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QUADERNI DI VINCENZO MARIA ROMANO
PRESENTAZIONE
In questi quaderni metto a disposizione di chi ama la Vita i frutti di una ventennale ricerca. Anche se stampati, essi vogliono collocarsi nella tradizione della oralità e della comunicazione privata. Non hanno perciò la veste di un saggio, che anzi si presentano discontinui nello stile (li ho scritti in epoche diverse e per mia memoria) e talvolta frammentari ed incompleti. Pur sapendo tutto ciò, ho resistito alla tentazione di riscriverli e renderli più cattivanti, poiché avrei falsificato lo spirito dell'iniziati va che vuole innescare una comune ricerca di fede, e non già offrire una delle tante linee di consumo di massa. Sono convinto che i Mass Media hanno in pratica disattivato il tessuto culturale ed interpersonale della società civile e religiosa e che sia giunto il tempo di rivascolarizzarla e ridarle un sistema nervoso autonomo, mediante un oscuro ma forte processo di infiltrazione di persone fra persone, un'azione di microchirurgia che concorra a smuovere la stagnazione in cui viviamo. In pratica, mettendo da parte gli strumenti di amplificazione, affido questa iniziativa ai lettori, alla forza della loro «oralità». Questi quaderni sono una provocazione al dialogo; ciò che conta è assumere un atteggiamento nuovo, desiderare di ricevere dalla Chiesa non solo il volume della Bibbia, ma anche l'aiuto per «leggerlo» da persone mature e libere; voler riprendere un ruolo attivo nella formazione del Sensus Fidei della comunità ecclesiale. In questa linea, senza usare accorgimenti per captare consensi, tagliando corto su alcuni intricati problemi, io prospetterò una diversa lettura dei fenomeni ecclesiali ed una lettura nuova dei testi sacri perché il lettore possa, liberato dai luoghi comuni, costruirsi una propria meditata adesione alle verità di fede. Credo infatti che non sia più tempo di «cibo liquido» (per dirla con Paolo), ma di «cibo solido». Ho fiducia che lo Spirito non abbia lavorato invano in duemila anni. Se questi quaderni riusciranno ad attivare una ricerca personale ed il gusto di farsi predicatore di Vita fra gli amici, lo scopo ecclesiale sarà raggiunto. lo credo fermamente che l'uomo sia il vero libro sacro e, quale vivente che cerca le ragioni della Vita, mi auguro che anche il lettore avverta illegittimo orgoglio di «essere per sé», di guadagnare a sé e agli altri la titolarità della Vita. È la Vita l'unica pagina che conta leggere e studiare purché siamo tutti affamati di vivere. La Bibbia è, in questo senso, la Vita. Siamo alle soglie del terzo millennio e, celebrarlo con una gita aRoma, può far comodo solo alle agenzie di viaggi. Io credo che, a fronte dei grandi problemi che incombono, bisogna che la comunità cristiana ritrovi la coscienza del Sensus Fidei; e che ognuno, singolarmente, si senta primo attore, dotato della forza della comunione ecclesiale, cioè dello Spirito. Purtroppo la comunità ecclesiale mi sembra oggi come chi, avendo due polmoni (dico Tradizione e Sacra Scrittura), si è ridotto a respirare solo col primo purché il secondo sta sulle tavole anatomiche dei dotti; e come chi, avendo due gambe (dico Magistero e Teologia), avanza saltellando, perché la seconda gamba è stata legata alla prima. Torniamo allora a dialogare, a pensare e a meditare insieme la nostra fede, per piccola ed imperfetta che sia.
QUADERNO N° 5
SALTERIO: LIBRO O CONTENITORE?
1995
I) Salmi: luci e ombre A l lettore Giovanni Paolo II ha da ultimo avanzato una proposta che, fino al giorno prima, sarebbe stata considerata un vero e proprio attentato alla Chiesa: rimeditare cioè il Primato Pietrino, cioè in altri termini ridefinire la figura teologica del Sommo Pontefice. L’affermazione sembra però caduta nel vuoto; ne poteva essere diversamente, visto che dalle loro cattedre, i Difensori della Chiesa, quelli cioè che confondono la verità divina con ciò che essi hanno capito (le loro teologie), non possono permettere che si indichino vie nuove per lo Spirito. Perderebbero infatti, insieme ai loro seggi elevati, anche se stessi. La storia è vecchia: non c'è stato mai teologo cattolico, a partire da Tommaso, che non sia stato condannato da scandalizzati farisei, per aver proposto qualcosa di nuovo. Se il Papa comincia a strappar via le false aureole alle teologie umane, che, per definizione, sono tutte transitorie e mai esaustive del Mistero, ciò significa che è venuto il tempo di rimeditare sulla Scritture sulla Tradizione. E’ tempo cioè di cercare non al margine, ma nel cuore stesso della Verità, perché l’invito di Gesù a predicare non equivale a ripetere, a mo’ di disco, una predica altrui, per autorevole che sia. Predicare è un continuo piegarsi della fede sui bisogni del fratello che ascolta, bisogni che si evolvono e si contorcono; comunque cambiano nel tempo e nelle varie latitudini. Io credo che all’interno della teologia cristiana, bisogna dare spazio alla riflessione del popolo seppur anonima e generica, badando più ai bisogni che esso manifesta ed al nuovo percorso che intuisce, e smettendo di considerare teologia unicamente il pensiero riflesso, espresso nella speciale retorica do coloro che si sono seduti sulle Cattedre di Mosè. Credo ancora necessario rivolgersi sempre di più alla Scrittura che stranamente trovo assente in mastodontici saggi intrisi di storiografia, letteratura e filosofemi; e penso sia tempo di riscoprire, in spirito di comunione, l’evangelica Correzione Fraterna, scaduta spesso a spocchiosa ripulsa, a bega di scuola, e talvolta finanche a violenza regale dispotismo. Nella ricerca di Dio siamo tutti allo stesso livello, perché Dio non fa distinzione di ascoltatori; l'amore per la Verità va sempre coniugato con quello per il prossimo e deve tendere ad edificare. Chi falsamente si eleva, accende carboni sulla sua testa. Quanto a me, nell’esporre parzialmente e sommariamente alcune (e solo alcune) delle mie riflessioni sui salmi, debbo confessare una profonda rabbia. Chi ha sposato la Scrittura e continuamente ne verifica grandiosità, soffre nel vederla avvilita, banalizzata e strumentalizzata; vorrebbe cantarla ‘pura e senza macchia’ e partecipare agli altri la gioia intima e profonda che essa può dare al cuore dell’uomo; perché , troppo diffuso è il dolore nel mondo. Ma, al tempo stesso si accorge che la sua umanità lo fa diventare violento contro coloro che egli considera detrattori della sua Sposa. Allora, suo malgrado, e senza rendersene conto, finisce col sostituirsi allo Spirito e egli proprio un deleterio Difensore della Chiesa. Rileggendo il mio testo, avverto di essere caduto il questo errore, e ne farei ammenda riscrivendolo se non fosse che (a parte la tirannia del tempo) ciò falsificherebbe lo spirito che anima questi Quaderni. Essi sono oralità scritta ed io sono abituato a parlare in parlare in questo modo. Un testo più soft prederebbe il collegamento con la mia persona, col mio vivo predicare e si farebbe anonimo e impersonale. Al di là del tono del discorso, posso garantire che ho un rispetto radicale, a volte maniacale, per la libertà altrui e per la dignità dell’ascoltatore; ed ancora, che la mia non è ira ma amore deluso. In ogni caso non intendo giudicare e condannare nessuno ne cerco di imporre le mie idee; desidero solo innescare un dialogo. Prego perciò il lettore d passare sulle asperità del discorso, di prendere quanto gli risulta utile, e di gettar va quanto non suscita eco nella sua coscienza. Nel Cristianesimo, più che le piante adulte contano i semi. So bene che molti si stupiranno leggendo questo quaderno e che alcuno esclameranno: “Ma questa è un’altra cosa!” Si, è proprio un’altra cosa ma altrettanto valida perché non contrasta con la fede della Chiesa. Ovviamente se il lettore preferirà le tesi correnti, non sarò certo io a contestare la sua scelta; ma pariteticamente mi lasci libero per favore, di cercare quanto mio Padre mi dice; non metta la museruola alla Scrittura, ne infine pretenda che la sua teologia vale più della mia. S. Agostino pregava Dio di trattenergli le mani in presenza di chi ragiona in questo modo. Un'orgia di storicismo, negli ultimi cento anni, ci ha vietato di rubare ai Padri della Chiesa il loro metodo esegetico che essi non vollero mai compiutamente esporre; così facendo li ha relegati nel museo archeologico della umana riflessione. lo mi illudo di procedere con le loro metodiche (cfr. Quaderni 1, 2, 3); i frutti saranno buoni giudici. Mi piace qui riportare un testo di Origene tratto dal commento al Salmo 1 che forse aiuterà qualche lettore più restio. 