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“Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così” (II Cor.5,16)
Discorsi sul Cristo
Il Cristo e la morale scheda n.7 L’uomo e la Morale
Sommario: 1) Il bisogno di Dio; 2) Quale ‘uomo’?; 3) Peccato di ‘amore’ e di ‘gola’; 4) Il teologo moralista; 5) La morale del corpo e dell’anima.
1) Il bisogno di Dio Valutando ottimisticamente l’attuale stato della religione cristiana non metterò in primo piano la cd. ‘scristianizzazione’, ma viceversa il grande bisogno di Dio che avverto negli uomini. Se non lo si percepisce è perché si è dimenticato il Cristo, per predicare unicamente la storicità di Gesù; e per privilegiare gli aspetti visibili della Chiesa. Al di là di tutte le connesse aberrazioni pratiche, un segno da non sottovalutare consiste nello slancio della religione musulmana, e nelle tante manifestazioni cd. ’settarie’ all’interno del cristianesimo e fuori di esso. In tutto ciò mi pare di cogliere una incessante ricerca del numinoso. Poiché questo bisogno di Dio riguarda proprio chi è immerso nel mondo, la teologia che più di tutte deve farsene carico è quella morale. Essa deve rimettere al centro l’unico ed universale Cristo, e poi considerare l’uomo e il suo operare. Direi che prima deve preparare un banchetto di cibi appetitosi, e poi insegnare, con riferimento ad esso, come accostarsi e goderne. Oberati di ‘teorie’, di ‘concetti astratti’ di ‘norme disciplinari’, di ‘regolamenti istituzionali’, non c’è chi ci parli di Dio, e del suo Cristo. Di qui il fascino dell’Islam o delle sacralità orientali che, in questo silenzio della predicazione cristiana attenta solo a difendere l’istutzione, rivelano all’uomo di avere un grande Interlocutore, e di essere molto più che un sacco di pelle pieno di muscoli ed ossa.
Questo atteggiamento storicizzante ed intellettualistico ha praticamente messo in ombra l’autosufficienza del Vangelo che pure ufficialmente qualifichiamo ‘Parola del Signore’; lo diciamo Verbo di Dio che testimonia se stesso, e poi ci affanniamo a ‘provarlo’ con strumenti della cultura umana. Come dire che attraverso il ‘corpuscolo’ vogliamo provare l’esistenza del ‘campo’, o che mediante la ‘Sindone’ siamo garantti quanto alla ominizzazione del Cristo. Il fatto che l’uomo avverta dalle profondità del suo essere la presenza di Dio, di fatto è diventato un momento marginale; e ricordo che, da giovane, mentre Dio lo sentivo dentro di me insieme a mille contraddizioni, mi mettevano avanti astrusi e gelidi libri che ‘dimostravano’ la sua esistenza. Per questa via il messaggio divino, direttamente operativo nelle coscienze, viene incapsulato nel falso realismo delle scienze fisiche e morali. La teologia morale si tramuta così in teologia dimostrativa e non esplicativa; e fida più sui suoi ‘dunque’ che sulla forza dello Spirito che dall’intimo del cuore fa gridare all’alto: ‘Padre!’. E lamentiamo che il cristiano si rifugi ad es. nello yoga o nella meditazione trascendentale.
2 ) Quale ‘uomo’? Oggetto della ‘morale’, per sentire corrente, sono i comportamenti dell’uomo che ha raggiunto la capacità di decidere. Così, anche tralasciando anche le qualità intellettuali e di cultura che deve possedere per dirsi uomo moralmente responsabile (questione che fece ipotizzare per gli amerindi la natura di bestie), di fatto è messo in evidenza, quale soggetto-oggetto della morale, l’uomo nella sua qualità corpuscolare. Quello cioè fatto di carne e di ossa, e gestore di attività immateriali quali il sentire, il pensare ed il volere, dipendenti dal suo cervello e dal suo chimismo. In una parola, l’uomo carnale che si impone come centro significativo della storia. In questa ottica si verificano allora due situazioni estremamente singolari: a) la riflessione morale non tiene conto della dimensione animica che pure costituisce una componente coessenziale all’uomo; b) la stessa dimensione corpuscolare, per quanto assunta come punto di riferimento, viene poi emarginata e sostituita dal ‘concetto’ di uomo, cioè da una figura astratta alla quale il singolo e concreto essere umano viene equiparato dal teologo, attraverso un procedimento intellettuale.[1]
A mio giudizio, oggetto primario della morale non è l’uomo, ma la traiettoria del Cristo nella quale ogni creatura è implicata. Per intenderci, un pediatra non comincia col teorizzare le malattie del bambino per poi comprendere che cosa è il fenomeno della ‘crescita’. Anche se nella sua riflessione parte da questo punto (di facile esperienza), la finalità e l’oggetto del suo studio sarà proprio il fenomeno della ‘crescita’ che egli cercherà di inquadrare in una visione ampia della vita. Come, mi chiedo, si può costruire una teologia morale senza avere chiaro il dinamismo del Cristo? Il pediatra che studia l’evolversi del bambino neppure si ferma poi ai meri ed episodici dati corpuscolari, ma presuppone ed indaga una forza vitale unitaria che presiede, guida e dà impulso alla crescita di quello specifico soggetto. Il Bambino non è un motore, una macchina, ma un essere vivente.
