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Parabola del ‘Ricco epulone’  (Lc 16,19-31)

una prima LETTURA del   TESTO

secondo la versione corrente

Scheda II

 

Sommario:

II) Personaggi e sagome letterarie : -Premessa; - Il  Ricco e le sue vesti;  - Lazzaro il morto; - Un Povero (ptoxos); Il nome Lazzaro;  Presso la ‘porta’;  Piagato;  La tavola e le briciole; I cani e il leccare;

 

<  II  >

Personaggi e sagome letterarie

 

Premessa

Cercherò ora di motivare le sottolineature con cui ho marcato il testo riportato in epigrafe nella scheda precedente, e di indicare al lettore le molte piste di riflessione nascoste proprio in quei punti scabrosi, piallati, confettati, o emarginati nelle traduzioni correnti.

Veri e propri cartelli indicatori, essi vanno accettati  senza tema di demolire il significato corrente del passo. La massima di Gesù: ‘se il chicco di grano non muore non dà frutto’, riguarda anche l’interpretazione della Scrittura. Prima essa va sfasciata, e poi ricomposta perché mostri un senso eminente.[1]

Continuerò perciò  ad evidenziare le piallature letterarie dei traduttori, e le discrasie del testo, tratti che, per l’avvenuta confettatura letteraria, non vengono più masticati, ma semplicemente inghiottiti dal lettore sprovveduto. La traduzione che ho riportato è un esempio lampante. [2]

I suggerimenti esegetici che svilupperò, derivano tra l’altro da una mia metodica che suggerisce di isolare gli elementi del testo, considerandoli mere ‘sagome’ letterarie; esse, variamente e utilmente  rivestite, adeguano la parabola a svariate situazioni ecclesiali. Si realizza così quella ‘attualizzazione’ del Vangelo che spesso funge solo da pretesto per  excursus moraleggianti.

Avverto ancora di non cadere nella trappola (tanto ricorrente da non essere neppure avvertita) costituita dal ‘titolo’ che viene aggiunto alla Parabola e presentato quasi come opera originale degli evangelisti.[3]

Altrove ho contestato il titolo ‘Fattore infedele’ [4], ed ora esprimo le mie riserve sulla formula  corrente:‘Ricco epulone’ [5]e su quella in epigrafe che raffronta un Ricco ad un Povero.

Per loro natura, le parabole. A) rifiutano qualsiasi titolo perché debbono fiorire in forme diverse a misura della meditazione del fedele; B) se bene interpretate,  diventano esposizione dei problemi della Chiesa di allora, e profezia su quella di oggi.[6] 

 

Ricordo poi al lettore che ogni commento alla Parola di Dio (e naturalmente anche il mio) non può vantarsi mai di essere VERO ed ESAUSTIVO. Lo ‘Spiegare’, non deve mai nascondere,  sotto una  captante chiarezza concettuale o espositiva, l’infinita ricchezza contenuta nei testi sacri. In quanto esiste questa nascosta ricchezza, ancora dopo duemila anni noi continuiamo a meditarli. Né tende a convincere chi ascolta. Perciò quando il lettore, scorrendo le mie pagine, si avvertirà sbandato, imputi a me l’incapacità ad organizzare ed esporre l’esegesi che ho fatto, ma sappia anche  che il mio scopo  principale consiste nel rendere evidente l’infinita ricchezza del parlare di Dio, e godere di ‘naufragare in questo  mare’.

Riferendosi alla Scrittura, non ha senso chiedere: ‘in due parole sintetizzami ciò che il testo dice. La Parola di Dio  non è uno scanno su cui sedere, ma una via da battere. Sia chiaro allora che io presento solo soluzioni abbozzate, sperando  di provocare il lettore alla ricerca. Solo chi cerca trova, mentre chi acquista il precotto e il predigerito, prima o poi  avvertirà il vuoto nella sua mano e nel suo cuore.

 

E veniamo al testo.

Nella versione corrente, solo tre sono i personaggi in scena: il Ricco, Lazzaro e Abraam. Il primo di essi è anonimo, mentre gli altri due, almeno nelle traduzioni correnti, appaiono come soggetti nominati. Né si comprende  perché, nell’economia della parabola, Luca dia un nome solo al Povero e non anche al Ricco. Una sbavatura questa che nasconde certo qualcosa.

 Già considerando ‘lazaros’ e abraam’ come meri fonemi, oltre a recuperare due nomi propri, è possibile delineare differenti sagome. I soggetti allora possono da tre diventare quattro, oppure cinque, o finanche uno solo.