'Per cominciare l'interpretazione dei Salmi, noi esporremo una bellissima tradizione che ci è stata trasmessa da un ebreo e che riguarda- va, globalmente, tutta la divina Scrittura. Affermava dunque costui che tutta la Scrittura divinamente ispirata, a causa dell'oscurità che è in essa, è simile a molte stanze chiuse a chiave in un unico edificio: a ciascuna stanza è apposta una chiave, ma non quella che le corrisponde, e così le chiavi sono state disseminate per le stanze senza che nessuna si addica a quella a cui è apposta; è allora un gran lavoro trovare le chiavi e adattarle alle stanze che esse possono aprire; e, per conseguenza, è un gran lavoro quindi capire anche le Scritture, che sono oscure, non prendendo altrove te basi per capirle se non presso di esse, che hanno reciprocamente in se stesse disperso il loro principio interpretativo. In ogni caso io penso che anche l'Apostolo suggerisce un metodo d'approccio simile per la comprensione delle parole divine quando dice: 'Questo noi lo esprimiamo non con le parole che insegna la sapienza umana, ma con le parole che insegna lo Spirito accostando le cose spirituali alle cose spirituali' (1Cor 2, 13)". La fortuna dei «salmi» Vi sono libri <<grandi>> per definizione, per diritto di sangue come i figli dei re; uno di questi è il libro dei Salmi. Se ancora sono molti coloro che ne conoscono l'esistenza e la collocazione bibliografica, pochi ne ricordano l'origine, la storia, e la struttura; infine pochissimi lo leggono e fra questi alcuni abbandonano presto l'impresa. Ad onta di tutto ciò il libro dei Salmi resta grande, intangibile come un picco alpino che solo esperti scalatori possono raggiungere; aureolato di una fama fondata sulle ragioni più disperate. Innanzi tutto i salmi vengono esaltati perché tutti dicono che sono “una cosa grande”; poi perché costituiscono un comodo libro di preghiere; ed ancora perché l'uomo, maestro nel dolore, lo avverte quasi come eco cosmica del suo lamentarsi. La “fama autentica” gli deriva poi dalla lettura attenta e profonda che i Padri del mosaismo e del cristianesimo fecero del nostro libro. Fu questa lettura piena, ad un tempo religiosa e letteraria, a decretare la grandezza dei salmi. Poi, via via che le scuole teologiche tramontavano e con esse la tradizione orale; via via che i discepoli credettero più alla loro intelligenza speculativa che alla sapienza dei maestri, fondata sulla continuità del sapere, il significato del libro e delle composizioni in esso contenute si andò perdendo. Residuò così solo la piattezza della forma letteraria superficiale, ma dotata del blasone nobiliare ormai saldamente attaccato. I salmi restarono grandi, ad onta del fatto che, essendo letti male, risultavano sempre meno nobili ed a volte veramente mediocri. Si può concludere che, se i fans di questo libro ne avessero cercato il senso complessivo e quello delle singole composizioni con la stessa acribia con la quale ne hanno affermato, quasi fosse un dogma, la grandezza; e se la costanza nel recitarli fosse stata pari all'impegno di decrittarli, avremmo certo una lode ecclesiastica meno formale e una adesione più intima alla verità contenuta nel libro. È veramente malinconico assistere a solenni “cori” che salmodiano versi che pochi capiscono; e se per un verso si può leggere la santità del dialogo con Dio nel traslucido di una ignoranza incolpevole, fa capolino il ghigno dell'anti-Cristo nella egoistica sapienza (a volte solo letteraria) di chi ha avuto il dono della scienza. E malinconico constatare in una comunità la separazione tra dotti ed illetterati. Che dire allora di questi “conoscitori” che non insegnano ai piccoli? Ho la sensazione che anch'essi “non sanno” e sfruttano momenti umani del nostro libro, usandolo come un qualsiasi supporto letterario ad usi svariati. E veniamo al vantaggio retorico che si può ricavare da questo libro. Esso deriva innanzi tutto dalla sua stessa struttura letteraria. Essendo composto di componimenti autonomi che si possono considerare più o meno delle poesie, mette a disposizione del lettore singoli prodotti preconfezionati (massime), espressioni, immagini o versi facilmente utilizzabili nel discorso laico. I salmi ricompaiono così nel parlare corrente per via di citazione. Molti ad esempio citano il ne profundis o il Miserere, ma pochissimi sanno andare oltre il primo versetto o valutare il senso profondo della composizione. I Salmi sono il non plus ultra della comodità; li si può infatti smembrare come una specie di gioco del “lego” li si può sforbiciare e ricomporre visto che ogni versetto esprime, alla meno peggio, una idea o un sentimento. Assunti di per se, i singoli versetti possono agevolmente diventare un titolo o anche una traccia per una riflessione che vincola solo superficialmente l'oratore e lo lascia libero di costruire un discorso retorico, sapienziale, moralistico. Naturalmente, quando ci si muove con questa tecnica, ne va di mezzo il senso complessivo della composizione e ancor più la teologia del libro. In tali casi l'omiletica si degrada a riflessione meramente umana e oscura l'annuncio di Vita che costituisce l'in se imprescindibile della Sacra Scrittura. Dal punto di vista religioso (mi riferisco al cristianesimo) il nostro libro è un vero best-seller “prezzemolo” di ogni minestra. Se ne fa uso massivo nei cd. Breviari, ed è ineluttabilmente presente in ogni liturgia sacramentale; da ultimo è venuto di moda anche nella preghiera stretta- mente laicale. Quanto a quest'ultima, ha certo giocato molto l'influenza del clero ed in particolare di quella frazione di esso che è indotta a fotocopiarsi sul laicato, vuoi per una educazione che certo non facilita la fantasia e l'amore per la varietà, vuoi per una antica propensione a colonizzare, vuoi per quieto vivere. Di fatto, i salmi vengono proposti continuamente ai laici nelle cd. “paraliturgie” e cioè nelle novene, tridui, testi di orazione, ed in genere in ogni azione religiosa. Spesso si suggerisce ai fedeli di adeguarsi al costume clericale ed adottare il breviario degli ordinati come libro della preghiera domestica. In tutto ciò ovviamente non c'è nulla di male, salvo il fatto che loro malgrado, i salmi finiscono col rappresentare non un punto culminativo dell'esperienza religiosa, ma una palla al piede per il popolo cristiano. L'uomo di oggi vorrebbe esprimere i suoi sentimenti con testi più vicini ai vari ambienti culturali in cui vive, e si vede invece costretto a ripetere frasi per lui insignificanti o estranee al vivere quotidiano, che nessuno gli vuole spiegare. Spesso si ripete, ma in negativo, la scena di Atti (8, 26-40). La monolitica povertà letteraria della versione corrente dei salmi (lettura carnale) ha forse spinto i fedeli a formulare inni e canti sacri, come" traduzioni libere che ne attualizzano il sotterraneo contenuto teologico. Sarebbe interessante verificare questa eventuale corrispondenza tematica tra inni e salmi. È a tutti evidente che la letteratura religiosa è stracolma di testi stupendi che disegnano con perfezione i bisogni e gli slanci del cuore dell'uomo; eppure i Salmi, sempre e comunque, hanno battaglia vinta. Chi si consente di avanzare una timida proposta di cambiamento di questo stile di orazione si sente rispondere con aria tra il dottorale e l'offeso che i Salmi sono la ..Voce dello Spirito. e vanno preferiti in assoluto. Strano però che nessuno ricorda che il libro del Levitico o quello dei Numeri sono anch'essi voce dello Spirito e tuttavia sono stati da tempo relegati in soffitta; e che i salmi 58 e 109 (imprecatori) sono stati esclusi dal liturgia cattolica. Ed è ancora più strano che nessuno ricordi che 10 Spirito inabita i cristiani e che i profeti non si sono estinti, anzi sono diventati tanti quanti sono i battezzati. Ed è infine doloroso constatare che finanche all'interno degli ordini religiosi non esiste una scuola di meditazione teologica del nostro libro. Questa macchina di conquista, questa onnipresenza vittoriosa dei Salmi fa si che nei breviari per le suore non trovino spazio elevazioni e preghiere scritte da sante donne, con cuore femminile. Si ha un bel ripetere che la donna ha pari dignità dell'uomo; questa eguaglianza non si attua proprio nel suo punto più alto e cioè nella preghiera che resta rigidamente maschile. I Salmi, almeno nella lettura superficiale (Agostino la direbbe carnale), sono ineluttabilmente riferiti ai maschi e non dedicano un rigo alla realtà della famiglia e della donna. la Chiesa domestica resta estranea a quella che dovrebbe essere la preghiera più alta e perfetta del cristiano. Ma non si fermano qui i vantaggi umani che svantaggiano il libro sacro. Aggiungerò qualcosa che certamente farà storcere qualche bocca, ma, lo so bene, corrisponde al sentimento dei fedeli: i Salmi, così come li leggiamo, risultano per lo più afflittivi, scorati, lamentosi. È bene denunciarla subito e senza ipocrisie questa cadenza funebre e disperata che aliena il libro da coscienze religiose più solari, più amanti della Vita che: del peccato, del diavolo e della morte distruttiva. È bene evidenziarla perché, proprio accettando questa realtà, il credente cercherà in essi qualcosa di veramente grande, di specificamente divino. Se i millenni ne hanno decretato la grandezza, qualcosa di grande deve pur esserci. E se poi si riconosce una loro origine divina, li si potrà pure rassomigliare, nella loro veste superficiale, ad una carta di musica all'apparenza composta solo da cacchette di mosche e bastoncini, ma verrà voglia di studiarli, per trarne una sublime sinfonia di suoni. Lo ripeto: anche i salmi 59 e 109 sono voce dello