Stranamente la morale, nella sua accezione corrente, non tiene conto che dietro il succedersi caotico e contraddittorio degli io carnali (che pure inducono ad operare) c’è un ‘Io’ animico in formazione, che non può certo considerarsi come un deposito in banca, o un gioiello messo in cassetta di sicurezza. L’anima ha un ruolo attivo e bisogna approfondire la sua operatività proprio in relazione alla dinamica del Cristo, cioè a quel suo divenire che ho chiamato ‘Teogonia’. Quest’ultima (che ho derivato dal racconto della Genesi) chiarisce che il Cristo creato è rivestito di ‘animicità’ e quindi quelli che chiamiamo ‘cori angelici’ altro non sono che l’evoluzione di questa animicità, cioè le anime umane personalizzate che, variamente perfette, formano il suo ‘corpo’ glorioso.[2] I nostri ‘angeli’, cioè le nostre anime, sono dunque in Cristo; dice il Vangelo: “Gli angeli di questi piccoli contemplano il Volto di Dio” , cioè il Cristo.[3] Se queste premesse sono esatte, diventa imprescindibile, trattare nel discorso morale della relazione dei corpi con le loro anime; che anzi proprio questa relazione si pone come il principio della moralità, in quanto il costruire liberamente la propria anima personale costituisce il modo di partecipare attivamente e pienamente alla traiettoria del Cristo. Essere ‘Giusti’ equivale proprio a raggiungere questa meta creaturale; laddove essere ‘Santi’ riguarda lo scatto ulteriore verso la Santità.
Meditiamo su Giuseppe, sposo di Maria; egli è chiamato ‘uomo Giusto’ proprio perché partecipa alla realtà creaturale dell’animicità; e il segno è costituito dal suo sognare; in esso la sua anima (Angelo) gli rivela come deve comportarsi quanto al Bambino che deve nascere. Un evento questo che indirettamente chiarisce come, proprio attraverso la propria anima, ogni uomo può orientarsi a ciò che neppure conosce (il Cristo) e disporsi ad accettarlo e seguirne la traiettoria che conduce alla divinià. Prendendo spunto proprio da questo racconto, si può allora ipotizzare che la dimensione della moralità, nel suo momento iniziale, si fonda proprio sulla relazione fra Anima ed Esistenzialità (Corpo). E’ l’anima (il nostro tradizionale Angelo Custode) la guida della vita morale; quella ‘coscienza’ pura che, al di là di ogni conoscenza mentale, guida correttamente il nostro operare ed è totalmente libera (libero arbitrio).[4] In conclusione, col recupero dell’anima si può cominciare a individuare più precisamente l’agire morale.
Ma questa chiarezza non sarebbe completa senza recuperare anche la ‘carnalità’ dell’essere umano, posto che, proprio attraverso la sua esistenza l’uomo costruisce il suo specifico ‘Sono’ animico. Questo del ‘corpo’ è un tema di fondamentale importanza che non si riesce a discutere con equanimità e pacatezza, in quanto viene subito sommerso da una casistica di eventi negativi, ed è liquidato appiccicandovi etichette di ‘edonismo, materialismo, consumismo’ ed altri consimili. Ma, così facendo, non si sorregge e conforta il cristiano; invece di sentirsi aiutato a comprendere se steso, egli si avverte solo giudicato per situazioni e comportamenti al fondo dei quali avverte un che di vitale. Perciò l’insegnamento morale della Chiesa scivola sulla storia e resta bello ed immobile come quelle lapidi che si incontrano via facendo, e che nessuno si ferma mai a leggere. Intendendolo invece come un segnale stradale, allora sì che il viandante si ferma a prenderne atto; poi, potrà anche violare quell’indicazione, ma ormai sa quale è la strada giusta.