 

Un altro dato mi sembra molto suggestivo. Ordinariamente i personaggi di una storia si arricchiscono di qualche relazione intersoggettiva, mentre i tre che sono presenti nella versione corrente appaiono come conclusi in se stessi, e terribilmente isolati. Proprio in quanto non connessi tra di loro, li rassomiglierei a pupi che, spogliati dei loro abiti e rivestiti differentemente, possono significare tutt’altra cosa.

In altri termini, l’evangelista, evitando momenti relazionali, ha messo a disposizione autonome sagome letterarie, capaci di recitare ruoli diversi all’interno di quegli schemi teologici che il lettore potrà evidenziare all’interno del testo.

 

ll ‘Ricco’ e le sue ‘vesti’

L’esegesi corrente considera il verso 19 come colorita descrizione di un gaudente gourmant. La versione che ho citato, muovendosi in questa ottica, e consentendosi molte licenze, inchioda in un unico ed escludente significato l’icona costruita dall’evangelista e, così facendo, teologicamente la impoverisce. Ed allora, se c’è un povero, questi è proprio la parabola, divenuta suo malgrado un insieme di parole che girano (e male) intorno a quel solo significato.

 

Nel testo riportato in epigrafe leggo:

“Un uomo molto Ricco portava sempre vestiti di lusso e costosi e faceva festa ogni giorno con grandi banchetti” .

Ma  se vado a confrontarlo con quello originale in greco scopro che l’evangelista ha scritto (e seguo la compitazione corrente):

<19>“Un uomo era Ricco e si rivestiva di porpora e bisso, godendosela  ogni giorno  splendidamente”

Mi si dirà che in fondo dice la stessa cosa, ma io ribatterò che è proprio questo pressappochismo che distrugge la Scrittura.

Per poter intendere chi sia teologicamente il nostro (letterario) personaggio bisogna esaminare attentamente proprio quei tratti (pur così chiaramente disegnati) che, per amore dell’arte, la citata traduzione ha liberamente sciolto nelle sue immagini colorite.

E la prima fase di questa operazione consiste nel ricercare all’interno della Bibbia il significato delle parole e delle espressioni complesse; e ciò in quanto non la cultura del tempo, ma lo stesso corpus biblico costituisce l’universo di discorso in cui parole ed espressioni assumono valore teologico.

 

Se ad esempio si cerca nell’Antico Testamento il significato del termine ‘Plousios’ (Ricco)  si scopre che esso viene usato per la prima volta (io la intendo normativa) in Gen. 13,2 per indicare Abramo che esce dall’Egitto  con un patrimonio di animali ricevuti dal Faraone. Quest’ultimo, innamorato di Sara, dichiaratasi sorella e non moglie di Abramo, l’aveva fatta rapire, ma poi, senza averla posseduta, l’aveva restituita ad Abramo  insieme a un gregge di animali.

Se gli ‘animali’ (il tutto per la parte) vengono intesi come ‘pergamene’, si  può dedurre che il personaggio della parabola, in quanto è Ricco, ricalca Abramo di cui è figlio, e la sua ricchezza è la divina Rivelazione (Sara). Essa si accrescerà se saprà offrirla  alle Genti, perché riceverà in contropartita le parti ancora disperse della primordiale rivelazione (animali come pergamene di testi sacri).  Il Cristo la consegnò ad Adamo ed ora, seppure smembrata ed inquinata, è pur sempre in possesso delle Genti. 

Quanto alle vesti di ‘porpora e bisso’, esse testualmente rimandano al parte più santa del Tabernacolo nella quale  c’era la ‘Presenza’ di Dio.  E dunque, in base a questo preciso riferimento, il nostro personaggio che le indossa, va considerato come il luogo della presenza di Dio e quindi come figlio di Abramo.

In questa ottica teologica, la sagoma  letteraria si spoglia delle vesti  del ‘mangione’ e può disegnare la figura di un eletto.

 

Giorno, godimento, splendore, sono poi tratti che l’arricchiscono e la dinamizzano.  Il giorno, inteso in senso genesiaco indica la ‘luce’; il godimento allude alla beatitudine di chi sta a contatto  con Dio; lo splendore rimanda alla perfezione dell’uomo che, come anima risvegliata, si assimila alle luci-fiamme celesti.

Ma lo scavo non può fermarsi qui; la nostra sagoma può anche rivestirsi di panni diversi che la identificano con la persona stessa del Cristo.

Ed infatti , compitando ‘Plou Sios’ si intende: ’Il Signore del viaggio sopra la terra o l’acqua’. Ne consegue che il Ricco della parabola va  identificato  con lo Spirito di Gesù Risorto che segue i suoi apostoli quando, traversando i mari, percorrono le terre del mondo per chiamare le Genti all’unità della Chiesa.

