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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne

ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)

 

Il Cristo e la morale

SCHEDA  n…7\F

Il peccato originale nella Genesi

 

Sommario: 1) ‘Peccato originale’ e sensibilità teologica; 2) I due alberi al centro del Giardino; 3 ) I ‘legni’ del II Giardino: un’antropologia teandrica; 4) Una trappola per Adamo?;  5) la metafora ‘sessuale’ del peccato; 6) Il ‘come’ del rifiuto;  7) Gli effetti: le maledizioni.

 

 

1) ‘Peccato originale’ e sensibilità teologica

Un fondamentale punto da riflettere attiene all’inquadramento nella ‘morale’ del cd. ‘Peccato Originale’ in quanto in qualche modo lo si considera incidente sull’operare dell’uomo e connesso alla valutazione morale dei suoi atti. Un problema ancor più complesso quando si considera che la sua influenza continua a sussistere dopo che il battesimo lo ha cancellato.[1]

Prima ancora di affrontare questo spinoso tema è forse utile considerare previamente la sensibilità con cui i teologi ne trattano.

Già dicevo che (a mio giudizio) si commette un luciferino peccato di orgoglio quando si interpreta la Bibbia come ‘epopea dell’umanità’, e non come rivelazione del Cristo. Ebbene, credo che se ne compia uno identico nel configurare il peccato originale come un atto umano capace di mettere in iscacco il Cristo, e di costringerlo ad incarnarsi e soffrire per realizzare il suo piano. Ed ancora, nel considerare il peccato dell’uomo come un che di sostanziale che costituisce il centro del discorso morale. Così facendo l’uomo esalta il proprio sé carnale, e quasi dimentica ‘anima’ e ‘santità’, cioè  la ‘traiettoria’ del Cristo e la ‘meta’ (santità) che la conclude.[2]

Un’altra breve considerazione. Leggendo Agostino, mi sono convinto che la tematica degli effetti attuali del peccato originale (che nessuno avverte come da lui personalmente voluto) va trattata in maniera del tutto diversa dal come, nel discorso etico, viene considerato il concreto ed attuale peccato di volontaria trasgressione.

Per tentare di comprendere la connessione fra libertà (volere attuale dell’uomo) e peccato originale (non voluto ora) mi muoverò sul piano ontico, così come ho fatto per trovare una sintesi fra coscienza e legge obiettiva.  Avverto che nella nostra riflessione potrà risultare utile anche quanto ho annotato in tema di  trasgressione e deviazione (che, come precisavo, può esser involontaria e finanche subita).

 

 

Ma essenzialmente guarderò alla ‘Teogonia’ del Cristo, rileggendo in questo quadro la trasgressione di Adamo narrata nella Bibbia. [3]

 

Così, per fare un esempio, (svilupperò più avanti il tema) diventa chiara  l’affermazione dei Padri secondo la quale il contenuto del peccato originale sarebbe consistito in un ‘accoppiamento’, innaturale o anticipato, fra Adamo ed Eva. Anticipo allora che una ricompitazione del III cap. della Genesi mi permette oggi di ‘leggere’ testualmente in quel racconto ciò che i Padri affermavano senza motivare. Ed infatti il testo narra che il ‘Serpente’, cioè l’io carnale, suggerì ai progenitori di disattendere i tempi di evoluzione verso l’anima e la santità rivelate loro da Dio, e di unirsi fisicamente per generare un figlio di carne, che, recuperando in sé la vita dei suoi genitori, li avrebbe resi immortali.

Essi seguirono quel consiglio e scelsero così la ‘morte’ che è un ineliminabile modo di essere dell’eone materiale. La morte è infatti l’essenza della ‘individualità’, mentre non ha potere alcuno sul tutto creato che continuamente si rinnova seguendo le linee della Vita del Cristo.

Ovviamente la tesi dei Padri non prendeva in considerazione un mero evento ‘sessuale’, né ipotizzava un fantomatico precetto col quale Dio avrebbe fissato il tempo dell’accoppiamento e le sue modalità. La trasgressione per essi, consisteva in una scelta ‘ontica’ espressa  nella risposta (non adesiva) di Adamo al progetto che il Cristo gli aveva rivelato  e nel quale voleva coinvolgere il creato.

In altre parole, l’Adamo del racconto preferì ripiegarsi sulla sua dimensione carnale e si precluse un futuro di grandezza, proprio generando in questa ottica egoistica il figlio (e cioè Caino uomo della terra).

 

2 ) I due alberi ‘al centro’ del Giardino

Proviamo ora a chiarire più articolatamente le icone dei ‘Legni’ del Giardino che costituiscono, a mio giudizio, una eloquente metafora del primo divenire dell’uomo.[4]

Un primo dato non sottolineato nella corrente esegesi: l’uomo comunque (seppure in un diverso momento) avrebbe mangiato il frutto dell’albero del conoscibile del bene e del male, perché questo atto costituiva una tappa del suo progredire iscritta nella traiettoria del Cristo. A questa conclusione si giunge riflettendo che il Creatore in persona collocò il ‘legno’ in posizione eminente al centro del Giardino, e dunque se non costituiva una trappola armata a danno dell’uomo, esso doveva in qualche modo essergli positivamente utile.

