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SCHEDA  n. 6.b

Il Teologo come ‘Profeta’

 

Sommario: 1) Profezia ed Istituzione: 2) Et diviserunt vestimenta mea; 3) Teologia e Concili; 4) Tornare ai Padri; 5) La solitudine d Pietro

 

1 ) Profezia ed Istituzione

Fino ad ora ho assunto come punto di riferimento la prima e più grande scuola teologica della Chiesa, quella greca di Alessandria. Ora, riprendendo quanto avanti accennato, cercherò di evidenziare come la figura del teologo-profeta si trasformò, relazionandosi ad un diverso modo di presentarsi della Chiesa.

La situazione iniziale (teologo-profeta) cominciò a modificarsi quando la Gerarchia Ecclesiastica policentrica divenne sempre più dominante, ed  assunse in prima persona la paternità delle tesi teologiche. Il vescovo e il Sinodo cominciarono a porsi come punto di riferimento istituzionalizzato di una pluralità di teologie che il clima polemico del tempo etichettava, e spesso ad invicem, come eresie.

Va ancora considerato che si attuava una progressiva presa di coscienza del bisogno di unità nelle professioni di fede, unità di cui si facevano garanti prima l’Imperatore e poi il Vescovo di Roma e i vari Patriarchi.

La concorrenza di questi fattori spinse ad una scelta che mi sembra più figlia di una umana prudenza, che della mozione dello Spirito.  La soluzione fu vista (e poco importa la coscienza che si ebbe del fenomeno) come un dover amputare la fioritura teologica sbocciata sulle narrazioni sacre (considerate come metafore), e lasciar spazio solamente ai ‘fatti’ raccontati, considerati incapaci di generare eresie.

Restava però insoddisfatta l’esigenza di una meditazione teologica che esprimesse il contenuto spirituale del testo, perché, come è evidente, un ‘fatto’ può solo esistere o non esistere; essere accettato come vero o come falso; ma, se considerato per sé, produce un ridottissimo riverbero sulla coscienza complessiva dell’uomo.[1] 

Vicino al recupero della ‘fattualità’, come sostitutivo della meditazione spirituale, quale nuovo idolo si fece poi strada il ‘mentale’, che traduce la fede tradizionale e le affermazioni della Scrittura, in ‘concetti’, in ‘universali’ logici. Uno strumento quest’ultimo estremamente affascinante in quanto esalta l’uomo, facendo scattare in lui la più forte delle molle istintuali: quella del possedere (com-prendere).

Da quel punto in avanti la teologia  comincia sempre più a riempirsi del nome di Dio, ma metodologicamente diventa sempre più mondana e morta;  un teatro di ombre cinesi (perché i concetti sono ombre, silouhettes), che si scontrano in una continua lotta, e si moltiplicano a dismisura per via di filiazione e di cariocinesi.

Divenne così dominante una teologia non più fondata sul Testo Sacro e sulla Ispirazione, ma sui concetti enucleati, che via via diventavano sempre più autonomi ed autoreferenziali; e si edificò così quel munito palazzo teologico  nel quale possono entrare solamente i nobili (teologi), mentre la servitù della gleba , incapace di pensiero riflesso, è costretta a restare fuori a raccogliere briciole, come il Lazzaro della parabola.

E se fu la prudenza spirituale a suggerire ai Padri greci di tenere nell’ombra le mille possibili letture della Parola di Dio (per comunicarle discretamente solo a chi cercava con fede),  ora solo una gelosia di potere spingeva a mettere sotto chiave le idee partorite dai teologi. Si dilatò così quella grande ignoranza che ancora oggi, ad onta di tanta alfabetizzazione, è di tutta evidenza.[2]

Questo arroccamento, questa economia curtense, dimentica del mandato a predicare ai poveri, ha assunto negli ultimi tempi proporzioni preoccupanti.

Ed infatti l’acquisizione, sempre crescente, degli strumenti storico-intellettuali (archeologia, scienza del pensiero, storia, linguistica, filologia etc.)  ha edificato una seconda cinta muraria  intorno al già munito castello.

Entrare nella fortezza, per verificare la correttezza della costruzione, è diventato quasi impossibile; e non solo al servo della gleba, ma finanche agli addetti ai lavori (teologi). Questi ultimi sono stati costretti a ritagliarsi ognuno un settore, per poi dipendere, quanto agli altri, dai rispettivi ‘specialisti’. L’odierna medicina delle specialità, dove ognuno cura una parte del corpo, e  nel frattempo tutto il paziente se ne muore, mi pare una calzante similitudine.

