchico’ non significa, come si vuol far credere, un cedimento alle pulsioni oscure della materia. Piuttosto avvertire l’entusiasmo di andare oltre, riconoscendo che nella materia, se ben sperimentata, si colgono le primizie di un sentire più grande. Lo insegnano i grandi artisti e quelle mistiche che sono una vivente condanna del gelido moralismo della ragione.

Purtroppo la ragione è però la indissolubile metà della istituzione, e di fatto prevale nella Chiesa: perciò i Santi vengono dichiarati tali solo quando il loro spirito ‘bacchico’ è tramontato con la morte, ed è possibile una loro imbalsamazione apollinea.

 

La preferenza accordata all’uomo ‘apollineo’ deriva anche dal fatto che esso è facilmente categorizzabile; se ne può descrivere un preciso identikit, dal momento che lo si inquadra in un ‘retto ordine’ del creato.  L’uomo bacchico invece è sfuggente, in quanto irriducibilmente individuale.  Quest’ultima parola è considerata come un equivalente di ‘demoniaco’, laddove essa indica la specifica e infungibile vocazione operata da Dio rispetto ad ognuno dei suoi figli.

Il teologo razionalista rifugge in pratica dall’idea di una specifica vocazione; ad essa può riconoscere solo una collocazione marginale; salvo poi a contraddirsi quando riconosce la diversa santità dei Santi.  Non a caso però Gesù superò l’identikit dei 10 comandamenti che delineavano l’uomo giusto, e all’uomo Santo propose un paradigma aperto: quello dell’amore. e dell’unità.

L’intellettualizzazione della teologia morale, e la perdita della coscienza, di una specifica vocazione divina, dell’anima, hanno conclusivamente  prodotto l’uniformità morale (almeno nelle prescrizioni), e l’uso del ‘braccio secolare’ per cui Pietro ha ‘ucciso’ per salvare; ha inflitto patimenti per ‘confortare la fede’.

 

6 ) Una oligarchia  patristica

A deteriorare la figura del teologo morale ha contribuito non poco una visione storiografica della fede. Da un lato si è badato molto alla storicità di Gesù e si è dimenticato il Cristo; dall’altro si è ipertrofizzato, sino a considerarlo normativo, il contributo dei Papi, dei grandi teologi, e dei ‘Santi’. Il teologo è diventato così più uno storico della teologia che uno studioso della Scrittura e dei ‘segni dei tempi’.

Eppure fare teologia, specie quella morale, non equivale a collezionare i pensieri di altri teologi e comporre così delle ragionate antologie critiche, ma riprendere in considerazione vecchi e nuovi quesiti, alla luce dello Spirito; reimpostare i problemi in relazione alla situazione storica che, come segno dei tempi, manifesta una volontà del Cristo che ci sta portando al Padre.

Lo storicismo è la morte della teologia e la falsificazione di quel  Magistero che bada più a ripetersi, per accreditare la propria infallibilità (umana), che a cercare la volontà di Dio. Ricordo un articolo del cardinale Pellegrino che invitava i vescovi a non collezionare nei loro documenti testimonianze a favore del celibato dei preti, ma a riunirsi ogni certo numero di anni per verificare, alla luce dello Spirito, se il Cristo ancora volesse che nella nuova realtà  che i preti romani restassero celibi.

Purtroppo invece di investigare le richieste dello Spirito, si sommano sapientemente citazioni su citazioni, cioè valutazioni di uomini che, per santi o papi che siano, sono pur sempre uomini ed espongono la Verità che soggettivamente hanno colto, e i quel linguaggio umano che da sempre è stato infedele al contenuto che vuole esprimere. Pietro resta pur sempre Simone, ed i Santi, che Dio li abbia in gloria, sono stati anch’essi uomini come noi e non una stele di sale di Sapienza.

 

Quanto ai Santi, si assiste poi ad una qual forma di condensazione post mortem, in base alla quale la persona viva e polimorfa di quell’uomo concreto viene agglutinata  intorno alle sue ‘virtù eroiche’ fino a far tutt’uno con esse.

