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S C H  E  D A  n. 1

Una nuova visione del mondo

 

Sommario: 1) Le novità cosmologiche 2) Scienze, uomo, mondo; 3) Il futuro della scienza; 4) ‘Qui’ e ‘Oltre’.

 

1 )  Le novità cosmologiche

L’uomo teme ciò che non conosce, e la paura della novità ha su di lui un effetto paralizzante che provoca una reazione di difesa.

Oggi si apprendono e si utilizzano teorie che sconvolgono il modo di intendere il mondo, ma si cerca di limitarne l’impatto sulla coscienza esistenziale, sia del singolo che della comunità. Per alcuni, e penso agli studenti, le nuove teorie che riguardano il cosmo, la terra e l’uomo, costituiscono un insegnamento orientato solo a sostenere un esame, e da dimenticare al più presto non appena superata la prova. Per i più, esse sono poi nient’altro che una curiosità, quasi fantastica, utile a condire con un pizzico di mistero la routine quotidiana (vedi i programmi televisivi tipo ‘Quark, Miracoli, Filo di Arianna, Macchina del tempo, Star Gate etc.).

Chi poi ha la chiara percezione del peso determinante di queste novità, perché ne fa oggetto del proprio studio, preferisce isolarsi ed assumere una posizione di indifferenza verso i problemi fondamentali dell’essere e del divenire; in una parola, verso il grande, irrisolto e talvolta neppure affrontato tema della Vita. Preferisce essere un ‘tecnico’ piuttosto che un ‘sapiente’.

Per molti poi una certa qual forma di sbandierato ateismo (comunque denominato) funge da comodo alibi. Così il laico si arrocca sullo scetticismo ateo, e preferisce rinchiudersi con le sue idee nel proprio limitato laboratorio mentale, pur rendendosi perfettamente conto dello stravolgimento della corrente visione del mondo e dell’uomo. Un rintanarsi che deriva dalla preoccupazione che altri si accorgano che, giunto alla soglia del vero Mistero, egli, lo ‘scienziato’, non sa dare una risposta unitaria ed esaustiva. Ha paura cioè di mostrare i limiti del sapere di chi pure si vanta di essere un  figlio della scienza.

 

Quale sarà l’uomo in un prossimo futuro e che cosa ne sarà del nostro pianeta, sembra quasi argomento da scrittori di fantascienza. Un atteggiamento questo che è tanto singolare quanto comprensibile. Ed infatti i cd. scienziati (direi meglio: specialisti della loro materia) hanno paura di quel mistero complessivo che si rende attuale nel dolore e nella morte, oppure in fatti strani come i ‘cerchi nel grano’ (Crop circles) o i cd. miracoli, e che è capace di trasformarli improvvisamente da titani del singolo sapere, in piccoli uomini travolti, come tutti gli altri, da eventi che la loro scienza studia, ma non riesce a comprendere.

Essi continuano così ad emettere sentenze a volte assiomatiche, a volte finanche truffaldine, sulle singole questioni; e mentre si autenticano maestri di vita, si ritraggono quando la Vita li interroga con i suoi mille perché, esigendo una risposta univoca ed onnicomprensiva.[1]

 

2 ) Scienza, uomo, mondo

Accennavo a novità scientifiche che impercettibilmente stanno cambiando l’immagine di noi stessi e del mondo, e interpellano l’uomo di fede ed il teologo, costringendoli a rimeditare continuamente il mistero di un Dio, creatore ed incarnato. Poiché non giova continuare a tenere la testa sotto la sabbia, proviamo ad indicare almeno sommariamente alcune di queste novità con gli interrogativi che ne derivano.

 

Lo Spazio e il  tempo, cioè i due binari su cui riteniamo che si muova l’essere ed il divenire umano (i fatti e la coscienza  dell’uomo), sono stati messi radicalmente in crisi. Nell’affermare ciò, mi riferisco non solo a  Kant e alla teoria einsteiniana del cd. ‘cronotopo’ (che considera il tempo e lo spazio come variabili connesse alla velocità), ma principalmente a quelle affermazioni scientifiche che presentano l’universo come un enorme realtà energetica. In essa, i corpuscoli, cioè la materia, e quindi i ‘corpi’, non sono altro che un addensarsi del campo energetico, sicché non possono vantare una propria sostanza, e quindi una dimensione spazio-temporale che possa considerarsi assoluta.

