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Quaderni V. M. R.

~

Uomo: suddito o anima libera?

- A p. Luigi Godino <-I3.J.

che mi ha insegnato a Vivere nella mediocrità dell'esistenza

 

<1>  Genesi o divenire?

 

SOMMMARIO:          - Una creazione concorrente?

- Creato: fuori o dentro il tempo;

- Il nascere della vita;

- Il nascere della materia;

- La vita creata come libero soggetto,

- Il divino progetto del divenire;

- La libertà del creato e dell'uomo;

- Restaurazione divina e libertà dell'uomo,

- Relazione tra Salvezza e Redenzione;

- Il testo ci parta dell'intervento divino;

- Creazione tra passato e divenire;

- La rivelazione di un dinamismo evolutivo;

- Il dinamismo della vita nell'uomo;

-Evoluzione come ritorno a Dio;

- La funzione della materia,

 

Una creazione concorrente?

Al cominciare bisogna sempre far delle scelte; ed io suggerisco al lettore di lasciare perdere quanto ha appreso in ordine alla creazione narrata nel libro della Genesi: giorni, stelle, piante, animali etc,

Ci hanno insegnato che il primo racconto descrive la nascita dell'universo materiale, e a forza di ripetere, ne siamo diventati convinti, Ovviamente, per la inerzia spirituale, che contraddistingue un po' tutti noi, quando poi qualcuno mostra le non poche asperità testuali e logiche di una tale lettura, si è portati a banalizzare o rimuovere le difficoltà.

Proviamo dunque a dimenticare ciò che sappiamo, ed a leggere il testo come storia della vita e quindi dell'uomo; proviamo a considerare la creazione non come 'un dato' ma come un modello evolutivo; proviamo a non ritenere Dio (che comanda ed opera) quale unico soggetto attivo degli eventi narrati nei sei giorni; e parallelamente il creato materiale come passivo destinatario ed esecutore dei suoi divini ordini,

Se farà quanto gli chiedo, cercando il dinamismo della vita e dell'uomo, il lettore scoprirà che il senso del testo cambia radicalmente. Prenderà atto infatti di una presenza attiva del creato, e si libererà da una delle più grandi difficoltà che affliggono il nostro racconto: un Dio che crea un caos ed impiega sei giorni per metterlo a posto.

Ne gli sto chiedendo una cosa strana. Rifletta che tutti siamo pacificamente convinti che l'uomo è stato creato libero, cioè principio del suo divenire e artefice della continua creazione dell'universo; che, al tempo stesso, quasi tutti preferiamo dimenticare questa libertà, e considerare la sola materia come inerte interlocutrice dei comandi divini. La conseguenza pratica è evidente: l'uomo si deresponsabilizza, si trae fuori dal grande processo della creazione, e si considera solo un destinatario di comandi morali ai quali presta ossequio, ma non obbedienza. Da qui nasce la visione lagnosa e lacrimosa della vita religiosa (1).

 

(l) In ordine all'idea di un 'creazione continua' invito a riflettere guardando non alla materia, ma alla forza vitale presente In essa; se si tiene quest'ultima come punto di riferimento, e non la si considera come una mera spinta iniziale, una specie di Big Bang divino, ma come un continuo generarsi, allora tutto si fa più chiaro. Questa tesi è in ultima analisi la radice dell'affermazione: Dio crea continuamente le “anime”, cioè i “principi vitali”.

 

Creato: fuori e dentro il tempo

La Bibbia definisce il Creato, cioè l'effetto dell'unico e puntuale atto creativo divino, come una Essenza viva, Un che di sostanziale (On) ed in un Quid impulsivo (En). In pratica, qualcosa che pulsa, che vive, che si infutura. In una parola: un Divenire.

Dio lo pose in essere, operando nell'area della sua divinità la cui conoscenza a noi resta preclusa.

A sua volta il Creato, scaturito dall'atto divino, si trovò anch'esso fuori dello spazio e del tempo, sicché neppure a lui si può riferire quel discorso temporale che si sviluppa all'interno della metafora dei cd. Giorni.

Scegliendo questa metafora, l'agiografo ha voluto dunque chiarire al lettore non solo che l'atto creativo era in sé indicibile perché riferito direttamente ai mistero di Dio, ma che anche il primo momento autonomo del creato restò fuori dalle coordinate spazio temporali. Su questo punto Agostino insiste con forza nei suoi commenti al nostro racconto.

A questo misterioso primo momento del Creato si allude nei versetti 1 e 2, i quali vanno intesi come rivelazione di uno stadio pre temporale nel quale si colloca l'inizio del Divenire della vita creata. Il racconto che segue (Giorni) è invece 'storia', cioè tempo e spazio e quindi presenza di un Creato materiale.

Se dunque certamente Dio costituisce l'origine e la spinta primordiale di ogni cosa, non può dirsi che sia Lui l'operatore successivo; il Creato infatti diventa soggetto autonomo e libero del proprio divenire.

Il nascere della vita poiché questa impostazione spiazzerà in qualche modo un lettore

abituato al secco binomio Creatore-materia creata, credo sia necessario sintetizzare il mio pensiero, ed offrire qualche spunto di riflessione testuale.

Che Dio abbia creato la vita e non la materia caotica lo deduco i dal 1° versetto che correntemente viene tradotto: "Dio fece il cielo ". Nella sequenza fonematica greca: 'Tonouranon' (tradotta 'il cielo'), la parte sostantiva non è costituita a mio giudizio da 'ouranon' (cielo), ma dal fonema 'ton' (ordinariamente considerato un articolo). Io suggerisco di leggere diversamente: compitando 'Ton' in 'To On' oppure 'Tau On', espressioni che significano rispettivamente Il ciò che è e il ciò che è perfetto, ed equivalgono in qualche modo a 'vita '.

Ricordando al lettore che la lettera 'Tau' (T. On) simbolizza senza ombra di dubbio la Perfezione, potrò leggere: "In principio fece Dio il Ciò-che-è", ed ancora: "In principio fece Dio un Ciò-che-è perfetto".  

Passiamo ora a motivare testualmente la mia precedente affermazione, secondo cui il Creato è costituito da un 'Quid' non statico, ma dinamico e impusivo. Deduco ciò dal fonema 'En' con cui comincia il primo versetto. Esso viene correntemente considerato un preposizione e tradotto con un 'In'; per me invece è un participio neutro sostantivato del verbo 'lemi' che indica una situazione dinamica. Leggo allora: “Il Principio in sè, fece, egli che è Dio, una 'Forza impusiva' che è un Ciò-che-è perfetto".

 

Il nascere della materia

Ancorché soddisfatto da queste precisazioni, penso che il lettore ora mi chiederà conto dell'esistenza della materia; mi chiederà cioè quando, e da chi essa è stata fatta, visto che Dio ha creato solo la vita.

Gli rispondo che, in questa rilettura, la materia assume una posizione subordinata; essa infatti si costituisce quando la vita creata da Dio inizia ilsuo processo di Ritorno al Creatore, per essere con Lui in piena e totale relazione.

Questo 'Ritorno' prevede, nel piano divino teso a costituire un qualcosa di autonomo, l'acquisizione di una statura soggettiva. Il Creato deve cioè diventare un soggetto autocosciente per potere tornare a Dio "come bimbo 'svezzato' in braccio a sua madre" (salmo 130).

Come già dicevo, il primo momento di questo processo di individualizzazione, a somiglianza di un Big-bang nel quale l'energia si depotenzia in materia, si attua anch'esso fuori dello spazio e del tempo; in altre parole in 'quel tempo, non tempo', la vita creata si fece materia, senza per questo perdere la spinta ricevuta da Dio.

Successivamente, essendosi costituiti proprio per effetto della materializzazione lo spazio ed il tempo, ebbe inizio quel tempo che l'agiografo indica nella metafora dei sei giorni. Nel discorso dei sei giorni, la materia, la terra, la natura vengono presentate come vita individualizzata.

Ritornando allora al testo, io vi leggo: "In principio fece Dio l'essenza, il ciò che è; ed in basso, esso (fece) la materia" (2).

 

(2) Compito: 'Enarchè epoiesen o Teos to On; ka i ten ghen'.

 

Se la materia assume la funzione di un quid che individualizza la vita, ogni essere materiale ed autonomo ne rappresenta, proprio per il fatto di essere 'singolare', il suo momento coscienziale. ,.

La coscienza della vita si esprime così in un 'io' (lo chiamiamo: anima) che diventa sempre più perfetto; all'inizio è l'io individuale (anima sensitiva e poi intellettiva); successivamente l'Io diventa il 'noi' sociale (anima personale); sopraggiunge infine l'Anima immortale (V giorno) che è un 'Io' superiore slegato dallo spazio\tempo, e quindi ben evidente solo dopo la morte.

 

Come totalmente altra rispetto a questo processo di 'Ritorno' viene annunciata quella che potremmo chiamare l'Anima Divina che nel nostro testo è indicata con l'espressione: Soffio della Vita, o IV anima. Essa, trascendendolo, conclude tutto il processo e riconnette il creato divinizzato a Dio. Rispetto ad essa, Dio è allora 'Tutto in tutti'.

 

 

La vita creata come libero soggetto

 Seguendo questo schema, che la Bibbia suggerisce diventa evidente che soggetto primario dei sei Giorni della Creazione-evoluzione è proprio la vita, creata da Dio e depotenziatasi in ogni forma materializzata di individualità (atomo, cristallo, albero etc). Al culmine di questo processo, narrato nei sei giorni, la vita si identifica perfettivamente con l'uomo, come 'Io' sempre più perfetto; si identifica cioè con le 'quattro Anime' di cui ora ho detto. L 'uomo (nella sua vasta gamma di presenze progressive) assume dunque il ruolo di speciale ed unico cooperatore ed interlocutore di Dio, di creatore del 'Divenire' del Cosmo.

 

 

Il divino progetto del Divenire

Qualcuno potrebbe a questo punto chiedermi: Perché tutto questo processo? Gli risponderò che la traiettoria che ho delineata è 'Rivelata' e quindi la ragione di essa la conosce solo il Creatore. Noi potremmo solo limitarci a prendere atto del processo da svolgere, e della ottimalità dello stesso. In fondo, che cosa c'è di meglio che incontrare la radice del proprio essere?

Tuttavia la Bibbia non ci lascia nel dubbio; essa apertamente afferma che il 'Ciò che è' (to On) ha come sua legge il ritornare al Creatore, proprio attraverso l'opera cosciente dell'uomo, ed in particolare del suo 'io' superiore e cioè l'anima immortale.

Questa verità, per altro pacifica nella fede cristiana, può essere dedotta ancora dallo versetto laddove si dice che "Dio fece il cielo", ed in particolare dal fonema 'Ouranon' (tradotto: cielo). Compitato infatti in 'Ouran on', dice che il 'Ciò che è', il 'To On' sarà "al compimento suo", cioè di Dio. Questa è dunque la dinamica ed al tempo stesso la struttura ontica del creato (3).

 

(3) Ricorderò che questa duplicità di momenti (realtà creata, e ritorno al Creatore) diventa nei Vangeli 'Regno dei Cieli' e 'Regno di Dio', cioè perfezione orizzontale nel VII Giorno e verticale nella divinità.

 

La libertà del creato e dell'uomo

Come Agostino aveva lucidamente intuito, il grande mistero della nostra fede è costituito dall'incidenza della libertà dell'uomo. Chi vuole approfondire la storia della creazione deve previamente prendere posizione su un punto: Dio ha costruito un giocattolo predeterminato, oppure ha fatto emergere dal nulla un soggetto libero con il quale dialogare? La nostra fede ci suggerisce di aderire a questa seconda ipotesi.

A sua volta la nostra esperienza di costruttori di uomini ci convince che non si può generare un 'uomo' nel senso pieno del termine, se non gli si lascia la libertà di infuturarsi; ed ancora che questa libertà implica il rischio dell'autodanneggiamento e finanche del suicidio. I genitori sanno di non poter possedere o ammaestrare forzosamente un figlio, se lo vogliono tale; possono solo dargli l'input iniziale e curarne l'educazione. Il resto spetta a lui.

Ugualmente accade nella creazione; il Creato, e perfettivamente l'uomo che ne rappresenta il culmine, è libero di autocostruirsi e quindi anche di annientarsi. In questo senso 'libertà' e 'peccato' come rifiuto sono facce di una stessa medaglia.

 

In sintesi dunque, la Bibbia rivela che al creato, identificato nell'uomo, si aprono due strade.

 

A>                         La prima ha come meta la perfezione delle proprie potenzialità ontiche e si conclude quando 1 'uomo può dire 'Io sono veramente e totalmente uomo"; quando cioè raggiunge la sua dimensione 'animica' e diventa un corpo incorruttibile libero dallo spazio e dal tempo; in altre parole un'anima immortale (Giardino di Eden).

B>                          La seconda strada inizia da questa perfezione orizzontale e si innalza ascendendo a Dio Creatore. Qui l'uomo, raggiunta la sua animica statura adulta, si avverte chiamato ad un balzo ulteriore che eccede le sue potenzialità, che è puro dono (Grazia); si avverte cioè chiamato a diventare Santo come Dio è Santo. In una parola a divinizzarsi.

 

Questa è la specifica proposta del Cristo incarnato, sicché egli, quale suo portatore e mediatore, merita il titolo di Salvatore dl/ mondo, cioè di colui che ricrea il mondo, salvandolo dalla sua dimensione orizzontale.

 

La Bibbia rivela ancora quali possono essere le risposte del creato e quali conseguenze da esse derivano; e come Dio interviene perché la sua creazione non vada distrutta.

 

Chiarisce allora che la risposta dell'uomo in ordine alla sua evoluzione orizzontale (1° strada) può essere del tutto positiva (si pensi a Maria), ma può anche costellarsi di rifiuti in forza dei quali egli si autodistrugge. A questo rifiuto segue un intervento restaurativo di Dio che si esprime nella sua incarnazione come Redentore del mondo.

Esemplificando possiamo dire che come un bambino, che mal si è formato nel seno materno, viene operato nello stesso utero di sua madre e diventa sano, così Gesù guarisce l'umanità nello spazio e nel tempo (il nostro utero). Egli, dopo aver nel corso della sua vita mondana restaurato l'uomo (i suoi miracoli sono vere e proprie operazioni di plastica), dalla croce conclude l'opera di medico delle anime attraverso un generale perdono. Per indicare questa funzione di riparatore delle difettività esistenziali noi qualifichiamo Gesù Redentore del mondo.

 

Restaurazione divina e libertà dell'uomo

Rifletta ora il lettore al fatto che questo intervento viene attuato in modo da non far violenza alla libertà dell'uomo; ed infatti Dio non interviene con la sua potenza divina, ma si fa uomo, ponendosi all'interno dell'umanità ed operando con mezzi umani.

In questa ottica diventa chiaro perché Gesù si autolimitò nella sua azione miracolosa che poteva essere ben più ampia. Egli si ritagliò solo lo spazio del 'Testimone', di chi cioè mostra che esiste una dimensione più grande alla quale si può giungere attraverso il cammino esistenziale. Predicò questa verità, aprì qualche spiraglio sulla dimensione animica attraverso quei Segni che noi chiamiamo 'miracoli', testimoniando le capacità dell'uomo cresciuto alla dimensione perfetta dell'anima. E perché questo fosse chiaro, aggiunse: voi farete miracoli più grandi dei miei.

In altre parole, potremmo dire che Gesù si comportò rispetto all'uomo come quella madre che si fa piccola per entrare nella limitata capacità del proprio bambino renitente; e lo convince, dall'interno e per via di debolezza, a cambiare atteggiamento e obbedire alla spinta vitale che lo vuole adulto.

Se dunque gli errori umani sono tutti perdonati, sicché l'uomo deve solo accettare questo perdono, lo stesso non si può dire quanto alla seconda strada, cioè la Via stretta della divinità. In questo caso, la risposta negativa dell'uomo all'offerta della divinità non ammette intervento restaurativo di Dio.

Continuamente noi ci chiediamo perché Dio non interviene anche in questo caso, superando il nostro rifiuto. La risposta va cercata in quel mistero di libertà che costituisce l'in sè del Creato. Se Dio ci obbligasse ad accettare, abbagliandoci con lo splendore della divinità, noi non saremmo veri esseri divini, perché la libertà di infuturarsi è propria del Dio. Chi rifiuta la Divinità, chi si nega alla ricreazione nella totalmente diversa realtà del divino, compie quel peccato contro lo Spirito (cioè la Vita di Dio) che, come avverte il Vangelo, non può essere perdonato.

 

Relazione tra Salvezza e Redenzione

Cerchiamo ora di riflettere sulla relazione che intercorre tra le Uscite che si aprono all'uomo alla fine delle strade che Dio stesso gli ha costruito davanti; mi riferisco alla perfezione animica orizzontale, e alla Divinità.

Diciamo subito che entrambe le soluzioni, seppure molto diverse tra di loro, sono intimamente connesse in quanto hanno un'unica causa: l'evento Cristo.

Possiamo poi aggiungere, per meglio chiarire il nostro pensiero, che tutta questa dinamica si presenta in forma positiva nel mistero della Immacolata Concezione di Maria. La Chiesa, nel dichiarare verità di fede questo evento, va ben oltre la celebrazione di un elemento proprio della persona fisica della madre di Gesù; essa attesta un punto essenziale dell'antropologia teandrica dell'uomo segnato dalla, capacità ricreativa del 'Battesimo'.

Procediamo per questa strada. A me pare che sia proprio la perfezione finale (Divinità) a trainare quanto precede (perfezione animica); in altri termini nel piano di Dio, a differenza delle vicende umane, non è la causa che produce l'effetto, ma l’effetto che attira gli eventi preparatori e li costituisce. È l'accettazione della divinità che permette di raggiungere la perfezione animica, cioè la capacità di ogni anima di essere non solo 'per sè' (nella comunione del corpo di Cristo), ma l’Io dell'Universo.

L'anima dell'uomo è perfetta quando, assimilata al Cristo, può ripetere le sue parole: 'Io sono la Vita del mondo'.

Questa inversione tra causa ed effetto che a prima vista sembra un paradosso, è intuibile non appena si considera che la perfezione finale è la Divinità stessa di Dio. Ciò significa che è proprio il 'Si' dell'uomo all'offerta della divinità la causa della restaurazione dell'uomo che può attingere alla perfezione orizzontale del 'Giardino'. Da ciò che sembra secondo, si origina ciò che sembrava primo; un tema caro a tutto il VT ed ai Vangeli.

Quanto vengo proponendo viene affermato dalla Chiesa, laddove fa dipendere l'Immacolata Concezione di Maria dalla sua scelta di diventare Madre del Cristo divino. È dalla maternità divina di Maria che deriva la sua perfezione orizzontale; cioè l'assenza di quel rifiuto a crescere che chiamiamo peccato Originale. Quel peccato che, se 'Ghenesis' viene inteso come 'divenire' e non come 'genesi', meglio potremmo definire: 'peccato della crescita' .

 

Il testo ci parla dell'intervento divino

Rifletta il lettore al fatto che il Creato, rifiutandosi di crescere, in obbedienza alla spinta iniziale del Creatore, entra nella 'morte', cioè nell'annientamento di sé. Di fronte a questo rifiuto, annunciato già dal v .2 laddove si dice che la "Terra (uscita buona dalle mani di Dio) era non vista e non strutturata", Dio non interviene a punire, ad annientare e, se del caso a rifare ex novo la sua creazione. Dio non si sostituisce alla creatura che Egli stesso aveva costituito libera.

L'azione di Dio si concreta in una offerta ancora più grande, ancor più appetibile, tale da scuotere l'uomo dal suo torpore evolutivo (è la voce che nella notte sveglia le dieci vergini addormentate). Portatore di questa proposta sarà il Cristo incarnato in Gesù di Nazaret; ma esso non potrà entrare nella sfera umana se l'umanità non acconsentirà. Il Genesi aveva già profetato che l'opera doveva essere congiunta laddove dice: "Facciamo un uomo"; ed ancora quando precisa che la mistica Donna, che è tutta opera di Dio, deve formarsi anche attraverso un 'osso' di Adamo, cioè fuor di metafora deve partecipare della natura mortale.

 

Come reagirà il Creato di fronte a questa offerta inaudita? Lascerà entrare Dio nella sua miseria?

 

Un sotterraneo pessimismo, che abbiamo ereditato dal giudaismo, ci porta a cogliere solo gli aspetti negativi del grande processo creativo, ci espropria quella Maria nella quale si evidenzia ogni positività, ed ha occhi solo per il peccaminoso rifiuto. Rifletta il lettore che la predicazione corrente su Maria ne ha oscurato l'immagine, proprio attraverso una celebrazione che esalta il singolo personaggio storico, senza evidenziare il significato cosmico della sua vicenda. A me pare invece che ogni verità che si afferma in ordine a Maria, è in fondo una verità sull'uomo. Fare mariologia equivale a fare antropologia teandrica.

In questa ottica ottimistica, il 'Si' di Maria è, in ultima analisi, la risposta positiva dell'umanità all'ingresso di Dio nel mondo.

L'evangelista Luca formula questa teologia attraverso un elegante strumento letterario:

-nella coppia Zaccaria\Elisabetta rappresenta una umanità invecchiata senza aver raggiunto la fecondità animica;

-in Maria, la stessa umanità che si apre al divino e per ciò stesso porta a perfezione il cammino orizzontale del Creato.

La cd. Visita ad Elisabetta esprime la congiunzione causale dei due eventi; il secondo ora produce il primo; sicché quando Maria saluta Elisabetta, il bambino che potremmo dire ancora morto nel seno di sua madre, balza come cosa viva. Giovanni Battista è così figura della perfezione animica guadagnata proprio perché si è accettato (Maria) di accogliere la Divinità di Dio.

Chi si lascia invece ipnotizzare dagli aspetti negativi coglie solo il rifiuto, quello che nei Vangeli si incarna nel tradimento di Simone e Giuda, e nella inerzia dei discepoli. È un percorso fallimentare che il 2° racconto genesiaco evidenzia nella metafora della nominazione degli animali e nella creazione della Donna; ma coniugandolo, al tempo stesso ambivalentemente con un percorso di gloria..

Con ciò voglio dire che la Bibbia letta dal lato di Maria, della Concepita senza peccato, rivela che esiste anche una traiettoria nella quale il peccato del rifiuto è solo eventuale e secondario.

 

Riflettiamo allora sul racconto del cd. Paradiso Terrestre. Consideri il lettore che all'uomo, collocato nella dimensione dell'anima (Giardino), viene chiesto di Essere Anima immortale, di costruirsi, come dice il testo, 'Grande Voce di aiuto', cioè 'Boetos' (tradotto correntemente con 'aiuto a lui corrispondente'); di farsi cioè costruttore ed assemblatore di vita. Questo è, a mio giudizio, il senso eminente della nominazione degli esseri viventi (animati) che Dio chiede ad Adamo.

Il testo genesiaco sembra a prima vista attestare il fallimento dell'uomo in questo infuturarsi verso la sua statura adulta; esso dice: "Adamo non trovò una grande voce". Ma lo stesso passo può anche leggersi come un momento pedagogico attraverso il quale l'umanità si avverte signore del creato (lo può infatti nominare), ma al tempo stesso deve prendere atto che se egli crea da solo un universo, questo non gli basta.

Nella prima e nella seconda evenienza per restaurare cioè il fallimento, o per attuare quanto previsto, Dio interviene attraverso qualcosa di ancora più grande.

Le modalità dell'evento andrebbero lette con molta attenzione. A me pare che l'invio di una Estasi su Adamo adopera di Dio, intende profetizzare la Concezione Immacolata di Maria; il sonno in cui Adamo entra, la libera adesione a Dio.

In ordine a questo secondo punto, se il sonno di Adamo viene inteso come un voler entrare nella 'morte di sé', esso esprime la totale disponibilità e quindi la volontà di offrire a Dio la propria mortalità, per cooperare alla sua incarnazione. Adamo secondo il testo corrente, offre una 'costola '; ma si può anche leggere che offre una 'femmina' (pleura), offre cioè Maria.

Ecco dunque la collaborazione umana che permette di attuare la discesa di Dio sulla terra nella figura della mistica 'Donna', e derivativamente la perfezione animica dell'uomo (Boetos) (4).

 

(4) Non mi sento infatti di affermare che la volontà di Dio di fornire l'uomo di una 'Grande voce di aiuto' (Boetos) sia da considerarsi fallita. La 'Donna' nasce anche in vista della realizzazione del precedente progetto di Dio (boetos).

 

In parallelo si muove la figura evangelica di Maria (e qui i vangeli apocrifi mostrano di essere opere teologiche); in lei l'umanità dice il suo 'Si' alla coogenerazione del Cristo. In Maria l'umanità sopravanza l'accidia che la paralizza sulle posizioni raggiunte, per dolorose che siano, e diviene ipso facto “concepita senza peccato”. Un mistero che si ripete tutte le volte che un uomo entra nel battesimo di Gesù ed essendo in esso Ricreato non ha più passato, nasce cioè perfettamente libero dal peccato originale o, come dicevamo prima, dal “peccato del divenire” (5).

 

(5) La chiave per intendere appieno il messaggio teologico del Vangelo di Infanzia di

Luca, sta proprio in questo raffronto con il racconto genesiaco; non a caso Luca racconta che era il VI mese della gestazione di Elisabetta, quando l'angelo venne a Maria. Si intuiste allora quel cammino di gloria in gloria che si realizza in Maria e che forse affascinò Pelagio. In lei la spinta creativa si attua progressivamente e senza intoppi formando l'io dell'uomo; poi il suo 'Noi' ; poi la sua Anima immortale (Giardino - Boetos). Tutta la creazione ha così compimento.

 

L’intervento divino può essere inquadrato anche in una logica di umano rifiuto. Chi, oppresso dalla propria pochezza, legge in questo senso il v. 2, scopre che il creato si rese “non visto e non strutturato”, cioè si inabissò nella sua morte. Fuor di metafora l'io ed il noi entrano in conflitto (saranno figurati in Caino ed Abele) e l'anima immortale diventa incapace di svilupparsi. Allora contempla quell'intervento straordinario di Dio che, per salvare l'uomo dalla autodistruzione, finisce per costruirgli un destino di divinità. Proprio di fronte alla enormità di questa soluzione divina che salva il 'poco' offrendo il 'moltissimo', Agostino esclama: "O felice colpa che meritò una così grande Salvezza". Egli resta stupito di fronte al fatto che, per salvare l'anima immortale dell'uomo, per far si che essa potesse vivere in eterno, viene offerta la divinità stessa del Creatore.

L 'uomo che aspettava solo di essere Redento dal suo fallimento esistenziale, si avverte Salvato nella Divinità.

 

Creazione fra passato e divenire

Chi vuol riflettere sul mistero della creazione narrato nei racconti biblici si chieda se il primo versetto della Genesi veramente descrive la creazione primordiale oppure dà per scontato questo evento, indicibile perché fuori dello spazio e del tempo, e indica piuttosto una evoluzione, una proiezione nel futuro. Filone di Alessandria traduceva la parola 'ghenesis' non con Genesi cioè 'origine', ma con Divenire. lo la penso allo stesso modo, per le ragioni che via via esporrò.

 

Un indizio che suffraga la tesi filoniana è offerto dal citato versetto se lo si legge: "L'Uno! n 'Principio per Sè' (Archè i) fece, egli è che Dio, il cielo e la terra"; esso distingue due soggetti e due aree: quella dell'Uno e quella del 'Principio'.

Si delinea allora un quadro diverso: la creazione fontale come atto che comunque va riferito all’Uno (termine indicativo del mistero insondabile di Dio), è presupposta, ma non detta. Ciò che viene descritta è una operazione posta in essere dal 'Principio', cioè della 'Arcbè', personaggio che viene chiamato Architetto da Filone e dal Talmud (nel trattato Barashit Rabba che commenta il libro della Genesi). Secondo Filone vi è un Arche-tipo che funge da progetto divino, al quale segue una esecuzione.

Questa interpretazione consente due ipotesi:

a>                          il costruttore è la Torah divina (Kabbalah), o la Sapienza di Dio (omonimo libro), cioè una manifestazione del Dio trascendente;

b>                          b> l'Architetto costruttore è proprio quel Ciò che è, quel Nulla che non è nulla, quella Vibrazione vitale che è uscita unica ed immortale dalla mani di Dio, e che, nella sua forma più perfetta, cioè al culmine, si individua nell'umanità.

 

Seguiremo questa seconda ipotesi; intenderemo cioè che Dio (UNO) creò un quid di misterioso (la vita), e questa, come soggetto libero, si evolve nello spazio/tempo descritti nei sei giorni del racconto (6).

 

(6) Ricordo al lettore che nella teologia cristiana il Principio è certamente il Cristo Verbo di Dio, ma anche l'uomo è come Lui un creatore, quando è inabitato dallo Spirito Santo. Si tenga presente che mentre Gesù presenta Dio come Padre, il giudaismo lo esalta come Creatore. Una posizione indubbiamente esatta, ma che tuttavia subdolamente svaluta la partecipazione dell'uomo. Gesù sottolinea con forza il ruolo dell'uomo nella costruzione della Vita (voi farete miracoli di vita) e Paolo, per parte sua, annota che egli aggiunge il suo alla passione creatrice del Cristo.

 

Poiché al lettore non appaia avventata l'interpretazione che gli propongo, scandaglierò ancora quella parte del testo sacro che correntemente viene tradotta con l’espressione "In principio fece Dio il”  Compitando: "En! Archè-I epoiesen T. on", si intende:

"L 'Uno! Da Principio-in-Sè fece, egli che è Dio, una Perfezione come cosa sua".

L'agiografo afferma allora che Dio è 'Uno', che è un 'Principio che si auto afferma' (traduco così l'iota sottoscritto di Archè); che questo 'Principio' è Dio stesso (Giovanni lo chiama Logos). Dice ancora che la creazione è qualcosa di perfetto (Tau), e che appartiene a Dio come cosa sua.

 

Ritraducendo in modo diverso tutto il primo versetto si può intendere:

"Il Principio in Sé, egli che è Dio, produsse una Forza-Impulsiva. Essa, che è perfetta, è proprio quella che fa sgorgare, crescere, e giungere a perfezione una 'parte distale', una 'Eco'; in basso poi una disponibile materia" (7).

 

(7) Compito e leggo responsorialmente: 'en, Archè-I epoiesen o Teos Tau On, ouran, ouran anon, anon anon; ka iten ghen'. Sviluppo 'ouran on' in 'ouran anon' per via di aplografia.

 

L'atto creativo si articola così in due fasi:

- la prima si centra sul Principio divino e ne esprime l'agire in termini di 'Forza impulsiva' (en da iemi), collocandolo nella sfera del divino, e tanto connesso al mistero di Dio da sfuggire ad ogni investigazione;

- la seconda ha per soggetto quell'impulso (en) ormai diventato autonomo; esso, al di fuori dello spazio e del tempo che ancora non esistono, si esprime in un qualcosa che, venuto ad esistenza, deve crescere fino alla perfezione (Anuo), e corrisponde all'anima immortale. Quest'ultima a sua volta è correlata a qualcosa che viene ad esistenza 'in basso' (ka), e cioè alla materia e all'uomo fatto di terra. Con la “terra" comunque intesa, nasce lo spazio ed il tempo.

 

La dinamica creativa viene così sezionata in modo da salvare la totale trascendenza di Dio, e al tempo stesso in modo da riferire al Creato (che è la vita) la libertà di costruir sì fino alla perfezione.

