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Parabola del ‘Ricco epulone’ (Lc 16,19-31)
Scheda IV una lettura cristologica
Premessa La tematica del recupero degli eletti alla Chiesa, per svolgere in essa correttamente la funzione sacerdotale, sembra datata ed appartenente al passato, ma è in realtà un continua profezia sull’attuale rapporto fra clero e laicato e quindi rappresenta un utile campo di meditazione. Anche in questa scheda, cercherò di superare lo sbarramento della compitazione corrente che (benché non sia stata mai definita dalla Chiesa) sembra diventata un articolo di fede per gli scritturisti i quali neppure si pongono il problema di leggere il testo. In buona fede essi credono di farlo, ma in realtà ripercorrono supinamente una ‘lettura’ che altri ha formulato, dividendo le parole e ponendo segni di interpunzione. Cercherò dunque di ‘leggere’ (nel senso pieno del termine) e costruire così un testo significativo dal quale emerga la figura del Cristo che nella lettura corrente (parabola) sembra del tutto assente. Il metodo che seguirò è quello che, per slogan, definirei del ‘Solve et Coagula’; prenderò cioè in esame non più le sagome delineate dalla lettura corrente del testo, ma le sequenze fonematiche per sezionarle in parole. In altri termini lavorerò sul testo materiale (sequenza di lettere) quale appariva nei primi codici, per ricavarne un testo significativo. Perciò in appendice riporterò la mia ricompitazione perché il lettore possa verificare la correttezza del processo e la traduzione che suggerisco.
Nella mia ricompitazione apparirà innanzi tutto la persona del Padre Divino che nella ‘parabola’ sembra del tutto assente. Scompariranno ‘lazzaro’ ed il ‘povero’. Quanto al primo, compitato come ‘la-zaros esso indicherà ‘un grosso uccello di rapina’ e quindi fuor di metafora (dato il contesto) un giudaizzante. Come Saulo, egli turba l’equilibrio della Chiesa nascente, cercando di inquadrarla all’interno della Legge mosaica. In pratica non è solo un renitente alla proposta del Cristo, ma un suo pericoloso avversario. Quanto al povero (ptoxos), compitando ‘pto-X os’ potrò vedere in lui chi sta in relazione con il Cristo abbattuto, ucciso (Pto), e quindi i componenti del gruppo degli eletti. Parallelamente il ‘Ricco’ (plousios) lascia il posto all’Unto del Signore, cioè al Cristo-Gesù. Compitando ‘plou Sios’ si evidenzia infatti ‘La Guida del Viaggio’ sia sulla terra che sul mare. Ed infine il fonema ‘abraam’ consente, come ho già evidenziato, una varietà di compitazioni e di significati che volta a volta potranno scegliersi per strutturare un senso compiuto. Attraverso questa ‘lettura’ i personaggi si moltiplicano. Non più ‘Il Ricco’, ‘Lazzaro’ e Abramo, ma La Guida del Viaggio (il Cristo), ‘Il Padre, Abramo, e l’Uccellaccio da rapina. Ed inoltre la scena resterà sempre immutata; tutto infatti si svolge nella dimensione del mondo e della Chiesa.
I temi cristologici La ricompitazione dei due primi versetti consente di ricostruire un testo che sinteticamente formula un identikit del Cristo come persona e come operatore di redenzione e salvezza. Il Cristo è un essere umano e quindi un’anima; quest’ultima, che nell’antichità era descritta come una fiamma, viene esposta nella icona della ‘fiaccola’ costituita dall’insieme di un supporto materiale (rametti resinosi legati insieme) e della fiamma-luce assimilabile ad un che di immateriale. Questo speciale uomo è la ‘Guida del Viaggio’ sulla terra e sull’acqua, cioè fuor di metafora per gli eletti (legati alla terra arida) e per i gentili (popoli del mare). Il suo operare si riconnette ad un ‘soffio’, cioè al suo Spirito che si riversa su mondo; e si orienterà poi in due direzioni: verso gli eletti e verso i gentili. Il v. 19 può letteralmente dire: (19) Uomo, fiaccola (anima): ecco la divina guida del Viaggio. Da Signore spirava se stesso, entrando qui giù in due modi.