Provo allora ad immaginare quando l’uomo avvertirà se stesso composto di sola energia; egli rivaluterà in questa diversa dimensione il significato dell’esistere, del soffrire, della morte e del post mortem; e considererà ad es. che il mondo può trovarsi in un ‘buco nero’ nel quale, per effetto del rallentamento del tempo, miliardi di anni (storia planetaria) sono equivalenti ad un brevissimo attimo. Un ‘ateo’che immaginerà tutto ciò, ne resterà sconvolto; mi chiedo quanto ancor più lo sarà chi ha riferito la sua fede ad un mondo euclideo che sostanzialmente considera ancora come il centro dell’universo.

Anche lui non troverà risposte soddisfacenti e non riuscirà più a dare senso a tante parole del credo religioso. Cosa farà allora? Due percorsi gli si aprono: o desidererà, spaventato com’è, di dimenticare le novità che ha appreso e di coltivare con tenerezza la sua piccola fede infantile; oppure, proprio mentre osserva le ‘potenze dei cieli squassate’, comincerà con tremore ad avvertire i palpiti esaltanti della sua anima incorporea ed eterna che gli parla di una inimmaginabile grandezza.

Ma osare di essere grande suscita un’angoscia che l’uomo d’oggi cerca continuamente di rimuovere; fa paura dover ammettere , dall’infimo gradino della propria piccolezza esistenziale, che siamo molto più ‘estesi’ di quanto ci conosciamo. Preferiamo così la teologia che tende in vari modi a depreziare l’uomo, sottolineando la sua misera e transitoria carnalità, alle scienze teoriche che paradossalmente ci accreditano una laica dimensione di grandezza. Non a caso pullulano oggi tante forme religiose a sfondo scientistico (Scientology).

 

Quanto all’universo, come si sa, si scontrano teorie che ipotizzano o una sostanziale stazionarietà (che allude ad una qual forma di eternità), oppure una evoluzione verso una infinita dilatazione e\o una reimplosione, e che  rimandano (l’una e l’altra) ad una morte universale.

Come reagire? Molti si consolano vantando, paradossalmente, la brevità della propria vita, tanto distale rispetto a questi eventi futuri da potersene chiamare fuori. Qualcuno all’opposto, novello Prometeo, si figura inserito nella sconvolgente previsione di una molteplicità di universi che potrebbero essere paralleli fra di loro e probabilmente intercomunicanti.

Chi sono io – egli si domanderà allora- in questo pullulare di mondi?  E, se è credente, si chiederà: Dove e come collocherò Gesù di Nazaret, uomo del mio specifico universo e della mia storia?

Se già gli risulta problematico ammettere una serie indefinita di successive  esistenze in corpi diversi e con ‘io’ diversi (reincarnazione), quanto più si avvertirà destabilizzato dalla possibilità di un molteplice esistere in universi paralleli! Come formulerà i contenuti della sua fede, specie quelli connessi alla storia; come intenderà ad es. la cd.  ‘Storia della Salvezza’?

 

Consideriamo ora la ‘Vita’, un mistero ben poco studiato e per nulla compreso. Molte sconvolgenti ipotesi fanno dubitare che essa debba considerarsi un evento unicamente terrestre ed umano. Citiamone alcune:

a) esistenza di una pluralità di forme viventi nell’universo basate non sul carbonio, ma su quel silicio che costituisce il sistema nervoso (e in qualche modo pensante) dei nostri computer;

b) capacità di un rinnovarsi indefinitamente (vedi la ‘piccola medusa’ che si rigenera);

c) plasticità intrinseca, che le consente di variare le forme dell’esistere (genetica);

d) possibilità che alcuni viventi siano emigrati dalla terra ed ora ritornano su di essa (Ufo);

e) ed infine che la terra stessa sia un organismo vivo (Gea) che sta tentando di comunicare con l’uomo (Cerchi nel grano).[2]

Se già queste ipotesi sono di per sé sconvolgenti, il dato per me più significativo e pauroso consiste nell’ignoranza del fenomeno in sé, ad onta del fatto che esso si propone continuamente alla nostra attenzione. Ed  infatti le scienze studiano solo un segmento della Vita e lo chiamano ‘esistenza’, ma ignorano quali sono lo statuto e le leggi della Vita. Viene allora da chiedersi: Che sia costituto proprio da ‘Vita’ quel 95%  dell’universo, fatto di  materia oscura? Che forse l’infinito numero di neutrini costituiscono un universo parallelo avente una sua specifica struttura?