Non dubito che ad es. Agostino fu un santo dalle grandi virtù; né dubito della sua affascinante intelligenza, ma da libero figlio di Dio che ha alle sue spalle un millennio e mezzo di soffio dello Spirito, non posso sentirmi vincolato da quanto egli avvertiva in base alle sue convinzioni a volta del tutto umane. In lui cercherò quanto c’è di ispirato, ma non so che farmene di cento sue affermazioni che derivano dalla cultura del suo tempo, o dalle sue umane ubbie. Di queste ultime non terrò certo conto, anche considerando che altre ‘sante persone’ la pensarono diversamente da lui.

 

Indubbiamente questo mio modo di vedere non ha cittadinanza in una teologia ‘accademica’, la quale invece di confortare il prossimo, lasciandosi guidare dalla ispirazione divina, si è tramutata in storia delle idee teologiche e perde tempo a smontare tesi antiche che chiaramente dipendono da una certa visione del mondo, o da un certo modo di leggere la Scrittura che pure oggi è stato del tutto abbandonato.

Ma si interroghi direttamente il lettore: come potrà seguire un ‘Padre’ quando è chiaro che egli considerava il racconto della creazione come un dato storico? Come collegare le sue idee sull’uomo con le mie quando ora  leggo quel racconto come ‘mitografia’. E come prendere a fondamento una sua affermazione che da quella lettura direttamente o indirettamente deriva?  Quanti ‘dunque’ dei loro ragionamenti hanno senso per me che conosco la Scuola di Vienna, Heisemberg e la meccanica quantistica? Finanche la Bibbia oggi viene letta diversamente da come la si intendeva nel passato, ma pare che il pensiero dei Padri sia più solido della Bibbia.

 

A me pare che le affermazioni dei Padri vadano assunte  come espressione della loro coscienza collegata  quel hic et nunc, e sono certo valide come provocazione a riflettere, e come luogo di una eventuale ispirazione divina.   Riconosco imperitura autorità solamente al Cristo, e considero che non c’è una Chiesa che per ragioni di anzianità sia superiore a quella che la segue; la teologia, in quanto è frutto di chiamata e di ispirazione, è per l’uomo contemporaneo.

La mitologizzazione dei primi tempi, dipende non poco dall’eterna ricerca di un tempo dell’oro, che depura ed ingentilisce il passato e lo fa diventare autorevole; si è formata così una strana  e spettrale forma di ‘Oligarchia’ patristica che governa la teologia e che invece di aiutare nella interpretazione della viva Parola di Dio, la cristallizza e la offre a scatola chiusa.

Eppure bisognerebbe prendere atto che oggi se ancora si tollera la citazione di testi antichi (che isolata può apparire anche folgorante) lo sguardo ama volgersi al futuro, come già suggeriva l’apostolo Paolo. Ed è allora del tutto incongruente questo trasformarsi degli studiosi di patristica in archeologi del pensiero umano. Essi poi che non cercano di apprendere ed applicare quella parte viva che ancor oggi potrebbe essere utile in qualche modo, e cioè il metodo seguito dai Padri.[8] 

 

 

7)  Teologia morale ed amore del prossimo

A me pare che un testo di teologia morale non dovrebbe ridursi a ‘Casistica’ ed indicare le ipotesi di ’peccato’, ma aiutare le coscienze a vedere ciò che forse esse non hanno visto, e che pure Dio ha loro comunicato. Un teologo non è diverso da un confessore al quale è vietato di costruire ‘ad gehennam’, cioè per l’inferno. Gli è solo consentito di invitare il fedele a riflettere su qualcosa che forse è sfuggito, e non per indurre scrupoli, bensì per aiutarlo a crescere nella propria specifica vocazione divina, cioè nella propria coscienza. Questo è l’amore per il prossimo specificamente richiesto al teologo ed al confessore.

