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Discorsi sul Cristo “Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)
Il Cristo e la morale SCHEDA n. 7\G Peccato originale e anima
Sommario: 1) Peccato originale ed Anima; 2) Il ‘sonno’ e il ‘sogno’; 3) Passeggiava nel Giardino; 4) La Redenzione: Vocazione- Gesù ; 5) Battesimo e anima ‘vitale’; 6) Non è bene che l’uomo sia solo; 7) ‘Tutti in Adamo hanno peccato’.
11) Peccato originale e anima Configurando il peccato originale come un rachitismo vitale implicito alla libertà dell’uomo oscillante fra il crescere ed il fermarsi, l’aggettivo ‘originale’ perde, come ho detto, la sua connotazione temporale, e va letto in termini ‘ontici’. Esso consiste cioè nel fallimento del primo stadio evolutivo dell’uomo, quello che riguarda il passaggio dallo stato corpuscolare a quello animico immateriale. Proprio per questo motivo esso è collocato alle origini, cioè al cominciare dell’evoluzione di ogni singolo uomo all’interno della folgorante traiettoria del Cristo che culmina nella divinizzazione del creato. Le conseguenze del peccato ‘originale’ attengono perciò principalmente alla dimensione dell’anima, e solo di riflesso alla mera esistenzialità. Quest’ultima si autocondanna e si autopunisce nella sua stessa incapacità a crescere convergendo in unum (intrinseca litigiosità e sopraffazione), e quindi a costituire il ‘Corpo di Cristo’ che è la Vita. Il Catechismo biologico avverte che il blocco della crescita non incide sul corpo del bambino appena nato; esso ha effetto sul suo futuro di adulto. Infatti, quando non riesce a raggiungere l’adolescenza (dimensione più ampia), il suo corpo si tramuta in qualcosa di deforme. Dunque, chi non avanza verso la propria anima soffrirà anche nel suo corpo. Ed ancora, se nel suo tempo fetale (che è il nostro oggi) l’uomo non costruisce la sua anima individuata e vitale, quando chiuderà gli occhi e a lui si aprirà l’eone immateriale, egli avvertirà di essere sì un’anima ‘viva’ (perché tale è la natura dell’anima), ma non ‘vitale’. Si troverà come il bambino che è nato, ma non vagisce; sperimenterà una narcosi, uno stato che il Vangelo descrive in termini di ‘sonno’. Probabilmente da qui è nata l’idea di quella grande immateriale incubatrice per vitalizzare le anime che chiamiamo purgatorio, e che si è poi tramutato in una specie di ‘riformatorio’, ‘domicilio coatto’ o di luogo per ‘misure di prevenzione’.
12 ) Il sonno ed il sogno Questi input aprono uno spiraglio su un tema poco trattato e che mi diventa più chiaro alla luce congiunta della Scrittura e del ‘catechismo biologico’: mi riferisco al Sonno ed al Sogno. Chi privilegia i profili storicistici, perde alcuni segnali del testo evangelico: a) Gesù si addormenta una sola volta, durante la traversata del lago; b) i discepoli si addormentano nell’orto; e questo loro atteggiamento è singolare almeno quanto quello di Gesù che, mentre li invita a riposare, immediatamente aggiunge: alzatevi, andiamo!; c) Samuele viene chiamato mentre dorme, Giuseppe figlio di Giacobbe è l’uomo dei Sogni; ugualmente Giuseppe sposo di Maria riceve le sue rivelazioni mediante un ‘sogno’; e così la moglie di Pilato; d) l’uomo della parabola viene svegliato dal sonno da chi ha bisogno di un pane (eucaristico); e) le 10 Vergini, mentre sono assopite ascoltano il ‘grido’ che annuncia la venuta dello ‘Sposo’ celeste. Potrei continuare, ma, sempre a mo’ di esempio, ricorderò solo nell’Antico testamento il sonno di Adamo che prelude all’incontro con la ‘Donna’, e quello di Noè che segue la sua cd. ‘ubriacatura’.
