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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16) Discorsi sul Cristo Il Cristo e la moraleSCHEDA n. 7 \HPeccato originale- Battesimo- Maria
Sommario: 1) Gli effetti del peccato originale; 2) Un peccato all’inizio dei tempi; 3) Frutto proibito e crocifissione di Gesù; 4) Abramo il ‘risvegliato’; 5) Un incidente di partenza, o un modello?; 6) L’iter mondano di Gesù.
1) I problematici effetti del Peccato Originale Dicevo prima che il discorso morale, quanto al suo fondamento e al modo di considerare i comportamenti umani, dipende dal come si intendono il ‘peccato originale’ ed il Battesimo che lo ‘cancella’. E notavo che se il battesimo non è un semplice restauro, ma una vera e propria ricreazione dell’uomo, il cristiano non comprende perché tale antica mancanza condizioni ancora la sua esistenza. Naturalmente il teologo fornisce cento risposte a tale quesito, ma se parlasse con i genitori dei battezzandi, si renderebbe conto che tutte le sue eleganti tesi vengono svalutate non appena essi si rendono conto che il loro bambino è perfettamente uguale, nel bene e nel male, a chi non è stato battezzato; e comprendono che la ‘ri-creazione’ attuata dal battesimo abbraccia al più i primi mesi di vita, ed è subito contraddetta dalla ‘penitenza’ che viene richiesta al bambino quando, ancora innocente, si accosta alla sua ‘prima comunione’. In altre parole, quell’animale della terra, ri-creato dal battesimo come ‘figlio di Dio’, ritorna comunque ad essere animale non appena comincia a sperimentare la sua individualità, per cui dovrà al più presto ‘confessare’ i suoi peccati. Il Battesimo si tramuta così, agli occhi del credente, in una specie di ‘terapia genica’ che, appena applicata, fa dichiarare guarito il paziente; ma, di fatto, si pensi al battesimo di un adulto, passati solo pochi attimi il ‘guarito’ riscopre gli stessi sintomi negativi di prima, dominato da quel fomite della concupiscenza da cui origina il suo peccare. Gli si suggerisce allora una terapia farmacologica da seguire per tutta la vita, consistente nel confessare pentito i propri peccati. Ed allora questo adulto battezzato si chiederà: ma ero veramente affetto da una deformazione genetica? In base a che cosa è stata diagnosticata questa malattia, considerando che la sintomatologia è rimasta uguale prima e dopo il battesimo? E perché battezzarmi se potevo disporre direttamente della terapia farmacologia della ‘penitenza’? Che se poi indaga sulla ‘penitenza’ scopre che questa terapia farmacologia, che gli viene consigliata per tutta la vita, la Chiesa primitiva la applicava al più una volta sola, sicché essa equivaleva ad un ‘richiamo’ della precedente vaccinazione battesimale. [1]
La difficoltà a condividere (e spesso a comprendere) le tesi dei teologi, dipende, non poco, dalle radicali innovazioni intervenute quanto alla visione del mondo ed ai principi del ragionare. Ciò fa scoprire un vizio di fondo in molte tesi correnti, ed in particolare in quelle sopraedificate sul pensiero di chi ad es. considerava Adamo simile all’uomo di oggi, e l’unico essere umano creato da Dio. Di chi le storie della creazione le considerava cronaca di eventi storici da credersi nella loro letteralità. Così facendo la teologia degrada a mitologia la indubbia autorità dei ‘Padri’, e offende lo Spirito che per secoli e secoli ha continuato ad ispirare la Chiesa. [2] Per quanto importanti, le opinioni dei Padri sono comunque delimitate dal loro orizzonte culturale e dalla loro capacità di interpretare la Scrittura.[3]