 

Allo stato noi sappiamo che la velocità della luce costituisce un limite invalicabile che in pratica ci costringe a vivere nel ‘pollaio’ del sistema solare; mi chiedo allora: è giusto che l’uomo, il quale per istinto sa di essere libero, si disinteressi della folle ipotesi secondo cui proprio la Vita potrebbe costituire il topos della sua libertà e del suo dominar l’infinito universo? Di ciò parleremo in altra scheda mostrando i singolari parallelismi fa la teoria del fotone  ed animicità.

Ed ancora mi chiedo: possiamo dirci ‘viventi’ per il solo fatto di partecipare al segmento dell’esistenza, oppure c’è una dimensione più alta  (animicità) alla quale già siamo collegati?  In questa direzione orienta oggi la scienza fisica.

Mi rendo conto che, giunto a questo punto, il buon senso, figlio della Ragion Pratica, farà sorridere il lettore; ma il suo sorriso non cancellerà le domande. Potrà al più rimuoverle e depositarle nel fondo della memoria e della coscienza, come semi di nevrosi e talvolta finanche di morte. Ma è giusto allora battere questa strada di oblio?  O non conviene invece affrontare il problema senza temere di osare l’inosabile? [3]

 

Ma veniamo più vicino a noi. Anche chi ama circoscriversi nella dimensione della materia non può ignorare di essere costituito anche da un immateriale costituito dal suo ‘sentire’ e dal suo ‘pensare’.

Inoltre, ad onta di ogni rimozione, l’uomo d’oggi non può dimenticare la scoperta di un ‘mentale’ e di un ‘sentire’ nei delfini e nelle scimmie, e della capacità di queste ultime a costruire un rudimento di cultura. Già oggi, e da più parti, viene chiesto il rispetto assoluto di questa razza animale. Sta di fatto che non solo il mondo animale, ma finanche le piante stanno mostrando ampiezze insospettabili nell’area della coscienza.

E neppure è agevole rimuovere le impressionanti scoperte di una memoria dei cristalli, dei metalli e dei virus e da ultimo dei tessuti (cuore). Rifletto allora che, se questo ricordo viene valutato fin nelle sue ultime potenzialità, esso permette di allargare la coscienza dell’uomo ben oltre la prima memoria infantile; direi quasi fino al Big Bang.

 Che dirò della mia struttura umana  - ci si può chiedere - quando scoprirò di potermi servire della memoria del mio D.N.A., di quella della mia  cellula germinale che risale a milioni di anni, o dei miei tessuti che hanno conosciuto il mistero dei nove mesi di gestazione, o ancora dei miei atomi che sono nati miliardi di anni fa,  al sorgere dell’universo? Che ne sarà del mio io, inquadrato nel tempo ridotto dell’esistere e nutrito dai pochi ricordi dell’esistenza cosciente? Non dovrà forse cedere il passo ad un io superiore che mi arricchisce di quel ‘terzo livello della coscienza’ che Ghandi afferma di aver cercato in tutta la sua vita?

 

Come che sia, tutte queste teorie ed ipotesi sono capaci di sconvolgere, fino a demolirlo, il nostro mondo statico; e tuttavia filosofi e teologi le emarginano nelle loro opere, così che il lettore si possa adagiare in una sognante narcosi intellettuale.

Una situazione che comunque non potrà durare a lungo perché, anche senza l’aiuto dei filosofi e teologi, sarà la scienza applicata a trasformare,senza pretendere assensi intellettuali, il sentire dell’uomo. E’ questo un profilo che a mio giudizio è molto intrigante.