Riflettiamo poi che stranamente (Genesi 2,9 e 3,3) sono due gli specialissimi ‘alberi’ collocati nello stesso punto e cioè  ‘al centro’ del Giardino. Come intenderla questa che sembra una sfasatura letteraria?

A mio parere la sovrapposizione, che qui viene prospettata, opera  per un verso a livello orizzontale per cui i due alberi in qualche modo coincidono; e per l’altro  nella verticalità; ipotesi che risulterà feconda di conclusioni quando verrà riferita ai sacramenti. In pratica entrambi i ‘legni’ sono al centro, ma di due eoni distinti, sovrapposti, ed in prosecuzione, l’uno all’altro.

Ricavando dalla Kabbala l’immagine dell’edificio, possiamo considerare quest’ultimo formato da un piano terra, un primo piano ed un livello ancora più alto che ha come tetto l’infinità di Dio. Sono gli eoni rispettivamente dell’uomo carnale, dell’uomo animico, e del ‘santo’. Proprio al centro di questo edificio c’è la ‘Scala’, cioè il ‘Legno’.  Esso, per la parte che conduce dal piano terra al primo piano, è costituito dalla ‘conoscenza’ (legno-scala della conoscenza); e per la parte che si volge al mistero della divinità è costituito dalla ‘tavola della vita’ (legno della Vita). Una scala che noi, senza avvedercene ripercorriamo ogni volta che celebriamo una eucarestia.

La Bibbia descrive allora non uno, ma due giardini. Un  primo ‘giardino’ visibile posto, diremo, a piano terra, che riguarda l’esistenza dell’uomo non ancora giunto alla piena immaterialità dell’anima; e poi in parallelo, ma più in alto, lascia intravedere un secondo ‘Giardino’ (indescrivibile perché ‘immateriale’), nel quale entrerà l’uomo ‘restituito’ al suo primitivo stato animico. In esso egli  porterà con sé il proprio mondo esistenziale, cioè tutto intero il Giardino visibile nel quale si è guadagnato la propria dimensione immateriale; in una parola ha liberamente costruito  la sua anima.

Il segnale dell’esistenza del secondo Giardino si nasconde proprio nell’oscura affermazione che entrambi gli alberi erano collocati al centro del giardino.

 

Seguendo questo suggerimento, i molti ‘legni’ del Giardino non sono allora alberi stupendi di un ricco orto nel quale sfamarsi e divertirsi, ma simboleggiano le mille forme dell’esistenza mondana. Proprio fruendo di essi  gli uomini guadagnano il loro perfetto stato animico (II Giardino). In esso il loro operare assume una dimensione sacramentale, essi si allenano alla santità, e così possono raggiungere la divinità nella pienezza di corpo ed anima.

Interpretati in chiave escatologica (chiarendo cioè il principio con la fine) questi alberi realmente rimandano dunque ad un Giardino più alto, centrato sul ‘legno-mensa della Vita’. E fanno presumere che anche quest’ultima è contornata da ‘legni’ (direi che sono sei) i cui frutti donano la divinità. Ne scaturisce una immagine nella quale l’eucarestia è  al centro e le fanno corona gli altri sacramenti, il cui contenuto operativo costituice una completa antropologia: carnale, animica e divina. E al tempo stesso manifesta e realizza l’opera totale del Cristo a favore dell’intero universo.

 

 

3 ) I legni del II Giardino: una antropologia teandrica

Proprio questa rivelazione sarà articolata dalla riflessione della Chiesa; e precisamente:

a) nei due sacramenti ‘ontici’ cioè espressione della crescente struttura dell’essere umano (battesimo-anima; cresima-santità); b) nei  quattro sacramenti dell’operare cristiano i quali, pur esprimendosi in una banale materialità, al tempo stesso costruiscono la pienezza dell’anima, ed aprono alla santità.

In particolare la riflessione della Chiesa  ha messo in evidenza l’importanza del ‘mangiare’, che prelude ad un assimilare e ad un  crescere, e riguarda sempre ‘la Vita’ del Cristo diffusa nel mondo. Essa risulta così profetizzata, quanto alla fase corporea dai  ‘legni’ che circondano il ‘legno del conoscibile’; e poi, nella dimensione immateriale dell’anima, attraverso altri legni (invisibili e quindi non descritti) che circondano la sovrapposta ‘tavola’ della Vita.[5]

Una evoluzione dunque articolata ‘da legno a legno’ (cioè dal ‘conoscere’ al ‘cenare con il Cristo’, dalla mensa della Parola a quella dell’Eucarestia) che si rispecchia, come dicevo, nella celebrazione dell’eucarestia suddivisa proprio in liturgia della Parola e della Cena.