Il primo dato che lo caratterizza è l’apertura al mondo intero. Egli rifiuta la chiusura nel tempio degli eletti; rifiuta le cortine del tabernacolo. Nella storia della passione parallelamente si narrerà che il velo del tempio ala sua morte si squarciò. Ma non basta, in quanto egli vuole anche sposare la terra e darle una infinita gioia. Il gesto di coprire la donna col mantello indicava infatti l’unione matrimoniale. Questa tematica nuziale, tra Cristo sposo divino e la terra, è presente specialmente in Paolo. Un secondo dato riguarda la modalità di questo sposalizio (Agape): esso si realizza mediante una reciproca assimilazione nella Cena (Agape) che tien luogo all’incontro fisico fra gli sposi. Posso leggere: Da Signore rigettò (le cortine di) ‘porpora e bisso’ in quanto sotto il suo mantello (nuziale) egli voleva allietare la terra. (20) Povero, in modo meraviglioso, Gesù si lascia avvincere perché (è) un cibo.
Ora il testo avverte che il mondo ha rifiutato Colui che viene, perché egli si è dichiarato Dio; ed inoltre perché ha osato affermare che la Divinità trascendente risiederà in cose mondane (pane e vino). Se già faceva scandalo la personale identificazione di Gesù con Dio, quest’ultima rivelazione è assolutamente insostenibile. Indubbiamente blasfema, essa è però molto affascinante, perché lascia intendere di poter disporre della Divinità; perciò i farisei chiedono a Giuda di portare loro ‘il boccone eucaristico’. La loro grande delusione quando si trovarono nelle mani solo un boccone di pane fu l’innesco di quella svalutazione della persona di Gesù che precipitò nella sua condanna alla croce. Leggo: Quasi fosse secco e pessimo escremento, egli era stato percosso a causa della Perfezione-Cosa (eucarestia); egli (che è) porta di ingresso (al Divino), prezzo di acquisto dell’Ardente (Spirito).
La conclusione è nel v.21. Il Cristo è l’uomo piagato che desidera l’agape con l’umanità; ma non un pasto uguale a quello che Caino osò presentargli, fatto di cose materiali; il suo cibo deve essere ardente di Spirito, integrare cioè il suo stesso corpo (eu X. Aristeo’. A questo cibo, cioè al suo corpo, si accosteranno gli incirconcisi (cani) per saziarsi di Vita. Siano dunque esaltate le sue piaghe. Leggo allora: (21) Coperto di ferite, egli qui giù è uno che desidera di saziarsi dei Vini dell’arida mensa (umana). Voglia il cielo che essi ardano come le cose ben diverse della Guida del Viaggio. Accostandosi, gli incirconcisi lappavano su di essa (mensa). A gran voce esalta le piaghe. “
La seconda sezione In questa seconda sezione il tema si sposta nell’area della Chiesa nascente, e viene chiarito che il momento causale è costituito dalla morte e resurrezione di Gesù. Si descrive quindi il recupero al servizio eucaristico dei ‘Sauli’, degli uccellacci di rapina (la-zaros) avversari della nuova fede nella quale pure alcuni di essi si sono infiltrati. Che essi si facciano carico di realizzare l’autentica funzione sacerdotale che Dio aveva promesso ad Abramo ed alla sua discendenza. Ora però con una impostazione del tutto nuova, abbandonando cioè ogni atteggiamento elitario e di privilegio e facendosi servi misericordiosi dell’umanità. Così avranno parte nell’eucarestia che divinizza.