Rifletta il lettore a come sia stato abbastanza facile rimuovere, ad es., la scomoda teoria evoluzionistica, e cristallizzare la nozione di uomo in un unico biotipo costituito da materia composta da immutabili ed inerti elementi.  Ma, se è stato facile circoscrivere Darwin o Einstein nell’area delle dispute accademiche, sarà possibile, mi chiedo, fare altrettanto con tutto quanto la tecnologia sta fornendo all’uomo?[4]  Io credo di no.

Gli interrogativi e gli orizzonti cui ho fatto cenno sono infatti collegati ad  un diverso fenomeno sempre più ampio e coinvolgente; mi riferisco alla capacità della ‘scienza applicata’ di trasformare il modo di pensare dell’uomo (seppure in forma degradata) mettendogli nelle mani attrezzi che non espongono le teorie e chiedono una adesione intellettuale, ma convincono per via di evidenza e di pratica.[5]

 

3) Il futuro della scienza

Prima di valutare con maggiore attenzione l’incidenza della scienza applicata sulla visione laica del mondo, e di riflesso sulle connesse teologie, credo sia utile acquisire un altro dato e cioè la  crisi delle scienze applicate.

Le ho ipotizzate come  pericolose, ma vincenti pedagoghe di una sottocultura che sta diventando dominante, dal momento che sono capaci di indurre, senza chiedere elevati impegni dell’uomo, effetti dirompenti sul suo modo di sentire se stesso ed il mondo. Ora voglio suggerire di coglierne  i primi segnali di tramonto. Il che significa che corriamo il rischio di lasciarci guidare da un qualcosa che alla fine potremmo odiare tanto da distruggerlo.

Per comprendere la radice di questa crisi rifletta il lettore alla divaricazione tra la scienza teorica e la scienza applicata. La prima affascina l’uomo ‘che pensa’ perchè dilata i confini del mondo e proietta la coscienza del singolo in una dimensione del tutto nuova; l’altra invece, si fa forte di quel fascino, e fornisce continui strumenti di grandezza e di dominio al piccolo uomo della strada e lo rende suo servo promettendogliene sempre di nuovi.

Ma l’inconscio dell’uomo, piccolo che sia, sta cominciando ad avvertire che la scienza applicata (tecnologia) lo sta trasportando in uno sconosciuto domani, e che non è più la società (cioè in pratica i singoli uomini) a scegliere in qualche modo il futuro, bensì una specie di ameba che governa la storia ed incide pesantemente sull’esistenza stessa del nostro pianeta. Un’ameba che proprio nella tecnologia ha trovato un formidabile alimento e uno strumento di affermazione.

 

Autenticatasi come soluzione globale dei problemi dell’esistenza, la scienza applicata sta impietosamente rivelando i suoi limiti. Alla ben propagandata e trasmessa sicurezza delle sue soluzioni, si va sostituendo un  sotterraneo senso di sfiducia e di delusione, via via che si evidenziano fattori e conseguenze che non erano stati presi previamente in considerazione.[6]

Cominciamo a prendere coscienza di un qualcosa fino ad oggi ben poco considerato. Mentre gli antichi scienziati (penso in particolare ai medici) hanno lasciato il mondo così come lo avevano ricevuto, la moderna medicina (per continuare l’esempio) sta lasciando in eredità al futuro una umanità con difese organiche più basse, con una sessualità decadente, con malattie che ritornano più devastanti di prima (vedi tubercolosi), ed infine con supervirus e super batteri con i quali si ingaggia una lotta sempre più difficoltosa stante la loro velocissima riproduzione.

Ci si domanda: bisogna continuare a credere agli incalzanti ‘bollettini della vittoria’ (penso al battage sulle cellule staminali) che ci martellano ovunque, o piuttosto ricordare tante promesse non mantenute?[7]

A me pare più corretto prendere atto, con pacatezza, che ad ogni ‘soluzione scientifica’ seguono almeno altri cinque nuovi problemi da risolvere, con un effetto cascata che aumenta in progressione geometrica; ed ancora che la scienza, con le sue costosissime applicazioni, sta dividendo l’umanità in due tronconi di cui uno è destinato nella sua povertà a morire finanche di una banale dissenteria, proprio mentre paga i vantaggi acquisiti dalle società tecnologicamente avanzate. 