Qualcuno potrà pensare che voglio forzare l’esegesi dei racconti biblici, perché quanto a Gesù è naturale che ogni tanto egli e i suoi discepoli si abbandonassero al sonno. Ma, se il dormire nei racconti evangelici significasse solamente un fatto fisiologico, è strano che, in tanto peregrinare, di esso si fa cenno solo in momenti significativi. Quanto poi al ‘sogno’, chiaramente la Bibbia (come in tutte le religioni dell’antichità) lo collega ad un eone superiore. Un esempio per tutti: il grande ‘sogno’ di Giacobbe. [1] Ho riflettuto ancora su un altro aspetto poco valutato: dove cioè collocare il ‘sonno’ ed il ‘sogno’. Per chi nei racconti evangelici cerca cronaca, è evidente che essi si collocano nella giornata umana di 24 ore, e verisimilmente nelle ore notturne. Ma una ricerca sul punto mi ha convinto che la giornata ‘solare’ non è un dato teologico. Ciò che conta è ‘la luce’ e ‘la tenebra’ tassativamente indicate dal testo della Genesi come ‘Giorno’ e ‘Notte’. Questi due termini sono quindi le categorie teologiche alle quali vanno riferiti i nostri eventi, tenendo anche conto dei suggerimenti del catechismo biologico[2]. Si può allora concludere che nella ‘Luce’ si è ‘svegli’, e nelle tenebre ‘si dorme’; e che le due situazioni (teologiche) interagiscono fra di loro proprio attraverso il ‘sogno’ che simboleggia uno stare ‘svegli’ mentre si dorme. Se durante il ‘giorno’ (inteso come chiarezza animica), l’uomo è ‘sveglio’ e dialoga con il Cristo, durante la notte egli perde la possibilità di intrattenere questo colloquio che lo rende ‘vivo’, per cui è perfettamente adeguato l’invito paolino a ‘risvegliarsi’. Dunque, nella umana esistenza corpuscolare, le ore notturne vanno intese come segno di questa mancanza di luce animica. Ed allora diventa significativo che, proprio in questo tempo tenebroso di silenzio animico (cioè durante il sonno; cfr. Vergini stolte), interviene il ‘sogno’ come spiraglio aperto sulla chiusa dimensione dell’anima. Ed esso può considerarsi allora un sacramento della misericordia di Dio che non abbandona l’uomo addormentato nell’oscurità prodotta dal suo rifiuto a crescere. Il ‘catechismo biologico’ a sua volta rivela all’uomo carnale, proprio attraverso il ‘sogno’, l’infinita potenzialità e la grande sapienza della propria anima; e mostra la via per raggiungere entrambe; insegna come il ‘sonno’ sia un lasciar spazio al ‘Io’ animico (il ‘sono’) non oscurandolo più con l’assordante succedersi degli ‘io’ esistenziali. Attraverso un’esperienza universale (dormono e sognano anche gli animali) esso suggerisce a chi sa andare oltre i meri fatti, che c’è un eone nel quale (così accade nel sogno) si può volare, si possono compiere operazioni impossibili, si è vivi e morti allo stesso tempo, ed infine si rompono le coordinate dello spazio e del tempo. In breve: il ‘sonno’ simbolizza lo stato opaco della corpuscolarità; ed il sogno l’uscita da questa dimensione dominata dal determinismo.[3] L’uno indica l’eone della materia, e l’altro dell’anima.
Chi riflette in questa direzione, intuitivamente si orienta verso questo desiderabile stato del vivere; e desidera allora che vi sia qualcuno che non venga solamente in ‘sogno’ a parlargli di Vita, ma lo svegli del tutto; chi canti nell’alba come mistico Gallo (Alektor significa ‘lo sveglio’ e ‘colui che dà la sveglia’); in una parola attende, come Giobbe, il suo Redentore. Questo ‘Redentore’, atteso da tutte le religioni dell’antichità, nella teologia giudaica del tempo di Gesù risultava svilito a restauratore politico, perché in buona sostanza quei teologi ritenevano di essere già dei ‘risvegliati’ in forza della discendenza fisica da Abramo. [4] I cristiani invece ugualmente si collegano ad Abramo, e (non in senso encomiastico) lo chiamano ‘padre nella fede’, ma da ciò non deducono che sono già dei ‘risvegliati’. Per essi quella figura testimonia che se il peccato (deviazione dalla traiettoria del Cristo) è stato sempre presente nel mondo, quale amaro risvolto della libertà dell’uomo, ugualmente e da sempre il Cristo ha sanato questo rifiuto attraverso una ‘Chiamata nel sonno’ dell’umanità. Naturalmente, col diretto e personale manifestarsi del Cristo all’uomo dormiente (metafora dei tre ritorni nell’orto degli ulivi), e con il manifestarsi della pienezza animica (alzatevi= risorgete), il tempo dei sogni deve considerarsi superato; anche se, ovviamente, esso continua per quella parte dell’umanità che non ha ricevuto ancora la visita manifesta del Cristo.