In sintesi, il Creato, uscito come Vibrazione sonora dalla bocca fremente di Dio, si rende autonomo e si evolve tenendo due punti di riferimento:

a>    l'anima immortale che ne costituisce la pienezza;

b>    l'uomo esistenziale fatto di terra (col suo 'io-noi') che ne costituisce il laboratorio, l'utero dove si perfeziona l'anima immortale che alla fine potrà dire di sé: 'Io sono il creato'.

 

In altre parole, possiamo dire che la Bibbia descrive:

a)                            una Spinta iniziale (en) che si ricollega al Principio ed allude così alla funzione del Cristo come mediatore, cioè come momento di relazione con il Dio inavvicinabile;

b)                           una piena libertà di infuturarsi per il Creato e quindi per l'uomo che ne costituisce il soggetto esponenziale.

 

Viene allora rivelato che Dio non interverrà, come Dio, nella sua opera creata (chè se lo facesse, ineluttabilmente, la ricreerebbe come cosa nuova), ma sempre presente in esso in debolezza di creatura (Gesù).

 

In conclusione, se l'evento della Creazione, in quanto fatto indicibile, è alle spalle del racconto, bisogna cambiare del tutto la maniera di leggere i nostri testi. Da ricordo di un passato mitico, di una origine sperduta nel tempo, quanto in essi viene annunciato si trasforma in progetto per il futuro, che rimane sempre attuale e costituisce parola viva anche per l'uomo di oggi alla ricerca di un senso del suo esistere e del suo morire. Non a caso, come già dicevo, Filone parlava di libro del 'Divenire' (8).

 

(8) Colui che legge il racconto come descrittivo dell'atto creativo, nei termini correnti, non si accorge di scavalcare questa ineffabilità e di presumere di trovarsi in una posizione di terzietà, come un estraneo osservatore del fenomeno. Dio e la Materia quali termini di questo evento sono come l’oggetto che l'uomo osserva. Di conseguenza la relazione viene colta come rapporto fra Dio e le cose, e non come relazione immediatamente antropica. Un'eco di questa sensibilità si coglie laddove il discorso su Dio lo si fa iniziare dalla considerazione del creato materiale piuttosto che dall'uomo. Si pensi ad argomenti come "chi ha fatto questi monti, queste stelle? etc" che sembrano vincenti e sicure guide verso un Creatore, ma in realtà svalutano l'uomo e lo estraneano dal rapporto.

 

Nel meditare sul nostro libro, sarà allora utile porre direttamente in rapporto con Dio, l'uomo chiamato a svolgere una funzione evolutiva che, come vedremo, consiste nel dare coscienza unitaria a tutto il creato (Anima immortale), perché possa essere ricapitolato nel suo Creatore.

Questa scelta metodologica è suggerita dalla Bibbia anche nella chiamata di Abramo. Interpretando fino in fondo le articolazioni letterarie del racconto, quest'ultima si rivela un vero e proprio 'divenire' dell'uomo, chiamato a trasformarsi in senso orizzontale e verticale, Ciò avviene rispettivamente attraverso due unioni:

a>    con le femmine, impersonate dalla schiava Agar, per una figliolanza di carne (Ismaele);

b>    con la Donna (la Sarra) per una figliolanza di Grazia (Isacco).

 

Il culmine della chiamata divina a 'divenire' viene infine descritto nel sacrificio che Abramo compie della sua stessa individualità (impersonata dall'unico figlio Isacco). Questo sacrificio non è certo distruttivo; quanto viene sacrificato è infatti totalmente recuperato in una dimensione molto più alta (9).

 

(9) Lo stesso tema viene esposto, in dimensione comunitaria, nella storia di Giacobbe; in essa la perfezione del Vivente viene raggiunta in Giuseppe.

 

In conclusione io credo che il Genesi è sempre storia della creazione, ma può essere letto come divenire dell'uomo e della Vita che ad esso si connette inscindibilmente. Questa tesi viene oggi avanzata esplicitamente o implicitamente da chi considera il creare di Dio come un fatto continuo e fluente (10).

 

(10) Anche la Chiesa sembra avere inteso l'importanza del problema quando, pur senza impegnarsi in affermazioni solenni, nella sua esperienza liturgica ha evitato di solennizzare quel Dio Creatore che (in presenza di una teologia materialistica) avrebbe dato ancora più spazio alla materia a discapito dell'uomo e non avrebbe certo permesso di esaltarlo così come da ultimo Giovanni Paolo II ha inteso fare.

 

La rivelazione di un dinamismo evolutivo

La creazione, superato il misterioso e indicibile momento iniziale (fuori dello spazio e del tempo), si sviluppa in una storia (ecco i 6 Tempi o Giorni). In questo 'dinamismo', che l'agiografo espone nei gesti costruttivi di Dio e della Vita creata, noi siamo immersi non come massi erratici, ma come operai ed architetti del creato.

Il già citato v .1 letto in altro modo, contiene una metafora sonora che rende appieno l'idea del dinamismo, del divenire e della perfezione finale. Esso annuncia:

"Quale unico Dio, dentro Tu poni le primizie della 'Voce Fatidica', perché la 'Essenza vivente' giunga a compimento in una disponibile veste materiale" (11).

 

(11) Per ottenere questa traduzione, ho compitato diversamente il primo versetto, considerando 'Archè' ed 'ouran' due forme verbali: 'En arche epo-ies eno-Teos, ouran on ka iten ghen'. Ipotizzo un Ourao equivalente ad Oureo che esprime un 'emettere'e vale per 'orinare, genera- re' ed ancora 'vagliare, custodire'. Si tenga presente nell'antica simbologia tutti i liquidi che escono dalla divinità costituiscono creazione. Alcuni miracoli di Gesù, operati con questi segni, rimandano ad un suo potere creativo. Per di più dicono una maggiore vicinanza di Dio all'uomo, rispetto all'azione del 'dire' che attua il miracolo, ma mantiene estraneo chi ha parlato. Perciò Gesù a volte preferisce non 'comandare' il miracolo, ma operarlo. Orina, saliva e lagrime ed infine il sudore, sembrano alludere ad una graduazione ascendente e totalizzante dell'atto creativo. E' possibile anche ipotizzare un Ourao come forma verbale di Oura con il senso di portare a compimento.

 

L'agiografo collega il tema della evoluzione ad un quid di per sé dinamico; come la 'Voce fatidica ' immagine che rimanda ad un divino 'parlare\creare'; ed ancora ad un momento causativo, una causa seconda che si incorpora nel dinamismo ed ancora ad una finalità che va realizzata. Il tutto (dinamismo originario, causa seconda, finalità) si connette ad una conquistabile autocoscienza del Creato. Ed infatti, scorrendo il racconto, si nota che la Vita creata viene presentata come una evoluzione (tutte le opere sono scandite dal 'fare') la quale si attua attraverso il crescere della coscienza. Lo indicano chiaramente verbi come 'dire e vedere' che implicano un essere presenti a se stessi.

L’evoluzione è accennata nella metafora sonora (Voce fatidica) che è intrinsecamente dinamica. Essa suggerisce allora di leggere lo sviluppo del 'ciò che è', della 'forza impulsiva' (On\En) scaturiti dall'atto creativo di Dio, cercando nel testo altri momenti sonori che articolino e diano forma conclusa alla metafora. In appresso scopriremo allora che si susseguono una serie di Vibrazioni sonore (Autai), collegate (come causa ad effetto) a opere materiali e spirituali. Attraverso di esse la vita creata giunge alla sua coscienza totale nell'uomo. Questi finalmente nell'Anima immortale guadagna la sua libertà e, come dice Paolo ai Romani, libera l'intero creato e lo rende capace di dialogare con Dio e di accettare la sua proposta di divinità. I racconti si muovono così in una graduazione di passaggi 'sonori' sempre più perfetti.

La conclusione sarà poi descritta nella II° storia, come Dialogo tra Dio e la creatura-Uomo considerata Voce responsabile dell'intero creato. Proprio nel Giardino, il Creato \ Uomo, che finalmente si conosce e sa parlare, sarà chiamato ad accettare o rifiutare il dono della divinità (II creazione) (12).

 

(12) Un esame approfondito delle forme di 'Autos' nel primo racconto conforta queste ipotesi.

 

Alla luce di queste considerazioni, la creazione assume i tratti di un vero e proprio dialogo che si evolve fino a pronunciare la parola 'Padre'. Con essa la Vita dice 'Io sono in relazione a Te, o mio Creatore', e Questi corre incontro al figlio che ritorna e lo intronizza presso di sé (kai eghiasen Auten).

La creazione, nel suo stato perfetto, e dunque una relazione totale della creatura col Creatore intuito come Padre. Invocazione totalizzante quest'ultima, che dà senso all'evoluzione.

Tutto si esaurisce nella parola insegnata da Gesù. Padre è un termine che scorre sommerso in tutti i racconti del VT, per esplodere verso l'alto nei Vangeli. Solo Gesù, quale uomo perfetto, solo Lui che nel suo 'Io' sintetizza il creato, poteva dire questa parola risolutiva; solo Lui poteva donarla come pienezza di ogni individualità umana che a Lui si è assimilata. Padre! Una parola di pace, di conclusione serena della creazione (13).

 

(13) Il termine 'padre' compare in Gen. 9,18.22.23 dove si dice:

a> che Cam è padre di Canaan;

b> Cam vide le nudità del padre e corse fuori a dirlo ai fratelli...i quali coprirono la nudità del padre. In Gen.11, 28 si narra che Tare padre di Abramo era ancora vivo; 12,11: "lascia la casa di tuo padre". Se non erro la invocazione 'Padre!' è presente la prima volta in Gen. 22, 7 laddove Isacco, rivolto ad Abramo dice: "Padre mio, eccomi!".

 

Possiamo anticipare ancora una considerazione: la dinamica della storia evolutiva (ad un tempo sacra e profana) è costituita, come vedremo, da una serie di momenti:

a>    le distinzioni tendenti a rendere la Vita un vero e proprio soggetto;

b>    una Spinta all'unità che invita a costituire una persona-storia;

c>    un Riposo tutto attivo;

d>   una Santificazione che equivale alla comunione del tutto nell'uomo, e dell'uomo con Dio (14).

 

(14) Proprio da queste pagine che stiamo meditando, deriva intrinsecamente la sacralità di ogni dinamica vitale. È sacra ogni struttura orientata alla vita, il che produce un ottimismo di fondo rispetto ad ogni fenomeno mondano e cosmico. È sacra la storia di ogni individuo, di ogni persona, di ogni aggregato umano perché costituisce il mezzo perfettivo per 1'autocoscienza della Vita e quindi della santità del creato (cfr. Paolo Rom 8,19-22).

 

Il dinamismo della vita nell’uomo

Come ora dicevo, l'evoluzione dinamica del Creato trova la sua massima espressione nell'uomo. Questi non è un essere contraddittorio, ma in crescita; non è una mongolfiera destinata a ricadere sulla terra 'da cui fu tratto'; egli è il Vivente, è la coscienza della Vita; coscienza cosmica che non va vista come un quid di aggiunto odi estraneo, perché già iscritta nella Spinta iniziale. Nell'unico ed unitario atto creativo, Dio costituì ogni singola anima immortale.

Questa coscienza cosmica si attua nella individualità umana, la stessa che, sperimentata nell'isolamento, costituisce principio di morte per il tutto. Paolo annota: 'Per un sol uomo la morte entrò nel mondo'.

La storia individuale e complessiva dell'uomo costituisce la visibilità della dinamica della Vita, dell'autentica ed unica realtà che Dio fece come sua splendida creazione. Essa rappresenta il contenuto segreto e la visibile forma letteraria del racconto genesiaco.

 

 

L 'uomo è infatti perfezione di quanto precede (prima storia); ha una sua consistenza orizzontale (individuo\persona, corpo\storia) resa iconicamente dalla endiadi 'maschile\ femminile' (I storia); ha una dimensione verticale perfettiva, quando il suo essere corpuscolare si fa onda senza tuttavia perdersi (resurrezione dei corpi) (15).

 

(15) Quest'ultima verità viene ripresa nell'incontro di Adamo (maschile\femminile) con la divina Donna (II storia). Si pensi alla luce di una candela consumata che ne esprime la totalità e può 'reincarnarsi' in ogni stadio della candela che fu (ed è). Ciò fa riflettere sulla possibilità di Gesù Spirito di farsi presente con qualsiasi dei suoi corpi (apparizioni).

 

In conclusione, se l'uomo esistenziale (la Genesi lo qualifica Maschile\femminile) è figlio della materia, quest'ultima è figlia della Vita; ne consegue che il Vivente è quello sono che realmente può dirsi creatore della materia.

A noi uomini schiacciati dal determinismo dell'universo non si apre allora la magra consolazione pascaliana di sapere di morire, ma la coscienza di essere noi stessi, i creatori del mondo, perché noi siamo dei viventi. Noi proprio costruiamo la pienezza di noi stessi; per dirla metaforicamente siamo poi i costruttori del Giardino delle delizie. Il Sensus Fidei della Chiesa esprime questa verità quando suggerisce di operare per il 'bene dell'anima'.

L'apparente paradossalità di queste affermazioni si risolve se esse si inseriscono in un discorso ecclesiale, Ed infatti l'uomo Vivente agisce, nei sette sacramenti, mediante atti teandrici dotati del potere di creare e vitalizzare. Non apparirà dunque azzardato affermare che la Vita è come una rete che costituisce e regge la materia; e che l'uomo Vivente ne è principio cosciente ed operante. Egli infatti è anima immortale, alocale, atemporale, seppure connessa con il tempo e lo spazio, cioè con la storia.

In ultima analisi, l'uomo è l'autentico responsabile della struttura materiale del cosmo; e bene e male equivalgono rispettivamente alla costruzione o all'attentato consumati a favore o a danno della Rete della Vita.

Non sono allora lontani dal vero coloro che avvertono lo scontro continuo tra forze vitali e forze di morte (e qui si colloca il discorso sul demoniaco); né coloro che, seguendo (se pur sotterraneamente) l'indicazione paolina, intuiscono di potere cambiar volto alla terra ed all'umanità, nel nascondimento e nella esistenziale debolezza.

 

L'uomo, per assurdo che possa sembrare, è la vera ed unica causa degli eventi cosmici. In questa ottica universale comincia a delinearsi e prendere senso un peccato che, in quanto diretto contro la creazione intera, può meritare il titolo, altrimenti risibile, di offesa a Dio.

Nella logica evolutiva, se l'uomo Vivente (e non solo quello agglutinato intorno al piccolo io esistenziale) è il vero soggetto della morale, veramente si apre per lui la possibilità di rifiutare, e quindi di abortirsi in un definitivo suicidio. La libertà infatti è un' costitutivo della Vita e di conseguenza solo dell'uomo che la impersona. Più l'uomo scopre la grandezza della sua funzione cosmica, più aumenta la sua responsabilità.

 

Ed infatti gradatamente l'uomo può:

a) rifiutarsi di procedere oltre il limitato stadio della individualità e della personalità esistenziali (Io-Noi comunque destinati alla morte). Questo peccato, che attiene al Divenire della dimensione umana., è la prima forma del cd. Peccato Originale o meglio, del 'Peccato del divenire'.

b) Può poi rifiutarsi, per dirla con la metafora della Genesi, di accettare come sua signora la Donna offertagli da Dio che costituisce il suo scatto verticale verso la divinità. In quel preciso momento, egli non solo abbandona i fili che reggono il Creato e lo condanna allo sfaldamento, ma si annienta egli stesso (Scheol, Inferno) (16).

 

(16) Il Cristo Crocifisso redime il malfattore pentito dal 'Peccato del divenire', lo risana, e non più rachitico, lo convoca nel Giardino (Inferi), cioè nella dimensione delle Anime immortali. "Oggi sarai con me nel Giardino", dice Gesù, con me che considerano morto, ed invece sono assurto alla pienezza della vita umana. La morte dei corpo non aveva potere sulla mia Anima; io l'ho posta nelle mani di mio Padre.

Al contrario il rifiuto della divinità non potrà essere sanato, perché Dio non può imporre all'uomo ciò che gli offre in dono. Il peccato contro lo spirito è irremissibile.

 

Un avvertimento al lettore: la dinamica ora descritta, se per comodità di esposizione ha assunto talvolta caratteri di una storia, costituisce pur sempre il reale presente di ogni uomo. Noi tutti la cogliamo come opzione che cela, nei suoi mille volti, l'unica e sola scelta: per o contro la Vita divina (17).

 

(17) Lo stesso tema viene espresso in metafora sessuale nel racconto del giardino.

 

Si faccia poi attenzione ad un altro fatto: proprio in questo momento critico, che tuttavia configura intrinsecamente una crescita, si collocano le problematiche individuali e sociali; e proprio qui diventano imprescindibili una visione di insieme, un orizzonte, e una chiara coscienza della forza della Vita presente in ogni figlio della Vita.

 

Evoluzione come ritorno a Dio

Il dinamismo della Vita è finalizzato al ritorno in Dio; il primo versetto afferma che il 'Ciò che è' (To On) creato, sarà alla fine suo {Ouran on). Le stesse parole che attestano la presenza di un processo evolutivo, rivelano il suo specifico compimento.

Il tema qui sintetizzato (evoluzione e sua realizzazione) viene subito sviluppato nel racconto che segue. Nel testo corrente leggiamo: "Ma la terra era non vista e non strutturata, e tenebre sopra l'abisso. E spirito di Dio si portava sopra I 'acqua. E disse Dio: vi sia un Mortale/fuoco/luce; e vi fu un mortale/fuoco/luce».

Qui letture troppo anatomiche o estetizzanti finiscono col lasciare in ombra quello splendido salto che dal 'non visto' e non 'strutturato' conduce alla Luce. L'agiografo parte infatti dalla materia (Ghe) ancora caotica (vuota ed informe), e si proietta verso la fine annunciando come conclusione un Essere Ardente (presente costantemente negli scritti ermetici), un 'Fos', cioè una Luce-Fiamma (vv.3 e ss.) che congiunge in sé 'cielo e terra', cioè Vita e materia.

Né tralascia di rivelare la fase intermedia, anzi la individua con chiarezza in due momenti, segnati rispettivamente dalla oscurità e dallo slancio vitale che si rivela. Alla tenebra sopra l'abisso, seguirà, dice il testo, uno scorrere di acqua vitalizzante che è portata dallo Spirito. E tutto si concluderà con un Essere Ardente.

 

Nel suo complesso il testo si può allora così articolare:

a) La divina creazione dell'Essenza dinamica e viva;

b) quest'ultima si rende cosciente attraverso il depotenziarsi in materia; .

c) la materia si autodistrugge come cosa lebbrosa;

d) 1° soluzione: Dio resta absconditus, ma si pone sopra ciò che a suo confronto è un abisso e cioè il mondo nella sua esistenzialità (VII giorno o del Giardino);

e) 2° soluzione: Viene un diluvio di Vita divina (Acqua di Dio =Teou...udatos) mediante lo Spirito che produce la divinizzazione dell'uomo;

f) entrambi questi processi sono collegati al nascere, come poi ripeterà Giovanni, di un essere (Fos) che è Luce e Fiamma: cioè del Cristo di Dio.

 

Da un punto di vista letterario, l'agiografo suggerisce poi, in un modo molto elegante, l'evoluzione della Vita creata. Giocando con i 'generi', egli parte dai neutri 'On' ed 'En' e giunge al 'Fos' (uomo-luce\fiamma), termine che è al tempo stesso un neutro (luce\fiamma) ed un maschile (uomo). Con ciò avverte che la conclusione dell'opera divina consiste in un recupero totale di ciò che fu creato all'inizio (neutro) ed in una piena soggettività individuale (maschile).

E veniamo al 'tempo' denotato nel testo dalla presenza dei 'Giorni'. Poiché ogni evoluzione implica progressione e stadi diversi, ecco il formarsi del 'tempo' e dello 'spazio', dimensioni che certamente non si riferiscono al Dio Creatore, ma alla sua creatura, quando essa inizia il Ritorno. Tutto ciò avverte che il tempo e lo spazio sono il luogo teologico del ritornare a Dio; che la nostra piccola e mortale esistenza è la palestra in cui si forma l'essere ardente, l'uomo che raggiunge la sua statura adulta.

In conclusione, come già dicevamo, il nostro racconto non voleva narrare il misterioso e puntuale atto del creare divino, ma solo rivelare all'uomo il suo essere ed il suo divenire. Perciò ho sostenuto che il soggetto che opera nei sei giorni è proprio la Vita creata che si è fatta materia, e quindi uomo. In questo senso, il tempo e lo spazio entrano allora, e a buon diritto, nel racconto come ineliminabile punto di riferimento e nasce la metafora dei sei giorni che afferma questa nuova e ridotta 'realtà " quella esistenziale.

 

La funzione della materia

Concludiamo allora questa nostra riflessione facendo il punto sul concetto di materia oggi diventata molto attuale in termini di ecologia. A me pare che la validità di qualsivoglia riflessione ecologica dipende dalle scelte sui punti che abbiamo ora trattato; dipende dal ruolo che si riconosce alla materia, ma principalmente dalla sua corretta collocazione funzionale nel piano della creazione divina.

La materia, come dicevamo, è secondaria nella creazione di Dio. Tutto viene da Dio, ma la materia è opera specifica della Essenza - vivente, nel suo sforzo di individualizzarsi. Cosmo materiale e storia umana sono quindi un 'luogo', una 'modalità' certamente decisive nella storia della Vita, ma non il centro e l'essenza della realtà.

La materia ha i suoi diritti proprio e solo se è congiunta con la Vita e quindi con l'uomo; da sola è un nulla. L'uomo è onticamente un Vivente che si esprime nella sua materialità di corpo e da esso non può prescindere come la forma dalla sostanza. Ma è illusorio credere che siano le regole della materia (ecologia) la via per esistere e per realizzarsi. Se si commette questo errore si è condannati a quella che gli orientali chiamano ruota del Karma, cioè a soggiacere al determinismo.

Il determinismo della materia è la 'morte entrata nel mondo'; è lo stadio della materia abbandonata a se stessa, non più ancorata all'uomo vivente. La materia per essere viva ha bisogna della unità dell'uomo. Dice Paolo che 'per un uomo solo' la morte entrò nel mondo, ma nello stesso modo, essa ne sarà espulsa, cioè quando il creato sarà ricapitolato in un essere umano vivente.

Mi colpisce il fatto di ritrovare oggi, sotto la scorza di un ecologismo mitico che inneggia alla natura madre, la paura che serpeggia nel VT verso un Dio imprevedibile, come oggi la natura matrigna, che dispensa gioie e dolori. I

o voglio credere invece ad un Dio che mi ama, e a una natura che invoca da me la sua redenzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

<II> L'uomo creatore

SOMMMARlO:

-I protagonisti della creazione;

- Due creatori e molti nomi,

- I nomi del Creatore;

- Cielo e terra come metafora dell'uomo;

- Una definizione dell'uomo;

- La preminenza della dimensione animica;

- Maschile e Femminile;

- Il mediatore;

- L’uomo nel 1° verso della Genesi;

- Giorno come uomo;

- La metafora sonora;

- La metafora socio-sessuale;

- La metafora animale;

- Altri termini significativi;

- Chi è il fabbro (tecton);

- Un cooperatore invisibile

- Il cooperatore invisibile nel racconto;

- Il cooperatore visibile;

- L 'uomo da sempre.

 

I protagonisti della creazione

Il primo racconto narra l'operare del Dio, e la storia umana come storia della Vita; i sei Giorni profetizzano eventi terreni e al tempo stesso sacri. Una dinamica vitale, un processo cosmico che nella fase finale ha come attori principali noi, piccoli uomini impauriti, eppure demiurghi del grande evento della creazione (1).

 

 (l) Anche il II racconto va letto in chiave universale, come una dinamica che ha per protagonista da un lato Dio e dall'altro l’Essenza-vivente creata che si personalizza nell'uomo. Per intenderci, il Vasaio che dalla caotica creta iniziale modella il mondo, non è Dio, ma proprio l'Essenza viva da lui creata. Spazio e tempo sono allora modalità proprie della Vita quando essa inizia la sua evoluzione coscienziale. Certamente non sono coordinate di Dio, perché è paradossale immaginare un Dio collegato allo spazio\tempo. Per questo motivo i 6 Giorni debbono in un modo o nell'altro riferirsi all'azione dell'uomo.

 

Per cogliere questa nuova dimensione del testo, cominceremo ad evidenziare i molteplici 'nomi' dei protagonisti (il 'Ciò che è', l'uomo e Dio), perché sia chiaro, che gli eventi narrati nei sei giorni non obbediscono allo schema semplicistico: 'Dio comanda e il creato esegue'; che esiste piuttosto una varietà di posizioni dialettiche che l'agiografo segnala proprio cambiando i nomi.

Quando in un testo sacro noi leggiamo ad es. Dio, Signore, Signore Dio, Altissimo, non abbiamo il diritto di appiattire tutto in un solo vocabolo, considerando quei nomi come sinonimi. Dobbiamo piuttosto chiederci se dietro ognuno di essi vi sia una rivelazione specifica collegata a quel nome. Questo vale anche per l'uomo; ad esempio, in Mt. 22, 1-14, i 'servi' (Douloi) sono diversi dai 'servi' (diakonoi).

A mio giudizio molti problemi di interpretazione, e lo svilimento del testo a favola mitica, dipendono dall'avere appiattito e unificato i molti soggetti inseriti nel racconto, proprio per indicare situazioni e funzioni diverse nell'unico grande dinamismo creativo.

 

Due creatori e molti nomi

Non c'è dubbio che, nella economia letteraria del nostro racconto, la causa prima della creazione sia Dio. Ma, in un concetto lato di creazione (che comprende oltre l'atto iniziale di Dio anche la successiva evoluzione), vicino al Creatore fontale e sconosciuto, c'è, in posizione eminente, un Vasaio il quale modella una molteplice argilla e ne ricava un universo strutturato (2).

 

(2) Al Vasaio seguirà un 'Tecton', cioè un carpentiere o meglio un 'fabbro' che rende incandescente il metallo, cioè la terra. Non a caso Gesù viene identificato (Mt. 13, 55 e Mc. 6,3) come il figlio del 'Tecton' e direttamente come 'tecton' (fabbro, architetto etc.) con un significato cosmico ed universale. La versione corrente banalizza questa individuazione riferendola a Giuseppe, padre adottivo di Gesù e figura del Gruppo degli Eletti, e la fa diventare un mediocre dato cronachistico.

 

Questo vasaio non può essere certo Dio; se lo fosse dovremmo ammettere la sua incapacità a creare un mondo già perfetto; e in qualche modo la sua dipendenza dalla materia. Quest'ultimo tema è uno dei più ardui della Scrittura; e proprio per salvare la trascendenza assoluta di Dio, ogni scuola teologica ha cercato un quid di intermedio (ad esempio le 'Sefiroth' della kabbalah).

A me pare che vasaio sia proprio la vita creata fuori dello spazio tempo, il 'Ciò che è' uscito dalle mani di Dio. In ultima analisi poi vasaio è l'uomo che ne rappresenta la perfezione cosciente. Questa qualità di artefice gli viene riconosciuta dalla cultura umana e dalla stessa Bibbia.

Accolta questa impostazione, li scena del racconto della creazione si affolla di personaggi che segnano i momenti dell'evoluzione, anche se sostanzialmente i soggetti resteranno sempre due solamente: Dio e la Vita-uomo. Tutta la creazione è infatti relazione fra Dio e la vita\uomo; oltre loro non c'è nessun altro.

 

Su questo punto, che si preferisce lasciar nel vago, il lettore deve prendere posizione, se vuole camminare spedito. Ed infatti, nel ragionare corrente, mentre pare che tutto sia chiarito nello schema: 'Dio ordina e la materia obbedisce', surrettiziamente si inseriscono alla spicciolata una serie di altri soggetti la cui collocazione resta nebulosa: ad es. gli Angeli, i Demoni, la Rivelazione, le Anime. Dove e come collocarli? È una folla che facciamo finta di non vedere, ma sta lì a complicare quanto sembrava tanto semplice: 'Dio comanda, e la terra esegue'.

 

Come ho detto prima, resta Dio il soggetto fontale della creazione e della sua evoluzione. L'uomo è creatore perché opera nel divenire del creato, cioè nello spazio e nel tempo, ricordati nella metafora dei 'Giorni'. Individuare in lui il soggetto che attua le opere dei sei giorni non significa cacciare fuori Dio.

Nel racconto dei 'sei giorni', Dio non è un attore che sta in scena da solo, al centro di un universo materiale costruito in forma caotica. Il vero palcoscenico di Dio è quel Prima in cui ebbe inizio la vita creata, e quel Dopo nel quale Egli la divinizza.

Nella sezione intermedia, cioè nei sei giorni in cui si forma l'universo ordinato (Cosmo), opera la Vita/uomo, e Dio sta come radice, come fonte esterna e come D.N.A. che opera dall'interno nel creato e lo spinge ad agire in base alla forza che Egli in persona gli conferì.

I due soggetti si incontrano alla fine. Quando infatti bisognerà compiere l'opera ultima, quella che dà significato a tutto, e cioè il Cristo vero Uomo, allora Dio dice al creato: 'Ora non lavorare più da solo; agisci unito a me, e facciamo l'Uomo'. Consumato questo evento, Egli ritorna nella sua divinità, e da solo (sulla scena divina), Santifica il creato\uomo. In quest'ultima opera., come nella prima, il suo agire è diretto ed esclusivo.

In parole povere, io suggerisco di intendere in questo modo:

a) Dio crea fuori. dello spazio e del tempo la vita;

b) la vita si evolve, tendendo alla pienezza dell'uomo, nei sei giorni;

c) Dio genera con la terra (Maria) il Cristo;

d) Dio, attraverso il suo Cristo, restaura il tutto (VII giorno) e lo ricrea alla divinità.

Dio è l'unico creatore; ma la vita partecipa alla sua opera evolvendosi fino a giungere all'uomo. Dunque i sei giorni narrano, come già dicevo, la storia della vita, e il decisivo intervento finale dell'Altissimo.

 

I nomi del creatore

Cominciamo ora a recuperare, nella consistenza letteraria della nostra storia, il dinamismo della figura di Dio. Di per sé immutabile, Egli si manifesta all'uomo in modi diversi a misura del suo crescere. In parole diverse potremmo dire che, via via che avanza, il mondo scopre la realtà e l'azione divina del suo Creatore in forma sempre più piena, come un figlio la dipendenza dai genitori.

Nel testo della Genesi questi mutamenti sono nascosti sotto eleganti metafore che il lettore deve sciogliere per farne affiorare il senso teologico.

Ancor prima, se solo contempla il loro susseguirsi ed evolversi, si rende conto che attraverso queste articolazioni letterarie il testo vuole annunciare che il creato non è statico, ma in evoluzione. Il lettore noterà ancora che le metafore dell'agire propriamente divino, e quelle che espongono l'opera dell'uomo, sono state mescolate insieme proprio per suggerire che la creazione è un processo dia logico che ha come interlocutori Dio e l'uomo.

I passi che stiamo esaminando non comprendono unicamente i termini 'O Teos' (Iddio) e 'Kurios o Teos' (il Signore Dio); ne comprendono molti altri ognuno dei quali rivela le specifiche manifestazioni della Divinità. Abbiamo così: l'Uno, il Principio, là Perfezione, il 'Suo', il Dio Unico o Antico, (En, Archè, Tau, Eos, Enoteos) (3).

