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S C H E D A n. 2 Un parlare a misura d’uomo
Sommario: 1) Riflessioni e interrogativi; 2) Pillole teologiche e verità di fede; 3) Predicare equivale a comunicare; 4) Qualche anticipazione ‘ 1 ) Riflessioni e interrogativi Riflettendo proprio sui dati d’esperienza esposti nella prima scheda, vien da chiedersi: potremo annunciare il Gesù della odierna predicazione ai nostri nipoti, quando essi vivranno in un’altra società ed avranno recepito dalla loro quotidianità concetti come la relatività, l’aspetto quantistico del reale, l’esistenza di universi paralleli etc? Questo nostro mondo euclideo, segnato dallo spazio-tempo, ed al quale esclusivamente riferiamo il nostro modo di pensare, la Rivelazione di Dio e l’evento Gesù, si presenterà, anche all’uomo medio, come un che di trogloditico, di letterario. Il discorso religioso apparirà allora (e già ne vediamo i segni premonitori) come una specie di mitologia archeologica. Esaminiamo allora qualche aspetto di questo tema.
A ) Mi chiedo: potremo nel futuro continuare a consolarci delle proposizioni standard e del loro articolarsi nel sistema che abbiamo appreso? A lodare, come ‘pietre del tempio’, il nostro vetusto edificio dogmatico? A vibrare della tensione emozionale di difensori di quel tempio? O non è piuttosto il tempo di destabilizzare noi stessi e rischiare vie nuove, uniti al Cristo che qui ed ora si incarna nel mondo? Ho il sospetto che, godendo della nostra sazietà intellettuale ed emotiva, noi resteremo isolati nel chiuso del granaio colmo di teologie, mentre l’orfano e la vedova continueranno a patire la fame. Paolo stigmatizzava fortemente chi, nella comunione della cena, si comportava in questo modo. In questa ottica di fede, comparando la nostra ‘destabilizzazione’ di fronte alle novità, con il ‘vantaggio’ di coloro che ascolteranno una parola adeguata alla loro forma mentis ed alla loro cultura, non c’è dubbio sulla scelta da fare. Dobbiamo, come Paolo, farci greci con i greci e giudei con i giudei, correndo anche il rischio (come egli dice) di ‘diventare anatema a Cristo’, purché comunque qualcuno si salvi.
B) Chi si pone in tale linea, comprende di dover in ogni senso dilatare questa solenne missione a predicare, senza badare esclusivamente al tempo ed allo spazio, ma essenzialmente a ciò che si annuncia; avendo quindi cura innanzi tutto di ampliare la figura stessa di Gesù fino a renderla intrinsecamente universale. Si rende conto allora: di dover proporre Gesù non come un grande uomo di duemila anni or sono al quale ‘si aggiunge’ la qualità divina, (Arianesimo oggi strisciante); di non poterlo trasformare in un ‘fondatore’, un Maestro del passato da contattare attraverso il suo ‘detto’ e i suoi ’precetti’; di doverlo proporre quale Cristo astorico che si fa uomo, ma resta Signore della relatività, dei quanta e degli universi paralleli e di ogni altra ‘stregoneria’ che la scienza fisica potrà scoprire e teorizzare. Avendo fede che il Gesù della carne è il Cristo, è che realmente il Cristo è il Signore della Vita e il Re dell’universo, nell’attuare il mandato a predicare al mondo, il fedele potrà recuperarne la forza per andare oltre l’attuale comoda teologia; potrà altresì giovarsi di tutta la riflessione stratificata nei secoli, cogliendola come ancor valida frazione del più grande discorso sul mistero del Cristo che ora egli va annunciando nella sua totalità. La sua analisi potrà allora svolgersi pacatamente, senza contrapposizioni, imitando lo Scriba del Regno, che trae dal tesoro cose nuove e cose antiche.
