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S C H E D A n.2‘Gesuani’ o Cristiani?
Sommario: 1) Premessa; 2) Cristiani o ‘Gesuani’?; 3) La scelta del nome; 4) Cristo come nome cattolico ed eucaristico; 5) Cristo e la cattolicità;
1) PremessaIn questa scheda, e nelle altre che seguiranno, cercherò di meditare sull’articolo fondamentale della fede della Chiesa primitiva che suona: Credo che Gesù è il Cristo. In particolare cercherò di recuperare quel verbo (è) che unisce e distingue Gesù dal Cristo, e indica che il personaggio Cristo è, per certi versi, più ampio dell’uomo storico Gesù. Il recupero della figura del Cristo astorico (e pur sempre storicizzato) permetterà, come ho già accennato nelle schede ‘Discorsi sulla teologia’, di cogliere una ‘teogonia’ nella quale viene rivelata la natura e l’emergere del Cristo quale Dio increato e come soggetto ‘creato’; di individuare una traiettoria che da Dio si origina ed a Dio ritorna; di inserire in questo fiume di Vita la vicenda umana; di costituire un quadro di riferimento per risolvere i mille problemi della teologia e del nostro esistere.
2) ‘Cristiani’ o ‘Gesuani’ ?Nel comune sentire, la nostra religione fonda sulla persona di Gesù di Nazaret, uomo vissuto circa duemila anni or sono in Palestina, che si proclamò Dio e fu, tra l’altro, agnominato Cristo. Ma, a differenza di Buddisti o dei Confuciani, noi non ci qualifichiamo ‘Gesuani’ o ‘Gesuiti’, bensì ‘Cristiani’, termine che nel NT compare ben tre volte: negli Atti degli Apostoli in 11,26 e in 26,28, e nella prima Lettera di Pietro in 4,16. L’assunzione di questo nome avvenne in Antiochia, ma gli ‘Atti’ (11,26), che ne fanno memoria, non chiariscono per quali motivi. Sta di fatto che il termine non solo non è stato mai contestato o messo in dubbio, ma neppure ha sofferto la concorrenza di quegli altri due, che ho dovuto io stesso formulare, in quanto (se non erro) non ve ne è traccia in tutti gli scritti religiosi dell’antichità. Siamo stati così da sempre pacificamente dei ‘Cristiani’ e non dei ‘Gesuani’. In presenza di tali fatti, qualche estrapolazione e qualche domanda diventano allora obbligate. La prima considerazione è questa: evidentemente i seguaci di Gesù ritennero che non sarebbe stato significativo far riferimento al ‘Nome’ Gesù; e ciò, pur sapendo che esso era di provenienza divina perché a Maria lo suggerì l’angelo Gabriele. Considerarono invece giusto agganciarsi ad un qualcosa che ad essi doveva risultare più complesso ed articolato e che si celava nel termine ‘Cristo’. Dunque quel nome doveva avere per essi un altissimo spessore teologico, e qualificava perfettamente la figura del Maestro. E ciò valeva non solo per essi, ma per tutta l’ecumene nella quale, come ho mostrato nella scheda n.1, il ‘X’ (chi), cioè la stessa lettera che costituisce il monogramma di Cristo, era considerato il segno della presenza di Dio nel mondo. L’importanza del nome ‘Cristo’ è chiaramente sottolineata dai Vangeli quando narrano che la domanda pressante e decisiva rivolta a Gesù, fino al suo spirare, dai farisei fu proprio: “Sei tu il Cristo”; ed ancora, che Pietro nella sua testimonianza di fede proclamò: ‘Tu sei il Cristo’. Ne è garante infine la formula tradizionale della Chiesa primitiva che confessava come verità fontale: “Gesù è il Cristo”. L’identificazione di Gesù uomo con il Cristo non mi sembra poi possa riferirsi al possesso di una mera qualità umana o di una funzione sociale; essa deve realizzare una finalità strettamente teologica. I ‘titoli’ meramente sociali non sono oggetto di fede, ma di prove storiche. Lo afferma nel suo discorso Gamaliele, quando fa riferimento ad altri ‘cristi’ e considera il successo da essi conseguito nella lotta contro i Romani, come loro autenticazione, almeno al momento del presentarsi. Viene allora gradatamente da chiedersi: a) Quale è il fondamento scritturistico di tale ‘nome’, mai riferito a se stesso da Gesù; tanto ricorrente sulle labbra dei farisei; riportato meno di 50 volte in tutta la Bibbia (nel Pentateuco nel solo libro del Levitico) e solo per indicare la consacrazione dei re e dei sacerdoti? [1] b) Quale il suo significato teologico, e che cosa intese solennemente confessare Pietro; e poi i discepoli, quando lo assunsero come proprio segnale caratteristico? c) Come relazionarlo all’evento della Resurrezione di Gesù, al dono dello Spirito, ed alla Eucarestia che costituiscono pacificamente i tratti salienti dell’evento Gesù e gli elementi più significativi della Chiesa?
