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Il Cristo e la morale

Scheda n. 7 \ I

 ‘peccato originale’ e ottimismo biblico

 

Sommario: 1) Leggere la Bibbia – gli archetipi; 2) Leggere la bibbia -il tempo; 3) Il peccato originale in una visione ottimistica; 4) Sacramenti tra fisiologia e terapia; 5) Note conclusive.

 

  1) leggere la Bibbia: gli archetipi

  Il significato teologico positivo dei ‘racconti della creazione’, nei quali si colloca il ‘peccato di Adamo’, si fa evidente  se li si inquadra in un modello articolato in tre momenti: della unità, della duplicità, e della unitaria triplicità.

Esso, (come chiarirò in altra scheda) connette: la Creazione iniziale animica che è una ed unica; lo sdoppiamento dinamico in animicità-corporeità; il ritorno all’unità di tutte le creature. In tale unità, le creature  risultano  costituite da corporeità, animicità e divinità. In pratica c’è  prima una unità magmatica nel tutto unico, poi una ‘doppiezza’ che sembra rompere questa unità, ed infine una unitaria trinità.

Questo processo si muove sempre in una assoluta positività. E, in quanto  tre momenti rifluiscono gradatamente nella unità, il peccato originale rispetto ad essi appare come una parentesi, aperta e chiusa dall’uomo, nella quale c’è solo vuoto, e non essere.

Chiarisco che il modello triadico che suggerisco non va inteso come dialettica di tipo hegheliano (buono- scontro col negativo- ottimo) con una drammatica antitesi, posta centralmente tra tesi e sintesi, e che può vantarsi di essere fulcro di tutto il processo.

Anche questo punto intermedio (che per Hegel è in qualche modo uno scontro) è infatti del tutto positivo in quanto riguarda il divenire delle creature, chiamate a prendere coscienza, proprio mentre si sperimentano come pesanti e determinati corpuscoli, di essere anche onda, campo, pura energia (anima), e di partecipare in questa duplicità alla grande traiettoria del Cristo.

  Poiché l’uomo si trova ora collocato proprio in questa fase intermedia, gli risultano incomprensibili la prima e l’ultima fase, e cioè l’atto creativo e la Perfezione finale, in quanto eccedenti le sue capacità speculative Esse  possono essere comprese solamente da Dio, e diventano chiare all’uomo solo se Dio glie le rivela.

La fase intermedia diventa in pratica l’unico oggetto della riflessione umana, e poiché attiene ad un  crescere in una situazione di duplicità (anima-corpo), tale ‘crescere’ viene inteso come difetto, come crisi. Da ciò una lettura negativa dei testi biblici che sfocia nella esaltazione del peccato originale.

Per intenderci con un esempio, il momento del nascere è visto molto diversamente dalla mamma che conosce tutto intero il processo vitale, e dal bambino che ignora l'esistenza extrauterina, ed avverte il suo venire alla luce come una violenza gratuita che egli deve subire.

La creazione di Dio, come il 'parto' dell'esempio, si muove positivamente secondo la traiettoria vitale e indefettibile che ha origine dal divino impulso iniziale; ma risulta deformata agli occhi di chi può solo cogliere la criticità intermedia del suo venire all’esistenza.

Osservate dal lato di Dio, le tre fasi dell'archetipo triadico, tutte positive (e vide che era buono), si  inquadrano in un cerchio cosmico (ourouboros o ‘serpente che ingoia la coda’ lo chiamavano gli antichi); cioè in un che di unitario che riguarda il Cristo e quindi non può che essere ottimo, e nel quale l’uomo positivamente si inserisce.  Al suo interno l'uomo vive la crisi di libertà che gli fa guadagnare la propria autonomia animica; e che gli consente di accettare il dono della divinità che conclude il processo del ritorno del Cristo a Dio.

Sono allora la povertà intellettuale dell’uomo e la sua superbia le cause del sezionare e del dividere; così, recuperando dalla propria vicenda mondana  l'idea del limite e della segmentazione, si accredita ‘autonomia e realtà’ al peccato. Non appena però l’uomo cresce alla dimensione dell’anima, comincia ad osservare globalmente il tutto con gli occhi di Dio, e la creazione gli si rivela come un evento unitario, dinamico e positivo. Parimenti la fine viene colta già tutta esistente nel principio, sicché la ricapitolazione finale finisce con l’identificarsi con la creazione.

