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Parabola del ‘Ricco epulone’ (Lc 16,19-31) una prima LETTURA del TESTO Secondo la versione corrente
Scheda I La parabola nella versione corrente
Sommario: - Una traduzione corrente; - il senso corrente è scandaloso; - l’habitat religioso e gli interlocutori di Gesù; - Parabola e contesto letterario; - un appunto sul metodo che seguirò.
Per più di venti anni ho riflettuto sul significato di questa parabola, avendo una sola certezza: che esso non poteva restringersi a quello deducibile da una ‘lettura carnale’ (Agostino) quello, per intenderci, che viene continuamente proposto ai fedeli. Cercando una verità ed un messaggio teologico, l’apologo del Ricco e del Povero non mi diceva nulla di rilevante per la mia fede. Sottolineando le dissonanze esistenti all’interno della nostra parabola, in queste schede cercherò di sintetizzare le piste di meditazione che nel corso degli anni mi hanno molto intrigato. Provi il lettore a batterle, e se gli venisse voglia di chiedermi: ‘ma in fondo che vuol dire questo racconto’, eccola la mia risposta: Ancora non lo so, né lo saprò mai, perché la Parola di Dio non è oggetto che si possa possedere, ma solo continuamente scalare. La parabola non è infatti un apologo o un teorema che nascono per recare un messaggio ed uno solo; è una Parola infinita. Ad essa si può solo alludere, ed è illusione il com-prenderla, perché oggetto della parabola è il mistero di Dio. Forse per questo motivo gli evangelisti prescelsero (anche senza poter vantare un corrispondente tradizione biblica), questo termine che a mio giudizio dice proprio ‘Tutta intera la Grande Voce del Padre’ (P.<atros> RA ABA OLE ). Come di un diamante, così di una parabola si possono cogliere solo erratici lampi di luce; e chi vuole contemplarla non si attardi a fissarli, come in una morta fotografia, né a volerli comunque coordinare, ma proceda sempre avanti, godendo di quell’indefinito che rallegra gli occhi ed il cuore. Se dunque con queste mie schede ‘confonderò’ la mente del lettore, ne resterò soddisfatto: gli avrò almeno comunicato che la Scrittura va solo contemplata, e solo allora giungeranno, dal suo misterioso fondo, i messaggi dello Spirito diretti a chi, pur servendosi della sua intelligenza, legge con fede.
Una traduzione corrente Coprendo con artifici letterari le asperità del testo (costruite dall’evangelista per attirare l’attenzione del lettore e orientarlo a meditare proprio su quei punti), la ‘Bibbia in linguaggio corrente’, titola e traduce questa parabola in un modo a mio giudizio inaccettabile. La rende infatti un racconto dall’unico significato, dal quale si possono dedurre solo isolate valutazioni di umana sapienza. Dal punto di vista teologico, invece di dare un ‘buon annuncio’, la versione crea tra l’altro confusione sulla persona di Dio, e introduce elementi (come il ‘seno di Abramo’) estranei alla tradizione della Chiesa. Qui di seguito riporterò detta versione sottolineando quanto il traduttore (a cominciare dal titolo) si è permesso di aggiungere alla Parola di Dio, e quelle libere espressioni che confettano o piallano ciò che l’evangelista ha esposto in modo da suggerire percorsi esegetici all’interprete. Se gli è possibile, il lettore consulti il testo originale greco, o almeno una traduzione pedissequa dello stesso, perché in ogni caso essa è la più fruttuosa.
