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SCHEDA n.1

Teologia della ‘Croce-X’(Chi) e del Cristo

 

Sommario: 1) Antichità e positività del segno di croce;  2) la croce come supplizio; 3) Permeabilità delle religioni antiche; 4) Il simbolo grafico; 5) Il simbolo cosmico; 6) Il simbolo religioso; 7) Conclusione.

 

1) Antichità e positività del segno di croce

La simbologia della croce è più volte presente nei Vangeli e massicciamente negli scritti paolini (es. Ef.2,16; II Cor. 5,14; Rom.6,6.8; Gal.6,14). Ciò induce ad un attento esame di questo simbolo inteso correntemente come specifico del cristianesimo, e considerato come segno di dolore di lutto in quanto direttamente riferito alla morte di Gesù.[1]

Come vedremo, esso è però anteriore al cristianesimo ed aveva un valore fortemente positivo, sicché nella sua predicazione la Chiesa non dovette incontrare alcuna difficoltà ad usarlo fin dal primo momento per indicare la persona di Gesù Dio incarnato e Salvatore. La dimensione ottimistica infatti  era già perfettamente comprensibile dagli uditori greci.[2]

 

Un segno antichissimo: l’archeologia ha dimostrato che il segno di croce, nelle forme orizzontale-verticale, ‘di s.Andrea’ (X),  iscritta in un cerchio a volte con aggiunte nelle sezioni circolari, o a forma di svastica, era presente in civiltà antichissime che vanno dall’India, Cina, Egitto, Creta alle zone danubiane Esso costituiva, insieme al cerchio, al quadrato ed al centro, uno dei quattro simboli fondamentali; sicché la croce iscritta in un cerchio ne rappresentava la sintesi. Secondo alcuni deve considerarsi come il più totalizzante dei simboli.

Un segno positivo: a parte i significati che la croce assume riferita al  mondo materiale (orientamento spaziale e temporale), essa ha sempre indicato anche la sintesi fra il Cielo e la Terra che gravitano, entrambi, sul centro primordiale indicato dal punto di intersezione dei due bracci e che funge anche da centro del cerchio. Per Platone (epigono del pensiero greco) Dio si era segnato sul creato in forma di ‘X’ (chi), cioè come una croce.

In questo senso essa simboleggiava protezione e salvezza; e ciò probabilmente perché mostra come l’orizzontalità della terra (patibulum) può ascendere lungo il palo che rappresenta la via verso la divinità. Dal segno di croce (+) si può passare così alla lettera Tau (T), nella quale il patibulum è giunto alla sommità del palo; il Tau dunque indica lo stadio finale della perfezione (Telos). In molte culture la croce viene perciò detta ’scala’ o ‘ponte’.

A sua volta l’evangelista Giovanni, affermando che Gesù ‘sollevò’ la croce (bastazo), completava in termini di ‘salvezza’ la teologia dei sinottici i quali avevano chiarito che il ‘patibulum’, cioè la dimensione orizzontale, riguardava solamente l’uomo. Essi infatti lo caricano sul Cireneo che simboleggia l’umanità.[3]

Letta in questa ottica, al di là del suo valore fattuale, la crocifissione di Gesù esprime la santificazione del mondo (simboleggiato dal patibulum) che, per merito del Cristo, raggiunge il punto più alto del mistico ‘palo’, cioè la meta divina alla quale era stato chiamato; ‘Quando sarò levato all’alto attirerò tutto a me’.

 

2) La croce come supplizio

Tutt’altra cosa era il supplizio della croce; una prassi molto antica che successivamente, nel mondo greco-romano, riguardò solo gli schiavi condannati a morte. La Bibbia riferisce che ad essa (che allora era sostanzialmente un palo) venivano appesi, coloro che avevano già subito la pena di morte per lapidazione (Deut. 21,21 ss e Gen 40,19).[4]

Gesù aveva subito questo orrendo supplizio e la Chiesa voleva certo ricordare il fatto, ma non predicarlo come unica Verità. La ‘Buona Novella’ consisteva proprio nel superamento del fatto in sé e nel recupero del suo incommensurabile valore teologico.

Ed allora il segno di croce (non specificamente cristiano, e proprio a tutta la cultura mediterranea)[5] la Chiesa lo utilizzò fin dalle sue origini come segno di vittoria e di salvezza, correlandolo, ma non identificandolo, allo strumento di tortura con cui Gesù fu ucciso. E tenne iconicamente ben distinte le due valenze del segno (morte e Salvezza) fino a quando Teodosio il Grande, abolendo detto supplizio, lo relegò nella neutralità dei ricordi storici. Allora fu possibile rappresentare il Cristo crocifisso senza creare confusione di significati.