 

2 )  Et diviserunt vestimenta mea

L’effetto più deleterio di detta impostazione non sta solo nell’avere tradito la ‘Profezia’ per la ‘dottrina’, ma nell’aver lacerato il corpo teologico del Cristo. In questa economia medioevale sono molti i vassalli, i valvassori, e i valvassini, ma manca proprio l’imperatore garante dell’unità del sistema.

Fuor di metafora non c’è tra i teologi chi annunzia unitariamente e globalmente il mistero del Cristo in una forma comprensibile; al contrario, vi sono una miriade di onerosi studi settoriali che i fedeli neppure guardano, preferendo volgersi al parlare ‘Profetico’ di qualche servo della gleba (penso a G. Bosco, Padre Pio etc) che in quel palazzo non è mai entrato perché non è un ‘dottore’.

Certo non si può dire che l’esigenza di una visione unitaria sia scomparsa; anzi da sempre qualche teologo ha cercato di costruire una ‘Summa’, ma per potervi entrare bisogna previamente prestare una onerosa adesione al sistema intellettuale che organizza e sostiene quell’opera. Così circa mille anni or sono Tommaso operò una sintesi, ma per entravi ancor oggi bisogna diventare ‘tomista’. Un pedaggio così esoso che nessuno vuol pagarlo, anche perché si rende conto che questo enorme studio, se pure gli consentirà di leggere l’opera teologica, non darà risposte ai suoi problemi, inquadrati in una ben diversa visione del mondo.

In parole povere, dopo secoli di sopraelevazioni, aggiunte e rifacimenti, è praticamente faticosissimo leggere un testo che faccia il punto anche sul più limitato argomento teologico. E spesso a questa fatica non segue un risultato apprezzabile.

 

Quando si è preso atto che le grandi ‘Summae’ restavano sepolte nelle biblioteche, si è seguita l’antica regola della magia imitativa, e si è ricorso al molto piccolo per indicare il ‘troppo grande’. Si è allora inaugurata una specie di ‘fabbrica di confetti’ che sforna prodotti da consumo come catechismi et similia. Così. alla pratica ingovernabilità del coperchio intellettuale calato sulla pentola ardente della Scrittura, si è aggiunta una specie di tavola calda, un  fast food  teologico.

In conclusione, se all’inizio si prendeva a base il ‘Testo sacro’ e la Tradizione viva delle Verità fondamentali (poche e sufficientemente semplici), ora la teologia dogmatica e biblica, gravata dall’immenso castello del ‘già pensato’, proprio da questa passata riflessione prende le mosse, aggiungendo qualche ornamento, od operando qualche modifica. E sembra quasi che Tommaso o Lagrange  prevalgano sul Cristo.

Viene allora da chiedersi: ma funzione del teologo è cercare la Verità, o difendere il già pensato?  Sta di fatto che, nonostante le retoriche proclamazioni, assistiamo alla sostituzione, per diritto di anzianità, della parola dell’uomo a quella di Dio. Eppure il mandato di Gesù non impegnava a commentare in base a ricostruzioni storiche le Verità della Scrittura, bensì a predicarle, alla luce della propria fede vissuta. [3]

 

3 ) Teologia e Concili

Un ultimo dato, costituito dall’incidenza dei Concili, permette di comprendere meglio il passaggio dal diffuso e vario teologare di ogni Figlio di Dio e della Comunità, all’attuale teologia storiografica e intellettuale.

La psicologia ‘conciliare’, naturalmente condizionata e dipendente dal commercio ideologico, ha fomentato un’adesione uniforme e comunitaria all’unica Fede attraverso formule sulle quali incontrarsi. Una linea di tendenza che finì col generare una fiducia eccessiva nella capacità delle formule di esprimere la fede dei singoli, e la Comunione della Chiesa.

Prese corpo allora l’eterna illusione di utilizzare il concetto (l’immateriale  mentale per dire l’indicibile) come mediazione e collante di comunione. Di qui gli equilibrismi letterari tesi a raggiungere un punto di convergenza  intellettuale; e di qui l’inevitabile scisma o la dolorosa eresia che ineluttabilmente precedono o seguono i concili. L’illusione di equiparare adesione mentale ed esperienza viva di fede , è stata a mio giudizio la radice  di tanta intolleranza religiosa e di troppe scomuniche che ora andiamo raccattando.