In altre parole, il tutto ed ogni sua parte, si identificano col Cristo che è ieri, oggi e sempre; con Colui nel quale siamo creati e ricapitolati. E nel Cristo non c’è spazio ad alcuna negatività.

 

 

2) Leggere la Bibbia - il tempo

Il racconto della creazione è storia di una pienezza animica fontale che, entrando nel tempo si segmenta, costituendosi progressivamente in ‘cose, individui e persone’ e, dopo aver recuperato l’animicità (da cui proviene), avanza verso la Divinità che le viene donata dal Cristo creatore.

L’uomo è di per sé incapace a cogliere la dinamica del Cristo (come pienezza totale e dinamicità vitale) in quanto essa è situata  all'interno di un qualcosa che resta comunque unico e puntuale. L'uomo può infatti comprendere il segmento ma non la retta; il poligono, ma non il punto. Solo in quanto diventa 'temporalizzata,' questa pienezza, iniziale e finale, gli diventa comprensibile.

 L’Esamerone, cioè i 'giorni' del racconto genesiaco (emerai), ha proprio la funzione di esplicitare 'in una serie' ciò che in realtà è un fatto unico e puntuale, cioè la Creazione uscita una sola volta e per sempre già del tutto perfetta dalle mani di Dio.

  La 'temporalizzazione', annunciata dalla struttura dell'esamerone, serve ancora a chiarire che la dimensione 'corpuscolare' dell'uomo è un elemento presente a pieno diritto nella creazione. L'uomo è tale in quanto ha una sua storia; il tempo non è momento peccaminoso e negativo rispetto alla sua animicità ed alla sua divinità, ma un costitutivo della suo essere 'figlio di Dio'. Perciò la Chiesa afferma insieme alla divinizzazione dell’uomo la resurrezione del suo ‘corpo’, cioè di tutta la sua dimensione mondana; e anche l’eucarestia si articola su due creature strettamente materiali quale il pane ed il vino.

In conclusione se anche la corporeità è ‘cosa buona’, essa esiste per sé come momento integrante la traiettoria del Cristo. Ciò implica che anche se in essa proprio si manifesta ciò che chiamiamo peccato originale, quest’ultimo non fa parte della traiettoria del Cristo.

Bisognerà dunque (vedi schede precedenti), chiarire che esso è la deformazione di un avanzare fisiologico, e non una nota negativa posta all’interno della vicenda divina del Cristo.

  Ed invece, come già accennavo, la definizione del peccato originale è stata collegata inscindibilmente con il tempo\storia. Esso viene colto come un evento iniziale che condiziona l'esito della gara. In pratica nella coscienza del cristiano, il peccato originale è l’equivalente di una malattia genetica che, per quanto sanata, ricompare sempre nel casellario giudiziario. Perciò, quando un bambino nasce ha già la fedina penale sporca; e, se pur riabilitato, porta sempre con sè, con buona pace del Cristo redentore, qualcosa del vecchio.

Una malattia genetica prodotta da un virus (il serpente) che non l’uomo, ma lo stesso Creatore aveva inserito chissà perché nella sua opera. Questo, in termini bruti, è quanto si ricava dal testo genesiaco.

  Eppure, se si elimina la categoria umana e riduttiva del tempo, e si opera una lettura ontico\dinamica (paolina), il peccato originale assume diversa valenza e, compreso nell’economia del Cristo, diventa l’agostiniana ‘felix culpa’.

 

In conclusione, se non si è compreso positivamente il peccato originale, ciò dipende anche dal fatto che nel leggere si è fatto perno sull'uomo e sulle sue oscillazioni esistenziali. Invece di 'ascoltare' si è 'pensato', e il criterio ermeneutico è diventato l'agire dell'uomo, cioè il suo accettare o rifiutare nel tempo. Il tempo è diventato il criterio per comprendere la rivelazione genesiaca. E poiché sulla scala temporale (mettendo cioè un inammissibile calendario nel divino creare) alla creazione segue il peccato e poi la venuta di Gesù, proprio il peccato è diventato il momento scriminante. Esso ha fermato l’azione del Dio creatore, e lo ha costretto poi a scendere sulla terra. Una vera e propria follia teologica.