“Parabola dell’uomo Ricco e del PoveroLazzaro. 19- C’era una volta un uomo molto Ricco. Portava sempre vestiti di lusso e costosi e faceva festa ogni giorno con grandi banchetti . 20- C’era anche un povero, un certo Lazzaro che si metteva vicino alla porta del suo palazzo. Era tutto coperto di piaghe e chiedeva l’elemosina. 21- Aveva una gran voglia di sfamarsi con gli avanzi dei pasti di quel Ricco. Perfino i cani venivano a leccargli le piaghe. 22- Un giorno il PoveroLazzaro morì, e gli angeli di Dio lo portarono accanto ad Abramo nella pace. Poi morì anche l’uomo Ricco e fu sepolto. 23- Andò a finire all’inferno e soffriva terribilmente. Alzando lo sguardo verso l’alto, da lontano vide Abramo e Lazzaro che era con lui. 24- Allora gridò: Padre Abramo abbi pietà di me. Di’ a Lazzaro che vada a mettere la punta di un dito nell’acqua e poi mandamelo a rinfrescarmi la lingua. Io soffro terribilmente in queste fiamme. 25- Ma Abramo gli rispose: Figlio mio ricordati che durante la tua vita hai già ricevuto molti beni, e Lazzaro ha avuto soltanto sofferenze. Ora invece lui si trova nella gioia e tu soffri terribilmente. 26- Per di più tra noi e voi c’è un grande abisso; se qualcuno di noi vuole venire da voi non può farlo; così pure nessuno di voi può venire da noi. 27- Ma il Ricco disse ancora: Ti supplico Padre Abramo, almeno manda Lazzaro nella casa di mio padre. 28- Ho cinque fratelli e vorrei che Lazzaro li convincesse a non venire anche loro in questo luogo di tormenti. 29- Abramo gli rispose: I tuoi fratelli hanno la Legge di Mosè e gli scritti dei profeti. Li ascoltino. 30- Ma il Ricco replicò: No, ti supplico, padre Abramo. Se qualcuno dei morti andrà da loro, cambieranno modo di vivere. 31- Alla fine Abramo gli disse: Se non ascoltano le parole di Mosè e dei profeti, non si lasceranno convincere neppure se uno risorge dai morti.”
Non è certo compito mio discutere del valore letterario della traduzione riportata; io voglio solo sottolineare che, forzando i significati delle parole, ripetendo alcune espressioni, dando un nome agli anonimi che dialogano, e smussando le asperità, il testo evangelico si trasforma, da scabroso e provocatorio qual è, in una storiella che merita proprio quel ‘C’era una volta’ che mi fa pensare alle fiabe di Grimm. Non si può presentare ai fedeli come divina Parola un testo infarcito di integrazioni letterarie. I ‘dunque’, le ‘deduzioni’, le colorite espressioni e le aggiunte trovano forse un tollerabile spazio nei commenti, ma mai nel testo sacro.[1] Il detto di Gesù: “Della Scrittura non può cadere né uno Iota né un apostrofo” insieme al suo avvertimento a non mescolare la parola umana con quella divina, dovrebbero costituire regole inderogabili per i traduttori.
Il senso corrente è scandaloso Chi ascolta la nostra parabola così ingessata; e per di più già condizionato dalla predicazione corrente, se solo presta un poco di attenzione, resta perplesso di fronte ad una serie di dati inaccettabili o comunque incapaci di comunicargli una verità di fede. Per fare qualche esempio, già troverà difficoltà a recepire la meccanica contrapposizione fra il Ricco ed il Povero; e non saprà poi spiegarsi perché, per una strana legge di simmetria dalla dubbia origine, e che sa di contrappasso, a questa condizione esistenziale (per altro variabile da situazione a situazione, e nel corso della vita), debba seguire uno stato opposto nell’oltretomba. Né riuscirà a comprendere la povertà e la ricchezza come uno immodificabile status che inerisce al soggetto, dal momento che, come tutti sanno, trattasi di situazioni variabili nel tempo ed a seconda dei luoghi. (es. quando morì il Giobbe dalle alterne fortune, fu considerato Povero o Ricco?). I concetti astratti di povertà e ricchezza trovano spazio solo nella retorica del discorso sociologico, ma non certo in quello teologico. Resterà poi perplesso nello scoprire che nella parabola non esistono giudizi di valore (negativi e positivi) sui personaggi e che di essi neppure viene indicato un qualche comportamento che permetta di presumerli. Nella parabola nessuno è buono e nessuno è cattivo. Né saprà dove collocare, nell’architettura della sua fede, la invadente presenza di un Abramo che non ha posto alcuno nella escatologia cristiana, e che qui sembra invece arrogarsi il diritto di decidere finanche sul futuro della Chiesa. Egli osa dire che il Risorto fallirà nella sua opera di conversione. Come poi immaginare la Divinità (che si nasconderebbe dietro Abramo), come gelida e fatale bilancia, vincolata comunque a riportare in perfetto equilibrio i suoi piatti? E neppure saprà spiegarsi come il Ricco possa nutrire pensieri di amore stando nell’inferno (ma dove e quale?); perché Abramo sia irremovibile; e come si possa far coincidere un ‘abisso intransitabile’ con un colloquio che lo valica e che, per di più, si svolge fra un ‘padre’ ed un ‘figlio’.
