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Parabola del ‘ricco epulone’ 

(Lc 16,19-31)

Scheda V

percorsi meditativi sul Cristo

 

( I )

Cristo e il sacerdote - Paolo?

 

Rivestendo adeguatamente le sagome presenti nel racconto,  proverò ora a delineare possibili letture della parabola capaci di esplicitare il mistero del Cristo.  Cercherò di evidenziare che, tema del nostro passo è il recupero come sacerdote eucaristico dell’eletto (lo potremmo sintetizzare nella figura di Saulo); e la proclamazione  della Chiesa come nuovo gruppo eletto. Quest’ultima viene indicata con il termine ‘Abra’ che significa ‘Favorita’ e ‘schiava, serva, ancella’; qualità queste che vengono precisamente riferite a Maria.

Ipotizziamo allora:  

-che il Ricco (plou sios) sia immagine del Cristo Gesù;

-che Lazzaro (lazaros)  sia sagoma di un soggetto di provenienza giudaica, come dire un Saulo che viene invitato a diventare Paolo;

-che Abramo (abraam) vada rivestito a volte con i panni della Divinità fontale e cioè il Padre (leggeremo:Abra am); e a volte indichi  proprio l’eponimo del gruppo eletto (leggeremo: Abraam).  Ed infine la serva o favorita di Dio (abra am).

-ed infine che Ade indichi non una dimensione post mortem, ma una omologa situazione inquadrabile però nell’eone esistenziale.

 

Prima scena : La situazione

Un eletto renitente, al quale vien dato uno strano nome e cioè  Lazzaro che, come ho già detto significa ‘morto’, viene descritto fermo  alla porta del  Cristo che celebra la sua eucarestia (mensa),  ed è per ciò chiamato ‘Ricco’, come il personaggio principale della parabola del cd. ‘Fattore infedele’.

Il testo descrive dunque un tempo nel quale è presente il Cristo divino  incarnato nell’eucarestia. Egli gode di stare nel Tabernacolo in mezzo agli uomini che vorrebbe tutti alla sua mensa. Il rivestimento di ‘porpora e bisso’, indicando la tenda sacra del Tabernacolo, ricorda il primitivo desiderio del Cristo di camminare nel mondo per farsi conoscere da tutti gli uomini sotto una tenda, o in un’arca  itinerante. [1]

 

La sagoma del ‘morto’ (Lazaros) indica un eletto che, pur messo in condizione di attraversare la ‘Porta’ (cioè la vicenda mondana di Gesù che culmina con la croce), ed accedere  così al banchetto eucaristico,  non la  traversa. Gli accredito allora un sentimento di paura per  questo passaggio nella vicenda di Gesù, che il cuore suo gli prospetta in termini di dolorosissima imitazione.

Non riesce infatti ad immaginare che il farsi sacerdote in luogo di Gesù non implica un soffrire uguale a quello patito da lui, ma solamente gustare un dito di feccia del calice che gli fu offerto.

  Al tempo stesso è però attratto da quanto contempla, e nasce in lui un desiderio di sedersi a mensa con Dio. Soffre dunque questa contraddizione: vorrebbe partecipare al banchetto escatologico, ma lo trattiene il timore di farsi servo sofferente (egli lo ha conosciuto in Isaia), e perdere così la sua posizione di primazia. Continua allora a desiderare di ottenere qualcosa, per piccolo che sia, dalla mensa  eucaristica, ma restando dov’è, senza sollevare il più piccolo peso, neppure ‘con un dito’.

Un desiderio che si fa sempre più intenso via via che egli si sfalda,  e la Scrittura, di cui si sente depositario, si inaridisce: da oltre cinque secoli infatti la Grande Voce di Dio tace, e  nessun profeta è venuto per ridarle vigore.  

Ma, pur essendosi ridotto come un morto che cammina (lebbroso), come un ‘sepolcro imbiancato’, egli sa che in qualche modo è pur sempre destinatario della promessa che Dio fece ad Abramo.

Glie lo ricordano continuamente i gentili (cani) che vengono ancora a succhiare da lui un poco di Rivelazione, ancorché inquinata dalla sua lebbra. Tuttavia egli  si rende pure conto che proprio occupando il vano della Porta, quegli stessi ‘cani’ sono impediti nell’entrare alla mensa eucaristica.  

 

Ciò posto, se vogliamo fare un passo avanti e storicizzare nella Chiesa delle origini il discorso di Luca, possiamo ipotizzare che la figura proposta col nome di Lazzaro rappresenti Paolo e il racconto descriva la dinamica della sua conversione.  

Questa estrapolazione potrà considerarsi eccessiva; lo ammetto, ma neppure convince il fatto che gli evangelisti, pur scrivendo nell’area della Chiesa nascente, non abbiano fatto alcun rinvio alla figura di Paolo  che operava unito a loro. Senza voler poi considerare che al di là della sua presenza storica, Paolo di Tarso configura un archetipo  del grande fenomeno della conversione dei fedeli mosaici al nascente cristianesimo.

Paolo e i Vangeli sembrano  ignorarsi a vicenda. Ma è proprio così?  Sta di fatto che questo reciproco silenzio ha indotto alcuni a considerare distinti i due momenti: quello della predicazione di Gesù; e quello della formazione della Chiesa che viene accreditata al solo Paolo.

Un indizio a sostegno della mia ipotesi può ricavarsi proprio dal nome ‘Lazaros’ che senza apparente motivo Luca ha attribuito al povero.

Oltre a significare ‘Egli è un  grande uomo’ (za= terra = uomo) esso permette anche di leggere: ‘Egli è per le cose eccelse\oscure del Logos’; oppure ‘Egli è il calore del Logos’; ed anche in negativo: ‘Allora egli era l’aridità\squallore\ruggine del Logos’. [2]

Tutte queste letture possono agevolmente riferirsi alla vita ed all’azione di Paolo; e se intesa in questo modo, la parabola  si trasforma in profezia e documento storico.

 

 

 

Seconda scena: L’evento causale

Lo considero un flash back che chiarisce come l’eletto si è trovato a doversi confrontare con l’eucarestia.

Il fatto decisivo è stata la morte del Cristo-Ricco (croce). Aprendogli le porte dell’anima e quindi l’accesso alla Cena, essa ha prodotto  (se egli lo vuole) la guarigione  del lebbroso Un passaggio che attuandosi a livello interiore, non implica che il soggetto debba fisicamente morire.