Se l’uomo va considerato ‘buono’ anche nella sua corporeità, quel tante volte richiamato ‘fomite della concupiscenza’ (al quale si finisce col riconoscere una sostanza ontica) non è altro che il complesso dei bisogni che derivano naturalmente dalla sua corporeità. Essi non possono essere eliminati, se non si vuole dissossare l’uomo; ma vanno compresi non tanto ‘in sé’, quanto nella loro relazione con la pienezza della natura umana che è formata anche di un’anima immateriale. Questo, io credo, è l’unico modo per non arrendersi al detto ‘fomite’ (parola per altro orribile e fuori vocabolario). Quando il bambino comprende il significato vitale del ‘mangiare’, che prima lo guidava ad arraffare ed eccedere, allora da ‘mangione’ diventa un ‘buongustaio’. Così, ciò che prima era un eccesso contro la Vita, diventa una maniera per sperimentarne le delizie.
3) Peccato di amore e di gola Ciò che manca all’interno della nostra educazione morale è proprio quanto (a torto o a ragione) viene coltivato in alcune scuole religiose orientali. Lì si apprende a tradurre in un momento di crescita personale non solo il mangiare, ma anche l’amore (ideale e fisico). Noi invece predichiamo solo l’eliminazione dei bisogni, per cui abbiamo conosciuto gli eccessi della Tebaide, quando l’avvilimento totale del corpo era considerato segno di santità. La morale sessuale matrimoniale, correntemente insegnata, viene infatti recepita come uno snervamento della realtà coniugale, legata dal moralista alla figura astratta di uomo ‘apollineo’. Eppure nel Giardino Dio diede all’Adamo corporeo tanti ‘legni’ i cui frutti erano perfettamente commestibili, davano gioia ed aiutavano a maturarsi fisicamente, per accostarsi al frutto della Conoscenza. Perché allora non predicarli positivamente questi ‘legni’, ed invitare il cristiano a fare tutto ciò che è bello, buono e gioioso, così come suggerisce Paolo? Mi si dirà che tutto ciò lo si è sempre fatto. Ma io non guardo ai ‘libri’, ai ‘documenti’; piuttosto considero le prediche della domenica o dei corsi prematrimoniali, le indicazioni dei confessori, e le ‘regole’ dei seminari. Purtroppo, come dicevo, nella predicazione sono sempre prevalsi i ‘difensori della Chiesa’ , quelli che il Vangelo profeticamente stigmatizza nella figura di Simone, pronto a morire per difendere Gesù, e poi il primo a rinnegarlo. Sono prevalsi i ‘paurosi’ che, sempre (e non a caso) come Simone, temono di camminare sulle acque, e trovano più comodo demonizzare quanto esige una articolata ed a volte rischiosa dialettica. Inoltre, poiché il trattar di ‘morale’ sembra riservato ai chierici, nei loro discorsi rifluisce sempre il mal digerito ‘celibato’ che, ad onta di tanti belle frasi ricche di ‘unzione’, costituisce per troppi sacerdoti solo una ‘privazione’, un annientamento della propria sessualità sia psicologica che fisica, o peggio una tormentata e negativa fuggevole esperienza.