Spirito; evidentemente noi li leggiamo male, e ciò fa dubitare della interpretazione che vien data a quelli all'apparenza più semplici ed intuitivi. Origine dei salmi Con la certezza che viene dalla Tradizione, con il desiderio di trovare un poco di Vita che addolcisca le amarezze dell'esistenza, cercherò di mettere in crisi questa concezione fallimentare del libro dei salmi. Cominciamo dunque un lavoro di rilettura rivisitando il nostro libro dalle sue origini. I Salmi sono un insieme di antichissimi testi della religione mosaica rifluiti nel cristianesimo. Non sono un prodotto originale del mosaismo, ma furono costruiti attraverso una secolare rielaborazione di canti religiosi appartenenti ai popoli che abitavano l'Ecumene, cioè il bacino del Mediterraneo. La ricchezza delle origini rende il nostro libro un variegato prodotto in cui sono mescolati innumerevoli mo- menti della esperienza religiosa dell'uomo riferita a se stesso, alla propria storia, ai destini dell'umanità e alla natura. Questo ricco genoma letterario consente in qualche modo all'uomo occidentale di rispecchiare in essi la sua angoscia o la sua serenità religiosa, in una parola la sua umanità orizzontale che cerca una uscita verso l'alto. Giustamente si può dire che essi costituiscono un libro guida del nostro emisfero culturale. Ma mi sembra eccessivo qualificarlo il “Breviario dell'umanità” come, trionfalmente si usa dire. Per formulare una affermazione di tal fatta bisogna tingere di divino e non di estetismo queste composizioni (1). (1) Dire che essa sia “la più alta lirica dei tempi antichi e di tutti i tempi” (Attal) mi sembra veramente spropositato e sa di quella autocelebrazione che è tipica di alcuni ambienti ecclesiastici. Noterò solo che per mia esperienza chi li conosce tutti per averli continuamente recitati, non ne ha approfondito il significato e tantomeno colto il valore profetico; chi invece ne loda la profondità religiosa o letteraria, in genere ne conosce veramente pochi. Saldando le due cose insieme nasce lo slogan trionfalistico. Ricorderò che neppure i salmi si salvavano dal giudizio negativo che sul piano letterario gli antichi davano della Scrittura (Rinaldi). L'origine multipla, che fa del nostro libro un «figlio del reggimento», dovrebbe spingere i teologi a cercare per varie strade. Innanzi tutto spaziare con soddisfazione nella ricerca dei testi da cui furono tratti, godendo della viva presenza di Dio nei vari popoli della terra che li composero e li perfezionarono con una lenta opera di limatura teologica. In altre parole scoprire che un salmo deriva da una composizione di altra religione dovrebbe essere motivo di gioia e di riconoscenza per un cuore «cattolico». Bisognerebbe poi cercare di delineare una teologia unitaria del libro e dei singoli canti; ciò al fine di poterne leggere parti e brani senza perdere di vista il discorso unitario rivolto da Dio agli uomini. Ed infine poiché il libro ha almeno due diverse edizioni, e cioè quella greca dei LXX (III sec. a.C.) e quella giudaica (100 d.C.) sarebbe necessario interrogarsi sulla scelta della «edizione» più rispondente alla fede cristiana. In ordine a quest'ultimo punto non ci può essere altro criterio se non quello della Tradizione viva della Chiesa. Purtroppo, gli studiosi accademici che vivono di mode culturali, in obbedienza al «postulato giudaico» (dipendenza del cristianesimo dal giudaismo e dalla storia della etnia ebraica), sono tutti schierati a favore della edizione giudaica e restringono la loro ricerca unicamente a quest'ultima. Per essi non conta la testimonianza della Chiesa, ma quel fantomatico «originale» filologico che, sempre per via di postulato, essi identificano con la traduzione in ebraico quadrato operata dai rabbini palestinesi dopo la morte e resurrezione di Gesù. Quanto a me non mi sento assolutamente di seguirli per questa strada. Come dirò più avanti mi sembra improponibile una versione che fu costruita in chiara antitesi alla nascente fede cristiana da una scuola rabbinica appartenente ormai ad un'altra religione. La storia letteraria del libro Proviamo ora a chiarire questo punto che mi sembra di somma importanza perché, al di là del nostro concreto problema, esige a mio giudizio una revisione dell'orientamento degli studi biblici. Chiariamo subito che nella cd. LXX (cioè la Bibbia greca del III/II sec. a.C.) il nostro libro era già tutto presente e costituiva il testo su cui pregavano i fedeli mosaici nelle Sinagoghe e su cui per secoli pregherà e mediterà la Chiesa. Esso fu chiamato Psalterion (che indica uno strumento a corde), termine da cui deriva Psalmos che equivale a “canto” (sarebbe Mizmor in ebraico) e quindi a qualcosa che va recitato con una particolare forma di dizione (2). (1) In tema di canto vedi nota seguente n. 7. In ordine al significato teologico del termine, “Psalterion” considero molto acuta l' intuizione di G. da Fiore. Egli racconta che il sistema articolato della rivelazione scritta gli fu evidente quando immaginò un salterio a dieci corde. A mio giudizio egli intuì due cose: a) l'autonomia di ogni singola composizione (corde); b) l'armonia del suono complessivo delle singole corde. Il titolo del libro ne costituisce la sintesi teologica: 150 composizioni, ma una sola ed unica musica. Ovviamente lo strumento va prima accordato, cioè fuor di metafora, va individuata la struttura organica del libro. È quanto cercheremo di fare nel II capitolo. Nella LXX il titolo del libro è Psalmoi; esso, come l'altro e cioè Psalterion, possono leggersi in molti modi, compitando e collegando variamente i fonemi che li compongono: Psa, Alma, Oi, Alto, Er; Erion, Rion, ion, i, on. Tra le varie espressioni che si possono ottenere, ricorderò che Psalmoi può dire: “O selva (di componimenti) rendi semplice la LXX”, e Psalterion: “Inchinati, Egli esaltò la mortalità" . Malgrado il Psaltherion della LXX greca sia stato, come dicevo, il libro di fede e di meditazione dei fedeli Mosaici e dei Cristiani per almeno mezzo millennio, benché sia citato (116 volte) nei Vangeli, benché sia stato il testo di riferimento della prima tradizione patristica, esso sembra produrre una qual forma di allergia ai moderni Dottori della Legge in quanto -essi dicono- presenta “una sconcertante varietà di forme testuali” (Grande commentario della Queriniana). Cito questo argomento chiaramente letterario, perché rivela lo stile della scuola che ne fa uso. È evidente che esso è derivato da una scelta pregiudiziale in favore dell'edizione giudaica che pure di oscurità ne presenta non poche; ed è ugualmente evidente che è pretestuoso in quanto impedimentum non est argumentum; mentre la finalità dello studio è una rivelazione divina, l'argomento attiene alla qualità letteraria del testo. Ora, a parte il fatto che la “varietà di forme testuali” può essere intesa come ricchezza di tradizioni e quindi ulteriore materiale per approfondire la Fede, io non credo che si possa ,o, esigere da Dio ciò che Dio stesso non ha voluto dare (si pensi all'Apocalisse, libro testualmente illeggibile), o ha voluto giungesse a noi in forme diverse fra loro. Sta di fatto che, con questo ed altri argomenti, si è giunti ad accordare favore a quella Bibbia che fu tradotta dai rabbini giudei, in ebraico quadrato, dopo l'evento Gesù e quando (fine del primo secolo) era ormai evidente lo scontro fra la vecchia e la nascente religione. Il 1ibro dei salmi, contenuto in detta Bibbia del 100 d.C. veniva chiamato Sefer tebillim cioè Libro delle lodi. Come gli altri libri esso era poi composto solo dalle consonanti presenti in ogni parola ed era quindi illeggibile per chi non conosceva il testo vocalizzato. Solamente nel medio evo furono aggiunte esplicitamente al testo ebraico le vocali, ad opera dei cd. Masoreti, cioè studiosi della tradizione giudaica. A questo punto il lettore si chiederà: ma i due testi (quello greco e quello ebraico) sono forse diversi fra loro? Rispondo che ad un primo esame il testo ebraico sembra apparentemente uguale a quello contenuto nella LXX, ma la somiglianza è tutta lì, nell'apparenza. Lo si può dedurre tra l'altro dall'odio che la Congrega di Gerusalemme nutriva nei confronti della LXX (fino al punto di dire che quando essa fu scritta si oscurò il sole) e dalle perplessità di Gerolamo, quando si adoperò a emendare l'antica traduzione latina della Bibbia (Vetus Latina) concorrendo a costruire quella versione che viene chiamata Vulgata. Quanto grande sia la differenza fra i due testi cercheremo di evidenziarlo nei capitoli che seguono, mostrando quanto può variare il senso di un salmo letto nella redazione greca. C'è una piccola, ma forse importante differenza tra l'edizione greca (LXX) e quella giudaica; la prima infatti aggiunge ai 150 componimenti un 151° salmo che esplicitamente viene qualificato fuori numero. Questa espressione probabilmente vuole dire: a) che il numero 150 ha un suo significato teologico da cui non si può prescindere; i salmi debbono essere 150; b) che il salmo conclusivo 151° allude all'ottavo Giorno che corona i sette della prima creazione come divina perfezione finale. Il salmo 151 canta la