Con il verso 22 si annuncia l’evento fontale riferibile al Cristo. E si chiarisce che esso si esprime in due direzioni. Ed infatti, quanto ai gentili, il cui destino è la morte, e che nel testo sono individuati attraverso la lettera Teta che indicava i condannati a morte, l’evento è costituito dalla eucarestia. Essa è la Perfezione, cioè Dio in persona, che sé fatto cosa (T.ON). Quanto poi agli eletti, che si relazionano alla morte di Gesù (Pto-X oi), in un primo momento l’evento consiste nella possibilità di ricongiungersi con la santa figura del loro progenitore; con quell’Abramo che, con la sua obbedienza, si strutturò in uomo di fede. In un secondo momento poi essi potranno entrare nell’eucarestia come sacerdoti. La morte di Gesù permetterà loro di rientrare nel ‘seno’ di Abramo, cioè là dove si formò quel seme che li generò nella carne. Questo ricapitolarsi delle molteplici vite dei discendenti nell’unica vita del progenitore, equivale al Giardino delle anime, al paradiso terrestre. Leggo infatti: <22> “A parte, per far giungere il mortale al suo compimento, nacque la Cosa Perfetta. Perché chi è relazionato al Cristo ucciso fosse condotto, al suono delle Parole, nei lobi di Abramo, morì la Guida del viaggio e fu collocato nel sepolcro”
In breve: - l’eucarestia è l’uscita unica e totale dell’umanità in quanto comprende il risvegliarsi (egheiro) e il collocarsi nel Principio e nello Spirito (A.N. istemi); - il morire di Gesù realizza per gli eletti solamente l’ingresso nell’eone animico (Kolpos=seno di Abramo). Perché anche per gli eletti si possa poi concretizzare la seconda perfezione, quella della eucarestia che immette nella Divinità, è necessario che essi, predestinati da Dio al sacerdozio, diano la loro adesione. Sarà proprio questo il tema del dialogo che seguirà nel racconto; dialogo che gli eletti hanno brutalmente concluso uccidendo il Cristo Profeta. Per introdurlo Luca fa il punto della situazione: Gesù risorto prende atto della decadenza del gruppo di eletti (Abramo) e di come esso, infiltrandosi nelle nascenti comunità, ne saccheggino la fede. Leggo infatti: (23) “E quando al cominciare Egli levò all’alto i suoi occhi, vide in una dimensione di oscurità Abramo (gli eletti) messo alla prova, per essersi allontanato; e (vide) un uccellaccio di rapina nei suoi calici (Kolpoi- della Chiesa).”
Di fronte a questa aggressione alla comunione eucaristica da parte dei giudaizzanti (la-zaros nei calici), ed alla connessa sofferenza del suo popolo che ormai vive nell’ombra (Ade), il testo annuncia la misericordia del Cristo. Questi (Plou sios) prima invoca il Padre e poi, ricevutone naturalmente l’assenso, si volge agli eletti (Abramo) per chiamarli al sacerdozio eucaristico. Leggo infatti: (24) “Si ascoltò[1] la Sua voce che diceva: Padre, usa misericordia ad Abramo! Manda l’uccellaccio di rapina -egli corrisponde a me- sul suo monte (il Calvario) perché si possa temprare (o lavare; o colorarsi di sangue) solo per un poco, (stando) sotto l’Acqua dell’Ardente; e ciò al fine di ridare freschezza a quel parlare che mi appartiene, Perché –oracolo- egli è (ora) un’afflizione.”