 

Posto questo modello vitale, nel quale i due legni centrali si sovrappongono in senso verticale, e  con essi i ‘legni’ che li circondano, se questi ultimi indicano rispettivamente l’agire mondano e l’operare sacramentale, diventa chiaro perché nei sacramenti permane l’aspetto mondano (segni materiali) ed essi culmino proprio nel ‘mangiare’ della Cena eucaristica. In altre parole c’è una vera e propria ‘sovraedificazione’ che si giustifica in forza dell’unità di tutto il processo cristico.

Come ho meglio precisato in altre schede, il Cristo (nei profeti, in Gesù, e nello Spirito) all’Adamo  di sempre (chiamato ad essere battezzato e  cresimato, cioè a diventare prima anima e poi santo) insegna dunque quattro momenti vitali (2+2) [6]che tutti gli uomini possono sperimentare per guadagnare la loro statura adulta di creature, ed andare oltre verso la divinità.

Naturalmente essi non formano oggetto di precetto, ma sono prospettazione di una evoluzione che imita perfettamente il Cristo  quale si è manifestato nella umanità di Gesù.  

 

Questo dunque il procedere del Cristo (come Gesù insegna con la sua vita), e questa la traiettoria  evolutiva (e non la ‘Legge’) dell’uomo.

Distinguendo i due eoni che l’uomo può progressivamente guadagnare, la Bibbia avverte che nel suo primo e fetale stadio, l’uomo non è ancora in grado di disporre dei quattro momenti che ho precisato in nota (amore di servizio e di unità; esorcismo del male fisico e di quello morale). Egli li potrà gestire appieno solo quando sarà giunto al termine del suo creaturale cammino evolutivo che lo porta alla vera ‘sapienza’ (legno della conoscenza).

Nel costruirsi anima matura e personalizzata, egli potrà via via nutrirsene (e quindi crescere verso la divinità). E disporrà così liberamente sia del ‘bene-bello’ (kalos) cioè dell’anima, sia della ‘acqua che pesa’ (pone nerou), cioè della sua esistenzialità corpuscolare, (poneros è ordinariamente tradotto ‘male’), per diventare poi commensale di Dio nell’eone più alto (II giardino), centrato sulla eucarestia imbandita sul ‘legno-mensa’ della Vita. 

In altre parole, quando sperimenta lo stadio carnale, l’uomo non può signoreggiare il mondo materiale e l’Anima, perché  il suo transitorio io corporeo è incapace di gestire una così grande sapienza. Egli è un ‘bambino non ancora svezzato’; sicchè se rischia di operare al d sopra delle sue forze (= mangia il frutto del legno della conoscenza), sarà tentato di usare i poteri dell’anima in forma di ‘magia nera’.

Ecco il senso dell’avvertimento divino ad Adamo che assume le stesse forme imperative che un adulto usa nell’educare un bambino.

 

Il ‘legno’ della ‘conoscenza’ (lo si immagini come Gesù profeta) è dunque il punto focale della evoluzione creaturale corporea, la cerniera verso la santificazione; perciò esso sta al centro del giardino, ma collocato più in basso. Regge cioè il nostro mondo, ma non quello che oggi conosciamo, bensì perfetto così come il Cristo lo volle. E probabilmente a ciò pensava Dante nel descrivere il suo cd. ‘Limbo’.

Nello stadio fetale che corrisponde al nostro esistere, e che è tempo di crisi del crescere, due forze si scontrano nell’uomo e costituiscono il materiale del suo essere libero: l’abbrivio vitale che spinge ad avanzare (pur avvertendo di perdere la vita già goduta), e la pesantezza che orienta a restare fermo nella situazione raggiunta (parabola dei nuovi granai). E’ il dramma di ogni essere umano che, se cede alla tentazione del rachitismo, diventa  un triste ed isolato Peeter Pan.

Tale antinomia, che fa dell’uomo un essere problematico (problematicità del vivere), viene superata se, guardando all’alto, si intravede al centro del Giardino superiore il ‘legno-tavola della Vita’, cioè la possibilità di santificarsi. Di qui l’importanza di una autentica e mirata predicazione eucaristica.

La collocazione  de due ‘legni’ al centro del Giardino (che scivola via nella ordinaria esegesi), profetizza che quando l’uomo avrà guadagnato l’accesso al legno ‘della conoscenza del bene e del male’ (come ora l’abbiamo inteso), compirà uno scatto ulteriore. Forte della Sapienza del Cristo, ormai ‘mondo per la Parola’, l’uomo potrà scuotere dai suoi piedi la polvere come segno della raggiunta dimensione animica, e saprà purificare quell’ultima parte di se che tocca ancora la terra (lavanda dei piedi), e da anima risvegliata potrà accostarsi alla ‘tavola della Vita’, in una parola alla Eucarestia che dona la divinità.

 

Ritornando al racconto della Genesi, appare allora conseguente il successivo comportamento di Dio: ad un  uomo, rimasto inchiodato nella sua corporeità, ed ormai nudo della sua anima (Sindone), egli vieta di mangiare la divina eucaristica ambrosia; e alla mensa celeste pone un custode che faccia passare solo coloro che sono pronti.