vittoria di Davide su Golia e forse, fuor di metafora, annuncia la vittoria di Cristo sul mondo. Che fosse importante lo dimostra il fatto che, sebbene espunto dalla bibbia giudaica, esso era presente nei testi esseni di Qumran (11 QP), nella versione Siriaca e nella cd. Vetus Latina cioè nella prima traduzione in latino della Bibbia (3). (3) Il lettore potrà notare, nel leggere il nostro libro, che dal n. 8 a1148, la numerazione dei salmi è doppia. Essa vuole indicare una sfasatura tra la Bibbia classica e quella greca (LXX). In pratica, il salmo 9, chiaramente unitario (e così presente nella l.XX) viene spezzato in due nell'edizione ebraica e gli ultimi versi diventano il salmo 10. La numerazione torna ad essere identica dal salmo 148 in poi, perché qui i rabbini hanno saldato insieme due composizioni chiaramente distinte. Il lettore noterà che i salmi 42 e 43 del testo ebraico (cd. testo masoretico), corrispondenti ai salmi 41 e 42 della LXX, sono considerati dai traduttori un componimento unico per senso e struttura. Senza entrare nel merito, rilevo che i redattori, greci e semiti, hanno comunque voluto che libro contenesse 150 composizioni; e, considerando che non erano degli sprovveduti, se hanno saldato insieme testi che apparivano distinti (9 e 10), e diviso in due quanto sembrava unitario (42 e 43), seguivano evidentemente criteri ben diversi da quelli letterari oggi in voga. Aggiungo che nella grotta llQ sono stati trovati alcuni salmi i quali, a detta degli studiosi, non aiutano nella comprensione critica del testo. Vi sono 5 salmi presenti nella versione siriaca non considerati canonici, tra quali anche il 151°. In conclusione bisogna scegliere fra due testi, quello greco e quello ebraico, quello da sempre appartenuto alla Chiesa che lo ha assunto dalla fede mosaica, o quello costruito in una religione contraria al cristianesimo, in quanto negatrice del mistero qualificante e cioè l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Chiusa questa parentesi, tenendoci al nostro tema (sviluppo storico del libro), si può affermare che da queste due fonti (greca ed ebraica) nascono i Salteri delle epoche successive fino ai giorni nostri. In particolare: Il Psalterion Romanum, attribuito a Gerolamo, che era una traduzione del testo della LXX. Il Psalterion della Chiesa ambrosiana e di San Pietro in Vaticano, che fu una revisione del testo contenuto nella Vetus, e fu redatto da Gerolamo. Il Psalterium Gallicanum (così detto perché adottato nelle Gallie) che fu redatto da Gerolamo (386) a Betlem e che in pratica era una revisione del precedente alla luce dell'Esapla ma conservava tutte le debolezze della LXX, specialmente la confusione dei tempi verbali. (Quer). Fu approvato da Pio V nel 1568. Il Psalterium juxta Hebraeos (rivisto filologicamente il 1954) che fu una traduzione indipendente dall'ebraico "purtroppo (sic) mai accolta nella Vulg.” (Quer). Fu redatto tra il 390 e il 405. Il Psalterium pianum che fu voluto nel 1945 da Pio XII ed è una traduzione dal testo giudaico. Il Liber psalmorum del 1969 che è una Vulgata emendata. Le oscurità dei salmi Passiamo ora ad elencare alcuni paradossi che si ritrovano nel nostro libro. Un malvezzo esistente all'interno della Chiesa induce gli studiosi ed ancor più i predicatori a smussare le scabrosità, a levigare le asperità ed a presentare un prodotto confettato da inghiottire intero. lo credo, al contrario (vedi Quaderno n. 1), che ogni “scandalo” è potenzialmente un segnalatore di verità e nel nostro libro gli scandali, che non son certo pochi, affiorano anche sotto la smaltatura delle traduzioni. Ora ne elencheremo alcuni, con la tranquilla coscienza di chi sa che dietro di essi si cela una enorme ricchezza rivelativa. A) L 'autore del libro e delle singole composizioni è praticamente ignoto. Ma ve ne è stato mai uno? A giudicare dalla eterogeneità delle singole composizioni sembrerebbe proprio di no. I salmi infatti sono molto diversi fra loro ed in un certo modo “disordinati.” Cronologicamente (nella stesura attuale), essi sono stati datati a far tempo da Davide fino all'epoca di Neemia (cioè dal sec. XI a.C. a circa il 400 .a.C.). Sono dunque opere di autori diversi che hanno trovato una sistemazione unitaria in qualche momento indefinito. Ma si può parlare di una vera e propria organizzazione del materiale letterario secondo una logica sistematica, oppure bisogna pensare ad una fiera fissazione del testo? A intenderli secondo la lettura corrente sembrerebbe valida la seconda ipotesi. Nella presentazione oleografica, di moda quasi fino ai nostri gior- ni, gli studiosi oscillano fra pluralità di autori e autore unico (4). (4) Il Vaccari ad esempio vedeva i salmi come opera di .pii poeti divinamente ispirati i quali vi trasfusero: i loro santi affetti, le loro fervide preghiere, i trasporti dell'anima loro profondamente religiosa.. Ovviamente, questo venerando studioso non aggiungeva che gli agiografi vi posero anche le loro .fervide maledizioni. e una disperata sfiducia in Dio. Gli avversari della ipotesi poligenetica (più autori) li attribuivano al re Davide. Ma, con l'andare del tempo, si è consolidata la tesi secondo cui questa paternità è solo adottiva, come quella di Mosè rispetto al Pentateuco. Tuttavia, forte dell'argomento del .si è sempre detto. la paternità davidica resiste nella predicazione corrente ad ogni prova contraria, e ne discorso comune Davide rimane il salmista per eccellenza (5). {5) E mi starebbe bene purché non si aggiungesse l'aggettivo .Santo., oppure, legato ad esso col trattino, si aggiungesse qualche parolina per segnalare anche le sue male arti di seduttore, di adultero e di committente di omicidi sul letto di morte. Forse questo essere simul justus et peccator, costituisce il senso del paradosso. Nel termine Davide {che sarà ripreso nella annunciazione a Maria dove più utilmente si poteva evocare Salomone), preferisco teologica- mente individuare i tratti tipologici del salmista: un povero essere umano, come lo siamo tutti, che tuttavia avverte come costitutiva della sua personalità la chiamata di Dio a realizzare un'opera di comunione, di Regno. B) I titoli che troviamo in testa ai singoli componimenti e la indicazione della musica che li doveva accompagnare sono altri due punti problematici. A ciò va aggiunto un dato storico contraddittorio: nella Bibbia ebraica i salmi sono manifestazioni di lode e non qualcosa da cantare. Inoltre i “titoli” e le “intestazioni” premessi ai salmi, unitamente alle indicazioni sulla musica, non vengono usati nella liturgia cattolica; nel testo ebraico, sono poi quasi sempre molto oscuri nel senso. La questione inerente i titoli appartiene al limbo della teologia biblica; ed infatti lo studioso li lascia lì dove sono, limitandosi a prendere atto della loro presenza e della garanzia di una millenaria tradizione. Al tempo stesso li considera estranei al testo sacro. Ma, come dicevo, è questo un “fuori” limbico perché non si perfeziona nella conseguente ed ovvia espunzione dal Libro; al contrario, non si esita ad assumerli come testimonianza storica di questa o quella cosa e quindi atti ad orientare la lettura del salmo (6). (6) Un atteggiamento questo che ha permesso agli editori della Bibbia di inserire, in testa a singoli brani della stessa, titoli di fantasia, vincolando così la lettura del fedele sprovveduto. Quanto a me, credo che i titoli, recepiti ovviamente dal testo greco, sono una comunicazione teologica e, adeguatamente intesi, possono costituire un commento e forse anche un testo ispirato, La questione, che andrebbe sviluppata all'interno del più vasto problema del linguaggio jeratico e delle sue chiavi di interpretazione, sarà oggetto di un successivo Quaderno (7). (7) Qui, per fare un esempio (provvisorio) consideriamo il titolo del salmo 132 (numerazione dei LXX) che nella traduzione italiana interconfessionale, ricavata dal testo ebraico, suona: “Canto dei pellegrini, salmo di Davide”. Per cercare di intendere il nostro titolo innanzi tutto lo ricaveremo dal testo della LXX e poi proveremo a rimetterci nella situazione in cui il salmo fu scritto e recitato. Immaginiamo allora le qualità e la situazione di un Cantore del tempo. Questi aveva davanti la sequenza di lettere che formano il cd. titolo del salmo; conosceva il linguaggio jeratico e sapeva che esso faceva uso di fonemi e non di grafemi fonetizzati (parlare cioè come un libro stampato); sapeva quindi di poter leggere il testo usando di tutte le varianti della lingua greca dialettale, epigrafica e papiracea. Questo cantore cercava nel testo verità di fede e non letteratura profana, sentendosi supportato dalla Tradizione dalla quale era lecito trarre ispirazione. Questo lettore non temeva di sbagliare, sentendosi garantito da un Magistero che avrebbe autenticato o cassato la sua lettura; e credeva che Dio, l'ineffabile, Uno eppure molteplice nel suo rivelarsi, si esprime- va nel testo che egli stava leggendo per la comunità. Questo lettore credeva nella ispirazione del testo, sicché nulla poteva tralasciare di ciò che era uscito dalla bocca di Dio, ed infine amava ciò che leggeva. Questo lettore, al quale posso assimilarmi, in barba a tutti i postulati dei dottori, aveva la possibilità, e direi il diritto, di ricompitare variamente il testo del nostro Titolo, di ripeterlo responsorialmente (cantillazione), e di proporre conclusivamente quanto segue, a sua edificazione ed ad edificazione e scienza della assemblea. 