Resta così spiegata la mancanza, nei primi secoli, di rappresentazioni del Golgota con Gesù inchiodato sopra la croce.[6] La Chiesa evitava che l’ombra del terribile evento del supplizio offuscasse la positiva qualità simbolica del segno, e che il cristiano leggesse nella croce più la morte che  la Vita. In altri termini la Chiesa intendeva annunciare col segno di croce che tutto il positivo ad esso connesso andava riferito alla persona di Gesù; con la sua morte egli aveva donato all’uomo la protezione e la Salvezza simboleggiate da quel segno.

 

L’iconografia suggerisce un’altra riflessione. Le varianti grafiche del segno della croce sono moltissime e compaiono sin dai primi secoli; viene allora da chiedersi perché i cristiani, invece di rappresentare quel palo e quel patibulum su cui Gesù era morto così come essi erano, si arrischiarono a trasformarli in tante forme diverse, quasi fossero dominati da un irrefrenabile impulso artistico. Ma il rispetto dovuto a quell’evento fondamentale della vita del Maestro non consentiva alcuna libertà espressiva, ed avrebbe impedito ogni variazione che potesse falsificare il fatto storico. Io credo che la croce del Golgota doveva godere in quel tempo della stessa ‘fissità’ riconosciuta al testo scritto della Rivelazione. 

E’ allora molto più verisimile che essi intesero operare variazioni sul simbolo grafico per esplicitare, attraverso le sue varianti, l’avanzante coscienza del mistero della croce del Cristo.

I Padri si mossero anch’essi in questa direzione positiva e nella croce di Cristo videro tra l’altro, l’albero genesiaco della vita e la vittoria sui demoni.

La liturgia a sua volta suggerì di ‘segnare’ il battezzato con il segno della croce. Questo gesto, che oggi viene considerato riduttivamente come un saluto, probabilmente voleva esprimere una specifica presenza di Dio in quel credente (vocazione). Come il mondo fu segnato da Dio con una croce (il X platonico e di Giustino di cui ora dirò), così ogni singolo credente, in forza del battesimo, gode nella sua dimensione esistenziale della presenza di Dio.

La lettura positiva della ‘croce’ fu suggerita anche dagli agiografi attraverso i termini usati per descrivere la passione di Gesù. Con una altrimenti incomprensibile laconicità, essi sintetizzarono il punto più alto dell’evento terreno del Cristo con un semplice verbo: ‘lo crocifissero’ sorvolando su ogni particolare della scena; ed usarono il vocabolo ‘stauros’ per indicare sia il palo che il patibulum, creando così un equivoco sulla cosa  che fu messa sulle spalle del Cireneo. La successiva iconografia è rimasta vittima di questa equivoca descrizione.

In realtà essi vollero affidare il loro messaggio teologico proprio a questi semplici fonemi che, ad un attento lettore, si rivelano ricchissimi di senso. Come meglio vedremo in appresso, ‘stauros’ (croce) consente una lettura teologica del tutto positiva; infatti il fonema compitato come ‘S. Tau R’ os’ dice: “Egli è la Perfezione che salva il tutto”; ed ugualmente si può affermare del connesso verbo che dice: “Lo spinsero nella Perfezione”.

 

3) Permeabilità delle religioni dell’antichità

E veniamo ad un secondo momento di riflessione. Come ho avuto modo di segnalare, un dato mi ha fortemente suggestionato ed intrigato: l’assenza nella LXX e nei Vangeli di una palese, articolata teologia del Cristo. Paolo, lo possiamo dire con certezza, è praticamente consacrato al Cristo; eppure alle sue spalle sembra ci sia un vuoto scritturistico su questo misterioso personaggio. L’archeologia (cfr. Testa) ha però mostrato che la Chiesa delle origini si serviva anche di segnali esoterici, per dissimulare i nomi sacri; e questa era evidentemente una tradizione già esistente nell’area della Bibbia oltre che  nella religione della classicità.

Prendendo le mosse da questo fatto ho ipotizzato allora che il termine Xristos sia presente nella Bibbia nella sua forma cifrata, (come ‘X’ o come ‘Xr’), ed ancora per via di simboli antichi (tra cui la croce o il ‘X’). Questo fatto, che a noi contemporanei abituati a monosemia ed evidenza può sembrare un artificioso escamotage letterario, era una forma ordinaria del  comunicare all’interno della cerchia dei sapienti dell’epoca. Non va infatti dimenticato che a quel tempo, in un dilagante analfabetismo, il discorso teologico era riservato ad un piccolissima minoranza; e che solo l’esistenza di un codice teologico unitario consentiva lo scambio culturale.[7]

 

Poiché mi rendo poi conto della riluttanza del lettore ad aderire a questo nuovo e diverso approccio, esporrò ora una serie di dati che suggeriscono, di considerare il simbolo della ‘croce’ equivalente al ‘Chi’ greco (X), e di inquadrarlo in una teologia trasversale al panorama religioso dell’antichità.