Eppure se la Morale vuole riferirsi all’uomo che concretamente esiste in questo mondo, essa non può limitarsi ad insegnare l’amore partendo dalle ipotesi astratte contenuti nei libri dei teologi, quasi esso fosse un viaggio del quale si possono prestabilire orari e tappe. Mio padre, che era un autentico credente e praticante, e che aveva ben dieci figli, mi stupì quando mi disse che era favorevole al matrimonio dei preti. Ed a me, convinto celibatario, che glie ne chiedevo la ragione, rispose lapidariamente: “Così capirebbero qualcosa”. Lo sforzo che a mio giudizio bisognerebbe fare consiste in un’opera di reale educazione. E’ ciò che ha fatto la società quanto al ‘mangiare’ che una volta era il materiale del gravissimo peccato di ‘gola’. Se quest’ultimo è praticamente scomparso, non lo si deve certo ad una riflessione dei predicatori. Non si faccia così per l’amore; non lo si lasci ai tortuosi cammini della sensibilità culturale che avanza per tentativi, ed a volte in forme aberranti; si provi a coglierlo piuttosto nella forma giusta, e cioè come apertura ad una maturità. Nascendo dalla struttura stessa dell’uomo carnale, l’amore, sia esso psicologico e\o fisico, costituisce il punto massimo del ‘sentire’ umano e quindi una strada importantissima della conoscenza. Ad un ragazzo innamorato è facile parlare di Dio, della Vita, della trasfigurazione delle cose, di un cammino verso la pienezza; queste cose egli le ha già intuite, ed in qualche modo le sta già sperimentando. Certamente l’amore, come atteggiamento psicologico e come tensione fisica, può ripiegarsi su se stesso e diventare l’unica meta da raggiungere; ma questo molto spesso non va neppure sottolineato, perché è già per l’uomo motivo di sofferenza. Ciò che va annunciato è che esso è anche potenzialmente un’apertura a qualcosa di ben più grande. Lo sperimentano gli uomini (catechismo biologico) quando transitano da una gestione tumultuosa della propria sessualità ad un sentito amore coniugale. Ed allora perché condannare (giustamente) quella prima manifestazione, e non insegnare concretamente la positività della seconda?
Non c’è dubbio che tutto quanto dico è stato già teoricamente affermato dai moralisti, ma basta seguire un corso prematrimoniale per rendersi conto che l’impostazione mentale di chi se ne fa maestro è grosso modo il seguente: Voi volete sposarvi e questo è un fatto vostro; io vi ricorderò i limiti morali del vostro amore. Se fossimo più aperti a cogliere nella ricerca dell’umanità la Voce del Cristo che a tutti ha parlato, forse guaderemmo con occhio diverso, e in qualche modo cercheremo di imitare, quelle ‘ascetiche dell’amore’ che si sottendono a diversi percorsi religiosi. Quelle che predicano anche l’astinenza e suggeriscono forme molto elaborate di esercizio della sessualità, ma inquadrandole in un percorso che permette all’uomo di impossessarsi pienamente degli atti di amore, per potersi costruire ad un livello ancora più alto. E proprio questo mi sembrò di cogliere in quella parte della Humanae vitae’ che fece guadagnare a Paolo VI l’accusa di ipocrisia; laddove invitava i coniugi all’astensione dagli atti coniugali per non concepire un figlio al quale era impossibile offrire una vita adeguata; e suggeriva di ricorrere alla penitenza se non ne fossero stati capaci.[5] Una morale per l’uomo di carne e di ossa non può prescindere dall’amore come valore; ma dall’amore per come è, e non per come lo immaginano i celibi (con disturbi di digestione).
4) Il teologo moralista Il moralista, che in genere viene considerato uno ‘specialista’ di diatribe sulla moralità di gesti e situazioni, dovrebbe a mio giudizio somigliare ad un ‘medico rianimatore’ al quale si chiede innanzi tutto di essere un buon internista, e poi un terapeuta d’urgenza capace di risollevare il paziente dalla sua infermità. Fuor di metafora, il moralista è colui che deve aiutare a crescere con una ‘dieta’ personalizzata chi si è fermato nella sua evoluzione; e deve farlo quindi non chiedendogli più Grazia di quanto Dio glie ne ha data. In parole povere non deve usare la sua morale come il famoso ‘letto’ di quel Procuste che tagliava o stirava le gambe a coloro che erano rispettivamente o troppo alti, o troppo bassi. Il mio vecchio professore di morale mi insegna ache la maniera più facile per massacrare un penitente era quella di scaricargli addosso la mia personale coscienza. Il moralista, ad imitazione di Gesù grande testimone per i suoi discepoli, è un testimone. Già il ‘catechismo biologico’ insegna che nei momenti di difficoltà si cerca un terzo che non ci giudichi, ma ci voglia bene; che ci prospetti una situazione solutiva alla quale noi non eravamo in grado di giungere; ed al tempo stesso, proprio perché ci ama, inneschi in noi la forza per superare le avversità ed adeguarsi alla soluzione prospettata. La morale quindi va scritta nei confessionali e non dietro un tavolino.