La meditazione  si orienta allora in due concorrenti direzioni: - quella del racconto di Noè che guida l’arca nel diluvio; - quella dello Spirito divino, che alle origini andava sopra le acque.

Una riprova testuale si può ottenere compitando diversamente il primo versetto. Infatti ‘Antropos detis en plou Sios’  si può intendere: “La fiaccola (= lo Spirito)  era, da uomo, il Signore del viaggio sopra le acque”. 

La presenza di una Tavola conforta questa lettura in quanto allude  alla ‘mensa’ che il Cristo imbandirà per i suoi figli alla fine del mondo, e che,  come eucarestia, già mette a disposizione durante il viaggio missionario della sua Chiesa.

Un altro dato molto suggestivo consiste poi nella mancanza nel racconto di elementi che  consentano di qualificare in  bene o male il nostro personaggio.  Come Lazzaro, anche il Ricco rifiuta ogni giudizio di valore ed ogni coloritura psicologica; egli è solo un Ricco, come Salomone o come Giobbe, personaggi che pure se la godevano splendidamente.

 

Scomparsa così definitivamente la figura del Ricco mangione, rimarcata dalle traduzioni correnti al fine di costruire un apologo che abbia come punti di riferimento la ricchezza e la povertà, la sazietà e la fame, la sagoma letteraria mostra di poter vestire panni diversi che le danno ben altra rilevanza teologica.  

Può rappresentare infatti il Grande Eletto e cioè il Cristo, o gradatamente il suo sacerdote eucaristico; oppure  il Gruppo degli eletti, colti nel loro momento di fulgore, o se si vuole nei suoi tratti fondanti: Noè; Abramo; Mosè-Tabernacolo. 

 

 

 <20>“C’era anche un povero, un certo Lazzaro che si metteva vicino alla porta del suo palazzo. Era tutto coperto di piaghe e chiedeva l’elemosina.

<21>Aveva una gran voglia di sfamarsi con gli avanzi dei pasti di quel Ricco. Perfino i cani venivano a leccargli le piaghe.”

 

Lazzaro: il morto

Così la traduzione italiana citata in epigrafe. In essa ho sottolineato le espressioni che, o non esistono nel testo greco, o sono forzate rispetto all’originale.

Quest’ultimo dice testualmente che Lazzaro desiderava ‘le cose che cadevano dalla tavola del Ricco’, ma non precisa per nulla che egli chiedeva l’elemosina. Con la sottolineatura ho segnalato poi la traduzione del  termine greco ‘alla’ (che significa ‘Ma’) con un  ‘perfino’  di problematica interpretazione.

Ora il lettore potrà notare la tendenziosità della citata versione, e come essa sia tesa a colorire fattualmente i due soggetti, ed a contrapporli fra di loro su un piano strettamente sociologico: un Ricco ed un Mendicante; un sazio ed un affamato; che per di più viene assalito da cani che gli contendono (?!) i miseri avanzi.

Ma, come già rilevavo, per Lazzaro (come per il Ricco) non è presente nel testo alcun giudizio di valore, nessun colore sentimentale, né tanto meno cenni ad eventuali meriti guadagnati. Se è vero che Lazzaro viene portato nel ‘seno di Abramo’,  non si precisa che egli aveva fatto qualcosa di buono per meritare tale sorte. Dal testo si ricava solo che  egli aveva sperimentato il dolore ed il male (kaka).

Ma se non gli si può far credito di particolari meriti, o di una generica patente di bontà, è lecito ipotizzare che egli proprio si era procurato i suoi mali.  Nulla infatti impedisce di considerarlo una specie di ‘Figliuol prodigo’ che la sua ricchezza se l’era giocata ai dadi, menando  vita dissipata, e che per ragioni di parentela viene alla fine riportato a suo padre Abramo.

 Come motivare allora la sua vicenda? Farla dipendere da un equilibrio fatale fra ricchezza e povertà, o invece collegarla ad esempio a quel suo stare sulla porta e al suo desiderio di cibo?

Forse questa seconda soluzione è più feconda di risultati, ma a patto di riferire quel desiderio non già ad uomo a stomaco vuoto, ma a chi vorrebbe un qualcosa di vitale, e perciò si accosta al luogo della divina ricchezza, al nuovo tabernacolo della Presenza di Dio.

Un’altra pista può prendere le mosse dal suo ‘morire’  intendendolo  però non in senso materiale, ma  come passaggio allo stato animico.

 

Per dare risposta a questi interrogativi e determinare di quali panni egli possa rivestirsi, cerchiamo più in profondità, lasciandoci ovviamente guidare dagli attributi propri alla sua sagoma; dalla Scrittura che spiega se stessa; e  infine dalla lingua greca.