Un primo dato che ritengo molto importante, per la sua antichità e per i personaggi che vi compaiono, è costituito dalla coincidenza di due opere che sembrano molto distanti fra loro. Mi riferisco alla ‘Apologia’ di Giustino martire e al Timeo di Platone. Per entrambi Dio avrebbe segnato di sé la terra con il ‘segno di croce’, cioè con un ‘X’.

Di questo accostamento (un apologeta cristiano ed il massimo filosofo greco) parlerò fra poco più ampiamente; per il momento invito a riflettere su quanto questa coincidenza  incida su quella affermazione, diventata ‘vera’ per reiterata ripetizione,  secondo cui Cristianesimo e Religione Classica sono due cose radicalmente diverse e quindi necessariamente conflittuali.

Al contrario, a me pare che si debba ipotizzare una sostanziale unitarietà nella religiosità del mondo antico e che, proprio in forza dell’esistenza di questo tessuto comune, il cristianesimo poté dilagare nell’Impero romano.[8]

A parte il Mosaismo ed il Cristianesimo, viene pacificamente ammessa una intercomunicabilità fra religioni e teologie diverse compresenti nell’Ecumene.  Essa, a mio giudizio, non trovò la sua radice in una labilità delle singole fedi, aperte sincretisticamente a nuovi dei (così come si ripete), ma nella concezione ‘economica’ della Divinità.

Rispetto all’uomo, il dio si caratterizzava per l’esercizio di una specifica ‘funzione’ e non per una sua caratteristica ontica, e quindi per un riservato ed inalienabile nome. Quando allora veniva verificata una uguaglianza di funzioni in divinità dal nome diverso, l’uomo antico senza tradire il proprio credo lecitamente venerava la nuova divinità con il suo nome straniero. E ciò nella presunzione che con tale titolo il Dio (che restava sempre lo stesso) preferiva essere invocato.

Probabilmente, solo più tardi e nell’area della Congrega teologica di Gerusalemme (giudaismo), il ‘Mosaismo’ si differenziò dalle altre religioni, affermando un  esclusivismo del ‘Nome’ e considerò quest’ultimo come definitorio della essenza stessa del Dio.[9] Di qui la conclusione: ‘Non avrai altro Dio fuori che Me’, dove quel ‘me’ veniva inteso in senso ontico e veniva espresso come un ‘nome’.

 

A mio giudizio la unitarietà del discorso religioso nell’antichità era resa possibile anche da un altro fatto e cioè l’esistenza di un unico universo di discorso simbolico. Proprio perché esso era, per buona parte, comune a popoli diversi, i misteri delle religioni potevano giovarsi di un ‘esperanto’ di segni e di metafore. Attraverso di esso era possibile comunicare la propria teologia e scoprirne le coincidenze o le differenze con le altre.

I moderni studi credo abbiano sufficientemente dimostrato l’esistenza di questo esperanto teologico di cui è traccia anche nella Bibbia quando, ad esempio, narra del discorso tra Mosè ed il Faraone nel quale non si fa distinzione di nomi, ma si allude sempre al Dio.

 

Ora a noi interessa rilevare che nel mondo antico una certo simbolo (nel nostro caso quello della ‘Croce-Chi’, era patrimonio comune. Poco importa chi ne sia stato il creatore e chi il discepolo (problema che interessa a Giustino); ciò che conta è rifiutare in limine quell’esclusivismo giudaico che ha cercato di accreditare la assoluta ‘originalità’  del Dio (come essi lo intendevano), e della sua rivelazione, cioè della Bibbia.

Quanto al primo punto il Vaticano II ha definitivamente superato la visione strettamente nominalistica, ed ha riconosciuto che Dio è uno, ma i nomi con i quali viene chiamato possono essere diversi.

Quanto al secondo aspetto, va precisato che la  Bibbia non è stata mai una Minerva nata armata dalla testa di Giove, ma un libro sacro tra i tanti; e che la sua specialità consiste nell’aver formulato autoritativamente la Vera Rivelazione, concludendo un lento processo di decantazione del contenuto dei libri sacri più antichi.[10]

La Bibbia fu posta in essere da una scuola religiosa del Mosaismo (verisimilmente di lingua greca), la quale trovava il suo eponimo simbolico nel personaggio del pellegrino Abramo che viaggiava per raccogliere le rivelazioni delle Genti (rivelazione adamitica); e nella figura di Mosè, il notaio di Dio, che fissò quanto era vero, e scartò gli inquinamenti mondani che si erano infiltrati in quelle raccolte di rivelazioni divine. E’ chiaro che Abramo e Mosè non erano di razza giudaica, né lo diventano perché vantati come ascendenti da una certa scuola teologica o da una singola etnia.