In conclusione per sedere alla mensa della divinità come commensali del Cristo, bisogna indossare la veste nuziale dell’anima e ‘ascendere’ la ‘Scala’ sulla quale (sogno di Giacobbe)  le anime (angeli) sono libere di salire e di scendere; di partecipare cioè all’eone della materia ed a quello immateriale. Proprio qui mi pare di rintracciare i fondamenti della teologia dei santi che intervengono miracolosamente nella storia dell’umanità.

Come insegna l’adolescente che rischia il suo crescere, e pur non possedendo ancora le chiavi della maturità, proprio in vista di essa si sforza di comportarsi da adulto, l’uomo che cerca il Cristo-Vita dovrà prima cibarsi dei frutti dei molti ‘legni’ esistenziali e, come dice Paolo, si impegnerà in ogni processo umano positivo; poi (ancora nell’eone della visibilità) diventerà discepolo del ‘legno della conoscenza del bene e del male’, e così acquisirà e disporrà (scettro della conoscenza) di quella Verità (gnoston) che fa guadagnare la padronanza dei momenti evolutivi ancora connessi alla ‘carne’. Solo alla fine la sua anima risvegliata potrà sedersi alla Cena del Cristo.[7]

 

4 ) Una ‘trappola’ per Adamo?

Il momento di crisi vitale viene esposto nel racconto della cd. ‘tentazione’ di Adamo che, intesa superficialmente, appare come una vera e propria trappola tesa all’uomo da un Dio legislatore il quale, in lite col serpente, fa pagare all’uomo il prezzo di questa sua contesa.

In realtà tutto invece accade nel cuore dell’uomo che, lo ribadisco, è insieme al Cristo l’unico soggetto della storia.

Il ‘serpente’ infatti simboleggia l’io transitorio esistenziale. Egli fa leva proprio su questo bivio vitale, e la forza del suo argomentare è quella di sempre: presentare il male come atto vitale satisfattivo delle esigenze  di progresso e di autoaffermazione che l’uomo conserva nel suo intimo. Ancor oggi nessuno farebbe il male, se questo non gli si presentasse in qualche modo come una soluzione desiderabile e buona a soddisfare i propri bisogni.

Questo serpente, che come Adamo sembra perdersi nella notte dei tempi, quale voce dell’io carnale dell’uomo è invece sempre attuale;  egli continua a suggerire ad Adamo, cioè ad ognuno di noi, di ‘concepire un figlio di carne’. Traducendo liberamente (ma quasi pedissequamente)  il testo della Genesi, egli propone quanto segue:

 

‘Tu, uomo di carne, aspetti un domani di immortalità animica che il Cristo ti ha promesso. Ma sei solo un illuso, perchè come corpo morirai, secondo la legge della materia di cui sei fatto. Prendi invece coscienza delle tue potenzialità carnali;  guarda bene te e la tua donna, e ti accorgerai che avete organi paralleli, unendo i quali potrete generare un figlio di carne. In lui tu trasferirai la tua stessa vita, ed essa non sarà distrutta dalla morte che grava su ogni cosa. In questo modo tu sarai allora immortale nella dimensione biologica che ora è tua propria, e potrai autonomizzarsi da Dio e dalle sue promesse. Per di più, in questa tua capacità di generare vita gli sarai simile; sarai il dio di te stesso.

 

Questa è la prova per l’Adamo di tutti i tempi; e la ‘deviazione’, che continuamente cresce come vera e propria ‘trasgressione’, viene  narrata dall’agiografo con tale  chiarezza e semplicità da sfuggire al lettore che cerca una mera ‘disobbedienza’ ad un precetto divino; e dimentica così di rapportare il tutto alla traiettoria del Cristo. Poco più avanti, nel testo, si ritrova il concreto atto di disobbedienza alla traiettoria evolutiva della Vita; un gesto che si ripete nei secoli e che va colto nel suo significato simbolico e non certo fattuale: E Adamo si unì ad Eva”.

Questo è il peccato ‘sessuale’ di cui parlavano i Padri senza bisogno di inventarsi chissà quali congiungimenti contro natura. Tutto è perfettamente naturale, ma l’atto che avrebbe dovuto coronare la realtà corporea dell’uomo, finalizzato ad una deviazione di rotta, si tramuta in un disvalore infinito. Bene dunque ne parlarono i Padri, e ai più sembrava che favoleggiassero o fossero vittima di sessuofobia.

L’evento genesiaco, perdute le improbabili caratteristiche di fatto storico, si pone allora come prototipo (Omoioma lo definiva Paolo), come ‘modello’ tipico del vero e fondamentale peccato:  quel rachitismo vitale che si innesca sull’intima e giusta istanza dell’uomo ad essere libero ed autonomo. Ma non dal Cristo-Vita.