3) Passeggiava nel Giardino Nella Genesi leggiamo che il Cristo Creatore (increaturato nel mondo), ‘passeggiava nel Giardino’; un evento che, letto teologicamente, anche in base alla lettera della Scrittura, rivela che egli ‘si muoveva e si muove nell’animicità’. [5] La Bibbia lo sottolinea quando narra che egli chiamò Adamo e poi Caino, e non certo per informarsi dei loro spostamenti che naturalmente gli erano noti, ma perché, ascoltando nella loro tenebra la Voce divina, essi potessero convertire la loro rotta. Rispettoso della libertà dell’uomo, il Cristo poteva e può solamente proporre, ma non imporre. Dunque da quando esiste (in qualunque grado della sua evoluzione fisica), l’uomo ha sperimentato e sperimenta congiuntamente la ‘prova’ del Giardino e la Voce del Cristo. Essa risuona al suo cuore durante la notte, come un ‘sogno’ che lo chiama a ricredersi e a progredire; e che gli insegna ‘amore’ ed ‘esorcismo’, cioè il contenuto dei futuri sacramenti operativi della Chiesa.
4 ) La Redenzione: Vocazione- Gesù La prima azione restauratrice, che continuamente e da sempre corregge la rotta dell’uomo in senso evolutivo, è costituita dalla ‘Vocazione’. E’ questa un atto dativo, multiforme e misterioso che non si esaurisce certo in un puro comunicare, ma fornisce forza vitale (Grazia) a chiunque voglia ascoltare. Questa ‘Grazia’ altro non è se non la visione entusiasmante del futuro che l’uomo può raggiungere. Come quando il bambino, che pur desidererebbe continuare ad operare da bambino, intuisce la bellezza della sua maturità e se ne entusiasma, e si comporta in un modo che eccede il suo stato. E, sforzandosi di andare nel suo futuro, si ritrova ben collocato in esso. Se il contenuto della Grazia (che vien detta ‘preveniente’) è l’intuizione del futuro, quando questo futuro travalica l’eone dell’anima e si prospetta come un ‘essere simili a Dio’, allora la risposta dell’uomo può essere solo quella splendida ‘Follia’ che invade il cuore di Paolo. La vocazione (Sogno-Profeti) ha accompagnato ed accompagnerà sempre l’uomo che progressivamente, nella sua area esistenziale, attua il ‘peccato originale’; in questo senso si può allora affermare che la religione del Cristo è stata sempre ‘cattolica’, come universali sono il rifiuto umano a crescere, e l’intuizione (sogno) di una grandezza che ci attende. Poi, quando il Cristo si fa presente in veste umana (è Gesù di Nazaret) e attraverso la morte (come fine della carnalità) approda alla dimensione animica (Risorto), allora proprio nella persona di Gesù, si realizza il sacramento pieno e reale dell’opera redentrice che egli iniziò sin dal principio. Per noi che leggiamo ogni cosa nelle coordinate dello spazio e del tempo, l’assenza del Cristo visibile ci appare come ‘tempo storico’. E diciamo allora: ‘Prima di Gesù il peccato regnava’ nel mondo e, solo con Gesù (cioè duemila anni fa), la situazione cambiò. Tale proposizione, se affermata assolutamente, dimentica il Cristo transtorico e crea mille problemi; ed infatti molti cristiani giustamente ritengono inaccettabile un ‘prima-dopo’ l’Incarnazione in Gesù come scriminante di Salvezza. A me pare che questo spazio di ‘morte-tenebra’ è solo uno tempo ‘teologico’, che continuamente viene sperimentato dall’umanità, perché va rapportato al transtorico procedere del Cristo nella sua traiettoria, cioè nel suo ‘Ritorno’ alla piena divinità. In altre parole, detto ‘tempo’ è continua ed attuale dimensione di ogni uomo e di tutti coloro che si sono succeduti e che nasceranno su questa terra; ugualmente in termini strettamente ‘ontici’ vanno colti parallelamente i momenti della Chiamata, della Adesione e della Restaurazione. ‘Prima che Abramo fosse, Io sono’; così dice Gesù, proprio per chiarire che il Cristo è eterna presenza, eterna pietra di contraddizione, eterna salvezza. Egli è il divino ‘Io-Sono’. Concludendo, l’aver usato come metro l’orologio ed il calendario ha prodotto una notevole deformazione di questo processo cosmico e divino che attiene all’immateriale eone dell’anima, libera dalle categorie del tempo e dello spazio.