La Bibbia fu dunque, sin dal primo momento, un libro per l’umanità e non già per una casta sacerdotale o un solo popolo; sicché per un verso la sua esposizione in greco realizzo la coerente riunificazione in un solo libro di testi diversi; e così concluse un cammino teologico (e non solo letterario) tendente all’unità; e, per l’altro, si pose come  ponte all’interno di tutta la cultura e di tutte le religioni del tempo.

Chi vuole meditare la Bibbia in un’ottica storico-filologica (o meglio di ‘comunicazione’) non può allora tralasciare di considerare l’influenza esercitata dalla classicità nel momento di formazione del testo, e dimenticare che esso fu scritto, certamente per rendere fedelmente il contenuto teologico del Mosaismo, ma anche  per essere comprensibile ai greci.[11]

Queste conclusioni derivano anche da una banale considerazione. E’ impensabile che Tolomeo Filadelfo (per attenerci alla ‘Leggenda di Aristea’) abbia costruito una Bibbia Greca (LXX) per pura curiosità letteraria o per completezza di catalogo. Essa, inserendosi nella Biblioteca di Alessandria, entrava a far parte della cultura ecumenica.

Ma in ogni caso, di fatto il libro era disponibile nella biblioteca, e ogni studioso ne poteva disporre (vedi Filone). Allora, comunque questi ne valutasse il contenuto, nel meditare alla sua luce i grandi problemi (teologico, cosmologico e antropologico), si sarebbe immediatamente reso conto che il Libro  si inquadrava nella cultura greca che quei temi aveva trattato in testi laici e religiosi (che spesso di  fatto coincidevano).  E ciò che a noi appare un ‘consonanza’ inammissibile e quasi blasfema, da contestare e demonizzare, era per lui qualcosa di assolutamente naturale.

In particolare in quel tempo fioriva la scuola platonica (con il suo mistico ‘X’) ed era ovvio pensare che essa (nel linguaggio e nella sostanza) avesse influenzato il lavoro dei 72 saggi che avevano costruito il testo greco della Biblioteca di Alessandria. Perché questi saggi avrebbero dovuto contestualizzare il loro libro nella cultura religiosa mediorientale, e non pure in quella greca che ha  con la prima una comune matrice?[12]

 

In conclusione chi ammette una permeabilità tra mosaismo e mondo classico (tutti la riconoscono esistente nell’area religiosa medio-orientale) non trova difficoltà ad arretrare nel passato il simbolo della croce-X e ad ampliarne l’area di influenza. E non trova difficoltà a considerare questo  simbolo anteriore al Mosaismo ed al Cristianesimo, e derivante dalla religione fontale di Adamo; ed ancora a collegare ad esso un profondissimo ed universale significato, inquadrabile in quel grande mistero della incarnazione di Dio che viene presentato come esclusivo della religione cristiana.

Anzi, ragionando in questo modo, si scopre che questo mistero è stato profetizzato da sempre ed a tutti; e, con speranza di successo, lo si può allora ricercare nella Bibbia che stranamente sembra tacere proprio su quanto costituisce l’architrave di tutta la teologia cristologica. Quanto a me, procedendo su questa strada ho potuto leggere in forma eclatante l’annuncio dell’incarnazione del Cristo nell’incipit del libro della Genesi. E’ bastato spostare in avanti un segno di interpunzione e intendere: “Lo Spirito  di Dio andava sopra l’acqua e disse: Che Dio diventi un essere mortale (Fos); e divenne uomo!”.

 

4) Il Simbolo grafico

Per fornire elementi probatori della tesi accennata, esaminiamo ora la genesi del simbolo grafico.

Nell’alfabeto greco, la lettera ‘Chi’ va correlata, quanto alla sua nascita, sia al ‘Teta’, sia al Tau’; trova poi corrispondenza con la lettera ‘Taw’ dell’alfabeto ebraico. Quanto all’aspetto grafico gli studiosi affermano che nell’alfabeto fenicio-ebraico dell’epoca pre-esilica l’ultima lettera dell’alfabeto era il ‘Taw’, ed essa si esprimeva graficamente con un segno di croce di  S. Andrea, cioè come la nostra ‘ics’ (X). Nel fenicio però questo segno era posto in senso verticale-orizzontale (+). Sussisteva dunque una corrispondenza grafica fra lettere diverse.

Il ‘Chi’ (la segneremo da ora in avanti come ‘X’) è la 22° lettera dell’alfabeto greco e, per collocazione nell’elenco, corrisponde al Taw ebraico che conclude quell’alfabeto al ventiduesimo posto.