C) Un altro dato da tenere in debita considerazione riguarda la reazione degli ascoltatori. Come reagiranno i nostri discendenti? Probabilmente, anche se con segno diverso, essi si comporteranno reattivamente più o meno come noi. Proviamo ad intenderci. Oggi, sia io che ipotizzo una teologia del futuro, sia voi che l’ascoltate ci avvertiamo entrambi destabilizzati perché sembrano entrare in crisi le formulazioni correnti della fede che abbiamo appresa; posso allora presumere che domani a loro volta i nostri nipoti coglieranno le formulazioni tradizionali (che oggi sembrano a noi immodificabili) come estranee al loro laico sentire. E, destabilizzati anch’essi, le rigetteranno in blocco, come già sta accadendo. Il fenomeno del ‘rigetto’ è connaturato alla struttura dell’uomo che non si pone sulla via della ricerca. Se oggi il tradizionalismo religioso ci spinge a rifiutare ‘il nuovo’, domani sarà la preponderanza della cultura laica a spingere l’ascoltatore a rifiutare ‘il vecchio’. Consideri il lettore che il sistema teologico si è potuto fino ad oggi autenticare come un che di stabile ed immutabile, perché nella società occidentale esisteva un comune sentire il tutto, che oggi non c’è più. Ma, per ciò stesso, nei tempi passati (e talvolta anche nel presente), ogni avanzamento teologico è stato naturalmente accolto con la stessa perplessità con cui viene valutata l’apertura di un nuovo vano in un vecchio muro portante. Come nel nostro esempio, ogni teologia dinamica, istintivamente ripugna a chi, vissuto nella staticità del ‘Tempio’, viene chiamato a fare il marinaio. Per poter salire sulla barca, bisogna infatti aver fede in Colui che riposa a poppa; in quel Cristo che è Signore del vento e dei marosi; è cioè Signore del mondo.
Queste riflessioni fanno intendere che, nella dinamica della predicazione, un ruolo non trascurabile viene svolto dalla sensibilità dell’ascoltatore a cogliere una parola nuova. Che quindi non si può improvvisamente prospettare una diversa visione del Mistero di Cristo. Chi si accosta ai moribondi sa bene che non si può, in un tempo ristretto, cambiare la mente ed il cuore di chi è stato sempre ancorato ad altri principi. Meglio intervenir quando la malattia è ancora agli inizi. Chi aderisce a questa analisi cerchi allora di riflettere sul perché i nostri ascoltatori si costruiscono una visione laica del mondo e una connessa sensibilità che rigetta il discorso religioso. Potrà allora convenire che quest’ultima, fra l’altro, viene deviata per effetto della monotonia del pasto teologico, sempre identico a se stesso, che si imbandisce al povero; monotonia che viene giustificata col dire che la Verità è una sola. Ora non c’è dubbio che la Verità sia una sola, ma le teologie sono infinite, essendo opera del dialogo che Dio intesse continuamente con l’uomo che si evolve. Inoltre, quanto ai credenti, la monotonia della predicazione, congiunta con l’età infantile dell’apprendimento della fede, produce un altro determinante atteggiamento reattivo. Come accade per i cibi materni, egli è naturalmente portato a comparare le nuove tesi teologiche al sapore del primo approccio, ed a guardarle con sospetto, facendo poco caso alla qualità degli ingredienti ed alla bontà del complesso. Non allenando il suo gusto (ricerca), egli diventa così mangione e non già buongustaio della fede.[1] Inoltre poiché i cibi dell’infanzia sono sapidi di tenerezza, si pretende da chi usa ingredienti nuovi, che quanto egli va offrendo sia condito di una tenerezza almeno prossima a quella dei cibi infantili. Per intenderci quelli della ‘prima comunione’, o degli studi fatti in seminario.[2] Questa falsa ed impropria diga difensiva contro le novità, fondata sugli inprintings infantili o adolescenziali, sembra ancora resistere, ma non potrà reggere a lungo. Oggi infatti l’ipoteca infantile tende a scolorire per effetto di una trasformazione sociale già molto avanzata. Mi riferisco al dissolversi della famiglia e della capacità di coglierne i messaggi; evento questo da non sottovalutare.[3] Certamente questa diversa educazione produce positivamente nei giovani una maggiore disponibilità alle novità e ad una maggiore propensione a cambiare (fattori questi abilmente utilizzati dalla propaganda commerciale), ma, connotata com’è da un secco materialismo, innescherà anche il dubbio che le antiche certezze della fede, così come vengono loro proposte, siano solo astrazione intellettuale, mitologia o fiaba dell’infanzia. Si sta sempre più dissolvendo così quella coscienza di essere qualcosa in più del proprio corpo che l’uomo occidentale apprendeva in gesti semplici, ma veri, della propria infanzia, quando la sensibilità non aveva difficoltà a entrare in un eone diverso da quello storico. Per intenderci, anche la fiaba era una forma di catechesi dell’anima.