La tentazione descritta dalla Bibbia è dunque sempre attuale: fermarsi nel primo stadio (quello corpuscolare), cercando in qualche modo di infuturarsi, oltre il limite della mortalità, nella dimensione biologica.[8]

 

Come nella crisi adolescenziale l’uomo può rifiutarsi di morire all’infanzia perché possa nascere l’adulto, così attua il grave rifiuto a crescere alla dimensione superiore dell’anima. E tale rifiuto si concretizza in forma fluente, attraverso ogni singolo comportamento, sicchè quest’ultimo diventa segno e attuazione reale del peccato originale. E poiché questa crisi di crescita, che oppone egoismo a libertà, riguarda qualsiasi vivente, giustamente si afferma che esso riguarda tutta l’umanità.[9]

Purtroppo non si aiuta il cristiano a formare una vigile coscienza di questo continuo dramma vitale, correlato allo scatto ontico al quale è chiamato in Cristo. Ed allora, già oberato dalle sue mille fragilità e trasgressioni, egli non a torto si ribella all’idea di dover pagare un debito che non ha mai contratto; e non capisce neppure come piccoli atti transitori del suo vivere quotidiano, a volte solo mentali, gli possano procurare una morte eterna. [10]

 

 

5) La metafora ‘sessuale’ del peccato

Ma procediamo con ordine.

Adamo è formato di terra (un corpo di fango); viene dotato di animicità perché l’individuazione derivante dalla consistenza materiale (materia est principium individuationis), è cosa buona se connessa ad un ‘aiuto perfettamente corrispondente’ (il Boethos, cioè l’anima).

Egli dunque si trova collocato col suo corpo nell’eone animico, predisposto dal Cristo creatore. Il cd. Giardino equivale infatti all’aspetto terrestre della dimensione animica (Anima incarnata), sicchè in esso Adamo è messo in condizione di sperimentare entrambe le sue qualità, e di costruire  liberamente se stesso percorrendo la stessa traiettoria del Cristo-Vita.

Come si può dedurre dal testo, il Cristo creatore aveva chiarito ad Adamo che egli era una ‘singolarità’ corpuscolare e che, in quanto capace di coscienza animica, era anche la punta di diamante, il signore, di tutto il molteplice che era derivato dall’unico Cristo-Vita animica (materia immateriale primitiva). 

Egli era la mente pensante del molteplice (materiale), e pertanto a lui proprio era affidato il compito di far progredire il tutto verso l’unità. Questo è, verisimilmente, il senso della ‘nominazione’ degli ‘animati’ attraverso la quale l’uomo, proprio cominciando a sperimentare la  sua signoria dà realtà (nome) agli esseri che in qualche modo partecipano della ‘Vita’.

Ma l’uomo si mostra incapace, e dà un senso  sbagliato  all’universo perché in esso non coglie la presenza  della Vita. L’agiografo lo sottolinea precisando che egli viene chiamato non già a dar nome alle cose, ma ad esseri comunque in qualche modo ‘animati’.  Si accorge allora che questa signoria, così esercitata,  non lo fa crescere verso la dimensione dell’anima. Di essa non può godere perché tutto ha limitato alla dimensione materiale del suo corpo.

Al contrario, se Adamo, nominandolo, avesse fatto affiorare e potenziato la Vita presente nel mondo, avrebbe riportato il creato allo stadio primigenio (Cristo Uno); e ciò in quanto avrebbe ad esso aggiunto  la sua ‘personalità’animica. In tal modo, proprio nel recuperare la natura, egli avrebbe guadagnato l’anima e poi finanche la Divinità del Cristo divino.

 Dunque nessun precetto arbitrario di Dio da rispettare, ma l’indicazione della via del progresso verso la dimensione immateriale animica, e poi verso la divinità stessa di Dio; un precetto unico: ‘Vivi!’, che significa aderire indissolubilmente alla traiettoria del Cristo. Nel ‘catechismo biologico’ tutto ciò viene esposto nell’adesione del figlio alla vita dei genitori; una adesione che non assume certo i caratteri della ‘legge’, del ‘comando’.

 

La Bibbia vela questo discorso sotto altre metafore che ordinariamente vengono sottostimate perché i testi che le espongono sono considerati come puri momenti narrativi.

Nella mia ottica, i ‘legni’[11] del Giardino animico, e le indicazioni che li riguardano, simboleggiano proprio le tappe del cammino da compiere. Attraverso di essi il Cristo suggerisce innanzi tutto ad Adamo di considerare come una cosa positiva ed utile la sua corporeità. Perché essa si evolva, ed egli viva felice nella sua terrestrità, ha predisposto ‘legni’ di ogni genere i cui frutti  possono essere assimilati e goduti.

Fuor di metafora ciò rivela che l’uomo può battere ogni strada per realizzare la sua terrestrità; ma non in forma egoistica e statica, bensì dinamicamente, avendo come obiettivo la piena realizzazione della suo essere anima. Per dirla in termini attuali: l’uomo è chiamato a godere di questo mondo materiale; può coltivare i suoi io transitori e soddisfare i suoi desideri, ma tenendo conto di dover crescere al suo pieno ‘sono’ animico che gli consentirà di unificare in sé l’universo.

