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SCHEDA n.3
La teologia non può ignorare
le novità delle scienze

 

Sommario: 1) Su quanto già detto; 2) Non si può rimuovere la scienza ‘applicata’; 3) internet e la ‘Comunione’; 4) L’immateriale e la ‘realtà virtuale’.

 

1 ) Su quanto già detto

Ritorniamo a riflettere su alcuni dei temi trattati nelle schede n.1 e n. 2.

Di fronte alla novità del mondo e dell’uomo (rispettivamente habitat e soggetto attivo dell’esperienza della Incarnazione di Dio), una certa teologia sembra obbedire ad un unico comandamento: ancorarsi al passato (storia e linguaggio) e aver fiducia nel propriodetto’.  Definita da alcuni ‘teologia della Istituzione’, ‘Teologia di Palazzo’,  essa è tanto pavida di fronte alle sfide  dei tempi, quanto coraggiosa nel ribadirsi, nell’affermare e nel condannare.

In un tale clima, ogni tentativo di cambiamento delle formule concettuali (il ‘già detto’), o di approfondimento del contenuto (Tradizione), è accolto con sospetto, è isolato od ignorato. Parallelamente, in omaggio al principio dell’uniformità, diventa preponderante il peso della disciplina e delle prassi di scuola che da essa scaturiscono. A sua volta la teologia predicata (pastorale) ha trovato comodo proporre al Popolo di Dio, o ‘citazioni autorevoli’ (‘come ha detto..’), o vere e proprie pillole teologiche ben confettate (catechismi), da poter ingoiare senza masticare.

Nell’Europa che si va scristianizzando, lo scarso ricorso alla meditazione della parola di Dio e la divaricazione fra coscienza del cristiano e pronunciamenti della Gerarchia produce un qualcosa che assomiglierei  ad  una forma di ‘anoressia religiosa’. Ed infatti, sulla mensa della Chiesa si continua a imbandire piatti cucinati secondo ricette obsolete, e puntualmente essi sono rifiutati  dai singoli e dalla società, finchè il rifiuto diventa generale e comincia l’anoressia.

Saprà rinunciare la teologia ai suoi assiomi operativi? Saprà cogliere la nuova realtà? Saprà distinguere la ‘veste’ dal ‘corpo’ della Verità? E’ sperabile. Vien da chiedersi realisticamente: fra cinquanta anni a chi parleremo, e chi ci vorrà ascoltare se già oggi pochissimi laici si impegnano a conoscere la Rivelazione di Dio, e sono sempre meno quelli che si adeguano ai suggerimenti della Chiesa gerarchica?

Una conclusione catastrofica questa? No, per chiunque nutra fiducia nello Spirito; Egli, e non i teologi di Palazzo, regge e fa avanzare la Chiesa, sicché qualcosa di positivo certamente accadrà. Ma questa fiducia non esime certo il fedele (che parla o ascolta) dal collaborare con il Cristo, seguendo i segni che egli semina nella storia.

 

Perciò il teologo, che non si rifugia in storie passate o in formule intellettuali, sa di dover continuamente rivolgere a se stesso alcune domande radicali e totalizzanti che potrebbero apparire superflue e finanche offensive. Egli dovrà chiedersi: ‘Credo ancora in Dio?’;a quale Dio?’; ’credo in Dio, o  in ciò che sento o penso  di lui?’

Domande che esprimono la necessità  di rimuovere continuamente con un atto di fede  quella subdola radice di ‘ateismo pratico’ che trasforma il teologare, da porta aperta sul Mistero, in una ‘scienza’ (?!?!) che come le altre si autofonda e si compiace di sé.

Il teologo orientato a ‘conoscere il suo Volto’, quello vero, ha la tranquilla certezza di trovare risposte adeguate ai suoi interrogativi (Dio illumina sempre i figli che lo cercano). Ma un tale orientamento presuppone che egli non si fissi sull’idolo che ha costruito con la sua mente o ha  rappresentato con i moti del suo cuore; questo idolo è solo una evanescente silhouette di Dio, costituita da pensieri e sentimenti che nascono dal basso e non una pioggia raccolta dall’Alto.