2) Un peccato all’inizio dei tempi Proviamo allora a reimpostare il nostro problema, tenendo conto delle uniche due cose che non si possono mettere da parte: La Scrittura e la ‘Fede’ della Chiesa. Un prima proposizione corrente da verificare è quella che afferma: vi fu un peccato di disobbedienza all’inizio del mondo. E, qui ‘inizio’ viene inteso, pur con mille distinguo, come un evento accaduto ai primordi della vita umana; mentre per ‘peccato’ si intende un disobbedire ad un precetto divino. Tutto questo era facilmente intuibile, e direi quasi ‘necessitato’, quando si riteneva che il tempo fosse un che di stabile e di assoluto; e che l’uomo fosse stato sempre uguale a se stesso fin dalle origini. Il vero problema sorgeva piuttosto quanto alla trasmissione degli ‘effetti’ da un singolo (o da una sola coppia di progenitori) al molteplice dell’umanità. Ed allora, per risolvere questa difficoltà, si ipotizzò un Adamo ‘collettivo’ per cui il peccato da individuale si trasformò in sociale, restando comunque un fatto antico e puntuale, coinvolgente l’intero genere umano. Oggi, le moderne teorie cosmologiche ed antropologiche (alle quale non voglio certo dare un valore assoluto) rendono molto improbabili queste tesi.[4] Gli scritturisti poi, ipnotizzati e dipendenti dalla storia e dalla filologia, cooperano loro malgrado a rafforzare questa repulsione, quando scovano e propongono antecedenti letterari dei racconti biblici dell’origine, appartenenti a religioni premosaiche. Accettando queste tesi la Bibbia si va ad inserire nel minestrone delle antiche mitologie.[5] Anche i predicatori della domenica portano acqua a questo mulino, quando leggono in chiave di umana psicologia gli eventi del Giardino. Ne viene fuori un variegato profilo psicologico di Dio, con note di schizofrenia (vedi mandato a Davide di costruire il tempio). Come che sia, si verifica di fatto una situazione paradossale: da un lato si contestano i fondamenti scritturistici delle affermazioni della patristica, e dall’altro si continua ad invocarne l’autorità ed a fondare sulle loro tesi l’approfondimento dei temi della fede. Nel nostro caso l’effetto è evidente: il peccato originale viene predicato nei termini ‘letterali’ del racconto della Genesi e si preferisce glissare su che cosa esso sia, su come si attuò, e perché interessi oggi il singolo cristiano. Ma le riserve restano, e il cristiano continua a considerarlo un evento estraneo che, chissà perché, gli viene caricato come una colpa personale.
Ma a parte tutto ciò, c’è un effetto ben più deleterio, derivante da tali letture. In forza di questo malinteso peccato, il Cristo creatore viene di fatto separato dall’uomo e dal creato, sicché in una certa sua area cammina la storia umana, e in un’altra sta un immobile Cristo che, prima sta a guardare e giudicare l’umanità per secoli, e poi improvvisamente si mette in moto e si incarna in Gesù. Avvertendo questa inaccettabile separazione, i teologi si sono affannati a sostenere l’immagine di un Dio che interviene nelle faccende umane; tuttavia, dipendenti come sono dallo storicismo, e avendo dimenticato il Cristo transtorico’, presentano tale intervento come evento occasionale che per di più mette in seria crisi la libertà dell’agire umano. Come corollario hanno poi costruito come destinatario di tale intervento un ‘popolo eletto’ (popolo storicamente fantasmatico), una etnia privilegiata la quale implicitamente svuota di senso la ‘cattolicità’ dell’evento Cristo. In pratica si celebrano gli interventi di Dio (per altro abbastanza problematici) nelle vicende di questo popolo (es. la traversata del Mar Rosso), e si dimentica che il Cristo interviene continuamente, e sin dal primo momento, verso tutto e tutti. Per dirla brutalmente, viene predicata al fedele una creazione abbandonata a se stessa fino alla venuta dei profeti e di Gesù; e ciò perché un non meglio individuabile Adamo contraddisse il Creatore. E poi si annuncia un incomprensibile ripensamento di Dio che, dopo milioni di anni, si convince a venire sulla terra e, qui giunto, si comporta in una maniera a dir poco singolare. Viene allora naturale chiedersi: se per tanto tempo se ne era disinteressato, come giustificare il suo ‘amore’ fino alla morte di croce? E come motivare una offerta di ‘divinizzazione’? Bisogna forse considerarla come un risarcimento danni per millenni di sofferenze a causa di quell’incomprensibile peccato; un peccato dipendente in buona sostanza da quel ‘serpente’ che Dio proprio aveva creato? Quel serpente Dio lo aveva introdotto di soppiatto nel giardino, senza avvertire i progenitori della sua pericolosità. Il racconto genesiaco tace infatti sul punto, né fa cenno ad una fauna del Giardino che viene descritto come ‘acqua’ (il fiume) e ‘legni’ (noi traduciamo: alberi).