3) La scelta del ‘Nome’Per formulare una risposta a queste domande conviene partire dalla Scrittura e da una considerazione. Se questo Nome (Cristo) fu scelto per esplicitare ai Gentili l’evento complesso ‘Gesù-Chiesa’ ciò presupponeva che esso dovesse essere già ben chiaro teologicamente, sia ai greci, sia ai fedeli mosaici. Si può allora dedurre che la Bibbia ‘deve’ parlare del Cristo, e ‘deve’ rivelarlo in modo pieno ed esauriente. [2] Proprio il mancato recupero di questo materiale teologico (che ho mostrato e mostrerò esistente e ben articolato) ha prodotto due conseguente: ha orientato i più ad inquadrare e spiegare in un contesto meramente storico e politico (lotta contro Roma) l’atteggiamento dei farisei, ai quali premeva sapere se Gesù fosse il Cristo; li ha indotti a non chiarire il senso della scelta parallela, ma del tutto diversa (perché non politica) operata dai discepoli di Gesù, quando si dichiararono ‘Cristiani’. Passi pure che i Farisei del tempo considerassero il Cristo come un capo politico che, mandato da Dio, avrebbe riscattato il popolo giudaico dalla sottomissione ai Romani, e che in tal senso essi interrogarono Gesù; ma, a seguire questa tesi, proprio tale connotazione del tutto politica avrebbe dovuto spingere i discepoli a preferire l’aggettivazione ‘Gesuani’. Ed infatti il Maestro aveva chiarito di non volere per sé un regno mondano; di essere contrario ad ogni rivolta violenta; di voler anzi pagare il tributo ai Romani; in una parola di rifiutare la qualità di Cristo politico. Ed ancora la Chiesa, sin dal primo momento, (specie ad opera di Paolo), fu ben cosciente di essere universale (cioè cattolica). Non aveva quindi alcun interesse ad ancorarsi alla cristologia politica della ristretta congrega giudaica di Gerusalemme, insofferente della dominazione romana. In altre parole è molto improbabile che la Chiesa primitiva, per motivazioni contingenti (neppure condivise) abbia scelto quale proprio nome di battaglia (quello cioè che l’avrebbe individuata nell’impero romano), un nome equivoco e pericoloso perché fonte di erronee letture da parte di quei gentili ai quali la nuova fede sarebbe stata proposta. I discepoli pur essendo ben consci che i Romani lo intendevano in chiave strettamente politica (lo attesta il processo avanti a Pilato) scelsero quel nome e solo quello. Dunque le loro motivazioni dovevano essere tali da superare anche un tale e non piccolo ostacolo.[3] Che se poi non vi fu una ponderata scelta, ma solo una prassi che si generalizzò, allora bisogna pur spiegare perché se ne fece memoria in testi sacri (Atti e I Petri) tesi a ‘Rivelare’ la Verità, e non certo a tramandare una cronaca. Come pure, perché quei testi avrebbero dovuto riportare una prassi nascente (per di più non fondata su una espressa ragione teologica) la quale, per sua natura, poteva modificarsi nel tempo, o finanche svanire. Se dunque questo nome fu ‘scelto’ dalla Chiesa primitiva, e ‘rivelato’ nei testi sacri come quello che avrebbe connotato la Chiesa di Gesù per sempre e di fronte a tutti, esso doveva certamente possedere una sua specifica ed enorme densità teologica, capace di sintetizzare il senso complessivo dell’evento ecclesiale e il contenuto della fede. Nella precedente scheda ho già evidenziato il collegamento del termine con la teologia platonica del ‘X-croce’.