Secondo i linguisti, graficamente esso sarebbe derivato dal ‘Teta’ che all’origine veniva scritto come un cerchio nel quale era iscritta una X; secondo altri derivava invece dall’inclinazione del ‘Tau’ che in origine aveva la forma di una croce ‘greca’, cioè  a braccia uguali (+). Qualcuno la fa anche derivare dal ‘K’.

Ognuno di questi riferimenti suggerisce combinazioni rilevanti sul piano simbolico. Tra l’altro, il ‘X’ può assumere il valore dell’Omega in quanto corrispondente al Taw (ultima lettera ebraica), ed indicare così un termine una perfezione.

Detto significato si recupera anche  nella corrispondenza grafica con il  ‘Tau’, ed infatti entrambe e lettere erano costituite da un segno di croce; quest’ultimo  (Tau) aveva pacificamente il significato di ‘perfezione’, in quanto corrispondente al Taw,  e perché iniziale della parola ‘Telos’  che indica proprio un ‘termine’ e una ‘perfezione’. Ricordo ancora che il ‘Taw-Tau’ nella scrittura sinaitica simboleggiava un ‘marchio di giudizio’ (Ez. 9,4 ss; Ap. 7,3); e che nel mondo greco il ‘Teta’, quale iniziale della parola ‘Tanatos’ che significa ‘morte’, era la sigla che indicava negli elenchi i condannati a morire.

Dal punto di vista numerico, il ‘T’ indicava il 300 ed il ‘Teta’ il 9; a sua volta, il ‘X’ indicava il ‘6oo’ ma, nella numerazione acroforme, esso, valeva ‘1000’, essendo l’iniziale (acro) del termine Xilioi che significa proprio ‘mille’.[13]

 

 

 

 5) Il simbolo cosmico

Quanto al simbolismo cosmico, sin dalla più remota antichità (1000 a.C.), come ad es. tra i petroglifi dell’età del bronzo, si incontrano spesso segni di cerchio che contengono un ‘X’ diritta od inclinata; fatto quest’ultimo che ha fatto pensare alla ruota (Ruota solare). [14]

Nel primo cristianesimo mediorientale il segno di croce, diritto, inclinato, da solo o circondato da un cerchio, era di uso comunissimo e lo si trova spesso intersecato da una ‘I’ o da un ‘P’ (rho), dando luogo a complessi apparati grafici che forse meritano altre riletture, oltre quelle suggerite. [15]

Talvolta il cerchio contiene oltre la croce anche quattro puntini ognuno per ogni sezione di cerchio. Si parla in tal caso di ‘X cosmico’ (Testa pg.335) intendendo che le quattro parti  simboleggino i quattro elementi della terra: due in alto (aria e fuoco) e due i basso (acqua e terra).

 

6) Il ‘X’simbolo religioso

Nel ‘Libro di Adamo’ si dice che quando Dio creò la terra, venne la sua forza la quale, come dolce soffio, si mosse nelle quattro direzioni e poi riposò nel centro. Nella sua Apologia, il già citato Giustino (martire del II secolo d.C.) volendo mostrare che le corrispondenze fra cristianesimo e religione classica non attribuivano a quest’ultima una precedenza, perché essa proprio aveva attinto alla fonte mosaica, scrive:

 

“E che mediante il Verbo di Dio (Logos) tutto l’universo sia stato fatto dalle cose sottoposte, già prima annunziate da Mosè, lo imparammo sia Platone, sia i suoi discepoli, sia noi; e voi potete persuadervene. Sappiamo che persino l’Erebo, così nominato dai poeti, fu menzionato prima da Mosè.

(60) Quanto nel Timeo vien detto da  Platone (Tim. p.36-B-C-) riguardo al figlio di Dio, laddove afferma: “Lo dispose in forma di X nell’universo”, egli lo prese parimenti da Mosè

Infatti nei libri di Mosè è stato scritto che in quel tempo… nel deserto…Mosè fece una figura di croce e la pose nel santo tabernacolo…” (Num.21,8.9). Platone avendo letto ciò, e non avendo esattamente compreso che quello era il segno della croce, credendo che fosse un ‘X’ disse che la Virtù, che è dopo Dio primo principio, è disposta a forma di ‘X’ nell’universo.

Egli poi parla della Terza Virtù perché lesse da Mosè che ‘lo Spirito  di Dio si portava sopra le acque’. Ed infatti assegna il secondo posto al Logos (Verbo) di Dio che -egli dice- fu posto a forma di ‘X’ nell’universo; ed il terzo posto allo Spirito, affermando –in ordine all’andare sull’acqua-  che  “le terze cose sono intorno al Terzo” (Pseudo plat. Epist.,II, p.312 E) .

E ascoltate come lo Spirito profetico preannunziò per mezzo di Mosè che vi sarà la conflagrazione. Disse così:  (Timeo c 5) “Scenderà un fuoco eterno e divorerà  sino al fondo dell’abisso”.