3 ) Il frutto proibito - Crocifissione di Gesù C’è poi una incongruenza che, seppure non predicata, opera sicuramente nel fondo delle coscienze. L’uomo che ha ucciso il Cristo incarnato è stato perdonato, e anzi ha ricevuto in dono la divinità; perché allora non fu perdonata la disobbedienza, di gran lunga meno grave, che portò Adamo a mangiare il frutto dell’albero proibito? Dobbiamo forse immaginare un Dio permaloso che permette la distruzione della sua splendida creazione, sol perché qualcuno ha osato disubbidire un suo limitato comando? un Dio che, passato il momento d’ira, avendo contattato l’uomo più da vicino (Gesù), cambia opinione e perdona finanche la propria uccisione? Anzi, va oltre e dona la sua divinità? Qualcuno, leggendomi, si scandalizzerà per il tono apparentemente leggero che sto usando. Ma sono io a scandalizzarmi per come Dio è stato banalizzato, e per il tanto dolore che i teologi, sol per inseguire i fantasmi della cultura, o per fedeltà ad una scuola di pensiero teologico, non hanno confortato con la Verità della Fede.[6] Ma tutto cambia significato se quel c.d. divieto viene letto in una traiettoria di amore per noi, esseri umani creati per diventare anime immateriali e beate, e poi esseri divini. Esso rivela un padre che vuole veder crescere suo figlio, e teme che, abbandonato a se stesso, possa diventare rachitico; un padre che di fronte alla sua ostinazione a non evolversi, lascia che il suo sangue sia dolorosamente trasfuso nel figlio, e lo restauri, e lo rimetta nella traiettoria della Vita. Che altro è l’eucarestia se non una grande trasfusione di sangue divino?!
Se il peccato cd. originale continuamente viene commesso, continuamente è perdonato, e all’uomo viene offerta la salvezza. Sicché invece di levare lagnose litanie di tristezza e di abbattimento, dovremmo piuttosto godere di avere per Padre quel Cristo che ci segue ovunque andiamo, anche ‘negli inferi’: “E discese agli inferi”. Lo ribadisco: creazione e redenzione camminano congiunte ed appartengono alla grande traiettoria vitale del Cristo; e mai ci fu un momento nel quale Egli fu assente o rigettò il creato fuori dalla sua traiettoria. Noi siamo stati amati da sempre e per sempre; e questa è l’unica consolante verità che dovremmo predicare. Mio padre me la insegnò in tempi calamitosi ripetendo: la Provvidenza di Dio non mi ha mai abbandonato e mai mi abbandonerà. E forse questo lo aveva appreso dal catechismo biologico che disegna il volto compassionevole di una madre chinata sul figlio che pure ha commesso il più atroce dei delitti, perché non gli manchi il suo sostegno ed il suo conforto. Rileggendo le ‘Confessioni’ (in questo sito sotto ‘patristica’) mi ha colpito proprio questo dato: in qualsiasi vicenda della sua esistenza, Agostino continuamente attesta la indefettibile presenza di Dio. Molti l’hanno considerato un atteggiamento di personale psicologia religiosa, e ne hanno tratto un motivo per lodare la sua fede; io invece vi colgo una obliqua, ma chiara, lezione di teologia. Stattene sicuro, dice Agostino, Cristo non ci ha mai lasciato, né mai ci lascerà. Come ha seguito me, egli è vicino all’uomo in ogni istante della sua storia; e lo cercherà anche se diventerà la centesima pecorella che fugge via; egli la ricondurrà all’ovile.
Non riesco dunque a predicare una puntuale rottura originata dal peccato di un inafferrabile Adamo, né tanto meno una serie di effetti che ne sarebbero scaturiti; credo piuttosto che i racconti genesiaci rivelano una presente ed attuale ‘crisi di libertà e di crescita’ che l’uomo può risolvere immediatamente rientrando nella Vita che è il Cristo. Se un morto emette un respiro, immediatamente lo diamo per vivo; così è per l’uomo che il Cristo accoglie, foss’anche nel suo ultimo atto di esistenza, come il malfattore crocifisso.