Luca ha connotato la sagoma del Povero in tre modi: - chiamandolo ‘morto’ (questo è infatti il significato di lazaros); - presentandolo come chi sta alla porta e desidera le cose che cadono dalla mensa del Ricco; - ricordando la sua  ‘morte’ e il successivo transito nel misterioso ‘seno di Abramo’. Di lui non sappiamo altro.

 

Un povero (ptoxos)

Cominciamo dalla povertà. Essa evoca la mancanza di beni materiali o morali. Salva questa generica lettura, per dare significato pregnante al termine ‘povero’, ricorderò la prima ‘beatitudine’ evangelica (che pure ci viene proposta in una forzata e  ingannevole traduzione). Essa si riferisce proprio ai ‘poveri’ , ma (almeno così credo) non di mere risorse umane.[7] 

Ed infatti nella Bibbia (Esodo XXIII) il termine indica coloro che nell’anno sabbatico, quando bisognava lasciare aperti i campi privati, vi potevano liberamente spigolare.  Intende allora: Beati coloro (non importa chi siano) che pitoccano, cioè gratuitamente mangiano per grazia di Dio quanto non gli appartiene, e raccolgono in forza dello Spirito quanto neppure hanno seminato.

Una beatitudine che non riguarda dunque i minorati psichici, ma coloro che Dio ama; o che si sono impoveriti di sé per aprirsi allo Spirito. Così dicono anche gli angeli della Natività.

Dunque Lazaros,  (lo posso ora rivestire dei panni di  un gentile o di un ’povero di Iavè), non è un miserabile, ma qualcuno che ora è contingentemente privo della ricchezza divina, posseduta dal Ricco, ma che Dio Padre nutrirà direttamente.

Il fatto che il testo non parli affatto di un affamato, consente allora di immaginarlo ad es. anche come un ricco e potente Romano, o come un proselito che (come oggi tanti cristiani) è desideroso di conoscere la Grande Rivelazione (S. Scrittura) nella quale il Cristo mostra il suo Volto. A lui Dio ha già concesso di ‘pitoccare’  nelle sue divine ricchezze; ma  egli sarebbe ancor più felice se i teologi farisei, ben provvisti di divine rivelazioni, le condividessero con lui.

 

Il nome: Lazaros

Proseguiamo la nostra analisi scavando ora nel fonema Lazaros ordinariamente considerato come un nome di persona. Ma è  singolare il fatto che nei vocabolari esso viene tradotto in italiano con la generica parola ‘morto’.

 Proviamo a compitarlo ‘la za r’os’  e subito intenderemo:  ‘Egli è la Grande Terra’ indicando così il mondo delle Genti, opposto al gruppo degli eletti. [8]  Compitiamo ‘la za ara os’, e intenderemo: “Egli è in sommo grado (la-za) invocazione\maledizione (ara)”. In tal caso indicherebbe il gruppo degli eletti impersonato dai farisei. Compitiamo ‘La za aros’ e sempre nello stesso senso intenderemo: “Egli è sciagura\soccorso in sommo grado”.

E’ possibile ancora riferire la sagoma a quei giudaizzanti che corrompevano la Chiesa delle origini e perciò venivano aspramente combattuti da Paolo. Possiamo infatti compitare ‘La-zaros’  che significa ‘un uccellaccio da rapina’.

In conclusione, argomentando da fonema ‘lazaros’ è possibile rivestire la sagoma in due direzioni,evocando rispettivamente:

a ) un gentile (forse proselito) che non ha avuto in dote la Rivelazione affidata agli eletti.

b) un eletto (Farisei-Saulo) che, dissipandola, ha svuotato la sua elezione e, insinuatosi nella Chiesa, la corrompe.

 

Presso la ‘porta’

Queste identificazioni trovano riscontro in un dato che i più considerano marginale, e cioè la collocazione ‘sulla porta’. [9]

 ‘Porta’ (pulon) rinvia all’unico punto della Genesi nel quale il vocabolo compare.  Lì  si descrive la strana situazione in cui si vengono a trovare i fratelli di Giuseppe, divenuto Viceré d’Egitto. Essi giunti nella sua casa per comprare grano in tempi di carestia, scoprono di possedere una somma maggiore di quella che avevano portato con sé, e temono di essere considerati dei ladri. 

Anche di questo passo si può dare una doppia lettura che si interfaccia alle ipotesi ora enunciate.

(A) Se il Ricco Giuseppe viceré d’Egitto è figura di Cristo, cioè l’eletto per eccellenza, i suoi fratelli (poveri lazzari) possono simboleggiare l’umanità che improvvisamente si scopre titolare  di una ricchezza gratuitamente donata. E’ la Grazia  effusa su di loro dal Cristo. Ad essa  si aggiungerà il calice  (di comunione) che Giuseppe farà porre di nascosto nelle loro bisacce.