Non siamo dunque noi ad insegnare dottrine uguali a quelle di altri, ma sono tutti agli altri ad imitare e annuciare le nostre.” (Apologia 59-60)

 

Quest’ultima affermazione avalla la tesi che ho avanti prospettato in ordine alla permeabilità dei fenomeni religiosi dell’antichità (compresi il Mosaismo ed il Cristianesimo). Il testo citato sembra poi testimoniare che per Platone il simbolo della ‘croce-X’ indicava uno specifico momento della teogonia, ed in particolare l’incontro (increaturazione) del Figlio di Dio con il mondo. Un contatto voluto dal sommo Dio.

Tenendo conto dei dati prima enunciati, si può allora intendere che, nello stampare sul mondo il ‘X-croce’, cioè il 1000 (10 x 100)  totalità delle totalità, il Padre segnava se stesso nel creato. E questo suo segnarsi riguardava il Figlio, il Verbo; in una parola si incarnava. [16]

A sua volta, Origene vede nella 22° lettera,  e cioè nel ‘X’, il simbolo  dei 22 libri ispirati della scrittura, sicchè  dire ‘X-croce’ equivale a dire  ‘Rivelazione’ e quindi al Figlio-Verbo.

Il simbolo del ‘X cosmico’ (con i 4 puntini) è presente negli ossuari dei giudeo-cristiani; e inoltre è spesso circondato da un cerchio che viene inteso correntemente come  simbolo del ‘sole’. A me pare che se si riflette sulla identica grafica del ‘Teta’ questo disegno (cerchio con croce)  può indicare proprio tale lettera la quale, a sua volta, rimanda alla morte in quanto era la sigla dei condannati a morire. Il ‘X’ cosmico annuncerebbe allora il Gesù mortale (destinato a morire) che tuttavia non perde la sua capacità di esprimere la divinità Padre (1000) alla quale pariteticamente partecipa.[17]

 

7) Conclusione

Dalle considerazioni che precedono nasce la mia ipotesi secondo cui il nome Xristos potrebbe considerarsi non primario, ma derivazione del ‘X-croce’; e non già quest’ultimo come una sigla del primo. La LXX avrebbe recepito questa rivelazione dalla cultura religiosa dell’antichità e se ne sarebbe servita per esporre la sua teologia sull’Incarnazione.[18]

Esiodo attesta che il simbolo ‘Croce-X’ era presente nel mondo greco sin dall’antichità.  Nella sua ‘Teogonia’ egli infatti pone al principio il ‘Xaos’ che viene correntemente letto come una specie di confusione da cui poi sarebbero nati Erebo (citato anche da Giustino) e la Notte; e quindi tutti gli altri dei.

Io credo invece che bisogna restituire al termine (inteso come sostantivo) il suo significato di ‘spazio vuoto ed immenso, immensità di aria’; ed ancora (inteso come aggettivo)  di ‘Vero, buono’, e finanche di ‘gruppo di pastori, di guide’. Ed inoltre ricordare che nella numerologia pitagorica il Xaos (siglabile come X) equivaleva al n.1.

Ma, per quanto ci interessa, il termine può essere anche letto come un composto di ‘X’ ed ‘Aos’, dove questo secondo vocabolo dice ‘Aria, soffio, Spirito’. Diventa allora chiaro che Esiodo, all’inizio della generazione degli dei (che io intendo come ‘Grandi Anime’), e poi della materia (Gea), colloca la ‘Croce-X’ e ne dichiara la natura spirituale. Una concezione questa che ritroviamo nel commento di Agostino alla Genesi, contenuto nelle sue ‘Confessioni’; lì si parla di una prima materia immateriale.

 

Le considerazioni che precedono orientano ad una seconda conclusione: anche la LXX,  non importa se in forza della cultura mesopotamica o di quella greca (Platone e predecessori), quando usa la lettera ‘X’ intende con essa riferirsi al grande mistero del rapporto di Dio con il creato esposto in maniera comprensibile a tutti quei lettori (di qualunque cultura e lingua) che avrebbero visitato la Biblioteca.[19]

 

Riprendendo quanto prima accennavo, si può ora ipotizzare che il ‘X’, inteso come termine autonomo, dia origine ad una serie di nomi centrati su tale lettera; e tra di essi anche al ‘Xristos’ che ordinariamente  viene inteso in maniera riduttiva, traducendolo col vocabolo ‘consacrato’.

Quest’ultimo termine, in quanto riferito ai Re ed ai sacerdoti, può allora intendersi un derivato dal verbo ‘Xrio’ che significa ‘ungere’. Ma è anche evidente che una consacrazione di Gesù crea non pochi problemi, considerando che egli non ha bisogno di alcuna consacrazione essendo Dio in persona.[20] 

Naturalmente la parola composta ‘Xristos’, proprio in quanto rimanda al ‘X’ e ad ‘Istos’, dichiara che il personaggio che porta tale nome è trama ed ordito dell’universo; che è l’albero della nave, il misticopalo; che è un soggetto visibile etc (secondo i vari valori di ‘istos’).