Lo Spirito di Gesù-Anima invoca dunque il Padre perché non tenga conto dell’infedeltà della Casa di Abramo, che non ha mantenuto fede alle promesse date e sancite nel Patto. Per potersi convertire, l’eletto, che si è trasformato in un rapace, si confronti con la passione di Gesù; vada sul Golgota e lì si battezzi, mondandosi con l’acqua dello Spirito che corrisponde al sangue-Vita di Gesù. Si faccia come Lui un servo che offre la propria vita per i suoi amici e i suoi nemici; un sacerdote che sappia dire: ‘Prendete e bevete: questo è il mio sangue’, cioè la mia anima. Ma innanzi tutto vada sul Golgota per ridare freschezza alla predicazione del Cristo-Verbo che sulle sue labbra è diventata arida; lì imparerà che non valgono le parole ed i concetti, e tanto meno i giudizi e le condanne, ma solo la testimonianza di un amore che si fa operoso a vantaggio degli altri. Vada alla Croce per trasformarsi, da essere afflittivo quale è stato, in uomo di misericordia. Vada, sì, alla croce, ma non (come egli teme) per soffrire nella stessa misura del Maestro, quanto piuttosto per partecipare solo ‘un poco’ (un dito) alla dura esperienza di Gesù.[2]
A fronte di questa richiesta, che è certamente esaudita dal Padre, Luca profetizza una prima resa dell’eletto qui letterariamente impersonato dal capostipite Abramo. Essa avverrà quando lo Spirito di Gesù parlerà nella sua Chiesa. Solo allora l’eletto riconoscerà che la perfezione non è nel Giardino delle anime dei Padri ai quali ambisce ricongiungersi, ma nella divinità dell’eucarestia che è sorretta non solo dal Cristo Verbo, ma principalmente dal Cristo Spirito (liturgia della parola e della Cena). Guadagnerà allora quella chiarezza di fede che farà dire a Tommaso: Signore mio, Dio mio!. Compitando diversamente, leggo: “Che io sia nella Fiamma (Spirito), ecco essa è la Perfezione”
L’eletto, convertitosi alla dimensione dello Spirito, dal settimo Giorno del riposo entra nell’ottavo profetizzato dal racconto genesiaco della creazione. Lì infatti si dice che, dopo il settimo giorno ‘O On’, cioè lo Spirito, cominciò ad operare. L’ottavo giorno è infatti quello dell’eucarestia e quindi dello Spirito.
Segue ora una catechesi al Saulo che ha accettato di diventare Paolo; all’orgoglioso ministro della Parola che si umilia nella posizione di servo. Lo Spirito insegna che il nuovo sacerdote deve aver cura dei figli della Chiesa; deve rendersi conto che la ricchezza di Rivelazione gli fu affidata perché servisse da strumento di lavoro nel mondo; che bisogna riunire quanto in passato, creando divisione, era stato allontanato. Ora nel mondo è presente il Cristo Spirito che invita alla Cena (parakletos) sicché mentre l’umanità gode, l’eletto se è renitente soffrirà nel vedersi escluso dalla tavola alla quale Dio stesso siede da commensale. Lo Spirito chiarisce che la divinità offerta attraverso la Cena riguarda proprio tutti, sicché non c’è più spazio alla gelosia ed alla separazione. Ed ancora che ogni ricchezza viene data all’uomo perché egli la metta a servizio del mondo. Paolo dirà che i carismi sono per l’intera assemblea. Il testo dice: (25) “Disse lo Splendore dell’alto: Abbi cura della prole, considerando che quanto tu possiedi di buono, tu lo ricevesti come strumento (di lavoro). Questa è la tua Vita! E voglia il cielo che l’uccellaccio di rapina riunifichi le cose messe al bando. Ora qui giù Egli invita alla Cena, proprio là dove tu vivi nella sofferenza. In tutti Egli è totalmente presente.” [3]
Andava ora chiarito il rapporto fra l’antica e la nuova Rivelazione; problema questo che angosciò non poco la Chiesa delle origini. Luca precisa che esse sono pervie, in quanto la comunicazione è garantita dalla grande Porta, cioè dal Cristo eucarestia che di due popoli ne ha formato uno solo; e derivativamente dal suo sacerdote che spiega la Scrittura spezzandosi come pane per tutti. Questo passaggio (porta), costituito proprio dall’eucarestia (sepolcro), permette l’unificazione della Rivelazione. Divenuto sacerdote l’eletto si dichiara ora capace di passare integralmente al mondo l’Uno, cioè il Dio rivelatosi nell’Antico Testamento. Chi vuole può accostarsi a quest’ultimo, perché la Bibbia fu scritta non per gli eletti, ma per il mondo intero. Parallelamente mediante l’esercizio della funzione sacerdotale che ormai è connotata dall’unica eucarestia, gli eletti godranno delle specie eucaristiche; di quel ‘Boccone’ che i sacerdoti cercarono di comprare da Giuda. Questa è lo stipendio, la ricompensa di ogni singolo sacerdote servo. Leggo: (26) Così quelli che vogliono far passare l’UNO, per voi fissato (nella Scrittura), certamente lo possono attraverso di me (ministro della Parola). Certamente ad opera mia (di sacerdote eucaristico) da quel momento le specie divine passano a noi. Così disse”
Per poter attuare tutto questo l’eletto convertito sa di aver bisogno dello Spirito. Su di lui si fonda la forza santificante dell’eucarestia. Perciò egli invoca il Padre a che mandi l’Ardente nella Cosa Perfetta, cioè nell’eucarestia stessa. E’ quanto il sacerdote continua a ripetere quando celebra la sua messa. <27> Ti chiedo allora o Padre di mandare l’Ardente sulla Cosa Perfetta.