(B)  Ma i fratelli possono anche profetizzare che fra gli Eletti (famiglia di Giacobbe) uno solo sarà il Ricco (Giuseppe-Gesù), mentre gli altri diventeranno poveri e desiderosi di cibo. E ciò pur avendo nella loro bisaccia una grande ricchezza  che ancora non conoscono: l’amore del Cristo.

In questo secondo caso la sagoma di Lazzaro  indicherebbe proprio il gruppo dei Farisei  ‘desiderosi di ricchezza’, ma ridottisi in povertà perché ignari del  tesoro ad essi consegnato, ed incapaci di traversare la Porta, cioè la Passione di Cristo.

 

Come interpretare l’incipit

Alla luce di queste precisazioni, la scena che introduce la parabola  può assumere allora tutt’altro significato che contrasta con i titoli aggiunti dai  traduttori alla parabola. Non già un Ricco opposto ad un Povero, ma paradossalmente  due ricchezze  che si raffrontano fra di loro.

Una prima linea esegetica: Il Cristo, grande Eletto,  sta lieto nella sua ricchezza, mentre gli eletti (Farisei), pur essendo ricchi si sono ridotti come dei miserabili. Una identica storia  mi sembra sia raccontata nel libro di Giobbe.

Una seconda linea interpretativa: se viceversa nel Povero si individuano i gentili, e nel Ricco gli eletti farisei, ad onta delle apparenze, chi si avvantaggia rispetto al Ricco che se la gode splendidamente, è proprio Lazzaro. Ed infatti  il lebbroso, il morto, ha ricevuto in dono una eterna ricchezza e cioè il Calice di comunione  del grande Fratello, del Cristo-Giuseppe.[10]

Fra i due, vincente è allora il gentile Lazzaro. Egli è più ricco avendo mietuto da ‘ptoxos’ dove non aveva seminato. Il suo apparente stato negativo dipende solo da chi lo tiene segregato, e guarda alla sua piagata esteriorità e non al suo intimo. Da chi, seguendo le regole retributive della Legge, considera le piaghe di Lazzaro come una condanna divina per qualche sua azione malvagia. Allo stesso modo i farisei guarderanno il Gesù del Golgota.

In conclusione, lo stare alla porta del Ricco può esprimere allora il desiderio di chi è stato emarginato a conoscere il Volto di Colui che l’ha beneficato. E’ un volto noto al Ricco (farisei) al quale è stata affidata la Rivelazione, ma da lui goduta egoisticamente.[11]

 

Piagato

In Esodo 9,9-19 si narra che la sesta piaga  che colpì gli Egiziani fu quella delle ulceri; ed in Levitico il termine usato da Luca indica proprio la lebbra, cioè quella malattia che rende l’uomo un essere in disfacimento, e lo fa assomigliare ad un morto che cammina.  Manifesta dunque la morte interiore che consiste nella rottura del rapporto vitalizzante con Dio.

Lazzaro e Lebbroso diventano in tal modo termini sinonimi, ed il personaggio indicato da questi due vocaboli  diventa modello di ogni uomo che ha rotto il cordone ombelicale con Dio, perché si è opposto al suo Cristo (vedi in Esodo la lebbra che colpisce Maria sorella di Mosè).

Poiché non vi è traccia di una volontà del Ricco di tener fuori Lazzaro, il motivo della separazione potrebbe allora consistere proprio nell’essersi egli ammalato gravemente; la lebbra infatti implicava l’isolamento.

Ma in questo punto preciso (perciò Luca lo ha sottolineato) si manifesta la novità dell’azione di Gesù: egli si accosta ai lebbrosi e li guarisce.

Il particolare delle ‘ulceri’ permette anche di cogliere uno speciale profilo dello stare ‘separato’ che costituiva il tratto caratteristico degli ‘eletti’ ed in particolare dei Farisei, ai quali la parabola si dirige.

Essi  applicavano  rigidamente  la regola (che riguardava i morti) nei confronti dei gentili, perché li ritenevano peccatori, segnati perciò da Dio con la lebbra, e quindi da evitare ad ogni costo.  Tale isolamento costituiva per loro il ‘grande abisso’ che, quali  Viventi li separava dai morti; un vallo a loro giudizio intransitabile, ma sul quale il Cristo getta se stesso come un inamovibile ponte: l’arcobaleno del patto genesiaco.

 

la Tavola e le Briciole

Avanzi dei pasti’, ‘briciole’, così viene tradotto il testo lucano che genericamente recita: ‘Cose che cadevano dalla mensa del Ricco’.  