 

(3) Una molteplicità di soggetti già si nasconde in quel 'En' del v. l che si può intendere, dal lato di Dio e dell'uomo come Uno (Dio), l'unico, una forza impulsiva, unità, il 'dentro', il terzo o l'ultimo giorno.

Un altro soggetto può identificarsi nel fonema 'Archè', (Principio) o nel solo 'Chi' che possiamo leggere come monogramma di Cristo. Una identificazione che consente di precisare la fonte testuale su cui fonda l'affermazione della Chiesa secondo cui siamo stati creati in Cristo.

Un altro è indicato dalla lettera Tau intesa come Telos 'perfezione' (taw è l'omega dell'alfabeto ebraico); esso rimanda o a Dio stesso alla Vita creata in forma perfetta.

Altri ancora si nascondono nella espressione 'O Teos' che dice 'Il Dio', ma anche molte altre cose a seconda di come viene compitata, da sola, o insieme a lettere che la precedono. Allude allora sia alla divinità creatrice, sia alla creatura in maniere diverse. Il fonema 'Oteos' infatti, attraendo qualche lettere (N, En, Den) dai verbi che li precedono (Epoiesen, eipen, eiden, diecorisen, ekalesen, euloghesen), consente di costruire almeno cinque figure soggettive od oggettive.

Si faccia poi attenzione a come, con grande abilità, e contraddicendo l'uso corrente che fa precedere il soggetto al verbo che ne indica l'azione, nel nostro testo si procede in modo opposto. Da questa inversione deriva la possibilità di una diversa lettura dei detti fonemi. Abbiamo infatti: -O Teos che dice 'il Dio'; - Ot'eos che dice 'Il suo\ nostro\ vostro'; -Not'eos che dice:'ll suo costituito da cose finte'; -Enoteos che dice 'Unico Dio' o 'unica divinità'; - Denoteos che dice 'il\la non divino\a'.

Avverto che Theos è anche un aggettivo (divino) ed ha due sole uscite sicché la forma maschile vale anche per il femminile; e che la 'Enne' finale dei verbi si aggiungeva per eufonia e quindi non è propria della forma verbale e comunque può essere replicata secondo la regola cd. della aplografia.

Quando il fonema Teos non ha articolo (es. Pneuma teou = Spirito di Dio) consente anche di essere letto a rovescio. Infatti Pneuma ateou significa uno 'Spirito dimentico di Dio, scellerato'.

Segnalo infine i due termini 'A' e 'On' con l'omega che indicano il Verbo e lo Spirito Santo. Per ragioni pratiche continuerò, a volte, a tradurre 'terra' il termine 'Ghe', ma si ricordi che 'terra' indica un complesso di cose. Dice infatti l'uomo' con tutto intero il dinamismo evolutivo e storico che lo connota. Da notare ancora che l'agiografo, per consentirsi ampiezze semantiche, e per mostrare il dinamismo evolutivo l'uomo, lo chiama a volte 'Ghe', a volte 'Cous', a volte 'Da' 'o 'Era' (termini tutti che rimandano alla materia), ma lo individua anche nel 'Fos'. Quest'ultimo termine ha un doppio significato: al maschile significa 'mortale' ed anche 'semidio'; ed al neutro significa luce, fuoco.

 

Tutti questi nomi si riferiscono all'unico Dio, ma a volte non sono esclusivamente suoi; Neppure il titolo di 'Signore' (Kurios) è univoco. Infatti l'azione del signoreggiare (Kureo) è riferita oltre che a Dio, anche all'uomo (1, 28). Questi può lecitamente considerarsi 'Signore del creato'.

Due Signori dunque: Dio e l'uomo. Una verità questa, che diventa evidente quando si fa riferimento all'Uomo per eccellenza, e cioè a quel Gesù che Pilato chiama: Ecce Homo.

Quale è dunque la conclusione? Limitiamola ad una affermazione in negativo: lo schema 'Dio ordina, e la natura esegue' va messo da parte.

 

 

Cielo e terra come metafora dell'uomo

Una prima metafora dell'uomo, che concorre alla creazione dotandola di un io che possa colloquiare con Dio e tornare liberamente a Lui, è costituita dall'espressione 'Cielo e terra'.

Per rendere evidente questa affermazione ci segua il lettore in una analisi del primo versetto: "In principio fece Dio il cielo e la terra". Qui, oltre alla figura di Dio, compaiono come prodotto della sua opera creatrice, 'il cielo e la terra'. Come intendere l'espressione se si vuole andare oltre il significato cosmogonico,1asciar da parte lo speciale big-bang divino, e individuare un discorso antropologico?

Proviamo allora a leggere più avanti nel testo: "E la terra era non vista e non strutturata", e noteremo che qui il termine 'terra' comprende l'intero creato. Ci possiamo chiedere allora: se l'espressione 'Cielo e Terra' voleva indicare due sezioni distinte di un unico mondo materiale, perché l'agiografo non ha detto più semplicemente: "Dio creò la terra", cioè il tutto? Era più logico che egli indicasse prima il tutto (terra come universo) e poi le sue parti (cielo e terra); non viceversa. Se lo ha fatto avrà dunque le sue ragioni.

Io penso che, distinguendo due creature (cielo e terra) nel tutto, probabilmente egli voleva avvertirci che quanto si origina dal misterioso atto divino (consumato fuori dello spazio e del tempo) è qualcosa di Doppio.

Di questa duplicità dovrà dunque tenersi conto nell'intendere il messaggio rivelativi contenuto nel nostro testo.

 

Ma c'è un secondo fatto significativo: nel v. 2 egli ha collocato la sola 'terra ' come soggetto della proposizione: "E la terra era non vista e non strutturata". Io credo che facendo ciò ci ha voluto suggerire di considerare che, sia essa, sia il cielo, godono di una loro autonomia all'interno dell'unità attestata dall'unico gesto creativo di Dio. Dunque: un solo momento creativo (fece); un solo creato (En); ma anche due cose distinte fra loro ed in qualche modo autonome (cielo e terra). Che vuol dire tutto ciò?

Proprio partendo da questa domanda io comincio a formulare l'ipotesi che qui l'agiografo intende (fra l'altro) riferirsi alla indivisibile eppur distinta coppia 'Vita-Uomo' che costituirà il soggetto dei sei giorni; ed ancora alla struttura dell'uomo nel quale si può distinguere una 'Essenza' e una 'forma esistenziale'.

Considero questo un punto di enorme importanza per chi cerca il senso della propria vita e del rapporto con Dio, comunque lo chiami.

Se c'è un quid che ogni essere umano non è disposto a perdere a qualunque prezzo, questo è proprio la coscienza della sua unità. Eppure l'ego umano è continuamente assediato dalla molteplicità dei sentimenti, delle pulsioni, degli stimoli. E non solo dall'esterno, ma anche dall'interno, sicché il poeta dice: 'odio e amo', oppure 'vedo il bene eseguo il male'. Quanto intellettualmente releghiamo nel patologico, chiamandolo 'sdoppiamento della personalità', è in fondo il pane quotidiano di ognuno di noi. Perché? Perché, dice l'agiografo noi siamo 'cielo e terra', siamo un doppio. E per rasserenarci aggiunge: un doppio (e quindi una pluralità) che si. fa Uno. Unico infatti è il 'fece' divino da cui nasce il doppio (4).

 

(4) Sul tema del doppio, si ricordi l'androgino platonico, il Rebis alchemico, Ghilgamesc e Enkiddu, le coppie della religione classica, la doppia lettura (ottimistica o pessimistica) della Bibbia; l'albero del bene e del male; il dolore e la beatitudine del Cristo crocifisso, e potremmo continuare a lungo.

 

La riflessione si fa più ampia, nella traccia che abbiamo fissato, traducendo 'cielo e terra' con 'vita e uomo'.

L'urgenza del problema ecologico ci ha riproposto il tema di una coerenza fra l'agire dell'uomo e le operazioni della natura.

Se in questa stessa ottica riflettiamo sull'ampio procedere della , vita e sul nostro singolo esistere, cogliamo una perenne distorsione, che giunge all'opposizione, alla nevrosi, alla autodistruzione. Come vedremo più avanti, ognuno di noi si sente se stesso come 'io' e come 'noi', come individuo e come persona, ma stenta a cogliersi nell'io superiore dell'anima immortale.

L'anima noi diciamo di averla, quasi fosse una cosa; ed invece noi siamo 'anima' immortale; in essa riposa la nostra unitarietà.

Rifletta il lettore che se fossimo coscienti di questa statura adulta ci sentiremmo tutt'uno con la vita creata, l'avvertiremmo come il nostro abito splendente, come il nostro corpo incorruttibile. Ed invece l’Io ed il Noi, in cui ci identifichiamo e centriamo, la ibernano, la anestetizzano per aver campo libero. Solo la morte riesce a liberarla.

In questa esistenza spazio-temporale, noi mascheriamo con il sorriso scettico e di sufficienza ogni spiraglio che si apre sull'anima, ogni suo piccolo movimento; ogni uscita dal mondo che ci trae fuori dal pollaio.

Di qui la nevrosi. Freud, che sapeva leggere la Bibbia, ne trasse un nuovo schema di uomo, allargandolo ad una sfera inconscia. Le opposte e sempre forti reazioni alla sua teoria, sono in fondo il sintomo del desiderio e della paura dell'uomo di essere più grande di come si è immaginato, di come vien naturale cogliersi.

Se c'è un Doppio, se cioè la vita ha una sua storia, l'uomo (che ne è un momento), trova la pace (e forse la guarigione delle malattie) nell'unità tra le sue anime: Io, Noi, Anima immortale. Solo in quest'ultima egli si avverte un tutt'uno con la vita.

 Il messaggio di serenità che ci viene dal nostro testo garantisce che questa unità esiste ed è raggiungibile.

 

La teologia del Doppio ha un'altra implicazione che ci riguarda da vicino e spiega i fenomeni della storia. Se Dio dialoga con vita ed uomo (cielo e terra), e se entrambi sono i soggetti dell'evoluzione, allora i processi storici non possono più collegarsi solo all'azione dei singoli, quali unici protagonisti. Anche la vita (qualcuno la chiama 'anima del mondo') ha il suo non marginale ruolo. In questo senso le rivoluzioni, pacifiche o belliche, rappresentano come il sacramento dell'autonomo agire della vita.

Oggi qualcuno parla di 'massa critica'; altri di 'maggioranza silenziosa', altri di 'resistenza passiva'; io direi che la Vita si muove seguendo le ragioni del suo statuto ontico. Theilard de Chardin coglieva questo aspetto quando parlava di un crescere silenzioso del Cristo nel mondo.

Il nostro tempo misura la piccolezza dell'agire umano, mostrando come il Presidente della più grande potenza del mondo, dotato di poteri enormi che gli permettono di ordinare la distruzione del mondo, può cadere per un banale scandalo, e deve piegarsi all'opinione pubblica.

 

Come si vede la formula 'doppia' che distingue 'cielo e 'terra' può portarci molto lontano nella riflessione. Ma ora torniamo alla nostra ipotesi e cerchiamo di verificarla testualmente per altra strada.

Analizziamo allora i due fonemi in questione. La parola 'Ghe' (terra), che vale 'materia, mondo', senza bisogno di speciali manipolazioni, dice anche l'uomo come 'umana polvere'.

Quanto poi al fonema 'Ouranos' (che viene tradotto con 'cielo’), questo, compitato: 'Ou ra ana os', dice Colui che ora sta al di sopra di quella (cioè della terra), oppure Colui che appartiene a lei, volto all'alto' (5); oppure Egli che è il compimento di lei (ana per anusis).

 

(5) Anche il fonema ‘Antropos’, che significa uomo, è caratterizzato da un ‘An’ che indica l’altro. L’espressione ‘firmamento del cielo’ (vv. 14, 15, 17, 20) mal si concilia con l’affermazione di v. 8 : "Dio chiamò 'cielo' il firmamento". Ma, se 'cielo' si intende come la parte vivente del processo dinamico della Vita (correntemente la si chiama 'anima') diventa chiaro il sistema concettuale dell'agiografo. La vita che è nell'uomo ha una sua autonomia e signoria sui pensieri che volano verso l'alto; a sua volta il Cristo (firmamento) assumerà questa struttura umana e quindi si chiamerà 'cielo'.

 

Rimanda dunque ad un quid di personale che sopravanza finanche la dimensione esistenziale dell'uomo.

In conclusione, 'Cielo e terra' possono tradursi con Io\corpo, oppure Anima\corpo ed alludere metaforicamente all'uomo (6).

 

 (6) Poiché 'Cielo' è preceduto dall'articolo, nel testo greco si ha un fonema che suona 'Tonouranon' che consente altre compitazioni. Ne citerò quella che ritengo più interessante e cioè 'To Nou ra ana On' che significa: "L'essenza appartiene in alto al Nous", cioè al Dio creatore. Il Nous significa il pensiero, ed in forma eminente il progetto creativo. Tutte queste espressioni rimandano scopertamente all'uomo che la storia presenta al culmine dei sei giorni. Quest'ultima lettura aggiunge un dato essenziale: che c'è una evoluzione, e che essa ha come suo compimento (Ana) la persona umana.

 

Al lettore dubbioso, potremmo fornire ancora una prova di convenienza. L'immagine doppia 'Cielo e Terra' si adatta perfettamente alla realtà dell'uomo, nel quale c'è una parte alta ed essenziale che si rapporta immediatamente a Dio, ed una bassa costituita dalla materialità. In termini generali, 'Cielo' può essere allora inteso come vibrazione vitale, anima che inerisce intimamente all'uomo come la 'forma' alla 'sostanza', per dirla in termini aristotelici. Nel VII giorno, Cielo e Terra si ritrovano uniti proprio nell'uomo nato nel VI giorno, sintesi unitaria di anima e corpo.

 

In conclusione, lo scrittore annuncia che gli eventi descritti nei sei giorni costituiscono la storia della Vita\uomo, e dell'uomo nella sua doppiezza di 'anima-corpo' (per usare una formula approssimativa ma sintetica). Perciò, come vedremo, le Opere si collegheranno alla terra ed avranno come punto di riferimento il cielo.

Avverte inoltre che questa storia va intesa come un dialogo tra due soli soggetti: Dio e l'uomo. Lo annuncia sotto il velo della metafora al v. 1,1 (cielo-terra); lo espone progressivamente nei sei giorni; lo evidenzia nel VI giorno (creazione del grande Uomo); lo ricapitola alla fine (2,1), riportandolo nella metafora dell'Incipit (cielo-terra).

 

Tutto ciò conforta noi, piccoli animali della terra, perché garantisce che il dinamismo intermedio (i sei giorni della storia umana) non ha la capacità di mettere in crisi il piano originale di Dio. Ciò che Dio volle si realizza, e perciò noi certamente troveremo una uscita dalla morte.

 

All'uomo descritto nella Genesi si apre un orizzonte di vitalità cosmica; egli non è solo il Travet dell'esistenza, chiuso fra figli, cambiali e disoccupazione. Egli è un Demiurgo, è un Superuomo (non folle), un 'Io fichtiano' (senza cerebralismi); egli è la vita.

Queste affermazioni non sono retoriche, né vogliono battezzare miti e filosofie; esse trovano la loro radice nel nostro stesso testo. Se infatti leggiamo in maniera diversa il v .1,1 : "Dio al principio fece come cosa unica il cielo e la terra", la conclusione di v. 2,1 appare perfettamente coerente e costituisce un inno alla grandezza dell'uomo: "Allora, il cielo e la terra raggiunsero uniti la loro pienezza: un Servo (l'uomo), il momento unificante dell'insieme di tutte le vibrazioni creative" (7).

 

(7) Considero 'Auton' un sostantivo e 'pas' come 'pais'.

 

Una definizione dell'uomo

Chiedo al lettore ancora un po' di pazienza e uno sforzo di attenzione. L'agiografo ha infatti lasciato altri indizi del valore metaforico dell'espressione 'cielo e terra', e del dialettizzarsi di questa duplicità verso l'unità. Cercheremo ora di esporre questi indizi, e di trame le conseguenze antropologiche.

L'agiografo: ha usato gradatamente un vocabolo maschile (cielo), ed uno femminile (terra); ha collegato ad una unica azione (epoiesen = fece) le due cose create. Da questi indizi è possibile estrapolare alcuni dati su essenza, operatività e destino dell'uomo.

a) Se sotto il termine 'cielo' si nasconde la realtà autentica, e cioè l'essenza viva (On) creata prima dello spazio\tempo da Dio, bisogna concludere che essa è prima rispetto alla materia (Ghe), che è detta in un secondo momento.

Questa precedenza va letta a mio giudizio come un invito a non definire l'uomo verso un 'basso' (che neppure esiste), come un essere materiale o animale. Non c'è nulla di più squallidamente superbo della definizione 'Animale razionale', nulla di più povero e questuante dell'altra 'Animale sociale'.

La Bibbia rivela che il punto di riferimento che consente di cogliere l'essenza dell'uomo, è l'Alto della vita. Egli va definito in forma progressiva a seconda della minore o maggiore integrazione con la sua Essenza vitale, ed ultimativamente col suo Creatore.

L'uomo (cielo) è ben più ampio del suo essere esistenziale (terra); è la vita; è un prossimo a Dio.

Quando i due momenti che lo sostanziano (cielo e terra) troveranno la loro perfetta fusione, egli avrà raggiunto il massimo delle sue potenzialità originarie. Allora i livelli di prossimità a Dio (cioè la gamma dell'esistere) si assesterà nel punto più elevato e diventerà costante per entrambe le sue componenti, nessuna delle quali andrà perduta.

 

b) Un secondo profilo attiene sempre ai generi diversi dei due vocaboli che stiamo esaminando. Qui l'agiografo suggerisce che l'individualità (Cielo = maschile), in quanto indicativa dell'io, è il termine di riferimento della dinamica della Vita. La pluralità, simbolizzata dal carattere femminile della terra, è un che di derivato, di transitorio che tuttavia andrà recuperato.

Perché questa mia affermazione non appaia al lettore come un mero filosofema, gli ricorderò che la fede della Chiesa afferma che il battesimo è un evento individuale che costituisce l'uomo singolo come eterno interlocutore di Dio, come Voce della Vita.

Di contro, la 'persona' e la 'socialità' (nel vangelo sono indicate come moglie-marito) perdono il loro significato umano nel regno dei cieli. Si rifletta che nell'eucarestia un padre ed un figlio diventano 'fratelli'. Ricordo ancora che, quando professiamo la resurrezione della carne, noi affermiamo che vi sarà una ristrutturazione dell'io umano.

Perché sia chiara l'importanza di queste deduzioni, rifletta il lettore a come proprio una errata lettura della primazialità del 'maschile', materialmente inteso come connotazione sessuale, ha prodotto un atteggiamento maschilista nella nostra religione.

 

La preminenza della dimensione animica

A questo punto il lettore potrà eccepirmi che chi opera è sempre la terra e non il cielo; ch'è nei sei giorni sembra quasi che il Cielo svanisca in un inerte limbo e la terra diventi unico soggetto dell'evoluzione. Preciso allora che la funzione della terra è ugualmente importante e la sua opera non andrà perduta; che questo è un punto dal quale dipende il significato del nostro agire corporeo.

Suggerisco tuttavia al lettore di seguire bene il racconto; noterà allora che il filo conduttore sotteso alle opere è proprio il Cielo che puntualmente si ripresenta alla fine (2, l) per riunirsi in pienezza con la terra.

Questo procedere letterario che oscilla fra evidenza (terra) e silenzio (cielo) invita ad una riflessione più attenta. Infatti l'autonomia della Terra rispetto al Cielo, ed il suo farsi soggetto, avvertono che la storia dell'uomo, la sua esistenzialità, hanno una specifica funzione; che esiste una libertà umana nella sfera del mondano (è ciò che chiamiamo libero arbitrio). Che infine proprio la dimensione terrestre è il luogo intermedio del dialogo con Dio.

Ma al tempo stesso il racconto fissa come punto di riferimento il cielo; il testo ripete spesso "Sottoposto al firmamento", quello che Dio ha chiamato 'Cielo';

Se nel prosieguo del racconto il soggetto che opera è la Terra, il Cielo, per silente che sia, è lì come cosa ferma, come Firmamento, come asse del divenire.

Si può allora dedurre che, nella sua mondanità e in forza della sua libertà e del suo ruolo nel dinamismo della Vita, ogni uomo può rispondere 'Si' a Dio e, unito al Cielo che lo inabita, agganciarsi al 'Fece' (Spirito); oppure, autoaffermadosi, può dire 'No' al dialogo con quel Dio che lo fa 'essere', e perdersi nella sua ontica incapacità a sussistere. Si verifica allora quanto scritto nel secondo versetto della Genesi: egli, che è terra, diventa 'non visto e non strutturato': in pratica un nulla (8).

 

(8) La libertà ha dunque due vie: quella del Si e quella del No. Ma, lo vogliamo sottolineare, questo 'No' ha senso solo dal lato dell'uomo, in quanto l'opera di Dio cammina senza intoppi.

Che ciò sia vero è verificabile nella figura di Maria per la quale non esiste diniego. Almeno in lei la creazione (o, dicendola con Filone, il Divenire) procede senza intoppi.

Quando diciamo che la Chiesa scende dall'alto tutta pura, diciamo che essa, pur fatta di visibilità e di tangibilità, è in comunione col cielo. È la Via del Si, una via che Maria ha battuto.

Quando diciamo che l'uomo pecca, vogliamo alludere al suo rifiuto della parte divina che lo costituisce. L'esistente si è slegato dalla Vita; il peccato assume la qualità di un vero e proprio divorzio.

 

Maschile e Femminile

Chiarita la connessione operativa fra cielo e terra, e fu or di metafora tra la parte materiale e quella spirituale dell'uomo, e fra lui come singolarità e la vita tutta intera, passiamo ora a riflettere sui generi delle parole usate nel testo. 'Cielo' è parola maschile, e 'terra' è vocabolo femminile. Che senso ha questa differenza?

Per chiarire al lettore il mio pensiero gli ricordo che gli aggettivi 'Maschile-femminile' non connotano la differenza sessuale degli uomini. Se così fosse, la scoperta di un 'terzo sesso' genetico avrebbe gli stessi effetti devastanti della teoria eliocentrica di galileiana memoria. Essi sono aggettivi e non sostantivi, e fungono da icone che simbolizzano rispettivamente: il maschile, l'io individuale; il femminile (si pensi ad una donna incinta') il 'Noi' della persona e della comunità.

Ora, in quanto vocabolo maschile, il 'cielo' rimanda all'aspetto individuale dell'uomo e, nello sfondo, evoca l'unità di Dio; come femminile, il vocabolo 'terra' allude invece al molteplice, al plurale, alle molte cose.

Che cosa possiamo dedurre da questa sommatoria di generi distinti? A me pare che, ancora una volta, l'agiografo ribadisce la qualità unitaria dell'uomo (Io-Anima) ed al tempo stesso la sua molteplicità (storia esistenziale). L'uomo\polvere è una 'folla di eventi', è un 'fascio di storie', ma è sempre uno. Perciò è scritto che Dio fece gli uomini 'un che di maschile e di femminile' (1,27).

Ne consegue che se la dualità distintiva degrada ad opposizione (individualità contro comunità; Io contro Noi), essa diventa il sacramento di quella situazione negativa che chiamiamo peccato e che sperimentiamo nelle lotte familiari e sociali e nelle malattie (9).

 

 (9) Proprio in quest'ultima angolazione va compresa la primazialità dell'uomo rispetto alla donna, spesso e da più parti affermata. Se la donna viene intesa in senso di 'molteplicità' essa deve diventare Uomo, cioè trovare la sua unità per potersi dire perfetta. Gesù e il suo sacerdoti sono allora uomini per indicare iconicamente il mistero dell'unità. Nel Vg. apocrifo di Tommaso (di estrazione gnostica), Maria, a detta di Gesù, deve diventare 'uomo' e così sarà perfetta.

Naturalmente quando invece la Donna viene vista come dono di Dio all'uomo e diventa icona della comunione. allora le parti si invertono. In questo senso si muove la seconda storia della creazione che perciò è dialettica alla prima. In questa seconda storia è Dio stesso a costruire la Donna, perciò essa 'scende dàl cielo', perciò l'uomo è fatto progressivamente Maschile e Femminile; perciò Maria viene dichiarata 'concepita senza peccato'. La Donna diventa allora perfezione comunionale dell'individuo 'solo', cioè del maschio.

 

Il Mediatore

c) Un'ultima riflessione parte dalla constatazione che la creatura uscita dalle mani di Dio è comunque unica; essa non resta intaccata dalla pluralità nella quale si esprime, perché unico e l'atto creativo di Dio. 'Cielo e terra' nascono come una cosa sola, e una cosa sola devono liberamente diventare (v. l,l e v. 2,1).

Se l'opera di Dio ha come suo intimo statuto l'unità, quando noi vogliamo diventare concreatori (Tecton) la nostra regola vitale consisterà nel costruire noi stessi come unità del tutto. Unitario l'inizio (l'En dell'incipit), unitario il prodotto finale (10).

(10) Ritornare a Dio equivale proprio ad edificare una comunione tutta dinamica; come l'En dell'incipit che può essere tradotto: 'una forza impulsiva'.

 

Il segreto di questa unità non è insito nella dualità; in parole povere noi non saremo mai tutto noi stessi in armonia, fino a quando non accetteremo che un divino Mediatore si collochi tra le parti divise di noi, e fra noi ed il mondo. Proprio sul Mediatore (en meso) fonda il sacramento della Riconciliazione. Paolo esclama: lasciatevi riconciliare!

L'agiografo, nel presentare l'unità come dualità di momenti (cielo e terra, anima e corpo), mentre allude a quella pluralità di tensioni che ci rendono inquieti, ci invita a cercare una cerniera di unità; e ce la propone come l'azione dello Spirito di comunione nascosto, nel racconto, sotto il Fare di Dio.

Rifletta il lettore che il 'fare', proprio per la sua struttura linguistica di 'verbo' (che denota azione), risultava la forza letteraria più appropriata per indicare lo Spirito di Dio, cioè l'aspetto dinamico della divinità. E perché non vi" fossero dubbi, lo scrittore ha usato un 'epoiesen' che, compitato: 'Epo-ies en', dice: 'Unità della Grande Voce Epica'; un'adeguata espressione per indicare la comunione divina impersonata dallo Spirito. Dunque, avverte l'agiografo, l'uomo che si sente corpo ed anima, cioè Cielo e Terra troverà la sua salda unità (firmamento), in se stesso e con l'universo, quando al centro (da mediatore) si collocherà lo Spirito di Gesù. Solo allora la dualità insita nell'uomo si risolverà in unità trinitaria ed egli potrà veramente dirsi immagine del Dio (11).

 

(11) Il magistero di fede della Chiesa ci propone di credere che proprio con la venuta dello Spirito l'uomo trova la sua pienezza e la Vita non si stacca più dalla esistenza, perché quest'ultima risorge (resurrezione dei corpi). Che 'epoiesen' indichi l'unità dello Spirito lo si ricava anche dalla parola stessa se viene letta come 'Epo-ies en' e cioè ‘Unità della Grande Voce'.

Ma il 'fare' di Dio rivela qualcosa d'altro. Se si fa attenzione si scopre che al verbo Epoiesen (fece) l'agiografo ha fatto seguire l'espressione 'O teos' che possiamo tradurre "Egli è Dio" e collegare al verbo perché sia chiaro che l'agire di Dio è esso stesso una persona divina. Una lettura, questa che proponiamo, che elimina anche una difficoltà testuale consistente nel fatto che il soggetto segue il verbo e non lo precede.

Facendo un passo indietro scopriamo allora che se 'fece' indica lo Spirito vitalizzante, esso, unito al Principio (che, sulla parola di Gesù, va identificato col Verbo) ed all'En che rimanda al Dio nella sua fontalità ci offre l'immagine della Trinità divina. II primo stico del v. l enuncia allora la Trinità e la riassume nell'unicità di Dio: o Teos.

Questa notazione ci permetterà di leggere il secondo stico del versetto in forma speculare rispetto al primo. .

Questa dualità che esige un terzo momento ci consente di ricordare la triade 'Io\sono\esistente' che esige di incontrarsi con Dio nella triade 'Io\ Sono\ il Vivente' per sostituire all'esistenza la vita divina ed essere per l'eternità. (icona dei due triangoli della stella di Davide).

 

L'unità di 'Cielo e Terra' raggiunta nello Spirito apre ad un'altra rivelazione: la struttura dell'uomo sarà conclusivamente comunionale e non solo comunitaria. La dualità (cielo\Terra potrà dire di essere in senso pieno, non per effetto di un semplice accostamento (per intimo che sia), ma quando si poggerà sul 'fece', cioè sullo Spirito. Quando l'uomo possiederà lo Spirito di Dio, allora si collocherà nell'esatta dimensione della Creazione che è una vera e propria intima relazione dialogale Con Dio.

Essere in pienezza è dialogare col Creatore. In forza di questa relazione, ognuno di noi è in senso pieno; diventa Voce della Vita, Comunione di Spirito Santo, Chiesa.

Ma questa conclusione gloriosa riguarda un'altra storia, un'altra creazione (la II), per effetto della quale l'uomo sarà divinizzato. È quanto viene narrato nella seconda storia della Genesi (quella del Giardino) a commento della 'Santificazione' sinteticamente annunciata a v. 2,3.

 

L 'uomo nel 1° verso della Genesi

Nelle pagine che precedono abbiamo cercato di mostrare come il soggetto attivo all'interno del racconto genesiaco non è solo il Dio creatore (che resta ovviamente la radice del tutto), ma anche quel 'En\to On' che Egli ha creato nel mistero del non spazio e del non tempo, ed in un modo indicibile perché connesso con la sua divinità. Abbiamo mostrato come nell'espressione che correntemente traduciamo 'Cielo e Terra', l'agiografo ha indicato proprio l'uomo, cioè l'essere nel quale l'Essenza viva creata da Dio assume coscienza di sé e si ricapitola al suo Creatore.

‘Cielo e Terra’ possono cioè leggersi come 'Uomo' sacramento della Vita, colta sia nella varietà della sua evoluzione coscienziale, sia nella costante essenza creata da Dio (Anima).

 

Per meglio chiarire alcuni punti già trattati e offrire altri elementi di meditazione, prima di riflettere sulle altre metafore, cercherò di mostrare la presenza dell'uomo nello versetto della Genesi.

Per fare tutto questo ricorrerò ad alcune ricompitazioni del testo greco, ottenendo espressioni significative che attestano quanto vado proponendo.

Dunque: "In principio fece Dio il cielo e la terra "; suona così il primo versetto; ma in greco esso è formulato con i seguenti fonemi: "En archè epoiesen o Teos ton ouranon kai ten ghen". Posso dunque intendere:

A> "In principio fece il Dio:

sia l'Essenza viva (To On): <la chiameremo> Cielo;

sia 'lei che passa': <la chiameremo> polvere."

Come si vede, il nostro testo, nella formula 'Cielo\Terra', sembra voler fissare dei nomi convenzionali che indicano le due dimensioni proprie all'uomo, e cioè la materialità e la spiritualità.

In questa prima ricompitazione, 'Cielo e Terra' sono distinti tra loro; ne deduco che, mentre il 'Cielo' ha come suo destino il permanere, la 'terra' , cioè la realtà materiale, ha una sua dinamica. Di essa si dice che 'Passa', verbo che esprime sia l'idea di evoluzione, sia uno stato transitorio che in qualche modo dovrà trovare una soluzione.