5 ) Battesimo e Anima vitale L’inizio della perfezione finale dell’opera del Cristo viene sacramentata da Gesù risorto che manda i discepoli a predicare e battezzare, cioè a risvegliare l’anima.[6] Ai suoi, Egli delega così il potere di ‘Chiamare’ e di ‘risvegliare’; di dare ad ogni ‘Abram’ il nome nuovo di ‘Abraam’. E facendo ciò, chi ha fede in Gesù avverte di non essere più un mero generatore di vite biologiche che hanno come limite la morte (Adamo peccatore); ma padre di un figlio di Grazia, di un figlio animico che non conoscerà la morte. Ora l’uomo che muore non dovrà più lasciare solo il proprio figlio, ma seguiterà a vivere insieme a lui.[7] Questo compito di generazione (che si va ricalcare perfettamente e positivamente sulla peccaminosa generazione biologica dei progenitori) si esprime in una prima fase nel ‘battesimo di acqua’, cioè dell’elemento che nella Bibbia simboleggia la vita alta (anima), e quella bassa (esistenza). Segue una seconda fase: il Cristo delega infatti ai suoi discepoli il potere di accostarsi e far accostare gli altri alla ‘tavola della Vita’; non solo dunque egli chiede di mondare le anime e permettere loro di diventare ‘vitali’, ma vuole che esse accedano alla divinità. Questo è il battesimo dello ‘Spirito’ che come profetizza la Genesi sta sopra l’acqua’, quella bassa e quella alta, cioè fuor di metafora sta al di sopra del corpo e dell’anima. Io credo che proprio contemplando questo mistero di amore, Agostino esultava e scriveva ‘O felix culpa quem tantum meruit Salvatorem’. All’errore dell’uomo che ha rifiutato di guadagnare la propria immaterialità di anima, il Cristo, che indefettibilmente ritorna alla sua primitiva divinità, risponde in un primo momento sanando il rifiuto, e poi offrendo la sua stessa divinità.
Alla luce di queste considerazioni che rapportano il peccato originale al fluire della ‘Storia Sacra’ (cioè quella del Cristo), il contenuto del battesimo si rivela come Grazia del Cristo diffusa da sempre e per sempre nel mondo. A ciò allude il vangelo quando insiste sul battesimo di Giovanni (vera croce degli esegeti), sperduto (fino ad estinguersi) nella teologia cristiana. Esso attesta che il Cristo, sin dall’origine, continuamente risveglia le anime di tutti gli uomini, mondandoli dalla morte (la lebbra di Naaman), o (Eletti) dalla narcosi che si sono inflitta. E la sua multiforme azione (multifariam multisque modis) è diventata certa, inequivoca e visibile quando la Chiesa ha fatto, di questa operazione restauratrice, un ‘sacramento’ in senso stretto. Quando cioè si è finanche superata la presenza fisica di Gesù, per attingere quella ancora più pregnante e comprensiva dello Spirito che divinizza la terra. Come dire che, se i contemporanei di Gesù lo ascoltavano e lo toccavano, noi oggi mangiamo ed assimiliamo il Cristo. Giovanni (Voce del Cristo), nella ‘terra abbandonata’ (deserto) si serviva dell’acqua del basso (Giordano come simbolo dell’esistenza e delle sue forze); egli quindi poteva solo mostrare ‘come meta’ il ripulire le facoltà mondane dell’uomo. Ma bisognava operare anche sull’anima, e questo evento necessitava di una diversa meccanica e di una diversa visibilità. I Vangeli allora concordemente descrivono tale novità come Voce che scende dal cielo sulla persona fisica di Gesù, come ‘Acqua dell’alto’ che rifluisce in Lui. Perciò egli potrà dire: Venite a me e bevete; venite a me ed anche voi sarete fonte di un’acqua diversa che disseta e dà sempre desiderio di bere. Per il lettore ‘carnale’ quella Voce che scende dall’alto resta un evento solamente fisico: è pronunciata ed è ascoltata; ma chi ricorda che il mondo fu creato mediante la ‘Parola’ del Cristo, e che la sua primitiva consistenza era animica, intuirà l’enorme fecondità, nel battesimo di Gesù, della presenza di quella speciale ‘Voce’.[8] Se il Cristo increaturato nelle cose (G. Battista lo simboleggia) ha sempre sussurrato nell’orecchio dell’uomo addormentato nella sua esistenzialità, di risvegliarsi (Samuele), il Cristo impersonato in Gesù grida a voce alta (Kerusso) perché anche l’anima diventi vitale. In questo senso specifico diciamo allora che Gesù è per noi la ‘Parola’.