E chiede quindi che gli sia affidato il mandato a ripetere questo gesto: Naturalmente, per la Cosa del Padre, Tu mandami.
Giunto a questo punto, il discorso dell’eletto convertito può assumere valore positivo o negativo. Non si dimentichi che la possibilità di convocare lo Spirito rimane l’ambizione più forte dell’uomo che da sempre ha cercato attraverso la teurgia di piegare a sé il Divino. I sommi sacerdoti cercarono attraverso Giuda di procurarsi il ‘boccone eucaristico’; e Simon Mago rivolgerà la stessa richiesta a Pietro. Leggendo allora in positivo, questa è la motivazione del richiesto mandato: inviami perché io faccia conoscere l’esistenza del ‘Passaggio’ ai cinque fratelli che ho (per parte di madre terra), cioè ai gentili. Così essi entreranno nell’assembla eucaristica ed io personalmente li guarirò. <28> Invero io, quale ‘Porta’, reggo cinque fratelli. Così le cose divine vengono testimoniate al fine di far entrare quelli nella Perfezione-Cosa, per essere sanati ad opera mia.
Ma letto in negativo (e qui dovremmo molto meditare) il testo accenna anche al permanere di una farisaica albagia, sorretta dal desiderio di rimanere comunque Capo e Signore; e disporre così della guarigione dei gentili. Oggi diremmo: della amministrazione dei sacramenti. Ma non solo questo. L’eletto convertito è tentato di portare i gentili su quel Golgota sul quale è stato convocato per assimilarsi al Cristo nella sua ‘prova’. Vorrebbe cioè trasformare la serena comunione conviviale, voluta da Gesù, in una continua esperienza di dolore, e riservarsi la funzione di guaritore. Viene così profetizzato quel cristianesimo lacrimoso e sofferente che invita continuamente a battersi il petto con quelle mani che dovrebbero essere orientate ad opere di vita. Quel cristianesimo che piace tanto a certi sacerdoti i quali scaricano sui fedeli il loro impegno ad essere anche vittime sacrificali. Essi, che furono convocati sotto la croce per bere solamente un dito d’aceto dal calice del Cristo, predicano un Cristo terribile che si nutre e gode del dolore dell’uomo. Il Dio della nostra fede non si compiace delle sofferenze, ma della capacità acquisita dai suoi figli di tramutarle in beatitudine. Proprio per l’insistenza di una tale predicazione, da simbolo di esaltazione dell’umanità (patibolo elevato sul palo a formare il mistico Tau) la Croce si è trasformato in un terribile strumento di tortura che Gesù avrebbe lasciato in dannosa eredità a suoi fedeli. Posso leggere infatti: <28> “Tu manda me; infatti io ho cinque fratelli sotto la mia direzione. In tal modo, ‘il passaggio’ viene testimoniato così che, per guarire attraverso di me, quelli vengano nel ‘luogo’ (ovvero: ‘nella linfa perfetta’ cioè il sangue), quello proprio della Prova”
Segue allora la reprimenda del Cristo che è sceso sulla terra per dare pace e gioia all’uomo, e non già per sottoporlo al tormento della Croce che egli ha riservato solo alla sua persona. Il sacerdote deve contemplare la croce come gloria del Cristo e ricordarsi che il figlio chiamato a soffrire è solo ed unicamente lui; che il Cristo gli ha riservato solo un dito di dolore; e perciò egli deve tenere per sé la feccia del calice, e guidare i fedeli annunciando salvezza, gioia e non afflizione. <29> O infiacchito, guarda agli Splendori, a me Cristo. Quelli lì – egli è il Figlio messo alla prova- lasciali nella pace, a confrontarsi con coloro che a nome mio predicano la guarigione.