Il mancato recupero di una teologia cristologica nella Bibbia ha continuato a condizionare la successiva riflessione fino ai nostri giorni. A mio giudizio si è privilegiata eccessivamente la ricostruzione storica degli eventi, e si è dato minor peso alla coscienza teologica della Chiesa primitiva che presumo si fondasse esclusivamente sulla Rivelazione. Sembra quasi che sia stato il fatto politico (Cristo come ribelle a Roma) a determinare quello ecclesiale. Non avendo recuperato dalla Scrittura il significato profondo e a tutto tondo del nome, esso è stato considerato riduttivamente come un mero ‘titolo’, una aggettivazione cioè che non assurge a dignità sostantiva. Così oggi, mentre ci dichiariamo Cristiani, noi in pratica sappiamo solo che la parola qualifica Gesù come ‘l’Unto del Signore’. Un titolo che, così inteso, è abbastanza insignificante, posto che esso competeva ai Re di Israele le cui vicende non possono certo dirsi edificanti, ed ai sacerdoti che neppure brillavano per santità. Un titolo fondato poi su quella lettura storicistica della Bibbia che, per quanto seriamente formulata, è per sua natura in continua revisione.[4] In conclusione, oggi il termine ‘Cristo’ è per il fedele un ‘aggettivo’ equivalente ad ‘unto, consacrato’, e per di più gravato da una certa equivocità. Essendo infatti correlato al genitivo: ‘del Signore’ o ‘di Dio’, che indica una ‘appartenenza’, risulta adeguato ad un uomo, ma non è riferibile a Gesù che è Signore e Dio. Gesù sarebbe un ‘consacrato di se stesso’?
Il non aver trovato nella Bibbia un’autonoma teologia del Cristo dipende anche da un mancato approfondimento lessicale quanto al significato del termine, a sua volta originato da una inaccettabile dipendenza adesiva al Mosaismo giudaico. Gli studiosi attuali sono, a mio giudizio, come ipnotizzati dalla dipendenza (che essi danno per scontata ed è invece tutta discutibile) del Cristianesimo dal Mosaismo giudaico; e che trasforma il Cristianesimo in setta del giudaismo. Ma Gesù non è per niente un profeta giudaico prestato alle Genti; egli è il Cristo venuto nel mondo in forma umana per ricostituire la religione universale (cattolica) che aveva predicato ad Adamo.[5] Sulla base di questo impostazione che, per quanto si sia generalizzata, io ritengo erronea, quasi tutti gli studiosi considerarono equivalente il termine greco ‘Xristos’ (come aggettivo dal verbo Xrio che significa ‘ungere’) all’ebraico Mescià che indica l’unto, il consacrato. E la questione è per essi conclusa. A me pare che invece il problema permane. Esprimendo in greco l’unzione denotata dal termine semita ‘mescià’, è comprensibile che i LXX abbiano preferito il termine Xristos collegato al verbo Xrio (ungere). Per essi si trattava di indicare la qualità di un re o di un sacerdote, sicché badarono alla corrispondenza concettuale dei termini semita e greco. Ma gli agiografi neo-testamentari, non avendo trovato una formulata autonoma teologia del Xristo nei LXX, perché mai non concordarono con Giovanni, ed usarono il foneticamente parallelo ‘Messias’? Oltre tutto questo vocabolo si prestava ad indicare ‘la Voce mediatrice’ (messa-Ia) e quindi una relazione, in Gesù, fra gli uomini e Dio. Dovendo scegliere un nome perché usarono quello che al più collegava Gesù a scialbe figure di re e sacerdoti, ma nulla diceva del suo rapporti con la divinità? Non sarebbe stato più pregnante il titolo di ‘Messiani’?