Chi poi riflette ancora più a fondo, avverte da un lato l’amaro della finale del racconto che contrasta con la ‘Buona Novella’ che ogni passo evangelico dovrebbe annunciare; e dall’altro gli sorge il sospetto che la parabola stia ‘nominando il Nome di Dio in vano’. Come si può infatti immaginare un Dio che a suo libito offre all’uomo ricchezza e povertà, per poi distribuire correlativamente povertà e ricchezza? Come considerare la ricchezza (che ha varie dimensioni) come una trappola e una divina maledizione? Dove collocare allora il grande e ricchissimo Salomone, che pure se la godette splendidamente fra pranzi e concubine? Potrà mai considerare giustizia divina quella che pareggia pochi anni di esistenza da Ricco con una eternità di afflizioni? Nella fede cristiana certamente non trova posto un Dio sottomesso ad una legge fatale di simmetria e di pareggio; un Dio imprigionato da un ‘grande abisso’ che gli impedisce di venire sulla terra, e che tuttavia, invocato come Padre, colloquia con chi egli stesso chiama ‘Figlio’. Non predichiamo forse che la Parola di Dio, quando incontra l’uomo, lo trasforma ed assolve? Fa scandalo infine un Dio che svaluta finanche la resurrezione di Gesù considerandola impotente a cambiare il cuore dell’uomo; e che non conosce il perdono, al punto di condannare anche i fratelli del Ricco che il testo non qualifica né ricchi, né goderecci. E da ultimo, come l’ascoltatore può accettare un ‘inferno’ che permette di coltivare sentimenti d’amore e di solidarietà? Il Ricco infatti, per dannato che sia, non si preoccupa solo di sé, ma anche dei fratelli.
Al lettore, se non gli riesce di superare la trappola letteraria che gli fa scivolare giù il raccontino, resterà alla fine solo la fame di Lazzaro e la sazietà del Ricco, che non a caso si è guadagnato la fama di ‘epulone’, cioè di gran mangiatore. Si attiveranno forse in lui sentimenti di umana solidarietà; crescerà la sua reattività verso il capitalismo, ma non certo una maggiore chiarezza sulla soluzione vitale proposta da Gesù, e sul mistero del Cristo che sembra del tutto assente in questo passo evangelico. Come in tanti altri casi, il sensus fidei della Chiesa gli suggerirà di rifiutare la parabola, così come viene proposta, e: - di cercare un diverso significato testuale (ricavabile da una diversa compitazione); - oppure di leggerla riduttivamente come ironico giudizio di Gesù sulla teologia di quei farisei che hanno conosciuto Dio osservandolo solo con gli occhiali deformanti della ‘Legge’. In quest’ultimo caso, il testo gli risulterà del tutto estraneo, salvo che nel suo cuore egli stesso non sia un giudaizzante. E purtroppo ancora ve ne sono.