Chi riesce ad intuire questo percorso non può non restarne affascinato, e saprà allora superare la ‘prova’, cioè la trazione dei singoli io esistenziali che, impauriti dal dover transitare ed estinguersi, cercano di immortalarsi in qualche modo, anche a costo di perdere la pienezza della statura animica.

In conclusione un ‘essere’ e un ‘divenire’ che nel ‘catechismo biologico’ si sperimenta quando il bambino desidera, e al tempo stesso soffre, di dover abbandonare l’infanzia e proiettarsi nella pienezza della gioventù; ed ancora quando il ‘giovane’ comprende che troverà la pienezza del suo futuro nel matrimonio, eppure è fortemente attratto dai vantaggi del suo stato di celibe.

L’adolescenza e il fidanzamento configurano così, intuitivamente, la prova di Adamo.

 

Se sono valide queste premesse, proiettandosi in avanti, si può affermare che il rifiuto a percorrere la strada di Vita segnata dal Cristo, e che in lui si svolge (en Xristo), produce differenti conseguenze, a seconda dell’importanza del passaggio evolutivo che viene rifiutato.

Nel primo segmento di evoluzione, nel passaggio cioè dalla dimensione corporea a quella animica (attraverso la libera costruzione di un’anima individuale viva e vitale), il rifiuto sarà ancora sanabile perché iscritto nell’area delle cose create. Qui il Cristo Creatore potrà intervenire (Incarnazione) lasciando all’uomo la piena libertà  di redimersi dall’errore.

Nell’esempio ora fatto, si può pensare alla crisi adolescenziale nella quale ci si giova dell’aiuto penetrante dei genitori.

Nel secondo segmento (che porta alla divinizzazione e che nell’esempio riguarda il matrimonio) non vi sarà invece possibilità di recupero.  Il Cristo infatti non può, con un atto unilaterale di imperio, costituire ‘dio’ un soggetto renitente: un ‘Dio non libero’ è una contraddizione in termini. E’ questo il cd. ‘Peccato contro lo Spirito’ considerato irremissibile non già perché Dio non vuole perdonarlo, ma perché l’uomo ha rifiutato ciò che non gli si può imporre.

In conclusione il ‘peccato originale’ (quale rifiuto della Vita nell’area del creato) riguarda la prima delle due fasi ora dette.

 

 

 6 )  Il ‘Come’ del rifiuto

E vediamo il ‘come’ di questo rifiuto, riferendolo a due gesti che l’agiografo a scelto per simboleggiare l’adesione o il rifiuto della crescita vitale: il ‘nominare’ e il ‘mangiare’.

Per costruire la sua perfetta anima individuale, Adamo deve utilmente gestire la sua capacità di ‘Nominare’ che equivale alla possibilità di esercitare tutti i poteri del mondo materiale (legni come scettri), cioè in altri termini esprimere al massimo la fisicità. La  positività vitale di questo uso è connesso ad una crescente chiarezza della presenza della Vita nella materia. Tutto dunque gli è consentito sul piano materiale, ma solo se il suo operare si orienta proprio a far emergere quanto di vitale c’è nel mondo.

Proprio nel ‘nominare’ egli apprende allora a Mangiare, una operazione quest’ultima che rende ancora più connesso ciò che è materiale con l’animicità dell’uomo; e lo fa crescere via via che egli, mangiandola, ricapitola in sé la vita diffusa nel molteplice. Ciò che è ‘nominato’ da estraneo, diventa parte del soggetto che nomina proprio nell’atto del mangiare, cioè di assimilare a sé. Questo il senso profondo dei cibi ‘puri’ e ‘impuri’ degradati a dieta alimentare.

In altre parole, nutrirsi dei frutti degli alberi del giardino equivale a porre in essere nella dimensione dell’esistenza atti vitali di accrescimento. Atti che potremmo dire ‘aperti’ in quanto contemporaneamente, come i singoli accadimenti dell’adolescenza, sono per un verso tutti infantili (cioè carnali), e per l’altro costituiscono il tessuto dell’età più adulta (anima).[12]

Il rifiuto dell’Adamo di ieri e di oggi, consiste dunque nell’abbandonare a se stesso il creato, rinunciando a dare ad esso il giusto ‘nome’, cioè a farlo manifestare nella sua autentica realtà vitale, unitaria e dinamica.[13] Ed ancor più nel negarsi di assimilare a sé la Vita sparsa nel molteplice, e quindi di assimilare il mondo fornendolo della personalità di cui egli gode come uomo. In questo senso, a Pietro verrà dato il comando di ‘mangiare’ tutto ciò che è venuto dall’alto, cioè dal Cristo. [14]

Chi nella dimensione dell’esistenza non si abitua ad essere un onnivoro mangiatore e beone, entrerà ‘solo’ nell’eone dell’anima (inferno) e non saprà poi cogliere il grande invito a mangiare nella eucarestia ‘il corpo di Cristo’ totale.

 

 

 7) Gli effetti –le ‘Maledizioni’

Nominare e mangiare sono in conclusioni le chiavi metaforiche per intendere la traiettoria che il Cristo ha previsto per sé e per coloro che vogliono seguirlo. Al tempo stesso sono le spie del peccato originale.