4 ) Abramo il ‘risvegliato’ Un altro dato che mette in crisi gli studiosi consiste nel fatto che la riflessione teologica dei Giudei poco si soffermava sul peccato di Adamo. Aver riconosciuto a quest’atto primordiale una importanza decisiva è atteggiamento (per altro controverso) proprio della teologia cristiana. Chiedendomi il perché di questo fatto, sono giunto alla conclusione che la teologia giudaica probabilmente ragionò alla mia maniera, e osservò che a quell’evento era seguita una restaurazione consistente nella chiamata di Abramo. A lui infatti fu restituita la dimensione animica, per cui egli fu un ‘risvegliato’ e potette generare un Isacco vivente. Perciò essi conclusero che il discorso era praticamente chiuso (qualsiasi cosa fosse stato quel peccato); e che essi, proclamandosi discendenti di sangue di quell’Abramo, erano estranei agli effetti di quel peccato. Gesù stesso sembra avallare questa tesi, quando contesta le conclusioni dei farisei ma specificamente in ordine alle modalità (discendenza di sangue) e quindi all’ampiezza (che cioè solo essi dovevano considerarsi ‘svegli’. Egli infatti, affermando che Dio può suscitare dalle pietre ‘figli di Abramo’, attesta che Dio ha perdonato, ma senza preferenza alcuna, per cui tutto il modo può giovarsi del suo intervento redentivo. La conclusione esegetica che ne ricavo è allora la seguente: non si può leggere il racconto genesiaco senza congiungerlo con ciò che segue, e cioè la Increaturazione e l’Incarnazione del Cristo. Quest’ultima non può infatti considerarsi la contromossa di Dio ad una ‘variante’ inventata dall’uomo, in questa singolare partita a scacchi. L’Incarnazione da sempre era iscritta nella traiettoria del Cristo che voleva l’uomo anima santa; e questo suo piano egli lo ha sempre realizzato e lo continua ad attuare senza pause di morte. Egli è il Dio della Vita. Dunque, poiché è il ‘dopo’ che chiarisce il senso del ‘prima’, proprio la redenzione e la salvezza permettono di leggere correttamente il peccato originale, strappandolo ai piagnoni, e restituendolo come prova del suo amore agli uomini ‘del ben volere’ di Dio. E ricordo Francesco che nella notte errando sui monti cantava l’amore di Dio.
5 ) Un incidente di partenza o un ‘modello’? Che non vi fu un ‘incidente alla partenza’, lo affermò chiaramente Paolo quando considerò il peccato originale come un ‘modello’ (Omoioma) che qualifica certi comportamenti umani. Tutti gli uomini continuamente compiono il peccato di Adamo, e tutti sono redenti in Cristo-Gesù. Ma la teologia, vittima, com’era e com’è, di una lettura storicistica della Bibbia, ha snobbato questa tesi. Era molto più semplice credere, come dicevo, ad un incidente in partenza; e di qui gli infiniti problemi delle ‘Conseguenze’ che si ripercuotono su esseri innocenti come i bambini appena nati. Una rilettura delle ‘Confessioni’ (libro della maturità di chi viene considerato il teologo del peccato originale) mi ha convinto che Agostino narra la vita di un uomo (la sua?) seguendo proprio il ‘modello’ paolino. Egli non afferma mai che all’origine di tutto c’era il peccato di Adamo. Il suo personaggio letterario (per altro anonimo) da bambino viene deviato dalla società e da adulto trasgredisce da solo, e da solo incontra quel Cristo che mai lo ha abbandonato, ed al quale egli ora si affida completamente. Purtroppo, per amore della ‘storia’, i teologi questo profilo neppure lo colgono, e tanto meno lo assumono come pietra di paragone per intendere ciò che Agostino volle dire su questo tema nei suoi scritti teologici. I teologi ed i moralisti sono per istinto catastrofisti.[7]
Perché questo mio discorso non appaia al lettore come qualcosa di diverso dalla fede della Tradizione cristiana, cercherò ora di puntualizzare brevemente la sostanza di questa ‘Tradizione’ (e non delle teologie in auge). La Chiesa crede che vi sia un ‘peccato’ fondamentale, che cioè sta all’inizio; ma non crede, allo stesso modo, che esso vada situato in un tempo storico iniziale. Crede che esso riguarda tutti; che da esso l’uomo non riesce ad uscire da solo; ed infine che Maria ne è esclusa. Questi mi sembrano dati certi dai quali non si può prescindere; ma bisogna anche aggiungere che ogni successiva teologia va valutata solo per la sua capacità di esplicitare questi dati e