[6] Un bambino capace solo di ‘gattonare’ viene dalla madre appoggiato ad un muro in posizione eretta; accovacciata di fronte a lui la madre lo invita a muovere i primi passi e raggiungerla; il bambino ha paura di cadere, ma ha piacere di toccare quel seno. Ed allora, se più forte della paura è la sua fiducia nel sostegno in caso di caduta delle braccia materne, egli sperimenterà i primi passi e, sempre più fiducioso perché sostenuto in ogni caduta, imparerà a camminare. Questa, a mio giudizio, la collocazione di un teologo moralista. Le sue braccia sono molto più importanti dei suoi precetti e delle sue dimostrazioni; ed ancora più importante è la meta che egli pone davanti al cristiano: raggiungere il petto del Cristo. Se invece il teologo enuncia comandi e mandati di un Essere superiore (che neppure si vede, né dà segni di garantire la correttezza di quei comandi e di quei mandati) il cristiano resta immobile in ciò che si avverte di essere, ed in ciò che conosce (il muro dell’esempio). Potrà anche tentare qualche passo, ma ai primi successi seguiranno fallimenti e cadute; ed allora sopraggiungerà la delusione, il senso di impotenza, la paura della trasgressione commessa. Ecco il tormento della morale così come viene insegnata e\o recepita. Io credo piuttosto ad una grande partita di pallone, dove un giocatore può sbagliare cento tiri, ma, sapendo di avere in squadra Maradona, sa che prima o poi quel campione gli passerà un pallone che egli dovrà solo appoggiare in porta; sa che comunque la partita sarà vinta.
4) La morale del corpo e dell’anima Nell’area della storia, segnata dallo scorrere del tempo, il passato non si può eliminare ed il futuro è totalmente incerto nel ‘se’ e nel ‘come’. In questo eone, come un cieco che guida un altro cieco, l’effimero e transitorio io carnale, molto sicuro di sé, si fa guida del corpo. Pur vantandosi stabile e sempre uguale a se stesso ‘Sono fatto così’, ‘è la mia irrevocabile decisione’), esso sa di modificarsi continuamente; da questa contraddizione nasce l’istinto di conservazione che costituisce l’essenza dell’egoismo. L’io cerca così, di mantenere ferma la situazione presente, e di restare dov’è; perché conosce entrambe le cose e questo gli dà sicurezza. Il catechismo biologico insegna che il bambino si conosce come essere infantile, e ha padronanza delle sue infantili operazioni; per ciò stesso egli, pur se ne subisce il fascino, teme l’adolescenza come un terreno selvaggio tutto da esplorare. Se cede a questi sentimenti egli diventerà uno squallido e triste Peter Pan (forse questo nome voleva indicare un ‘Pietro che si avverte il tutto’). Chi sceglie di restare fermo, nell’illusione di una maggiore sicurezza, scopre presto che lo scorrere del tempo modifica la sua persona, e svuota di significato anche quelle scelte che gli sembravano coerenti e immodificabili. Che inoltre il mondo con cui deve misurarsi è qualcosa di amorfo e ben diverso da come egli lo aveva letto e preso a riferimento. Che tutto è dominato dal determinismo contro il quale non ci si può ribellare, sicché la realtà cambia e fa cambiare come vuole ogni essere umano. Certamente egli cercherà di affermare la propria libertà, ma alla fine non gli resterà che mentire ripetendo a se stesso la frase del tutto falsa.: Io sono fatto così. Proprio quando si prende coscienza di tutto ciò, si comincia a dare peso a questa o quella esperienza che sembra aprire uno spiraglio su una dimensione nella quale l’Io resta veramente stabile, fino ad essere immortale. Dove passato e futuro non hanno più il potere rispettivamente di uccidere il vissuto, e di prospettare una strada totalmente vuota ed imprevedibile. Si intuisce allora che nella sofferta illibertà da un mondo dominato dal determinismo c’è una porta stretta che apre alla libertà, quella autentica e non quel ‘libero arbitrio’, tanto solennemente affermato in teoria, quanto continuamente sconfessato dalla umana fragilità. Chi non si chiude a tale speranza comincia a desiderare di giungere in questo eone superiore, e comprende che la moralità della sua vita consiste proprio nell’aprire quella porta, impegnandosi, all’interno ed all’esterno, in ogni attimo della propria esistenza, a spingere quel battente. Diventa allora un uomo intrinsecamente ‘morale’ che neppure necessita di essere richiamato quando sbaglia, perché al fondo la delusione della sconfitta già lo giudica e lo richiama a ricominciare. Comprende che la sua ricerca passa attraverso quel corpo che a volte prepotentemente lo spinge all’inerzia, ed è sonnolento come i discepoli nell’Orto degli ulivi. Ma pure che la relazione con quel Qualcuno che è sullo sfondo, in una tenebra luminosa, riguarda essenzialmente la sua anima immateriale. Allora proprio quell’anima che egli giorno per giorno costruisce con i suoi atti esistenziali si rivela come il vero soggetto dell’impegno morale, quello che gioca tutto nell’acconsentire o nel rifiutarsi. Vincenzo M. Romano 2003
[1] Ricordo ancora con stupore le enormità che un mio docente di morale affermava in ordine alla vita sessuale dei coniugi, e sulle quali costruiva tesi che non stavano né in cielo né in terra. Non riuscii a fargli capire che in punto di fatto le cose stavano un po’ diversamente da come egli le disegnava, ricavandole dai testi di morale che aveva studiato.