Mi chiedo, per quanto tempo ancora la propaganda, i ‘camici bianchi’, e l’aggettivo ‘scientifico’ riusciranno a bilanciare la paura che sta montando nell’inconscio collettivo?[8]

Temo che se si dovesse giungere ad un punto traumatico di rottura, noi resteremmo prigionieri di una reazione violenta che, insieme alla scienza applicata, travolgerà anche quella teorica, e costringerà l’umanità ad un brusco salto all’indietro.[9]

Alla base di tutto ciò c’è un ingannevole connubio. In pratica si gioca sulla equivalenza di due momenti ben distinti fra di loro: quello della scienza pura e quello della scienza applicata. Per la prima, lo spirito prometeico dell’uomo aveva formulato un criterio di totale libertà, di indefinito progresso. La conquistata laicità della scienza (come ricerca pura) con la sua autonomia epistemologica  è posizione certamente  condivisibile. Ma tutt’altro discorso dovrebbe farsi in ordine alla scienza applicata. Essa non si muove infatti nel puro pensabile, ma in quella struttura del vivere di cui solo l’umanità ha diritto di disporre.

Oggi il nostro futuro dipende sempre più dalle scelte di tecnici; essi, forti della libertà della scienza pura, stanno costruendo un futuro che neppure sanno prevedere (perché ignorano il complesso), ed operano in base ad un numero ristretto di frazionate conoscenze che non possono garantire effetti positivi per l’intero sistema.

Quanto ancora questo pericolosissimo equivoco, che lede la libertà dell’uomo, potrà mascherarsi dietro il mito prometeico della libertà della scienza e del metodo galileiano? Senza catastrofismi (ma come dicevo se ne colgono già i primi sintomi) è pur facile paventare una ‘Notte di san Bartolomeo’ dei camici bianchi, ed un nuovo susseguente oscurantismo. Perciò bisogna cominciare a riflettere da uomini e da teologi.

Sarebbe certo un totale fallimento ritornare ad una religiosità senza scienza, cioè senza un ‘uomo che pensa’. Già conosciamo la deriva integralista dell’Islam che arbitrariamente, con l’acqua sporca della scienza applicata, sta gettando via anche ‘il bambino’.

 

A fronte di questo ribollire di forze, le religioni istituzionalizzate, invece di progredire, si chiudono in una logica di autodifesa e si scontrano fra di loro (lotte di religione); quelle non istituzionalizzate lasciano i singoli soli nel dramma del proprio limitato esistere. Eppure bisogna prendere atto di una realtà incontestabile; dopo il crollo delle ideologie (es. comunismo) la religione è rimasto l’unica trama su cui la società può tessere il suo futuro, sicché  la sua responsabilità è diventata veramente enorme.

 

4 )  ‘Qui’ e ‘Oltre’

Consideriamo ora la seconda provocazione costituita dal modo nuovo con cui l’uomo comincia ad avvertire se stesso, i propri bisogni ed il convivere con il tutto.

La società occidentale, è per un verso dominata da una concezione del tutto materialistica del creato e dell’esistenza umana; ma esistono anche fenomeni di segno opposto che non dovrebbero essere sottovalutati. Mi riferisco alla generalizzata pratica della magia, dell’astrologia, del demonismo, dell’angelologia; il pullulare di sette religiose e, da ultimo, anche di movimenti acefali e diffusi che, seppure per vie diverse, richiamano l’uomo ad una dimensione superiore (vedi New Age).

Attratto da entrambe le derive, l’uomo di oggi sperimenta una spaccatura che lo sdoppia, quando alternativamente aderisce ad una delle due concezioni dell’esistere. Una frattura che rimane celata a chi si sente sicuro in quanto inquadrato in un sistema religioso tradizionale o in queste nuove forme di religiosità, spesso fluide e poco appariscenti; ma provoca comunque un indistinto e generalizzato malessere.

 L’uomo occidentale avverte così un inappagato bisogno di  superare la dimensione materiale, la piattezza dell’esistenza e la  costrizione che da essi deriva, proprio mentre le pressanti necessità quotidiane gli impongono di rapportarsi al tempo, allo spazio, alle cose materiali ed alle scienze che le governano.