Il lettore che si fa centro del discorso, non riesce allora ad ascoltare e comprendere che il creato viene da Dio, e a Dio ritorna nella realtà di quel Cristo disegnato come cerchio cosmico. Ed avendo centrato il racconto sul peccato, questo 'cerchio' che va dal principio alla fine (dalla Archè al Telos) si spezza.

Ed accade allora che l’uomo implicitamente arriva a vantarsi di avere sconfitto Dio. Eccola la principale illusione della superbia umana che trova in ogni forma di 'storicismo' il suo cavallo di Troia.

Da ciò si è originata l’eresia della ‘negatività’; invece di lasciarsi guidare dalla reiterazione del kalon che batte il ritmo positivo dei giorni dell’esamerone (e vide che era bene), si subisce il fascino della tenebra che, citata una sola volta, scompare subito dalla scena della creazione. Nè poteva essere diversamente, visto che essa (seppure debba leggersi negativamente), viene nominata da Dio, e quindi diventa buona: nulla infatti resiste alla vitalizzante Parola di Dio!

 

 

3) il peccato originale in una visione ottimistica

  A me pare che la Chiesa, quando ha definito il peccato originale,  ha voluto dire qualcosa di positivo e non di negativo: ha inteso cioè fare una affermazione antropologica ed affermare che l'uomo, quale vero interlocutore di Dio, quale chiamato alla statura adulta della divinità, è libero, e come tale deve essere considerato. Una affermazione questa che riguarda innanzi tutto e principalmente la struttura essenziale della Nuova Creatura e il suo vissuto teandrico.

Iniziamo allora a riflettere sull’uomo quale interlocutore di Dio.

Il racconto della Creazione, correntemente letto come narrazione di un divino Big-Bang, è a mio giudizio un beatificante  ed eterno dialogo tra il creato e il Cristo; un dialogo ontico (cioè collocato nel campo dell’essere) che definisce che cosa è l’uomo creatura. La Bibbia espone questa consolante verità attraverso il ‘parlare’ sia di Dio all’uomo (Parola-Verbo), sia dell’uomo che si rivolge a Dio, o ne esplicita in forma umana i messaggi (profeta).

La pienezza della economia dialogale si ha proprio quando l'uomo, come profeta, diventa quasi controfigura di Dio (vedi la sua signoria sul mondo), e diventa il libro vivente della divina rivelazione. Allora il suo cuore è fonte di Acqua Viva, e può parlare con Dio e di Dio. L'uomo che si fa luce (non mettendosi sotto il moggio) diventa così sacramento di Dio che si rivela, e realizza la propria pienezza creaturale di ‘immagine somigliante’ di Dio.[1]

Questa particolare ampiezza della figura del profeta (sagoma del perfetto uomo creatura) deriva dunque dalla sua qualità di dialogante, e perciò Gesù si presenta nella mondanità come ‘profeta’ e ritiene giusto che le genti così lo qualifichino. Il suo ‘nome’ umano è infatti ‘Iesous’ che permette di leggere ‘discepolo della Grande Voce’ (Ies o us) e ‘orecchio della Grande Voce (Ies ous).

Per esporre questa impensabile coincidenza dell’uomo con Dio, nel Verbo, la Bibbia elimina la dimensione umana del profeta, privandolo proprio del suo ‘nome’ mondano e rendendolo praticamente anonimo. Identica cosa farà Giovanni che nel suo vangelo presenta in forma  ‘anonima’ (il discepolo che Gesù amava) colui al quale viene attribuita la dimensione del ‘Cristo sacrificale’.[2] 

Si noti che, se ogni libro profetico è indicato con un nome di persona (ad es. Geremia, Isaia etc), stranamente nessuno dei profeti risulta storicamente individuabile. Un intenzionale lasciare nel vago la persona fisica, proprio per poter  legare il Libro al nome divino di un uomo;  e non, come accade nelle vicende umane, il libro ad un autore mondano.[3]

 

 

Rimeditando ora il peccato originale rapportato all’uomo ‘interlocutore di Dio’ e chiamato a crescere fino alla pienezza della divinità, possiamo annotare quanto segue.