L’habitat religioso e gli interlocutori di Gesù Uno dei temi trasversali a tutto il Nuovo Testamento riguarda i rapporti fra gli ‘Eletti’ (storicamente i Giudei fedeli al Mosaismo e legati alla ‘Legge’, cioè al Pentateuco), e i Gentili appartenenti ai vari popoli dell’Ecumene. I primi, qui specificamente rappresentati dai Farisei, si vantavano di possedere uno status privilegiato proprio in quanto ‘Figli di Abramo’, cioè nati dal seme dell’Eletto per eccellenza, destinatario delle promesse divine. Presumendosi titolari, per via ereditaria e di sangue, delle promesse fatte da Dio ad Abramo, essi credevano in una loro posizione di regalità rispetto alle altre popolazioni. Queste ultime, raffrontate alla loro situazione di ‘Viventi’, cioè di anime risvegliate, in quanto non in relazione con Dio, andavano considerate come una accolta di spiritualmente ‘morti’. In pratica: in un mondo di ‘morti’ essi solo erano ‘vivi’. Di conseguenza, specie per i farisei, era inconcepibile una cattolicità (universalità) che estendesse a tutti la loro relazione privilegiata, e che non badasse più allo status ereditabile per nascita, ma alle opere di misericordia e di Vita. Salvo ogni altra e diversa conclusione degli storici, questa mi sembra la situazione descritta nel nuovo Testamento.
Un secondo profilo può aiutare a comprendere il messaggio che Luca ha veicolato nella parabola. Quando egli (16,14) precisa che gli interlocutori sono i Farisei, offre al lettore altri elementi di giudizio. Ed infatti questo nome indicava i fedeli del Mosaismo che avevano scelto di sperimentare la loro fede separandosi dagli altri, per poter battere una via di individuale perfezione. ‘Fariseo’ equivale dunque ad ‘isolato’. Il loro status ed i loro atteggiamenti assomigliano quindi a quelli dei nostri ‘religiosi’ i quali, come i farisei, sono continuamente tentati di dimenticare il servizio al prossimo per chiudersi in una autonoma ricerca della perfezione. Un atteggiamento quest’ultimo del tutto antitetico a quello predicato da Gesù; egli infatti richiede un servizio totale da prestare al mondo, seguendo la specifica proposta di collaborazione (vocazione) da lui stesso avanzata ad ogni uomo della terra. Di grande interesse è poi il rapporto con la rivelazione divina. Essi se ne sentono custodi e difensori, ed al tempo stesso pervasi da una grande gelosia che impedisce loro di predicarla agli altri. In questo senso Luca li definisce ‘filarguroi’ cioè ‘attaccati alla ricchezza’ divina (e non quella mondana). Elitarismo, egoismo religioso, amore per la propria perfezione personale sono dunque i tratti distintivi della sagoma del ‘Fariseo’ che gli evangelisti descrivono, e che evidentemente volevano proporre non certo per emettere condanne sugli uomini del loro tempo, ma come esempio da non seguire. [2] In conclusione, proprio in un tale habitat culturale e religioso si colloca la nostra parabola, sicché, così inquadrati, i personaggi in essa rappresentati non costituiscono sagome astratte indicanti ricchezza e povertà, ma sono icona di atteggiamenti negativi che ancora oggi infestano la Chiesa.
Parabola e contesto letterario Un altro dato significativo si ottiene poi osservando il variare degli interlocutori nella pericope. In essa infatti (la farei cominciare dalla parabola del cd, ‘Fattore infedele’, e finire con l’incontro con i lebbrosi) Gesù parla prima ai discepoli, poi ai farisei, e quindi di nuovo ai discepoli. Questo alternarsi di discepoli e farisei, mi suggerisce che il tema trattato riguarderà proprio la relazione fra i due tronconi dell’umanità e cioè eletti e genti.