Chiunque compie questo peccato quando si rifiuta di crescere assimilando il tutto  in una cosciente unità vitale; dunque chiunque subisce il peso della materia di cui è fatto, perché essa non trovando più uscite  naturalmente  si ripiega sempre più su di sé. Allora la difettività si incancrenisce, e il peso diventa insostenibile perché non c’è più un futuro.

Eccolo il vero inferno, quello della dissossata solitudine, che in qualche modo fu creato da Dio quando disse: Non è bene che l’uomo sia ‘solo’.  Per quante illusioni possa coltivare per il suo domani, l’uomo sa che incontrerà comunque la morte, e che se non ha costruito quell’unità, alla quale continua ad ambire (si pensi alla ricerca spasmodica di un amore), essa proprio lo farà soffrire per sempre.

E’ questo proprio il contenuto delle cd. ‘Maledizioni’ che una lettura superficiale mette sulla bocca di un adirato Creatore.

Quanto a me, non riesco proprio a considerare tali parole come vendetta di un Dio ‘offeso’ dalla violazione di un precetto che egli aveva imposto ad un essere del tutto impreparato. Di un Dio che si immediocrisce in sentimenti che neppure sorgerebbero nel cuore di una madre affettuosa, pronta sempre a perdonare suo figlio per quanti crimini abbia commesso. Per me non c’è alcuna maledizione; viene solo enunciata una impietosa diagnosi perché essa, se ascoltata, possa servire da pedagogico invito a crescere nella Vita.

 

La Bibbia in molti modi suggerisce di intendere nel senso che vado enunciando:  quando ad esempio narra delle ‘tuniche di pelle’, del mandato ad Adamo a coltivare la terra, e della custodia del ‘Legno della Vita’ che ha senso solo se  si ipotizza un futuro che potrà essere conquistato. Ed infine, quando evidenzia una singolare infertilità delle coppie; quest’ultima infatti  è come la cicatrice che ricorda la ferita che si è inferta a se stessi; è il segno della ‘deviazione’; è la continua profezia sull’inanità dello sforzo umano; ma parallelamente è anche l’annuncio consolante di un intervento divino che risolverà l’impotenza a costruire un proprio futuro.[15]

Il racconto genesiaco (letto in termini cristologici) mostra quindi come il fermarsi alla mera dimensione biologica, fidando nel transitorio e mortale Io carnale, non fa conquistare la pienezza della dimensione animica e quindi la divinità. Ma parallelamente indica che vi sarà un riscatto.  Proprio questo ‘riscatto’ rimane in ombra nella predicazione corrente del grande piano del Cristo narrato nella Genesi, sicché il cristiano si avverte un ergastolano che non ha più speranza di raggiungere una autentica libertà.

Ed invece, come già dicevo, quale ultimo atto di carità, Dio impedisce all’uomo carnale di sedersi alla mensa della Vita (‘legno della vita’), ma, implicitamente afferma che quella mensa resta lì, ed evidentemente proprio per lui.

Il cristiano riflette allora che il Cristo continua a seguirlo nella sua morte senza uscite; e glielo dimostra proprio impedendogli una immortalità  che lo lascerebbe dannato in eterno nel suo infimo stato. E recepisce come un segno di misericordia la Parola (correntemente intesa come una maledizione) che afferma: Io non farò vivere l’uomo sulla terra più di 120 anni. Essa infatti garantisce che non sarà infinito il corporeo tempo fetale, tempo di ‘prova’ perché crisi di crescita, ma esso avrà termine.

Vincenzo M. Romano 2004


 


[1] Un dato che non riesco a far passare in silenzio  consiste nel mancato battesimo dei discepoli di Gesù, e di Giuseppe padre suo adottivo che pure viene proclamato come Santo; per non dire del ‘santo’ Re Davide  e dei profeti del V.T. Ciò in presenza del mandato a ‘battezzare’ che il Risorto affida ai suoi discepoli.  Se gli agiografi neo testamentari hanno scelto di tacere su questi punti un motivo deve pur esserci.

 

[2] In pratica il ‘peccato’ è diventato tanto ingombrante da costituire il contenuto quasi totalizzante della predicazione e finanche della liturgia. Quasi mai il Cristo viene predicato ‘per sé’; egli viene piuttosto invocato come colui che redime l’uomo dal suo peccato. Tema giustissimo che andrebbe però  inquadrato nel suo autonomo andare verso il Padre.

[3] Se su di essa si è scritto moltissimo, si è taciuto ancora di più. Ho la netta impressione che del pensiero dei Padri (che affrontarono il tema) noi conosciamo alcune conclusioni, ma ignoriamo quasi del tutto i percorsi scritturistici che li guidavano a quei risultati. Il loro pensiero viene allora considerato quasi una superfetazione mentale (allegoria) e non una puntuale esegesi dei testi biblici. Mi sono anche convinto (ora la tesi viene applicata anche ai dialoghi di Platone) che i loro scritti manifestano solo quanto si poteva dire ai rudes, e nascondevano le ‘perle’ perché non andassero avanti a ‘porci’ e fossero raccolte da chi apparteneva alla cerchia dei ‘letterati’.