  In un primo senso esso può esprimere la potenzialità negativa della libertà che compete all'uomo, e voluta da Dio perché egli potesse diventare un essere divino. Egli può cioè suicidarsi ponendo in essere un comportamento radicalmente contrario alla Vita nella totalità della sua singola esistenza singola. Il peccato è come un rifiutarsi a crescere, come una scelta di rachitismo spirituale che porta alla morte.

  Una situazione questa diffusa e continua, e non certo puntuale, considerando che non è possibile individuare un solo momento nell'esistenza dell’uomo nel quale la coscienza  sia capace di 'comprendere' non solo l'esistenza tutta intera, ma finanche la latitudine dell’anima. Nessun attimo dell'esistere può vantarsi di essere la sintesi valutativa e decisoria di una persona intesa nella sua complessa totalità.

Ma se si evita di predicare un Dio armato, che sta lì appostato a far morire l’uomo non appena cade nel peccato mortale (non fece così con Adamo e Caino), potrà venire in evidenza che Cristo non ha mai lasciato solo l’uomo e si è fatto ‘peccato’ in Gesù per poter redimere i peccatori. Ciò significa che il peccato originale è sempre una parentesi riferibile solo all’uomo, equivalente a zero, e circondato da una Vita che prima o poi lo assimilerà a sé.

In un secondo senso, il peccato originale indica la capacità della singola esistenza di aggredire la totalità. Indica cioè la forza aggressiva del singolo peccato, il quale, per piccolo che sia, si illude di costituire una smagliatura nella rete della Vita, un veleno gettato nel pozzo al quale si abbevera tutta la comunità (uomini e cosmo).

 

Ma di fronte a tale situazione che è sempre 'in fieri', in quanto connessa alla crescita del corpuscolo verso l'onda, si pongono due fatti: l'evento Gesù e la realtà sacramentaria collegata allo Spirito del Risorto.

a> La persona singola di Gesù  attesta la potenza della Parola che dà la  possibilità di sfuggire agli effetti velenosi del singolo gesto altrui che potrebbe rendere negativo il tutto; di poter superare il ‘tradimento di Giuda’ che rompe la comunione eucaristica. Ed ancora, costituendo una comunione che supera il più ridotto bene dello 'stare insieme' (comunità), la possibilità di bonificare da solo ogni cosa (beatitudine). L'icona del morente e solitario Gesù esprime questa inaudita potenzialità: egli è la mela buona che riesce a bonificare un canestro di mele marce, perché tutte le ingloba nella sua positività.

b> i sacramenti, a loro volta, sono atti teandrici capaci di sanare l’intero creato. Ogni eletto infatti che ha in se il Verbo, è visitato dallo Spirito;  l'unione di queste due situazioni costituisce l'eucarestia che ha proprio come suo fine santificare il creato (perciò è fatta di pane-vino e commensali); e ciò  ad onta di ogni avvelenamento da parte di terzi del pozzo della comunità. Il loglio potrà anche crescere ma non disturberà il raccolto.

 

Per questo motivo non condivido la predicazione corrente quando, come già dicevo, edifica quel grande monumento di vuoto che chiamiamo peccato originale. Monumento di vuoto certamente, ma al tempo stesso realtà terribile. Esso infatti ha la capacità di distruggere l'uomo e, insinuandosi nella contemplazione del creato e del suo Creatore, diventa causa di incomprensione e di paura. Un effetto quest'ultimo che si fa esso stesso grande peccato di idolatria.

Si crede di rendere un servizio a Dio sottolineando oltre misura la concretezza del 'peccato originale', senza però tener conto che in tal modo si insinua nel cuore dell'uomo la preoccupazione che, come si è verificato una  prima battuta di arresto, così ne potrà accadere un'altra. Molta rinuncia a combattere e tanta demonologia trovano forza in questa esasperazione teologica che ha trasformato il cristiano, da vincitore del mondo, in un eterno sconfitto che sa solo battersi il petto per poi cedere alla tentazione che egli considera invincibile.