Meditata sull’originale greco, questa espressione  lascia solo la possibilità di immaginare che la tavola è in alto rispetto alla terra, e che qualcosa cade giù; non implica quindi che quanto cada sia un rimasuglio o qualcosa di molto piccolo (briciole).

Per intenderci, se il Ricco, in quanto sagoma del Cristo, lo si colloca ovviamente molto in alto, l’immagine ha tutt’altro significato: dalla sua tavola (eucaristica) rifluisce ricchezza e non povertà di briciole.

Di queste cose, e non di tozzi di pane, Lazzaro vuole saziarsi (Xortasthenai). Il sostantivo greco Xortos (della stessa famiglia lessicale del verbo) attesta infatti in Gen, 1,11.12.29.30  che Dio promette agli uomini un cibo vegetale.  Se lo si identifica con quello di Caino contadino, scopriamo una profezia sul Pane e il Vino dell’Eucarestia.

Le cose che cadevano’  richiamano poi Gen. 17.3.17 dove si narra del Patto di Dio con Abramo e della nascita del Figlio di Grazia.  Lazzaro che ambisce queste cose, spera dunque di entrare in ‘patto’ con Dio, di diventare vivo, capace di generare Grazia.  Eccola  la vera fame di Lazzaro.[12]

In questa ottica, la Tavola (trapeza) non è la mensa dei bagordi, ma quella  (Es. 23,26-35)  che regge i ‘pani della presentazione’ e che ‘starà sempre al cospetto di Dio’. Essa era collocata al di fuori della cortina (di ‘porpora e bisso’), dal lato  settentrionale, proprio per alludere alla eucarestia che  riguarda i gentili, uomini del nord  che non hanno ancora attraversato la Porta-Cristo. Cirillo Alessandrino  la considera figura del Cristo.

Dalla mensa della Parola, alla quale si sazia il Ricco (farisei), La sagoma di Lazzaro spera di ricevere almeno qualcosa. Anzi, trattandosi di cosa che ‘cade giù’, si può anche intendere  che egli va in cerca di quanto cade a terra per sovrabbondanza  o per incuria del Ricco, ipnotizzato dalla Legge. Esso è la parte migliore perché allude alla  incarnazione del Cristo, al suo cadere cioè sulla terra, ed alla sua eucarestia.

In breve, il riferimento alla Porta, troppo specifico per passare inosservato, è di grande importanza. L’evangelista non ha scritto ‘fuori la casa’, ma ‘presso la porta’; richiamando implicitamente   quella del tempio di Gerusalemme (luogo della presenza di Dio)  che era  negata ai gentili.

 

  I cani e il leccare

Il riferimento ai cani che leccavano le  pustole  lebbrose  dell’uomo  ha creato non pochi problemi agli esegeti, anche perché queste bestie escono di scena immediatamente e definitivamente. 

Del tutto arbitraria è, a mio giudizio, l’interpretazione corrente  secondo cui cani famelici e ringhiosi contendevano a Lazzaro le poche briciole cadute dalla tavola. Questo comportamento è inconciliabile con il verbo ‘leccare’  e col riferimento alle piaghe. Per i cani infatti  il leccare esprime affetto o, se si tratta di ferite, un intervento terapeutico. [13]

Inoltre, anche a voler considerare la frase come una mera pennellata di colore, non ha senso  quel ‘Ma’ avversativo (alla) con cui essa comincia.[14]  Come venirne a capo?

In senso positivo (giustificando così quel ‘ma’) si può intendere che,  benché Lazzaro (sagoma di Gesù rifiutato)  si presentava come un reietto, un maledetto da Dio, tuttavia (ma) i cani venivano a lenire quelle piaghe, o da esse  ‘lappare’  come cibo quel sangue e quel dolore.  Si evidenzierebbe allora un forte riferimento al cristiano che beve vita dalle piaghe della passione di quel Gesù che i farisei considerano un verme della terra.

Così intesa, la sagoma di Lazzaro rappresenterebbe il Gesù storico, il Cristo incarnato in ogni uomo (specie se sofferente); od ancora  un pio israelita (poveri di Iavè)  rifiutato dai farisei (il Ricco), e confortato dai gentili (questo centurione ci ha aiutato a costruire la sinagoga); o infine l’apostolo Paolo che, emarginato dai farisei, si rivolge ai gentili.  

 

L’ipotesi ora formulata, che nei  ‘cani’  non vede animali ma sagome letterarie, ha un suo fondamento linguistico e biblico.