La perfezione viene infine, nel terzo segmento della traiettoria, col Cristo Spirito, quando cioè egli, ritornando nella sua originaria divinità, porta con sé l’uomo (cresima-eucarestia). Dunque il battesimo, quale operazione cristica aperta da sempre a tutti, rimette in moto l’uomo nella sua esistenzialità; per parte sua il sacramento del battesimo amministrabile da tutti (un dato decisivo per la sua comprensione) risveglia invece l’anima, riporta l’uomo nel Giardino, lo dota di un’anima vitale coincidente con il proprio io personale, lo rende capace di guidare il mondo. Allora, come disse il Creatore, l’uomo è Signore del mondo (Re); è colui che ha parole di Vita in quanto può ascoltare Dio che parla (Profeta); è colui che nella Cena mangia con lui la Divinità (sacerdote).
La ‘Cresima’ (battesimo dello Spirito) risveglia la tensione alla divinità, rivelando all’uomo quella divina gloria futura per cui ogni cosa mondana perde di valore. Essa si congiunge strettamente all’Eucarestia, cioè al mangiare la Vita stessa del Cristo e quindi al divinizzarsi.[9]
6 ) ‘Non è bene che l’uomo sia solo’ La teologia, che ho esposto per sommi capi, si nasconde tra l’altro in un passaggio della Scrittura che in genere passa inosservato, quasi fosse un mero momento letterario della narrazione. Mi riferisco al primo giudizio di valore che il Cristo creatore enuncia dialogando con l’uomo: “Non è bene che l’uomo sia solo”. [10] Naturalmente, questa preminenza presuppone che l’espressione in questione non venga riferita ad una solitudine psicologica e fisica dell’essere umano, della quale il Cristo creatore si preoccuperebbe. Poiché i pensieri del Cristo non si snodano nel tempo, ma sono già tutti ben formulati sin dal principio, verrebbe allora da chiedersi: ma perché mai egli fece un ‘Adamo’ solo, per accorgersi poi che aveva bisogno di un partner? Questa lettura ‘carnale’ come al solito è assolutamente fuorviante; il significato del precetto va ricercato ed enunciato in termini del tutto spirituali. Esso rivela la ‘Vita’ del Cristo che si esprime nella sua creatura, e che nell’uomo assume una qual forma diacronica, non certo ‘temporale’, ma ‘ontica’. In altre parole, lo ribadisco, i ‘tempi’ della creazione (e lo stesso discorso vale per i cd. Giorni) vanno considerati come indicazione di una traiettoria di evoluzione dell’essere stesso dell’uomo. Non ci fu dunque un ‘primo Adamo solo’, e poi un secondo ‘coniugato ad Eva’, e così via. Collocandolo in una temporalità narrativa (quindi solo letteraria) il testo sacro espone l’iter evolutivo del soggetto creato, descrivendo un processo che si invera in ogni punto dello spazio e del tempo. Il racconto rivela cioè il destino dell’uomo, quello stesso che fa dire a Paolo che ‘fummo predestinati’; quello che nello stesso senso sperimentiamo, alla nascita di un bambino, quando già lo intuiamo adulto. Come in un trattato di medicina sono descritti gli stadi della crescita biologica, così nel racconto genesiaco vengono annunciati i successivi stati ontici che guidano l’uomo alla sua ‘statura adulta’. Ma, mentre l’evoluzione del bambino si articola nel tempo, la profezia della Bibbia si muove nell’area dell’essere: l’uomo è nato per essere ‘comunione’; ad essa egli tende, e nello scorrere del ‘suo’ tempo sperimenterà questa evoluzione, partendo dalla sua singolarità (solitudine).