Se si trasforma il rapporto interpersonale, fra Dio ed un suo figlio, in una ‘legge’ generalizzata, implicitamente si nega la specialità della relazione che intercorre fra l’uomo e Dio; si nega la realtà della invocazione principe che, come la confessione di Pietro, nasce spontanea dal cuore e grida: Padre!. [9]

La libertà dello Spirito, come dice Paolo, si esprime proprio nel chiamare uno a fare il profeta e un altro a sopportare le angherie del mondo. Sa Lui come pareggiare i conti tra tutti.

 

Il teologo morale dovrebbe poi continuamente chiedersi se il suo discorso si volge all’anima sua ed a quelle del prossimo; oppure esprime le conclusioni di un egotico processo logico in cui non viene in evidenza il comandamento vivo del Cristo, ma la sua formulazione intellettuale.[10]

Ed ancora dovrebbe pur chiedersi se da suo albero sono nati frutti buoni, ed in questo senso valutare il suo lavoro. E’ stato autorevolmente affermato che l’Europa si è scristianizzata, ma non trovo traccia di una autocritica sugli errori commessi nella evangelizzazione, e nella prassi ecclesiale. La colpa di tutto ciò è comodamente gravata sugli europei edonisti e materialisti; i maestri della morale invece sono esenti da colpe; possono continuare a vivere nella torre della ‘Verità’, quella che hanno concordato fra di loro.

 

8)  Morale obiettiva come ‘realtà’ e ‘dichiarazione’

Queste considerazioni portano a riflettere su un altro punto che viene dato per scontato ed è tutto da studiare. Mi riferisco alla cd. morale obiettiva ed a quella subiettiva.

Innanzi tutto segnalo che a quest’ultimo termine, che rimanda alla coscienza come ultimo giudice dell’operare del cristiano, in un modo o nell’altro, il teologo gratuitamente aggiunge la negatività della licenza e del libertarismo. Ma, lasciando per ora da parte questo profilo che tratterò a parte, [11] ciò che mi preme sottolineare è un altro aspetto.

 

Questa intrinseca obiettività della norma morale viene automaticamente  trasformata in ‘obiettività dichiarata’ da chi, avendo o presumendo di avere il potere di indicare la regola, esprime in essa ciò che avverte e crede giusto.  Chi comanda afferma che è obiettivo ciò che egli sente giusto e, in forza della sua legittimazione canonica e istituzionale, riferisce le sue conclusioni direttamente a Dio. Ne riparleremo parlando le potere delle ‘chiavi’.

Dunque il punto da meditare con grande acribia, perché attiene al modo di disporsi del teologo, consiste nel diverso valore da attribuire  alla ‘norma morale obiettiva’ in sé, ed alla sua manifestazione attraverso un lavoro di ricerca e di resa in proposizioni del linguaggio umano.

Per intenderci, altra cosa è la struttura del cosmo per come essa è (dato obiettivo), altro è la teoria ad es. Tolemaica. Come si sa quest’ultima (che si vantava di esporre qualcosa di obiettivo), è stata sostituita da altre ed altre ancora verranno.

M il punto che maggiormente mi intriga è la disomogeneità delle esposizioni in ordine a qualcosa che è ‘obiettivo’ al cento per cento: la creazione.  Qui unica è la verità rivelata, eppure la Bibbia greca afferma che Dio fece l’uomo, e poi ‘li fece maschile e femminile’ (due qualità espresse con aggettivi); mentre la Masoretica attesta che ‘li fece maschio e femmina’, cioè due tipi biologici.  Dunque, due dichiarazioni autorevoli e contrastanti di una stessa obiettività. E qui, per di più, scrive un agiografo ispirato, e non un moralista che non ha la garanzia di tale carisma.

Per quel che ho letto, posso dire che non ho mai trovato un moralista che si sia soffermato su questa diversa formulazione dell’unica verità, ed abbia applicato la lezione alle sue esposizioni della ‘legge obiettiva’.

In conclusione la parola dell’agiografo  che, ispirato, espone la rivelazione di Dio va interpretata e non assunta nella sua letteralità; ma la formula del moralista, quella sì va direttamente applicata perché è il calco perfetto della Verità. 