Ma, cosa importante per noi che meditiamo, qui la 'terra' (che alla fine sarà uomo) è presentata, anche nella sua terrestrità, come un oggetto specifico dell'azione divina (12).

 

(12) È interessante l'analisi dei fonemi 'Ouranon e Ghe'. Il primo di esso dice una diretta derivazione da Dio operante (Oura = Eco).-.e una tensione in avanti (Ouran come forma verbale); il secondo dice uno stazionarietà ed un passato "Gia era" come struttura della terrestrità, della materia.

 

Ma possiamo andar oltre. L'uomo è sì una duplicità, ma al tempo stesso è una unità inscindibile. Lo deduco sia dal 'En' (uno) dell'incipit (che può essere considerato come abbiamo visto un nome dell'essenza creata), sia dall'unicità dell'atto creativo.

Inoltre, il primo momento dell'atto creativo (fece) si riferisce a qualcosa che è Vita ed Essenza; il termine 'On' è infatti participio neutro del verbo Eimì che equivale ad Essere, e quindi a Vivere. A sua volta, il secondo momento ha come suo termine una mera esistenza, un qualcosa che passa ('Iten' deriva da Eìmi che significa 'passare') e può considerarsi equivalente a storia e tempo.

Con un sapiente gioco letterario, lo scrittore sacro ha così descritto l'unità viva dell'uomo, che è congiunta intimamente con la sua variabilità storica.

 

Possiamo fare un ulteriore passo avanti. L'agiografo colloca il Cielo come primo rispetto alla Terra, sicché quest'ultima, che dà specialità ed irripetibilità ad ogni singolo uomo, appare in qualche modo come il punto di riferimento distale del discorso.

Ha infine usato due generi diversi, il Maschile ed il Femminile (non il neutro), identificando così una coppia che specularmente richiama la duplicità (livello individuale e livello sociale\personale) presente nella natura umana e richiamata nel Sesto Giorno: "Maschile femminile li fece" (13).

 

(13) Il Cielo è Maschio, mentre la Terra è Femmina; questa duplicità può essere letta in due modi: il Maschile può dire 'Unità' (e di qui la fonte del cd. Maschilismo teologico), oppure 'singolarità' connotata dalla solitudine e quindi di per sé negativa. A sua volta il femminile, intuibile nella immagine della donna incinta (Io-Noi), può esprimere l'idea della imperfezione propria del 'molteplice', oppure la perfezione della comunità finale del VII giorno. L'ambivalenza è una caratteristica coessenziale al discorso sacro.

La femmina (umanità) diventa Maschio in Gesù, Dio incarnato, per raggiungere la sua pienezza nella femminilità della Chiesa (mistica Maria, madre e sposa).

Nella lettura che segue, noi utilizzeremo questi significati, sicché, fra i possibili sensi, daremo alle parole che compongono il testo, quello più conveniente alla linea del discorso. Ma, sia chiaro, senza libertà di variare a piacimento.

 

Proveremo ora a formulare una diversa compitazione del primo versetto, perché possa esprimere ulteriori rivelazioni:

B> "-In principio Dio fece 'il ciò che è'.

Come (suo) ultimo stadio (Ouran), l'Essenza, in basso e al1'interno, (fece) la terra".

Questo secondo testo significativo ci rivela diverse cose:

I > Innanzi tutto che Dio crea l'Essenza, il principio degli esseri, quella vibrazione vitale che poi prenderà il nome di 'Grido' (Aute); fatto questo, Egli si ferma.

In un secondo momento (non temporale come non temporale è l'atto creativo divino) l'Essenza creata diventa soggetto attivo del suo divenire e, obbediente alla forza che la richiama al Creatore, cerca la propria autocoscienza attraverso la costruzione di individualità. Ciò avviene mediante un suo depotenziamento che costituisce la materia come pluralità di individui. Si innesca così un processo che dal molteplice coscienziale deve giungere ad un solo Io del mondo: sarà l'Io di Cristo.

Per intenderci, si può pensare ad una energia che si depotenzia in materia, ma al tempo stesso, proprio in quanto da Onda si fa Corpuscolo, può dire di sé 'Io sono'.

Il testo (Ka, i) rivela ancora che il processo avviene ad un livello più basso di quello iniziale ('ka' significa 'giù, in basso'), sicché la materia viene definita come 'la coda di un animale' la parte terminale, ultima propaggine della Vita (14).

 

(14) Io penso che proprio forzando sull'espressione OURA. intesa non come 'eco', ma come 'coda', si sia originata l'idea emanazionistica di Plotino. Si badi che, scomparso il 'cielo' nella prima rivelaZione, esso compare solo come il 'nome' che viene dato allo STEREOMA cioè al firmamento. E ciò risolve la difficoltà di 'due cieli', uno creato in partenzaed uno creato con il firmamento. Come nome di quest'ultimo, il fonema OURANON può essere inteso come 'coda sua', cioè di Dio. Avremmo qui, identificando il firmamento con il Cristo, l'affermazione della sua divinità.

 

Chiarisce inoltre la dipendenza della materia dalla Vita uscita dalle inani di Dio (On) ma al tempo stesso la loro stretta connessione: la materia è in un certo senso 'dentro la Vita' ('i' significa 'dentro'). Se il primo atto della Essenza creata consiste nel darsi una struttura materiale (ecco la 'veste'), in quest'opera è già presente, seppure in nuce il perfetto individuo filiale: non solo la particella, l'atomo, la molecola il protozoo, il vegetale, l'animale, ma l'Uomo!

 

L'uomo, presente fin dall'origine. sulla scena della creazione (vedi II storia), è il luogo del crescere coscienziale di ciò che Dio ha creato. Egli è 'la Coda' (oura) della Vita, ed al tempo stesso ne costituisce l'Eco (oura), la Voce. Nel suo storicizzarsi, l'uomo è, come, una cassa di risonanza della vibrazione vitale (creata da Dio) che si congiunge alla sua terrestrità. È dunque necessaria una 'storia' perché l'Essenza creata trovi la sua autocoscienza.

È importante notare che, in questa seconda lettura, il vocabolo 'cielo' scompare e con esso la dicotomia 'cielo-terra'. Ciò permette di affermare che l’uomo è un quid di unitario un essere 'unico' (lo 'EN' dell'inizio), l'unico interlocutore di Dio.

 

Formuleremo ora una terza lettura del versetto:

C> "In principio fece Dio l'Essenza Viva, perchè generasse Una cosa vivente.

In basso, essa (fece) la terra".

Qui l'agiografo mette in evidenza che l'atto creativo divino è fonte di continua creazione; è spinta vitale inesauribile. Inoltre, la materia (creazione di secondo grado) viene individuata come qualcosa che, generata dalla Vita, è in qualche modo anch'essa vivente. Questa proposizione è facilmente accettabile se, in una logica evoluzionistica, la materia viene colta nel suo punto terminale e cioè nell'uomo. L'uomo è definito come un continuo infuturarsi.

Proviamo ora a trarre delle conclusioni e proiettarci in avanti per esporre sommariamente il compimento della complessiva rivelazione esposta nella Genesi. Già dalle prime battute il quadro è abbastanza chiaro: la Vita, come essenza immateriale, precede la materia e ne è la causa; la materia passa, e la Vita resta.

L'uomo che è voce di tutte le creature è una cosa sola: in lui l'Essenza vivente è tutto, ma la materia svolge un ruolo decisivo in ordine a tutto il processo di Ritorno a Dio.

L'uomo è la sintesi della creazione (On) operata da Dio, ed è un futuro che torna al Creatore. Egli è dunque il fabbro della Vita. 'Tecton' (artefice, fabbro, carpentiere) è il termine che nei Vangeli viene attribuito al Padre di Gesù e che nella lettura corrente viene riferito a Giuseppe come falegname. In realtà il fabbro dell'universo è Dio e derivativamente è l'uomo che si è fatto simile al 'Figlio del Fabbro'.

 

Salva questa conclusione, la nostra meditazione non risulterebbe pienamente fondata se non chiarissimo un ultimo punto, che appartiene alla fede della Chiesa, è vissuto concretamente dai cristiani, ma è rimasto nella penombra della coscienza vigile.

Come ho cercato di chiarire altrove la creazione è unica quanto a Dio, ma duplice quanto all'uomo. Il 'Ciò che è', l'essenza viva uscita dalle mani di Dio ha come suo primo orizzonte perfetto il recupero di una coscienza di sé che la guida a scegliere, 'Come bimbo svezzato in braccio a sua madre' (salmo 130), non la sua precaria autonomia, ma le sicure braccia della paternità di Dio da cui è nato. Fuor di metafora a scegliere non l'io, ma il Dio; e relazionarsi a Lui con la parola insegnata da Gesù: Padre nostro.

Questo orizzonte, questa perfezione finale, sarà espressa nel nostro racconto dalla benedizione divina; essa annuncia un VII Giorno di vita comunitaria e di pace.

Con espressioni e sensibilità diverse, questo futuro viene invocato da sempre da ogni uomo. L'umanità aspira a permanere, ma in uno stadio di pace, di operosa unione, di letizia e di amore. Ecco il Paradiso Terrestre nel quale, liberatosi dalla sua carne esistenziale, tornato ad essere pura essenza vivente (cioè uno spirito), l'uomo sa di non soffrire più di quella storicità (tempo) e di quella localizzazione (spazio) che costituiscono la fonte prin1a delle sue paure e quindi del suo violento egoismo.

 

Ma la creazione divina non conosce solo questa uscita orizzontale nella quale speriamo siano i nostri defunti che hanno vissuto secondo le esigenze dell'essenza vitale, secondo quella che chiamiamo Legge Naturale o secondo i precetti di una buona religione.

Oltre questo Paradiso Terrestre che i Padri chiamavano Terzo Luogo, oppure 'Limbo', c'è un'uscita verticale che consente di ascendere; fino a Dio. La cogliamo in pieno quando abbiamo fede nell'assunzione di Maria al cielo.

Questo ben più grande orizzonte, consistente nell'acquistare l'Io di Cristo, il suo Spirito di Risorto, equivale ad una vera e propria divinizzazione.

Dio, incarnatosi in Gesù per ricostituire in unità cosciente l'Essenza vitale (On) sparsa in innumerevoli e divisi rivoli coscienziali (immagine del 'Calice') e per inaugurare così lo stato del VII giorno, del Paradiso Terrestre (egli trasformò gli inferi in giardino di delizie); Dio, morto e risorto in Gesù, offre per di più all'uomo la chiave della porta stretta, quella dell'ascensore che conduce, senza sforzo, nell'intimità stessa di Dio.

Il Cristo risorto è nella sua persona l' ascensore e la chiave, parallelamente lo è la fede di chi crede in questa sua folle proposta.

Cristiano non è colui che si affanna a sentirsi 'Buono' per sé, a cercare l'equilibrio della sua umanità, a fuggire solo il disordine e costruire un 'retto' esistere; questo è il contenuto della religione mosaica.

Cristiano è chi, ambizioso fino alla paranoia, e dimentico di sé fino a diventare Anatema a Cristo, cerca la Santità; disdegna il Paradiso dei giusti secondo la Legge, perché vuole vedere il Volto di Dio. Teresa di Avila morendo sembra abbia gridato: "Finalmente ti vedrò".

Forse a ciò alludeva la felix culpa di Agostino. Presumo che egli volesse dire: 'O incapacità dell'uomo a costituire l'unità del creato, tu sei fonte di felicità; perché hai chiamato Dio sulla terra, ed Egli, per salvare la sua creazione, per pagare il debito di una fallita comunità, ci ha offerto qualcosa di ancora più grande: la Divinità. Così da Redentore di un mondo orizzontale Egli è diventato il Salvatore di chi mai avrebbe potuto superare il limite della esistenzialità, il limite iscritto nella sua struttura ontica di uomo.

Il Cristo Salvatore è più che il Cristo Redentore venuto a salvarci dalla nostra autodistruzione orizzontale, a mettere insieme i pezzi frantumati di un creato che uscì uno dalle mani di Dio.

Da Salvatore il Dio incarnato offre ad ogni singolo (ed è questa la unica autentica novità del Cristianesimo) di poter diventare 1'Io della Vita, l'unità totale; di liberarsi dall'aiuto degli altri fra cui c'è sempre un traditore; di essere, nella singolarità di uomo (quella proprio che si è costruita nella dimensione della esistenzialità e della materia) comunione dell'universo. Se dunque il Redentore salda insieme gli 'io' disgregati e fonte di disgregazione, il Salvatore fa dell'Io umano disposto ad ospitarlo un 'Io divino' (15).

 

(15) Quando penso ai Santi io penso all'universo che ha trovato la sua autocoscienza; quando invoco un santo, non immagino un raccomandatore che dal suo scanno nel coro celeste si volge a Chi è sul trono, ma a colui che può attrarmi in un universo che ha ristrutturato secondo quel carisma che durante l'esistenza coltivò e che costituisce la caratteristica del suo autentico Paradiso; quello divino.

 

'Giorno' come 'uomo'

La presenza dell'uomo nell'opera dei sei giorni, si cela, oltre che nel binomio 'cielo\terra', anche sotto la metafora del 'Giorno', termine che struttura letterariamente la prima storia. In greco 'giorno' suona 'Emera', e di qui l'espressione Esa-(e)merone che indica l'insieme dei 'sei giorni'.

Il lettore si chiederà su quali basi io opero questa identificazione tra 'vita\ uomo' e 'giorno'; ed io lo invito a rileggere il racconto nel testo greco o su una traduzione aderente all'originale greco e non travestita in falsificanti abiti letterari.

Noterà allora che la parola 'Emera' (presente 12 volte) viene ripetuta 7 volte (per indicare la fine di una sezione del racconto), ed è accompagnata, per 6 volte, da un numero d'ordine (secondo, terzo, etc); mentre nel primo versetto, da un numero cardinale. In pratica troviamo non primo giorno, ma giorno uno (Emera mia).

Vien da chiedersi perché, in un punto tanto solenne, l'agiografo ha inserito una sbavatura letteraria. La questione la posero già i Padri della Chiesa, i quali, a differenza di molti moderni dottori, avevano più, stima degli agiografi che di se stessi e della propria scienza umana.

Nel corso del tempo, in vario modo i commentatori hanno cercato , di superare questa discrasia, senza però giungere ad una soluzione definitiva. Quanto a me, ritengo che l'apparente difformità funge, all'interno del testo, da segnalatore di una diversa funzione denotante. In altre parole, con la sua sbavatura, l'agiografo avverte il lettore di ricercare sotto le parole un senso più profondo. Io ipotizzo che egli, con la parola 'giorno' voleva indicare la vita creata e quindi, in ultima analisi, l'uomo che ne costituisce il vertice (16). Questa conclusione la ricavo analizzando più a fondo i fonemi 'Emera mia' (giorno uno) che sono variamente compitabili.

 

(16) A ben riflettere, probabilmente non esiste né un Primo giorno, né un Settimo. Entrambi hanno un carattere specialissimo consistente nella totale prossimità al mistero di Dio, per cui non possono assimilarsi agli altri che centrano, come io penso, sulla realtà creata. Primo e Settimo si collegano alla storia dell'universo descritti nei cinque giorni intermedi (un pentamerone?), ma in un certo senso non ne fanno parte; in pratica la precedono e la seguono. L'agiografo lo lascia intendere proprio col chiamare 'uno' il primo giorno, e col lasciare in ombra misteriosa il contenuto del settimo.

 

Tuttavia, prima di operare in questo senso, il lettore mi consenta una parentesi. Essa serve a ricordargli che la Bibbia non è nata per i tavoli anatomici dei topi di biblioteca, ma è stata scritta per essere letta. Annunciarla nell'oralità, significa farla vivere come vive uno strumento a fiato quando è vitalizzato dal soffio del musicista. Lo strumento possiede in potenza tutte le musiche, ma le può rilasciare solo se viene animato, ed a misura dell'opera del musicista.. Il Mousikos aner "...già dal V secolo designava l'uomo colto, in grado di recepire il messaggio poetico nella sua completezza" (Comotti). In pratica, ogni lettore della Bibbia può diventare un 'Musico', e per questo motivo i Padri della Chiesa componevano trattati sulla musica.

La Bibbia è dunque uno strumento musicale (G .da Fiore la considerava un 'dekacordo'), sicché la fonetica, emarginata dai topi di biblioteca, ne è l'anima viva; e al tempo stesso la porta da cui scorre il fiume della rivelazione.

 

Chiusa questa parentesi, torniamo ai nostri fonemi (Emeramia) e cerchiamo di farli risuonare premendo, in un certo senso, sulle lettere come su tasti di pianoforte.

Il fonema 'Emera’ (giorno) si può leggere come una forma femminile (singolare o neutra plurale) dell'aggettivo 'emeros' che dice: ' domestico, coltivato, buono, tranquillo, dolce, mite, cortese' . A sua volta il fonema ‘Mia' può suonarsi isolando la 'M'che significa ‘quaranta’ oppure 'per me, quanto a me '; e poi la ‘Ia' che significa 'Voce, Grido '.

Chiarito dunque che, suonando la nostra espressione (giorno uno) con tempi diversi, ne vengono fuori altre parole, la nostra ricerca si orienta a individuare le connessione ed i nuovi significati del testo. Cominciamo a considerare 'Emera' come un aggettivo femminile. Esso può riferirsi al successivo sostantivo 'la' (Voce, Grido), sicché la frase non significherà 'Giorno uno', ma: "La mia voce dolce, domestica, mite". C'è da chiedersi allora che vuol significare questa espressione che segue alla creazione della Luce, e alla divisione fra giorno e notte.

Torniamo un po' indietro per ricordare che l'atto creativo divino è consistito proprio in un grande Grido, in una vibrazione sonora. L 'agiografo lo suggerisce quando insistentemente riferisce a Dio il verbo 'dire' (E Dio disse..); e lo ribadisce in tutto il racconto, disseminando il testo di parole sonore che talvolta non cogliamo subito perché dissimulate sotto altre parole. Di ciò diremo in seguito.

Ora, se l'atto creativo fu una vibrazione sonora (O.Khayyam parla di 'uno scrosciar di riso'), anche il creato deve consistere in una vibrazione sonora. E naturale quindi che l'agiografo voglia sottolineare l'essenza dinamica ed immateriale della vita creata (vibrazione, energia e non cosa). Perciò, finita la prima opera di Dio, egli ci avverte che essa non è costituita da materia decadente, ma resta Vita; è ancora Voce dolce, tranquilla, appartenente come le cose domestiche a Dio creatore.

Questa testimonianza rasserena il nostro operare nel mondo, dove la materialità degli eventi ci circonda e ci opprime. Il costruire figli, case, patrimoni e macchine, dice 1'agiografo, è sempre edificazione della vita; è una cosa dolce che si riannoda a Dio perché vive nella sua casa. Non temere dunque, o uomo, ma sappi anzi che tutta la tua opera, se tu lo vuoi, diventerà cosa divina. Questo aveva inteso Francesco quando scrisse il Cantico delle creature.

Rifletta il lettore a come più avanti (v. 2,3) la Bibbia ci rivela che Dio santifica (Eghiasen) la Voce, cioè quel Grido che gli uscì dalle labbra e che noi chiamiamo 'Creato'. 'Eghiasen Auten' dice il testo; dove l' 'Aute' che viene santificata è sinonimo di quel 'Ie' su cui ora stiamo meditando.

In questa semplice espressione (giorno uno), che banalizziamo nella sua staticità, e pialliamo letterariamente in 'primo giorno', c'è nascosta la rivelazione di un universo vivo ed amato da Dio; di un quid che si infutura in forza del soffio divino che lo generò; di una voce che risale a Dio per intessere con lui il dialogo della divinità (17).

 

(17) Come ho già chiarito, la lettera 'M', letta come numerale, dice '40', E' questo un numero sacro che, in tutta la Bibbia, indica un tempo intermedio, di preparazione ed attesa.

Quella 'voce' che costituisce l'essenza del creato, quella terra ('era' come 'uomo') che viene sulla scena e opera nei sei giorni non è ancora il punto di arrivo; sullo sfondo si fa vedere una pienezza da raggiungere.

 

Giunti a questo punto, mi auguro che il lettore cominci a intravedere le ragioni per cui ho affermato che, nel nostro racconto, il termine 'Giorno' allude alla vita. Ora continueremo a meditare per verificare se la parola 'Giorno', oltre la vita nella sua unità, indichi anche specificamente l'uomo nella sua singolarità. Per far ciò scaverò ancora negli stessi fonemi, isolando radici significative diverse.

In particolare compitando 'Em'era m'Ia', posso leggere: Il mio uomo (di terra) è per Me Voce; l'uomo è dunque la sintesi del creato.

È possibile ancora allargare l'indagine ed esaminare l'intera espressione: "E fu sera e fu mattino: giorno uno". Compitata adeguatamente essa annuncia sinteticamente il destino dell'uomo: "Fa ardere! Egli diede impulso all'unità oltre ogni limite; allora all' Alba l'uomo (la mia terra) per Me (è) la Voce (creata)", cioè il mondo (18).

 

.(18) Compito: 'Kaie! g'En eto es pera; kai egeneto proi e ema era m'Ia'. 

 

L'ultimo passo che voglio sottoporre all'attenzione del lettore si trova a v .l,5. Qui si dice che "Dio chiamò la luce 'Giorno"'. Ora non bisogna dimenticare che il termine 'Fos' significa al maschile 'uomo' ed al neutro 'luce'; ed ancora che il cammino dell'uomo è proprio quello di diventare 'luce e fuoco', come dice nel suo prologo l'evangelista Giovanni. Ragionare su questo punto richiederebbe troppo spazio; io mi limito qui a sottolineare che il testo può tradursi: "E Dio chiamò 'Giorno' lui (uomo\o fos), che è fiamma\luce".

 

In conclusione, quelle opere che nel racconto sembrano avere solo significato cosmogonico, si rivelano storia dell'uomo; quel 'tempo' che sembra scandito dai 'Giorni', si tramuta in divenire dell'uomo, in autentica storia sacra. Non dunque 'sette giorni', ma 'sette uomini' sette livelli di coscienza della vita creata da Dio.

 

La metafora sonora

La vita e l'uomo, quali protagonisti della creazione-evoluzione, sono descritti nella Genesi anche attraverso metafore sonore. Oltre al Disse più volte presente sulle labbra di Dio, c'è nei racconti della creazione una vera e propria sinfonia di voci. I termini 'fonici' usati dall'agiografo, a volte apertamente, ed a volte in forma criptica, sono infatti molteplici e di. non facile grammatura. Ora ne citeremo brevemente alcuni, perché il lettore, familiarizzando con loro, non si lasci captare dalle, immagini che proiettano, quando sono intesi carnalmente.

A> Il primo posto, come dicevo, spetta ad Eipon (= dire); questo termine costituisce quasi un archetipo. Chiarisce infatti che gli atti iscritti nella logica divina della creazione, a somiglianza del dire, sono un qualcosa di personale, di immateriale, di energetico, di efficace, di comunicativo. Rifletta il lettore come queste qualità del verbo, riverberano sul creato materiale e sull'uomo che continuamente dice la sua esistenza, e dice (anche inconsciamente) la sua perfezione orizzontale e divina.

Rifletta ancora al fatto che identiche proprietà si possono riferire al verbo vedere, e come quest'ultimo, nella prima storia, ha per soggetto solo Dio. Scoprirà allora, paragonando il 'dire' al 'vedere', la trascendenza divina che all'uomo non compete. Nella cultura popolare, il vedere implica un vuoto fra veggente e cosa vista.

B> Il termine Aute di cui ora ci occuperemo, è a mio giudizio una vera e propria chiave del testo. Nelle versioni correnti della Bibbia non è possibile constatarne la presenza per due motivi:

a)                          perché, ipnotizzati dal 'semitismo' imperante, i traduttori si rifanno generalmente al testo masoretico scritto in. ebraico (19);

b)                         perché, quando traducono dalla LXX, lo considerano un innocuo femminile del pronome dimostrativo 'Autos', sicché lo rendono con 'Questa'.

 

(19) È per me un fatto inconcepibile preferire una versione compilata da nemici del cristianesimo il 100 d.C. a quella greca (LXX) su cui ancora oggi prega la Chiesa greca. Sul punto vedi il mio Q. 4.

 

Da un approfondito e generalizzato esame dei testi biblici mi sono convinto dell'importanza del vocabolo 'Aute'. Esso viene usato spesso come aggettivo verbale di 'Auo' da tradursi con: 'ardente'; oppure come sostantivo femminile che dice 'un Grande Grido'. Inteso in quest'ultimo senso, esprime sia la Divina Vibrazione, la forza impulsiva (detta anche: En) da cui si origina il creato, sia quest'ultimo che di essa si sostanzia (En).

Se l'universo creato viene chiamato 'Aute', ciò significa che non è costituito da pesante materia, ma da una essenza viva ed immateriale (si pensi all'anima) che dinamicamente si evolve. Questa vibrazione, Una alla sua origine (viene infatti da Dio), si pluralizza per poi ricomporsi nell'uomo.

 

L'uomo, proprio nella sua persona, la costituisce in Cosmo, cioè in quella sintesi articolata ed unitaria, che Paolo definisce un 'poema': "Noi siamo il poema di Dio, essendo stati creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone che Dio ha predisposte, affinché noi le praticassimo" (Ef.2,10).

In parallelo, la Genesi attesta (2,1) che un servo di unità nella sua stessa persona, è il Cosmo delle vibrazioni creative (Kai Pas, o kosmos Auton). Basterebbe meditare quest'ultima massima per riscoprire quel 'Entusiasmos' che riempie il cuore e lancia l'uomo sulla via delle stelle.

C> Veniamo ora ad un vocabolo che si nasconde, per la sua brevità, in molte altre parole. Mi riferisco a Ia che significa Alta Voce. A mio giudizio, esso esprime l'evolversi del Grido-Vita iniziale, quando si articola in forme espressive sempre più perfette, fino all'invocazione finale: ‘Padre!’. Questo vocabolo allude alle opere di vita che l'uomo costruisce; allude ai 'Gridi' che giorno e notte i giusti levano a Dio.

D>Oura, che significa Eco, costituisce come vedremo il vocabolo più ricco e dinamico. Esso attesta la dipendenza del creato (inteso come vibrazione sonora di Dio), dalla sua Voce divina (l’Ut degli ermetici).

Evidenzia poi la connessione con una materia capace di riflettere la sonorità divina (la Pietra della fede); ed ancora il ritornare verso la fonte. L'Eco è così la metafora della legge intima della creazione che nasce per essere sposa di Dio, per essere assunta in Maria nel cielo della divinità. È ancora la metafora di ognuno di noi, quando, da piccoli animali, ci scopriamo 'parola di Dio' ed avvertiamo il bisogno di tornare, come divina parola, alla casa del Padre.

E> Il significato metaforico del vocabolo Pous, che significa voce profonda, è per me dubbio. Forse, come sonorità incapsulata, allude all'uomo che ancora non sa colloquiare con la vita e con Dio, e tuttavia tenta di esprimersi. .

F> Fone, rombo, indica a mio modo di vedere, la relazione universale che unisce dialogicamente tutti a Dio; è un termine generico che si può riferire ad uomini od animali; la collegherei alla voce del Creato, al lamento urlato dalla terra che si tramuta in Canto, quando si scopre che il Dio lontano si è fatto vicino (Lc.1,42). Si può anche intendere come la voce del Risorto che ancora non si è fatta chiara alle orecchie degli uomini.

Purtroppo le traduzioni piallano sia il sostantivo che il relativo verbo, traducendoli genericamente con 'voce' e 'dire'. Perché il lettore si renda conto dell'importanza del vocabolo gli ricordo che l'evangelista lo usa per dire che 'Il gallo cantò' (e non era certo un Chichirichi; Gv.18,27); e lo pone sulle labbra di Elisabetta (Lc. 1, 42) che incontra Maria.

Omfaia, da 'Omfaios' o composto da 'Omfa-ia', è un vocabolo che sembra assente nella Bibbia, perché è dissimulato sotto il termine 'R-omfaia' cioè 'spada'. Esso significa 'Voce profetica', cioè divina, e connota il sostegno che l'uomo riceve e dà nel cammino verso la vita. Non a caso una 'ra omfaia', correntemente tradotta come 'spada', appartiene all'angelo che custodisce (e non 'impedisce') la via all'albero della Vita (Gen. 3, 24). Nel vangelo di Luca (2,35) viene poi annunciato che una 'Voce profetica (omfaia e non romfaia) espliciterà l'intima essenza del Grande Grido (Aute) e chiarirà i dubbi degli uomini'.

G> Da ultimo ricorderò al lettore che l'espressione composta (1,1) Epo-les en (tradotta in blocco con un 'fece') indica l' Unità della Voce Divina. Essa allude, a mio parere, allo Spirito di Dio, che parla e dà significato all'intera Rivelazione.

Chi si lascia suggestionare da questa lettura scopre allora che le prime tre parole della Genesi indicano la Trinità: 'En', cioè l'Uno, il Padre; 'Archè' che dice il Figlio (Gesù così si nominò); 'Epo-Ies En' dice lo Spirito Santo.

 

Ogni elencazione è certamente faticosa per chi legge. Più lieve diventa per chi medita e vuole masticare quanto gli viene proposto.

Le parole che abbiamo richiamato, in un modo o nell'altro, sono un riverbero luminoso della nostra storia sacra. Esse esprimono i vari momenti della vita creata da Dio, e quindi il divenire dell'uomo che ne rappresenta l'individualizzazione massima.

Se si lavora con pazienza su questi terreni, si può costruire una mappa metaforica e articolata, capace di orientarci nella lettura dei racconti biblici, e farci scoprire le linee della nostra personale evoluzione.

Rammenti il lettore che quanto nei racconti viene esposto in forma di narrazione, costituisce immagine speculare dell'esistenza umana. Ognuno di noi vive concretamente quei momenti; talvolta anche in drammatica contemporaneità e con turbamento del cuore. Proprio allora, scoprire che tutto è stato già annunciato da Dio, e che noi non siamo vittima di uno oscuro fato, è fonte di pace interiore.

Non abbia il lettore il sospetto di essere menato per vicoli e disorientato in una girandola di luci; tenga come punto fermo il versetto (2,1) che proclama l'uomo-servo sintesi del creato vivo. Questo proprio sto cercando di comunicare. Reciti se vuole il salmo 150, e scoprirà di non essere invitato a formare orchestrine che suonino durante le sacre funzioni, ma a formare, nella sua stessa persona, il coro coerente di tutte le vibrazioni divine che sotterraneamente serpeggiano in questo nostro mondo di pesante materia. Scoprirà di essere veramente la regalità del creato.

 

La metafora socio-sessuale

Se vuole cercare l'uomo e la vita nei racconti biblici, il lettore faccia lo sforzo ulteriore di acquisire quei vocaboli che, con metafora socio-sessuale, espongono la partecipazione della vita e dell'uomo al processo creativo. Ne suggerisco alcuni.

 

A> Pleura dice la famosa costola di Adamo, ma in realtà significa anche femmina che ti sta accanto. Basterebbe solo attribuire questo diverso significato alla parola, per aprire una ben diversa linea di meditazione di quel fondamentale testo.

In senso metaforico, 'Pleura' (osso) indica la morte dell'uomo, ma quale situazione dalla quale nasce la vita.