'O cantore, tu calice del Canto, tu che a quelli certamente appartieni, sorgi! / Che voi siate il loro Canto per l'alto, a loro certo appartiene n suo nuovo Canto. / Lo Spirito in alto è per quello n un acquisto recente. /o prezzo di acquisto, o Signore, che io sia splendore delle dignità, Arco di luce nel cielo; e ciò proprio per il Figlio’. Recepito in questo modo il titolo diventava per i fedeli che ascoltavano un testo significativo e ricco di assonanze genesiache (‘Arco di Luce’, cioè pacificatore) e di valenze cristologiche il (Figlio); un passo che si inquadrava nel grande problema della Chiesa primitiva chiamata a mediare fra le comunità gentili (“Quello li” intendilo come Esaù) ed il dotto giudeo convertito (il "Giacobbe), che come Paolo veniva a celebrare il “nuovo Canto” cioè il Vangelo ed il Canone eucaristico. Aggiungerò che, se il nostro titolo viene inteso in questo modo, si può reimpostare la questione della sua “ispirazione”. Per incidens aggiungerò che quest'ultimo tema presenta molte ambiguità, perché molte verità al riguardo, benché affermate dagli studiosi, raramente risultano poi assemblate ed applicate nel concreto esame della Scrittura. Tutti dicono che la Bibbia è Parola di Dio e quindi ispirata ed inerrante, ma poi la riducono o a materiale letterario (e per quell'uso è tutta buona), oppure ad un miscuglio di frasi spezzettate. Su di esse viene steso il pietoso velo unitario delle grandi costrnzioni teologicbe o della accademiche sintesi storiche. In barba alla ispirazione, questi autentici lenzuoli funebri raccolgono così ossa spolpate, frasi sforbiciate, non si capisce in base a quale scienza del testo unitario: che se è già difficile togliere qualcosa da un testo che si è Composto, quanto più lo è per un testo di cui si è capito ben poco! Anche il nostro titolo appartiene a queste ossa seccbe che quando sono accreditate del blasone della ispirazione e dell'inerranza, come le nobiltà decadute, lo espongono, per tappezzeria delle feste ufficiali. Questi rilievi potrebbero anche avere forza conclusiva se non fosse che da tempo, nella prassi liturgica, la Chiesa usa anch'essa le forbici e si ritaglia spicchi di Salmi e di altri testi scritturistici. Se lo Spirito non è una colomba di transito questo fatto deve dunque dire qualcosa. Probabilmente tende a rivelare che nel microcosmo di ogni Stico si nasconde una totalità di rivelazione. Ma, proprio questa connessione fra parte e tutto, esige dal lettore la ricerca delle linee di insieme. In parole povere un salmo può essere anche letto, come accade nei responsori, per frasi sforbiciate, ma a patto di usare questo strumento solo quando si è compresa la teologia unitaria del Libro e del singolo componimento. A maggior ragione lo può essere un titolo. Mi spiegherò con un esempio. Per descrivere ad eventuali Alieni un elemento della nostra complessità vitale (poniamo “i vegetali”) bisognerebbe fornire loro tutto lo scibile su quel punto; oppure il codice genetico come momento sintetico di quell'insieme. In ogni caso non proporremmo mai “pezzi anatomici” o “esemplari focomelici”. Come una sola cellula è sufficiente ad indicare il tutto, così lo è un verso di un Salmo, ma a patto che sia inteso come .codice genetico. e non come pezzo anatomico. In pratica la Scrittura è Rivelazione sia nella totalità di corpo non mutabile, sia nella sua consistenza parcellare, come cellula del tutto; ma a patto di una conoscenza del tutto e delle relazioni di questo con ogni sua parte. In ordine alla musica che, a credere ai titoli avrebbe accompagnato i salmi, rendendoli Canto, bisogna prendere atto che ben poco sappiamo. Della musica mediorientale, egiziana e greca noi conosciamo men che nulla. Risalendo però alla “cantillazione” sinagogale io penso, con Werner e K. Sachs, che e-ssa consisteva in una ricompitazione del testo mediante un cambiamento di accenti tonici. Il canto, in luogo di una melodia o di un ritmo, forniva cioè un senso diverso da quello superficiale. Di ciò è rimasta traccia nella melodia monodica gregoriana della Chiesa. In altre parole il cantare equivaleva a leggere in maniera diversa da quella corrente il testo sacro, sfruttando la plasticità della lingua che permette di compitare diversamente i segni grafici (questo è il «leggere. in senso stretto) e quindi di variare gli accenti tonici (8). (8) In tema di canto è utile fornire qualche dato per evitare di confondere cose diverse tra loro e cioè la maniera attuale di cantare e quella antica. Ho più volte affermato (cfr. Quaderni n. 1 e 4) che il testo della LXX è scritto in linguaggio Jeratico. Quest'ultimo chiede al lettore non già di fonetizzare semplicemente i grafemi già compitati del testo, ma, con una operazione continua e progressiva, di esprimere le cifre dello scritto in una varietà di forme verbali che rendano pieni e plurimi i sensi del testo. Per intenderci, nel primo caso, guardata una espressione come “Signora che soffre”, il lettore la esprime vocalmente così come la trova e deduce un solo significato; nel secondo caso, avendo di mira il testo materiale e cioè “signorachesoffre”, il lettore può compitare diversamente le cifre e fonetizzarla in maniere anche diverse. Ad esempio vocalizza: “Signora che s'offre”, “Signora che soffre” e così via. Dallo stesso testo, cambiando la compitazione e quindi gli accenti tonici, e dando colorito diverso alla vocalizzazione, egli può individuare una molteplicità di significati. Questo procedimento veniva del tutto naturale per i testi antichi, normalmente scritti senza divisione tra le parole e senza segni diacritici (cioè il punto, la virgola, etc.). Proprio questo procedimento costituiva il “Canto” (Werner, Sachs); la melodia è una realtà che, a detta dei musicologi, compare solo molto più tardi. Chi vuole intendere dunque un testo sacro deve “cantarlo” in questo speciale modo, identificabile con quella cd. cantillazione sinagogale connessa in qualche modo allo Spirito. Secondo la testimonianza degli Atti degli Apostoli, essa ha la forza di liberare le persone e la stessa Rivelazione. Sia Pietro che Paolo sperimentano questa potenza liberatrice, questa esplosione attiva e viva della Parola imprigionata che le restituisce la capacità di espandersi liberamente. Nella liturgia, l'uso di cantare i passi della Scrittura è rimasto sempre vivo, anche se via via, perdendosi la vera finalità di questa azione, il cantare si è trasformato in fatto emozionale, estetico, in solennità esteriore al gesto liturgico e non ha costituito più parte essenziale dello stesso. Forse la celebre espressione “Chi canta prega due volte” (sempre ripetuta e mai pienamente spiegata); voleva proprio ricordare che il canto ha una funzione liberatoria del testo. La cantillazione del sacro testo, rompendo il corso degli accenti tonici che ne fermano il senso trasmesso attraverso l'oralità, permette di costruirne degli altri che sono stati autorevolmente chiamati “Iogogenici” cioè creatori di una nuova compitazione e quindi di un nuovo testo significativo. Il canto liturgico, così inteso, esprime la tradizione ecclesiale della molteplicità dei sensi testuali che ineriscono ad un passo della Scrittura (vedi in questo senso Agostino). parallelamente, la tradizione orale ha fissato una compitazione che serve ad un primo approccio (cibo liquido, direbbe Paolo) e comunque a tener a mente con facilità la serie di lettere (testo materiale) di cui è composto il libro sacro. Si può dunque affermare che bene ha fatto la Chiesa a sostenere con vigore il canto monodico cd. gregoriano e la priorità del senso letterale dei testi; avvertendo però che sostenere il “senso letterale” non significa che l'unica compitazione significativa, leggibile letteralmente sia solo quella tradizionale. Noi ne troveremo molte altre ed apriremo così una via di comprensione di fenomeni che altrimenti restano nella opacità del traslucido, come ad esempio alcuni scritti patristici, alcune affermazioni ereticali, alcuni cd. miti gnostici. Ciò che conta per un cristiano è il fatto che i significati dedotti siano coerenti con la fede tradizionale della Chiesa. Proprio per questo esiste un Magistero. Sul punto cfr. V.M. Romano “Primi appunti per una lettura responsoriale del Padre Nostro” in “Scuola Cattolica” (Napoli) n. 2/3 e 4/1993. Parallelamente va detto che la resistenza della Chiesa verso altre letture, discende dalla preoccupazione che il senso della Parola di Dio divenga tributario e dipendente dalle scelte umane; come nel caso di arzigogoli intellettuali, modelli interpretativi apodittici, o fantasie immaginifiche. L'importante è rimanere ancorati saldamente al testo materiale, cioè alla sequenza delle lettere di cui è composta la Scrittura. Un illuminante momento della tradizione liturgica è costituito