di collocarli ‘in Cristo’, e non certo per l’autorità che si è guadagnata, o per la sua coerenza con un sistema logico-culturale. La via regale per riflettere questo ‘mistero’ (perché tale esso è) a mio giudizio consiste proprio nel meditare sull’assenza di peccato originale in Maria. Questa è la verità di fede, ma altra cosa è la formula dogmatica che la dichiara e la stempera nel linguaggio del tempo; essa naturalmente risente della sensibilità e della cultura di chi la compose, ed ancor più del grado di chiarezza raggiunto in quell’epoca in ordine a questo mistero. A mio giudizio, può sviare l’aver formulato questa verità in termini di ‘privilegio’, vocabolo che fa pensare ad un qualcosa di incidentale, di isolato dalla traiettoria del Cristo che riguarda tutto intero il creato, un qualcosa di positivo in un habitat di negatività. Il mistero è stato infatti osservato dal lato dell’uomo (tutti peccatori eccetto Lei) e non dal lato di Cristo. Nell’ottica che propongo io suggerisco invece di intendere: ‘tutti siamo come Maria ,perché questo è il piano del Cristo; ma solo lei gode pienamente di quello stato che il Cristo voleva fosse di tutti’. Non dunque un ‘privilegio’, ma una ‘adesione’ al piano del Cristo; un lasciarsi prendere da lui, come la Chiesa conferma ollorché collega geneticamente la immacolata concezione di Maria alla sua maternità, al momento cioè nel quale il Cristo prese possesso di lei, e lei docilmente si dichiarò sua serva.[8] Il dato base non è dunque il peccato originale, e Maria la positiva eccezione; la riflessione deve invece procedere dalla splendida creazione del Cristo, nella quale tutto doveva crescere dalla materia all’anima, e quindi alla santità. In essa, l’uomo che devia mostra la patologia, e Maria che segue obbediente, la normalità fisiologica del piano del Cristo. Maria è allora la normalità, e l’uomo l’anormalità; perciò ella si distanzia notevolmente da ognuno di noi come un essere pervenuto perfettamente alla sua statura adulta in un mondo di rachitici. Maria è l’essere umano che ha camminato insieme al Cristo così come egli voleva che avesse fatto ogni creatura umana. Rispetto al piano del Cristo la immacolata concezione di Maria non è in senso stretto un Privilegio (cioè una situazione eccezionale che inerisce alla singola persona); paradossalmente privilegio è invece il peccato dell’uomo che liberamente e individualmente si trae fuori dal fiume della Vita.
Quando allora i teologi, esponendo il mistero di Maria, la delineano a fotocopia del Figlio suo, dicono cosa esattissima, ed affermano proprio la tesi che sto prospettando: Maria fu ‘conforme’ al Cristo così come lo saremmo stati e lo possiamo essere tutti, a misura della nostra specifica vocazione. Intesa in questo senso, Maria non diventa allora il referente ‘sproporzionato’ di una imitazione impossibile, e che si allontana sempre più via via che i suoi ‘laudatores’ la colmano di esaltanti attributi; ella è veramente la sorella maggiore che guida il fratello più piccolo, indicando la strada che porta al Cristo: ‘Per Mariam ad Jesum’. Ma, sia chiaro, l’unico termine di imitazione è il Cristo che, proprio per rendere semplice il camminargli accanto, si è fatto conoscere da noi come un uomo qualsiasi, non gravato, a differenza di noi, dalla deviazione fontale. A ben riflettere, imitare Gesù è possibile in quanto anche noi siamo liberi dal peccato originale; siamo cioè assimilati a Maria nel battesimo. Potremmo forse suggerire ad uno sciancato di correre come un campione di corsa? Proprio per aver dimenticato questo profilo, nella prassi ecclesiale questa imitazione diventa cosa da santi, come giustamente dice il popolo. E noi, ai fedeli, pur sapendo di averli liberati nel battesimo, di averli resi tutti figli della nuova Eva, non gridiamo con forza: Voi avete vinto il mondo; voi siete i Santi di Dio e dunque imitate Gesù. Chi in questa prospettiva esamina la persona di Gesù, scopre nella sua vicenda umana le mete alle quali tutti siamo destinati, ed allora diventa imitatore di Maria, nostra sorella maggiore. L’essenza più profonda di un vero culto mariano sta proprio in questo camminare da ‘concepiti senza peccato’. E la frase non scandalizzi, perché è pure verità di fede che il battesimo ci ha ricreato, cioè ‘riconcepiti senza peccato’.