Per questo motivo il termine assunse nel cristianesimo una collocazione preminente; in esso infatti si nascondeva quella complessa teologia cristologico che sembrava assente nella Bibbia. Questo suo intrinseco significato non andava assolutamente perduto, perché non restasse  emarginato dalla fede cristiana il momento fondante costituito dalla increaturazione di Dio.

Insieme a Xristos si giovano di una adeguata compitazione anche gli altri termini biblici che o cominciano o comprendono la ‘X’.

Un esempio: il ‘Xaire’ dell’annunciazione può leggersi ‘X aire’  e intendersi ‘leva in alto il X’; oppure il ‘Xaris’ scomponibile in ‘X ar Is’ equivalente a ‘Ora il X è Potenza’; oppure ‘Xarisma’ che si può leggere ‘X ar isma’ cioè ‘Il X ora un soffio, un fondamento’ od ancora ‘X r’ Is ma’ che dice: ‘Il X è Potenza madre del tutto’. Infine il termine ‘Euxaristeo’ che scomposto in ‘eu X. aristeo’ dice letteralmente: Io positivamente mangio alla mensa il ‘X-croce’.


 

[1] L’invito di Gesù a ‘prendere la propria croce e seguirlo’ perché altrimenti non si è degni di Lui, viene inteso in questo senso dolente, laddove esso vuol avvertire che non si può ascendere con Gesù al Padre se non si attua la divinità stampata nell’uomo come ‘segno della croce’.

 

[2] La estrema laconicità con cui viene descritta la crocifissione, raffrontata alla dovizia di particolari nel raccontare la passione di Gesù (da parte di tutti gli evangelisti), fa pensare ad un voler orientare il lettore a coglierne più gli aspetti simbolico-teologici che quelli fattuali.

 

[3] Nel Giudizio Universale della Sistina Michelangelo  mostra nelle due lunette in alto l’ascensione della croce e della ‘colonna’ alla quale fu legato Gesù.

[4] Era questo un segno di  sommo ludibrio, come si usa dire, o era una specie di ‘sacer esto’ della cultura romana, cioè di consacrazione del malfattore al Dio che con il segno della croce indicava la sua prossimità all’uomo? Giuda che si appende al ‘legno’ (albero) assume ben altro significato se letto in questa prospettiva. Di ciò diremo con scheda a parte.

 

[5] Un Re assiro di circa 800 anni prima di Cristo porta al collo una croce e certamente non era cristiano. Gli Inca veneravano una croce ed essa era presente anche a Creta.

 

[6] La prima icona conosciuta del Crocifisso è databile al V secolo (portale di S. Sabina in Roma).

 

[7] Affiderò ad altra scheda la ricompitazione del primo capitolo dela Genesi nella quale si evidenzia il simbolo ‘X’. Posso comunque avvertire il lettore che questa tecnica è presente anche nei testi neotestamentari.

 

[8] Non mi pongo il problema sollevato da Giustino, se Platone abbia ispirato, o sia stato ispirato dalla Bibbia nel formulare la sua teologia del ‘Chi’, cioè del segno di sé che Dio incide sulla creazione come la donna sul pane che ha impastato.

 

[9] Ad Alessandria nell’area religiosa del mosaismo c’era chi affermava che Iavè poteva essere invocato anche con il nome di Zeus.

 

[10] Farne una specie di ‘libro originale’ riservato ai sacerdoti del mosaismo, credo sia una tesi giudaica che, per quanto fatta propria dal cristianesimo, è insostenibile, sia per motivi logici, che per ragioni storiografiche e letterarie. Nella sua ‘Biblia Gentium’ Rinaldi ha fornito una notevole messe di dati sulla generalizzata conoscenza di questo testo da parte degli autori classici, e le più moderne pubblicazioni mostrano come esso sia derivato da libri elaborati precedentemente ed in altre religioni.  In pratica la Bibbia è una depurata epitome delle rivelazioni di Dio ad Adamo; e, per chi crede nella cattolicità della fede nel Cristo, ciò costituisce per essa non una svalutazione, ma un titolo di gloria.

Un’ultima precisazione: in obbedienza ad un filogiudaismo di scuola, mentre si accettano e si approfondiscono i precedenti letterari mesopotamici, si emarginano le  relazioni intercorrenti fra la Bibbia e il mondo religioso greco-egiziano. Ciò ha impedito una fattiva ricerca in questa direzione, ed ha espropriato al cristianesimo la sua matrice greca e il suo cosciente orientamento verso l’area dell’ellenismo. Il che, in altre parole, ha messo in crisi la cattolicità della nostra fede.