Vincenzo M. Romano 2003

 


 


[1] Questo ateismo è variamente modulato e la sua forma più accettata considera che forse esiste un Quid di diverso dall’uomo (ad esempio le regole dell’universo o del pianeta terra), ma l’umanità fin tanto che vive ed opera, è padrona di se stessa e quindi decide liberamente.

[2] Per rendersene conto basta guardare i tornei dei ‘Si’ e dei ‘No’ che si celebrano sulla vexata quaestio dell’aborto e della genetica, dove è evidente la mancanza di un presupposto comune sul quale argomentare insieme.

 

[3] Un richiamo che per altro doveva per forza cadere nel vuoto, in quanto come dice l’evangelista: ‘Dio nessuno l’ha visto’ e quindi di esso non è possibile parlare anche per l’insufficienza del linguaggio umano; e per altro verso è stato messo in soffitta quel ‘paradiso terrestre’, che, in quanto in qualche modo ‘terrestre’ poteva esprimersi nel linguaggio umano.

 

[4] Già nelle altre schede ho fatto notare che la sezione liturgica ‘della Parola’ all’interno dei riti sacramentali non può considerarsi una aggiunta catechetica o tesa solo a solennizzare l’evento. A mio giudizio è sempre e solo quella ‘Parola’ a produrre l’effetto sacramentale. L’aver aggiunto parole umane a quelle bibliche (la cd. Formula) ha accentrato sulle prime l’attenzione del credente ed ha svalutato le seconde.

 

[5] Non mi risulta che Gesù abbia garantito ai suoi discepoli l’assoluta verità del loro predicare; che anzi a Pietro rimprovera di seguire i pensieri degli uomini e non quelli di Dio. 

 

[6] E la prova di una qual malafede della teologia come ‘sistema’,  sta proprio nel velo di silenzio che si cerca di stendere sul un certo passato; o nelle cavillose difese d’ufficio che quasi tutti i moralisti hanno sempre pronte in saccoccia, per esibirle se sono costretti a parlare.

 

[7] Purtroppo la dimensione animica, alla quale duemila anni di cristianesimo non ci hanno per nulla educato (basta guardare ai catechismi per bambini), è assente dall’orizzonte morale del fedele; e solo pochissimi avvertono di vivere un’esistenza fetale dalla quale nascerà quell’anima che ogni uomo  costruisce liberamente giorno per giorno.

 

[8] Tutto ciò mi fa venire alla mente il passo evangelico che raccomanda agli annunciatori del vangelo di rivolgersi a tutti gli uomini della terra, ed alla fine  di scuotere, a testimonianza contro di loro, la polvere dei propri calzari. A me pare che questo passo faccia al caso nostro. Gesù suggeriva di lasciare la polvere ad uomini che sceglievano di vivere di polvere; a me pare che bisognerebbe scuotere dalle scarpe lo storicismo, polvere volatile della terra,  a testimonianza dei troppi teologi che continuano a voler seguire questa ottica.

 

[9] Un codice di comportamenti assomiglia a quei ‘patti nuziali’ dai quali, anche se lo sposo cavillosamente aveva fatto annotare tutto, mancava pur sempre qualcosa.

 

[10] Il mio professore di morale mi insegno due regole alle quale ho cercato sempre di attenermi: a) Non chiedere al penitente più grazia di quanto Dio glie ne aveva data; b) di uscire io dal confessionale turbato nella coscienza, ma di mandare sempre in pace chi comunque si era inginocchiato ai piedi del Cristo.

 

[11] Anticipo che l’unica autentica obiettività è solo il Cristo. Dunque obiettivo, cioè valido per sempre e per tutti, è il suo comandamento della Vita, dell’unità e dell’amore. Un comandamento aperto ed al tempo stesso fortemente astringente, perché può far qualificare fortemente immorale anche una minima sfumatura dell’esistere. Un comandamento che insegue fin nel più intimo perché, nella sua evoluzione verso la santità, la Vita nulla perde della esistenza umana e quindi tutta intera la deve subordinare a sé.