Credere’ è stato sempre una sfida; il teologo non può bypassare questo punto critico, spostandosi sul piano neutro della intellettualità e su algoritmi dedotti dalle scienze umane (storia, filologia, linguistica etc.). Di fronte a lui è sempre in ascolto un interlocutore che cerca risposte, perché ogni giorno deve coordinare la morte ed il dolore all’amore di Dio

A che serve  speculare nelle intimità di Dio se poi non si rivela quanto si è contemplato? A che serve costruire un discorso che non risponde ai bisogni dell’uomo. Ogni essere umano invoca un Salvatore ed ha bisogno di una ‘buona novella’; un’esigenza questa che oggi è diventata pressante e, nel silenzio di chi dovrebbe annunciare la verità, pullulano i falsi profeti; e i  ‘difensori della fede’ si scagliano contro di loro, ma non offrono quella ‘verità che fa liberi’…. anche dai falsi profeti e che sazia la fame.

 

Fino ad oggi (anche se non conosceva nulla di teologia accademica), l’uomo medio godeva di un punto fermo intorno al quale costruire il suo argomentare: aveva fiducia di sapere ‘chi era’, e di poter dare un significato sicuro al mondo.  Oggi tutto è diventato più arduo perché l’essere umano si avverte come un oggetto misterioso, e il mondo non è più per lui l’inerte palcoscenico sul quale gestire la propria storia personale.

Oggi l’uomo scopre contraddittoriamente di essere sempre più grande e pure più insicuro; e di far parte di in universo ogni giorno più incommensurabile ed incomprensibile. Avverte allora che anche Dio si sposta in avanti e diventa  sempre più misterioso e più grande; più grande finanche della sua antica e continua rivelazione. Oggi lo slancio in avanti della cultura (penso alle scienze fisiche)  costituisce un abbrivio anche nel campo della fede.

L’adesione di fede del piccolo uomo, da fatto puntuale qual’era, si va così trasformando in una dinamica senza fine; in essa egli sperimenta contemporaneamente l’ineluttabilità della ‘soggezione’ alla materia, la proposta a gestire  una totale ‘signoria’ sul mondo; la difficoltà a cogliere i tratti del suo invisibile grande Interlocutore.

Quanto resisteremo con questa angoscia esistenziale che pochi sanno riconoscere e definire, ma che serpeggia al fondo di tutti? Seguiteremo a battere la via dei ‘surrogati’ laici e religiosi?

 

Io suggerisco di battere la via dell’ottimismo, di invertire la polarità del giudizio negativo che ora ho formulato, e di predicare la crisi che ci angoscia come un fatto meraviglioso, come una adolescenza dello Spirito; un tempo giovanile che fa avvertire  il sapore della Vita e della Libertà, e  permette di guadagnare un Dio sempre più Dio. Ma per essere ottimisti bisogna rischiarla questa adolescenza, e coraggiosamente mettere alla gola del proprio Isacco (cioè delle proprie certezze umane e teologiche) la lama che sacrifica il bambino che è in noi, per lasciar spazio all’adulto. Solo allora si ode (come per Abramo) la voce dell’Angelo di Dio che annuncia una verità ancora più grande, e si gode di una nuova maturità.

 

2 ) Non si può rimuovere la scienza applicata

Abbiamo fatto cenno nelle schede precedenti all’importanza delle scienze applicate. Riprendiamo a riflettere su questo punto.

La tecnologia, crescendo a dismisura, è diventata dominante ed aggressiva; e questo è un dato rilevabile su larga scala e nella singolarità del  quotidiano.  Quando due millenni or sono Democrito suggeriva che le cose avevano una struttura atomica, questa sua intuizione restava del tutto estranea al vivere quotidiano; e così è accaduto di tutte le teorie scientifiche formulate fino ai nostri giorni. Ma tutto è cambiato da quando ogni procedimento scoperto dallo scienziato è stato applicato; le scienze sono entrate nelle nostre case e nella nostra mente, trasformando le forme dell’esistere e  mutando la coscienza del mondo e quindi dell’essere uomini.

 

Tra i tanti mutamenti, la comunicazione ci interessa in modo particolare.  Il Marketing che continuamente varia la sua pubblicità (per inserire immagini di cose nuove) insegna che chi vuole comunicare con l’uomo di oggi deve fare i conti col mutare delle cose. 