La questione va posta, a mio giudizio, in termini diversi. La LXX ha scritto in greco questo nome perché esso fosse letto dai greci con tutta la ricchezza che da quel fonema si poteva dedurre. Se variamente compitata, questa sequenza fonematica si rivela infatti portatrice di una ricca gamma di significati che apre strade nuove di meditazione ed aiuta a delineare una teologia del Cristo. Esso fa parte di quel glossario biblico composto di parole (meglio ‘fonemi’) volutamente scelti dagli agiografi perché suscettibili di svariate letture. Per fare qui un esempio, leggendo Xr. Istos, si può intendere ‘Cristo-palo’ e ‘Cristo-visibile’, oppure compitando ‘X R’ Istos’: ‘Il Cristo è la trama del tutto’ (‘R’ in greco equivale a 100 e 100 allude al tutto). Inoltre (come ho detto nella scheda n.1) il monogramma di Cristo (Xristos) è costituito proprio da quel ‘X’ (Chi-croce) che nel mondo classico costituiva il segno del rapportarsi di Dio al mondo ed alludeva quindi specificamente alla Incarnazione. I LXX dunque col fonema Xristos recuperarono dalla cultura ecumenica una ricca teologia che trasmisero a chi sapeva leggere. Oggetto del loro discorso non era il ‘Cristo’, ma il ‘X’, cioè quella Incarnazione di Dio che sembra assente nel Vecchio Testamento. Si provi allora a meditare sul nome ‘Cristiano’ e si scoprirà una miniera di significati teologicamente rilevantissimi. Così ‘X. r’ istia N’ os’ dirà: ‘Il tutto del X. casa, altare dello Spirito’ (N= 50= Spirito); ‘X. r Is T. Ia N’ os’ equivale poi a ‘’X. ora Potenza, Perfezione, Grande Voce, Spirito’.
4) ‘Cristo’ un nome cattolico ed eucaristicoL’autonomia teologica del nostro vocabolo e la sua importanza mi sembrano indubbi. Perciò esso: -fu scelto come propria denominazione dai discepoli; -costituì la fondamentale formula di fede della Chiesa che afferma: “Gesù è il Cristo”; -dominò in modo assoluto l’intero corpus paolino. Tutta la teologia di Paolo è riferita al Cristo, e non al solo Gesù quale personaggio storico. Per Paolo, momento fontale e perfezione finale è il Cristo, e Gesù ha senso in quanto è il Cristo.[6] Per questi motivi, la mia ricerca è volta a identificare il Cristo; e a riscoprirlo non solo nella persona di Gesù che ‘è il Cristo’, ma in tutte le narrazioni bibliche, a partire dal dialogo di Dio con Adamo; ed infine nell’Eucarestia quale sua presenza fra noi fino alla consumazione dei secoli. Un Cristo dunque come Parola, come Gesù e come Eucaristia, sacramento quest’ultimo che non può essere inteso correttamente se non lo si rapporta al Cristo. Proprio riflettendo su questo sacramento si evidenzia un utile percorso teologico; ma a patto che l’eucaristia sia intesa come incarnazione del Cristo sia nella ‘natura’ (che geme) simboleggiata nel pane e vino, sia nell’umanità. Non va dimenticato che il sacrificatore-sacrificato (cioè il sacerdote ministeriale) e gli invitati a cena (cioè i sacerdoti comuni) formano parte integrante dell’eucarestia.