D) Un’attenta riflessione merita anche il modo con cui oggi mediamente viene avvertito il mondo e la sua relazione con Dio. Nel sentire corrente l’universo materiale viene considerato come un che di autonomo, come la prima e autentica realtà la quale contraddittoriamente si presenta con aspetti di ordine assoluto e di totale disordine (entropia). A fronte di esso, il Cristo viene inteso quasi a mo’ di complemento, cioè come chi può infrenare qualche effetto del divenire della materia che dovesse risultare negativo per noi. In altre parole l’uomo medio pensa che il mondo va come e dove vuole, e che il Cristo, se adeguatamente invocato, solo contingentemente ci salverà da esso, concedendo una ‘grazia’, cioè compiendo un miracolo. Una concezione grossolana e riduttiva che bisogna assolutamente scavalcare Essa infatti oscura l’autentica ‘redenzione’ che investe il mondo nella sua totalità, e svaluta il Cristo a eventuale restauratore di situazioni individuali; ed ancor più fa scomparire dall’orizzonte del cristiano la ‘salvezza’ cioè la sua divinizzazione.[4]
2 ) Pillole teologiche e Verità di fedeAlla base di questi atteggiamenti falsificanti c’è quella ‘paura’ (me fobou) che la Bibbia ripete per circa 360 volte, cioè una per ogni giorno dell’anno; in pratica per tutto l’arco della vita umana. L’uomo si disinteressa della traiettoria di Vita del cosmo; gli interessa solo la sua pelle. La considerazione della ‘paura’ della animicità e ancor più della santità introduce ad un altro profilo degno di considerazione: l’offerta e la fruizione della riflessione dei teologi da parte dei membri del Popolo di Dio. Infatti, cominciando ad osservare il fenomeno dal lato dei teologi, si scopre che, anche se sotto altra visuale, non poco gioca anche qui la ‘paura’. Duemila anni or sono i discepoli, pur essendo uomini di mare, si spaventarono per i venti burrascosi; ed ancor più si intimorì Pietro, invitato da Gesù a camminare sulle acque; oggi il teologo soffre della stessa paura: l’abitudine a vivere in un solido e ben strutturato castello teologico paralizza infatti ogni ricerca e spinge gli addetti ai lavori a piegarsi su se stessi, a dimenticare l’interlocutore, e costruire briciole del loro monolitico sapere da elargire poi al ‘povero’. Il cristiano sembra chiamato solo a fruire dei ‘catechismi’. Consideriamo ora lo stesso fenomeno dal lato del credente. Questi, nutrito di pillole teologiche costruite nei laboratori del maniero, le assimila nella prima adolescenza, e le rende sapide col condimento della sua infantile esperienza di fede. Inoltre, poiché tutto gli viene offerto già predigerito, egli impara a saziarsi senza più cercare; impara a mangiare, senza farsi carico di cucinare cioè, fuor di metafora, di cercare Dio nella totalità del suo essere. Come già dicevo diventa mangione e non buongustaio. Il credente poi, dai sottoprodotti del castello dei teologi che gli vengono propinati, costruisce la sua piccola capanna e la difende da ogni parola nuova con una gelosia ancora maggiore. La protegge finanche dai teologi tradizionalisti quando questi vanno oltre quelle pillole teologiche che gli elargirono. Di fronte alla tavola del teologo riccamente imbandita, il povero si disanima, sapendo di non poter gareggiare con la sua spoglia mensa. Si disanima, ma si difende; e mentre si difende, soffre anche della sua povertà, per cui talvolta è tentato di abbandonarla quella capanna e rifugiarsi nella laica libertà del suo autonomo pensare. Altra relazione si instaurerebbe se la teologia si presentasse non come scrigno di una Verità data, ma come guida nel procedere, come un ‘andare verso la Verità’; allora si che il ricco si eguaglierebbe al povero perché uguali sarebbero la meta, le gambe, e il cibo nella sacca da viaggio.