Proviamo allora a leggere cristologicamente il nostro passo. Nelle schede precedenti ho chiarito che il creato materiale deriva da una depotenziarsi di quell’Animicità che riveste il Cristo creato. Questa ‘materia immateriale’ (Agostino) si individualizza nella materia corpuscolare che, per sua propria costituzione, induce una pluralità di enti. In questo iter, il primo Adamo (solo come ogni cosa) è il segno archetipale della individualità e della connessa pluralità degli esseri.[11] In altre parole, il Cristo stesso, attraverso la materia, ha voluto questo sventagliamento di individui isolati, e il primo Adamo ne è il sacramento.[12] L’uomo carnale nasce come una monade, cioè una individualità corpuscolare che, proprio in quanto tale, non partecipa ad alcun processo di complessificazione e di evoluzione. Non ne ha la forza. L’individualità, che pur costituisce la prima fase della storia della vita materiale, soffre così di un limite che sembra invalicabile. Se si vuol essere se stessi, non si può né cambiare, né dipendere da qualcosa d’altro. Se si vuole affermare la propria individualità si è costretti ad abbattere l’altro, come l’Achille omerico. Proprio questa caratteristica, nel mentre sostanzia l’infungibilità dell’Io umano, ne costituisce pure il principio di morte. Ma, se l’uomo procede in compagnia del Cristo, nella sua traiettoria, questa ‘individualità’ si sopraedifica in ‘Sono’ animico e quindi può giungere alla divinità. Ognuno di noi sarà tutto se stesso per l’eternità. Il peccato originale, come intuiva Esiodo parlando di ‘contesa’ (Eris), si evidenzia allora nella posizione egoistica (monade) che l’uomo tende ad assumere. Nel suo ‘Cantico delle creature’ Francesco chiama tutti ‘fratelli’ proprio per mostrare che non ci si deve chiudere su se stessi, o sulla piccola area che ruota intorno alla individualità (es. famiglia).
7 ) ‘Tutti in Adamo hanno peccato’ Un altro problema appesantisce non poco il tema del ‘Peccato Originale’; mi riferisco alla sua influenza su tutti gli uomini. Su ciò ritorneremo, ma ora anticiperò qualche considerazione. Chi storicizza il peccato di Adamo, incontra poi grande difficoltà nel riferire ad un discendente la colpa del progenitore. Sembra quasi un difetto genetico (si pensi all’emofilia) che viene trasmesso attraverso la generazione. Questa tesi è vera e non vera. Non è vera in senso meccanico, ma esprime abbastanza bene il difetto ontico in cui incappa l’uomo che cerca solo la sua esistenzialità e si nega alla crescita. Un difetto al quale ogni uomo si orienta quasi sin dalla nascita, proprio in quanto definito come autonoma individualità; come un lattante che vuole impadronirsi e requisire per sé il seno materno. Che altro potrà generare un tale uomo se non un essere simile a sé? Più che un generare qui si attua un qualcosa che assomiglia alla clonazione. L’Adamo peccatore crede di infuturarsi generando altra vita in se stesso ed in ciò che lo circonda; ed invece si sta passivamente e sterilmente clonando.[13] E la società umana, ed il mondo che ad essa si connette, che altro potrà essere se non ‘carne’, cioè mortalità? E come potrà vivere un uomo in questo universo di morte, senza subirne gli effetti nefasti e rimanerne deviato? Dunque, sul piano del discorso profetico, sembra che sia ineluttabile, per un uomo carnale mettere al mondo figli carnali; sembra del pari ineluttabile che poiché il generare non è solo questione di gameti ma anche di vivere sociale, il peccato è presente sia come singola trasgressione (meglio: rifiuto), sia come male della società che da lui è stata ‘generata’ e che induce una ‘devianza’ nel bambino di per sé innocente. Ma la Bibbia parla anche di un Abramo che genera Isacco come figlio di Grazia, come vivente (circonciso); e attesta quindi che, nella