[7] A mio giudizio i discepoli di Gesù, che mangiavano l’eucarestia, cioè il Corpo di Cristo, ed a lui si assimilavano fino a diventarne membra divine, compresero sin dall’inizio di doversi collegare non solo alla persona fisica del Maestro che aveva istituito la Cena, e che era morto in croce, ma al Cristo totale. Egli che era presente nella sua pienezza in Gesù, ora lo sarebbe stato nella Eucarestia. A nome di tutti loro Paolo afferma: “Anche se abbiamo conosciuto Cristo nella carne ora non lo conosciamo più così” aggiungendo: ‘Questo solo io so: che fece la Cena’, ed ancora ‘Predico Cristo crocifisso’. Espressioni queste che formulano sinteticamente una complessa teologia cristologica che potrei così sintetizzare: l’atto salvifico, capace di trasformare la creatura in divinità, consiste nel percorrere la strada segnata da Gesù, che è il Cristo di Dio, e così farsi tutt’uno con la realtà ontica del Cristo. Consiste nel cenare e morire con Lui, cioè nel fare l’eucaristia.
Gesù è il Cristo-Profeta cui segue il Cristo-Spirito il quale non ha determinazioni geografiche o storiche, ma si spande su tutta la terra. Chiamarsi ‘Cristiani’ equivaleva dunque a farsi uomini dello Spirito per il mondo, perché ogni essere umano fosse ‘figlio di Dio’, cioè un’anima individuata e risvegliata, in grado di intendere la proposta sublime della divinità. Assumere invece come proprio nome quello di Gesù, avrebbe consentito un equivoco dal quale bisognava rifuggire: essere cioè considerati una setta del Mosaismo, cioè una religione fra le tante, fondata da qualcuno che poi era uscito dall’esistenza e morto come tutti gli uomini. La stessa resurrezione infatti (a parte la sua incredibilità) non avrebbe avuto la capacità di costituire un collegamento diverso con Dio. Come spiegare che essendo lui risorto, anche ogni essere umano può godere di questa uscita nell’anima? Solo il Cristo totale ‘nel quale fumo creati’ e nel quale ‘saremo ricapitolati’ poteva dare ragione di tutto ciò.
La piena rivelazione dell’onnipresenza transtorica del Cristo, della sua continua presenza storica nel mistero eucaristico, e della intrinseca cattolicità della Chiesa, dovette sopraggiungere proprio in Antiochia, cioè in una città estranea alla realtà giudaica; ed alla presenza di quel Paolo che con Barnaba si dirigeva verso coloro che non appartenevano alla comunità religiosa mosaica, e cioè ai Gentili. Probabilmente, anche il riferimento geografico andrebbe letto in termini di rivelazione, come metafora di un significato teologico. Comunque si può validamente ipotizzare che gli Atti abbiano voluto autoritativamente annunciare che il termine ‘Cristo’ in un contesto di ‘cattolicità’, e mostrare che esso nacque per esprimere da subito la universalità della nuova fede (questo è il senso della parola greca ‘Katolikos’). Come ora suggerivo, il termine ‘Atioxeia’ più che un luogo geografico vuole indicare un topos teologico. Letto come ‘Anti o’ X. eia’ può rivelare la centralità dell’eucaristia e la sua dimensione universale: “Faccia a faccia con i 70 (popoli della terra) il pane quotidiano del X.”