3 ) Predicare equivale a comunicare Alla luce di tutte queste esemplificative notazioni, un dato credo che sia incontrovertibile: i metodi del ‘comunicare’ stanno subendo un radicale cambiamento. Come e dove deve allora collocarsi la Chiesa? Su questo punto chiediamo direttamente lumi alla Rivelazione. Il ‘Nuovo Tempio’ voluto da Gesù non era né statico, né territoriale, ma itinerante (Samaritana); Gesù non stette mai fermo, e Giuseppe carpentiere non gli costruì mai un seggio su cui riposare. Questa intrinseca qualità della Chiesa (che prima presentavo come un procedere dal Gesù storico al Cristo transtorico) si deve esprimere innanzi tutto nella dimensione e nell’atto stesso del comunicare. Un ‘Castello’ sta fermo in un posto determinato, lo si può visitare, ma esso non potrà venire mai a farti visita. La fede è invece qualcosa che insegue l’uomo, e bussa alla sua porta per entrare e cenare con lui. Una teologia dinamica che predica il divenire della Grande Vita (cioè del Cristo) ha perciò come primo oggetto il suo stesso comunicarsi. Il predicatore ‘che va’ non deve muoversi solo nello spazio, ma tra gli uomini colti nella loro complessità; allora il suo andare equivale a comunicare, ed egli è colui che comunica. Una verità questa che nella Chiesa è stata sempre esaltata, ma di fatto rimane frustrata. I missionari partono per terre lontane, ma il predicatore della domenica raramente vede nei suoi ascoltatori la strada sui cui deve camminare la sua omelia. E ciò dipende non poco da una scelta operata dalla teologia che ha fissato la propria attenzione sul Gesù storico che comunque resta ‘fisso nel tempo e nello spazio’, ed ha trascurato il Cristo transtorico che continuamente contatta con il nostro eone fatto di spazio e tempo e in esso penetra (si pensi all’eucarestia). Nell’amore verso il prossimo (precetto dal quale non è esente il teologo) sembra non aver spazio il piegarsi del predicatore sulla dimensione mondana dell’ascoltatore. Il comandamento, se collegato alla figura storica di Gesù, consente di disquisire, di interpretare e quindi di chiamarsi fuori; ma non si può sfuggire dalla presenza reale del Cristo in colui che ascolta; Cristo è là, avanti a chi parla, incarnato in quella specifica dimensione umana e chiede una parola che ad essa si conformi.
Pieghiamoci dunque verso l’ascoltatore; la propaganda commerciale (marketing) ci insegna che se si vuole far passare un messaggio, conviene operare in stretta connessione con le variazioni delle coordinate culturali. Proviamo a mettere a frutto le analisi e le operazioni di questi ‘figli delle tenebre’, e scopriremo ad esempio che la sensibilità delle nuove generazioni è centrata non più sulla staticità della casa-famiglia, sulla quale si regge logicamente tanta predicazione. La sociologia insegna che oggi l’esistere è continua transumanza; l’organizzazione del lavoro costringe infatti l’uomo a diventare nomade. Insegna ancora che la sensibilità dell’uomo contemporaneo è in gran parte frutto delle applicazioni tecnologiche (scienza applicata). In questo habitat, il cristiano (costretto in qualche modo a mutare le sue coordinate personali) se vuole sperimentare e comunicare ad altri la sua fede (cioè testimoniarla), avverte grandi difficoltà. Ad esempio non coglie la ‘comunione’ della Chiesa nel fatto di essere inquadrato come membro anonimo nella territorialità (o peggio nella giurisdizione legale) della Parrocchia o della Diocesi; privato della famiglia e della casa, sente sempre più la pregnanza della sua dimensione individuale e la sua intrinseca libertà nel colloquio con Dio (carta vincente dei mussulmani); si rende conto che, se vuole ascoltare e annunciare il Cristo, non può riferirsi ad immagini e metafore proprie di un’altra visione del mondo e dell’uomo. Egli non vuole svendere la Verità, ma vuole intendere ed essere capito.