Egli sperimenta un bisogno di Verità, di Senso, di Libertà che lo induce a rigettare ogni sistema intellettuale che presuma di spiegare,  attraverso concetti astratti, che cosa è l’uomo, e quale è il suo significato profondo. Per molti questo disagio si esprime in un rifiuto a ‘pensare’ e in una qual forma di agnosticismo pratico.  Ma la fame dell’Oltre resta; ed il ‘qui’ diventa sempre più inappagante, fino a sfociare nell’annientamento del sé (droga, suicidio). 

Dopo la caduta delle ideologie, l’Occidente va in cerca di un orizzonte e di un percorso vitale che si configuri come una traiettoria nella quale il singolo possa scoprire il valore positivo del suo quotidiano, e dare un significato all’enorme sofferenza che grava sull’umanità. A quest’uomo il teologo deve parlare; se non si cercherà di saziare questa fame, si diventerà archeologi capaci, al più, di offrire l’emozione di un ritaglio di passato.

Purtroppo le religioni tradizionali si disimplicano, impegnate come sono ad ondeggiare  tra integralismi  ed atteggiamenti reattivi a difesa della ortodossia. E ciò facendo, offrono solo un surrogato di mera passionalità. Ma il problema esiste e si fa pressante; e l’urgenza di una correzione di rotta da parte della teologia è connessa alla accelerazione dei processi di trasformazione sociale. Non è più tempo di arroccarsi in quella frase  che ancor oggi alcuni pronunciano con orgoglio, e che io ritengo infinitamente falsa ed egoista: ‘La Chiesa cammina a passi di cinquant’anni’.

 

 Conscio di tutto ciò, e quasi costretto dalla mano del Cristo-Vita che regge la mia ad essere ottimista, a me pare che sia giunto il momento di ricostruire il vetusto e nobile palazzo teologico, seguendo l’esempio di Gesù. Egli rifondò il Tempio senza perderne neppure una pietra, e trasformò la sua staticità in un dinamico ed infinito andare. Quel Tempio simboleggiava la Rivelazione di Dio, e Gesù che ne era l’architetto ci insegnò a ripetere con lui: ’Vi hanno detto…ma Io vi dico’. 

Un’imitazione molto impegnativa che impone al credente di abbandonare il suo seggio, per alto che sia, e trasformarsi in un nocchiero attento ai marosi, ma ben fisso sulla rotta e sul punto di approdo. Marosi, rotta, porto sono l’habitat di un autentico teologare. Ma per far ciò non s può guardare la scia della nave (‘Vi hanno detto’); bisogna pur osare (‘Ma io vi dico’). Solo così si evidenzia una rotta da seguire. E il faro è unico: il Cristo.

 

In conclusione, chi oggi va alla ricerca di sé, volendo aderire alla fede cristiana, incontra una grande difficoltà consistente nella pratica impossibilità: a) di coglierla come proposta di una traiettoria tesa ad una pienezza; b) di abbracciare, con uno sguardo unitario, il mistero del creato e del destino dell’umanità.

Traiettoria e visione unitaria sono esigenze ineludibili. Anche quando riconosciamo a priori di non poter possedere un intero campo dello scibile, tuttavia noi facciamo di tutto per costruirci almeno un’ipotesi unitaria; sarà anche elementare, ma almeno consentirà di  sentirsi ‘io’ di quella realtà.[10]

Mentre detta esigenza viene oggi in qualche modo soddisfatta dalla visione materialistica del mondo suggerita dalle scienze fisiche (si pensi al valore unificante ad es. dell’atomo e delle forze), ciò non avviene  quando, si cerca di cogliere, alla luce della fede,  un ‘tutto’ più ampio che comprenda anche il prima ed il dopo del mondo, e inglobi in qualche modo una figura divina.

In pratica, mentre nella Chiesa si lodano le ‘Summae’ (si pensi a quella di Tommaso d’Aquino), la predicazione è generalmente costruita per settori, per problemi, come un bel mobile diviso a scomparti fra loro incomunicabili.[11]

Da ciò sono derivate molteplici conseguenze: a) costruzioni teologiche astratte e ben poco fruibili, sempre più raffinate ma relative a singoli settori,; b) lo svilimento dell’annuncio a evento retorico, non riuscendo il predicatore, con ogni buona volontà, a predicare la ‘sua’ fede che, per necessità, è un che di unitario; c) l’abitudine a ripetere quanto risulta familiare a chi espone e a chi ascolta, senza più interrogarsi sulle esigenze dell’ascoltatore e sulla sua vitale adesione agli enunciati; d) il decadere di una ricerca tesa ad una crescente chiarezza della fede (che, lo ricordo, è sempre un che di unitario).[12]

In conclusione: potrà la Chiesa tenersi fuori da questo mondo in ebollizione? Potrà continuare a guardare compiaciuta la punta del proprio naso o le pietre del Tempio? O non bisogna piuttosto legarsi al collo una ‘pietra’ del Tempio e gettarsi nella marea delle Genti? Io sono per questa seconda soluzione.