Al rimprovero segue una catechesi che rinfaccia innanzi tutto al sacerdote (e quindi a tutti) di desiderare insaziabilmente di ascoltare invece di parlare, essere cioè orecchio che si consola e non bocca che si affatica a comunicare; e di isolarsi dalla assemblea. Bisogna guardare al Cristo: dovunque egli è presente si comporta da Padre e, a somiglianza del legaccio dei covoni, unisce i fratelli divisi. Leggo: “O insaziabile orecchio, o inaccostabile –disse- laddove c’è il Cristo c’è un Padre, uno splendido legaccio di covoni.”
Segue un invito alla conversione: <30> Per consentire che il Perfetto Gesù che viene dalle cose morte (pane-vino) venga ad aiutare quelli, tu convertiti. Fa sgorgare il Divino!”
Ora l’eletto per la seconda volta si pente e dichiara di voler essere una Veste, un Figlio, un’Alba di resurrezione per il mondo: “Disse: Per Lui (umanità) io sia una Veste, un figlio, un’Alba.
E Gesù, di rimando, invita il sacerdote ad essere benevolo con i commensali della cena eucaristica; e a far seguire alla liturgia della Parola quella del pane e del vino, ricordando che tutti gli uomini hanno parte nel progetto divino senza che vi sia privilegio per chicchessia. Tu, dice Gesù, sei il mio strumento di unità, sei il calice che raccoglie ciò che altrimenti andrebbe disperso. Leggo: “Non comportarti male verso coloro che il Padre nutre alla sua Cena e che si lasciano accostare. Per coloro che appartengono al Progetto Divino (Nous) -allontanato colui che ‘mortifica’ opponendosi al Cristo - sulla (Scrittura) Cittadina tu fa traboccare positivamente i Vini. Ad opera tua (si attua) il Calice (della comunione).”
appendice
I testi che ho singolarmente meditato, li propongo ora nel loro complesso per consentire una visione unitaria del testo lucano a che esso diventi una catechesi profetica sul nostro presente. Avverto che vi possono essere molte altre compitazioni e perciò ho annotato qualche variante oltre quelle esposte in questa e nelle schede precedenti. Ho aggiunto dei titoletti orientativi e qualche espressione esemplificativa, usando però una diversa grafia onde non contaminare l’originale.
Il Cristo incarnato <19> Un essere umano, una fiamma (animica): eccola la Divina Guida del Viaggio. Da Signore Egli spirava se stesso, entrando (nella terrestrità) in due modi (pane e vino). Da Signore, rigettò (la limitazione delle cortine di) porpora e bisso (del Tempio), in quanto voleva allietare sotto la sua Veste (nuziale) la terra. <20> In modo meraviglioso Gesù povero si lascia avvincere, perché (è) un cibo (eucarestia).
Il Cristo paziente Quasi come secco e deleterio escremento, egli era stato percosso a causa della Perfezione-Cosa (eucarestia). Egli Porta di ingresso (al divino), prezzo di acquisto dell’Ardente (Spirito) <21> coperto di ferite qui giù egli è uno che desidera di saziarsi dei vini dell’arida mensa dei mortali. Voglia il cielo che essi ardano come cose ben diverse della Guida del Viaggio (Eucarestia). Accostandosi, gli incirconciso (cani) lappavano su di essa (mensa). Esalta a gran voce le Piaghe!