storia dell’uomo, da sempre il Cristo ha operato per liberarci dagli effetti della trasgressione. Il Vangelo a sua volta parla di Maria ed anche di Giuseppe che insieme ad altri è chiamato ‘giusto’. La conclusione è allora che, in punto di fatto si può generalizzare il peccato originale, ed esso può considerarsi ereditario per il fatto stesso che noi nasciamo come mere ‘esistenze individuali’, sicché ne siamo affetti o per lo meno ne subiamo le conseguenze. Ma neppure lo si può considerare un che di assoluto, di autonomo. Ed infatti nacque Maria; e la Chiesa lo comprese tanto bene da celebrare la sua natività che non dovrebbe aver senso dal momento che ella è ciò che è solo in forza della sua maternità. Nessuno dunque ha il diritto di precludere o impedire l’azione redentrice del Cristo che da sempre ha curato questo male; e affermare che l’uomo non è in grado di liberarsi di questa tabe, scegliendo di progredire nella traiettoria del Cristo. Certamente noi siamo impotenti a liberarci da soli, gravati come siamo dalla nostra natura corpuscolare, e dalla società che ci accoglie; ma è vero pure che c’è il Cristo. Non si può allora meditare il mistero del ‘peccato originale’ senza riflettere contemporaneamente sull’azione del Cristo. In altri termini peccato e redenzione sono, come dicevo, un binomio inscindibile. Probabilmente una consimile teologia (considerata eretica in Pelagio) si sottintende alle affermazioni del Vaticano II che parla di una redenzione universale, anche per i ‘non battezzati’ col rito cristiano. Ed al tempo stesso l’errore di una certa teologia consiste proprio nell’aver isolato questo tema, costruendo così un monumento di vuoto alla malizia ed all’orgoglio umano. Di qui quel falsificante velo di tristezza che è sceso sulla solare religione del Cristo. Vincenzo M. Romano 2004
[1] Che ‘sonno’ e ‘sogno’ simboleggino qualcosa di molto più importante, lo suggerisce indirettamente Agostino quando si preoccupa delle sue ‘polluzioni notturne’ che, del tutto banali in un contesto fisiologico, possono diventare un segno importante se rapportate all’eone animico. Ed ancora quando riporta il singolare sogno di Monica che ho cercato di chiarire nel mio studio sulle ‘Confessioni’ inserito in questo sito.
[2] Come ho potuto constatare, rileggendo i racconti relativi alla ‘deposizione, resurrezione, sindone’ (vedi apposita scheda), la ‘giornata’, così come variamente intesa nella cultura del tempo, non corrisponde alle categorie chiaramente fissate proprio nella Genesi, e che correntemente vengono sovrapposte ed identificate con la ‘giornata’ umana. Per intenderci ‘emera’, cioè ‘giorno’ è il nome specifico della ‘Luce’; e ‘nucs’ quello delle ‘tenebre’ sicchè il ‘Giorno’ genesiaco è diverso alla ‘Giornata’ umana. A ben riflettere, è evidente che il Cristo rivelatore non aveva nessun motivo[2] per chiarire agli uomini un evento fisico che tutti potevano rilevare, e cioè il ciclo solare (mediamente 12 ore di luce più 12 ore di tenebra). Egli spiegava invece agli uomini il mistero della ‘Vita’, attraverso metafore (luce-tenebre) che, in quanto collegabili ad eventi naturali da tutti comprensibili, costituivano un linguaggio universale nel tempo e nello spazio. Ne consegue che non si può integrare, è tanto più rendere dipendente, il discorso biblico da dati culturali relativi alla scansione del tempo che peraltro dubbiamente noi conosciamo. La Bibbia va spiegata con la Bibbia.
[3] In questo senso io leggo la storia di Giobbe come un grande sogno nel quale egli prende coscienza del disastro di un ripiegamento egoistico e, convertitosi alla Vita, al risveglio è restaurato totalmente. Si rifletta che se egli avesse veramente subito la morte dei suoi cari, il ricordo di quel dolore avrebbe oscurato ogni successiva soluzione positiva.