5) Cristo e la ‘cattolicità’. Il discorso che vado formulando si muove dunque anche nella direzione del recupero della ‘cattolicità’ come essenza fontale della Fede (in che senso lo vedremo più avanti); di quella ‘Cattolicità’ che, intesa purtroppo come ‘indiscriminata ed universale accoglienza di adepti’, finisce col fare pendant con la ‘cattolicità’ del Comunismo o di New Age. La specifica cattolicità della Chiesa, a mio giudizio, esprime l’altra faccia del Cristo; è una sua dimensione ontica e non un qualcosa di inventato dal Grande Maestro. Gesù non cercò proseliti, né allargò il suo raggio di predicazione; ma considerò come suoi la donna Cananea, l’esorcista estraneo al gruppo dei suoi discepoli, e coloro che ‘non erano contro di Lui’; in questo senso egli testimoniò la dimensione universale del Cristo che, in lui uomo, si manifestava compiutamente nella sua totalità. La cattolicità non è dunque un programma umano, né un comando che si motiva solo con l’autorità di chi lo pronunciò; essa è la necessaria conseguenza dell’unità fontale del Cristo, unità alla quale bisogna ritornare per poter ascendere al Padre. In questo senso l’eucarestia è il sacramento che realizza ed esprime, incidentalmente e in vista del futuro, la raggiunta unità. Questa unità Gesù la volle sottolineare con vigore e, prima di lasciare il mondo, commise a Pietro il mandato di esserne il segno; e, proprio in forza di questa unità, gli ordinò di confortare i credenti. Ed infatti la forza di Pietro non sta nel suo potere istituzionale, ma nell’unità della Chiesa che egli rappresenta. In conclusione, per intendere Gesù bisogna innanzi tutto recuperare una teologia del Cristo. E ciò non va fatto per via di superfetazioni logiche o di acquisizioni storiche, ma mediante la Sacra Scrittura che è Rivelazione del Cristo. Anticipando allora quanto appresso esporrò, io credo che il libro della Genesi debba leggersi in via primaria come ‘divenire del Cristo’, e suggerisco di recuperare all’interno del testo sacro, e precisamente nel Crismon, cioè nel ‘X’ (che sta proprio per Xristos), la presenza letterale di questo nome (che nella sua interezza non compare mai).
6) Il Cristo: questo sconosciutoDicevo che il Cristo è sconosciuto ai cristiani. Motiverò questa affermazione a prima vista paradossale, citando il ‘Catechismo per gli adulti’ che su circa 600 pagine, dedica alla parola solo lo spazio di una facciata (p.152-3). Testualmente si legge: “Possiamo renderci conto dell’autentica fede della Chiesa, passando in rassegna i principali titoli attribuiti a Gesù, a cominciare da quello che è diventato il suo secondo nome: Cristo, cioè Messia.” Il testo prosegue poi chiarendo che il nome significa ‘unto’, cioè consacrato ad una funzione regale; che i profeti annunciano un ‘Re-messia’ ideale che avrebbe fatto rinascere il suo popolo; che esso fu storicamente confuso con un capo politico; che Gesù è reticente sulla sua qualità di Messia e preferisce che siano gli altri a chiamarlo così. Aggiunge infine che la professione di fede: “Gesù è il Cristo” (sulla quale tace) divenne a poco a poco un nome proprio ‘Gesù Cristo’, “quasi ad indicare che tutta la sua esistenza umana si identifica con la missione di Salvatore”. Esposta così, la nostra fede viene centrata unicamente sulla figura storica di Gesù, sicché il credente neppure immagina che il termine Cristo possa rimandare ad una più ampia realtà teologica alla quale Gesù, personaggio storico in quanto uomo, pienamente si identificò.[8] Nelle successive schede cercherò di mostrare come il ‘divenire del Cristo’ sia il vero tema della Bibbia, il suo nocciolo; e come in esso debba iscriversi quella storia umana che ne costituisce la scorza.
[1] In questo libro (4,5.16 e 6,15) il vocabolo viene riferito al sacerdote in quanto ‘unto nel rito di consacrazione’; oppure (21,10.12) sembra alludere al gesto stesso della consacrazione.
[2] Quanto ai Greci, già dicevo di una teologia (platonica) del ‘X’ che permetteva un dialogo immediatamente fruttuoso.