Il Cristo eucarestia <22> Perché chi da ‘separato’ è segnato a morire giungesse alla sua perfezione, si realizzò la Cosa Perfetta. In tal modo (vi fu) il Cristo-Cosa del Padre.
E perché l’Ardente fosse recuperato, da sotto le divine parole, egli, Signore che si manifesta, (era) un vasetto di olio (una coppa da libare), quale splendido conforto che mette In comunione col P dre. Perché i Dieci e gli Isolati succhiassero da Lui come dall’UNO, la Guida del Viaggiò fu posto in una cripta. <23> Fa ardere l’UNO per la tenebrosa terra dei morti, per sollevare in alto i tuoi pupilli. Predica con voce potente la Reale Visione del Cristo (eucarestia).
Cristo Chiesa Mentre il Vivente, si trova fra i privi di intelletto, vede Abramo da tempo emarginato; e un uccellaccio da rapina nei calici dell’Ardente.[4]
<24> “Si udì [5] la Sua voce che diceva: Padre, usa misericordia ad Abramo! Egli mi opprime! Manda l’uccellaccio di sul suo monte (il calvario) perché si possa temprare (o lavare; o colorarsi di sangue), Solo per un poco (stando) sotto l’Acqua dell’Ardente, che egli ridia freschezza a quel parlare che mi appartiene, Perché –oracolo- egli è (ora) un’afflizione.”
Abramo “Che io sia unità mediante la Fiamma (Spirito), ecco essa è la Perfezione” (Omai en te floghi; Tau te i) <25> Così disse Abramo.
Cristo “Abbi cura della prole, perché tu fosti dotato di buoni strumenti specificamente tuoi. Questa è la tua Vita! E voglia il cielo che l’uccellaccio di rapina riunifichi le cose che aveva messe al bando. Come ora qui giù la Perfezione invita alla Cena, proprio là (considerandole) ignobili dove tu vivi nella sofferenza.”
Abramo <26> Ardi o Unità; egli è un Servo e suo perfetto Agnello. Messo tra noi e voi, il grande Sepolcro del Cristo è saldamente costituito come passaggio. Così quelli che desiderano che l’UNO, che stava solo per voi, poggi i suoi piedi uno da una parte e uno dall’altro, sono certamente in grado di offrire me. Certamente ad opera mia da quel momento le specie divine passano a noi. Così parlò” <27> Ti chiedo allora o Padre di mandare l’Ardente sulla Cosa Perfetta. Naturalmente, come cosa del Padre, Tu mandami. <28> “Tu manda me; infatti io ho cinque fratelli sotto la mia direzione. In tal modo, ‘il passaggio’ viene testimoniato così che, per guarire attraverso di me, quelli vengano nel ‘luogo’ (ovvero: ‘nella linfa perfetta’ cioè il sangue), quello proprio della Prova”
Cristo <29> O infiacchito, guarda agli Splendori, a me Cristo. Quelli lì – egli è il figlio messo alla prova- lasciali nella pace, a confrontarsi con coloro che a nome mio predicano la guarigione. “O insaziabile, o orecchio, o inaccostabile –disse- laddove c’è il Cristo c’è un Padre, uno splendido legaccio di covoni.” <30> Per consentire che il Perfetto Gesù che viene dalle cose morte venga ad aiutare quelli, tu convertiti. Fa sgorgare il Divino!”
Abramo “Disse: Per Lui io sia una Veste, un figlio, un’Alba.
Cristo “Non comportarti male verso coloro che il Padre nutre alla sua Cena e che si lasciano accostare. Per coloro che appartengono al Progetto Divino (Nous) -allontanato colui che mortifica in opposizione al Cristo - sulla (Scrittura) Cittadina tu fa traboccare positivamente i Vini. Ad opera tua (si attua) il Calice (della comunione).”