Perciò quando Luca scrive che Lazzaro morì non intende annunciare la sua  morte fisica  (egli già era morto in senso spirituale) ma la sua trasformazione, il suo passare ‘a miglior vita’.

Si può infatti leggere:

(22)  “Era accaduto: perché cessasse il suo stato di penuria <oppure: fosse soddisfatto il  suo desiderio>  (a potha anein) e perché il povero fosse condotto ardente nella patena dello Splendore dell’alto, il Ricco (Gesù) morì e fu messo nel sepolcro (eucaristico).”

 

Proprio alla luce di questa unica morte redentiva di Gesù, e del permanere in vita di Lazzaro, a me pare che bisogna riconsiderare la seconda parte del nostro testo.

Ora infatti, dopo la morte di Gesù ed il suo collocarsi come Eucarestia nella Cripta (tafos),[3] potrà esaudirsi il desiderio di cibo eucaristico dell’eletto  renitente: e ciò accadrà quando egli entrerà in colloquio con lo Spirito di Gesù risorto (il Ricco nell’Ade) e darà la sua adesione, avendo finalmente compreso che gli si chiede, quale sacerdote, di offrire offerte mansuete: pane e vino.[4]

Diventa così significativo quel passaggio ‘upo ton agghelon’  che può intendersi sia come ‘liberandosi, distaccandosi dalla signoria dei predicatori (dei commenti, della Legge)’; sia come ‘ad opera, cioè attraverso il ministero delle Parole di Dio’, quelle vive e nutrienti che Lazzaro sperava veder cadere dalla mensa del Ricco. Suo cibo infatti, fino a quel momento, era stato qualcosa di arido (apotes), cioè la parola umana sovrapposta a quella divina, così come Gesù aveva fatto notare. [5]

 

Terza scena: il Risorto chiama l’eletto

Se Lazzaro non viene considerato fisicamente morto, in quanto solamente Gesù è passato attraverso il morire per entrare nell’eone della animicità, l’Ade non indicherà più la dimensione post mortem nella quale i due si confrontano, ma una situazione spirituale nella quale possono trovarsi sia Lazzaro che il Ricco. Chi vuole, lo chiami pure inferno, ma a patto di collocarlo all’interno dell’esistenza umana.[6]

Esso indica il tempo della ‘battaglia’ (agonia) dell’orto degli ulivi; il tempo nel quale Cristo che volle le sue mani ‘bucate’ per arricchire l’umanità, che si fece povero per aver tutto dato,  combatte il suo buon combattimento, incarnandosi negli uomini (eucarestia) che non sempre gli saranno fedeli.

In questa ottica, il termine ‘basanos’ che nelle traduzioni correnti viene reso come sofferenza (propria dell’inferno) assume tutt’altro spessore perché si inquadra in questo mondo oscuro, cioè nel tempo dei 40 giorni della Chiesa che attende la parusia ultima del Cristo.

Sperimenta questa situazione chi si misura sul Cristo, vera  ‘pietra di paragone’ (basanos) che saggia l’oro; chi incontra il  Fuoco che divide l’oro dalla paglia (come dice Paolo); Fuoco che fa soffrire l’anima  quando essa rifiuta lo Spirito.

Proprio in questo tempo si leva la voce del Cristo, il Ricco per antonomasia: Fratelli, egli dice, aiutatemi a salvare il mondo, perché ‘voi siete l’unica bibbia che i popoli leggono ancora scritta in opere e parole’, perché voi siete la mia presenza fra gli uomini.

 

In conclusione, il dialogo che occuperà la seconda parte della narrazione si può inquadrare all’interno o nelle vicinanze della Chiesa. Esso allora non intercorre fra il Ricco ed Abramo (come figure umane), ma  fra Cristo-Gesù e il Padre. Perciò  va riletto e ricostruito. E nel far ciò, diventerà chiaro perché Luca (che non difettava certo di arte letteraria) ha costantemente ripetuto un generico ‘eipen’ (disse). Esso permetteva, secondo la bisogna,  di intendere: ‘disse, aggiunse, rispose, interloquì’ etc., accorpando in modo diverso le battute del colloquio.

Possiamo così leggere il testo:

(23) E in questa situazione di oscurità  una invocazione all’alto.

Colui che è primo nel  (sopportare) le prove, rispetto ai cittadini  suoi pupilli,[7]vide Abramo da molto tempo lontano,

- Ora la Terra straniera del Signore (è) cosa  (offerta) nelle patene dell’Ardente -

(24) E levando alta la voce, egli  invocò: Padre abbi pietà di Abramo;   mandalo per me.

La Grande Voce purificò l’uccellaccio da rapina, come un calice.  Perciò intrinsecamente appartiene a lui, egli che è corporeo,  il Pane.

Il figlio che distribuisce (sacrifica) –ed in ogni senso- dia freschezza alla sua parola.

Giacchè –Oracolo- mia è la sofferenza, che io sia Unità mediante la Fiamma. La Perfezione attraverso di essa.

 

IV scena: Il Cristo ha bisogno di Paolo

Inquadrato nella Chiesa primitiva, il dialogo tra il Ricco e questo misterioso e cangiante Abraam, può anche intendersi ora in tutt’altro modo.

Il Cristo si rivolge ad Abraam non come singolo personaggio storico, ma come eponimo del ‘Gruppo degli eletti’, e chiede che un suo speciale figlio  lo aiuti mentre egli è messo alla prova nella grande opera di diffusione del suo credo  nel mondo. La scena allora rimanda a Gesù che dopo aver chiesto da bere sopra la croce, dopo la sua resurrezione (stanco del suo doloroso viaggio) invoca dalla Samaritana un bicchiere d’acqua.

Se il fonema ‘lazaron’ vada letto come ‘la-za r’ on’ intendendo ‘Il suo che allora era un grande uomo’,  il personaggio invocato è proprio quell’eletto speciale che chiamiamo Saulo.

In parole libere la  richiesta di Gesù potrebbe intendersi come segue:

O popolo eletto (Abraam) manda un tuo figlio di pregio a intingere il suo dito nella Rivelazione e dare freschezza alle sue labbra che sono proprio le mie, cioè a rendere così viva la sua predicazione nella Chiesa. Mandalo ad essere un verace diacono della Parola, uno che sappia perdonare, uno che battezzi per la remissione dei peccati. Io soffro quanto all’unità che si attua mediante questa Fiamma-Luce (che passa tra due tronconi dell’umanità divisa). Ad opera sua (vi sia) la Perfezione.