 

[1] Sintomatico è l’atteggiamento dei cd. scienziati di fronte ai cd. miracoli. Pur cercando di autenticarsi come gli unici ‘maestri’ capaci di dare risposte, essi in buona sostanza si dichiarano incapaci a spiegare quei fenomeni ‘strani’, che pure appartengono al mondo da loro stessi studiato, e con riservato dominio. Così, mentre firmano un ‘Pagherò’ (domani spiegheremo) avallato dalla evoluzione della scienza, sapendo che non essi, ma altri dovrà  onorarlo, proprio la cd. ‘stranezza’, con il suo carattere  di eccezionalità, li mette al sicuro; come il vassallo che si contentava di strutturare  il suo feudo, vietandosi di prendere in considerazione il crollo dell’intero impero. Lascio al lettore di considerare l’ipocrisia di chi, interrogato su un fenomeno inspiegato, come ad es. la guarigione di un cancro al pancreas, cerca di mantenersi in sella commentando spocchiosamente: ‘Ma noi conosciamo ipotesi di remissione spontanea’. Espressione che, se l’umiltà fosse di moda,dovrebbe essere sostituita da un'altra: ‘Come tutti, prendiamo atto che è guarito chissà come; come voi,  noi  scienziati non abbiamo capito nulla’.

 

[2] Il lettore probabilmente considererà questa ipotesi del tutto fantascientifica; rifletta però  che Gesù parlava ai venti e invitava i suoi discepoli ad intimare ad un monte o ad un albero di spostarsi. Rifletta anche a Francesco che chiamava il Sole suo fratello, ed ai sant’uomini che parlavano con i pesci. E provi ad immaginare la meravigliosa situazione che si verificherebbe se noi come il dott. Dolittle parlassimo agli animali, o ancor più agli alberi e alla terra. Robinson Crosuè non avrebbe sofferto la sua solitudine e desiderato la presenza di ‘Venerdì sulla sua isola deserta; perché proprio l’isola gli avrebbe tenuto compagnia. 

 

[3] Mi affascina l’idea che, se la Vita è il segreto dell’universo (e non una sua precaria effiorescenza), forse questo imprevedibile, tumultuoso e contraddittorio mondo materiale altro non è che la proiezione della crisi nella quale noi continuamente gettiamo l’esistenza. L’universo materiale, con tutta la sua confusione e violenza, altro non sarebbe che una immagine speculare della lotta e della violenza che domina la nostra esistenza; una ‘contesa’ (per dirla con Esiodo) che coinvolge l’animicità che ci appartiene e che in questo tempo intermedio subisce gli effetti del nostro operare contro la vita. La malizia del nostro comportamento vizia la nostra animicità e questa opera sull’universo materiale  apportandovi caos ed entropia. Spero allora in una pace dell’umanità che possa informare di sé anche ‘l’universo materiale’. Spero dunque nella Chiesa come comunione non di una parte , ma di tutta l’umanità

 

[4] Mi rendo conto che la ragion pratica è troppo più forte della ragion pura;  il quotidiano batte l’universale. Prevedo allora che di fronte a questa scienza rivoluzionaria qualcuno continuerà a  mettere la testa sotto la sabbia, a chiudersi nel suo piccolo (ma anche doloroso) presente, sperando di potere in seguito riconfermare la validità della sua visione del mondo e dell’uomo. Che qualche altro avrà buon gioco ad ipotizzare che il ‘nuovo’  non è altro che finzione, frutto di una mente animale (quale è quella dell’uomo) che si finge un universo illogico solo per illudersi di superare i limiti che incontra nel suo pensare. Che tutti, in un modo o nell’altro, reagiranno dicendo: lasciateci campare con quel poco che abbiamo, e quel tanto che vediamo con i nostri occhi.