[4] Probabilmente, i teologi giudaici avevano ben compreso tutto questo processo; ma vantandosi figli di un ‘risvegliato’ (Abramo), si consideravano ‘risvegliati’ anch’essi per diritto di sangue (contraddictio in adiecto), e quindi ‘unici’ fra gli uomini, come lo era stato il loro mitico progenitore. Essi infatti presentavano Abramo (che è per altro era di razza siriana) come il capostipite mondano delle loro tribù (‘seme di Abramo’) e non come il ‘tipo’, il sacramento dell’uomo risvegliato da Cristo. Tutta la predicazione di Gesù, e ancor più quella di Paolo, sono tese a contestare e negare questo assunto che generava una qual forma di pericoloso razzismo spirituale. Perciò mi sembra ridicolo, dopo duemila anni, continuare a condannare per ‘ipocrisia’ umana questi personaggi, lasciando in ombra il loro spessore metaforico che li fa riverberare sull’oggi e quindi costituisce un giudizio su tutti quelli che subdolamente perpetuano posizioni gnostice: io sono eletto e tu sei un paria. [5] Se ‘to deilinon’ (nella sera) si compita ‘to dei linon’ si può leggere ‘Perciò era necessario un rivestimento di lino’ e intendere ‘di anima’ dal momento che essa viene considerata una veste leggerissima e quindi è rappresentata corporeamente dal ‘bisso’ o dalla ‘Sindone’.
[6] Il verbo ‘Baptizo’ può tradursi con ‘immergere’ ma compitato diversamente equivale a ‘mondare l’anima vegetativa’ (BA ptizo) o anche ‘B aptizo’ dice: ‘ …… la Scrittura’ che è simbolizzata dalla sua prima lettera che nel testo ebraico è proprio ‘bet’.
[7] Lo profetizza la Bibbia quando narra che Giuseppe prese con se le ossa di suo padre; lo dovremmo predicare noi che oscilliamo fra una morte che tutto annienta, e un terribile giudizio di Dio: ‘Dies illa, dies irae’.
[8] La Chiesa (anche se non lo dice espressamente) ha colto il senso ‘costitutivo’ di quella Voce, ed ha voluto che nei suoi sacramenti fosse presente una ‘Voce’ (formula) che, se del caso, si unisse ad una materia mondana.
[9] Correttamente allora la Chiesa afferma che i sacramenti sono stati istituiti dal Cristo; ed io aggiungerei: con una gradualità ontica che si interfaccia con la sua traiettoria (Teogonia). Ed ancora considera che Battesimo, cresima ed eucarestia sono sacramento dell’iniziazione, cioè quelli che operano direttamente sulla struttura ontica dell’uomo e da creatura lo trasformano in creatore.
[10] Questa affermazione ha per me una importanza enorme; la considero infatti il fondamento di tutta la morale cristiana, e ancora mi stupisco ogni volta che lo vedo trascurato nei trattati di morale. Io credo che essa enunci un tema che può risultare molto fecondo nel dialogo con le altre religioni. Chi, come me, considera intrinsecamente cattolicità la religione del Cristo, considera questo primo precetto come regola universale (è rivolto al progenitore) e sa di poterlo recuperare, per inquinato che sia, in ogni religione del mondo e su di esso iniziare un fattivo dialogo.
[11] Per evitare equivoci, la Scrittura riferisce detta pluralità direttamente al Creatore, affinché non si dubiti che essa fu voluta dalla Divinità, e non la si consideri frutto di una autonoma volontà dell’animicità, che –lo ricordo- è anch’essa una creatura. Perciò è scritto anche: ‘maschio e femmina li fece’.
[12] In questa direzione orienta il termine ‘monos’ (solo) di cui si serve il testo genesiaco. Esso indica non solo una ‘mancanza di compagnia’, ma anche, più radicalmente, una situazione che non si evolve e resta chiusa in se stessa. Di qui il vocabolo ‘monade’ che esprime proprio quanto voglio sottolineare. Si rifletta poi al fatto che viene creato ‘un solo’ uomo (unigenito); ma subito si chiarisce che gli ‘unigeniti’ sono ‘molti’: “maschile e femminile li fece”.
[13] Basta osservare il nostro problema sotto questa angolazione scientifica per comprendere in termini più adeguati alla nostra cultura ciò che gli antichi riferivano alla ‘generazione’. In quest’ultima infatti noi vediamo oggi una novità (i geni sono quelli di entrambi i genitori), mentre sappiamo che la clonazione è invece caratterizzata da una fissità che, come insegna la pecora Dolly, conduce ancor più velocemente alla morte.
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