La nostra parabola è poi preceduta e seguita da brevi testi che gli esegeti trovano difficoltà a connettere insieme, ed a collegarli alle due parabole (quella del Fattore e la nostra) intorno alle quali ruotano. In pratica, aderendo essi per lo più all’ipotesi della cd. ‘Redazione’ secondo cui i vangeli sono un collage di testi anteriori, considerano questi brevi testi come ‘ritagli di bancone’ che non potevano perdersi e che gli evangelisti hanno disseminato alla men peggio nella loro opera. Di qui titoli come: ‘Consigli sull’uso delle ricchezze’, ‘Varie sentenze’, ‘Lezioni di vita’. A mio giudizio (cfr. Quaderno n 2 –Partenogenesi dei Vangeli –ed. Simone –Napoli) non esistono nei vangeli ritagli di bottega, ma tutto ha una sua logica. In pratica ritengo che da 16,1 fino a 8a, non viene proposta una parabola, ma rivelata la mistica vicenda di Gesù ‘economo del mondo’ che, nel lasciarlo per ascendere al Padre, rimette i debiti all’intera umanità (eletti e gentili). Realizzata così la ‘redenzione’ del creato, egli annuncia che, per attuare la loro santificazione (salvezza), egli resterà nelle case degli uomini come nume tutelare nella forma della eucarestia. Di qui la lode che il Padre formalmente gli rivolge. I vv. 9, 10.11 costituiscono allora una monizione che è strettamente collegata col racconto del cd. Fattore. Successivamente (v.13), per chiarire la natura del nuovo sacerdozio in riferimento alle promesse sacerdotali di Dio ad Abramo, Gesù affronta una domanda che i farisei gli potrebbero porre: Chi appartiene al gruppo degli eletti, ed è stato chiamato a servire Dio secondo le Promesse, come potrà servire anche i gentili? Se la sapienza umana insegna che non si possono servire due padroni, perché si corre il rischio di abbandonare o l’uno o l’altro, come può Gesù attestare una lode del Signore a chi (economo=sacerdote) si è schierato dalla parte dei debitori? A questa alternativa ritenuta insuperabile, Gesù risponde con un secco ‘No’. E spiega quindi che è possibile restare titolari della specifica chiamata di Dio (eletti) e servire quindi solamente Lui, ed al tempo stesso servire il mondo. Quest’ultimo infatti si identifica con il Cristo incarnato (Me) che ne è unità e prezzo di acquisto. Una affermazione questa che esplica il precetto fondamentale che recita: Amerai Dio e amerai il prossimo. La conclusione si fa chiara: gli eletti (farisei) non possono eccepire alcuna scusa per esimersi dall’andare fuori della loro terra a servire gli odiarti gentili. Segue, a maggior chiarimento, una precisazione sul significato della ‘chiamata’ di Dio (elezione) che i farisei considerano uno status ereditario orami immodificabile. Quanto essi assumono non risponde a verità, perché la ‘Legge’ ricevuta in dono da Dio non costituisce un titolo ereditario; il favore di Dio che integra l’elezione, si esprime da ora in avanti verso tutti coloro che hanno un cuore buono. A tal proposito gli orgogliosi farisei considerino che sono stati proprio i Gentili a comprendere le verità fondamentali, e cioè: che l’Unità è tutto (perché equivale alla Vita ed essi la realizzano storicamente nell’impero); e che la ‘Legge’ non è cosa gradita a Dio quando viene colta come regola del vivere singolo o come titolo di supremazia.