Ovviamente la predicazione  del Cristo non è marketing, per cui (salva la buona fede soggettiva) resta il dubbio sui preti sessantottini con capelloni e chitarra e su qualche personaggio della ribalta televisiva di oggi. La predicazione del Cristo è sempre espressione di una fede vissuta (‘predica ciò che credi’), ma è al tempo stesso amore del prossimo, cioè servizio che va prestato a misura di chi lo riceve. Non si può portare acqua agli affamati e pane agli assetati.

Chiarito questo, viene allora da chiedersi: può il teologo dimenticare che il mondo e l’uomo sono in continua mutazione e che l’orecchio che ascolta ha variato le sue capacità percettive? Può illudersi di sfuggire alle sfide della scienza moderna mediante una semplice rimozione intellettuale? Io credo che la teologia deve fare i conti con le scoperte scientifiche sempre più presenti nel nostro quotidiano, perché non è possibile nel discorso teologico rimuovere le scienze applicate, così come lo furono quelle teoriche.

Certamente la via della ‘rimozione’ è stata fino ad ora vincente; ma ora  dalle teorie scritte su carta (scienza teorica) siamo transitati in un sapere che incide sul quotidiano (scienza applicata), e il ‘nuovo’ non si muove più nell’area rarefatta della ‘ragion pura’, ma in quella ben tangibile della ‘ragion pratica’. Nel prossimo futuro, dalla tecnologia e dal suo continuo evolversi, io credo che nessuno potrà prescindere; tanto meno il teologo.

 

3) Internet e la ‘comunione’

Non c’è dubbio che la radio e la televisione, aprendo orizzonti illimitati,  hanno  messo in crisi la percezione dello spazio; un colpo decisivo è venuto poi da Internet, cioè quella rivoluzionaria applicazione telematica che permette al singolo di  sperimentare direttamente se stesso in una dimensione planetaria.

Una certa parte della teologia continua a considerare  riduttivamente  radio, televisione ed internet,  inquadrando questi mezzi nelle coordinate della vecchia cultura. Per alcuni questi fenomeni costituiscono solo  un’idea astratta (materiale per un articolo o un libro); per altri uno strumento utile ad amplificare il singolo o garantire alla Istituzione una voce potente.

Non molti considerano che essi invece stanno. a) modificando la coscienza che l’uomo ha di sé (come soggetto individuale e sociale); b)  proponendo all’umanità un modo nuovo di vivere; c) suggerendo nuove metodologie di pensiero e di comunicazione.

Intese come un nuovo e  formidabile  fenomeno noetico, queste nuove realtà, tra cui spicca la  Rete telematica, somigliano non poco  alla  ‘noosfera’ ipotizzata da T. De Chardin. Si può dire  che veramente oggi una ‘sfera di pensiero’ circonda  il pianeta, un involucro immateriale eppure fortemente operativo. Operativo’ perchè  le potenzialità di Internet non si esauriscono nella sfera noetica ma investono anche il campo delle forze.

La rete telematica realizza infatti un rovesciamento di forze che fino a qualche tempo fa era del tutto impensabile: consente cioè al piccolo e singolo Davide di contrastare il Golia dei poteri forti.  Un eloquente esempio è costituito dal pirataggio telematico (Hackers).

 

Che  poi le nuove applicazioni telematiche collocano l’individuo nel complesso sociale in un modo tutto nuovo è di tutta evidenza. Egli, per piccolo che sia può mediante tali mezzi conseguire  impensabili effetti noetici ed operativi, interagendo con il sistema. Questa ‘rete’ infatti allo stesso tempo:

a) definisce la sua singolarità di uomo, ampliandola ed esaltandola fino a costituirla in una posizione che potremmo quasi considerare fuori spazio tempo, sicchè l’uomo pregusta la dimensione di anima. Nella dimensione di Internet poco peso ha la corporeità dell’uomo; il tutto si svolge in una dimensione immateriale, e cioè il pensare dell’operatore, e la Rete.

b) manifesta l’insignificanza dell’uomo come ‘monade’, cioè come soggetto isolato e per sé. Internet infatti lo integra in un circuito che diventa il suo ‘corpo immateriale, gigantesco e potente’, ma gli fa anche comprendere che dalla ‘rete’ non può prescindere, perché solo con lo ‘stare in rete’ egli può raggiungere il livello superiore di operatività.[1]

 

Chi poi nel fenomeno ‘Internet’ coglie il formarsi di un vero e proprio sistema sensorio ed operativo della società e del singolo, intuitivamente comprende che sta emergendo una nuova cultura antropica. Noterà infatti che la comunità planetaria sta prendendo coscienza di sé come soggetto che può autonomamente operare, senza dover necessariamente comprimere le individualità, anzi fondandosi proprio su di esse.