In conclusione, l’amore cristiano, inteso come utile ‘comunicazione’ implica un coraggioso azzeramento del vecchio discorso teologico, senza lasciarsi captare dall’illusione di riattare continuamente la staticità dell’edificio. Non si può trasformare una carrozzella (e tanto meno un edificio) in un aeroplano. Per fare un esempio, a me pare che, ad onta di qualche nostalgica risacca, sia del tutto superato, ad esempio, quel trionfalismo legato ad una partigiana lettura della storia tesa ad esaltare i successi conseguiti dalla Chiesa Istituzione, comodamente sorvolando sugli errori compiuti.[5] Per amore della Verità da predicare bisogna pur abbandonare teologie formulate in collegamento a culture di un tempo tramontato, e dirette più a costruire un’opera letteraria che a parlare al cuore dell’uomo. Sarebbe questo un ‘lasciare per costruire’, senza svendere la Fede e la Rivelazione della Chiesa; ché altrimenti si tradirebbe proprio quella Via che si vuole battere fino in fondo.
E) Dunque ‘comunicare’ come atto d’amore, ma comunicare in senso stretto, cioè per essere capiti e per soddisfare un’esigenza vitale dell’ascoltatore. Ogni teologo nella sua buona fede vuol raggiungere questo scopo. Ma a volte gli strumenti usati contraddicono questa tensione verso il prossimo. A proposito di strumenti, gioverà allora riesaminare quel consunto argomento secondo il quale il ‘pensiero’ ha una sua validità obiettiva, ed è quindi capace di sostenere le antiche e statiche teologie, e di adattarsi ad ogni cultura. A me pare un argomento del tutto falso, specie dopo aver constatato che finanche la matematica ha i suoi limiti.[6] Teologia dogmatica e teologia biblica non sono degli assoluti culturali (ammesso pure che esistano); e ciò proprio in quanto Bibbia e Dogmi godono di una misteriosa dimensione ‘spirituale’ che sarebbe stata del tutto superflua se il ragionare e l’esprimersi umani già possedessero, da soli, questa intrinseca eterna latitudine. In realtà, ogni proposizione teologica costituisce il rivestimento (la lettera) di un messaggio misterioso (perché divino), il quale si scioglie solo al calore dello Spirito, enzima ineliminabile a ché la nostra mente possa elaborarlo ed esprimerlo in una nuova teologia. A me pare che nella loro predicazione, i Padri insegnarono quanto ora vado suggerendo, sottolineando sul punto due cose molto importanti: a) che bisogna liberare la Scrittura dalla sua veste narrativa, e considerarla non già una epopea dell’umanità (visione storiografica), ma la continua autorivelazione del Cristo che opera nel mondo. b) che la Verità di fede, cioè il Dogma è, come la Scrittura, qualcosa di ‘spirituale’ che va continuamente speculato e tradotto in parole umane.