6 ) L’iter mondano di Gesù Meditando, con cuore mariano, il cammino umano di Gesù (che è il Cristo), si scopre che egli nasce dalla sua iniziale animicità come persona umana, e nella sua corporeità incontra la ‘prova’ di Adamo. Le tentazioni del deserto, senza le quali non avrebbe potuto dirsi un vero uomo carnale (cioè una fiera della terra), sono innanzi tutto descritte in una dinamica di ambizione, potere, autonomia etc., per evidenzare lo scontro di sempre fra l’Io animico (il ‘Sono’) e il transitorio io esistenziale. Il ‘di-abolos’ indica proprio la dimensione individuale e sociale, doppiamente infantile, dell’Io carnale. Con il succedersi e il variare delle tentazioni gli evangelisti hanno esplicitato la sequenza effimera di questi io, e il progressivo approfondirsi della loro egoità. Ed il passaggio dalle ‘fiere’ (uomini carnali) agli ‘angeli’ (anime) segnala, perché tutto ciò diventi per noi paradigmatico, il senso della traiettoria evolutiva del Cristo (dal materiale all’immateriale); e quale è il contenuto dello scontro,[9] Gli effetti che derivano dal superamento di questa prova vengono raccontati nella scena del battesimo che (come Marco chiaramente mostra) proclama la personale e sveglia animicità di Gesù, seppure ancora appesantita dal corpo. Dal battesimo Gesù esce in modo che tutti possano cogliere che egli è un ‘giusto’, conforme cioè al progetto del Cristo, pronto a servire il mondo per curarlo e trarlo con se al successivo traguardo. Egli è ora, come Adamo nel Giardino, in grado di dialogare con Dio; perciò viene una Voce dal cielo. In quel momento egli è manifestamente ‘Ies o Us’ cioè ‘Figlio della Grande Voce’, e ‘Ies ous’ cioè ‘orecchio che ascolta la Grande Voce’. Questa raggiunta perfezione di uomo (anima che governa il corpo), annunciata nelle tentazioni e nel battesimo, si esprimerà apertamente in due direzioni: da un lato la sua signoria animica sul mondo materiale (miracoli), e dall’altro il ‘transito’ alla libertà dell’anima che verrà attuato sulla croce del suo morire. Sperimentando la sua esistenzialità, egli la volge indefettibilmente verso la sua ‘ora’ cioè quella del transito nell’eone animico (morte);[10] e quando lo ha raggiunto ‘Resurrezione’, ne mostra la creaturalità, restando per 40 giorni sulla terra. Un tratto quest’ultimo molto importante perché teso a riaffermare quel ‘Paradiso terrestre’ di cui si è persa memoria, e che appare quasi una verità da rottamare. Esso (e il padre Dante l’aveva intuito) è invece proprio questo nostro mondo restituito all’equilibrio gioioso della creazione, e divenuto così il ‘regno dei cieli’ cioè delle anime (dei ‘suoi agnelli’ = ou ranon).
La susseguente Ascensione non è un momento-mezzo che lo porta a ‘sedere’ di lato a Dio. Interpretarla così equivale a banalizzare un evento molto importante per noi, e cioè il suo passaggio nel Giardino delle anime per reggerlo quale Cristo Re. Un passaggio che compete anche all’uomo. Leggendo in questo senso le pagine che ne fanno memoria, si dà valore di rivelazione, sia a quelle ‘nubi’ che vanno intese come anime; sia a quell’ascendere che va riferito al doppio livello del paradiso terrestre.[11] Con la sua ascensione Gesù mostrava dunque ai suoi discepoli la perfezione del creato restituito al suo splendore. Perciò liturgicamente la Chiesa distingue nella eucarestia un primo ed un secondo ‘Giardino’ . Il primo è costituito dalla liturgia della Parola che si rivolge a chi, battezzato come Gesù, è in grado di ascoltarla con la sensibilità di anima; il secondo dall’altare eucaristico, cioè dal ‘legno della Vita’. Solo dopo questo passaggio, Gesù ritorna infine nella sua piena divinità (seduto alla destra del Padre) e diventa Signore del suo Spirito, e lo manda sugli uomini. E qui il mistero è indicibile. Perciò Agostino nelle sue ‘Confessioni’ tace sul suo sacerdozio e sulla sua eucarestia. Nel predicare il Dio incarnato si accentua solo l’aspetto della ‘discesa’ e si tace sulla forza ascensionale e quindi sulla potenza dello Spirito che tende proprio a guidare l’uomo nel mistero della divinità. Così facendo, il ‘Dio vicino’ (l’Emmanuele) è diventato una figura statica, e si è identificato con la persona storica di Gesù di Nazaret. Pur dicendo una cosa esatta, si è così accentuata la sua somiglianza a noi e lo si è annegato nella sofferenza umana; lo si è trasformato in un personaggio storico bisognoso, per farsi riconoscere, di prove umane (archeologia, sindone etc). Si è così scivolati dalla fede nel Cristo alla ‘religione di Gesù’. A me pare che chi imita questo divino percorso[12] è intrinseco alla traiettoria del Cristo, e gode quindi di tutti i passaggi che lo conducono alla divinità.[13] Maria è, in questo senso, la perfetta imitatrice di Gesù, ma non certo per le forzate omologie a livello esistenziale (Gesù) che i ‘mariologi’ si affannano a stratificare su di lei fino a renderla, affollata com’è di virtù, una vera e propria aliena al genere umano, lontana dalla quotidianità e dall’umana speranza. Maria percorre la naturale strada dell’uomo creato dal Cristo, e perciò quale donna fra le nostre donne, guida al Cristo (per Mariam ad Jesum). Tutti siamo Adamo nel primo Giardino, quello orizzontale e piatto della terrestrità; ma tutti possiamo essere come Maria che, a somiglianza di Adamo, ascolta il piano divino (che noi abbiamo impoverito ad arbitrario ed immotivato divieto), ed a differenza di lui lo esegue puntualmente.