poi dal cd. Responsorio e cioè dalla ripetizione di frasi intere o parti di esse nel canto (quello attuale) o nella recitazione in “tono retto”. Quest'ultimo era in fondo una, a prima vista monotona, rottura degli accenti. Intendendo il fenomeno secondo le linee che propongo, si può fornire una funzionalità a questa ripetizione e intendere il criterio in base al quale vengono divisi, in stichi separati, pensieri che hanno una loro struttura unitaria ed esigerebbero di essere letti unitariamente. Aggiungerò ancora che all'interno della compagine ecclesiale è sempre esistita la funzione del cantore, figura che, se è esatta la mia ipotesi, doveva avere una rilevanza ben più grande di quella che le veniva dalla competenza musicale profana. Lettore, salmista, cantore non erano forse mere attività espressive che si potevano esercitare in base ad una conoscenza profana della lingua o del canto. Forse erano funzioni connesse ad una scienza religiosa del testo, che la Chiesa ha difeso gelosamente fino ai nostri tempi, evitando di mettere nelle mani del popolo gli scritti sacri. Forse le ragioni di questa preclusione, che possono variamente interpretarsi in un contesto ed in una logica meramente storica, sul piano religioso vanno ricercate altrove. La difesa del testo era difesa del suo valore spirituale, proprio esso va oggi scemando, via via che la Parola di Dio, banalizzata nei c.d. Linguaggi correnti, perde tutta la carica di Mistero connessa alla sua struttura crittografica. Un ultimo dato può risultare interessante e riguarda la tradizione della musica anche profana. Fin quasi ai giorni nostri i musici erano una corporazione la quale conservava gelosamente il segreto di come leggere uno spartito. Veri e propri indovinelli, che solo gli adepti sapevano risolvere, indicavano la chiave di lettura del testo. C) Una particolarità dei salmi consiste nella struttura a stichi contrapposti, cioè nella ripetizione per due o tre volte dello stesso concetto (cd. Parallelismo). Ciò significa che dopo un versetto, che già esprime compiutamente quanto l'agiografo voleva dire, se ne trovano in fila un secondo ed a volte un terzo che sembrano ripetere il primo enunciato. Per giustificare questo strano fatto si è ricorso al solito escamotage della “forma letteraria”, cioè di una specie di regola che lo scrittore avrebbe seguito componendo il salmo, e consistente nel ripetere due o tre volte uno stesso messaggio. Questa soluzione di tipo responsoriale, per valida che sia, non suggerisce però alcunché a chi ha di mira una lettura teologica. Lo avverte solo che il salmo potrebbe essere praticamente dimezzato (9). (9) Un esempio di questo strano modo di scrivere lo possiamo ricavare ad esempio dal salmo 58 (ed. Paoline). Qui ogni verso viene praticamente fotocopiato in quello che segue:
Fate davvero o divi la giustizia? Giudicate voi gli uomini rettamente? Anzi fate già in cuore l'iniquità, le vostre mani spandono l'ingiustizia. Traviano sin dal nascere i perversi, dalla matrice gli empi vanno errando.... O Dio spezza loro i denti in bocca, schianta le loro zanne di leoni. Per trovare una diversa risposta al quesito, mi muoverò in altra direzione. Fiducioso di trovarmi davanti ad una Parola di Dio, e ricordando quanto diceva il grande Origene e cioè che non bisogna considerare fungibili i termini della Scrittura, anche se appaiono chiaramente come sinonimi (es: «Israele» e «Giacobbe»), a me pare che il «parallelismo» è sì uno strumento letterario, ma finalizzato a comunicare uno specifico messaggio rivelativo attraverso una opposizione dialettica. In particolare, mi par di intuire che esso ripresenta continuamente al lettore un problema vecchio quanto il mondo, e cioè la separazione fra la massa ed i capi, fra gli inesperti e gli esperti. Una dinamica che viene letta teologicamente come distinzione dell'umanità in due tronconi, individuati l'uno come Eletto, e l'altro come Genti; e viene significata letterariamente dalla coppia dei fratelli (Caino e Abele, Iafet e Sem, Esaù e Giacobbe). Questa dinamica di alterità può esprimersi in due modi: o si fa scontro e dolore, e il forte prevarica sul debole; oppure trova la sua sintesi nell' amore di servizio indicato nella Scrittura dal mistico Cam (in greco X am) cioè dal Cristo (X) unità e molteplicità (A-M) (10). (10) Uguale dialettica si può ritrovare anche nella duplicazione onomastica di Sion (Leggi: Sia On che può intendersi: la divina di quelli) e Ierosoluma (leggi: 1 eros, o luma e intendi: “Egli è amore perché è morto.”); qui si allude al concorrere dei gentili e degli eletti al sacrificio eucaristico. D) Un notevole inciampo (scandalo) presente nel libro dei salmi è costituito dal singolare atteggiamento del salmista che si considera al tempo stesso giusto e peccatore. Il lettore si trova in pratica spiazzato non sapendo come qualificare colui che gli parla ed al quale si assimila mentre legge i testi. Il salmista infatti, mentre protesta continuamente la sua innocenza, si dichiara peccatore. In altre parole recitando un salmo, si fa autocritica o si protesta la propria rettitudine? La soluzione correntemente viene cercata mediante un artificio retorico: in pratica, facendo dell'eccezione una regola (così si è inventato il greco biblico) il problema viene risolto affermando: “Bisogna accettare il paradosso ebraico secondo cui è possibile essere insieme giusto e peccatore” (Ravasi). Ovviamente in tutta fretta si aggiunge che ciò non conforta la tesi luterana del “Simul justus et peccator". lo non seguirò questo metodo lapalissiano, perché considero che il contrasto esistente nell'intimo del salmista va letto in parallelo a quello che affligge Giobbe ed ogni uomo della terra. Poiché non siamo sempre manchevoli, ognuno di noi si avverte giusto nella sua coscienza di individuo, ma sa anche di non aver raggiunto il terzo stadio della coscienza e cioè quello divino e perfetto della «Nuova Creatura». In questo terzo stadio la coscienza individuale e personale si perfezionano in ciò che chiamiamo l' Io di Cristo e l'uomo può dirsi un santo di Dio. La doppia situazione esposta dal salmo (anche attraverso il parallelismo dei versi), non esprime dunque una contraddizione di tipo etico connessa cioè ad un certo modo di agire, ma è specificamente di natura ontica e vitale. In altri termini, pur riconoscendomi una brava persona, avverto l'imperfezione del mio essere, perché ancora non sono 'un Dio'. Il segreto della apparente contraddizione va ricercato in questa direzione; il salmista non è un uomo che ha posto in essere chissà quali opere immorali, ma (passi la metafora) è come una scimmia che, pur avendo sempre operato bene, si accorge tuttavia, di non essere ancora un «uomo». Sapendo che la perfezione della moralità è il «dialogo» con la Vita, il salmista comprende di essere in marcia verso di essa, ma anche di non parteciparvi ancora in tutta pienezza. I salmi possono leggersi allora come la rivelazione di una adolescenza esistenziale che si sta aprendo alla divina giovinezza. Nessun bigotto piagnisteo sui propri errori, nessuna lacrimosità sul passato, ma slancio in avanti verso una grandezza che attende l'uomo dialogante con Dio e che viene misurata proprio dalla mediocrità del presente. Ma questa contraddizione può essere sciolta in altro modo. Mettendosi nei panni dell'eletto, cioè del più dotato dei «due fratelli» (ad es. Giacobbe), si può avvertire, nelle proteste di giustizia e di fedeltà, la puzza del fariseo del tempio che si affanna a proclamarsi giusto, eppure non uscirà giustificato dal tempio fintanto che non scoprirà la sua difettività ontica. I Salmi possono allora intendersi come una amara medicina per le anime troppo religiose e poco credenti. E) Si afferma unanimamente che il VT è preparazione al NT, ed è collegato strettamente all'evento Cristo; e tuttavia non si può certo dire che i salmi (così come li leggiamo) sono esattamente in questa linea. Per chi li recita, avendo nel suo cuore il Cristo, come Dio incarnato e Mediatore fra l'uomo e la sua inconoscibile alterità, un libro senza Cristo è veramente un paradosso, e costituisce un non piccolo problema (11). La questione si fa ancora più insostenibile quando a tutto ciò si aggiunge una visione abbastanza opaca del destino finale. In pratica chi recita i salmi non vede vicino a se Colui che lo rassicura in questa valle tenebrosa; avanti ai suoi occhi si spalanca una fogna insaziabile dove la sua vita scorrerà come liquame. Lo «Scheol» (oltretomba dei salmi) è destino universale irreversibile (Sal. 49,11), è distruzione e morte eterna. (11) Si dirà: ma anche gli altri libri del VT non appaiono cristologici. Questo è vero (anche se solo in superficie), ma, recitando i salmi, il credente riferisce a se quel testo che, non va dimenticato, è scritto In prima e non In terza persona. Annoto che il termine 'Cristos' che significa 'consacrato' ed equivale al semita 'Messia' è presente solo in 8 salmi su 150; inoltre non mi sembra riferito univocamente al Messia divino, che anzi rientrerebbe in una concezione comune nell'antichità la quale considerava sacra la regalità