 

La situazione scandalosa che si perpetua nella Chiesa (se ne tratterà in 17,1), consiste proprio in quella divisione (gli eletti la considerano insuperabile) che li separa dalle genti del mondo.

Il Cristo, dopo la sua resurrezione, invoca il suo popolo perché essa sia superata, mediante qualcuno che si faccia apostolo delle genti. E non a caso Paolo viene chiamato da Gesù risorto.   

Ma in un primo momento il Saulo (La.za r’on) è renitente allo stimolo; insensibile, egli  tace e resta immobile, supportato dalla scelta di tutto il gruppo (Abramo). E ciò era stato annunciato nella figura di quell’ultimo servo che ricevuto il Cristo (talanton) quasi fosse un peso, lo sotterrò e non avvertì la necessità di predicare il suo Vangelo. [8]

 

Ma il Cristo incalza. E qui Luca ha costruito un testo che, diversamente punteggiato e compitato dice letteralmente:

(25) “ Ed (il Cristo ricco) aggiunse:

O figlio di Abramo (o Saulo), ricordati  che tu possiedi i beni (cioè la rivelazione divina); suscita  ad opera tua l’Unità per la Vita. Non recalcitrare verso ciò che avvantaggia.

 

Voglia il cielo che egli così dia unità a ciò che è miserabile. Egli ora è commensale della Cena.

Egli ora annuncia la Perfezione la dove tu soffri. Fa ardere l’Unità. Questo è il servo: un agnello”  

 

Nel testo corrente ora si legge che  l’eletto si nega, affermando che non è possibile l’incontro in quanto esiste un vuoto incolmabile fra  due tronconi dell’umanità; oppure perché  c’è un  morto che divide, cioè quel sepolcro di Cristo, quella pietra che è segno di contraddizione.

Correntemente si legge allora: “Fra noi e voi è saldamente collocato una grande fossa”.

 

Ma l’espressione costruita da Luca è ambivalente. Ed infatti, se vien posta sulle labbra del Ricco, come prosecuzione del discorso precedente, essa cambia completamente di significato  e afferma che  ciò che unisce (e non divide) è proprio l’eucarestia, cioè il sepolcro del Cristo.

Inserendo un semplice apostrofo nei ‘me’ (non) leggo allora:

(26) “Fra noi e voi è saldamente collocato un grande Sepolcro

<oppure:  l’ordito del Cristo> come passaggio.

Così quelli che vogliono andare da qui a voi  certamente attraverso Me (m’e), lo possono.

 

Con l’adesione del Saulo che invoca lo Spirito a favore dei gentili, la conclusione diventa allora positiva:

“Che ad opera mia da lì essi possano certamente  venire a noi.

(27)egli rispose.

Le cose divine, questo ti chiedo,  fa realmente piovere, o ‘transitabile Via’;  che tu, quale Principio,  mandi l’Ardente nella Casa (il mondo)

 -sono infatti responsabile di  cinque fratelli per parte di mio Padre (Dio)-; 

che il Passaggio  sia testimoniato ad essi nelle Cose divine.

 < in tal modo per essi resta testimoniato Gesù come  divino  passaggio >

così che attraverso di me < come Calice, come Pane >  dolcemente <per guarire>  essi entrino nella Cosa Perfezione, nella Linfa (vitale) e nelle sue Cose viventi.

Rivela o Salvatore che vieni, le cose che appartengono al Divino Progetto (Nous).

 

Il Ricco (Cristo) prosegue chiarendo che vanno predicate agli uomini chiamati ad essere commensali del Padre, la pace e la serenità; e ciò perché  solo Gesù si è caricato di dolore. Qui viene allora annunciata la ‘debolezza’ con cui Paolo predica ai gentili, e l’essenza stessa del cristianesimo che non fonda sul dolore ma sulla gioia.

Inoltre, leggendo ‘Abra’ come favorita, ancella, si evidenzia una rivelazione ecclesiologica che rimanda sia a Maria che a Paolo il quale ne fu indubbiamente il grande costruttore.

I versetti da 29 a 31 si possono leggere:

(29) “Tu, o (mia) Favorita, guarda a  me Cristo. Lascia in pace i suoi –Egli il Figlio messo alla prova-  essi che qui giù sono disponibili commensali del Padre.

Visto che quelli bandirono questi momenti  di guarigione,

(30) - da Vivente egli aggiunse-  tu attiva il Cristo; egli è Padre.

Quale legaccio di  covoni, o mia Favorita, per consentire che il perfetto Gesù scaturisca dalle cose morte  (pane e vino) a vantaggio di quelli,  cambia il tuo atteggiamento.   Suscita il Divino

(31) Egli  aggiunse:

che perciò io sia Veste, Figlio, Alba.  <un mantello della pioggia>.

Non comportarti male nei confronti di coloro che si lasciano accostare  quali alunni del Padre.

Per coloro che hanno parte nel Divino Progetto –tenendo fuori colui che da anticristo mortifica-  alla Cittadina (presiederà) l’Isolato del Padre; egli operaio delle Cose viventi.”

<sulla (Scrittura) Cittadina  tu correttamente fa traboccare i Vini. Attraverso di te un Calice.>

 

Il testo completo in italiano e greco

Qui di seguito una mia versione completa ed il corrispondente  testo greco ricompitato:

 

(19) Quale uomo, quale Potenza che si lascia avvincere, egli era la Guida del viaggio, ed era rivestito di porpora e di Bisso, egli che, in modo splendido, voleva allietare la terra sotto il suo mantello (nuziale).

(20) Ma un derelitto, un  nome qualsiasi,  da morto si era messo di  traverso  presso la sua porta coperto di piaghe,

(21)  pur desiderando di cibarsi qua giù delle cose che venivano giù dalla mensa della Guida del viaggio. E tuttavia gli incirconcisi che gli  si accostavano lappavano alle sue piaghe.

(22)  Era accaduto: perché cessasse il suo stato di penuria <oppure: fosse soddisfatto il  suo desiderio> e perché il povero fosse condotto ardente nella patena dello Splendore dell’alto, il Ricco (Gesù) morì e fu messo nel sepolcro (eucaristico).”

 

(23) E in questa situazione di oscurità  una invocazione all’alto.