[3] Se dovessi addentrarmi nella storiografia proverei a verificare un altro punto. I giudei consideravano la LXX (in cui compare la parola Xristos) come fumo negli occhi; la disprezzavano e ne dicevano ogni male. Il termine che essi usavano in lingua semita era ‘Mescia’, cioè‘unto’; e verisimilmente proprio questa parola indicava per i Romani il capo dei partigiani che combattevano contro di loro. Se questa ricostruzione è corretta, il termine ‘Xristos’ non aveva risonanza politica ma solo teologica, per cui nell’assumerlo i discepoli non corsero alcun rischio.
[4] Un evidente impoverimento che si sperimenta quando, nel battesimo si unge di crisma un bambino. Segnandolo si proclama che egli è sacerdote, re e profeta, ma questi termini non trovano collocazione in una autonoma teologia del Cristo, bensì aderiscono solo a Gesù e quasi per sovrapposizione.
[5] La religione universale proveniente da Set (che non era certo un giudeo), e poi dispersa fra i popoli della terra (torre di Babele), fu filtrata da Mosè, per poi imbastardirsi proprio in quel Giudaismo di Gerusalemme che Gesù sanzionò con grande forza. Chi legge i Vangeli senza pregiudizi noterà che Gesù non partecipa attivamente a nessuna festività giudaica, ed escinde proprio quella congrega dal tronco della Chiesa in quanto essa aveva falsificato la religione universale che il Cristo aveva predicato ad Adamo.
[6] Il nome isolato di Gesù è presente nell’opera paolina solo in Rom.8,11 per ricordare che Gesù risorse dai morti; in I Cor. 12,3 dove Gesù è chiamato ‘Signore’; in II Cor. 4,5 per indicare il servizio dovuto dai discepoli a somiglianza di Gesù; e 4,10.11.14 dove si riprende il tema della morte e resurrezione di Gesù per segnalare la Vita che a quell’evento si connette; in 11,4 per segnalare che la storicità di Gesù è elemento determinante e va annunciata; in Gal. 6,17 per rapportare l’esistenza umana a quella di Gesù, qualificato Signore e Cristo; in Ef. 4,21 per rivendicare che la ‘Verità’ è in Gesù; in I Tess. 1,10 per segnalare come attraverso Gesù (Cristo, Signore) siamo salvati dall’ira di Dio; in 4,14 per collegare la resurrezione degli uomini a quella di Gesù. In I Tim. è caratteristica la formula ‘Cristo-Gesù’ ripetuta 13 volte. In altre parole il richiamo alla persona fisica di Gesù sembra collegata strettamente al suo servizio ed alla sua resurrezione come archetipi dell’essere e dell’esistere del discepolo. Nella lettera agli Ebrei il nome ‘Gesù’ è presente in 2,9; 3,1; 6,20; 7,22; 10,19; 12,2; 13,12 e sembra orientare a una teologia del ministero sacerdotale che in quanto tale va riferito all’umanità del Cristo, cioè proprio alla figura di Gesù.
[7] L’eucarestia è un sacramento non del passato, ma del futuro e cesserà quando quello che viviamo sacramentalmente si sarà realizzato completamente: Dio sarà tutto in tutti. Non è solo la memoria della cena di Gesù e della sua morte in croce; è principalmente l’anticipazione dellìultima fase della traiettoria del Cristo.
[8] Quanto sia determinante detta impostazione lo si può dedurre da tutta quella teologia protestante sul ‘Cristo della fede’ opposto al Gesù della carne; una enorme riflessione che a mio giudizio ha colto l’esistenza del problema, ma, inchiodata al dogma storicistico, lo ha risolto mediante una duplicazione: un’area della storia, ed un’area della fede. Basterà recuperare il Cristo per dare soluzione al problema; seguendo la formula della Chiesa primitiva, accettare il Gesù della carne come il Cristo e, senza false dicotomie, ritrovarsi Cristiani a tutti gli effetti,.
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