 

[5] Quando entrarono nel mercato le prime radiette portatili, un notaio amico mi disse: ‘Avevo ben chiaro il meccanismo della trasmissione per via di onde, ma solo ora, quando non ho dovuto più mettere la spina nella presa di corrente, ho ‘capito’ che cosa è la radio, perchè tutto mi è diventato evidente’.

 

[6] Troppe ‘soluzioni’ si vanno rivelando dannose e fallimentari. Per citarne qualcuna il D.D.T. (presente come indistruttibile veleno finanche nel latte materno), i mangimi animali (che hanno prodotto la ‘Mucca pazza’); l’uso dell’uranio impoverito (con le sue leucemie), i fluorocarburi (prima causa del buco nell’ozono), l’energia atomica (è recente il disastro di Chernobil), e non ultima la lista sempre crescente di farmaci vantati come terapeutici e poi messi al bando perché inattivi o dannosi.

 

[7] Su un vecchio numero del ‘Corriere della Sera’  degli inizi del secolo scorso, essendo stata sintetizzata la prima proteina, uno scienziato affermava trionfalmente che si era giunti ad un passo dalla riproduzione per sintesi della vita; ugualmente cinquanta anni or sono, un valente chirurgo mi garantiva che si era lì lì per scoprire  la cura definitiva del cancro. 

 

[8] Fenomeni come ‘Seattle’ o come il ricorso ad antiche medicine per lungo tempo demonizzate non vanno sottovalutati; possono rappresentare il primo segno di una rivolta contro lo scientismo imperante.

 

[9] Poco si riflette su questo ‘Annibale alle porte’, che si cerca di liquidare etichettandolo come ‘catastrofismo’. Eppure è evidente l’abuso del termine ‘scientifico’ e del metodo galileiano; quest’ultimo, nato per la piccola fisica e per fenomeni ridotti, viene oggi applicato tout court  alla realtà ben più complessa dell’uomo e dell’ambiente. Dietro il paravento di questo metodo, la lobby dei tecnici, in accordo con poteri economici forti, costituisce una tecnocrazia che sta togliendo al popolo l’esercizio della sua sovranità nella costruzione del futuro.

 

[10] Per un bambino che sta apprendendo l’aritmetica, è una grande conquista  scoprire che in fondo ‘tutto’ si può addizionare, sottrarre, dividere o moltiplicare; ed allora egli si illude di possedere lo schema dell’essere ed un linguaggio unico che abbraccia ogni cosa.  Col tempo comprenderà il carattere fortemente elementare di questa sintesi, ma nel frattempo egli in buona fede si sente sicuro di ‘possedere’ tutta la matematica, o meglio di essere l’Io della matematica e, attraverso di essa,  dell’intero universo. E questo gli da sicurezza.

 

[11] L’ordinamento degli studi teologici, fino al Vaticano II, obbediva a questa ferrea logica, e rispecchiava la più generale maniera di predicare e fare catechesi. C’erano molti specialisti, ma pochi capaci di proporre il mistero cristiano unitariamente; sicché l’ascoltatore, avvertendo di essere inscindibilmente uno, nel ricevere l’insegnamento si vedeva costretto a sezionarsi, e gli risultava molto difficile rapportare i singoli dati al tutto della sua persona.

 

[12] In pratica il teologo, per evitare di implicarsi in ciò che espone, approfondisce un settore con i guanti di lattice dell’anatomopatologo. In fondo comprende che gli è impossibile confrontare la sua raffinata  costruzione su un singolo  aspetto della verità, con la Verità che egli unitariamente possiede come persona.  Suggerisco un utile esercizio per comprendere quanto vado dicendo: ascoltare, ad es. alla radio o in una conferenza, un teologo e confrontare la chiarezza  persuasiva del suo discorso con  la difficoltà che egli incontra quando deve rispondere alle domande del pubblico, specie quando chi chiede non è acculturato e pone i suoi interrogativi in modo semplice e lineare. Si scoprirà che il discorso tende a cadere in un mero concordismo verbale e spesso sfocia nella pura retorica.