Rifletta il lettore che, se la costola come singolo osso dice 'morte', il far parte di una più complessa ed omogenea struttura toracica, ricorda che il sacrificio chiesto all'uomo per guadagnare la divinità (la Donna), il perdere cioè il proprio 'io' (per dirla in termini evangelici), è una cosa minima (come perdere un osso tra tanti), e non intacca la struttura umana. Uno solo {Gesù) su 12 (tante sono le costole e gli Apostoli) sarà dunque quello speciale Morto da cui verrà la vita.

La 'costola' allude dunque al Gesù della carne, che si trasforma in Risorto (donna) e dà la vita al mondo. 'Costola' è l'uomo che passa nella tenebra del dolore, e la supera perché sa che è notte di doglie, perché è certo di nascere come risorto, come uomo perfetto, alle prime luci dell'alba.

 

B> Il termine Sarcs, indicando la carne che contiene sangue vitale, vale più di un 'osso' che dice 'morte'. Esso simbolizza allora l'esistenzialità dell'uomo nelle sue componenti dinamiche; questo vocabolo sarà usato nell'espressione 'carne di Cristo', per indicare l'eucarestia quale presenza della Divinità nel tempo della materia, cioè nell'eone umano.

C>Arsen, Telu, usati insieme in 1,27 ed in altri punti della Scrittura, sono aggettivi neutri traducibili come Maschile, Femminile. Invito il lettore a tenerli bene a mente, perché a mio giudizio costituiscono la chiave di tutti quei testi nei quali si sottolinea la differenza tra uomini e donne. Uno per tutti, citerò il celebre passo paolino del cd. 'Velo alle donne' (I Cor. 11, 2 -16). Esso, a mio giudizio, si riferisce alle funzioni che si esplicano nelle assemblee eucaristiche e che implicano atteggiamenti diversi; non credo infatti che riguardino i cappelli delle signore, o improbabili rasature del cranio alla Yul Brinner.

Io ipotizzo che questi aggettivi vogliono indicare, rispettivamente l'aspetto individuale e sociale-personale dell'uomo; l'essere egli, nel suo insieme, un io-noi.

Per intuire il senso della metafora, credo sia sufficiente guardare le sagome di un essere maschile e di una donna incinta. Rifet:endosi a se stessa, la prima sagoma potrà dire: 'Io'; la seconda, con eguale verità: 'Io' e 'Noi'.

Con l'immagine del Maschile-Femminile, l'agiografo ci fotografa come siamo nella dimensione esistenziale; e cioè individui\ persone. Al tempo stesso rivela il limite inesorabile di questi due livelli coscienziali e vitali, entrambi saranno annientati dalla morte della carne.

Rifletta il lettore con gli occhi dell'antichità, che non vedeva differenze tra lo scheletro di un uomo e quello di una donna, e tanto meno nella loro polvere. Solo la carne li aveva distinti con la sua diversa strutturazione anatomica; quella carne che per entrambi costituiva il principio stesso dell'essere, e che è votata alla distruzione. Se guardiamo dentro di noi fino al fondo, scopriamo che, nel momento stesso in cui ci cogliamo uomini e donne, noi avvertiamo anche di essere inesorabilmente provvisori e destinati a scomparire (Eros e Tanatos). In questo senso, il sesso rappresenta il disperato tentativo di essere 'uno', sfuggendo cosi all'annientamento che coglie lo stato di differenza sessuale. Ma la petite morte che segue ricorderà che, o 'due' o 'uno', siamo comunque destinati a sparire come 'io' e come 'noi'.

Non solo l'individuo, ma anche la 'persona', sono destinati al cimitero ed al ricordo che deperisce. Nella predicazione corrente a volte si dimentica che il 'femminile', quella 'persona' su cui si fondano tanti assiomi, è qualcosa di transitorio. La nostra storia si dissolve con il nostro corpo.

Provi il lettore a rileggere il racconto del VI giorno alla luce di queste considerazioni. Noterà allora che mentre l'Uomo, quello vero, nasce come Icona di Dio, Gli uomini (cioè noi) sono definiti 'maschili e femminili', cioè attraverso una qualità assolutamente caduca.

Lasci allora da parte le pur importanti problematiche del sesso, coglierà l'autentica alternativa che il testo ci sottopone:

a) essere un uomo vivo, nella propria divina singolarità, ad immagine di Dio, perché immagine del suo Cristo;

b) esistere come parte di una umanità transitoria che si aggrappa alle forme differenti del corpo e della psiche (maschio-femmina); che si esalta della propria individualità; che si illude di dilatarsi stabilmente nella persona, nella comunità e nella storia; che comunque soffre la nevrosi della morte, perché sa di dovere tramontare come 'Io' e come 'Noi' nella indistinguibilità di uno scheletro ed in una polvere che non ha la memoria della forma.

'Maschile e femminile': ciò che sembra la radice dell'amore e della generazione, ciò che sembra novità da scoprire, si rivela come il più sottile dei veleni che intossicano le nostre giornate.

Meditare, in metafora, questi semplici aggettivi, ci conduce per mano alla radice del grande dilemma: accettare il transitorio, vivendolo alla meglio, oppure credere che oltre il 'Maschile.;Femminile' vi sia un terzo principio identificante e dinamico; vi sia cioè una terza Anima, forte e stabile come il Firmamento, alla quale affidare 1'I0 ed il Noi, perché, uniti ad essa, possano transitare oltre quella famelica bocca di morte che divora le nostre carni diverse: di uomo e di donna.

D> Il termine Aner indica infine, a mio giudizio, non genericamente l'uomo, ma il 'divino sposo' della creazione. La frase di Maria: "Non conosco uomo" diventa ben più ricca teologicamente se viene intesa come ammissione della povertà essenziale di una umanità che neppure conosce il suo sposo celeste, dal quale zampilla il seme fruttifero della Vita.

Nella parabola delle 'Dieci vergini' questa ignoranza piena di desiderio si manifesta con un uscire incontro, e con una lampada che deve rischiarare il volto dello Sposo che viene, e che nessuno mai ha potuto vedere.

Rifletta il lettore che la metafora dello 'sposo', dal Cristo si allarga all'uomo; pensi alla figura del sacerdote ministeriale e, più in generale, a quella del cristiano; essi non sono forse rispettivamente gli sposi della comunità ecclesiale e del mondo?

 

La metafora animale

Le metafore che abbiamo descritte, seppur brevemente, per lo più riguardavano direttamente la vita, e derivativamente, l'uomo che la personalizza; ora ne vedremo alcune riferibili direttamente all'uomo. In particolare daremo uno sguardo al complesso sistema simbolico che utilizza immagini del regno animale. Così facendo potremo restituire al racconto genesiaco, svenduto in termini di zoo-safari, la sua dimensione teologica.

A> Cominciamo con Erpon che si può tradurre: 'Strisciante'. Il termine rimandando allo strisciar carponi del neonato, può simbolizzare l'infantilità spirituale dell'uomo. Se però viene letto come 'colui che progredisce' allude a chi si è incamminato sulla via della vita. In questo senso l'immagine si riferisce a tutti noi che avanziamo a stento, molto a contatto con la terra.

E> Peteinon significa 'Volatile'. Lasciando da parte l'ornitologia, si può ipotizzare che la parola simbolizzi le aspirazioni e gli slanci dell'uomo che rappresentano un levarsi al di sopra della terrestrità (epi ghes), dirigendosi all'alto. Proprio questa loro collocazione aerea, vieta che essi siano attratti dalla terra e li orienta a sottoporsi al piano divino, simbolizzato dal firmamento.

Rifletta il lettore al fatto che, sia gli striscianti che i volatili, nascono dal mare (V giorno). Questo termine, nella metafora naturalistica, allude alla marea dei popoli e quindi all'intera umanità. Ciò fa pensare che, sommate insieme, le due immagini rispecchiano la dimensione di un uomo che è un verme della terra, ma anche uno che desidera di procedere verso il cielo.

In un secondo momento (VI giorno) la 'terra emersa' (leggi: eletti) produce uomini che progrediscono; un'allusione all'evento Cristo profetizzato proprio nel VI giorno.

C> La parola Terion che equivale a 'Fiera' allude all'uomo isolato, schiavo della sua individualità; cioè ad un essere che, o non gode del dono della comunità, oppure si è ripiegato su se stesso, e si è isolato. Ktenos, cioè 'Gregge' o 'Ricchezza', indica l'opposto di 'Fiera',. e simbolizza la dimensione sociale, personale e societaria dell'uomo.

D> E veniamo a Tetrapoda, parola tradotta comunemente con: 'Quadrupede'. È questo un termine che compare una sola volta nel nostro testo; di esso poi si perdono le tracce. Ora, come il lettore avrà notato, i passi che stiamo commentando sono fortemente ripetitivi ed avari di sinonimi; la presenza allora di una parola nuova e per di più isolata, suona come un campanello di allarme. Ciò allerta l'interprete e lo avvisa di trovarsi di fronte a qualcosa di speciale.

Di 'tetrapoda' sono possibili varie scansioni. Inteso nel senso corrente (Quadrupede),esso forse allude all'uomo esistenziale visto come unione di 'maschile e femminile' (essere composto a quattro gambe). Più genericamente si può pensare all'uomo che saldamente si leva da terra, non striscia più, ma non gode ancora della stazione eretta.

Come mostrerò nel commento dell'Esamerone (Q. n. 8), l'agiografo è stato forse costretto ad inserire questa parola perché aveva bisogno di quel 'tetra' che dice 'quarto', egli veniva utile per parlare della quarta anima.

E> Ofis equivale a 'Serpente', animale che avrà un posto di riguardo nella seconda storia. Io lo considero come metafora della istintualità egotica e passionale dell'uomo, come radice della concupiscenza. In esso coesistono due elementi, il primo dei quali, e cioè l'io umano, può ambire ad un destino di divinità; mentre l'altro che è collegato alla terra (striscia) denota il livello più basso della natura umana. Il serpente è dunque un simbolo ambivalente; non è casuale il fatto che Gesù stesso, nella Bibbia, sia identificato con esso (Num. 21, 9, ripreso da Giov. 3, 14)

F> Il Genesi (1,21) nomina poi dei Kete, termine unico che ricompare solo in Giona e Giobbe. Intesi letteralmente essi sono 'Cetacei', cioè 'grandi pesci'. Strana immagine che deve avere grande importanza. Visto che è Dio stesso a crearli.

 

Probabilmente essi simbolizzano le società o i gruppi religiosi formati da uomini che, come i pesci, non sanno ancora parlare e quindi non sono 'vivi'; e tuttavia sono amati da Dio. Probabilmente lo scrittore si è servito di questa parola perché non si facesse confusione con un'altra situazione affidata al termine Ictues cioè 'Pesci'. Questi ultimi alludono probabilmente ai singoli componenti di una umanità (mare) priva ancora di vita, cioè di acqua dolce, di acqua viva.

Fermiamoci ora un attimo a prendere fiato; come ho detto più innanzi è impresa ciclopica ricostruire e disegnare le mappe metaforiche esistenti nella Bibbia. Ma bisognava pur cominciare. Comprendo bene che il lettore sente il peso di queste elencazioni, ed avverte che neppure io che le propongo sono sicuro dei significati che attribuisco ai vari termini. Voglio però che sia chiaro un fatto: se la Chiesa, inabitata dallo Spirito Santo, non ha mai espresso certezze sui significati della Bibbia, come potrei vantare io una qualche sicurezza? Solo la presunzione della scienza umana riveste di certezza le sue ipotesi.

Ma c'è anche un'altro profilo: i simboli, le metofore, ed in genere tutto il discorso non meramente connotativo, dipende dall'orientamento che si dà alla lettura di un passo. Per intenderci, noi stiamo cercando nel Genesi un'antropologia, ed una verità sulla vita; in altra occasione, se Dio vorrà, ritorneremo su questi passi per interrogarli sulla Rivelazione e chiedere al libro sacro il come ed il quando della sua nascita e quale sarà il suo destino. È evidente allora che il discorso metaforico che ora stiamo delineando, cambierà, ed a volte anche radicalmente. È questa la polisemia del Grande Libro.

 

Altri termini significativi

Nella II storia vengono usati alcuni termini, come ad esempio Donna (Gune), Vita (Zoe) e Madre (Meter) che hanno grande importanza nel nostro discorso. Attraverso di essi infatti, l'essere umano viene colto in una valenza 'femminile'.

Questa scelta dell'agiografo è, a mio giudizio, di grande importanza per alcuni motivi:

a) perché vuol mostrare che l'evoluzione è il segreto di tutta la creazione, sicché dalla singolarità bisogna passare alla pluralità organizzata e quindi alla comunione. Detto in metafora: dal maschile al femminile e alla Donna;

b) perché l'icona femminile rimanda intuitivamente ad un referente maschile che, nel nostro caso, è Dio in persona.

La creazione comincia con parole neutre (En, On, to Fos) e con maschili (Ouranos, o Fos) e, passando per i femminili 'Aute', 'Ie', 'Psuchè' (grido, voce, anima) fìnisce con immagini del tutto femminili. Esse servono dunque a completare e perfezionare il quadro complessivo della realtà antropica; e specificamente attestano che l'umanità è destinata ad essere la mistica sposa di Dio. Quella Donna, che gli Stilnovisti avevano bene individuata come perfezione dell'uomo, la Chiesa la proclama nella figura di Maria, tutte le volte che non la banalizza in un piatto mammismo.

Proviamo a decodificare queste metafore:

A> Gune che significa donna e sposa rappresenta l'ingresso della Vita divina nell'uomo esistenziale divenuto 'io' cosciente, anima del creato; un ingresso che si perfeziona in un incontro intimo e compenetrativo come quello matrimoniale.

B> Zoe che significa Vita, indica lo stato divino dell'uomo e allude quindi alla Grazia Creata. È questa la Vita vera, che sopravanza quella creata alle origini da Dio; quest'ultima, comparata ad essa può definirsi con una sola parola: morte. La Vita divina, la Donna, costituisco- no un dono che l'uomo neppure poteva desiderare, e che gli viene offerto gratuitamente (20).

C> Meter che significa Madre, simbolizza la realtà unitiva ed il carattere diffusivo e creativo della Vita divina che può diventare il principio motore dell'uomo (anima divina). In forza di fissa si è non solo Vivi, ma Viventi, cioè capaci di generare Vita divina. Lo sperimentiamo sacramentalmente quando amministriamo il battesimo ad un uomo, e lo trasformiamo in 'Figlio di Dio'.

(20) Ciò fa riflettere che quando la Bibbia parla di 'morte' non intende sempre quella fisica o quella morale (peccato come cattivo volere dell'uomo); in senso eminente, la parola Morte indica qualcosa che ha una sua positività, perché  relazionata comunque a Dio. Indica cioè la natura esistenziale dell'uomo così come fu creato. Io credo che nella Didachè (per fare un esempio), la via della morte non è quella del peccato, ma quella di una semplice ed umana giustizia che non consente all'uomo di superare il suo livello ontico e di trasformarlo in livello divino, come invece accade se egli ha fede in Gesù Salvatore.

 

Per indicare che questa vitalità nuova appartiene a tutti, la Chiesa afferma che chiunque può amministrare il sacramento del battesimo. La condizione posta, e cioè che egli intenda fare ciò che vuole la Chiesa., non è una prescrizione legale, ma vuole dire che nella Chiesa c'è posto per tutti. Che ognuno può essere Chiesa.

Il termine 'Meter' insieme a 'Gune' compaiono a pieno diritto nella scena che conclude la vicenda di Gesù (Giov. 19, 25-27): Maria è la Madre; Maria è la Donna attraverso la quale la vita regna nel mondo.

 

A questi termini metaforici aggiungerei, per comodità discorsiva, una parola ed una espressione che hanno. un peso determinante nel. significato teologico dei testi. Esse sono rispettivamente: Psuchè che traduciamo con 'Anima', e Pnoe zoes che significa 'soffio della Vita'.

A me pare che con il primo termine (anima), l'agiografo vuole indicare ogni gradata forma di animazione e personalizzazione del creato e quindi dell'uomo, ma ad un livello meramente orizzontale; con la seconda espressione allude invece alla divinità che ricrea: l'uomo, e lo costituisce un 'dio'.

Ricorderò allora al lettore che nelle Psukai zosai (anime vive) del V giorno, leggo le singole capacità vitali che costituiscono gli esseri esistenziali, ancora divisi fra di loro; esse esprimono quindi il livello della umana individualità; mentre nella Psuchè rosa (anima vivente) del VI giorno vedo indicato l'uomo che si è fatto anima, cioè coesione viva del creato, Principe di questo mondo.

Sul tema dell'anima torneremo più avanti; qui annoterò che purtroppo noi la sperimentiamo poco e male in questa esistenza, e che allo stato la godono solo i giusti dopo la morte. Una vera metanoia nei cristiani e nella Chiesa si avrà, a mio giudizio, solo quando, dimentichi dell'Io e del Noi, ci riapproprieremo della nostra grande anima (21).

 

(21) Quanto sia importante determinare il preciso significato teologico della parola 'Anima' lo si può verificare nel 'Magnificat' lucano. Qui si traduce "L'anima mia magnifica il Signore", rendendo male il pensiero dell'evangelista. Io credo che egli voleva dire all'incirca così: 'La mia esistenzialità, cioè la spinta che costruisce la mia storia umana, fa crescere la presenza del Signore nel mondo'. Intesa in questo modo la frase diventa tutto un programma di missionarietà operosa, e non degrada in quel trionfalismo verbale che presenta Dio come un terreno monarca il quale ama incedere fra fanfare ed applausi dei sudditi. Che se ne deve fare Dio dei nostri applausi e delle nostre invocazioni di gloria?

 

E veniamo al Soffio della Vita (Pnoe zoes) che compare nella seconda storia (2,7). Esso compenetra l'Uomo, quello divino. In forza di questo soffio egli si. costituisce Io della Vita, non solo -io dico- di quella eterna del VII giorno, ma anche di quella, che in lui è diventata la Sposa di Dio. Il Soffio della vita divina è allora la qualità di quelli che chiamiamo 'Santi', di coloro cioè che si sono assimilati perfettamente al Cristo, uomo per eccellenza, Principe di questo mondo e Signore della Vita. Nel serafico Francesco d'Assisi io vedo, per intenderci, il Soffio della Vita.

 

Chi è il fabbro (Tecton)?

 Soffermiamoci ora ad una riflessione complessiva sul ruolo del Creato e dell'uomo nel grande evento delle origini. Seppur sommariamente, abbiamo cercato di interpretare l'azione del Dio creatore, analizzando i vari nomi con i quali egli viene chiamato nello svolgersi del racconto.

Avverto il lettore che questi nomi costituiscono all'interno della narrazione un reticolo sotterraneo che consente di sezionare e di qualificare specificamente, secondo il loro valore teologico, i settori dell'opera creativa che in una prima lettura si identificano con i 'Giorni'.

Per intenderci io considero luoghi distinti fra loro: quelli che hanno come protagonista il nome 'Dio'; e quelli centrati sul nome 'Signore-Dio' .

Abbiamo inoltre analizzato un gruppo di termini che, nella lettura derivata dalla compitazione corrente dei testi biblici (Agostino la diceva: carnale), fanno intendere che il libro narra l'evoluzione del mondo materiale. Abbiamo interpretato metaforicamente. alcuni termini {come 'quadrupede', 'giorno', 'mare' etc.) e questo esame ha consentito di verificare che, sia, la vita creata da Dio (il 'Ciò che è'), sia l'uomo (che ne costituisce la perfezione coscienziale finale), vanno considerati soggetti attivi dell'evento creativo.

Proveremo ora a fissare la nostra attenzione sulla qualità di questi soggetti e sul loro modo di operare, per giungere, se è possibile, a qualche considerazione conclusiva.

In ognuna delle sezioni del nostro testo (per semplificare le continueremo a chiamare Giorni) si svolge un'opera evolutiva consistente nel far crescere il 'Ciò che è' uscito dall'atto divino. Ora non v'è dubbio che unico artefice del tutto è Dio, ma con lui c'è anche un architetto, un fabbro.

Questo carpentiere viene chiamato 'Tecton' nel Vangelo, e nascosto sotto le spoglie di Giuseppe, padre adottivo di Gesù. A loro volta i traduttori aggravano questa dissimulazione traducendo 'falegname'.

In altri termini, nel vangelo Gesù non va inteso come ‘Figlio del falegname’, ma 'Figlio dell'Architetto dell'universo.

Questo collaboratore di Dio è lo stesso creato. Esso è il protagonista della storia dei sei giorni, sicché chi legge il racconto vedrà svolgersi la vicenda della Vita universale, e potrà cogliere le tracce della propria avventura antropica, esistenziale e divina. In questo modo lo studio e la meditazione dell'esamerone, in quanto antropologia, è sempre attuale.

 

Un cooperatore invisibile

L'universo, che opera insieme a Dio ed è artefice del suo divenire, è materiale ed immateriale, visibile ed invisibile. Ma in che modo e con quale distinta azione?

Rifletta il lettore all'importanza di questo interrogativo che ci tormenta quando vorremmo sapere che cosa possono i Santi, e che cosa possono i Morti.

Dove cercare risposte se non nella Rivelazione divina? Io suggerisco di ritornare su quanto già abbiamo detto in ordine all'operare del 'cielo' e della 'terra' che simbolizzano proprio l'aspetto immateriale-invisibile, e materiale\visibile della vita creata, intesa quale 'Creato' preso nel suo complesso, e quale singolo uomo.

 

Abbiamo già chiarito che il Cielo (invisibile ed immateriale), il quale sembra eclissarsi dalla scena del racconto, è in realtà il filo di Arianna del tutto. Dunque, seppure invisibilmente, egli è l'artefice che collabora con Dio.

Proviamo a dirlo in altro modo. Se identifichiamo il Cielo Con la nostra immateriale anima immortale, che è invisibile eppure presente in noi come costante punto di riferimento, scopriremo che lo scomparire del Cielo nel racconto, equivale proprio all'assenza della nostra anima nelle vicende esistenziali della storia.

 

Io credo che la crisi in cui si dibatte la nostra società consiste proprio nell'esserci espropriati dell'anima. Tutto si svolge nel ristretto angolare del 'Io-noi', con l'effetto di creare contrasti che ci avvelenano la mente ed il corpo (22).

 

(22) Si fa sempre più chiara l'idea che le stesse malattie e finanche la morte (si pensi al cancro) nascono dai conflitti interiori. Il più grande conflitto sta proprio nella divaricazione tra anima ed 'io-noi', anche se cogliamo come attuale e dominante quello fra l'io ed il noi, fra i nostri bisogni individuali, e la realtà relazionale che ci lega agli altri ed al mondo. Basta osservare la ricorrente crisi della comunità familiare per rendersi conto di quanto sto proponendo.

 

Eppure l'anima, che sembra assente e silente, è lì tutta intera ed attiva, e non perde mai la sua funzione direttiva e la sua forza operativa. Chi si avverte più grande della propria fisicità, non si interrogherà più sulla presenza attiva della sua dimensione immateriale ma piuttosto sul come e sul dove operi, il Cielo (nel racconto) e l'anima immortale (nell'esistenza).

 

Ciò che conta è accettare un dato fondamentale: l'esistenza di una dimensione immateriale; ancor più reale di ciò che noi chiamiamo realtà e identifichiamo nella materia.

Nel 'Credo' ripetiamo che Dio è creatore delle cose visibili ed invisibili, ma in pratica crediamo solo alla concretezza della materia. San Paolo parla di 'potenze dell'aria', ma noi, con mille buone ragioni, esorcizziamo ogni energia che non sia misurabile dalle nostre macchine. La terra è diventata povera di anime, di forze, di energie dinamiche; per questo riprende forza lo sciamanesimo e l'animismo come soddisfazione dell'esigenza dell'uomo di riappropriarsi della sua grandezza in un mondo vivo.

Perciò io suggerisco di vedere nel mondo il dinamismo e riscoprire che la nostra anima immortale è un principio attivo e attuale; essa non deve aspettare la morte per diventare il vero 'io' dell'uomo. Sin da adesso, io sono un'Anima; non ho un'anima.

Basterebbe insegnare questo ai nostri figli per cambiare il mondo. Tutto invece nasce e muore nel tempo e nello spazio, e così trionfano gli aspetti peggiori dell'uomo. Dimenticando di essere coartefici dell'universo, ci trasformiamo in termiti costruttrici di un castello di fango che cederà agli unghioni del formichiere.

 

Dov'è la radice della falsificazione e della impotenza di ogni dialogo umano? Non è forse nel fatto che, dimenticando di essere anima, siamo incapaci di conoscere il futuro, e vittime delle leggi del tempo, siamo costretti a costruire contrastanti previsioni. Né si può, per convivere in pace, attuare opposte proposte, perché lo vieta una generalizzata legge di impenetrabilità dei corpi, e di non contraddizione. Eppure, se i dialoganti si avvertissero anime immortali, potrebbero vedere nel futuro, e ognuno nei panni dell'altro, troverebbero una risposta comune.

Il lettore dirà che questa è fantascienza; per me è l'in sé del Cristianesimo. Ed infatti se il messaggio biblico non viene ridotto a proposte logiche, costruite in base ad analisi storiche (parità uomo-donna, sindacati, unità dell'Italia etc.), si configura come invito all'uomo a scoprirsi anima, a svegliarsi, a vivere oggi quanto si vivrà domani dopo la morte, a riscuotere la sua divinità.

In parole povere il libro della Genesi rivela che solo riscoprendo l'immateriale e l'invisibile, si può uscire dalle contraddizioni dell'esistere e dalla ineluttabile vittoria della menzogna ben orchestrata.

 

La riscoperta dell'anima è altresì il gradino ineliminabile per chiudere positivamente il dialogo ultimo con Dio. All'uomo giunto alla perfezione del livello animico egli propone di Sacrificare finanche la pace dell'immateriale (ed oggi invisibile) Giardino di Edem, cioè il Riposo dell'uomo anima, per ascendere alla sua destra nella divinità.

Se il cristiano non introita questo animico mondo immateriale e invisibile; e lo tocca come Abramo toccava Isacco; e lo ama come cosa bella che Dio stesso gli ha dato, non potrà mai offrirglielo, fiducioso di guadagnare una inimmaginabile situazione nuova in cui tutto sarà recuperato ed egli sarà oltre i limiti di se stesso.

Noi non desidereremo mai di vedere ciò che Cristo ci ha promesso, e cioè il Volto di Dio, né di sedere alla sua destra, se prima non cominceremo a sperimentare, con ogni possibile attualità, il Paradiso Terrestre, il luogo e la dimensione cioè della nostra anima immortale.

Fin quando l'io individuale e il noi sociale saranno le sole anime su cui si centra il nostro essere uomini, desidereremo unicamente l'orizzontale Giardino delle delizie. Praticamente oggi noi tutti ad esso aspiriamo. Lì si fermerà la nostra corsa evolutiva; e Cristo, venuto per offrirci la divinità, invano sarà sceso sulla terra.

Spero che il lettore abbia compreso lo spirito del mio discorso: riscoprire che insieme alla terra opera anche l'immaterialità del cielo; riscoprire che insieme all'io-noi umano, agisce in forma eminente la nostra anima immortale; riscoprire che siamo chiamati non solo al Giardino delle Delizie, ma a 'Vedere' Dio.

 

Il cooperatore invisibile nel racconto

Dopo questa grossa parentesi di riflessione, che mi auguro abbia chiarito il senso pratico del nostro discorso, torniamo al testo biblico, per chiedergli se veramente il Cielo, o se si vuole l'Anima dell'uomo, sono co-artefici dell'opera creativa.

Dicevamo che nel nostro racconto il cielo sembra scomparire dalla scena, ma a ben vedere, le cose non stanno proprio così. Ed infatti, se il dinamismo temporale riguarda indubbiamente la sola materia immersa nel tempo che proprio con essa e da essa si origina, quel 'Cielo', letterariamente silente come operatore, è pur sempre presente al centro di tutta la storia.

Dopo essersi in qualche modo identificato col 'firmamento' (1,8), esso infatti ricompare, come sotterraneo filo conduttore, a vv . 8, 9, 14, 15, 17, 20, 26, 28, 30 e riprende la sua posizione centrale nel settimo e conclusivo momento\ giorno ricollegandosi alla ‘terra’ (Ghe).

In conclusione si può allora dire che, nel racconto biblico, il 'Cielo' è sempre in qualche modo partecipe dell'opera dei sei giorni, e costituisce il momento terminale delle opere dell'Esamerone.

Né si può eccepire che nel racconto questo Cielo silente non sembra mai assumere la qualità di soggetto e non produce opere. Io lo identificherei con l'invisibile operatore nascosto sotto il fonema 'Oteos' (che vien inteso: il Dio); esso opera in tutti quei punti nei quali l'avanzamento evolutivo si attua ad onta del rifiuto dell'uomo di procedere oltre.

In questo senso il Cielo costituisce la parte 'ferma', l'asse incrollabile di un divenire che abbraccia la totalità del creato. Ed è proprio per il fatto che questo divenire si svolge nel tempo, che esso, nel racconto, viene necessariamente riferito alla materia (terra); essa sola infatti (e non il Cielo) giace nelle coordinate tipiche della. storia e cioè lo spazio ed il tempo (23).

 

 (23) Per intenderci possiamo riflettere sulla nostra vicenda umana. Qui, mentre il corpo ed

il 'mentale' costruiscono la storia dell'individuo, che continuamente si rinnova e muore, ciò che funziona da punto stabile di riferimento è un quid di vivente e di stabile che noi chiamiamo 'io'. E sarà proprio l'Io di Cristo il punto stabile e conclusivo della storia complessiva dell'umanità e quindi della dinamica e della struttura finale della Vita.

 

Il cooperatore visibile

Se l'invisibile è coartefice della creazione, non lo è di meno la terra, cioè la materia ed il corpo (io-noi) dell'uomo. La Bibbia lo dice chiaramente. La terra infatti è 'colei che, qui in basso passa (Ka iten , ghen) espressione che allude ad un divenire.

Inoltre, sul piano letterario, si assiste ad un cambiamento di soggetto da v. l a v. 2; la mano passa da Dio alla terra, che da ora in avanti sarà attrice del processo evolutivo.

Affermando che la terra era non vista e non strutturata, poiché è impensabile che queste situazioni fallimentari e caotiche, possano dipendere da Dio, l'agiografo conclude che la terra ha operato (seppure negativamente) immediatamente dopo la divina creazione. Se per propria colpa essa è caduta in uno stato di morte, ciò implica e presuppone una sua capacità ad operare autonomamente.

Spostando il discorso sull'uomo, questo aspetto negativo (suggerito nel 2° versetto) costituisce come la sintesi cifrata del cd. peccato originale narrato nella storia successiva.

La conclusione è dunque questa: l'operare dell'uomo nella sua dimensione materiale (io-noi) è gravido di conseguenze negative. Tutto il creato è nato per vivere, come ribadisce il libro della Sapienza; se la morte è entrata nel mondo ciò è colpa del creato e quindi dell'uomo. Il v. 2 va letto in senso oppositivo al primo: Dio fece (come cose buone) il cielo e la terra, Ma la terra si ridusse

larvale e scompaginata. Non è forse questa l'esperienza che soffriamo quando svuotiamo un amore?

 

L'uomo da sempre

 In conclusione, i cd. Sei Giorni sono la storia della grande e dinamica Creatura uscita dalle mani di Dio (On \En), e delle forme da essa liberamente assunte nello sforzo di diventare autocosciente.