Perché sia chiaro quanto vado dicendo, ricorrerò ad una metafora. Potremmo rassomigliare la Rivelazione scritta (Bibbia e dogmi) ad una vetrina di gioielliere che contiene pietre preziose. Se la luce all’interno del cristallo è spenta, chi vi passa vicino vedrà riflesso nel vetro (che ora si comporta da specchio) la strada e coloro che vi passano. Fuor di metafora, le immagini che il passante vede nella vetrina spenta equivalgono al cd. senso letterale che evidenzia cose, fatti, e cronache quasi fossero il vero ed unico oggetto del libro. Ma tutto cambia quando si accende la luce dietro il vetro. Attraverso di esso, diventato trasparente, chi guarda può contemplare ed apprezzare la ricchezza esposta. Questa luce è lo Spirito, è l’ispirazione divina che apre gli occhi interiori di chi legge il libro sacro, e gli fa vedere i misteri di Dio.[7]
4) Qualche anticipazioneCiò posto, anticipando quanto esporrò nelle schede seguenti, a me pare che, per costruire una teologia che, ora e qui, si apra al ‘popolo di Dio’ ed ancor più a tutti gli uomini del mondo, sarebbe utile considerare: a) Che oggetto della ricerca è sempre e comunque il Cristo-Vita e quindi Via della Vita. b) Che la Scrittura non è esposta in una parlata materna, ma attraverso un metalinguaggio. Che essa, per la plasticità propria del parlare ed ancor più dello specifico metalinguaggio è polisemica; che le narrazioni hanno valore metaforico, pur senza escludere che i fatti possano essere reali. Che essa ha per tema il Cristo e non la storia dell’umanità o di una etnia.[8] c) Che unica è la Verità e di essa è garante il sensus fidei della Chiesa (supportato dal Magistero) e non la razionalità umana. Cristo va riconosciuto ‘per il suo odore’. d) Che l’unica Verità è pentecostale nel suo manifestarsi e può essere recepita in maniere diverse a misura in qualche modo dell’ascoltatore. e) Che la Verità di fede è un mistero mai totalmente conosciuto e quindi ingabbiabile in una struttura concettuale e linguistica umana, ma è proteiforme ed a misura di colui al quale va predicata. f) Che ogni ricerca deve partire da quell’unico punto comune costituito dal testo sacro (biblico e dommatico). g) Che l’uomo è ‘onticamente’ un’Anima, ed il suo ‘corpo’ costituisce la dimensione transitoria dell’anima. La sua storia è gestazione dell’anima. h) Che cercano Dio le anime singole, ma nel ‘coro’ della comunione ecclesiale (sensus fidei). i) Che va predicato ciò che si crede, nell’obbedienza al sensus fidei della Chiesa. j) che il teologare è esperienza che va messa a servizio del prossimo e va perciò autenticata attraverso una testimonianza di carità. In conclusione, ogni strumento umano (dall’argomentare all’archeologia) è utile in forma ancillare, ma non può sostituire quel dialogare con Dio (ispirazione) che abilita il teologo a parlarne.
In ordine alla Rivelazione Scritta voglio anticipare qualche tema da riflettere e che verrà più puntualmente trattato in una successiva scheda. Il limite dell’attuale approccio alla Bibbia (e quindi della sua comprensione spirituale) consiste nella eccessiva storicizzazione del Libro che in pratica viene letto quasi fosse l’epopea dell’intera umanità, e poi di una singola anche se fantasmatica etnia. C’è quasi un orgoglio luciferino nel considerare la Rivelazione di Dio come narrazione di una serie di storie umane, nelle quali si cerca poi di ritrovare un significato di fede. Non a caso interi libri (penso a Levitico e Numeri) sono solennemente dichiarati ‘Parola di Dio’, ma in pratica risultano totalmente emarginati. [9] A mio giudizio, tutta la Rivelazione (Antico e Nuovo Testamento) aveva una forte caratterizzazione esoterica; gli accademici che la studiano conoscono bene questo fenomeno, ma in pratica ne prescindono, preferendo considerare il testo sacro alla stregua di un qualsiasi documento laico. Così è stato relegato nel limbo delle curiosità l’amore degli agiografi e poi dei Padri per la Musica, la Gematria, la Isopsefia, la Metafora, il Simbolo e si riconosce un valore quasi nullo alla meditazione del Talmud e della Kabbalah.