Colui che è primo nel  (sopportare) le prove, rispetto ai cittadini  suoi pupilli,[9] vide Abramo da molto tempo lontano,

- Ora la Terra straniera del Signore (è) cosa  (offerta) nelle patene dell’Ardente -

(24) E levando alta la voce, egli  invocò: Padre abbi pietà di Abramo;   mandalo per me.

La Grande Voce purificò l’uccellaccio da rapina, come un calice.  Perciò intrinsecamente il Pane appartiene a lui, egli che è corporeo .

Il figlio che distribuisce (sacrifica) –ed in ogni senso- dia freschezza alla sua parola.

Giacchè –Oracolo- mia è la sofferenza, che io sia Unità mediante la Fiamma. La Perfezione attraverso di essa.

 (25) “ Ed (il Cristo ricco) aggiunse:

O figlio di Abramo (o Saulo), ricordati  che tu possiedi i beni (cioè la rivelazione divina); suscita  ad opera tua l’Unità per la Vita. Non recalcitrare verso ciò che avvantaggia.

Voglia il cielo che egli così dia unità a ciò che è miserabile. Egli ora è commensale della Cena.

Ora Egli annuncia la Perfezione la dove tu soffri. Fa ardere l’Unità. Questo è il servo: un agnello” 

(26) “Fra noi e voi è saldamente collocato un grande Sepolcro

<oppure:  l’ordito del Cristo> come passaggio.

Così quelli che vogliono andare da qui a voi  certamente attraverso Me (m’e), lo possono.

 

 “Che ad opera mia da lì essi possano certamente  venire a noi.

(27)egli (Saulo) rispose.

Le cose divine, questo ti chiedo,  fa realmente piovere, o ‘transitabile Via’;  (cioè) che tu, quale Principio,  mandi l’Ardente nella Casa (il mondo)

 -sono infatti responsabile di  cinque fratelli per parte di mio Padre (Dio)-; 

perchè il Passaggio  sia ad essi testimoniato nelle Cose divine.

 < in tal modo per essi resta testimoniato Gesù come  divino  passaggio >

così che attraverso di me < come Calice, come Pane >  dolcemente <per guarire>  essi entrino nella Cosa Perfezione, nella Linfa (vitale) e nelle sue Cose viventi.

Rivela o Salvatore che vieni, le cose che appartengono al Divino Progetto (Nous).

 

(29) “Tu, o (mia) Favorita, guarda a  me Cristo. Lascia in pace i suoi –Egli il Figlio messo alla prova-  essi che qui giù sono disponibili alunni del Padre.

Visto che quelli bandirono questi momenti  di guarigione,

(30) - da Vivente egli disse-  tu attiva il Cristo; egli è Padre.

Quale legaccio di  covoni, o mia Favorita, per consentire che il perfetto Gesù scaturisca dalle cose morte  (pane e vino) a vantaggio di quelli,  cambia il tuo atteggiamento.   Suscita il Divino

(31) Egli  aggiunse:

che io sia perciò Veste, Figlio, Alba.  <un mantello della pioggia>.

Non comportarti male nei confronti di coloro che si lasciano accostare  quali alunni del Padre.

Per coloro che hanno parte nel Divino Progetto –tenendo fuori colui che da anticristo mortifica-  alla Cittadina (presiederà) l’Isolato del Padre; egli operaio delle Cose viventi.”

<sulla (Scrittura) Cittadina  tu correttamente fa traboccare i Vini. Attraverso di te un Calice.>

 

 

19- Anqrwpoj, deta Ij hn plou sioj, kai enedidusketo  

porfuran kai busson, eu frainomenoj  kaq'hma eran lamprwj.

20- Ptwcoj de tij, onoma ti, lazaroj, ebeblhto proj ton pulwna autou

eilkomenoj  21-  kai epiqumwn xortasqhnai  apo twn piptontwn

apo hj trapezhj tou  plou Siou,

alla kai oi erxomenoi kunej  epeleixon  ta elkh autou.

22- Egeneto de: Apoqanein ton ptwxon, kai apenexqhnai auton

upo twn aggelwn, eij ton kolpon Abra  am, apeqanen de kai o plou Sioj

kai etafh.  

23- Kai en t% #dv  epi ara.  

Astouj ofqalmouj  autou  uparxwn, en  basanoij, or# Abraam apo,

makroqen   -Kuriou aila  za, ara on,  en toij kolpoij   Autou-  

24- Kai autoj fwnesaj eipen:  Pater, Abraam elehson.  

Moi, ek e pemyon.  

La-zaron,  IN,  aba  yv.   To, akron, tou de akta ulou autou.

Uioj datoj, ka i kata, yucv thn glwssan.  

Mou oti -idou- odunh, wmai En  tv flogi.   Tau tv.

 

25- Eipen:  Abraam teknon,  mnhsqhti  oti apelabej ta agaqa.

Sou En, tv zwv, soi.  Ou kai laze aroj.

Omoi, wj, ta kaka.  Nun de wde parakalei.

Tau, # su odunasai   

26-  Kaie En.   Paj i touto:  Oij.

 

Metacu hmwn kai umwn,  Xasma mega esthriktai  Oph.

Wj oi qelontej  diabhnai, enqen  proj umaj,  moi h dunwntai.

 

Moi,  h de ekeiqen  proj umaj, diaperwsin.

27- Eipen:  dea, erwtw se  oun,  pate raine.

Alfa, pemyvj  Auton eij ton oikon

- tou Patroj mou 28  exw gar  pente adelfouj-

oph,  wj dia, marturhtai autoij,  < Oph wj dia, marturetai auto IS >

ina moi  < IN Amh> hk# autoi elqwsin  eij T. ON, T. Opon  tou te onta h.

Swthr  baj  a  Nou lege.

 

29-  Ide, Abra, ame Xriston.  

Ouj  -i mw-uj - ea,  ka itouj Patroj  rofhtaj.

Akouj  ate wsan  auta,  

30- Wn ode eipen.  Ou Xrston:  I  Pater.

Abra amalla, ean Tau IS  apo nekrwn poreuqv  proj autouj, metanoh.

Sou Sin.

31- Eipen de: aut%  eima w, uj , ewj.

Ka itwn Patroj rofhtwn, ou kakou.  

Ousi  Nou de - anti-IS, ek, nekrwn-  an'Astv  Patroj, Eij.  Qej onta i.