L'uomo (terra\Cielo) è stato ed è l'attore del creato fin dal primo momento, quando ancora storicamente non esisteva una forma animale corrispondente a quella presente.

L'uomo è sempre esistito, anche prima di costituirsi nella struttura attuale; quella che, con un certo semplicismo, noi proiettiamo nel passato .rivestendo Adamo delle nostre attuali fattezze e caricandoci di una serie di inutili ed irrisolvibili contrasti con la scienza.

Quando è nato Adamo? Lo identificheremo nell'ominide, nel pitecantropo, nell'uomo di Cro Magnon? Che capacità relazionali aveva alle origini? Sapeva fare astrazione dalle cose? Questi e tanti altri interrogativi che hanno fatto spremere le meningi degli studiosi, perdono significato se si accede ad una visione fluente del creato; se l'uomo invece che essere un singolo, quale certamente è, viene innanzi tutto colto in progressione, come soggetto esponenziali, dell'unica grande vita creata da Dio.

Abbiamo costituito un limite artificioso, che si rivela poi insuperabile; ponendo alla base della nostra cultura l'archetipo della mondana individualità.

Nella matematica, nella fisica, nella biologia, dovunque, noi insegniamo ai nostri figli l'Unità come monade, come un 'per sé'. Poi ci lamentiamo che essi sono individualisti e non sanno sperimentare comunità, comunione, e comunione dei santi.

La Chiesa resterà per molti una semplice Associazione (con pretese di divinità); per pochi una comunità; per pochissimi una comunione. E ciò finché non sostituiremo all'archetipo base Uno, l'archetipo che la Bibbia suggerisce alla fine del racconto: il Cosmo.

Parallelamente, se insegneremo la primazialità della materia come prima creatura di Dio, oggetto del suo atto di amore creativo, come potremo pretendere che l'uomo creda all'invisibile, che dialoghi con chi non vede, che dia maggiore credito a ciò che non tocca, rispetto all'evidenza delle cose.

Sono queste le preoccupazioni che mi spingono ad annunciare che Dio creò la vita; che il mondo è un dinamismo e non una cosa; che l'uomo in tutto l'arco della sua evoluzione passata e futura è l'individualizzazione massima dell'unica e grande vita.

Questa tesi si sta facendo largo finanche nelle scienze umane, ma è ignota alla predicazione corrente. Eppure la scoperta del DNA, della memoria della forma nei metalli, degli uteri stellari che creano la materia, della relatività del tempo e dello spazio, sono tutti indizi di qualcosa di diverso. Io spero che il biologo inizi le sue lezioni partendo dall'essere vivente per scendere alla cellula; che il matematico inizi dall'insieme per giungere all'unità; che il medico studi prima la realtà dell'uomo vivente e poi la sua malattia. .

La Genesi descrive un uomo che esisteva prima di esistere. Dire uomo è dire vita; non solo sacco di pelle che con tutto il suo contenuto finirà nel cestino dei rifiuti.

L'uomo ha la memoria della vita; ha la memoria di tutto il passato; ha il ricordo vivo del momento vibrante del nascere della vita; ha la nostalgia del Creatore. Mi vado sempre più convincendo che tutto ciò che quanto chiamiamo 'invenzione' è rivelazione, ricordo, e poi copia di ciò che siamo. In metafora, ma non tanto, vorrei definire l'uomo come il D.N.A. della vita materiale ed immateriale, come la sua viva ed operante coscienza .


 

 

 

<III> Il 'creare' dell'uomo ,

 

SOMMARlO:

- Un uomo di secondo ordine;

- L'uomo è da sempre;

- L'uomo esecutore di ordini?;

- L 'anima creatrice;

- L 'invito di Dio a creare la vita;

- La riprova testuale;

- Come partecipare alla creazione;

- Il fare divino,

- Creare dal nulla o creare divino?;

-‘Creare’ esplicitato dalla Rivelazione;

- Dire e vedere cose buone;

- Gli altri verbi dello racconto;

- Distinguere per unire;

- Nominare; -Stabilire;

- L 'uomo/cosmo: le prime due benedizioni,.

- Io singolo, e 1° benedizione;

- Uomo per gli altri: 2' benedizione;

- L'uomo/cosmo: la 3° benedizione;

- L 'uomo/Santo: fa Santificazione;

- Gli imperativi della creazione;

- Qualche conclusione,

 

Un uomo di second'ordine

Dai catechismi impariamo una cosa bellissima e cioè che l'uomo, per gratuito dono del Cristo risorto, è diventato Tempio dello Spirito Santo e quindi è un essere teandrico, cioè umano-divino. Questa verità della nostra fede rimane però nel limbo delle enunciazioni verbali, senza produrre nessun apprezzabile effetto nella psicologia dei credenti e di riflesso nella cultura religiosa e civile.

Il mondo occidentale, che pur si dice erede della tradizione cristiana, ignora completamente la divinità dell'uomo e si radica invece su due pilastri che ad essa sono antitetici:

a>    la materia, come prima realtà del creato;

b>    l'origine materiale della persona umana, considerata nella sua essenza una macchina biologica che accoglie un'anima di tutt'altra provenienza. Non va dimenticato che per secoli si è sostenuto che il feto veniva animato al quinto od ottavo mese.

 

In pratica, per un verso l'uomo è esaltato sopra le stelle, per l'altro lo si considera un essere di second'ordine. E poiché l'esperienza ci orienta verso quest'ultima definizione, la prima finisce con l'assomigliare al blasone, rutilante di ori, di una famiglia nobile che non ha più un soldo.

In una società, come la nostra, che considera equivalenti 'materia' e 'realtà', per cui è reale ciò che è materiale, si è naturalmente formata una concezione che privilegia la 'storia', cioè gli eventi del mondo. Il cavallo di Troia, che ha permesso a questo atteggiamento di invadere la prassi ecclesiale, è costituito da accattivanti formule teologiche e scritturistiche; per esempio: - 'Beni eterni', 'Storia della Salvezza', 'Storia sacra come storia del Popolo Eletto'. Sembrano verità di fede, e sono solo teologie, tentativi cioè di spiegare il mistero della fede. Per due millenni la Chiesa ha vissuto senza di esse.

Intendiamoci, io non voglio negare questi modi di dire, ma solo denunciare che, come l'omerico cavallo, essi portano nel ventre l'idolatria della materia che naturalmente è gravida di tempo, spazio, esclusività, etnie, istituzioni etc. Oggi la predicazione della fede si attarda ad inseguire la storia di un fantomatico 'popolo ebreo' (a far tempo dal duemila avanti Cristo); si compiace magnificando la consistenza storica della Chiesa e del suo pontefice. Poco spazio rimane per cantare l'anima dell'uomo, il Giardino delle delizie, e il Volto di Dio.

Uscir fuori della storia è impossibile; siamo annegati in essa; e comunque sarebbe falsificante. Ma neppure bisogna dimenticare che proprio dalla storia Cristo ci salva, ricollocandoci nell'attualità perenne della divinità. La nostra esperienza di cristiani non si colloca solo nel foglio quadrettato dell'esistenza, ma anche nel Sono di Cristo; di colui che disse: 'Prima che Abramo fosse, io sono',

Rifletta il lettore sul deficit di 'attualità ' che impoverisce la Chiesa; Invece di offrire ora e qui la soluzione che lo Spirito le ha pur concesso di attuare, essa annunzia a moribondi ricette mondane che (forse} salveranno i loro nipoti.

Una religione può vivere di passato e di futuro, ma una fede vive solo di presente.

 

In questo clima culturale, la tendenza a storicizzare a tutti i costi la persona di Gesù, concorre ad emarginare il cuore stesso della fede cristiana.

C'è chi pensa che il Cristo avanzi quanto più le scienze storicistiche ne notomizzano l'evento. Così ha successo nella Chiesa lo 'scienziato' e non l'uomo di Dio. Quest'ultimo è considerato certamente utile, ma solo dopo la morte, quando da fastidioso testimone si tramuta in antenato famoso.

Il discorso ecclesiastico, orientato in tal modo, sta diventando sempre più orizzontale. A molti, che non si lasciano ipnotizzare dallo spettacolo, la Chiesa mostra un volto riduttivo. Essa sembra tendere , alla pace orizzontale del Paradiso Terrestre del VII giorno; e non alla santità, cioè alla contemplazione del Volto di Dio. Al Paradiso terrestre guidava già la 'Giustizia' della Legge, cioè del VT; compito della Chiesa è testimoniare la santità, risvegliando le anime. Ma chi pur si adopera a questo, resta oscurato dalla troppo esaltata visibilità della Chiesa istituzionale.

 

La lettura storicizzata dell'evento Gesù, il ridurlo cioè ad un punto della storia, ad un evento che ha un suo prima e un suo dopo, fa dimenticare che l'Incarnazione è un momento dell'unico ed atemporale processo creativo, restando collegato (né poteva essere diversamente) ad uno specifico tempo e ad un limitato spazio.

L 'Incarnazione di Dio è mistero che ogni uomo vive nello spazio ridotto, eppure potenzialmente infinito, della sua esperienza mondana. La Chiesa lo afferma quando rivela che in Cristo fummo creati, ed in Lui siamo salvati; quando ripete che Cristo è ieri, oggi e sempre; che egli è Alfa ed Omega. Quando riconosce che 'In interiore hominis habitat Veritas '.

Chi ragiona e predica nei riduttivi parametri storicistici, presenta al cristiano una umanità spaccata in due tronconi dall'evento Gesù; quello di prima (dall'ominide fino a Gesù), qualificabile solo in senso meramente umano; quello del dopo Gesù nel quale ci siamo noi 'Figli di Dio' e 'Templi dello Spirito Santo'.

Nascono allora tante domande: Ma che colpa avevano quelli oche precedettero Gesù? Si salvano? Si perdono? Domande che neppure sorgerebbero se si contemplasse il mistero del creato e dell'uomo dal lato di Dio, e cioè fuori dello spazio e del tempo; se si impiantasse il discorso non sulla storicità dell'io psicologico, ma sulla eternità dell'anima. In questa ottica infatti il creato e l'uomo nella loro interezza risultano comunque e sempre in Cristo, posto che in Lui tutto fu creato, e tutto viene salvato.

 

L'uomo è da sempre

Chi vuole investigare la natura ed il destino dell'uomo, chi vuole delineare una antropologia teandrica, deve dunque ragionare in termini complessivi e totalizzanti, e rilevare come già dicevamo la presenza di una umanità Vivente sin dalle prime battute del processo creativo. Il singolo uomo è simile allora ad un rollino fotografico avvolto su se stesso, che contiene tutte le immagini della vita.

Perché il mio pensiero sia più chiaro, rifletta il lettore che il periodo fetale viene considerato, a tutti gli effetti, storia dell'uomo nato e divenuto adulto; eppure, nei primi tempi della vita uterina, non c'è nessuna somiglianza fra il feto e l'uomo che ne deriverà. Manca una riconoscibilità morfologica, eppure quell'uomo specifico è già tutto presente, tant'è che ne condanniamo la soppressione.

Non diversamente bisogna ragionare quando si pensa alla nascita dell'umanità. La creazione è sempre stata uomo (per fetale che era ed è); e Cristo incarnato è stato sempre il ventre materno che ospitava il tutto,

Muovendoci in questa ottica, noi consideriamo l'uomo come il volto del Ciò che è creato da Dio, e lo seguiamo, partendo dall'origine, nelle tappe della evoluzione coscienziale del creato.

Non ci interessa cogliere i momenti cd. storici dell'evoluzione dell'essere umano (dalla scimmia al sapiens\sapiens), ma la sua presenza. Essa fu ovviamente solo 'seminale' all'inizio, e via via divenne sempre più piena, per culminare nella persona dell'uomo perfetto, Gesù.

Adamo è allora la persona stessa della Vita creata da Dio.

La II storia della creazione attesta questa verità, descrivendo un uomo presente sin dal primo momento, sicché egli può essere identificato con il materializzarsi del Quid atemporale ed immateriale uscito dalle mani di Dio. Per paradossale che sia, si può affermare che l'uomo ebbe origine fuori dello spazio e del tempo.

 

Uomo in senso ampio significa ancora Processo di coscientizzazione del creato chiamato da Dio all'esistenza. Dire che l'Adamo fu fatto dalla terra, non equivale certo a svelare l'infima natura del suo essere, sicché l'uomo ne esca mortificato.

 

A mio giudizio, il Genesi non vuol attestare primariamente che l'uomo è terra, ma piuttosto rivelare l'intima connessione fra il creato immateriale e l'essere umano. In forza di tale identificazione, ogni creatura (materia), che nella sua specifica singolarità ha costituito il primo vagito personale del Creato, era già Uomo, e si chiamava Adamo. Rifletta ancora il lettore come in ogni processo di avanzamento, a partire dal trasformarsi della vibrazione creativa (Aute) in corpuscolo, permangono le stigmate sia della immateriale vita primordiale (anima immortale), sia della divinità che ne rappresenta l'orizzonte ultimo (Santità).

In questo senso, Paolo parlava di predestinazione dell'uomo; e il nome 'Adam' veniva interpretato come 'terra rossa' per indicare non certo la presenza di sali di ferro, ma piuttosto l'ardore finale dello Spirito.

Se si accettano questi presupposti non apparirà scandaloso affermare che l'uomo è artefice, insieme a Dio, di questo universo. Il suo potere, che gli viene dalla spinta creativa (il 'disse' di Dio), consiste nel guidarne il Ritorno a chi lo generò. L 'uomo creatore è dunque uomo del ritorno; una affermazione questa che si ripete, con parole diverse, nella predicazione della Chiesa.

Chi di noi dunque vuole imitare Gesù, e non solo nel ridotto profilo della sua umanità, ripeta quelle parole che ci sembrano solo sue e appaiono estranee e distanti da noi. Dica: "Io sono la Via " perché la Via del Ritorno si identifica in chi, nella sua anima, personalizza il creato; in chi nello Spirito ricevuto da Cristo,. si fa guida (Arcon) di tutto, in una inimmaginabile ascensione nella divinità di Dio.

 

Come già si è visto, il Genesi in più punti annuncia questa funzione attiva di noi piccoli esseri della terra, gravati dalle mille pressioni del mondo circostante; in più punti la Parola di Dio ci riscatta dal determinismo della materia, e ci proclama Principi di essa, Voce e Mente di tutte le creature (V canone).

Nessuno tuttavia potrà godere di queste esaltanti rivelazioni, se non intenderà adeguatamente la sacra Scrittura, evitando di assimilarla agli umani prodotti della cultura umana; se non aprirà il suo orecchio interiore all'ascolto di Dio.

 

Per far ciò l'ascoltatore si ponga non già in relazione con la propria difettività esistenziale, ma orientato all'interlocutore divino. La lettura Mistica, tanto irrisa ed emarginata, in quanto mira a Chi parla e non al suo scritto, è in pratica l'unica veramente fruttuosa.

 

L 'uomo esecutore di ordini?

Il Vaticano II ha intuito che il vero problema consiste nel superare una visione materialistica dell'uomo, ed ha suggerito di riscoprire la Mistica come incontro di soggetti (uomo e Dio). Ha suggerito di non paralizzare il cristianesimo in una ascetica che nella pratica si trasforma poi in buonismo, e offre all'uomo come ideale un mero atteggiamento virtuoso.

Riscoprire invece Dio come interlocutore (è questa la forza intima dell'Islamismo) equivale alla dimenticanza del proprio ‘io' mondano, e al tempo stesso a cercare Dio (come autentica essenza dell'essere umano); questo proprio è la mistica.

Ma faccia attenzione il nostro lettore, la vera mistica (Francesco lo insegna) consiste nel cercare Dio non in quel cielo che spesso è solo emozione, bensì all'interno di se stessi.

In questo speciale senso intendo la scritta che si dice fosse scolpita sul frontale del tempio di Apollo (Dio solare) nella città di Delfi. Non già un psicologico: 'Conosci te stesso', ma un teologico: Conosci te stesso ardente (se auton); un invito cioè ad impadronirsi della propria essenza solare e divina.

A mio giudizio, la partita degli anni duemila si gioca non su adunate oceaniche a piazza San Pietro, ma su questo radicale cambiamento di sensibilità: sapersi cioè un essere vivente, divino, e non un piccolo uomo \ mongolfiera chiamato a volare senza avere le ali, e dannato a subire le ingiurie della materia. Definirsi un eterno dialogante con Dio, Colui che non si vede.

Né il lettore tema di seguirmi per la strada che gli sto indicando. Quanto ora ho detto non è certo una novità, anche se mai ha decollato come fenomeno di massa. Queste verità sono rimaste circoscritte a individui o piccoli gruppi (penso ai francescani della prima ora) chiamati con qualche vena di ironia: Mistici.

Il lento, ma inesorabile tramontare degli antichi ordini religiosi dipende anche dall'avere coperto di orizzontalità (istituzione, regolamenti, etc.) la personale e concreta testimonianza della divinità (santità) dell'uomo durante la sua esistenza corporea. Non doveva forse muoversi in tal senso la riforma auspicata dal Vaticano II? (1)

 

(1) In questa ottica, ora noi cercheremo di investigare nel testo l' agire dell'uomo creatore. Lo faremo lasciandoci suggestionare dai verbi, cioè da quella parte del discorso che è specificamente deputata ad esprimere l'azione. Considereremo le forme verbali usate dall'agiografo come una traccia, un filo di Arianna, che consente di cogliere la struttura dell'agire teandrico dell'uomo. Dell'uomo che crea, che guida cioè l'universo ad evolversi verso la pace del VII giorno, e più oltre ancora a ritornare, come una Eco, a Chi 'disse' la prima voce di creazione.

 

Noi siamo dunque dei creatori di Ritorno; ma, o non lo sappiamo, o lo abbiamo dimenticato.

Studiando i catechismi e ascoltando la predicazione corrente ci siamo formati l'idea di un Dio che opera e di un uomo che passivamente calca la scena del mondo. Ad esso Dio rivolge dei comandi che egli è tenuto ad eseguire.

Questo schema è tanto chiaro quanto afflittivo per l'uomo, poiché infatti non si riesce ad attuare la volontà di Dio, noi tutti ci sentiamo perennemente condannati, quali infedeli mandatari, alle pene del purgatorio o dell'inferno, .

Una visione triste e una speranza desolata, tanto contrastante con la parola 'Padre!' da metterci in profonda crisi interiore.

E poiché i comandamenti di Dio, insieme alla sua ira ed alla sua violenza, li troviamo tutti nell'Antico Testamento, finiamo con l'aderire (senza saperlo) all'eresia di Marcione, Oggi molti ritengono che il VT è un qualcosa da dimenticare, da emarginare, da considerare finanche abrogato. E se la cosa non è tanto evidente, ciò dipende solo dal fatto che il Magistero si preoccupa di condannare le cose 'Scritte', ma si distrae sui fenomeni di massa (2).

 

 (2) Marcione considerava che il VT era il prodotto di un Dio cattivo che non corrispondeva al Padre di Gesù.

 

L’anima creatrice

L 'uomo non è né passivo, né mandatario di mille prescrizioni (quel decalogo che non si riesce ancora ad inserire nel precetto dell'amore). È questo un punto che il lettore deve riflettere bene,

L'aver circoscritto il rapporto Dio-uomo all'esecuzione dei precetti divini ha prodotto non pochi guasti.

 

Facciamo un esempio. Se l'obbedire implica una coscienza vigile ed una capacità decisoria, che può mancare a volte per l'intera vita (decerebrati, folli etc.), non rischiamo di degradare il Cristianesimo ad un'etica che si rivolge solo ad adulti intelligenti?

Per ovviare a ciò io cerco di bypassare i problemi, e vedere nell'uomo un autentico collaboratore di Dio, non nell'eseguire i suoi mille mandati, ma nel realizzare liberamente la grande opera della Creazione.

In tal senso ritengo troppo infantile, e per un certo verso sviante, presentare un Dio che ci affida delle cose, ci comanda di usarle in un certo modo, ci promette dei Beni eterni. Per me tutto è molto più bello, ed ha il sapore esaltante della unità e della libertà. Ricorderò allora che il profeta Ezechiele, quando insegna che l'unico precetto e l'unico compito dell'uomo è la Vita, fa dire a Dio; "Vivi come l'erba del campo". Ricorderò Paolo che gli fa eco quando proclama la libertà dei Figli di Dio'.

 

Le caratteristiche dell'uomo che collabora con Dio alla perfezione della creazione sono la

Libertà e la Vitalità. Ma è possibile, mi chiedo, esprimere queste due qualità? Già vedo che il lettore scuote il capo, ricordando le sue debolezze, le sue schiavitù, i suoi piccoli e grandi egoismi. Cercherò allora di chiarire un altro punto che solleva, lui che legge ed io che scrivo, dall'angoscia di vedere un orizzonte splendido, e al tempo stesso di sentirsi incapace a raggiungerlo.

Come dicevo prima noi siamo intossicati di storicità; noi siamo impregnati di un sottile materialismo, per cui ciò che conta sono le cose, ed insieme ad esse le manifestazioni del nostro corpo e della nostra mente. In pratica noi siamo degli 'Io\ Noi' che gestiscono il corpo e le sue operazioni e relazioni. Abbiamo quindi dimenticato che siamo anche un'anima immortale.

L'anima è per noi un qualcosa che sta da parte, che a volte rompe, ma che fortunatamente non sembra capace (e forse non è vero) di castigarci con una malattia o con una tristezza. In pratica è un buon argomento da salotto, uno spazio di evasione per qualche minuto di elevazione, ma sempre e comunque essa resta aliena al nostro essere uomini.

 

La Genesi afferma invece che l'uomo è creatore proprio quando, volendolo o non volendolo, coscientemente o incoscientemente, si centra sull'unico autentico Io che lo sostanzia: l'anima immortale, quella cioè che non finisce al cimitero.

Quando egli è anima, allora le operazioni del corpo e della mente assumono una qualità nuova, perché si centrano non sulla coscienza esistenziale, ma sulla vita.

Allora l'uomo è creatore, e si accorge, proprio nella sua anima che è vigile anche mentre dorme o non pensa, di guidare il grande Ritorno a Dio. Allora avverte la vertigine di poter essere 1'Io della Vita creata, il giardino di Edem per tutta la creazione.

 

La Chiesa esalta questa collaborazione quando celebra il 'Si' di Maria alle parole dell'Angelo, e quando canta "L'anima mia magnifica il Signore". Con maggiore aderenza al passo lucano, a me piace leggere così questo testo: "La mia esistenzialità animica (Psuchè) fa crescere il Signore". Qui vedo lo splendido riflesso dell'uomo creatore.

Provi il lettore a ripetere la mia traduzione, riferendola non a Maria, ma a se stesso. Ne ha il diritto perché ogni teologia mariana è pur sempre teologia dell'uomo. Provi a cogliere la relazione fra la sua esistenza e la crescita del Dio incarnato; si senta come ventre di carne, ma pregno di vita. Scoprirà allora che la sua funzione creativa non fonda sul suo cervello e sulla sua emozionalità, ma sulla sua anima; comprenderà che il suo creare non ha come oggetto la costruzione di dighe, mausolei, fabbriche o macchine, ma in un certo senso l'edificazione di Dio stesso che si è fatto uomo.

In una parola goda l'uomo di essere incinto di vita, generatore della perfezione del creato.

Quando non gli basterà sentirsi implicato con il suo 'Io' ed il suo 'Noi', scavando dentro di sé scoprirà che la sua Anima è incinta di vita; che egli, come anima, è incinto di Dio.

Questi traguardi ognuno di noi li cerca, anche senza saperlo; perciò si viaggia fino al Tibet; perciò si celebrano riti misterici; perciò a volte si cerca il delirio della droga. Che se, invece di ragionamenti, offrissimo ad un drogato un tangibile paradiso di vita, forse veramente lo libereremmo dalla schiavitù in cui è caduto, per fame di un uscita dal mondo.

 

L 'umanità, che nel vangelo è impersonata da Maria, ha veramente motivo di esaltarsi quando Scopre la sua suprema dignità, pur nella squallida realtà dell'esistenza.

Era orgoglio di ogni donna mettere al mondo un figlio; è orgoglio del cristiano edificare se stesso, e così facendo, Costruire il Corpo di Cristo, cioè la Chiesa come perfezione ultima del creato.

Ad ogni uomo è dato di vivere questo momento esaltante, perché, nella sua singolarità inabitata dallo Spirito, egli è Chiesa.

 

Spigolando i Vangeli si scopre che la coesione operosa fra la creatura ed il Creatore costituisce il tema dominante della predicazione di Gesù. Egli è il Grande Servo che cerca altri servi, perché collaborino a far evolvere la creazione, a guidarla nel suo ritorno.

In particolare rifletta il lettore sulla finale del vangelo di Matteo, laddove Gesù dice: "Andate e fate mie tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo".

A mio giudizio questa missione non ha come suo contenuto la costituzione di una religione; non vuole mettere su una associazione di uomini, ma attuare una trasformazione (battesimo) ancora più grande della pacificazione del mondo per il VII giorno; una trasformazione che abbia come effetto la divinità.

L 'invito di Gesù è rivolto ad ogni singolo uomo (il battesimo individuale); è rivolto a chiunque si è fatto Volto ed Anima del ‘Ciò che è' (On) creato da Dio alle origini, ed è perciò maturo per costituirsi creatore di divinità.

 

L'invito di Dio a creare la vita

Di questa fede della Chiesa, fondata sui vangeli, ora cercheremo i fondamenti nel libro della Genesi. Unico è infatti lo Spirito che regge Scrittura e Chiesa.

Andiamo allora al cuore del problema, al momento più alto ed impegnativo di questa collaborazione, per essere così certi che essa abbraccia tutta la creazione. Meditiamo il punto (1,26) in cui Dio propone all'uomo: 'Facciamo' un figlio comune, facciamo il Cristo vero uomo e vero Dio'. Un momento sponsale che attesta un lungo fidanzamento; garantisce cioè fuor di metafora, che già si è svolta una ampia attività operativa comune a Dio ed all'uomo.

 

Il profeta Isaia, che certo intuì la grandezza dell'evento, annuncia la nascita di un Figlio come momento perfettivo del tutto. A sua volta la Chiesa, cantando ripetutamente Alleluia, proclama al mondo che il creato e Dio hanno costruito insieme un Figlio. In greco 'Allelo-uia' significa infatti proprio questo: 'Un figlio di entrambi' (3).

(3) Vedi il mio saggio: "Alleluia, annuncio dell'incarnazione{il salmo l50)"in Scuola Cattolica Oggi, n. 2 Aprile\Giugno 1996 - Napoli.

 

Fermiamoci a riflettere questo specialissimo atto di collaborazione che rappresenta la perfezione di tutti quelli che lo precedono.

Ma prima di tutto sgombriamo la nostra immaginazione dalle visioni apocalittiche che ancora vengono ripetute da alcuni pulpiti. Quando io penso alla fine del mondo, non vedo sconquassi stellari e rimescolamento dell'universo, ma ascolto un silenzio profondo e il vagito di un neonato. Natale per me è la fine del mondo.

La conclusione del nostro mondo, quel VII giorno celebrato da Agostino nella pagina conclusiva delle sue Confessioni, è qualcosa di molto più bello, di molto più vicino a noi che stiamo meditando. Il mondo finisce quando un uomo mette al mondo un figlio, non nella carnalità di Ismaele, ma nella teandricità di Isacco; un figlio comune a lui ed a Dio, come a madre e padre.

La grande opera che conclude tutto e che costituisce l'uomo creatore, immagine del grande Creatore, consiste in pratica nella nascita di Gesù e di chi a lui si assimila.

Ogni volta che un essere umano viene battezzato, la creazione raggiunge la sua perfezione. Ed infatti Gesù (ed in Lui ogni Figlio di Dio) costituisce sia l'inaugurazione del Paradiso Terrestre del VII Giorno che conclude la prima creazione orizzontale, sia il salto inaudito del creato nella dimensione della divinità (seconda creazione).

L'uomo che era il nocciolo intimo dell'Essenza creata da Dio, divenuto perfetto, costituisce il luogo vivo e personale in cui il creato si ricapitola. Ogni Santo di Dio è il graspo intorno al quale, a mo' di acini, si raccoglie tutto l'universo creato.

 

La riprova testuale

Questa grandiosa rivelazione, che rifonda ogni antropologia, e che dona all'uomo una dignità che sopravanza quella dell’Io individuale e della persona, vien enunciata nel primo racconto della creazione attraverso la lapidaria espressione. di v. l, 26: "Facciamo l'uomo". Malati come siamo di mediocrità, preferiamo intendere questa forma del verbo (divino) 'fare' come un plurale majestatis, quasi che, da Re, Dio dicesse: 'Noi facciamo'. Eppure nel prosieguo del racconto, lo stesso Dio, forse dimenticando la sua regalità, parla al singolare (vedi v. l, 29: "Vi ho dato") (4).

 

(4) Avverto che il 'poiesomen' può diventare 'poieso men' sicché il verbo diventa singolare.

 

Sul piano lessicale, il 'Facciamo' suona in greco: 'Poiesomen'; un congiuntivo aoristo medio che andrebbe tradotto 'Facciamo per noi'.

Dal punto di vista teologico, a me pare che questa specifica forma plurale del verbo 'fare' ha una sua autonoma valenza rivelativa. La ritrovo infatti in altri passi dall'indubbio significato teologico. Perciò non la banalizzerò e la intenderò come un vero e proprio momento cerniera all'interno del racconto (5).

 

(5) 'Poiesomen' è innanzi tutto un futuro, aoristo, sicché va tradotto con 'faremo l'uomo"; è poi una forma cd. 'media' la quale rivolge l'azione verso chi la compie. Nel Genesi la parola è poi ripetuta altre tre volte, in momenti decisivi, e negli Atti degli Apostoli ricompare nel racconto della Pentecoste (2, 37). In particolare il nostro 'faremo' ha per obiettivo, a v. 1,18 il misterioso aiuto 'Boetos' offerto da Dio ad Adamo; a v. 11, 4, un 'On Oma' che si può intendere 'essenza comunionale'; ed infine a v. 35, 3 a proposito di 'un altare di profumi'.

 

Per il lettore che intende andare più oltre, aggiungerò qualche altro spunto di riflessione, sia in ordine alla specialità del nostro 'Facciamo', sia quanto alla partecipazione dell'uomo all'evento creativo.

A> Cominciamo dalla diversità del nostro testo rispetto agli altri che ad esso si rassomigliano.

Rifletta il lettore al fatto che, per tutte le opere già effettuate nei cinque Giorni, la procedura è stata diversa; Dio infatti dispone che le cose 'siano', comandandone a volte l'esecuzione a quanto già è stato creato, o procedendo egli stesso a realizzarle. Al contrario, ora Dio rivolge il comando (o invito) anche a se stesso: 'noi faremo' comprende anche un 'Io farò'. Questa previa deliberazione, che manca per tutte le altre opere, fa pensare che si sta verificando qualcosa di totalmente nuovo.

B> La finale del racconto ha qualcosa da suggerire in ordine al se l'uomo sia un creatore unito a Dio. Le ultime tre forme (singolari) del verbo 'fare' (ivi contenute), richiamano le opere già compiute da Dio con una formula temporale che mal si attaglia alla divinità. Dice infatti: "Che aveva cominciato a fare". Quest'ultima espressione, che sta stretta a Dio, si attaglia perfettamente all'uomo che opera nel tempo. Essa consente di distinguere un'opera creativa cominciata da Dio (l'On), ed un'opera secondaria che ne rappresenta la .prosecuzione e che si svolge nel tempo ed ha per soggetto 1'uomo (i giorni).