umana. Non riesco perciò ad unirmi al coro formato da coloro che ritrovano nel Salterio una dottrina messianica 'ricca e coerente'; ne so ricavarla indirettamente da quella 'Vicinanza di Dio' che, per i suoi tratti duri e severi si differenzia nettamente dal 'Dio con noi' che abbiamo conosciuto in Gesù di Nazaret. Inoltre, alla assenza del Cristo si aggiunge qualcosa di inspiegabile: il nostro libro infatti (come Giobbe, Proverbi e Cantico), spesso si presenta così generico sul piano strettamente religioso, da poter ben figurare in qualsiasi raccolta di Scritture Sacre (12). (12) Noti il lettore come i riferimenti strettamente .biblici. sono scarsi nei salmi e neppure decisivi quanto al significato del testo. Sostituendoli con riferimenti storico-religiosi diversi, il senso della composizione regge ugualmente. Rifletta ancora che mentre negli altri libri anche un solo riferimento si riflette su tutto l'insieme del testo, qui le composizioni sono indipendenti l'una dall'altra. Un chiaro esempio di 'aspecificità religiosa' del libro è il monumentale salmo 119. Che debbo pensare? Che la presenza dei Salmi nella Bibbia costituisce un dato più editoriale che teologico? Mi rendo conto che questa affermazione suonerà a qualcuno come una vera bestemmia; ma i salmi stanno lì; li legga considerandoli un testo non cristiano, dimentichi i pregiudizi, e poi si faccia una idea personale. Scoprirà allora di condividere (almeno in questo primo approccio) i miei dubbi (13). (13) Ciò mi fa ipotizzare che, considerando il libro una collezione di precedenti raccolte (5, 6, 7), una o più di esse riguardano l'Eletto e rimandano quindi al discorso svolto nei libri di Sem, cioè nel Pentateuco e negli Storici. Ma torniamo ai profili ecclesiologici. Il cristiano che legge in prima persona i salmi si avverte come tratto fuori dall'area comunionale, inchiodato nella sua individualità e fragilità, debole, accerchiato e colpito; non incontra ne un Mediatore che intervenga in suo favore e lo tragga ad un livello superiore, ne una dimensione ecclesiale (14). (14) Se il VT annuncia il NT, dov'è mai in queste composizioni la Comunione ecclesiale e la Persona di Cristo? Il richiamo al .Popolo. e l'uso del .noi., oltre ad essere episodico, sembra indicare più un collettivo sociale che una dimensione comunionale. Proprio per questo difetto (mediazione ed ecclesialità) i salmi per diventare cristiani hanno bisogno di una precisazione. Il canto di Gloria che la Chiesa ha aggiunto al salmo, più che un debito rubricale, costituisce allora la necessitata proclamazione da parte del fedele del proprio essere Chiesa e dell'indefettibile rapporto con quella economia trinitaria che è assente nel salmo. Privato del Gloria finale, il salmo (così come lo leggiamo) sembra respingere il lettore verso quello stadio di fede primitiva, che era proprio delle Genti; che si sottende in un qualche modo a tutti i sapienziali; che non eccede i limiti di una pura e semplice religione teista (15). (15) Ne mi si accusi di voler cercare il Vangelo nel VT, perché considererei l'accusa una lode. Sarebbe tempo di smetterla di considerare il VT una Parola di Dio di seconda classe. Di seconda classe è solo la lettura che ne facciamo. P) Sotto altro profilo è interessante mettere in luce uno strano aspetto della preghiera attraverso i salmi. lo la colgo segnata da un inspiegabile protagonismo. Paradossalmente, la fortuna dei salmi è legata proprio a questa sua (apparente) dimensione individuale. Essa permette infatti al fedele di sentirsi. Egli, ed egli solo di fronte a Dio; nei salmi, così come correntemente li si legge, c'è uno strano e per di più lacrimoso protagonismo dell'agiografo (16). (16) Un atteggiamento quest'ultimo che si è annidato e prolifica nelle invocazioni cristiane, esse che pure conoscono il senso di sicurezza derivante dalla conclusione di ogni preghiera: .Per Cristo nostro Signore.; esse che facendo dire: .Santa Maria madre di Dio. permettono al fedele di sentirsi come .bimbo svezzato in braccio a sua madre., fasciato dalle braccia potenti della Chiesa. Quanto alla lagrimosità, penso a quel gementes et flentes della Salve Regina che potrebbe pure tradursi, molto più realisticamente, con un quando gemiamo e piangiamo. e che invece diventa connotazione piagnona dell'esistenza umana. Aveva allora ragione il Magnifico Lorenzo quando, a chi gli diceva di dover essere lieto nell'abbandonare questa valle di lacrime, commentava dal suo letto di morte: “Ma ci piangevo così bene!” G) Qualcosa di interessante può venir fuori se si punta l'obiettivo su due altri temi: la gioia e la centralità che indiscutibilmente deve essere riservata a Dio. Nell'insieme dei Salmi, non solo la gioia (come dimensione divina) sembra un evento episodico, ma, a ben notare, alla stessa persona di Dio viene riservato un posto marginale. Dio è sì invocato disperatamente, chiamato a far da vendicatore della notte, vellicato da chi ha paura della sua indifferenza, guardato con paura nelle sue apparizioni terribili, ma sta là, in alto. Checche se ne dica, il personaggio centrale resta il salmista. Il VT è certamente un articolato complesso di rivelazioni, ed anche il nostro libro andrebbe inquadrato in questa ottica. Eppure qui sembra che Dio si riveli poco e male e sia reticente a mostrare all'uomo la via della Vita. I verbi coniugati al futuro, tante volte presenti nelle nostre composizioni, hanno un che di disperato. Il presente conta e non poco per l'uomo; eppure il salmista parla sempre riferendosi ad un domani nel quale Dio opererà. Di qui una conclusione ineluttabile: il presente di chi sta parlando (il salmista ieri, ed oggi il fedele) ingombra la scena e la rende opaca (17). (17) Sul valore di questi futuri torneremo a riflettere. Per ora prendiamo atto dell'aspetto temibile del tanto invocato Volto di Dio; spesso è quello del remuneratore impassibile e del potente corrucciato ed imprevedibile. Ma, per un cristiano, questo volto è falso. È falsa una rivelazione che ostenta un Dio distante e una esistenzialità troppo vicina ed opprimente; un Dio che interessa solo in quanto risolve i problemi del salmista. Così fatto, si è insinuato in un .certo ambiente ecclesiale, quello che è abituato ad annunciare più il Papa che Dio; probabilmente pecche il primo è più vicino e da esso si può ricevere qualche beneficio immediato, La Parola di Dio, quella è meglio lasciarla stare; essa esige di essere amata, Studiata ed ha il torto, come tutti gli amori, di mettere in crisi chi l'annuncia. H) E veniamo al contenuto teologico dei salmi. Così come si presentano essi mostrano una teologia che non è facilmente accettabile da chi crede in un Dio trinitario di amore che si è incarnato nel mondo. Un cristiano, celebrando i salmi, avverte il disagio, di una atmosfera di secco monoteismo senza Incarnazione; di dialogare con un Dio a dir poco pericoloso; di suggeriti sentimenti di paura verso il divino, o di inquieta sicurezza sul suo aiuto che, per dirla con Ceronetti, rivela una disperazione totale; di ripetere frasi o immedesimarsi in situazioni del tutto incomprensibili; di dover assumere come parole di Dio espressioni di violenza e di vendetta (18). (18) Sono argomenti questi che i commentatori si guardano bene dall'affrontare aperta- mente. Lo spazio loro concesso, quando non è stato possibile sforbiciare via il versetto scandaloso, è in genere quello della nota che nessuno legge. La tecnica diversiva, usata a man salva in questi casi, consiste poi nello sminuzzare le difficoltà, risolvendole mediante adeguati colpi di pialla, con l'artificio della sufficienza e della supponenza, o con elaborati rinvii giustificativi alla “cultura del tempo”. La “situazione vitale” in cui fu redatto il salmo (il cd. sitz im leben) è uno dei più comodi, seppure improbabili, parafulmini per scaricare nella distrazione del lettore i punti scabrosi. Sembra quasi patetico l'argomento del Vaccari che è poi quello di tutti gli studiosi: “Se qualche passo (s. 58, 69, 83, 109) sembrerà duro ad anime avvezze alla dolcezza evangelica, rammentiamo il puro zelo della giustizia e dell'onore di Dio che animava i sacri autori, e potremo avere per il peccato tutto il rigore dell'antica Legge…” Proprio da queste impostazioni difensivistiche deriva, a mio giudizio, quella sensibilità .religiosa. a doppio binario (dolcezza e violenza) che in nome dell'onore di Dio (Dio lo vuole) ha permesso cose atroci di cui bisogna vergognarsi. Aggiungerò che non è casuale che moltissimi improperi e maledizioni partenopei trovano il loro spirito e il loro fondamento (di contenuto e di lessico) nel libro dei salmi. I commentatori, che ben conoscono queste difficoltà, oscillano tra il singolo versetto (che una dotta disquisizione riesce quasi sempre a confettare) o le cd. grandi linee teologiche che spiegano tutto, proprio perché generiche ed estranee alla concretezza del singolo salmo. Ma il lettore, per poco avveduto che sia, scopre presto di essere menato per i vicoli e si fa sempre più l'idea di un Dio complicato che fa di tutto per non farsi intendere da colui al quale dice di volersi rivelare (19).