<an'Astv  pista eu sou. Soi In.>

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

( II )

 

Che gli eletti si convertano

 

Questo secondo percorso di meditazione ha come destinatari i farisei di oggi; in pratica ognuno di noi.

Sotto una buona fede superficiale che voglio a tutti accreditare, c’è infatti nell’uomo quell’antico serpente che suggerisce di assumere posizioni all’apparenza  giuste, ma in pratica asservite al bisogno di affermarsi.  Perciò, chi da sempre mi ha fatto paura è il ‘difensore della fede’ che luciferinamente si mette al posto del Cristo, unica ‘Guida del Viaggio’ (Plou Sios).

E chi da sempre compiango  è poi quel cristiano che dopo aver ascoltato con soddisfazione l’annuncio della misericordia divina, salta dalla sedia  per eccepire: ma così avete abrogato la Giustizia di Dio e l’Inferno. Ipocrisia questa, quando la misericordia la si riferisce alla propria persona, e l’inferno, derivante dalla Giustizia, agli altri.

Sarebbe bello se fidassimo di più nello Spirito che regge la Chiesa e se, invece di strappare il loglio, sapessimo attendere.

 

La situazione

Nella prima parte del suo testo, Luca descrive la situazione antitetica che caratterizza i due divisi tronconi dell’umanità: eletti e gentili.

La scena iniziale, cioè  Lazzaro vicino alla porta, assume tutt’altro significato se, facendo leva proprio su quest’ultimo termine, e cambiando completamente registro, rivestiamo la sagoma di  Lazaros’ (nel significato di Morto) dei panni del mondo Gentile, caratterizzato proprio dallo stare  fuori il tempio di Dio e da lui diviso.[10]

Il Ricco, considerato un egoista che si nega al bisognoso, rivestiamolo dei panni dell’eletto.

L’elemento differenziale, che caratterizza le due sagome,  consiste allora nelle rispettive collocazioni. Ed infatti:

-il Ricco sta all’interno delle cortine del tabernacolo (porpora e bisso) cioè dell’area della divinità (le promesse ad Abramo), e ne trae per sé ogni godimento. Lo possiamo ambivalentemente considerare come chi ha del tutto rifiutato il Cristo Gesù; oppure come chi ha aderito a lui, ma non si è ancora  pienamente convertito,  ed esercita il suo ministero  sacerdotale con la sua antica sensibilità di fariseo (giudaizzante). 

-Lazzaro invece sta fuori, ma ‘desidera’ il cibo della mistica mensa che si può ambivalentemente considerare quella della Parola divina, o finanche dell’eucarestia.

Paradossalmente si viene allora a delineare, nella scena iniziale, una singolare situazione: due ricchezze e  due povertà si raffrontano fra di loro e, ad onta dell’apparenza testuale, Lazzaro, il morto che desidera, è  in qualche modo avvantaggiato  rispetto al Ricco che sta inoperoso nella sua sazietà.

 

Ovviamente anche la seconda parte del racconto cambia profondamente ed in un certo senso ricalca il tema della parabola degli operai dell’ultima ora.

Ricordo infatti che in quel racconto, i primi operai chiedono un ‘Ek denarion’, una remunerazione ‘qui giù’, nell’orizzontalità cioè dell’esistenza che essi vogliono splendidamente sperimentare;  mentre gli ultimi  che non hanno contrattato, non hanno neppure fidato nella giustizia del datore di lavoro, ma si sono affidati unicamente al Signore, ricevono da lui come liberalità, un ‘denarion ana’, cioè ‘in alto’.

Dunque la Grazia che divinizza, non si guadagna commerciando con Dio, o attraverso la giustizia retributiva della ‘Legge’, ma mediante un affidamento all’amore di Dio. Una lezione questa che viene ripetuta nella parabola del ‘Fattore’. Anche qui il gesto dell’economo è totalmente gratuito e si collega alla speranza di una futura commensalità con coloro ai quali  vengono bonificati i debiti personali.

 

In conclusione, tra i due il vincente è Lazzaro, perché è ricco del favore di Dio; egli è infatti colui che, in quanto ‘ptoxos’ (povero di Iavè), nel giorno del Signore (sabato) può mietere dove non aveva seminato, ed inoltre  attende che  venga il Giubileo a restituirgli quanto ha perduto. 

Mi si dirà che egli versa in uno stato degradato; ma sorge il dubbio che tale stato esista solo nella mente di chi lo tiene segregato (Ricco).  Seguendo infatti la mentalità retributiva della Legge cui aderisce, il ricco considera i mali di questa terra come una condanna divina che riguarda proprio coloro che non appartengono al suo gruppo eletto. E dunque se  Lazzaro è un gentile, è naturale che sia coperto di piaghe. Così il Ricco vede Lazzaro.

 Ma il morto è invece alla Porta, cioè vicino al Cristo, e coltiva  il desiderio  di conoscere il volto di Colui che lo salverà, un volto che egli sa essere ben noto al Ricco, in quanto titolare della divina rivelazione, ma che è  da lui gelosamente custodito.

E’ questa proprio la situazione in cui versava la Chiesa delle origini che aveva conosciuto Gesù, ma non aveva cognizione precisa del Cristo. Per questo motivo essa si sentiva chiamata a recuperare quell’Antico Testamento (posseduto dal Ricco) nel quale quel volto era affrescato.[11]

 

Dalla mensa della Parola alla quale si sazia il Ricco, il morto gentile spera di ricevere almeno qualcosa; anzi, trattandosi di ciò che cade giù, si può anche intendere che egli (che ha conosciuto direttamente solo  la persona fisica di Gesù), va alla ricerca del mistero totale dell’Incarnazione del Cristo.

In questa ottica, ciò che cade sulla terra, per sovrabbondanza, per incuria, o perché ritenuto di poco conto, assume per lui grande importanza. Se il Ricco, ipnotizzato dalla Legge, tralascia molte sezioni della Scrittura (situazione ancora attuale), Lazzaro sa che esse proprio sono la parte migliore.

In altre parole, come ho precisato altrove, una lettura cristologica della Bibbia deve partire proprio da tutte quelle frasi, parole, o finanche libri interi che, pur se non lo si ammette, sono praticamente  messe da parte e considerate inutili. Penso al libro dei Numeri, al Levitico per non dire di tante espressioni che vengono considerate di rilevanza solo letteraria, oppure  ‘contorno’ di un certo contenuto, o residui archeologici.