  Proprio per aver predicato l’incapacità dell’uomo ad aderire alla vitale traiettoria del Cristo durante il tempo dell'esistenza, in quanto schiavi del peccato originale, il millenarismo si vide costretto ad ipotizzare un momento decisorio oltre la morte. Proprio attestando l’esistenza di una economia negativa, di un regno del male (poneron), in dialettica a quello del bene (kalon), si è di fatto prospettato un dualismo a livello del divino, nel quale Dio si scontra con le forze del male.

 

Questa strisciante eresia si completa nell’immagine speculare di un paradiso divino contrapposto all’inferno. E qui il discorso meriterebbe molto spazio, sicché lo rinvio ad altra scheda. Spenderò tuttavia qualche parola su questo tema.

Certamente la teologia del peccato originale, cui segue la cacciata dal Giardino, non può isolarsi da quella dell'Inferno previsto per coloro che oggi commettono un peccato mortale.  Ed infatti, se le due cose non coincidono, viene spontaneo pensare che la stessa tagliola predisposta per Adamo è stata armata, ed in maniera forse ancor più dannosa, per noi 'redenti da Cristo'. Ed ancora che, se Adamo per punizione fu solo spedito nella terra, per il battezzato è previsto invece un eterno e doloroso esistere nella morte.  Due inferni? Due diverse pene? E perché?

Sta di fatto che la Genesi non nomina l'inferno, ma solo la morte, anzi ad Adamo viene minacciato un singolare ed oscuro  ‘morire a causa di morte’; mentre la predicazione minaccia invece un inestinguibile ‘inferno’. Dove allora collocarlo? Nella creazione di Dio, come opera sua? Oppure fuori della creazione, e quindi come qualcosa che gode di  una sua autonomia, seppure negativa; una specie cioè di antimateria.

In tale ultima evenienza si profilerebbe una inammissibile duplicità di forze divine (Ormuz ed Arimane), e due 'regni' fra loro contrapposti, e non già nella dimensione creaturale, bensì in quella della divinità. Chi ragionando in questo modo sposta l'inferno nell'area della divinità, ipotizza un vero e proprio cancro del paradiso.  

 

Tutto diventa più semplice se, con tutta la sua diabolicità, questo inferno lo si lega strettamente al creato e specificamente all'uomo; lo suggerisce Giobbe laddove, rivelando che i figli di Dio avevano in mezzo a loro il Satana, profetizza Gesù che, stando insieme ai suoi discepoli, chiama Pietro col nome di Satana. E quel medesimo Pietro, non lo si dimentichi, diventerà il segno visibile di una universale comunione.

Inoltre, poiché la Genesi non parla di inferno, ma di morte, e quest'ultima è una dimensione del creato materiale e dell'uomo, anche l'inferno in qualche modo lo deve essere. Di lui potremmo dire che è la 'faccia oscura' della esistenzialità dell'uomo corpuscolare.

Ed ancora, se si iscrive l'inferno all'interno del creato (come aveva intuito Dante), esso deve essere nella sua struttura  un quid equivalente all'esistere del mondo e dell'uomo. Bisogna allora riconoscere che possiede una dimensione anche 'fisica'; che è un topos dell'esistenza creata e che, essendo l’uomo strutturato in anima e corpo, esso spiega i suoi  effetti nell'area sia della corporeità che  dell'animicità. Forse la Chiesa voleva dire proprio questo quando, pur sostenendo che l’inferno è per le anime, affermava che fiamme e tormenti dell'inferno andavano intesi in senso fisico.

Ed allora ‘inviare nella terra’ e ‘inferno’ sono la stessa cosa; e le pene dell’una e dell’altra condanna consistono proprio nella presenza di un principio immortale, come quello animico, che sente a 360 gradi il fallimento della propria realizzazione, la perdita della divinità, ed infine il tormento di esistere come corpo. Dunque, proprio qui ed ora, nella sperimentazione della storia, c'è il nostro inferno. Esso, diventando sempre più opprimente col crescere della coscienza animica dell’uomo (ed oggi direi che siamo alle soglie di questa coscienza) diventa ancor più gravoso quando l’anima raggiunge, con la morte fisica, la pienezza della sua coscienza.

Ma, non dimentichiamolo, anche l’anima è una creatura, sicché il nostro discorso resta comunque limitato, anche quanto all’inferno, all’interno del creato.