Inoltre, il tema trinitario e cristologico che interessò i primi concili era il più adatto ad aggiungere legna al fuoco. I Padri conciliari sapevano bene che, a differenza di tanti testi sacri dell’antichità, la Bibbia, nella lettura corrente, non propone una ‘teogonia’, cioè una rivelazione del mistero proprio di Dio. Si rendevano conto anche che i due pilastri della fede, e cioè la Trinità e l’Incarnazione, erano praticamente assenti dai testi vetero testamentari (così come proclamati nel tempio), e solo recuperabili, con qualche difficoltà, da pochi passi del NT, a volte anche contraddittori.

Si dovette allora porre fra i Padri un problema: evidenziare le letture profonde della Scrittura che chiaramente testimoniano una ‘teogonia’ e i grandi misteri della fede? oppure, continuare a tacere sui testi, e proporre formule intellettuali riassuntive di quelle rivelazioni?

Fu scelta la seconda soluzione.

 

Sapendo ancora che l’atto di fede che coopta alla Chiesa è racchiuso nella frase ‘Gesù è il Cristo’, i Padri si resero conto che bisognava indicare chi fosse questo Cristo, e collegarlo ai due misteri fondamentali e cioè Trinità ed Incarnazione. Ma sapevano bene che anche sul Cristo (come lo intende Paolo) la Bibbia (per come la si proclamava) era molto, ma molto reticente.

Per risolvere questi terribili problemi, i Padri conciliari, come ora ho accennato, non potendo utilmente appoggiarsi alla Scrittura (che andava adeguatamente ricompitata svelando così a tutti il suo mistero) scelsero di tenerla fuori dal discorso essoterico.  Si inventarono allora –cosa inaudita- delle parole nuove (o almeno si mostrò di fare così),  e con esse costruirono delle formule che divennero i dogmi.

Da quel momento, invece di meditare in forma più penetrante la Scrittura, i teologi, polemizzarono segretamente fra di loro sulla interpretazione dei testi sacri, ma ufficialmente si dedicarono a discutere sulle parole nuove come  ‘ousia’ o ‘ipostasis’.  E i loro epigoni, ormai lontani dal testo sacro, credettero che fare teologia equivaleva a discutere su quelle parole.

Ovviamente, con grande sapienza retorica e teologica, essi inserirono nei loro discorsi anche testi scritturistici; ma sapevano bene che il volgo li avrebbe letti secondo la tradizione corrente, avrebbe compreso poco,  creando così poche occasioni di eresia.  Naturalmente quegli stessi testi avrebbero aperte al saggio ben altre porte sulla disputa teologica e sul mistero.

Così credo che accadde nei primi secoli, per cui reputo che i testi patristici (come oggi si dice di Platone) andrebbero letti più per ciò che non dicono che per quanto manifestano. Una controprova l’ho raccolta dalle ‘Confessioni’ di Agostino, avendo avuto l’idea di leggere in greco, e non in latino, i testi scritturistici che egli cita (vedi in questo sito, voce ‘patristica’).

Purtroppo, bisogna constatare che, con lo slabbrasi delle scuole ove si attuava la tradizione di un corretto leggere, molti ‘dottori’  hanno preferito (e continuano a preferire) la lettura riservata al volgo.

La conclusione: poiché pochi sapevano ‘leggere’ la Bibbia, ed anche quelli che si consideravano dotti si limitavano a ripetere la lettura del testo loro insegnata, le formule conciliari  sono rimaste evidenti solo nella loro forma sintattico grammaticale, e in relazione al linguaggio corrente  all’epoca. E poiché all’apparenza in esse la Bibbia sembra circoscritta a mere ed erratiche citazioni di supporto, un  poco per volta le formule conciliari divennero esse proprio la Parola di Dio primaria ed autofondata.

 Ciò spiega come, nella predicazione corrente, rinnovellando la pratica giudaica del Targum (Commento), viene ancor oggi citata più la parola del Magistero che quella di Dio esposta nella Bibbia.

 

Osservando questo discorso intellettuale dal punto di vista del contenuto, il guasto più grande a mio giudizio è stato causato dall’avere immesso l’enorme  figura transtorica del Cristo in quella del  Gesù uomo, per di più dimenticandone finanche la dimensione animica. Così sembrano affermare i primi Concili, almeno a chi legge in superficie.

Questa identificazione, per altro del tutto ortodossa, era però pericolosamente incompleta; ed inoltre accentuava la deriva (forse nemmeno voluta) dello storicismo. Da quel momento, l’attenzione venne orientata più sul Gesù storico che sul Cristo transtorico, e ciò facilitò l’interpretazione fattualistica della Bibbia (Scuola di Antiochia). 