Chiariti questi punti Gesù rivela apertamente che attraverso di lui si sta verificando una radicale trasformazione dei rapporti con Dio. Sappiano i Farisei che con Giovanni Battista si è conclusa l’economia della Parola (Profeti come voce divina che corregge) e che se ne viene costruendo una nuova fondata direttamente sul potere regale di Dio, cioè sullo Spirito.[3] Proprio in relazione a questo divino potere, o se si vuole, a questa ‘Regina-Chiesa’, Gesù profetizza la presenza di un sacerdote ‘Servo’ che sostituirà l’orgoglioso titolare della Rivelazione. Ed annuncia che egli subirà la violenza degli uomini, e che alla fine sarà sacrificato. Tale nuova economia sarà connotata dalla misericordia e dal servizio a differenza di quella coordinata ad una inesorabile Legge: della quale, dice Gesù, è impossibile alleviare finanche la più piccola norma. Più facile il traversare il cielo e la terra! In sintesi, dopo aver proposto come modello archetipale la sua figura di Economo misericordioso, che non tradisce il suo Signore quando gratuitamente benefica i debitori; dopo aver segnalato i limiti dell’antica elezione e annunciata una nuova, fondata sul servizio e non sull’obbedienza ai precetti, Gesù conclude il suo discorso annunciando il nuovo sacerdozio di servizio come sua continua presenza nel mondo. Egli dice allora: Il Servo che rende presente la Donna (genesiaca), e poi si unisce alla terra (servendo così due padroni) in lui stesso fa ardere me che sono il Cristo. E chi prende in moglie la Donna (Chiesa) che è stata generata dal Servo-Sposo, ne diventa cioè sacerdote, in se stesso fa ardere me quale Cristo. Tra Servo e Donna, cioè tra sacerdote e Chiesa, non esiste possibilità di separazione (divorzio); c’è sacerdozio solo se si mantiene questo collegamento con lo Spirito del Risorto, profetizzato proprio dalla Donna della Genesi, lei che è tutta mortalità (costola) e tutta divinità. Era stata formata infatti nella intimità di Dio. E rispondendo ancora a chi gli chiedeva se si potevano servire due padroni Gesù dice: un servo che lascia la sua sposa, cioè la Legge, e raccoglie in unità la terra (eti eran), fa ardere Me che sono il Cristo (Me X. Euei). E colui che riunisce (ghe amon) lei (terra) che fu abbandonata dal sacerdote (della Legge) Me Cristo fa ardere, cioè fuor di metafora realizza la presenza dell’ardente Spirito. Se questo è il significato dei testi che precedono la nostra parabola, quest’ultima non può essere considerata un semplice apologo dotato di un unico significato. Essa va considerata piuttosto come una catechesi svolta attraverso un discorso indiretto, curvo come lo è una parabola. Una catechesi che potrà leggersi con occhi di fariseo ed apparirà allora come un giudizio negativo; o con gli occhi della fede, e lascerà intravedere la traiettoria redentiva e salvifica del Cristo.
A confortare di tale ipotesi esegetica concorre il breve testo inserito subito dopo. Considerato anch’esso come una specie di put-pourri, è invece a mio giudizio, un coerente corollario della catechesi sul sacerdozio contenuta nella nostra parabola. Il discorso ora non si volge più ai farisei, ma ai discepoli che hanno bene inteso l’annuncio nascosto nel racconto dell’Economo e scorgono nella storia del Ricco e del Povero le linee fondamentali della nuova economia, nella quale come sacerdoti eucaristici stanno per entrare. Gesù avverte i suoi futuri sacerdoti che nella Chiesa vi saranno sempre inciampi (scandala) ma essi verranno superati attraverso il perdono. Ed infatti se prima ogni scontro generava divisione, approfondendo una vallo che diventava sempre più insuperabile, ora il Cristo è un arcobaleno, un ponte di perdono che garantisce l’unità. Già i discepoli avevano raccolto questa rivelazione, quando Gesù aveva chiarito che il loglio cioè gli scandala possono rimanere nella Chiesa in quanto incapaci di distruggere la sua unità ed il suo crescere. Che solo alla fine bisogna estirparlo se è veramente una erbaccia; e neppure per distruggerlo,ma piuttosto per farlo entrare nel Fuoco dello Spirito. Egli, che verrà alla fine, sa come consumare le scorie e far scorrere l’oro puro.[4] Conclusivamente Gesù chiarisce che per attuare la sua redenzione il sacerdote deve operare nel mondo e oltre il mondo; che deve costruire cieli nuovi e terra nuova senza lasciarsi ipnotizzare dalla materialità di quest’ultima. Perciò il Servo che torna dal lavorare nel campo (come Adamo) non si potrà ritenere soddisfatto col cibarsi dei frutti della terra, in quanto essi non hanno la forza di farlo crescere alla statura adulta. Allora proprio egli si dovrà fare servo del Cristo divino e gli imbandirà i prodotti del suo lavoro (pane e vino) ripetendo il sacrificio di Caino. Ora essi saranno accettati, perché il Cristo si è fatto uomo e, in questa qualità, (avete qualcosa da mangiare) li fa suoi; e poi, facendo leva sulla sua intrinseca divinità, prima li trasformerà in pietanze divine e poi proporrà all’uomo di diventare suo commensale per cibarsi della Grazia che rende simili a Dio. Come ogni uomo che sa solo costruire con la terra, anche il sacerdote rimane un servo inutile incapace cioè di ristrutturare il mondo; ma, divenuto onnipotente quale commensale del Cristo, diventerà un utile servo della Vita.