Internet insegna così (senza bisogno di astrusi concetti) che il sistema  regge l’individuo, ma è quest’ultimo a costituire il sistema. In tal modo l’individuo, che a far tempo dal Pater Familias romano si considerava un ‘per sé’ individuale, sempre per diretta esperienza acquisisce il suo ineliminabile collegamento al complesso.[2] Senza usare concetti, Internet fa teologia del Popolo di Dio meglio di tanti libri e di tante conferenze; e nel suo attuarsi allude fortemente alla Chiesa comunione ed al sensus fidei del Popolo di Dio.

Viene allora da pensare che, proprio dalla pratica telematica, sta forse nascendo concretamente un uomo-comunione, un uomo che mentre avverte appieno la singolarità del suo ‘Io’, sa che potrà realizzarsi solo riconoscendosi come ‘Noi’. [3]

 

4) L’immateriale e la realtà virtuale

Colgo ancora come segno dei tempi un altro dato, nuovo e coinvolgente, che si viene costruendo nella società, e ne resto affascinato. Noto infatti una  forte rassomiglianza con quel corpo risorto del Cristo che inglobava nella sua immaterialità tutta intera la sua storia carnale, e lo manifestava chiedendo da mangiare agli apostoli.[4]

Mi riferisco a quanto riduttivamente viene indicato come ‘realtà virtuale’; e dico ‘riduttivamente’ perché, se a prima vista in essa si coglie solamente un che di immateriale, di immaginario, di ‘non reale’, bisogna  pur riconoscere che in ultima analisi la cd. ‘realtà virtuale’  ‘è reale’.

Rifletta il lettore a come il pensare ed il sentire umano (che pure sono immateriali) inglobano la realtà. Nessuno oserebbe dire che il proprio mentale e i propri sentimenti non sono ‘reali’. Finanche il sogno ha capacità operative sicché è in grado di provocare le lacrime.

Osservando senza pregiudizi la cd. ‘realtà virtuale’, o meglio ancora facendone diretta esperienza, si scopre che essa è tanto corposa da superare proprio quel ‘mentale’ e quel ‘sentire’ che, come dicevo, ad onta della  loro immaterialità, non consideriamo certo né irreali, né  tanto meno ‘virtuali’. A differenza poi del sogno, essa aggiunge alla vivacità delle situazioni vissute una volontaria possibilità operativa che è veramente stupefacente.

Ma non finiscono qui i suoi suggerimenti. Con l’evidenza della concreta esemplificazione, la cd. ‘realtà virtuale’ annuncia quella dimensione incorporea dell’uomo che la predicazione corrente non riesce a comunicare attraverso parole astratte. E così, in qualche modo essa soddisfa l’innegabile bisogno che spinge l’uomo a superare il suo stato corporeo.

Questa istanza, presente dalle epoche più remote (sciamanesimo), puntualmente riaffiora nei momenti di crisi evolutiva, quando cioè si avverte che qualcosa sta per finire. Oggi il bisogno di superare la corporeità è molto forte; e se ne è accorto il mondo dei Mass Media che continua a proporre storie di ‘entità’ buone o cattive (angeli, santi, e poi demoni, zombies, streghe etc), raccogliendo un’altissima   audience.

La stessa prassi ecclesiastica ha cercato di far leva su questo speciale orientamento della sensibilità umana (penso alle riunioni carismatiche ed alle esperienze estatiche); ma qui la teologia intellettuale ha funzionato da contrappeso, comprimendo o finanche demonizzando quanto sembra contestare il ruolo preminente della pura razionalità su cui essa si regge.[5]

Ma la società attuale la pensa diversamente; essa si mostra impermeabile ai credo intellettuali, alle irrisioni e alle condanne dei teologi e, per esprimere la propria religiosità, preferisce rifugiarsi in Internet o nella Realtà Virtuale, oppure volgersi ai miracoli, alle parole semplici di un Padre Pio, alle apparizioni divine. 

 

In conclusione io penso che la teologia, farà un gran passo avanti quando  prenderà atto della sfida (ora ineludibile) delle moderne scoperte della scienza e considererà i mezzi di comunicazione sociale come il nuovo tessuto della società; e, fatto ancor più decisivo, mediterà il ‘dato’ come ‘segno dei tempi’.