Cominciamo da Esodo 11,7 che, in relazione a Giosuè 10,21, individua come cani coloro che  borbottano, cioè quei criticoni che verranno travolti dall’azione di Dio.  Lazzaro, figura del Cristo rifiutato,  trova intorno a sé solo criticoni e inciucioni; solo leccapiedi che ben poco si impegnano ad aiutarlo nel far progredire il mondo.

Ancor più suggestiva è la loro presenza in molti  racconti dove  vengono considerati in un senso non positivo.  Una tale valutazione  rimane però incomprensibile a molti esegeti, in quanto contrastante con la  loro funzione sociale da sempre apprezzata e coltivata dall’intera umanità.

 Ciò mi fa pensare che il giudizio negativo debba connettersi ad una loro specifica valenza simbolica, tanto forte da rimanere viva fino ai nostri giorni. Infatti la  Bibbia  narra come Semei maledisse Davide fuggiasco avanti ad Assalonne chiamandolo ‘cane morto’; ed ancora  oggi è in uso  l’espressione ‘Cane di un infedele’

Partendo proprio da quest’ultimo dato, ricordo che per i giudei ‘infedeli’ erano i gentili; e poi per i musulmani, lo erano i cristiani. 

Ma perché cani gli uni e cani gli altri?  A mio giudizio perché, a differenza di Giudei e Arabi, gli altri upmini  non si circoncidono.

 

Chiarisco quest’ultima affermazione che, collegando cane a circoncisione, potrebbe apparire del tutto gratuita.

Se la circoncisione è il segno della appartenenza al gruppo degli ‘eletti’, dei figli di Abramo (considerato anche dai musulmani loro padre), l’incirconciso, essendone fuori, è  qualificato certamente un infedele.

 Ma che rapporto tutto ciò ha con i cani? Avendo a disposizione tanti animali immondi e pericolosi, perché chiamare l’infedele  col nome di una bestia utilissima all’uomo?

La risposta sta nel doppio senso della parola greca ‘Kuon’ (e presumo del corrispondente vocabolo semita); essa indica l’animale ‘cane’, ma anche il ‘frenulo del prepuzio’; accezione quest’ultima rimasta in uso tra gli armaioli che, per indicare il freno che trattiene il percussore, parlano di ‘cane della pistola’.

Considerando dunque la parte per il tutto, con  ‘cane’ si potevano Indicare coloro che non avevano subito questa ablazione, e cioè i gentili incirconcisi.

Una conseguenza molto significativa può ricavarsi da tale ipotesi:  se infatti la sagoma del Povero si riveste dei panni di Gesù  (lappato dai gentili-cani per succhiar vita dalla sua passione), se ne può dedurre che per Luca egli va colto come un semplice componente dell’umanità, un ‘figlio di donna’ come dirà Paolo. Ciò smentirebbe quanto continuamente si cerca di accreditare: e cioè che egli sia un circonciso profeta giudeo prestato alle Genti.

Questo Gesù, incirconciso come Mosè, ‘cane’ fra ‘cani’, uomo qualsiasi in mezzo ad uomini qualsiasi, essi che non possono vantare alcun ‘Patto’ con Dio, si  manifesta allora come vivente icona della cattolicità della sua Chiesa![15]

VINCENZO  m.  ROMANO 1985

 


 

[1] Vedi ‘Quaderno n1 V.M.R.’ Ed. Simone, Napoli.

 

[2] Userò naturalmente anche ove occorra, ma senza consentirgli di essere dominus, quel metodo storicistico che,  segmentando la parabola,  ed esaminando al microscopio i singoli stichi, disorienta il lettore, perché lo infarcisce di mille dati storiografici, e alla fine non propone nessuna lettura spirituale del testo.  

 

[3] E’ ormai prassi consolidata che l’editore  inserisca nel testo evangelico titoli che egli ritiene idonei a esplicitare  il senso teologico del passo.  Chi legge subisce quindi una doppia violenza: trova un testo già diviso in parole e punteggiato, sicché  ‘legge’ una ‘lettura’ già fatta da altri; viene indirizzato dal titolo a meditarla in un determinato senso.

 

[4] Vedi Quaderno V.M.R. n 2 – ‘In difesa di un fattore infedele’ Ed. Simone, Napoli.

 

[5] Questa intitolazione deriva  dalla traduzione in latino di ‘eufrainomenos’ (che significa ‘vivere beatamente’), con il vocabolo ‘epulabatur  che indica un banchettare.  Essa giustamente orienta il lettore verso la ‘mensa’ della quale  si fa cenno in seguito, ma fa perdere di vista quei ‘vestiti’ (porpora e bisso) che sono decisivi nella comprensione dello speciale soggetto della parabola, considerandolo solo un ‘mangione’.