 

Eletti, convertitevi !

Quando l’incipit del nostro testo viene inteso nel senso proposto, la restante parte diventa un  insegnamento diretto specificamente ai farisei interlocutori di Gesù. Egli utilizza proprio quanto essi  vanno predicando, per ritorcerlo contro di loro. Ne fa fede il richiamo a elementi tipicamente mosaici (Abramo etc).  

Se voi credete, dice Gesù, ad una giustizia legale individuale, e ad una imparzialità del giudice divino, la conclusione sarà determinata da una meccanica retribuzione. Il povero sarà ricco ed il ricco diventerà povero.  Voi credete di potervi ricongiungere a titolo ereditario al vostro progenitore nella carne, ed invece resterete legati alla terra, ed essa diventerà per voi un luogo di ombra e di tristezza: un vero e proprio Ade.

Eppure, con la parabola del fattore, io vi ho insegnato che non cerco giustizia retributiva, ma misericordia; ed ora vi ripeto che desidero che giungiate anche  voi  nel Giardino (seno di Abramo), per proseguire verso la divinizzazione.

Ma se voi continuate a giudicare l’operato di Dio seguendo le vostre false verità, quando vedrete i gentili entrare  nel risveglio delle anime, e poi nella divinità, scoprirete che siete rimasti fuori. Vi descrissi  come cinque vergini sapienti che, invece di cercarmi, si fermarono ad imbellettare la propria anima (lampade).

 

Nel mio piano divino non sono previste rivincite  di uno su di un altro, ma solo una universale misericordia che redime il mondo, e l’offerta gratuita della mia stessa divinità.

Né voglio che il richiamo a Mosè ed ai Profeti, che recepite dalla vostra tradizione religiosa (Abramo),  equivalga ad una richiesta ai gentili di diventare miei discepoli passando attraverso le pratiche giudaiche. Abramo e Mosè non vi appartengano più di quanto appartengano a tutti; essi proprio vi rivelano  che una è la religione, e per tutta l’umanità.

Per mio mandato Abramo andò riunendo tutte le rivelazioni che feci ad Adamo, che si erano sparse nel mondo, e spesso si erano inquinate; per mio mandato Mosè riorganizzò e depurò quanto Abramo aveva raccolto. Poi lo consegnò a voi perché, così corretta, la mia Rivelazione tornasse ad Adamo, cioè all’intera umanità. Infine, guidati dal mio Spirito io mandai profeti che avevo tratto non da voi, ma dalle Genti, per correggere i vostri errori.

Tutto questo mio operare voi lo avete inteso male e tradotto in uno statico Tempio; in un’Arca  non più itinerante; perciò io farò venire i gentili, perché distruggano il Tempio del vostro orgoglio, spargendo le sue pietre nel mondo; e facciano riprendere il cammino della mia Arca.

Io ho preparato un banchetto della Parola  così grande da saziare il mondo e voi l’avete riservata solamente a voi.

Ora dunque vi meritate l’amara conclusione che, leggendo col vostro cuore viziato, mettete sulle labbra dell’Abramo della mia parabola.

 

Io, uomo della terra, gentile di nascita ed eletto per adozione, pur privato da voi di quest’ultima qualità (mi caccerete infatti da Gerusalemme) vi mostrerò non solo di  sapermi ‘svegliare’, passando dalla dimensione corporea a quella  animica, ma finanche di portare con me il gentile (crocifisso) che a me si rivolgerà con fede. Egli è ora il  vero figlio di Abramo, uomo fatto non di carne, ma  di fiducia in Dio.  

Fate attenzione al mio discorso: lì Abramo stesso vi condanna avvertendo  che la mia Resurrezione  non vi gioverà  se permane la durezza del vostro cuore.

 

Non leggete dunque superficialmente le mie parole. Che se, seguendo il vostro modo di pensare,  la intendete come un mero apologo, proprio questa morta lettura vi  giudicherà.

Dalle mie parole volete dedurre quella Divinità legale che avete teorizzato nei vostri commenti alla Scrittura? ed io vi mostro  dove finirete. Subirete un giudizio di contrappasso; una solitudine irrimediabile; un destino che si ripeterà per i vostri fratelli, e riguarderà così l’intera famiglia di vostro padre Giacobbe.

Voi vi sentite eletti, destinatari di una ricchezza che vi è dovuta per status;  voi non credete alla misericordia, ma solo alla obiettività legale delle situazioni. Dolorosamente scoprirete che i sentimenti di amore che  sopraggiungeranno, quando avrete toccato il fondo della vostra miseria, non potranno essere esauditi, perché è qui, su questa terra che si guadagnano o si perdono i beni eterni.

Continuate pure a leggere la parabola secondo il vostro cuore indurito, e scoprirete che quel Dio che falsamente vi siete costruito, quello proprio vi giudicherà. Il Dio che io vi predico, perdona e non giudica; non è sottoposto ad  un astratto principio, ad una  legge a lui superiore; sua legge è la sua stessa misericordia.

Perciò quando egli vi perdonerà (e da sempre siete perdonati), a causa della durezza del vostro cuore, e dell’esaltante egoismo di farvi giudici degli altri, voi stessi diventerete quell’inesorabile Dio dal quale non si riceve assoluzione.

 

Prendete dunque atto dei vostri errori, o farisei che mi ascoltate.

Innanzi tutto l’esistenza e la Vita non sono separate; ma la prima costruisce la seconda. Né esiste una separazione formale tra ricchezza e povertà, godimento e dolori.

Voi leggete nella parabola una divisione ‘per categorie’ fra gli uomini, e la proiettate anche nell’eone dell’anima.  Voi distinguete un prima ed un dopo, e nel prima ponete una Porta che non viene superata;  nel dopo un vallo invalicabile.

Voi  leggete che prima c’era una ‘fame’ insaziata e poi un desiderio ardente, una ‘sete’ della Luce dello Spirito dolorosamente insoddisfatta.  Che prima c’era un Ricco chiuso nella sua casa, e poi qualcuno che, insensibile  ad ogni richiamo, si rinserra nel ‘seno di Abramo’ , come voi vi siete rinchiusi nel Tempio.

 

Non questo ho voluto esprimere con il mio racconto.