[2] Chiarisco: a mio giudizio, gli ‘Angeli’, intesi come soggetti, sono proprio le anime, sicchè non ne va immaginata una diversa origine, ma essi si inquadrano principalmente nelle sezioni iniziale e finale dell’unica Creazione. Nel Cristo increato si raccoglie invece la ‘comunione dei Santi’, cioè di coloro che partecipano alla sua divinità. Perciò Maria (figura della Chiesa) vien detta Regina degli Angeli e dei Santi. Alcuni indizi mi fanno ipotizzare che la sezione della Bibbia dedicata alle anime (Angeli) sia proprio quel libro della ‘Sapienza’ che, scritto in greco, fu rifiutato dal Canone dei giudei. Il termine ‘Sofia’ letto come ‘Sof-Ia’ potrebbe intendersi proprio come ‘La Grande voce determinata’ e cioè l’anima. ‘En sof’ è un’espressione che dice ‘Il non determinato’.
[3] Rifletto su un dato facilmente reperibile: intorno a Dio e all’uomo, che considero gli unici soggetti in gioco, è nata una folla di altri personaggi che sembrano vantare una loro autonomia; penso agli Angeli, ai Diavoli, ai Santi. A me pare che questa pluralità derivi da una specie di ‘orrore della solitudine’ il quale cerca una soluzione, imitando la traiettoria del Cristo che da uno si fa molteplice. Così noi isoliamo in soggetti diversi il nostro stesso ‘doppio animico’ ed esso diventa Angelo, diavolo, Santi; essi ci consentono in qualche modo di deresponsabilizzarci (la colpa è del diavolo) e di avvertirci aiutati (Angeli e Santi). Qualcosa di simile mi è parso di cogliere nell’induismo che ha riempito di ‘dei’ il ‘vuoto’ della visione buddista del creato.
[4] E’ certo un segno dei tempi il prepotente ritorno della angelologia che occupa oggi un posto importante nel discorso culturale umano e che i teologi snobbano, soddisfatti (si fa per dire) delle loro proposizioni intellettuali formulate su questo tema.
[5] Questo grande papa ebbe il merito di spostare in avanti la ‘Legge’ e di porla come una grande meta da raggiungere. Voi tante volte sbaglierete, egli disse, ma cercate di personalizzare il vostro atto d’amore perché quel figlio che non potete ancora generare, e proprio per amor suo, voi lo costruirete nella vostra astinenza, sicché quando egli nascerà sarà figlio della vostra totale umanità, e non solo di un fugace ed incosciente atto d’amore fisico. E voi, facendo leva su voi stessi e non su un intervento farmacologica contraccettivo, imparerete che l’amore costruisce l’uomo anche quando sembra che non si sperimenti. Una morale di costruzione e non di mera obbedienza ad un precetto.
[6] S. Alfonso, che teorizzò il rifiuto della assoluzione, confessava di non averlo mai inflitto. Ma non so quanti hanno tenuto presente questa testimonianza nell’interpretare i suoi libri. E, per venire più vicino a noi, quanta differenza fra una accademica lezione di morale, e una confessione fatta ad un moralista! Proprio queste esperienze mi hanno fatto sentire l’odore di falso in tanti libri, e mi ha convinto a non scrivere per circa 40 anni un solo rigo di morale.
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