Colmando le elisioni e svolgendo le parole puntate nell’originale greco, si può leggere nel modo seguente:
19. anqrwpoj detij hn plou Sioj Kurioj aien e diduj Kurioj eto porfuran kai busson. Eu frainomenoj kaq'hma eran, lamprwj, 20. ptwxoj deto-IS o noma. Til-az-aroj ebeblhto proj Tau ON. Pulh, ona Autou, eilkomenoj ka I, 21. epiqumwn xortasqhnai a potwn piptontwn Apo thj trapezhj tou plou Siou, alla kaioi. Erxomenoi kunej ep'e leixon. Ta elkh autou. 22. Egeneto de, apo, 'Q' anein, Tau ON. Patroj tw Xristoj On. Kai apenexqhnai Auton upo ywn aggelwn e iston Kurion olph ona abra. Ama Patri , e qan En deka ioi plou Sioj ka i etafh. 23. Kaie EN t% Adv eparaj touj ofqalmouj autou upar Xristou. Wn en basanoij or# Abraam apo makroqen kai la-zaron en toij kolpoij Autou. 24. Kai autoj fwnhsaj eipen Pater, Abram elehson. Me ka, I. Pemyon la-zaron in a bayv to akron tou. Daktulou Autou udatoj ka, i katayucv thn glwssan mou. Oti -idou- odunh. Wmai En tv flogi. Tau tv 25 eipen abraam. Teknon mnhsqhti oti apelabej ta agaqa sou, enth. I zwh sou. Kai La-zaroj omoi wsta kaka. Nun de wde parakalei Tau, # su odunasai. 26. Kai En, Paj I tou t' Oij metacu hmwn kai umwn Xristou asma mega esteriktai oph, wj oi qelontej diabenai EN qen proj umaj m'h dunontai. M' h de -ekei qen - pros hmaj dia prwsin. 27. Eipen de: erwtw se oun Pater ina pemyvj Auton eij Tau ON oike on tou Patroj 28. Me ou. Exw gar pente adelfouj, oph wj diamarturei ina moi hk# autoi elqwsin eij ton topon, touton thj bsanou. 29. Lege, ide Abra, ame Xriston. Ouj - i mw-uj - ea. ka itouj profhtaj akouj. Ate, wj anode, 30. eipen, ou Xristos, i Pater, abra amalla. Ean T.IS apo nekrwn poreuqv proj autouj, metanoh. Sou Sin. 31. Eipen de: aut% eima w, uj, ewj. Ka itwn Patroj rofhtwn, ou kakou. Ousi Nou de - anti IS, ek, nekrwn - an'Astv pista eu sou. Soi IN.
VINCENZO M. ROMANO 2005
[1] Per segnalare la particolarità di queste parole e come esse appartengono allo Spirito, Luca aggiunge a v.24 un ‘fonesas’ a prima vista pleonastico.
[2] Quel ‘un dito’ lo intendo come unità di misura della richiesta imitazione del patire di Gesù.
[3] L’ultima espressione ‘In tutti egli è totalmente presente’ , compitata diversamente si tramuta in una esaltazione del Cristo cerniera fra i due tronconi dell’umanità e archetipo del nuovo sacerdozio. Leggo allora: <26>Qui giù egli l’Uno; egli il suo Servo; il perfetto Agnello messo tra noi e voi. Il grande Sepolcro del Cristo è costituito saldamente come passaggio.
[4] Nel testo prima commentato ho tradotto come segue: <22> “Questo è accaduto: che morì il Signore del Viaggio (cioè Gesù) al fine di consentire che il povero lasciasse questa esistenza (di dolore), e fosse recuperato nelle viscere di Abramo che è sottoposto alle parole (della Legge).” <23> “E quando al cominciare Egli levò all’alto i suoi occhi, vide Abramo (gli eletti) in una dimensione di oscurità messo alla prova, per essersi allontanato; e (vide) l’uccellaccio di rapina nei suoi calici (cioè della Chiesa).”
[5] Per segnalare la particolarità di queste parole e come esse appartengono allo Spirito, Luca aggiunge a v.24 un ‘fonesas’ a prima vista pleonastico.
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