In esso non ho formulato giudizi  su nessuno; ho solo voluto  mostrare, come in uno specchio, voi a voi stessi, quando invece di unire dividete. Così, divisi nell’esistenza, sarete divisi anche nella Vita.  Quel grande vuoto, come voi dite, lo avete costruito stando nel vostro Tempio e impedendo agli altri di entrare. Ora ve lo ritrovate per l’eternità.

Considerate che io vi ho provato  nella gestione di qualcosa che è ben più piccola a fronte della divinità che vado offrendo al mondo.

Eravate gestori della Rivelazione e vi avevo chiesto di spanderla nel mondo;  vi siete chiusi, impancandovi sugli scranni di Mosè, ed avete impedito agli altri di entrare in colloquio con me.  

Non siete stati capaci di credere (pistoi) in me  servo; non siete stati ‘P.atros istoi’,  cioè ‘pali-croci del Padre’ elevati fra le nazioni;  e neppure vini esaltanti per l’Agnello (pista Oi).

 

Vi vantate di essere dei ‘Separati’; ed allora come potete  pretendere di gestire la Divinità che si spande per l’intero universo; di essere servi della mia cattolica eucarestia?

Siete stati ‘separati’ nell’economia della mia Parola; ora vi profetizzo che sarete separati dalla Chiesa eucaristica. Ed infatti quella meta ultima che voi chiamate ancora ‘seno di Abramo’ (per rivendicare un diritto ereditario ad entravi), è invece la patena eucaristica della ‘Serva per l’alto’ (Abra am), cioè della mia Chiesa.  Vi  ho detto che tutti sono figli di Abramo, cioè della fiducia totale in Dio.

Vi avevo dato una Parola viva e voi l’avete sotterrata nel sepolcro delle parole umane e delle trappole interpretative. Ora vi mostrerà che finirete anche voi in quel sepolcro di vanità.

 

Calunniavate il nuovo sacerdote, accusandolo di dilapidare la ricchezza che spargo fra gli uomini. Vi sentivate buoni amministratori sotterrando il vostro Talento, mentre egli rimetteva quei debiti che l’uomo credeva  di avere verso Dio; ma Dio di nulla è creditore verso l’uomo se non del suo vivere.

Se aveste ascoltato con attenzione la parabola del Fattore, avreste notato che il titolo del debito non solo era nelle mani del debitore, ma egli aveva il potere di dimezzarlo. Dunque lui in persona lo aveva  redatto, non Dio.

Così non avete compreso che il mio ‘fattore’ (che ora è il mio sacerdote)  deve libera l’uomo dai debiti che egli stesso si costruisce.  

Ed io voi proprio volevo liberare dalla cambiale della Legge. Dio non vi ha mai chiesto di firmarla; voi ve ne siete gravati, per dare sfogo alla vostra serpentina albagia intellettuale. Il debito di cui vi sentite onerati dipende  dai vostri commenti. Guardate come il Fattore è ora diventato il ‘nume domestico’ nelle case degli uomini, mentre voi siete sommersi dalla vostre parole umane.

 

Se poi siete stati avari della Rivelazione che accadrebbe se vi consegnassi i sacramenti, cioè la via  della divinità? Infedeli nel Logos, come vi darò il ‘Rema’; come potrò consegnarvi lo Spirito?

Io ho servito sia gli altri (i gentili), sia voi gruppo degli eletti; con ciò mostrando  che si possono servire due padroni. Non ho voluto seguire la strada dell’uomo che o ama o odia. Io amo e servo tutti; anche i miei nemici. 

Allora, quando vi accorgerete di questo amore, invano chiederete che si ami anche la Casa di vostro padre Giacobbe. Sarete voi stessi ad impedirlo in quanto rimasti fermi alla dualità amore-odio.

Proprio per questa incapacità a superare la contraddizione che vi siete costruiti,  voi  mi vorreste solamente per voi, ben chiuso nel mio sepolcro, davanti al quale  avete posto una grande pietra. Io invece sono totalmente libero, e totalmente servo di tutti. A Tommaso ho permesso di inchiodarmi su questa terra col suo dito, così da restare fra voi come divino ostaggio che vi garantisce una eterna pace con Dio.

Ecco, voi siete quelli che, pensando in questo modo, creano scandalo. Se vi lascio entrare nella mia Chiesa voi porterete lo scisma, rompendo l’unità che è la mia meta.  Io vi ho  invece insegnato  la legge del perdono infinito. E perché non si dica che la vostra protervia  è capace di rompere ciò che io unisco, anche restando fuori, voi sarete ugualmente nel mio cuore come ‘perdonati’.

 

Dunque io non voglio vedere nel mondo l’immobilità del Ricco e del Lazzaro; perciò preferirò i cani (gli unici esseri in movimento) che vengono a leccare perché le ferite guariscano, ed a ricavare qualcosa, lappando quel dolore e quella immobilità

Non voglio ‘religiosi’ che si separano per cercare una individuale perfezione, o che si preoccupano solo della sopravvivenza del loro gruppo.  Proprio così la bocca della predicazione si inaridisce,  e la Parola annunciata non avrà mai la freschezza dello Spirito.

Non voglio quel tragico silenzio che incombe  tra il Ricco e Lazzaro; e neppure il duro dialogo che vi immaginate  fra Abramo e il Ricco. 

Ma come accettarvi se proiettate proprio questo atteggiamento nella mia Chiesa e la vorreste giudice insensibile  alla debolezza degli uomini? Se in pratica  la correlate solo al Vecchio Testamento (come voi erroneamente lo intendete), e ne fate  quasi forca caudina per chi viene a me?  se infine svalutate anche la mia Resurrezione, assumendo che essa non avrà la forza di  sciogliere cuori induriti?  Me, che ho vinto il mondo, voi dichiarate sconfitto nella realtà della vostra storia.

Se prima facevate della ‘Legge’ un motivo non di unità, ma di giudizio e  discrimine, non fate  ora che la mia ‘fossa’ (cioè il sepolcro della mia eucarestia) diventi un grande abisso che vi divida dagli uomini.

Dunque convertitevi all’amore e all’unità!

 

Un ultimo suggerimento al lettore prima di chiudere. Rilegga ora la parabola su qualche vecchia edizione della Bibbia, e si accorgerà che, come in una foto in via di sviluppo, già compaiono molte delle cose che ho detto.