Sul punto vedi la mia rilettura delle ‘Confessioni’ di Agostino, le ‘lettere di Pacomio’ e ‘il Dragone’ dell’Apocalisse.

 

[4] Non a caso Filone intendeva il termine ‘ghenesis’ non come ‘inizio’, ma come ‘Divenire’. Segnalo poi al lettore che il vocabolo ‘Albero’ non è mai presente nel racconto. L’agiografo ha usato il termine generico ‘Legno’ che permette di leggere ad es. ‘bastone,scettro, albero, tavola da pranzo etc’. Suggerisco infine, per meglio intendere le pagine che seguono di rileggere  (possibilmente nell’originale greco) il racconto che vado meditando.

 

[5] La descrizione del ‘cenacolo’ come ‘stanza superiore’; la ‘lavanda’ come purificazione dei piedi, quale ultimo punto di contatto con la materia; il racconto di Raab de libro d Giosuè nel quale i messi di Israele sono nascosti sotto ‘il lino’, cioè nella dimensione dell’anima; tutto ciò sembra confortare la tesi che propongo, e invita a considerare con maggiore attenzioni quei testi che parlano di ‘polvere’ e di ‘lino’.

 

[6] La vita del Cristo-Gesù è ‘Amore’ che si esprime nelle due dimensioni: quella della ‘unione’ (sarà poi il ‘matrimonio’), e quella del ‘servizio’ (sarà poi il ‘sacerdozio’). Attraverso questo amore si realizza un duplice esorcismo,  cioè l’annientamento di quegli atteggiamenti che in quanto negatori della Vita costituiscono ‘il male’. L’uomo esorcizza quest’ultimo vincendo le infermità indotte dal procedere bruto del mondo materiale (poi sarà l’Unzione degli infermi); ed eliminando le contorsioni dell’io carnale (sarà poi la penitenza).

 

[7] Non a caso la celebrazione della eucarestia nei tempi antichi era scandita in riti specificamente rivolti ai catecumeni, ai fedeli, ed ai ‘santi’. Solo a quest’ultimi era consentita la ‘Cena’.

 

[8] Nei tempi andati questo infuturarsi egoistico lo si cercava proprio nella generazione di un figlio, mentre oggi nell’immortalità sperata attraverso le scienze mediche o la memoria storica delle opere compiute. Oggi la tentazione è quella di costruire un futuro materiale prima o dopo la propria morte, per poter vivere in esso; di assicurandosi una gloria imperitura.

 

[9] Lo potremmo vedere finanche nel primo ‘no’ che il bambino dice con durezza ai propri genitori che gli offrono da mangiare. Non che egli non desideri quella cosa, ma si lascia vincere dal desiderio di affermare la propria autonomia.

 

[10] In nessun programma di religione per le scuole trovo questo tema; e non vedo un impegno dell’Istituzione a propagandare questa soluzione , l’unica che a mio giudizio può portare una autentica novità nel mondo. Vedi il mio ‘Terzo millennio di Penelope’ Simone editore- Napoli.

 

[11] Proprio per consentire la lettura metaforica, i LXX non parlano di ‘alberi’ ma usano il termine generico ‘legno’ (Csulon); detto vocabolo può significare tutto ciò che è fatto di legno e quindi ‘Albero,Scettro del potere, Tavola etc).

 

[12] Questa doppia valenza (il Vangelo dice: “voi siete nel mondo ma non del mondo”), arricchisce ogni gesto mondano di un valore non solo animico, ma finanche di santità.

 

[13] In questo senso il ‘Cantico delle creature’ di Francesco è il prototipo di una buona ‘nominazione’; e quiproprio si ritrova il fondamento di quel rispetto verso la natura e gli esseri animati che la Chiesa  esige, ma sa solo motivare con un mandato di Dio, cioè per via di legge estrinseca.

 

[14] Per meglio intendere questo passaggio si ricordi che l’uomo, proprio mangiando le cose del mondo le fa diventare suo corpo e ad esse offre la sua identità personale. Noi siamo ciò che abbiamo assimilato; e ciò che abbiamo assimilato (sul piano fisico o psicologico) gode del nostro avanzare nella Vita. In questo modo tutto ciò che noi abbiamo ‘amato’ (cose ed animali) ci seguirà, come nostro ‘corpo’, nell’eone dell’anima (resurrezione dei corpi).

 

[15] Le ‘tuniche di pelle’ che il Cristo impone ai progenitori non sono certo un ‘montone rovesciato’, ma i segni del peccato connesso. Al loro sesso viene applicato un lembo di pelle (prepuzio fimotico e imene imperforabile) che ricorderanno il loro rifiuto della Vita. Perciò la liberazione sarà rispettivamente offerta attraverso la ‘circoncisione’ dolorosa, e l’esaltazione gratuita della verginità di Maria.