[10] Il predicatore antico, che conosceva bene questa struttura letteraria, sapeva di doversi sganciare dalla fattualità che connota la superficie del testo, per evidenziare all’ascoltatore il misterioso contenuto proveniente da Dio. Da qui, come io credo, nacque quel metodo esegetico della scuola di Alessandria che viene denotato col termine ‘Allegorico’. Quale che sia il significato da dare a questo termine, sta di fatto che coloro che oggi ne parlano ne posseggono unicamente i prodotti (le interpretazioni), ma ignorano il ‘Come’ e quindi in pratica non possono applicare quel metodo. Frastornati dalla singolarità (per non dire stranezza) delle conclusioni dei Padri, e non sapendo come essi vi siano pervenuti, il loro procedere viene considerato come una superfetazione mentale confinante con la fantasia. E non sembrano rendersi conto che, così facendo, essi proiettano sul passato la loro mentalità da ‘topi di biblioteca’, studiosi cioè adusi a trattare con testi che sono ingessati e morti nella loro esposizione grafica; formulati in proposizioni direttamente significative; lontani dal colloquio vivo con il destinatario della Rivelazione. Ma la loro conclusione secondo cui i Padri condivano i testi sacri con la fantasia non suggerisce un modo per andare oltre la vantata storicità dei testi. Se le narrazioni bibliche sono ‘storia’ (per altro carica di dubbi ed incertezze) resta il problema di come trarre da questi ‘fatti’ un messaggio divino. Gli attuali ‘dottori della Legge’, ignorando l’articolazione del metodo esegetico dei Padri, hanno allora adottato dei procedimenti letterari (cd. generi letterari etc) derivanti dalla filologia laica, e li hanno direttamente applicati al testo sacro. Queste metodiche sono allora diventate subdoli strumenti che consentono una libera interpretazione, dissimulata sotto il manto di un procedere ‘scientifico’. Sostanzialmente i ‘generi letterari’ dipendono infatti da chi li utilizza.[11]
Nelle schede che seguiranno tratterò diffusamente di questo e degli altri temi che ho indicato, mostrando tra l’altro che se il primo punto di riferimento del teologare consiste nella Parola Scritta da Dio, il secondo riguarda (come si è detto) la mutevole storia dell’uomo e principalmente l’habitat nel quale Dio chiama a predicare. In altre parole se, per lo storico che vuol comprendere il significato di eventi passati, il presupposto ineliminabile è la determinazione del ‘contesto storico’, per il teologo la posizione si inverte: egli deve esaminare e precisare il contesto nel quale sta predicando e attribuire un valore solo marginale a quello (sempre dubbio) nel quale si formò il Libro. Per il teologo la Bibbia basta a se stessa, e non va riconosciuta un peso determinante al momento della sua redazione. È inconcepibile una Rivelazione che siporti a rimorchio la Biblioteca di Alessandria. Proviamo a spiegarci con un esempio: se per comprendere ad es. l’assassinio di Aldo Moro è imprescindibile fare chiarezza su quel periodo politico, è insignificante per il teorema di Pitagora conoscere ed analizzare il mondo in cui visse ed operò Pitagora. Il teorema, come la Bibbia, predica direttamente tutto se stesso.
Per il teologo la storia, a cominciare da quella di alcuni millenni fa (riportata, come si dice, nella Bibbia), per finire a quella contemporanea, va essenzialmente considerata nella sua valenza di ‘segno’. E se le ‘storie’ bibliche altro non sono che ‘segni’ di un discorso che parla solamente del Cristo, lo sono ugualmente gli eventi dell’oggi. Come cercherò di mostrare in una scheda successiva, volendo far emergere il Cristo, non si può allora prescindere dai segni che sono sotto i nostri occhi. Essi oggi sono tra gli altri: - Il nuovo linguaggio ed i nuovi contenuti della Scienza; le nuove articolazioni della società e le nuove e diverse culture; - la situazione di stallo in cui versano i grandi problemi della economia globale, ecologia, ingegneria genetica etc, schiacciati fra apodittici ‘Si’ e ‘No’; - la presenza di una ‘Ameba’, cioè di un camaleontico potere forte, che condiziona progressivamente la libertà dei singoli e delle nazioni; - il lento infiltrarsi di una mentalità tecnologica e consumistica nella coscienza dei singoli e delle masse; - lo stress che affligge il singolo e lo fa avvertire incapace di lottare per edificare un mondo migliore. Questi sono alcuni dei segni del nostro tempo; di essi si deve tener conto nel leggere la Scrittura (che è rivelazione attuale di Dio), e nel costruire una visione unitaria e dinamica della fede da offrire all’uomo come ‘buona notizia’, come indicazione della Via Regale della santità, e come fonte attuale di beatitudine. [1] Un atteggiamento questo esiziale, quando a tenerlo sono proprio i sacerdoti per i quali è eretico tutto ciò che non corrisponde a ciò che essi hanno appreso.