Ed ancora voglio precisare che sono perfettamente consapevole  della incompletezza e grossolanità  di questo, come di tanti altri testi che  ho inserito nel sito.  Ma so anche che non mi resta molto tempo. Dopo che per quaranta anni ho teso inutilmente la mano  a chi mi poteva usare la carità di una critica costruttiva (l’unico fu Angelo Penna che per di più aderì alle mie tesi); dopo aver vanamente atteso che nascessero nella Chiesa luoghi aperti per confrontare le idee , questo mi resta: mettere a disposizione di chi cerca  quanto credo di avere trovato  in questi decenni di ricerca. A lui, ad majorem Dei gloriam, anche qui passo il testimone.

VINCENZO M.  ROMANO 2005


 

[1] In tal senso si può leggere il peregrinare di Abramo con la sua affascinante Sara che gli è moglie  nella dimensione del mondo, e sorella in quella della divinità (per parte di Padre), e che si mostra ai re del mondo perché essi si innamorino di lei. 

 

[2] Ricordo che ‘azon’ equivale a ‘melan’ e ‘upselon’; e che ‘aza’ significa calore e squallore etc.

 

[3] L’entrare del Ricco (Gesù) nel sepolcro (tafos)  rimanda a vari testi biblici. E’ l’anima di Abele che grida dalla terra e salva il fratello Caino sul quale Dio mette il proprio segno, quello della Vita, garantita ora e per sempre da lui in persona.  E’ il sacro fuoco che Gesù assimila a sé quando dice: io sono venuto a portare il fuoco  dell’epirosi finale del creato; è l’entrare del nuovo Adamo nella terra per coltivarla e tornando ad essa, accettando la morte (polvere)  attuarne la liberazione.

 

[4] Il termine ‘kolpos’, che traduco ‘patena’ e non ‘seno’, diventa  allora perfettamente coerente indicando la nuova situazione dell’eletto che si fa oltre che sacerdote anche vittima. Come pure il nome ‘Lazzaro’ che  identifica anche l’amico morto risuscitato da Gesù nel quarto giorno, cioè dopo quei tre che culminano con la sua resurrezione, ed inaugurano il tempo della Chiesa. Il fonema Abra am  andrà qui inteso come ‘splendori in alto’.

[5] Se il fonema ‘abraam’ si  compita ‘Abra ama’ e si intende ‘accogli la schiava’  (ama o amao) si vanno a fondere insieme come segno e significato; Abramo prese con se Agar per ottenere un figlio, e Dio ora accoglie la serva del Signore, cioè la Chiesa.  Il riferimento giustifica anche la presenza di angeli, presenti al momento della generazione di Isacco  e nella cacciata di Agar. Ora le posizioni  si fondono, e Lia  e Rachele generano insieme. Parola morta e Parola viva, Lettera e contenuto salvifico  si rincontrano.

 

[6] Che questo ‘Ade’ non sia  un vero e proprio inferno come oggi lo immaginiamo e scorrettamente proiettiamo sul discorso lucano lo si ricava anche da un altro dato: come già accennavo non c’è nella nostra parabola alcun cenno espresso di giudizio sui due personaggi; il positivo o il  negativo lo inventiamo noi lettori o ascoltatori.  In pratica i due personaggi si autodefiniscono obiettivamente attraverso i loro rivestimenti, le loro parole e i loro comportamenti, ma (attenzione) secondo come noi le interpretiamo.  Perciò chiarivo che non condivido i titoli  che sottolineano  la povertà di Lazzaro con tono di compatimento, ed in qualche modo  di esaltazione e la ricchezza del ricco come qualcosa di peccaminoso.

Anche seguendo la lettura corrente, si  constata che i due ‘hanno ricevuto’ e non già ‘hanno guadagnato’ qualcosa; ed anche quando distingue tra ‘agatha e kaka’  (beni e mali), a questo secondo termine non viene collegato qualcosa di negativo proveniente da Dio, come pure si potrebbe intendere seguendo la logica giudaica, secondo cui  i mali del mondo dovevano considerarsi come punizioni divine. Il testo lucano si limita semplicemente a dire che Lazzaro ha sperimentato una situazione negativa. Per dare un senso ai pesi che Lazzaro sopporta in un’ottica cristiana bisognerebbe considerarli  non fine a se stessi, ma come  oggetto di una missione: egli era chiamato a tradurli in bene. In tal caso la logica sottintesa sarebbe proprio quella dei ‘Talenti’ naturalmente se li si intende come ‘pesi’e non  come umane ‘capacità’. [6]

 

[7] Si può anche leggere: Guidando per primi i cittadini suoi pupilli nelle prove  oppure: Se insieme ai Cittadini, suoi pupilli, mentre li guidava nelle prove

 

 

[8] Si tenga conto che ‘xasma’ indica anche la fossa in cui si pone il morto, per cui ciò che divide gli eletti dai gentili è proprio la morte di Gesù, un profeta che per gli eletti è fallito e può essere solo conservato nella galleria degli antenati, ma non come viva eucarestia.

 

[9] Si può anche leggere: Guidando per primi i cittadini suoi pupilli nelle prove  oppure: Se insieme ai Cittadini, suoi pupilli, mentre li guidava nelle prove

 

 

[10] Come ho già precisato  il vocabolo usato da Luca per ‘porta’ è pulon. Esso è scarsamente usato nel VT.  che in moltissimi passi preferisce ‘Pulè’

Interpretando questa scelta (che ritengo volontaria), prendo atto che  il termine è usato una sola volta nella Genesi per descrivere la strana situazione in cui si  vengono a trovare i fratelli di Giuseppe che, giunti nella sua casa in Egitto, scoprono di possedere una ricchezza maggiore di quella che avevano portato con sé e temono di essere considerati de ladri.

Se Giuseppe è l’eletto per eccellenza (figura de Cristo), i suoi fratelli  simboleggiano l’umanità che improvvisamente si scopre  titolare di una ricchezza gratuitamente donata: è la Grazia effusa  dal Cristo sopra di loro. Ad essa si aggiungerà il calice (di comunione) che Giuseppe farà porre nel loro sacco.

 

[11] Una coscienza che divenne sempre più chiara, e che si espresse ufficialmente quando espulse dal suo seno Marcione che  considerava del tutto sorpassato l’Antico testamento.  Una espulsione dunque non connessa ad un mero problema di ‘canone’ dei libri sacri, ma all’allargamento della conoscenza di Gesù-uomo, attuata attraverso il recupero, dal Mosaismo, della teologia totale del Cristo.