C> Ad identiche conclusione conduce la storia della 'costola di Adamo' (II racconto); essa, che simbolizza l'uomo mortale, diventa collaboratrice di Dio nella formazione della nuova superiore realtà, iconicamente espressa nell'immagine della Donna.

D> L'ultima considerazione vuole risolvere una difficoltà. Potrebbe il lettore obiettare che l'uomo non è mai presente come creatore nel primo racconto; solo Dio sembra operare nei sei Giorni.

A questa eccezione rispondo:

a) la teologia che suggerisco non poteva certo essere esposta in superficie perché sarebbe stata letta in forma falsificata. L'esoterismo era d'obbligo.

b) L'uomo al quale mi riferisco, come già ho chiarito, è il nocciolo personale del 'Ciò che è' creato da Dio.

Non se lo immagini il lettore come un Silvester Stallone. Ricordi che esso era inconoscibile perché non possedeva ancora le fattezze fisiche e mentali che via via ha assunto; che era essenzialmente un'Anima e, dal punto di vista corporeo, il feto di ciò che poi sarebbe stato.

c) Sul piano strettamente testuale a me pare poi di individuare l'uomo creatore nell'espressione che ordinariamente traduciamo 'Iddio'. Essa in greco suona: 'oteos' e, compitata 'Ote eos', significa: Colui che gli appartiene, e dunque indica proprio l'unico altro soggetto in scena, e cioè l'uomo.

 

Alla luce di tutte queste considerazioni, spero che il lettore possa godere della consolante conclusione della nostra rilettura.

Avendo Dio per compagno, ogni più piccola azione mondana si tramuta in 'opera di Vita',. ed ogni attimo assume un valore infinito.

La divinità offerta da Cristo, si rivela, in forza di questo verbo, come il dinamico incontro della creatura con il suo Creatore, e proprio nell'atto del creare. Essere infatti immagine somigliante di Dio significa imitarlo in una sua qualità che certamente conosciamo: Egli è creatore di esistenza e di Vita divina.

Solo recuperando questo collegamento operativo con il suo creatore, l'uomo conosce la grandezza alla quale è stato chiamato e sa resistere alla tentazione delle pseudo grandezze che la sua individualità gli fa desiderare.

Il 'serpente' dell'egoismo sempre in agguato, quale parte più bassa di noi, cerca continuamente di convincerci che siamo 'canna pascaliana', in balia di un universo materiale che, come sommo ed amaro premio, ci concede di sapere che ci sta ammazzando. Per far ciò, il serpente cerca di uccidere la nostra anima; di tapparne gli occhi e la bocca; di abbandonarci alla nostra caducità.

Il resto lo facciamo noi che non abbiamo la forza di escindere l'occhio miope della nostra esistenzialità, e guardare con quello dell'anima immortale.

 

 

 

 

Come partecipare alla creazione

E veniamo al tema specifico della nostra meditazione. Chiediamoci in che modo l'uomo riesce a farsi con-creatore, e quando sperimenta il terzo stadio di coscienza e la sua divina capacità operativa.

Per rispondere a questo interrogativo non ci resta che rileggere il racconto della creazione e puntualizzare il significato delle azioni descritte. Esse proprio costituiscono il paradigma operativo del cristiano che, per recuperare anima e santità, si assimila al Dio che crea, e diventa 'immagine somigliante' del Creatore-Padre.

Proprio la capacità creativa costituisce il tratto distintivo della creatura Vivente.

Con questa certezza, continueremo la nostra analisi, lasciandoci guidare dai 'verbi' usati dall’agiografo, che considereremo come un sistema unitario che si illumina dall'interno, nel senso che ogni azione si riflette sulle altre. .

Noteremo allora che il fare si esplicita in un dire\vedere; si esprime poi in un individualizzarsi reso dai termini distinguere e riunire; si perfeziona nel benedire; si autotrascende nel santificare. I verbi del nostro testo, da banali espressioni letterarie, si tramuteranno allora per noi in via di Grazia (6).

 

(6) Un avvertimento per il lettore: quanto precede e quanto segue non vuol essere una esercitazione filologica, una riflessione fine a se stessa; lo rassomiglierei piuttosto ad un origliare, aprendo uno spiraglio, sul mistero dell'atto creativo di per sé indicibile.

La creazione, che pur resta un atto unico e fontale di Dio, se viene conosciuta dall'uomo, gli permette di parteciparvi. Ciò è possibile solo per dono di Dio; e non per una propria intrinseca capacità.

 

Il fare divino

Nel nostro testo l'agiografo usa molti verbi per indicare l'azione creativa di Dio. Ha messo così in difficoltà chi si prova a collegare fra di loro sistematicamente: Fare, Dire, Vedere, Dividere, Stabilire, Benedire, Santificare, Portare a compimento, Riposare (7).

 

(7) 'Poieo-eipon-eidon' sono i tre verbi fondamentali della storia della creazione. Tra di essi si intercalano il 'distinguere' (Diakorizo), il 'nominare-chiamare' (kaleo) ed il 'benedire' (eulogheo). Vi sono inoltre quattro verbi molto interessanti: lo 'stabilire' (titemi di v. 17, riferito ai due luminari della notte e del giorno (le due rivelazioni) e nella conclusione il 'portare a perfezione' (sunteleo) di vv. 2, 2; il santificare (agiazo) di v. 2, 3 è il 'cessare-riposarsi' (katapauo) di v. 2, 3.

Il mancato uso di sinonimi da parte dell'agiografo e la speciale collocazione dei verbi (a volte usati una sola volta) fa pensare ad un sistema teologico che si esprime attraverso un modello linguistico ben determinato. Non si dimentichi che l'agiografo aveva a disposizione tra l'altro i verbi 'pratto, drao, apoteleo, kataskeuazo, idruo etc', eppure ha scelto 'poieo' e certamente per un buon motivo. Inoltre ha preferito la forma dell'aoristo 'epoiesen' usandola per 12 volte. Questa forma, come io credo, gli consentiva di esprimere contemporaneamente l'azione divina ed il suo effetto. Ripetendo responsorialmente 'epoiesen epo-ies en' si può infatti intendere: "fece l'unità della Voce fatidica'. Non a caso nella prima storia (di cui i vv. 2,1- 4 costituiscono una autonoma conclusione) questa specifica forma verbale è presente sette volte. Individuare con esattezza la funzione teologica dei. singoli verbi e la relazione che li lega consente di enucleare la rivelazione contenuta nel primo racconto della creazione e di cogliere il creato come sistema, Kosmos.

 

Cominciamo dal verbo fare (incipite conclusione del racconto), perché esso costituisce il filo conduttore dell'azione del personaggio indicato nel testo col fonema 'Oteos' che, nella versione Corrente equivale a 'Iddio' (8).

 

(8) Compitato come 'O Teos' esso viene tradotta con Iddio. Ricordi però il lettore che, come ho già chiarito, esso può leggersi: Chi gli appartiene (Ot'eos), indicando così la Vita creata e quindi l'uomo. Noi sfrutteremo questa doppiezza del termine, ma per ora cercheremo di fare il punto sul testo come viene correntemente letto e cioè tutto riferito a Dio.

 

Dunque Dio creatore 'fa' delle opere, e fra di esse quella iniziale: "Fece il cielo e la terra".

 

Se si osservano le traduzioni correnti, si nota che questo primo 'fece' in maniera espressa o nella nota a piè di pagina, viene reso con un creò dal nulla.

Per le altre opere il senso di 'fare' viene sfumato. Non si può infatti negare che queste nascono sulla base di qualcosa che già esiste; sicché il 'fare' equivale ad un 'Far evolvere',

In conclusione l'agiografo ha creato non pochi problemi utilizzando lo stesso verbo per esprimere sia l'atto fontale di Dio (dal nulla), sia quelli successivi compiuti sul creato già esistente.

L'ipotesi che io formulo, giocando sul doppio senso di 'Oteos' (cioè: Dio, e Colui che gli appartiene), distingue invece i soggetti che operano. Io riferisco a Dio l'atto iniziale e finale (benedizione e santificazione del mondo), e al 'Ciò che è creato' quelli intermedi fino alla nascita del vero Uomo (VI giorno). Considero allora il primo 'fare' come azione divina in senso stretto (chiamiamolo 'creare'); ed i successivi come azione umana-divina (teandrica), sicché si può tradurre con Far evolvere, o, in senso derivato 'Creare'.

 

Creare dal nulla, o creare divino?

Per chiarire meglio il mio pensiero il lettore mi consenta ora una parentesi in ordine al termine 'creare'. Diciamo subito che esso non significa qualcosa che forma oggetto di esperienza; è un verbo costruito per esprimere la saldatura fra il 'fare' umano che prevede una materia preesistente, e il 'nulla'. 'Fare dal nulla' equivale a 'creare'. Così almeno hanno insegnato a me ed a voi.

Andando più a fondo si può dire che questo 'Fare dal nulla' ha la sua radice e la sua ragion d'essere in una visione materialistica del mondo. In altre parole, se il mondo reale, in cui l'uomo opera (fa), è costituito da una materia pregressa, per indicare l'azione di Dio dobbiamo almeno escludere la materia. Qualificheremo allora Dio 'operaio del vuoto, del niente'.

In tutta questa costruzione, ciò che non mi sta bene è l'aver dimenticato che l'azione del creare, si svolge nel mistero della divinità di Dio. Esso è atto divino, e noi degli atti divini non ne sappiamo niente. Quando allora diciamo "'creazione dal nulla' stiamo in un certo senso leggendo l'agire di Dio a misura di uomo, cioè nelle nostre

coordinate, e ci sforziamo di far salvo Dio dalla limitazione cui siamo soggetti: senza un qualcosa non si fa un qualcosa d'altro. .

Affermare allora che Dio non usò materia preesistente è frase di una povertà infinita. È concetto che serve a noi per non banalizzare la creazione, ma non dice alcunché che possa servirci per colloquiare con Lui.

Il nulla è una nostra pericolosa invenzione per non degradare Dio a vasaio. Non esiste nessun nulla; esiste solo ciò che Dio ha fatto. Esiste la vita, e la Vita è frutto di un atto .divino che non possiamo investigare Gon mezzi umani.

Accogliendo la tesi prospettata, secondo cui Dio ha creato la vita, e quest'ultima si è materializzata, appare evidente che la materia quale prodotto del 'Ciò che è' creato da Dio, non riguarda l'atto divino del creare.

Per cercare poi di intuire qualcosa in ordine alla relazione fontale Dio-Vita creata, suggerisco di non riferirsi al vuoto che ci risulta inimmaginabile, ma di riflettere sul 'pensare, amare, vedere'. In questi momenti 'volatili' dell'esistenza si può intuire come un riflesso del creare divino.

 

Lasciando ai materialisti di entrambe le sponde, la materia ab aeterno e la creazione dal nulla, io penso si possa origliare nella inconoscibilità dell'atto divino solo attraverso lo spiraglio aperto della divina rivelazione.

In conclusione il creare dell'uomo, riportato nella dimensione della vita, costituisce un 'quid novi' consistente nell'evolversi e ritornare a Dio.

Chi avverte in sé l'esplosione di un amore, può dire di avere in qualche modo intuito il creare. Dalla sua singola persona, e tutto per sé, è nato un universo.

 

'Creare' esplicitato dalla rivelazione

Rivendicando lo Spirito che inabita noi, ed è presente nella Scrittura e nella tradizione di fede della Chiesa, proviamo ora a prendere coscienza del mistero del creare, come atto proprio di Dio, e derivativamente come atto di noi sue creature.

Analizziamo dunque il racconto genesiaco centrando la nostra attenzione sui verbi; forse quegli immateriali ed impalpabili 'dire' e 'vedere', che il testo sembra riferire solo a Dio, potranno offrirci una via di comprensione del mistero e illuminare i vari sensi del 'fare' (9).

 

(9) La forma 'fece' denota ciò che agli occhi dell'uomo appare come 'fatto' e lo attribuisce alla causa prima che, si dice allora, 'ha fatto'. Né l'agiografo poteva strutturare la frase in forma passiva. L'uso della forma attiva risultava necessario perché la persona di Dio comparisse come il personaggio fontale e si autenticasse come principio ineludibile e certo dell'azione creativa.

 

Una prima considerazione nasce dal fatto che il primo 'fare' di Dio non ha antecedenti. L'agiografo non dice che c'era qualcosa e poi Dio fece; egli opera direttamente. Dunque alle spalle del primo atto c'è solo la persona e la potenza divine.

Ricordo questo al lettore, non tanto per recuperare la 'creazione dal nulla', ma perché egli tenga presente che, quando guadagna la divinità (battesimo), deve anche prendere coscienza di essere diventato un creatore (10).

 

(10) La specialità del 'fare' di Dio (sempre al singolare con la sola eccezione del g!à citato 'faremo' di v. l,25), si può anche dedurre in altro modo, considerando che mentre ordinariamente 'O teos' dispone che si attui un qualcosa, in altri punti interviene direttamente, come nel caso ad es. del Firmamento, dei Grandi pesci, etc.

In particolare 'Fare' (poieo), usato al singolare, ha come termini dell'azione: 'cielo e terra'(ouranon e ghen); il 'firmamento' che poi viene chiamato 'cielo'; i due 'fuochi grandi' (fosteres); i grandi pesci' (kete ta megala); gli 'animati selvaggi' (teria), quelli in società (ktene) e le cose 'striscianti' (erpeta) appartenenti però solo alle acque (v. l,21).

 

Il testo narra che Dio 'disse'; un'azione questa che sta a cavaliere tra 'chi dice' ed il 'Suo detto'. Il dire è una vibrazione fonetica che si autonomizza diventando il creato, Come la voce che esce dall'uomo e diventa discorso. Un'azione che attesta la libertà di infuturarsi liberamente.

Quindi aggiunge che egli 'Vide'; un verbo che implica relazione solo dal lato di chi vede; una relazione leggibile quindi nell'universo del veggente. Come dire che il mondo 'visto' non può scalare questo sguardo e salire fino all'occhio di Dio.

La specialità del 'vedere' sta proprio nel vuoto che esiste fra colui che guarda e l'oggetto guardato. Una elegante metafora per affermare la totale trascendenza di Dio ed al tempo stesso la sua presenza attiva nella dinamica del creato. Fra il 'Dire' ed il 'vedere' di Dio, tra il Suo progetto e le sue braccia accoglienti, si colloca quell'opera che nella lettura corrente viene vista come mera esecuzione, e che io invito a leggere come azione creativa dell'uomo. Si collocano cioè tutti i 'fece; che riferisco ad 'ote eos' cioè alla vita creata, la cosa sua.

Il 'fare'dell'uomo, voce dì tutto il creato, si rivela allora come un 'dire'che esprime la libertà di infuturarsi, di costruire progetti, di dirsi e di dire il mondo in un certo modo, di evolversi.

Si rivela ancora come un 'vedere', che rasserena perché garantisce che la morte non chiuderà i nostri occhi sull'opera che abbiamo costruito, ma noi la contempleremo nel Giardino di Edem.

Fare, dire, vedere, diventano allora il paradigma interiore dell'azione creativa dell'uomo diretto alla pace del VII giorno; costituiscono lo svolgersi del divenire che conduce la vita creata al massimo della sua evoluzione, per poi spiccare il salto nella divinità. Così ragionando, a coronamento del tutto diventa conseguenziale quel fatidico facciamo I 'Uomo. In esso Dio lascia all'umanità la libertà della sua perfezione orizzontale, e le dona la impensabile libertà di ascendere al cielo. Io e te "facciamo il Cristo" che rappresenta il punto finale, la cerniera che unisce la perfezione orizzontale del creato (Giardino) a quella verticale (sedere alla destra di Dio). Rifletta il lettore che se non vi fosse questo specialissimo evento, in nessun modo l'uomo avrebbe potuto superare il limite stampato nella sua struttura ontica di creatura.

In conclusione, le opere compiute nei Giorni del racconto si possono riferire all'uomo. Dio ha inventato l'Essenza viva' e l'uomo (che , ne è la presenza cosciente) 'fa' il Cosmo cosciente, fa cioè un quid di nuovo, di complessivo ed unitario. Lo presenta allora a Colui che lo ha creato nel mistero della sua divinità e collaborando con Dio (ecco il valore specifico della cresima), lo santifica.

Il verbo 'Fare'(Poieo) ambiguamente va dunque riferito alla persona di Dio, alla Essenza creata (On), e conclusivamente all'uomo. In questo secondo caso, lo intenderemo come un agire che gradatamente si volge prima alla perfezione orizzontale e poi a quella verticale (della divinità).

Secondo la fede cristiana l'esistenza di ognuno di noi è uno specialissimo 'fare' che nulla ha a che vedere con l'operare mondano. L' Opera dell'uomo vivente, anche se non è creativa in senso eminente, è tuttavia inserita in questa logica.

 

Quando la Chiesa esalta le opere della fede esprime proprio ciò che vado, dicendo: realizzare la pienezza della Vita "è l'opera per eccellenza; ed essa è possibile solo se si ha fiducia (fede) nel Creatore. Senza fiducia nulla è possibile perché l'uomo scopre l'inesorabile limitazione ontica di Essere esistenziale.

 

Dire e vedere cose buone

Proviamo ora ad approfondire il discorso sul 'dire' e sul 'vedere', verbi che diventano decisivi nel discorso evangelico.

Le due espressioni: "Dio disse" ed ancora "Dio vide che era cosa buona" scandiscono il primo racconto della creazione. La prima di esse è considerata quasi scontata; la seconda viene praticamente emarginata perché crea problemi all'interprete. Sembra infatti manifestare un inutile ed ovvio autocompiacimento di Dio, quasi un consolarsi dell'errore compiuto creando un caos primordiale.

Quando il verbo 'dire' viene riferito al creato, esso esprime, come dicevamo, la potenzialità di quest'ultimo a costruire vita mediante atti liberi.

Non può esistere mai una vera libertà se il soggetto deve fare i conti con una ambiente inerte; la vera libertà ha senso solo se gli si riconosce la possibilità di creare. Se la storia umana è sempre una mescolanza di decisioni umane e di eventi naturali, quella sacra ha per connotato la assoluta libertà dell'uomo e pertanto assume i caratteri di cosa creata.

In questa ottica, il Facciamo l'uomo di v. l, 26 costituisce la conclusione di una grande opera di assimilazione, da parte del creato vivo, della potenza creativa del suo Creatore.

'Dire' esprime così le potenzialità della Vita che si evolve, esso comprende allora un Distinguere per personalizzarsi nel molteplice, e poi riunire in complesso (si pensi al firmamentum) perché tutto tenda a quella unità che sarà celebrata nell'lo di Cristo,

In parole più semplici, è l'uomo che costruisce (dice) la sua storia ed il suo mondo. Chi fa propria questa rivelazione trova infondo a sé una grande pace. Il creato materiale, visto non più come autonoma materia (oikos dell'uomo), e neppure come ambiente divino (per dirla con Theilard de Chardin), ma come creaturalità tangibile della Vita (sua veste personalizzante), perde il potere di spaventare ed opprimere l'uomo. Esso esiste non per forza sua, né perché Dio lo volle, ma perché l'Essenza viva creata da Dio l'ha detto, e continuamente lo dice, per renderlo sempre più adeguato a realizzare la sua autocoscienza.

La finalità del mondo materiale e sociale consiste infatti nel permettere alla Vita creata di dire di sé: Io sono. Questa è la sua fondamentale regola morale.

 

Una riflessione ora sul verbo Vedere. Nella nostra cultura materialistica, il vedere è in fondo un 'sopportare' l'alterità, sicché l'occhio, divenuto una specie di macchina fotografica biologica, è sacramento di dolore, schiavitù e impotenza. L'uomo vede ciò che è, non ciò che egli vorrebbe che fosse.

Al contrario, nella Bibbia l'occhio ha una funzione attiva (nel bene e nel male); è una lucerna che illumina il 'corpo' e va tenuto aperto, (sicché bisogna svegliare i dormienti); né si può metterla (la lucerna) sotto il moggio, ma su quel grande candeliere che è l'uomo stesso.

Chiarito questo, possiamo aggiungere che il fare-creare non si esaurisce nel 'dire', ma si esprime anche nel 'vedere', termine che ne esprime altri aspetti significativi che allargano l'anima del credente.

Secondo la rivelazione che stiamo meditando, vedere indica infatti una ancor più grande libertà della Vita; essa crea anche quando manca la deliberazione che precede il dire, o manca finanche la parola (si pensi ai mistici 'pesci').  

L'uomo dunque non abbia paura della povertà della sua condizione; finché saprà guardare con gli occhi della vita che lo inabita, saprà creare un mondo vivo. Una traccia di tale situazione la si ritrova nella capacità trasfigurativa degli occhi di chi ama.

 

Vedere costituisce anche la radice teologica della libertà rispetto al già 'detto', a ciò che, è già costituito.

Vedere infatti non indica qui una mera registrazione di ciò che esiste; come il 'dire' esso costituisce attività creatrice, fonte di bene o di male. Così la Donna 'vede' che il frutto dell'albero è desiderabile; e di contro il giusto vede ogni cosa nel bene (come vien detto: 'omnia munda mundis').

Da ciò deriva che la cosa 'vista' (lo si coglie bene nell'espressione pregnante 'camminare alla vista di Dio'), trova la sua realtà proprio in quanto è 'vista' da colui che le dà l'esistenza perché la riconosce buona. La terra era 'non vista' (v. 2) non nel senso che nessuno la guardava, ma piuttosto che c'era qualcuno che la vedeva con l'occhio sporco, quell'occhio che Gesù invita ad escindere perché fonte di scandalo (11).

 

(11) In questo senso leggerei la pagina di Agostino che connette indissolubilmente bene e libertà. Dire-guardare è dunque porsi come creatore, sicché la realtà è un 'detto-visto' da colui che ha una tale divina potenza. In questo stesso senso la nullità e la cattiveria della terra viene espressa dal termine 'Non vista' (A-oratos), con la conseguenza che essa è 'non strutturata' (a-kataskeuastos).

 

In questa ottica il vivente col suo dire-vedere 'fa' il mondo (perché lo vede), da creatore totalmente libero. La libertà dei figli di Dio è allora un modo per esprimere la potenza creativa dell'uomo immagine somigliante di Dio (12).

 

(12) I miti dell'antichità narrano di questa grandezza dell'uomo quando danno per certo che la divinità si sposa con l'uomo sicché nasce il semi-dio il quale può essere assunto al cielo o muore miser-amente come Fetonte. Il mito di Ercole in particolare mostra una dinamica vitalizzante che si esprime nel tempo mortale del semidio a vantaggio del mondo.

Nella triade 'fede, speranza, carità' si esprime la stessa dinamica vitale: - 'Dire' isolatamente considerato equivale a sperare; - 'Vedere' da solo dice fiducia; - 'Fare', Come sintesi delle prime due cose, e come loro attualità equivale a carità, all'effetto che è Vita, Agape. Bene dicevano gli antichi che l'uomo è misura di tutte cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono; sol che io intendo che se 'egli è', fa essere le cose; se 'non è', allora è un nulla ciò che lo circonda.

 

L 'uomo esistenziale, seppure lo dice, non sa però vedere il bene. Se si riflette sul nostro modo di agire si scopre che stiamo sempre alla ricerca di una teoria (Eiqolon) per supportare il nostro dire. Ogni teoria, come un vero e proprio Idolo, illude l'uomo di 'vedere bene', ed invece è apparenza e vanità. Di quest'uomo si dirà che 'ha visto' e 'non ha creduto'.

Ogni impresa umana, di per sé è sempre illusione anche quando è 'vista' nel migliore dei modi, alla luce della migliore teoria. La stessa visione unitaria del mondo, costituita da travi e pilastri di 'idee' (eidolon), si tramuta in una gabbia di schiavitù, nella quale l'uomo, ormai dimentico della sua grandezza, combatte una battaglia perduta.

Nel suo sonno (che non è solo una metafora poetica), certamente la trasfigurazione ideale gli continua con forza a delineare una uscita di libertà, ma è sempre troppo poco per chi nacque per essere Dio. (13)

 

(13) Eidolon è termine che in greco indica 'idea'; l'uomo che 'pensa e registra' e crede così di essere grande si è costruito l'Idolo del suo 'pensiero', quel serpente che striscia sulla terra e non si leverà mai oltre il livello del calcagno della Donna; quel serpente al cui capo (principi) purtroppo la Donna, se si depotenzia (si pensi alla Chiesa) farà riferimento.

 

Ma perché non riusciamo a dire e vedere?

Dicevamo che tutto il creato è dinamismo della Vita che, in una continua sperimentazione, cerca la sua coscienza di creatura divina e la sua potenza di divinità creatrice.

Dicevamo anche che l'uomo, forma ultima della Vita, è anch'esso un soggetto in itinere che cerca la pienezza non del proprio io individuale e sociale, ma dell'Io universale di Cristo.

Aggiungiamo che, seppure nel suo progredire l'uomo sperimenta i segni della potenza che godrà alla fine del suo cammino (i miracoli di Gesù ne costituiscono il paradigma), medio tempore (o meglio: nel 'tempo') è attratto dalla pseudo stabilità della propria limitata esistenza (14).

 

(14) È questo il senso, come vediamo altrove, del peccato originale che i Padri leggevano, esattamente, come atto che riguarda il sesso (meglio direi: la generazione mortale),

 

Proprio questa tensione verso il 'limitato'" il 'temporale' (cd. fomite della concupiscenza) gli impedisce di essere creatore del mondo. Postosi in una via orizzontale, temporale e mortale, il creativo 'dire-vedere' diventa equivalente ad un 'pensare-registrare' una 'realtà data'. , Ed è qui che scoppia il dramma della schiavitù dell'uomo e della sua 'idolatria'. L'uomo esistenziale è schiavo di un tirannico idolo, di uno sfuggente fantasma che egli stesso si è costruito, e che 'tutti caratteri negativi che la Bibbia gli riferisce (15).

 

(15) In questo senso pregnante leggerei il comandamento fondamentale: 'Non avrai altro Dio fuori di Me' ed i passi paolini sulla idolatria. Un precetto che non è comando, non è incomprensibile gelosia di Dio verso il nulla degli idoli, ma è regola positiva all'uomo esistenziale perché impari a vivere, amore verso un figlio che si potrebbe perdere innamor-andosi di se stesso.

 

Il ragionare dell'uomo, nelle false 'obiettività' della materia e del pensiero riflesso, è allora vuoto perché vuota in sé è quella realtà naturale che egli assume come 'dato' (mentre è un suo prodotto); è vuoto perché costituisce l'uomo esistente come centro di una realtà solo apparente; è infine principio della sua schiavitù perché lo consegna a leggi oppressive che gli risulteranno ineliminabili.

Il ragionare di un uomo che non sa 'dire-vedere' in senso biblico, ma sa solo 'pensare-registrare' , è dichiarazione del suo fallimento.

 

Gli altri verbi dello racconto

Se il dire-vedere bene è il primo e fondamentale nucleo del fare\ creare, gli altri verbi usati dall'agiografo indicano ulteriori modalità della azione creativa e completano il profilo dell'uomo creatore che stiamo disegnando.

Al complesso 'fare-dire-vedere' che abbiamo già meditato, seguono Distinguere e Nominare, due operazioni che sembrano connesse tra di loro.

 

Distinguere per unire

A mio parere, nel nostro testo il verbo Distinguere non vuoi tanto connotare le differenze, quanto significare un rimettere insieme, in forma sistematica, ciò che prima era confuso perché non risultavano chiare le differenze; un affermare cioè le specifiche individualità per consentire ad esse di esprimere la loro posizione funzionale nel tutto. Come quando in un'orda si distinguono i mariti, mogli e figli di ogni singola coppia, perché l'orda diventi popolo.

Il verbo viene usato a v. l, 4 per indicare la differenziazione della 'luce' (singolare) dalle 'tenebre' (plurale); a questa segue la nominazione delle due cose da parte di Dio in persona.

Ciò mi fa pensare a quanto già dicevo in ordine al significato del verbo e cioè che esso indica una compresenza fra realtà distinte ed autonome; in una parola: nominate.

Se questa eguale dignità di entrambi i termini della distinzione (luce e tenebre) non viene subito colta, ciò dipende dal fatto che, nella lettura corrente, le tenebre (skotos) sono state considerate un che di negativo. Esso viene separato per essere escluso, come1a pula dal grano, il male dal bene. Così leggendo, si è dimenticando che Dio stesso, come mistero insondabile, è una 'Tenebra' (skotos) e si presenta talvolta nella Bibbia come qualcosa di tenebroso.

 

Le conseguenze di questa lettura sono ovvie: si è dato spazio solo alla 'luce', e si sono demonizzate le tenebre.

Basta però leggere VT e Vangeli per convincersi del contrario. Non è un caso che gli eventi fondamentali della vita di Gesù accadono nell'oscurità. Assume così un senso positivo quel passo che ha costituito il cavallo di battaglia dei quaresimali: l'ora delle tenebre.

Se invece si rispetta l'equilibrio paritetico fra i termini 'luce-tenebra" essi rivelano che gli uomini che progrediscono a tentoni, nella loro ignoranza, vanno equiparati a coloro che si trovano in piena luce; in altri termini, a noi proprio che godiamo della chiarezza delle rivelazioni ufficiali (cfr. Nostra Aetate, Vat. II). Per dirla in soldoni: la fede della vecchietta vale quella del teologo.

Per altro verso, la distinzione mette in luce una realtà propria dell'uomo: egli è singolare come la luce, e plurale come le tenebre. Quanto nel VI giorno verrà chiamato metaforicamente 'Maschile e Femminile', viene qui indicato con simbologia fisica, come luce e tenebre.

Quest'ultima espressione costituisce dunque un'altra metafora dell'uomo. Essa lo orienta ad operare su di se stesso per cogliere la sua doppia natura, costituita dal fuoco luminoso, e dal fascio di accadimenti opachi e materiali.

La lezione è dunque la seguente: non c'è autentico cammino ascetico senza una previa delimitazione delle componenti del proprio essere, delle sue stratificate e connesse strutture. Riscoprire di essere un'Anima, equivale ad imparare a distinguerla dalla dimensione esistenziale che si centra sul 'Io' e sul 'Noi'.

 

'Nominare'

 Quanto al Nominare esso consiste, come si usa dire, nel 'dare sostanza' alle cose. Nominare equivale quindi a creare dal nulla una 'essenza'.

Resta da scegliere se il soggetto di questa azione è Dio o l'uomo; io propendo per l'uomo, in quanto considero che se le cose sono create da Dio, non le si può certo considerare come un quid di cao- tico e di difettivo, quasi marmellata che ha bisogno di una specifica operazione che la trasformi in frutti canditi. Se è Dio a creare le singole cose, evidentemente le fa venire all'esistenza già dotate di una propria identità essenziale.

 

Una divina creazione caotica, che prende forma nella distinzione e nella nominazione, costituisce un precedente molto pericolo ed impervio.

A mio giudizio quel 'nominare', che nei vv. l - 5 (Primo Giorno) segue immediatamente la distinzione, per la sua collocazione, chiarisce quanto prima suggerivo: che 'distinguere' non è 'dividere', ma costituire in Cosmo, cioè in una complessità organizzata di autonome realtà.