Per fare tutto ciò dovrà aprirsi al nuovo mondo (che va scoprendo la sua struttura unitaria), evitando di inglobare nel suo passato la novità del presente, ipnotizzata com’è dalla mera ‘storicità’ e dalla ‘singolarità’ ; dovrà cercare il  singolo piccolo uomo come interlocutore e non come destinatario dei suoi precetti. Che se continuerà a sentirsi sicura nella sua ignavia, non potrà lamentarsi della scristianizzazione che incalza. E’ di tutta evidenza che l’uomo medio occidentale si sta formando una visione del mondo a forma di ellisse, i cui fuochi sono costituiti dalla tecnologia e dal consumismo.

Se accetta la sfida, affrontando con la forza dello Spirito questo mondo nuovo, il teologo dovrà certo rischiare una riformulazione continua (passo dopo passo)  del suo atto di fede (giustamente immutabile), ed avvertirà il disagio di Pietro quando cominciò a camminare sopra le acque.

Dovrà fare getto di quel ‘argomentare’ che presume di essere universale, obiettivo ed eterno. Anche le teologie muoiono, perché niente e nessuno è ‘immortale’. Se è morto il Maestro, può morire anche il discepolo;  fuori metafora, tutto è transitorio nella sua veste umana; tutto può finire, perché tutto deve risorge in veste nuova. Ma sono molti quelli che non hanno fiducia di risorgere in un corpo nuovo, quando accettano che muoia l’Isacco del loro sapere.

Per paura che tramontassero nella dimensione della storia, abbiamo imbalsamato Agostino, Tommaso e tanti altri; eppure, quando li spogliamo dei loro paludamenti storiografici e li consideriamo morti, allora proprio li riscopriamo risorti come testimoni della fede. Non è perenne, ad onta di ogni mausoleo funebre, la memoria; ma resta eterno lo Spirito che il teologo ha saputo cantare nella sua opera e nella sua vita.  Immortali non si diventa per ordine dell’Istituzione, o per mummificazione accademica, ma perché continuamente si risorge in quel Cristo che vive presente nella Chiesa e nel mondo.

(fine file)


 

[1] Rifletta il lettore sulla capacità di Internet di predicare ben oltre il ‘patto sociale’ (Rousseau) e su come la ‘Rete’ sta diventando l’esemplificazione pratica della relazione fra individuo e Chiesa.

 

[2] L’uomo che con Cartesio diceva di sé ‘cogito ergo sum’ (penso, dunque sono) esauriva il problema del ‘suo essere’ nella propria individualità; il pensare lo costituiva perfetto nella dimensione umana e lo alienava in qualche modo dalla società e dal mondo; era il trionfo dell’Io. Oggi Internet è la pratica del ‘Noi’ senza  eliminare l’Io.

 

[3] Quali implicazioni deriveranno in ordine alla Chiesa Istituzione da questa novità, è un tema  affascinante. Probabilmente essa verrà intesa come una specie di Hard-ware nel quale operano tanti soft-ware costituiti dalle persone e dalle esperienze dei credenti.

Gioacchino da Fiore (1130) annunciò che era prossimo un tempo dello Spirito; ma, contraddicendo le sue previsioni, esso storicamente non si realizzò con l’elezione a Papa di Celestino V. Non cadrò nello stesso errore del grande abate calabrese nel voler fissare una data storica per un fenomeno che, come tutte le cose che riguardano Dio, è sempre fluente ed attuale. Tuttavia mi intriga l’idea che forse proprio oggi, attraverso la telematica cioè una via diversa da quella teologica, si sta manifestando la presenza dello Spirito.  I ‘Figli delle tenebre’, dice il  vangelo, mostrano di essere più coerenti al progetto di Dio di quanto lo siano i ‘figli della luce’.

 

[4] Sul corpo risorto del Cristo cfr. il mio saggio “Il terzo millennio di Penelope” Napoli, Simone ed.

 

[5]  Una reazione che posso giustificare quando smaschera la venale magia, il falso esoterismo, la pedestre astrologia, o le molte sette misticheggianti, ma non condivido quando, travestendo in ortodossia l’umana prudenza, emargina finanche  i carismatici, i mistici e i santi, salvo poi  a gestirli da morti.