Un appunto sul metodo che seguirò Una parola infine sulle metodiche che seguirò. In un primo momento cercherò di evidenziare le discrasie del testo (scandala), non al fine di demolire ma di cercare spiragli attraverso i quali entrare nell’intimità del discorso teologico. Poi cercherò di identificare le ‘sagome’ presenti nel racconto analizzando i tratti che l’evangelista ha disegnato per esse. Quindi cercherò di evidenziare alcune vie per una esegesi del testo nelle sue parti e nella sua interezza. Per far ciò, non farò talvolta attenzione alle ‘parole’ in quanto tali, ma alle sequenze fonematiche che, consentendo svariate compitazioni, permettono di accedere a livelli più profondi del testo. Proverò ad esempio a enucleare i vari significati deducibili da fonemi, quali lazaron, abraam, Ade, che vengono intesi come nomi propri di persone o luoghi. [5] VINCENZO M. ROMANO 2005 [1] In una Bibbia diretta ad un lettore di media cultura si dovrebbero emarginare fuori testo i titoletti aggiunti dal traduttore, inserire se del caso parentesi esplicative, ma lasciando integro il testo originale, per quanto ciò è possibile in una traduzione. Ed inoltre ogni parola greca andrebbe tradotta sempre con lo stesso vocabolo (senza l’uso di sinonimi) per consentire parallelismi testuali, e per rendere visibili le finalizzate variazioni nominali volute dall’evangelista.
[2] Il Vangelo è profezia, e come tale va assunto se non si vuole, per amore di storicismo, tradurlo in una pagina morta che produce razzismo e dolore. Con tanto male che seguita ad affogare l’umanità sarebbe ridicolo che ci gingillassimo a condannare la malizia interiore di uomini di duemila anni fa. Ciò che interessa sono gli ‘ipocriti’ di oggi. Ad essi è diretta la parola evangelica.
[3] Traduco così ‘Basileia’ che vien reso ordinariamente col termine ‘Regno’ non tenendo conto che in quell’epoca si preferiva centrare il fenomeno sulla persona del Re e non sul ‘reame’. Ma suggerisco anche il vocabolo ‘Regina’ che allude direttamente alla Chiesa.
[4] Una verità questa che sta cominciando finalmente ad entrare nella prassi della Chiesa che tuttavia, mentre sta ritirando avventate scomuniche, continua a fidare eccessivamente nella forza della disciplina. La parola evangelica invita ad aver più fiducia nella indefettibilità dell’avanzare del Cristo e nella finale venuta del suo Spirito e sarebbe forse meglio invocare: Signore aumenta la nostra fede!
[5] Ad esempio, quanto alla parola ‘Ade’, essa in chiave metaforica può alludere ad una carenza di verità che oscura l’anima; ad una crisi che l’uomo traversa quando si allontana dalla Verità divina. Ricordo che Saulo folgorato sulla via di Damasco diventa cieco, cioè entra in una dimensione di tenebra (Ade) che si scioglie non appena egli mangia, evidentemente non un cibo umano, ma l’eucarestia. Così anche ‘apetanen’ (morì) che sembra indicare chiaramente il passaggio nella dimensione della morte, può essere inteso sia in senso fisico (riferendolo al Ricco come Cristo Gesù), sia in senso metaforico come il ‘giungere alla fine di una certa situazione’, e quindi anche il transitare nell’anima.Aggiungo che ‘apethanen’ può leggersi ‘apo e Th. Anen’ intendendo ‘portava compimento lui segnato a morire’; e ‘apothanein’ come ‘apo Th anein’ nello stesso senso.
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