 

[11] Un esempio: il testo semita  racconta che Dio fece gli uomini ‘maschi e femmine’; quello greco  è diverso perchè afferma che Dio ‘li fece un che di maschile e un che di femminile’ . Il lettore del tempo non poteva allora non collegare questa teologia con quella del Simposio di Platone dove  si narra che al momento della creazione gli esseri umani erano androgeni.

 

[12] Purtroppo  noi siamo stati abituati ad un a rigida visione del mondo antico. Il cd. ‘Paganesimo’ fu creato più tardi per motivi polemici e didattici e fu combattuto dai teologi cristiani; ma esso non ha nulla a che vedere con la grande Religione classica, così come la beghina non ha nulla da spartire con Tommaso. Nel III secolo a.C. il Mosaismo non aveva alcun motivo di chiudersi in un’area di escludente gelosia teologica (questo avverrà col giudaismo). L’ambiente culturale di Alessandria testimonia in questo senso e ancora per molti secoli. Le assonanze con la mistica greca sono presenti ovunque; citerò solo quel ‘maschile-femminile che richiama la testi platonica dell’androgino primitivo.

 

[13] Agostino (Doctr. Chr.2,16.25) afferma che non si possono capire i sensi mistici della Scrittura  ed i suoi traslati senza la conoscenza del linguaggio dei numeri. Ciò permette di gettare uno sguardo nuovo sulla dottrina del ‘millenarismo’ credenza che ordinariamente viene intesa come fine del mondo dopo mille anni dalla nascita di Gesù. Considerando che il ‘X’ equivale, come vedremo alla struttura divina dell’universo e quindi in qualche modo al Cristo biblico, l’espressione in voga nel medio evo “Mille e non più mille” equivarrebbe a ‘X e non più X’ cioè ‘Cristo e nulla oltre il Cristo’. Una affermazione strettamente teologica che nell’uso corrente  sarebbe stata letta in termini temporali. 

 

[14] Nell’alfabeto cretese del 1400 a.C. (Lineare B) la croce iscritta nel cerchio indicava il suono ‘Ka’ (che richiama il ‘Ka’, cioè l’anima); nei geroglifici fenici ittiti dell’asia minore lo stesso segno indicava il suono ‘har’. In quella numidica, diffusa nell’Africa settentrionale, e sopravvissuta nella attuale grafia libico-berbera,   il segno di croce (+) da solo indicava la lettera ‘T’, come nell’antico alfabeto greco.

 

[15] Quando la lettera X si sovrappone alla Y si viene a creare una figura di stella a cinque punte che è presente nella religione musulmana. Se si intersecano un chi verticale ed uno orizzontale, nasce la stella a otto punte. Chi sa leggere i simboli vede nella prima la descrizione della tesi di Platone (Giustino)  secondo cui il ‘X’ segnato sul mondo da Dio equivale al ‘Figlio’ (Yios); nella seconda vede la duplicità del ‘X’ che opera a livello orizzontale e verticale e costruisce così il segno di croce.

 

[16] L’equivalenza del 1000 con il Padre viene affermata da Metodio di Olimpia (Symposium 8,11,199-203 Bonwetsch).  Il segno ‘X’ indicando il ‘Padre’ rimanda all’opera di Gioacchino da Fiore che distingueva  una prima fase nella quale ad operare era proprio il Padre.

 

[17] Il segno del X con quattro punti collocati nei quattro angoli indicherebbe infine  che Dio regge i quattro elementi della terra dei quali si fa partecipe. Terra ed Acqua, congiunti con Aria e Fuoco, sono originati e guidati dal Dio increaturato. Ed ugualmente egli divide la terra nelle sue quattro parti. In questo senso il X diventa trama di tutto l’universo e cioè ‘X r’ Istos’ (istos= trama; R= tutto).

 

[18] Parimenti ‘Xreistos’ o ‘Xrestos’ (termini esistenti nella Bibbia) sarebbero altre forme composte di quest’unico pregnante e generalizzato simbolo.

 

[19] Ovviamente la lettera ‘X’ va ricavata dal testo sacro attraverso una diversa compitazione che permetta di isolarla e quindi attribuirle uno specifico significato. Preciso a tale riguardo una dato singolare che considero come un vero  e proprio segnale: tutte le parole che la contengono consentono stranamente di essere  divise in modo da isolare il X. Avendo operato in questo modo ho potuto leggere letteralmente  all’interno del primo capitolo della Genesi una autentica teogonia.

 

[20] Al più possono essere ‘unti’ i suoi piedi, cioè la parte di lui che tocca la terra; fuor di metafora può considerarsi consacrata a Dio anche la sua realtà umana.