Sta di fatto che da quel momento l’atto di fede: ‘Gesù è il Cristo’  divenne una formula anagrafica: ‘Gesù Cristo’ e, senza accorgersene, il ‘Cristiano’ divenne ‘Gesuano’. (vedi scheda ‘Cristiani o Gesuani?).

Alla teologia intellettualistica (dogmatica), naturalmente portata ad essere esclusivista, si aggiunse dunque una sensibilità storicistica, e cominciò così la costruzione di quel ‘castello’ munito, nel quale oggi nessuno riesce ad entrare liberamente. Il Teologo-profeta lasciò il suo posto al ‘teologo-mentale’, al ‘dottore’; si inaridì il Sensus fidei della Chiesa, e il cristiano si trasformò in suddito di una legge.

Se la mia analisi è fondata, come si può oggi far carico al Popolo di Dio, di avere, nel costruire la società, tradito i dettami del Cristo?  Forse quella ‘penitenza’ che ossessivamente viene proposta al singolo andrebbe riferita proprio alla Istituzione ed alla Teologia.

 

8 ) Tornare ai Padri

La prima teologia, nata con i ‘Padri’ della Chiesa greca, aveva caratteristiche specifiche che permettevano di risalire ad un corretto identikit del fenomeno ‘cristianesimo’ nei suoi aspetti soggettivi ed obiettivi.

Con la loro testimonianza i Padri attestano che, nella Chiesa voluta dal Cristo, ogni fedele è soggetto che deve liberamente riflettere sul mistero di Dio e dell’uomo, costruendo esplicitazioni sempre più precise della fede. Così nacquero le tante opere che oggi rappresentano un vero e proprio tesoro per la Chiesa. E mi riferisco non solo agli scritti (che oggi sono considerati gli unici ‘loci’ teologici), ma alla liturgia, alla religiosità popolare, al canto, all’arte sacra etc.

Per queste molte vie si venne così a formare il sensus fidei della Chiesa, oggi sostituito talvolta dalla valutazione autoritativo di un singolo membro del clero che ‘interpreta’ ciò che a volte neppure conosce, e che forse neppure esiste.  San Paolino da Nola, che era vescovo afferma: noi pendiamo dalle labbra dei fedeli.

 

Credo che sia giunto il tempo di riflettere se non convenga ritornare alle origini, utilizzando l’altissimo potenziale intellettuale delle moderne società, ed invitando il popolo cristiano a scalare il Mistero di Dio e dell’uomo, attraverso un ricorso continuo ed ispirato alla Scrittura ed alla Tradizione, e con la coscienza di essere sempre in itinere, per una maggiore conoscenza del Mistero.  

Come ho detto, dai Padri greci possiamo apprendere una grande lezione che troppo approssimativamente viene espressa dal termine ‘tolleranza’, termine proprio della sapienza umana e non spirituale.

A me pare che, mentre proponevano alla cultura dominante (quella greca) la novità del Cristo, essi si sentivano ‘cattolici’, cioè sicuri che il Cristo era presente ovunque, perché in Lui fummo creati. Non per un quieto irenismo, non per realizzare un processo di fusione sociale e culturale, essi mediarono il cristianesimo con la Classicità. La loro fede era ben diversa; essi, l’ho già detto, si avvertivano chiamati (come Abramo) a recuperare i momenti di verità e di positività, i ‘logoi spermatikoi’ che il Cristo, l’unico Cristo, aveva seminato nell’umanità quando nel Giardino parlava ad Adamo.

Ad essi era ben presente la lezione di Paolo che vien detto Apostolo delle Genti non certo per aver viaggiato nel Mediterraneo; altri apostoli erano andati per il mondo, ed anche molto lontano. Egli era apostolo delle genti perché aveva creduto nel Cristo (e non solo in Gesù uomo) ed aveva intuito il senso profondo della cattolicità. Non cercava dunque adepti, ma si faceva maieuta del Cristo, permettendo ad ogni uomo di partorirlo dal profondo di se stesso. In questo senso il suo discorso sull’Areopago è la magna carta della cattolicità.

In questa ottica cattolica, i Padri greci esponevano il contenuto della loro fede, collegandosi strettamente alla cultura del tempo; per quanto deformata, essa era una nota del divino poema. E la prassi ecclesiastica pescò a piene mani nella religiosità del suo tempo.

E si piegavano con sicurezza sul mondo, facendosi greci con i Greci, perché accettavano in umiltà, come unico punto di riferimento, la misteriosità di Dio, della Creazione e della Incarnazione e quindi della vita stessa dell’uomo. Affrontavano il dialogo con il mondo perché sapevano di doversi autenticare non sulla nitidezza dei ragionamenti, bensì su una intensa vita interiore fatta di esperienza del divino. Proprio quest’ultima andava comunicata all’ascoltatore, per sua edificazione.