In conclusione è proprio l’uomo a costituire l’inferno, [4]ed ora e qui l’anima del peccatore soffre, anche se questa specie di anestesia che chiamiamo esistenza non permette allo scorrere degli io corporei di prenderne coscienza.  Resteremmo atterriti ed avremmo orrore del peccato, se solo per un attimo potessimo vedere la sofferenza della nostra anima....che poi siamo noi stessi.

  

Da una negativa prospettazione del peccato originale deriva un secondo corollario.

La corrente predicazione, proprio in relazione al peccato originale colloca il Cristo Gesù 'Restauratore' del mondo, colui cioè che (come si suol dire) 'salda il nostro debito', in posizione primaria rispetto al Cristo che spinge il creato e l’uomo a crescere fisiologicamente verso la divinizzazione.

Al contrario, io considero che rispetto a chi risana  è primo proprio colui che è il Principio (Arché), è la Perfezione (telos-TAU); è la Porta e la Via.

Gli stessi miracoli compiuti da Gesù, e che lo fanno considerare il ‘medico’ delle anime, non sono segni di compatimento per questo o quel male che l’uomo soffre. Considerando che  solo un’anima adulta può attuarli,  Gesù li compie perché coloro  che sono ancora bambini possano pedagogicamente sperimentare il loro personale crescere verso la vita animica  che supera di gran lunga l'esistenza. Li compie cioè da Cristo Principio dinamico della Vita che corregge l’errante e l’errore.

In questa ottica i dolori dell'esistenza (inferno), pur essendo geneticamente riferibili all'uomo, possono trasformarsi (come insegna Gesù) in 'prova medicinale' (purgatorio). Essi, se si sceglie di rientrare nella traiettoria del Cristo, diventano una specie di 'febbre e dolore di crescita' , una notte di doglie nella quale progressivamente il dolore del parto si trasforma nella beatitudine di chi sa che sta mettendo al mondo una vita. E non quella precaria di un figlio della carne, ma dell’intero creato; di chi comprende che, così proprio, sta costruendo il Regno dei cieli.

 

 4 ) Sacramenti tra fisiologia e terapia

Chi riesce a circoscrivere nei suoi giusti limiti il peccato originale,   recupera una visione ottimistica dei sacramenti e li considera come  visibilità del suo crescere di gloria in gloria. Come atti, posti in essere nel tempo, che attestano la presenza nell'uomo della divinità del Cristo, e permettono non solo di conoscerlo nella sua inconoscibilità, ma di annientare il peccato originale. Non è casuale il fatto che il primo dei sacramenti è proprio il battesimo.

Già il semplice 'nascere' fa sperimentare il Cristo Creatore e con Lui costituisce un collegamento dialogale che salva; ed infatti tutti coloro che vedono il sole sono figli dell'unico Cristo-Padre, perché ogni concepito è spazio alla sua incarnazione.

Il rito del battesimo formalizza questa adozione che può considerarsi, come dicevo, l’altra faccia della incarnazione. Esso lega alla Divinità in modo certo e sicuro, e quindi esclude il peccato originale gettandolo nel nulla. In questo senso il dogma della Immacolata Concezione di Maria è per me il più consolante.

Al tempo stesso esso fa si  che la parola padre diventi il referente indefettibile, ed al tempo stesso la radice del servizio, perché servo è l’unigenito Cristo al quale si è conformati. E poiché il Cristo è anche un Padre (Gesù dice: ‘figli miei’ ai suoi discepoli) il battezzato, che ha consentito al Cristo di incarnarsi attivamente in lui, deve dare vita ai suoi figli.

  La cresima annuncia la libera presenza dello Spirito in chiunque, come Cornelio, è disponibile a prendere coscienza del dialogo instauratosi con la sua nascita. E’ dunque il sacramento della cattolicità, perché tutte le genti sono dichiarate figli\fratelli nell’unico Spirito ‘che andava sopra le acque’.

    L'Eucarestia infine esprime il vivere complessivo che segue al nascere; un vivere composto di storia (pane, vino, esistenza) e di Spirito garantito per sempre. Attesta dunque la presenza ora e qui della perfezione finale (cioè la divinità) e non comprendo come in sua presenza si possa trovare uno spazio al peccato originale inteso come qualcosa di autonomo e di antecedente.  Solo se rifiutiamo il battesimo e la cresima e quindi l’eucarestia noi creiamo quell’illusorio spazio nel quale collocare il peccato originale.