[2] Non a caso vanno sempre di moda i ‘fervoristi’ che flautano parole ricche di ‘unzione’ accompagnate da un ‘mistico’ sorriso; essi che, invece di rivolgersi alla reale consistenza dell’uomo, ne vellicano solo una transitoria emozionalità. E viene parallelamente rifiutato chi invita ad approfondire e, invece di bypassare i punti scabrosi della Rivelazione, ne fa oggetto di insegnamento. Egli si sente ripetere l’adagio: “Perché vuoi complicare una cosa semplice?” che sulle labbra dell’anima pura dice perfezione, e su quella del pigro indica solo ignoranza ed ignavia costituzionali.
[3] Oggi nella sensibilità dei bambini diventano sempre più decisivi i variabili prodotti della tecnologia; alle ‘salse’ di mamma, si vengono sostituendo il gioco elettronico ed i mostri dei cartoni giapponesi in continua variazione. Per intenderci, se gli anziani sentono ancora oggi la tenerezza di un Natale in famiglia e ad esso connettono riverberi religiosi, i giovani sono stati segnati dalla prassi dei regalini, del viaggio, delle visite di Babbo Natale, e su queste prassi artificiose ovviamente non hanno potuto neppure costruirsi un imprinting di fede.
[4] Per cogliere questo profilo è sufficiente considerare come questo intervento non viene proprio preso in considerazione quanto a fatti più ampi, specie se planetari. Chi veramente crede che il Cristo è in grado di fermare una guerra o una dittatura? Chi ha avvertito il suo intervento quando è crollato il colonialismo o è caduto l’impero sovietico?
[5] Dovrebbe molto far riflettere la parola di un Papa che, dopo duemila anni, attesta la scristianizzazione dell’Europa, cioè del centro stesso della cristianità e ritratta tante scomuniche.
[6] Questa affermazione non vale neppure per la geometria e la matematica i cui enunciati, se pur restano validi, subiscono comunque la presenza delle nuove dimensioni del pensiero umano, quanto meno nel senso di restringere il proprio ambito di verità. Per intenderci il teorema di Pitagora non vale sulla superficie curva che è diventata dominante con l’acquisizione della sfericità della terra. [7] Forse è questo il senso dell’immagine di Paolo: “Noi vediamo come in uno specchio”. Quanto alla relazione fra senso spirituale e formulazione letteraria noto che purtroppo noi siamo stati educati a cogliere le grandi dispute dell’epoca patristica unicamente in termini di ortodossia ed eresia; esse invece insegnano che la Verità di fede va sciolta dalla fissità letteraria di questo o quell’enunciato, cioè in altre parole dal rivestimento fornito dalla teologia del tempo in cui fu formulato.
[8] Sul punto vedi la testimonianza di Agostino sulla polisemia della Scrittura, che ho inserito nella sezione ‘Bibbia’.
[9] Non a caso, nell’uso liturgico, dal salmo 137 sono stati escissi gli ultimi versetti che proclamano due terribili beatitudini. In realtà quei versetti non sono stati capiti, come non si è ancora compreso il significato del Koelet e dell’Apocalisse. E tuttavia l’Accademia della Scrittura continua a sostenere che l’unico metodo di lettura è quello che essa segue. Sul punto vedi in ‘Bibbia’ la mia lettura di questo salmo.
[10] Commentando Prov.25,11, Maimonide (kabbalista) affermava: “una parola pronunciata in modo acconcio è come una mela d’oro (significato nascosto) in un recipiente di filigrana d’argento (significato letterale)”. Le sottigliezze della Scrittura possono compararsi (in eccesso) a quelle della ‘poesia’ che va oltre il significato corrente delle parole. In questo senso Deuter. 31 definisce la Bibbia come un ‘poema’.
[11] Per fare un esempio paradossale, non capisco perché si debba riconoscere valore mitico alla storia di Adamo e non anche al decalogo ed in particolare al sesto comandamento. Poco si riflette al fatto che i ‘generi letterari’ sono una specie di ‘cavallo di Troia’ che consente al ‘dottore della Legge’ di farsi giudice del valore e del significato dei testi. In questo modo sono essi a fissare il contenuto di ciò che pure viene riconosciuto come ‘Parola di Dio’.
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