Questa traiettoria del Cristo viene rivelata a tutti, e ognuno ha la sua annunciazione, sia attraverso il catechismo biologico, sia attraverso la Parola della Scrittura. Anche a noi la Parola del Cristo (l’angelo) si rivolge dicendo: ‘Rallegrati, tu sei gradito a Dio’; e mi vien da pensare al sorriso di un bambino che dorme. ‘Tu concepirai la divinità’ e penso ad un cuore innamorato, ad un artista che cerca la nota limpida e trasfigura ciò che vede. ‘Tu la concepirai non con la tua forza biologica, come sei portato a pensare, ma per il ripiegarsi sulla tua anima del tuo stesso futuro divino. Perciò ti dico che verrà su di te lo Spirito e tu sarai nella insondabile e luminosa tenebra di Dio. Allora tu, che sei corpo ed anima, concepirai il Cristo corpo, anima e divinità. ‘Se tu acconsenti, quel tuo ‘si’ farà rifluire in te il tuo stesso futuro di gloria, e tu sarai da sempre e per sempre ciò che diventerai. Passerai da questo Giardino basso, a quello alto e spiccherai il folle volo verso la divinità. Per te non vi sarà ’peccato originale’ e in te, come nel suo Figlio, Dio porrà ogni compiacenza. Perché tuo Figlio sarà te stesso perfetto; tu sarai un tutt’uno con Lui e potrai dire che non sei tu che vivi in te, ma il Cristo uomo, anima, divinità.’
Peccato che noi tutti, per scelta o per induzione, ci neghiamo a questa ‘annunciazione’ e ripieghiamo sulla nostra carnalità. Ma avanti a noi c’è la figura di Maria che dà speranza di poter seguire prima o poi la sua via, che è quella del Cristo, quella testimoniataci da Gesù, il grande testimone. Ed unito a noi, nel bene e nel male, c’è sempre il Cristo che indefettibilmente prosegue la sua strada, ed è pronto a pescarci dal mare in qualsiasi momento; ed a risvegliare (battesimo in senso lato) la nostra animicità, costruendola come un ‘Sono’ vitale e personale che ci configura alla traiettoria di Maria concepita senza peccato.[14] Vincenzo M. Romano 2004 [1] Il fatto che la Chiesa delle origini celebrasse al più una sola volta il rito della remissione dei peccati (che poi sarà chiarito come sacramento della penitenza) probabilmente derivava da una coscienza dei sacramenti come ‘vocazione ad incarnare il Cristo’ e quindi di per se ‘unica’ ed ‘irretrattabile’. Da ciò forse si originò il monachesimo come penitenza a vita, come rappresentazione del Cisto-esorcista. Successivamente la comprensione dei sacramenti ha spostato il centro da questa ‘incarnazione’ personale, ai dati comportamentali. Così la penitenza non è stata vista come una costituzione nello stato di Penitente, né il matrimonio come costituzione nello stato di ‘Cristo amore di unità’, ma si sono guardati i ‘peccati’ e la loro remissione, è il consorzio familiare o peggio, il ‘contratto’ matrimoniale.