 

Se battesimo, cresima ed eucarestia si muovono sul piano della impalpabilità ed invisibilità, essi proprio toccano la corporeità dell’uomo e diventano ad essa intrinseci, attraverso i quattro sacramenti dell’amore e dell’esorcismo.

  Il Matrimonio e l'Ordine Sacro esprimono l’amore di unità e di servizio, e la comunione feconda che, proprio attraverso il servizio, genera figli perfetti nella storia e nella divinità; L'Unzione e la Penitenza come esorcismo del mare fisico e morale testimoniano la beatitudine di ciò che noi stessi costituiamo come passività esistenziale: cioè malattie e mali morali. Muovendosi in questa ottica andrebbe rivisitata la teologia della penitenza.

  I sacramenti, come atti teandrici pieni che vengono vissuti, nominatamente nel rito, e anonimamente ogni qualvolta l'esistenza viene assunta e vissuta come Vita, costituiscono una antropologia soprannaturale che ignora il peccato originale. Quali atti di fiducia nella traiettoria del Cristo (e certamente accolti da Dio), e che ogni uomo può realizzare, esprimono la  fiducia nella propria divinità, e sono quindi, a chi li celebra e al mondo, dichiarazione di una signoria della Vita, di una vittoria raggiunta e proclamata.

 

 5 )  Note conclusive

  Se tutto ciò non viene chiaramente in luce, e volendo ‘spiegare il calzino partendo dal suo buco’, ci si muove in una strada di negatività, si costituiscono una serie di premesse e conseguenze negative alcune delle quali già sono state indicate e che qui comunque riassumerò.

 

-Siamo immersi nel nostro problema esistenziale e tutto vogliamo connettere ad esso, anche la storia divina del Cristo; abbiamo scelto come punto di vista la nostra umanità;

- Abbiamo difficoltà di linguaggio e di comprensione; mentre infatti per vedere in Gesù il 'medico' delle anime e dei corpi, e colui che generosamente  salda il nostro 'debito', noi abbiamo a disposizione modelli esistenziali che facilitano la comprensione, così non accade quando bisogna intuire una traiettoria soprannaturale, una dimensione animica, ed ancor più una divinità da raggiungere attraverso una crescita.

Per intendere questo processo di crescita io suggerisco di guardare ai Santi ed a Maria; ma entrambi sono stati purtroppo o dissossati, o gonfiati ad un punto tale da uscire fuori dall'umana comprensione;

-Siamo succubi di alcune teologie supportate da una venerazione (spesso anche ipocrita) della persona dei cd. Padri della Chiesa che, facendo leva sulla loro santità, mette un sigillo di infallibilità alle loro tesi. Così li trasforma in  fermaglio di chiusura delle potenzialità della Scrittura dettata da Dio in persona. La paralisi che ingessa la lettura della Parola di Dio è l'ostacolo più grande per una più serena comprensione della fede e per attivare uno slancio per predicarla al mondo.

 

- Per considerarci primi attori (tratto tipico del giudaismo), si è elevato un monumento al vuoto (perché tale è il male), e si è svalutata la sempre presente onnipotenza di Dio.[5]

- Per aver collocato nel 'passato' il peccato originale e la sua punizione, è diventata improponibile all’uomo una sua responsabilità per qualcosa che egli personalmente non ha voluto. Si sono costruiti allora nell’attuale due strutture parallele operanti qui ed ora: il peccato mortale, presentato quasi come ineluttabile fatalità dell'uomo; e l'inferno. Quest’ultimo poi con caratteristiche ben più terribili della primordiale punizione e cioè della 'cacciata di Adamo dal Giardino'.[6]

- Pur ammettendo che il peccato originale risulta in ogni caso superato onticamente dall'evento Cristo, tale redenzione, viene insegnata come fatto storico e perciò estranea al vissuto quotidiano. In altre parole nella predicazione è del tutto emarginata la mai interrotta relazione tra l’uomo e Dio (dopo il peccato di Adamo o di Caino Dio continua a dialogare con loro).[7]