 

[6] Proprio quest’ultimo profilo disturba non poco  gli amanti dello status quo; per non essere giudicati dai testi evangelici, si preferisce leggere in termini storicistici o di metafora letteraria.

 

[7] In questo senso, per come  si vestiva e gestiva il danaro, e per le persone che frequentava, nemmeno Gesù poteva dirsi veramente povero.

 

[8] In tal caso, la sagoma di Lazzaro oggi  può impersonare il laicato, e quella del Ricco il clero. Che il vocabolo non indichi un nome proprio, ma uno status (essere cioè un ‘morto’, nel senso di ‘uomo mortale’ o di ‘ucciso’, od anche di chi non gode del vitalizzante colloquio con Dio) lo si può dedurre anche dall’aver Luca omesso il nome del Ricco. Né va sottovalutato   che lo   stesso vocabolo viene riferito da Giovanni al morto risuscitato da Gesù nel quarto giorno (cioè quello della Chiesa).

 

[9] Un indizio in tal senso lo si può dedurre dalla collocazione del nostro personaggio presso la ‘Porta’ (pulon). Questo vocabolo è scarsamente  presente nel VT che preferisce ‘Pulè’. Annoto  ancora che il termine usato da Luca non è ‘Thura’, parola che Gesù riferisce a se stesso, ma ‘pulon’  che (come ora ho detto) è presente nella Genesi una sola volta a 43,19.

Qui proprio vicino alla porta i fratelli di Giuseppe chiariscono al maestro della casa di quest’ultimo (ora viceré d’Egitto) la provenienza della loro ricchezza, assumendo di averla trovata, non si sa come,  nei loro sacchi.  Ed il maestro di casa afferma: è ricchezza che vi è stata donata da Dio.  Se ne può dedurre che lo svelamento della vera Ricchezza (quella divina) coincide con Gesù-Porta  che fa entrare alla Presenza di Dio; ed ancora che la ricchezza (divina rivelazione)  di cui il  ‘Ricco’ gode, proviene direttamente da Dio.

 

 

[10] In tale linea esegetica  cambia profondamente il senso della seconda parte della parabola. Essa va letta in parallelo a quanto profetizzato nella Parabola degli ‘operai dell’ultima ora’.  Lì  i ‘primi’, come il nostro Ricco sagoma degli eletti, contrattano per una remunerazione di qua giù (ek denariou), mentre gli ultimi (Lazzaro), senza contrattare, senza porre la loro fiducia nella Legge (il giusto), si affidano unicamente al Signore, ricevono per sua liberalità una remunerazione  in alto (Ana denarion).

La lezione che si può trarre  ricalca allora quella  esposta nel racconto del  cd. Fattore infedele: la Grazia che divinizza non si può guadagnare commerciando con Dio, o attraverso la ‘Legge’, ma medinate un totale affidamento all’amore di Dio.

 

[11] E’ il problema della Chiesa delle origini  chiamata a recuperare quell’Antico Testamento che alcuni (Marcione) consideravano  qualcosa di negativo da abbandonare.

 

[12] Una diversa compitazione del testo ci consentirà di ritrovare questo significato presente letteralmente nel passo. Il testo consente anche di leggere  che Lazzaro desiderava le ‘cose aride’ (apotos)  invece della Grazia imbandita  sulla mensa del Ricco-Cristo. Che non aveva compreso  così la ricchezza  del suo stato: quale ‘pitocco’ poteva spigolare quanto non aveva seminato e che gli veniva offerto come gratuito dono di Dio. ‘Ptoxos’ si po’ compitare  ‘Pto X. Os’ e allora dice: ‘Quello del Cristo caduto giù’ cioè incarnato.

 

[13] Un dato da non  trascurare: il verbo ‘leccare’ (epileixein) è presente solo qui nel NT e mai nella Bibbia,  dove la forma semplice   ‘leixein’  è presente  solo in quattro punti di problematica interpretazione. 

 

[14] Noto che ‘alla kai’  si può compitare ‘alla akai’ fugando ogni interpretazione ‘aggressiva’. Il testo direbbe  infatti: Lazzaro è ridotto male , “ma dolcemente i cani…”.  Si può anche compitare “Al-laka i”  ed intendere: “Egli rivestito di stracci; gli isolati (ioi) come cani (gentili) venivano..”. Ancora si può leggere: “Allo akai” e intendere: “in altro modo, dolcemente..”.

 

[15] Quanto alla circoncisione, gli evangelisti narrano che Gesù fu portato al tempio nel tempo previsto per questo rito, ma tacciono sul se esso fu attuato.  Lasciano così aperte le due vie: considerare Gesù un partecipe al patto di Abramo, oppure un uomo  qualsiasi, un gentile.