[2] Nel fondo mi pare di intuire il ricorrente peccato consistente nel voler far leva più sull’uomo che su Dio. E’ mai possibile, mi chiedo, che la parola di Agostino debba paralizzare la lettura della Parola di Dio? Che si impieghi più tempo a commentare le opere di quest’uomo (per santo che sia), piuttosto che a cercare il mistero del Cristo nella Bibbia?
[3] Possibile che faccia ancora argomento di teologia morale spicciola la tesi di Agostino secondo cui finanche la polluzione notturna o il rapporto coniugale debbano considerarsi peccato? Né mi si dica che queste affermazioni sono ‘estremiste’ e che nessun moralista allo stato segue le tesi di Agostino. A parte il fatto che in base ad esse abbiamo bastonato per secoli i cristiani; si rifletta che, se non si azzerano i discorsi, se non si riformata l’Hard disk, il lupo potrà pure perdere il pelo, ma non certo perderà il vizio.
[4] Esse attestano un continuo ed inarrestabile dinamismo energetico, ed una varietà di soluzioni possibili casuali o orientate da un finalismo intrinseco (teleologia). Lo stesso concetto di ‘sequenza temporale’, una volta considerato assoluto e generale, è stato fortemente limitato o finanche negato. Ogni legge naturale poi viene considerata sostanzialmente statistica; e, quanto all’uomo, si è evidenziata una scala evolutiva che molti considerano ‘a cespuglio’, cioè derivante da fonti genetiche diverse.
[5] Da ultimo si è cercato di superare il modo di leggere dei Padri con escamotages letterari (vedi ‘generi letterari’ etc); ma si è costruito, a mio giudizio, un rimedio peggiore del male. Ora infatti il valore di questo o quel passo della Scrittura, in pratica viene deciso in qualche stanzino di biblioteca, in base a considerazioni umane del tutto mondane e provvisorie.
[6] Ma non si scandalizzi il lettore per il modo con cui ho manifestato quanto ogni cristiano che riflette si porta nel cuore. Nel discorso della fede non dovrebbe trovare spazio quella ipocrisia dei politici che si turbano per come è stata detta una verità, e non godono che essa sia stata manifestata.
[7] E complicano la cosa quando lo considerano avversario di Pelagio o di Giuliano di Eclano. Quanto a me, nella scarsezza di fonti dirette capaci di chiarire le rispettive posizioni, comincio a prestare poca fiducia alle famose ‘dispute’ fra i Padri, e le ritengo per gran parte figlie dei commentatori e non di quei personaggi. Perciò ogni tanto assistiamo a ‘scoperte’ all’interno delle loro opere che, come già accennavo, mascherano non poco il vero pensiero dell’autore.
[8] Certamente questa affermazione non regge sul piano del tempo solare perché Maria ovviamente prima nacque e poi concepì; ma la teologia fatta col calendario e l’orologio è praticamente inaffidabile.
[9] Una lotta che ricorda quella di Enkiddu con Ghilgamesc che si conclude col passaggio di Enkiddu dalla dimensione ferina a quella di superuomo e quindi di compagno delle successive avventure di Ghilgamesc.
[10] Il termine greco ‘Ora’ che traduciamo proprio con ‘ora’, può anche leggersi ‘or a’ e intendere la sua sposa, cioè la sua anima.
[11] Come dicevo si sovrappongono un ‘giardino’ più in basso, nel quale il centro è costituito dal ‘legno del conoscibile’, ed uno in parallelo collocato più in alto che si centra sulla ‘mensa della Vita’. Non a caso viene annotato che egli divenne ‘non visibile’, come non visibile è il paradiso delle anime libere dalla prigionia del corpo.
[12] Queste le fasi della sua vicenda che vanno però lette senza lasciarsi confondere dalla sequenza temporale nelle quali, per ragioni espositive io l’ho collocata; trattasi infatti di qualcosa che viene osservata dal nostro punto di vista e quindi sezionata, ma è in realtà parte della empre attuale e transtorica presenza del Cristo.
[13] In questo senso si può dire che i quattro sacramenti dell’agire cristiano realizzano pienamente i tre sacramenti ontici, e cioè battesimo, cresima ed eucarestia.
[14] Ricordo ancora con spavento quel senso di disperata solitudine che i confessori mi procuravano, qualificandomi (ed allora con grande semplicità) in peccato mortale. Avvertivo di aver perduto il Cristo-Vita, ed invece era vicino a me, e nessuno me lo diceva. Forse per questo sin dal primo momento ho amato molto le ‘Confessioni’ di Agostino.
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