 - Risulta svuotata la 'ricreazione' attuata dal battesimo e la costituzione in potenza derivante dai sacramenti che consente anche al singolo di redimere il mondo. I sacramenti perdono la loro connotazione radicale di segni certi, nella volubilità dell'esistenza, di una economia di Grazia; di atti di antropologia teandrica della Nuova Creatura.[8]

- E si svaluta infine la funzione della Chiesa come Comunione dei Santi, cioè come luogo nel quale si realizza senza intoppo di peccato originale, la traiettoria del Cristo che torna nella sua divinità. Essa viene mostrata spesso come visibilità istituzionale, estranea alla dimensione esistenziale del singolo ed alla sua evoluzione. E parallelamente Maria che nella sua persona tutto ciò sintetizza, viene resa iconicamente come una madre umana che si getta fra il figlio ed il padre che vuole punirlo severamente. E qui è proprio l’immagine di Dio a farne le spese.

Vincenzo M. Romano 2004

 

 

 

 


 

[1]  In questa ottica il giardino di Edem è intuibile come il popolo dei profeti di Dio ("vedo uomini come alberi che camminano" è detto in Marco); al centro di essi c'è l'albero della Vita, cioè il Cristo(Gesù nel tempio del Vg. di Luca). In parallelo l'albero del conoscibile del bene e del male indica la tentazione continua dell'uomo di sostituire alla Vita l'etica del Bene e del Male e di ridurre Dio ad esecutore di questa logica intellettuale.

[2] Vedi in questo sito il contributo sul sacerdozio.

[3]  Così è anche per i vangeli. Gli storici si affannano a individuare Marco o Luca; la Chiesa invece, come io credo, tendeva proprio all'opposto. Essa chiedeva di chiamare quel Vangelo 'Luca' e quell'altro 'Marco' perché proprio i libri fossero gli uomini di luce della resurrezione, gli Uomini\libro, o meglio libri\uomini. Per incidens aggiungerei che il silenzio sugli autori vuole anche sottolineare che la Bibbia è una raccolta di rivelazioni fatte all'umanità e non un libro di parte; una raccolta che fu curata da un 'gruppo' di eletti, che neppure si conoscevano fra di loro, accomunati unicamente dalla vocazione a svolgere quel compito e raccolti sotto il nome di Mosè.

 [4] In questo stesso senso, quando Gesù non accetta l'idea di una personale  colpa teologica sottesa alla malattia o all'evento luttuoso, sta suggerendo di considerare principalmente la ‘deviazione’ (Amartano). Vuole cioè chiarire che siamo solo noi (umanità) a rendere invivibile il mondo ed a ridurlo ad  inferno. E' questo creato inquinato il luogo che l’uomo-di abolos (e non certo il Dio della Vita) costruì per i suoi angeli, cioè per le anime che sono fallite.

 La vicenda di Giobbe mostra gli effetti devastanti del male insinuatosi nella comunità. Non da Dio, ma dal satana derivano i suoi mali; ed essi avranno fine quando Giobbe si affiderà non ad una malintesa giustizia 'etica' di Dio, ma alla sua misericordia. Ed allora, rientrato nella vitale traiettoria del Cristo, tutto il negativo che gli sembrava di aver subito, apparirà come un sogno bugiardo.

[5] In poche parole, ammettendo pure di avere sbagliato, di aver subito anche un duro castigo, certamente nessuno ci può togliere la gloria di aver 'fermato' Dio almeno per un momento. Questa è la falsa conclusione di una teologia negativa.

[6] Sembra allora di dover concludere che fu trattato con maggiore indulgenza il progenitore che commise quell'errore che pure viene considerato radicale ed universale, di quanto lo siano i figli (che, sopportandone le conseguenze, sono più fragili) i quali quando peccano, circoscrivono il male nella loro sfera personale.

[7] Un esempio per tutti: l’inesistenza nella coscienza del cristiano medio del perdono delle sue colpe in forza di questo colloquio (attrizione).

[8] Di fatto viene allontanato, fino a renderlo estraneo, il dogma della immacolata concezione di Maria. Maria presentata come titolare di un arbitrario privilegio, si trasforma in una cosa diversa alla quale non si può rapportare l’umana quotidianità.