 

Una teologia propositiva e compartecipata la loro; conscia della inadeguatezza delle formule concettuali, ed aperta ad ogni potenzialità del discorso umano (simbolo, metafora, metalinguaggi, arte, liturgia etc).  Nessun testo, nessuna opera umana sarà mai in grado di esprimere l’essere dell’uomo, e tanto meno il mistero di Dio; questo i Padri lo compresero con tutta chiarezza. [4]

 

9) La solitudine di Pietro

Nell’ascoltare gli accorati appelli di Pietro in difesa della vita e della pace, ho avvertito un profondo senso di pena. La claque papalina sembra non rendersi conto che, nell’esaltare la sua individuale persona, e negli aspetti umani, con atteggiamenti propri del ‘culto della personalità’, rende Pietro sempre più solo, e lo carica di un’altra sofferenza, quella della solitudine di Cristo in croce.

Di fronte ad una platea musulmana che, senza godere di un punto di visibile unità, a torto o a ragione, trova coesione nel suo credere, e si fa voce corale, mi rattrista vedere quest’uomo solo che avanza verso l’antico nemico, mentre buona parte della sua famiglia se ne sta in casa, a godersi quel poco o quel molto che possiede. Così mentre il nostro Papa parla, i cristiani sanno al più passeggiare con un cartello  nelle mani.

Ho desiderato allora di ascoltare, alle spalle della sua voce solista, il coro di quel miliardo di uomini che dicono di aver posto in Cristo la loro fiducia.

Ed ho riflettuto che, per rompere questa solitudine, per sorreggere col sensus fidei ecclesiae la parola di Pietro, bisogna che noi, da sudditi, si diventi uomini liberi, incaricati tutti da Cristo di remare sulla barca della Chiesa. Allora la Verità ci farà liberi. Allora si potrà cantare con Pietro e lottare con Pietro. Allora saremo una cosa sola in lui, che Gesù volle come segno di unità e di comunione.

Vincenzo M. Romano

 


[1] Basta riflettere che la ‘historia magistra vitae’ non ha mai inciso positivamente sull’esistenza  dei singoli e delle masse.

 [2] Un testo spagnolo del 1290 dichiarava: “Va biasimato chi parla un latino prossimo al romanzo (lingua corrente) specialmente in presenza di laici, in modo che questi intendano tutto. Va lodato chi parla sempre il latino in modo oscuro, sicchè nessuno lo capisca al di fuori dei chierici. E così tutti i chierici debbono, quanto è possibile, parlare il latino in modo oscuro  e non prossimo al romanzo. Se vuoi essere sapiente non dire i tuoi segreti ad anima viva”

 [3] Per fare un esempio è evidente che quasi nessuno ‘rilegge’ (lo dico in senso pregnante) il Corpus paolino per dedurne i tratti storici  di questo apostolo e della sua opera. La maggioranza, al contrario, parte dalle ‘Vita di San Paolo’ già esistenti e scritte in base ad una certa intelligenza delle epistole, e solo dopo prova a leggere queste ultime, scoprendo ineluttabilmente che esse corrispondono a quanto appreso in quelle ricostruzioni storiche. Un serpente che altro non può fare che mordersi la coda.

Ugualmente si procede quanto ai ‘concili’, i quali con grande sicumera vengono inquadrati  in quel ‘contesto’ storico che è stato identificato  secoli fa e che, per forza di ripetizione è diventato certo e vero.

 [4] Nessuno si illude di aver manifestato tutto l’amore che nutre verso una persona con la semplice espressione ‘Ti voglio bene’. Così Leopardi scrivendo ‘sempre caro mi fu quest’ermo colle’ sapeva bene di non aver esposto l’infinito, perché nelle mani di un palazzinaro le sue parole potevano costituire la pedestre valutazione di un colle atto ad una buona speculazione edilizia. Ma egli sapeva anche che un testo ben formulato avrebbe potuto connotare l’infinito per un lettore aperto a qualcosa di più grande e di più nobile.

Non diversamente accade per le ‘formule teologiche’ che vengono spesso accettate riduttivamente, seppure in buona fede e per un quieto convivere in una comunità, perchè lette diversamente da come  lo Spirito le dettò allo scrittore. La necessità di una apertura del fedele a cercare qualcosa di più grande è imprescindibile iniziazione alla  teologia; il teologare comincia proprio dal voler ricercare e non solo dal voler obbedire.