Nel Cosmo, che rappresenta la conclusione della creazione, (2, 1) ogni realtà ha una sua collocazione specifica, che esclude quella altrui. In questo senso il Nominare costituisce il presupposto del 'Benedire' finale.

 

Come dicevo, il 'nominare' rivela la validità di ogni singola individualità (di ogni Nome); ed ancora, la positività della coesistenza di esseri materiali ed immateriali.

Chi legge questa pagina sa allora che non deve dividere a cuor leggero i pensieri ed i gesti concreti, il sacro ed il profano, ma costruire un unico poema, un'unica sinfonia, dove ogni suono o parola, resi coerenti al tutto, hanno pieno diritto di esistere. Nello stesso senso Paolo annoterà: ogni 'Nome' si pieghi avanti al Nome di Gesù.

Affermata nel '1° giorno' (meglio: nel 'Giorno unico') la tensione del creato costituire un Cosmo, cioè un insieme ordinato, la nominazione può proseguire senza equivoci. Ad essa non si potrà dare quel deleterio significato di 'preferenza' di una cosa sull'altra che ha inquinato la nostra teologia, e l'ha resa in qualche modo manichea .

 

Se procediamo oltre nel racconto, sarà facile verificare la validità della mia ipotesi. Nel secondo giorno infatti, si opera la distinzione fra le 'Acque', cioè fra la vita immateriale (acque dell'alto) e quella materiale (acque del basso).

Queste due acque che simbolizzano le due dimensioni dell'uomo sono collegate fra di loro in forma stabile e sicura dal firmamento (stereoma).

La funzione di questo misterioso essere è proprio quella di unire le cose distinte e non già di tenerle separate. In questo firmamento che viene nominato 'Cielo', si intravede così, primariamente il Cristo, e in via subordinata l'Anima immortale dell'uomo. Quest'anima ha infatti la funzione di costituire il principio dinamico che unifica il tutto. L'uomo\anima è destinato ad essere l'anima dell'universo.

Nel terzo giorno viene comandato al creato di far emergere la terra arida, di riunire le acque in 'assemblee', e di far crescere erbe ed alberi. Viene attuata quindi una distinzione alla quale segue una nominazione (terra e mare) da parte di Dio.

È uno schema nuovo. Esso chiarisce al lettore che le situazioni distinte, all'interno della storia dell'universo (terra e mare), non dovranno servirsi della propria specialità al fine di attuare un regime di supremazia: Dio che è unità lo stabilisce attraverso la nominazione, La terra arida (leggi: gli eletti a qualsiasi funzione) non ha una superiorità sul mare (intendi: i deboli).

Nel terzo giorno si conclude la dinamica di distinzione\nominazione che regola la prima fase di costituzione del cosmo. Si inaugura così un mondo vivo, nel quale, com'è naturale, si costituisce anche un autonomo cibo capace di sostenere indefinitamente la vita: erbe e alberi da frutto che sono figli della terra.

Si chiude così la fase orizzontale dei cammino dell'uomo creatore, ed interviene l'evento nuovo della divinità che conclude la prima creazione ed inaugura la seconda.

 

'Stabilire'

Nel Quarto Giorno compare il verbo Stabilire, connesso con la incrollabilità del 'firmamento' .

Questo verbo rivela un altro elemento della struttura e della dinamica umana: la sicurezza. Dio garantisce all’uomo che nella sua Vita ci sarà sempre un punto fermo ed inamovibile che lo salverà da un andare ciclico (ruota del karma) e da un procedere a caso.

E’ questo un verbo su cui si dovrebbe meditare più a fondo, specie oggi, quando il fluire dell'esistenza si fa caotico e travolgente.

Il dramma di tante persone che in buona fede cercano la verità consiste nello scoprirsi arrendevoli verso le spinte esteriori e le pulsioni interne, sicché la coscienza e la prassi religiose tendono a diventare un optional, una quota residuale strappata alla invadenza delle cose.

 

Nell'immagine della Roccia il Vangelo riprende questo tema, per confortare i deboli; e deboli lo siamo tutti. Sarebbe dunque utile non rimpicciolire questo filone di meditazione riducendo Roccia a Pietra, Pietra a Pietro e centrare sulla persona fisica del Papa la fede del cristiani. Ricorderò al lettore che in greco ‘Petra' significa anche il numero 4, con una evidente allusione a quei Vangeli che costituiscono il fondamento della Chiesa e della fede.

L'agiografo avverte ancora che ogni uomo troverà in questo punto fermo {che allude al Cristo) la sua luce; non importa se la sua conoscenza di Dio è ancora in ombra (notte), o è più chiara (giorno).

La stessa logica binaria, che nel primo giorno divideva luce e tenebra, qui si esprime nei due luminari che rispettivamente presiedono ai due momenti distinti. Dio stesso li stabilisce per chi batte le vie dell'esistenza, come certezza di essere sempre guidato da una forza superiore. È l'attestazione fontale della Provvidenza divina che non fa caso alle qualità o alla collocazione dell'uomo.

In conclusione, creare per l'uomo equivale alla serie Fare = dire = vedere = distinguere = nominare; e tutto questo processo è garantito da una sicurezza incrollabile: quella del Cristo.

 

L'uomo\cosmo: le prime due benedizioni

Siamo giunti così ad un verbo molto importante che l'agiografo cita tre volte; trattasi del Benedire. Un verbo che certamente ha una sua autonomia, ma per essere compreso fino alle sue ultime potenzialità va connesso ultimativamente con 'Santificare' di v. 2, 3.

Ora cercheremo di scandagliare queste benedizioni, e non certo per aprire un irriverente spiraglio nella tenda del Padre, per spiare il mistero di Dio che crea, e trame orgogliosi pensieri gnostici. Lo faremo per seguire la didattica del Padre che insegna alle sue creature a diventare creatori simili a Lui. ,

Certo, sulla bocca di Dio una benedizione sarebbe adir poco pleonastica, essendo inimmaginabile che le cose fatte da lui siano neutre o maledette.

Ma se la Vita Creata (che dal V giorno in poi ha trovato nell'uomo una coscienza) è il soggetto delle opere dei Giorni, allora questo 'eulogheo' diventa molto più chiaro. Dio stesso si fa garante dell’opera della sua creatura, e le comunica il suo potere di benedire. Solo successivamente, come vedremo, le comunicherà anche quello di santificare.

Perché il lettore mi intenda bene, ricordi che benedire e santificare sono funzioni proprie della Chiesa, e quindi degli uomini inabitati dallo Spirito.

 

Quando tutto questo accade, il 'dire' della vita creata si fa cosciente; la vibrazione sonora si fa Parola intellegibile, ed infine si articola nel grande poema di Dio, come ama dire Paolo.

La benedizione annuncia allora che è venuto il tempo dell'uomo\Anima; è venuto quel sesto giorno che il cristiano contempla nella persona di Gesù quando rivela il Padre, guarisce dalle deviazioni esistenziali, e risveglia le anime per aprirle ad una vita immortale nel VII Giorno.

Con il benedire si apre la fase finale del processo di personalizzazione della Vita creata; essa ha trovato nell'uomo la sua Anima, cioè un dinamico principio unificante.

Noti allora il lettore come, proprio ora, compare nel nostro testo la parola 'vita' unita ad 'anima' (vv. 21,24,30).

Rifletta che, non come masso erratico, non come perfezione psicologica dell'uomo, ma come imperativo ontologico, Gesù comandò ai suoi: 'Benedite e non maledite'.  

Consideri che la Chiesa ha mantenuto in vita l'azione del benedire, scaduta purtroppo a mero rito apotropaico.

Quale diversa coscienza e quale grande forza ci animerebbero se si comprendesse che 'benedire' è la prima perfezione del 'creare'!

 

Tre benedizioni scandiscono i giorni quinto, sesto e settimo e suggeriscono come uno statuto dell'opera creativa, e dei connessi livelli antropici. Tre benedizioni dunque, e tre livelli di coscienza della vita nell'uomo.

Inteso così, il 'benedire' rappresenta la conclusione del fare \ creare in un duplice senso:

a> ne fa esplodere gli effetti e li rende stabili, sicché la benedizione è come un passare dalla strada alla casa; dall'andare al riposo finale;

b> costituisce chi è benedetto (l'uomo) come sintesi di tutta la creazione e quindi ne stabilisce lo statuto ontico finale, ne dichiara la vera struttura: egli da uomo, diventa il Vivo, diventa Anima del mondo.

 

Per intenderci sul primo punto, rifletta il lettore sull'esistenza di un uomo giusto. Scoprirà che egli sperimenta i contenuti della potenza creativa, ma continua ad avvertire l'insufficienza del distinguere e unificare. Fuor di metafora avverte i limiti dell'ascetica individuale. Cosciente di ciò, non vuol più solo dire-vedere per sé, ma desidera costruire una pace universale, l'opera completa del VII Giorno. La  sua delusione è quella dell'operaio della catena di montaggio chiuso , nel suo gesto rutinario; è delusione di chi agisce per unire il mondo, ma all'interno di una Chiesa che si impoverisce nella dimensione terrestre. Ma al tempo stesso è il desiderio che il Budda manifestava dicendo: 'Mi e stata data la tranquillità ed io debbo darla agli altri’. Viene allora il tempo del 'Benedire', ed il giusto vede soddisfatto il suo desiderio. Il suo 'creare' sfocia nella pace del VII Giorno.

Non la veda lontana il lettore questa pace, non l'avverta come una immagine meramente intellettuale; è la pace goduta dagli uomini incorporei, che noi chiamiamo 'morti; è quella che ci siamo espropriati, dimenticando che non siamo solamente un 'io\noi', ma qui ed ora siamo, e non abbiamo, un'anima.

Da questa stanchezza mista a desiderio nasce il cupio dissolvi, che non è voglia di morire, ma è bisogno e nostalgia della morte ('Apetencia de muerte y gusto de su boca ' diceva Lorca); è sentire la mancanza del luogo vivo di pace operosa, ricca dl futuro, ed aperta a tutti.

La benedizione di cui parla il nostro testo, non riguarda dunque le opere ancora connesse allo spazio ed al tempo, ma l'uscita finale orizzontale; riguarda il Paradiso Terrestre del VII Giorno come perfezione ultima della natura umana, come totalità del prodotto finito.

 

E veniamo al secondo punto. La Benedizione (ora mi riferisco alla seconda e poi alla terza) opera come dicevo anche in altro modo, che consiste nello stabilire una 'relazione' fra creante e creatura, ed ancora fra il singolo uomo e l'unica vita creata da Dio.  

L'uomo, assimilando nel suo amore tutto ciò che lo precede ed e più piccolo di lui, diventa l'Io della vita, l'anima del mondo, e si trasforma, egli in persona, nel Cosmo in cui ha trovato coesione ed unità l'universo (2,1: 'Pas, o Kosmos’).

Benedire equivale dunque a trasformare e sintetizzare l'universo in un Uomo.

 

Colto questo senso eminente del divino benedire, si scopre allora che l'essenza dell'atto creativo non si esaurisce nell'esercizio di una potenza che si origina e si circoscrive in chi la esercita; essa è 'dialogo', è relazione che lega l'acino al graspo, e il pampino alla vite.

L'uomo apprende a creare come un crescendo di assimilazione. Lo chiariscono le disposizioni divine sul cibo da consumate (1, 20.30). Dio non impone all'uomo una dieta vegetariana, ma lo chiama ad assimilare in sé tutto 'il ciò che è' da Lui creato all'origine.

Mediti il lettore su questa specialissima rivelazione. Ognuno di noi non si limita a modellare una creta preesistente, ma veramente crea, in forza della propria potenza vitale; offre realmente un orizzonte di vita al singolo essere umano, alla storia, all'universo materiale, perché tutto rifluisca nell'eterno VII Giorno che è la pienezza della Vita.

È un'offerta che non perpetua la estraneità dei soggetti, ma al contrario tende ad assimilare l’uno all'altro.

È questo il senso mistico di un gesto che solitamente passa inosservato nella celebrazione dell'eucarestia, e che con frase paradossale viene indicato come 'purificazione del calice'. Mi riferisco all'acqua (prima anche vino) che il sacerdote mette nel calice, dopo aver consumato il vino consacrato, e che poi beve per intero.

Che senso ha questo gesto, e che valore va dato a quella infelice definizione, a seguire la quale il Sangue di Cristo avrebbe reso impuro il calice?

Alla luce delle precedenti considerazioni, io dico che la definizione è esatta; che quel calice va veramente purificato. Basta intendersi sul valore dei simboli.

L 'acqua che il sacerdote versa è sacramento del creato materiale; il calice che la raccoglie ed evita che si disperda, è il Cosmo materiale. Il sacerdote è l'uomo\anima che assimilando (bevendo) quell'acqua, si fa calice vivo di essa, ed inaugura il VII Giorno.

Il Cosmo materiale (calice di metallo) è così purificato. È l'uomo che purifica l'acqua; non l'acqua che purifica il calice. Quando il sacerdote compie questo gesto, egli sta 'benedicendo', e quindi sta completando l'opera creativa. .

In breve, per far rifluire il creato nel Giardino delle delizie, bisogna farlo diventare il proprio corpo, il proprio io, la propria anima. È l'anima immortale, con tutto il suo potenziale vitale, il vero paradiso terrestre.

 

Io vedo cosi le tre benedizioni come un crescendo della potenza creativa e, parallelamente, come una progressiva dilatazione dell'essenza dell’uomo. Nell'ultima cena Gesù 'benedì' il pane e il vino. Muovendoci in questa traiettoria, proveremo ora a scandagliare il testo, verificando i contenuti specifici delle tre benedizioni.

 

Io singolo, e 1° benedizione

Il primo 'benedire' (v. 1, 22) auspica un crescere, un far giungere alla pienezza, un compenetrare di sé ogni cosa (auxano, pletuno, pleroo).

Rifletta il lettore come queste operazioni centrano sul soggetto, e di esso esprimono il dilatarsi ed il correlarsi. Attraverso questi verbi prende corpo la benedizione che si rivela come forza di spinta, come ragioni intrinseche ad ognuno, capaci di guidare ad una specifica perfezione.

A questa prima benedizione (quando però la rende operativa per gli altri), si identifica l'Uomo\individuo che in 1, 27 sarà chiamato maschile. Egli è chiamato a creare, esprimendo il massimo delle sue potenzialità; tutto può e deve osare per costruire il suo 'io' umano, a misura delle forze di cui fu dotato e che costituiscono la sua legge naturale 'sottoposta al Firmamento'.

Su questa benedizione fonda la valutazione positiva del corpo e della mente e delle connesse operazioni; essi proprio sono chiamati ad essere pieni, vasti, in continua crescita.

'Creare' equivale dunque per l'uomo benedicente a costruirsi nella in pienezza di sé, rifiutando false ascetiche che lo vogliono dimezzare e impoverire in nome di una umiltà certamente non dovuta in questo senso negativo.

Se è esatta la mia ricostruzione, in forza di questa rivelazione, bisognerebbe fugare quell'educazione che tende ad impoverire la ricchezza potenzialmente presente nel ragazzo e nel giovane; bisognerebbe contestare vivacemente quello spiritualismo, purtroppo sempre lodato, che disossa i cristiani e ne fa uno schedario di fotocopie.

 

Uomo per gli altri: 2° benedizione

La seconda benedizione (vv. 1, 28-31) mantiene ferma la prima, ripetendone le parole, ed avanza più oltre chiarendo che creare significa anche realizzare, in obbedienza allo slancio creativo iniziale (kata Autes), una comunità (Kuria) che deve essere ardente (Eusate), cioè viva. Perché questo si realizzi, gli uomini devono farsi, ognuno (ecco il senso del plurale 'Archete') servo dei propri simili.

Si delinea così il secondo momento della struttura dell'uomo voluto da Dio; egli da individuo deve farsi persona, deve costituirsi in una comunità viva (si pensi alla famiglia), e deve farsi carico del compito di guidare chi è più debole. Nasce qui la morale della responsabilità e dell'impegno nella società.

Tuttavia, proprio questa funzione di guida costituisce il pericolo più grande.

Coniugandosi infatti con la forza del gruppo, e con la sua parvenza di inestinguibilità (si pensi alle persone giuridiche); facendo leva sul senso di sé, presente in quell'io tanto cresciuto e fortificato, l'esercizio di questa funzione di guida può produrre divisione e scompiglio. Il Libro sacro lo attesta quando stigmatizza il falso uso dell'Elezione da parte di coloro che vengono continuamente chiamati, con ruoli diversi, a guidare il mondo alla vita.

Rifletta il lettore come, proprio per esorcizzare questo pericolo, interviene Dio in prima persona (v. l, 29).

Perché sia evidente l'importanza di ciò che compie, a mo' di tabellione autoritativo, egli fa precedere le sue parole da quel 'Idou' (ecco) che io considero una vera e propria chiave oracolare, una sottolineatura dell'importanza di quanto vien detto appresso.

Dio chiarisce che il segreto del principato su questo mondo (Arcon) consiste in un assimilare quanto non ha la forza di procedere in avanti (vegetali).

I vegetali sono qui la metafora di ciò che esiste ad un livello inferiore e che, ancorché povero, non deve essere perduto. Gesù dirà: "Nulla che hai posto nelle mie mani io ho perduto".

Dunque bisogna 'mangiare', assimilare a sé, e con sé condurre alla pienezza. Nella trasparenza di questo passo si intravede l'ultima cena di Gesù, quando egli prese il pane ed il vino, realtà vegetali, e li accettò come cibo degno di un Dio; poi aggiunse: 'Fate questo in memoria di me'.

Lo statuto dell'uomo che da individuo si fa persona consiste dunque nel servizio per il prossimo; nella unificazione della vita; nel recupero della centesima pecorella.

 

La rivelazione non si ferma qui; un dato importante si nasconde nelle precisazioni che riguardano il cibo, e che io non mi sento di banalizzare a lista di ristorante.

Dio avverte che non ci si deve riempire di cose morte, ma di cose vive; come dirà Paolo, tutto ciò che è buono, bello, gioioso, è cibo adatto per l'uomo. Ognuno operi mangiando a misura del livello di crescita raggiunto: il cibo sia vivo, se si è ancora a livello individuale; e abbia in sé la capacità di generare la vita, se si è conquistata la dimensione personale (16).

 

(16) Per entrambe le sezioni dell'umanità il 'cibo' è costituito dal 'Corton', termine che viene tradotto come 'prato', ma può essere compitato come 'X. Orton' e dire: 'Cristo-altare-pane-croce', aprendo una splendida pista di riflessione. Alla lettura proposta fa eco la scena evangelica della moltiplicazione dei pani, laddove precisa che 'nel deserto' "vi era molta erba". Le capacità operative di questo meraviglioso e vitalizzante cibo sono indicate dai termini 'sporimos' che allude ad una repplicazione generativa (eucarestia), e 'Ioron' che rimanda alla striscia di cuoio su cui veniva fissata in iscritto la divina rivelazione (Parola).

 

L'uomo\cosmo: la 3°benedizione

Siamo giunti alla conclusione della storia della vita creata; ora bisogna insegnare all'uomo a creare il suo VII Giorno di pace universale e di immortalità. Ora è tempo del corpo incorruttibile.

Alla terza benedizione l'agiografo fa precedere alcuni verbi, indizio di altre operazioni da compiere per raggiungere l'obiettivo. Essi sono:

A>  Sunteleo (usato due volte) che tradurrei Portare a perfezione comunitaria;

B>  Katapauo che compito 'Kata Pauo' e tradurrei: Vivere in pace qui in basso.

Dunque la perfezione del creato ha una sua strada, chiaramente segnata dal verbo 'Sunteleo' che dice un portare a perfezione comunitaria, cioè in parole povere il costruire l'unità del 'Ciò che è' uscito dalle mani di Dio, per affidarlo ad una pace che riguarda la terra (kata).

 

Osservi ora il lettore con attenzione i vv. 2, 1-3; qui l'agiografo ha compiuto, con grande eleganza, l'immane sforzo letterario di sintetizzare l'intero suo discorso rivelativo.

Egli colloca il Cielo e la Terra, cioè la Vita creata descritta nel suo stadio primordiale (terra) e nella sua potenzialità personalizzante (Cielo), come soggetti del verbo 'Sunteleo'. Ciò perché sia evidente che la Vita stessa ha partecipato alla formazione della sua unità, come perfezione comunitaria (sun-teleo); e perché sia chiaro ancora che il processo creativo, i 'sei Giorni' cioè, sono la sua specifica storia, storia sacra per eccellenza.

Ha poi collocato come soggetto dello stesso verbo il Cosmos, cioè la Vita pienamente strutturata, perché questo processo, questa storia non fossero considerate un mero prodotto, ma il soggetto stesso del processo di unificazione.

Così facendo ha piantato la radice del valore teologico di ogni realtà mondana che collabora alla perfezione del creato.

Ha chiarito infine che la perfezione del creato non consiste in una sua trasformazione (come a dire che dalla materia si passa all'energia), ma nell'assumere la qualità di persona, nel diventare l'uomo.

La fine del mondo (o meglio: l'inizio autentico del mondo) è l'uomo. Attesta allora: 'Pas o kosmos' che significa 'il cosmo è un Servo'.

Ha infine rivendicato a Dio la creazione intera, centrando su di Lui (e ripetendolo due volte) quel verbo 'Epoiesen' (fece) che si riconnette a quello di verso 1,1. Ha rivendicato ancora a Dio, perché egli solo è l' Uno principio di unità, la perfezione unitiva affidata alla Vita creata (secondo 'Sunteleo').

In conclusione, attraverso questo sapiente dosaggio dei verbi, l'agiografo ha chiarito che la vita, e per essa l'uomo, è creatore, ma che tutto dipende comunque da Dio.

 

Poste queste premesse, egli annuncia la perfezione della creazione orizzontale (cioè meramente esistenziale) come un Vivere in pace; così traduco il verbo 'Pauo'.

Con questa forma verbale l'agiografo non ha voluto certo narrare una qualche impensabile stanchezza di Dio, così come leggiamo nella versione corrente che dice: "Dio si riposò". Egli ha annunciato piuttosto la conclusione di ogni cosa nella pace che il Cristo (quello disceso agli inferi) verrà a donare agli uomini; la pace di una Vita liberata dalla tirannia dello spazio e del tempo, pienamente conscia di sé, in uomini finalmente incorporei ed incorruttibili (i cd. morti); una Vita pienamente sottoposta a quel ‘Firmamento' che ora assume il volto di Cristo, albero della vita.

 

Non dunque un riposo 'del non fare', ma un riposo che libera dall'azione 'servile', ed apre alla libertà di creare la propria persona come un paradiso terrestre di delizie.

Questo annunciava il divieto di operare nel sabato. Esso riguardava, come ha ben intuito la Chiesa, le opere servili, ed invitava a compiere le opere della Vita. Era un invito a prepararsi al salto di qualità verso l'alto, al superamento del VII giorno per giungere all’ottavo e nono (Resurrezione e divinizzazione dell'umanità).

Non a caso il nostro sabato, il giorno del Signore, fu segnato dai miracoli di Gesù; ed oggi è connotato dalle opere eucaristiche.

Sopraggiunge così la pace del sabato senza tramonto. L'uomo guadagnala sicurezza che il limite del 'Giorno' (tempo e spazio) non segnerà con la morte le opere; esse saranno opere di vita, e ogni attimo avrà un valore infinito.

 

Tutto è compiuto, eppure tutto sta per ricominciare. Il verbo benedire (già da usato due volte) brilla di luce nuova perché mentre spalanca i cancelli del Giardino, mette nelle mani dell'uomo le chiavi dell' ascensore per salire, rapidamente, e senza sforzo, alla presenza di Dio.

Proprio per annunciare questo mistero, la terza benedizione si pone a cavaliere fra la prima e la seconda creazione, fra il Giardino del VII giorno e la Visione beatifica di Dio. Proprio per questo, essa è in assoluta prossimità al grande verbo: 'Santificare'.

Sempre per lo stesso motivo l'agiografo usa ancora il verbo 'Katapauo' dove il 'kata' non dice più 'in basso', ma 'totalmente'. Sullo sfondo infatti c'è qualcosa di divino.

Tutto viene concluso infine con il verbo Fare. Correlato a quello iniziale di v, l,l, essa afferma l'unità di tutto il processo; attesta che l'inizio e la fine sono l'unica opera dell'Uno (En) e dell'Archè; opera del Principio, del Cristo Alfa ed Omega, in cui fummo creati e ricapitolati.

Prima c'era solo Dio! Ora ci sarà il suo Spirito. Un processo questo, che ciascun uomo sperimenta in se stesso.

 

L'uomo\santo: la santifìcazione

Indubbiamente Dio benedice il settimo Giorno; benedice cioè l'uomo giusto che ha raggiunto il limite massimo delle sue potenzialità, e si è fatto uomo\anima del mondo (17). Ma al tempo stesso gli apre una strada nuova che è indicata dal verbo 'Santificare'.

 

(17) Il termine 'emera' va compitato come 'ema era' e dice allora che, a conclusione, Dio

benedisse l'uomo che terra, che è materia, polvere che riveste (ema) la Vita Creata e la porta a perfezione dialogale col suo Creatore.

 

Il limite della tradizione giudaica e di tanto giudaismo che esiste ancora nella Chiesa, consiste nell'aver perduto questa apertura all'alto, e nell'aver confuso il 'segno' con la 'realtà'. La tradizione giudaica ha esaltato il 'sabato' come sezione di tempo, dimenticando che quel VII giorno genesiaco non costituiva il termine ultimo, ma la soglia della divinità. La successiva santificazione riguarderà infatti, nella sua interezza la ‘Grande vibrazione sonora’ della creazione divina (Auten).

La Chiesa a sua volta consente che sotto le vesti del tradizionalismo si perpetui quel giudaismo che Paolo combatté a morte, sapendo che ne andava di mezzo la novità stessa del Cristo.

Paolo non contestava questa o quella regola giudaica, ma il voler impedire di fatto, facendo leva sulla disciplina e sulle ascetiche virtuose, la piena coscienza della novità del Cristo: diventare cioè simili a Dio.

Leggendo in questa ottica il testo, si supera poi una non piccola difficoltà; la terza benedizione sembra non avere quasi sostanza e contenuto. Collegata però col verbo seguente: Santificare (Aghiazo), esprime un contenuto infinito ed indicibile: la divinità.

Ciò permette di giungere ad una conclusione inaudita; se, come abbiamo detto, il benedire non è un mero 'dire', ma un 'operare creativamente', qui l'atto creativo tocca il suo culmine: l'uomo (voce della Vita) può santificare se stesso ed in sé santificare il creato.

L'uomo 'benedetto e benedicente' è un 'creatore' di unità e di pace (Cosmo); l'uomo santificato è un creatore di divinità. Una prova per tutte: egli può battezzare e fare l'eucarestia.

In lui, finalmente immagine somigliante del Dio Creatore, il processo complesso della creazione trova così la sua perfezione.

 

Gli imperativi della creazione

Una ultima considerazione la dedurremo dai cd. 'ordini' impartiti da Dio. La funzione creativa dell'uomo viene infatti annunciata ritmicamente con una serie di imperativi vitalizzanti, cioè attraverso quel complesso di verbi che Dio usa per comandare alla Vita creata.

Se al cominciare, quasi didatticamente, Dio stesso muove la Vita e la chiama alla Luce, nei giorni successivi, e fino a quell'inimmaginabile 'faremo l'uomo', è tutto un susseguirsi di inviti a trascendersi, ad autosuperarsi per attingere uno stadio superiore, una coscienza più alta. Questi imperativi costituiscono la più elementare enunciazione del dinamismo della Vita, e si riferiscono direttamente ad ognuno di noi, nella nostra piccola esperienza terrena.

La teologia di questi imperativi esprime dinamicamente le potenzialità, le rationes seminales del creato uscito dalle mani di Dio. Nel segno della moltiplicazione dei pani Gesù mostrerà questo statuto proprio della vita e dell'uomo, chiamato ad essere sempre più grande, come un 'bambino che cresce' verso la giovinezza e l'età matura.

 

Qualche conclusione

Proviamo a riassumere il nostro discorso.

Sulla parola di Dio, possiamo dire che il creato non è una pluralità di realtà tra le quali, come ultimo venuto, si dibatte l'uomo, ma è la Vita che, proprio nell'uomo, può dire di sé: 'Io sono in relazione a Te, mio Creatore'. Il senso ultimo della creazione viene dunque rivelato come la sua santificazione, o, per dirla in termini più splendidamente brutali, la sua divinizzazione. A ciò, dice Paolo, fu predestinata.

Alla grande purificazione nell'acqua del diluvio, che inaugura il VII Giorno, dovrà seguire quella nel fuoco della divinità che scaturisce dal Cristo risorto.

L'Essenza vivente (On) creata da Dio viene santificata. Il verbo Santificare, riferito ad un 'Auten' che traduco 'Vibrazione sonora creativa', rimanda ad un collegamento (consacrazione) di un soggetto ad un altro; dunque il creato è di Dio. Rimanda ancora ad una modalità di questo collegamento che consiste nel compiere opere simili a quelle del primitivo e divino. Creatore. ‘Siate santi come Io sono santo'. L'uomo si santifica santificando, cioè compiendo opere di vitalizzazione del tutto. Nella lettura che abbiamo proposto la santificazione non riguarda 'il giorno' che ha qualcosa da spartire col tempo, ma l'uomo, parola viva, articolazione cosciente della vibrazione sonora del Creatore (Auten). Essa annuncia il mistero del Cristo Risorto che ci rende Figli di Dio, cioè divini.

Questo verbo chiarisce allora .il significato ultimo dell'uomo collegandolo alla finalità della creazione; quest'ultima si evolve nell'uomo affinché egli diventi simile a Dio; questa è la sua regola ontica, questa la sua moralità, questa la 'legge' del mondo e dell'uomo.

Ma questo 'farsi simile a Dio' è collegato ad un servizio di vitalizzazione. Ci si santifica creando la Vita.

Finalità dell'uomo è dunque la santificazione del mondo, mediante un'opera continua di creazione che, partendo dall'azione esterna, si introita sempre di più in lui, sicché il suo santificarsi, (anche di un sol uomo) è santificazione del tutto.

In questi testi mette radici l'ottimismo cristiano; di qui la forza per camminare da sconfitti, continuando però sempre ad operare fino all'ultima ora, nella valle tenebrosa dell'illusione della storia e del cd. 'reale'. Avvertirsi umanamente 'cittadini del mondo' chiusi in questa casa di morte, e al tempo stesso vera 'Città di Dio', oikos della Vita, è pienezza del vivere.

In conclusione il primo racconto della creazione, se letto in chiave antropologica, attraverso i suoi verbi (segni di un essere e di un divenire), si rivela non già un catalogo di opere, non già la registrazione insignificante di un inizio che non interessa 1’uomo vincolato ed oppresso dal suo presente, ma una autentica rivelazione della grandezza dell'umanità. Esso profetizza l'identikit di un uomo dinamico che si realizza in molteplici logiche, ma tutte orientate ad una unità finale, ad una divinità disposta da Dio sin dalle origini (En) (18).

 

(18) Alla seconda storia sarà affidato un compito diverso: sottolineare specificamente la parte che l'uomo, quale coscienza della Vita creata, deve svolgere; ed ancora, quali sono i pericoli che esso incontra in questa opera divina. La seconda storia si muoverà quindi con una tecnica che potremmo dire di flash back, come il secondo giro di quella grande spirale di rivelazione che costituisce la Bibbia.