(19) Il fedele che non si sofferma al verso o non si lascia guidare dalle grandi linee, elegge ad esempio il già citato salmo 109, si accorge con disgusto di avere sulle labbra non certo parole di Vita, ma ciò che l'umana violenza sa suggerire contro chi gli ha arrecato danno. Sente allora l'eco delle parole terribili del Pontificale Romano quando maledice coloro che violano un convento di suore; e si accorge infine di essere mille miglia lontano dalla parola di Gesù che lo invitava ad amare i nemici. È proprio allora che, non sapendo neppure chi era Marcione, egli diventa marcionita. Come superare allora la durezza di alcuni salmi? Una soluzione, per la tangente, si può ottenere mediante l'intonazione invocativa, con quei toni lamentosi che tanto bene l'uomo sa modulare, esperto com'è di sofferenza. E c'è poi la soluzione chirurgica cui già accennavo. Nelle edizioni liturgiche, ha preso il sopravvento quel malvezzo di amputare i salmi (vedi ad es. il 136 “Sui fiumi di Babilonia”) al fine di bypassare la frase scandalosa. Mi rifiuto di avallare questa tecnica da basso foro; credo che così non vada trattata la Parola di Dio, costretta a pagare lo scotto di un asservimento ad una scuola letteraria che ha paura di riconoscere d'aver imboccato una strada senza sbocchi; o venir sacrificata perché non sia scalfito il prestigio di predicatori timorosi di confessare (verità, per me consolante), di ignorare le profondità del mistero contenuto nella Bibbia. Ma la coscienza della propria ignoranza esige la ricerca; e quest'ultima ha come costo umiltà e impegno e chiede di saper cedere le proprie certezze acquisite. C'è infine la dimensione emozionale che l'anima religiosa dell'uomo ama congiungere alla sua preghiera. Il lettore, salvo si tratti di lode o di invettiva, può in qualche modo partecipare emozionalmente alla quasi totalità dei salmi proprio perché essi esaltano la fragilità dell'uomo ed il suo bisogno di un protettore divino. Ciò concorre a spiegare la speciale fortuna di questo libro (quasi sesto comandamento fra i dieci) e la tendenza a ritradurle, piallarle, confettarle, per fare di ogni singola composizione un'eco dei problemi dell'uomo, sperimentati secondo la psicologia corrente. Quanto sia scorretta questa impostazione è evidente: i Salmi, da Parola di Dio, si trasformano in materiale bruto, in copione di scena per un'opera di umana psicologia, oppure navigano nell'orizzontalità dell'esistenza come gli alcioni nell'ora grigia. Un libro? E di chi? Fino a quando le scoperte archeologiche non hanno tagliato i baffoni alla cultura autoritaria e un po' fellona, il libro dei salmi, veniva considerato, come dicevamo, una collezione di canti pensati e scritti dal Re Davide. Dunque un'opera originale come il Canzoniere di Petrarca o la Commedia di Dante. Poi si cominciò a scavare e vennero alla luce testi che somigliavano troppo ai salmi per non far sorgere il sospetto che Davide, o chi per esso, non era un poeta originale, ma un accorto rifacitore che, almeno letterariamente, li aveva copiati (per usare una parola grossa che tuttavia spiega bene la situazione). Ma i baffoni resistono, lo si sa, più dei capelli, e non cadono facilmente. Così, l'originalità dei salmi è un luogo comune che rimane saldissimo, sostenuto ancor oggi, seppure a prezzo di intime contraddizioni. Tutti gli studiosi sanno che il materiale dei salmi è comune alle religioni del mondo antico; ma se archeologia e filologia hanno demolito, sul piano intellettuale, il falso concetto di “opera originale”, nulla ha potuto contro la tradizione scolastica e la ripetizione dell'assioma (20). (20) “Non bisogna farsi fuorviare da semplici somiglianze” è scritto ancor oggi, per fare un esempio, nel Commentario della Queriniana; e ciò anche in presenza di una “notevole somiglianza lessicale”. E si aggiunge: “i salmi sono molto più liberi nella forma e vari nella struttura”, dimenticando che è proprio questa lo strumento per coprire un plagio. Quanto a me, che non ho paura di affermare che la Bibbia è l'antologia delle rivelazioni divine all'umanità ed è quindi “copiata”, da testi precedenti appartenenti ad altre religioni, i Salmi nella stesura a noi pervenuta devono considerarsi una raccolta antologica mirata. Il libro è cioè il frutto del lavoro secolare di una scuola che si muoveva intenzionalmente in un quadro di riferimento mirante all'unità del grande Libro, alla universalità della Rivelazione. Naturalmente quindi si differenzia e non poco dai brani utilizzati e tuttavia da essi dipende e questo fatto è Gloria di Dio, che certo è più cattolico dei suoi studiosi. La parola d'ordine è rimasta la -originalità- anche se la Lumen Gentium e la Nostra Aetate hanno cambiato l'ottica della lettura delle realtà religiose antiche e moderne. È un punto d'onore del critico distinguere, si badi, sul solo piano letterario e non, come sarebbe più utile e corretto, sul piano teologico, i testi biblici da quelli che hanno fornito il materiale letterario. Se si vanno a rileggere, con mente e cuore liberi, le preghiere dell'antichità, a qualsiasi religione appartengano, appare chiaro il comune tessuto di fede e la perfetta corrispondenza degli umani sentimenti; a volte poi la somiglianza letteraria è perfetta, come i vv . 254.5 della Teodicea Babilonese che recita in parallelo al salmo n. 1: “0 savio ed intelligente che domini la scienza, nella tua mente maligna tu bestemmi la divinità”. Intere sezioni di testi più antichi sono presenti nei salmi; non essendo possibile presentarne una antologia, annoterò solo che nei commenti correnti i “precedenti" Egiziani sono emarginati quasi del tutto (21). (21) Ciò obbedisce ad una qual parola d'ordine vigente fra gli studiosi della Bibbia: esaltare l'area semita e depreziare il contributo del mondo greco e dell'Egitto, ad onta dei chiari riferimenti biblici e della parola ripresa da Matteo: “Dall'Egitto ho tratto mio figlio”. Forse, per essere malevolo, la preoccupazione consiste nel dover riconoscere quanto Giordano Bruno scriveva qualche secolo fa: “Quel che gli ebrei hanno aggiunto alla Scrittura è solo sterco d'Egitto”. Chi rilegge i primi versi del poema di Esiodo scoprirà che prima il VT e poi Luca hanno attinto da quella fonte. È sufficiente tuttavia leggere lo splendido canto al Dio Aton di Aknaton (che anche temporalmente si salda alla figura di Mosè), per comprendere il peso della somiglianza (Salmo 104/103), ed intuire che essa equivale a quella che lega un padre al figlio e non, occasionalmente, stranieri fra loro. Basta leggere questo canto (ma anche tante altre preghiere) per comprendere che la vantata superiorità letterario - religiosa dei salmi è solo un luogo comune di scuola che va ripetuto in ossequio ai maestri potenti, ma che già la cultura classica denunciò come falso (cfr. Rinaldi: «Biblia Gentium»). Con cuore cattolico (ricordando l'Inno al Sole di Campanella) proviamo ad ascoltare la voce serena e profonda del salmista egiziano che si rivolge ad un Sole non diverso da quello che nel Vangelo di Luca «sorge dall'alto»: «Tu sorgi bello all'orizzonte del cielo o Sole vivo che hai dato inizio al vivere. Quando ti levi all'orizzonte orientale, tutte le terre riempi della tua bellezza. Tu sei bello, grande splendente, eccelso su ogni paese. I tuoi raggi circondano le terre fino al limite di tutto quello che tu hai creato tu conquisti fino alloro limite. Tu le leghi per il tuo Figlio amato; tu sei lontano, ma i tuoi raggi sono sulla terra, tu sei davanti alle genti ma essi non vedono la tua via. Quando vai in pace all'orizzonte occidentale, la terra è nella oscurità come moria. I dormienti sono nelle loro camere, le teste sono ammantate, non un occhio vede l'altro...Tutti i leoni escono dalle loro tane, tutti i se1penti mordono: l'oscurità per essi è chiarore. Giace la terra in silenzio e il loro creatore riposa all'orizzonte. All'alba tu riappari all'orizzonte, risplendi come Sole per la giornata. Tu scacci le tenebre e lanci i tuoi raggi. Le due terre sono in festa... tu li hai fatti alzare: lavano le loro membra e prendono le loro vesti e le braccia sono in adorazione al tuo sorgere. La terra intiera si mette al lavoro; ogni animale gode del suo pascolo; alberi e cespugli verdeggiano. Gli uccelli volano dal loro nido e le loro ali adorano il tuo spirito. Balzano gli animali selvatici… essi vivono quando ti levi per loro. Le barche salgono e scendono la corrente perché ogni via si apre al tuo sorgere. I pesci del fiume guizzano verso di te, i tuoi raggi arrivano fino in fondo al mare. Tu che procuri che il germe sia fecondo nelle donne, tu che fai la semenza negli uomini, tu che fai vivere il figlio nel grembo della madre sua, che lo calmi perché non pianga, tu nutrice di chi è ancora nel grembo, che dai l'aria per far vivere tutto ciò che crei, quando cala dal grembo in terra il giorno della nascita, tu gli apri la bocca per parlare e provvedi ai suoi bisogni. Come numerose sono le tue opere. Esse sono inconoscibili all'uomo. Tu unico Dio, al di fuori del quale nessuno esiste. Tu hai creato la terra a tuo desiderio, quando tu eri solo, con gli uomini, il bestia- me ed ogni animale selvatico, e tutto quello che è sulla terra e cammina sui suoi piedi, e tutto quello che è nel cielo e vola sulle sue ali. Tu hai collocato ogni uomo al suo posto, hai provveduto ai suoi bisogni: ognuno con il suo cibo. Ed è contata la durata della sua vita. Le lingue sono diverse nelle parole, con i loro caratteri e le loro pelli: hai differenziato i popoli. Ed hai costruito un fiume sotterraneo e lo porti dove vuoi per dare vita alle genti così come tu te le sei create. Tu, Signore di tutte, che ti affatichi per loro, o Sole del Giorno, grande di dignità. Tu fai che vivano anche i paesi stranieri e lontani: hai posto un fiume nel cielo che scende per loro e che fa onde sui monti come un mare e bagna i loro campi e le loro contrade. Come sono perfetti i tuoi consigli, tutti quanti, o Signore dell'eternità. Il fiume nel cielo e dono tuo per gli stranieri e per tutti gli animali del deserto che camminano sui piedi, ma il fiume vero viene dalla profondità per l'Egitto. I tuoi raggi fan da nutrice a tutte le piante e quando tu splendi esse vivono e prosperano per te. Tu fai le stagioni per far si che si sviluppi tutto quello che tu crei. 1 'inverno per rinfrescarle, l'ardore perché ti gustino. Tu hai fatto il cielo lontano per splendere in lui e per vedere tutto, tu Unico che splendi nella tua forma di Sole vivo, sorto e luminoso, lontano eppure vicino. Tu fai milioni di forme, da te, tu che sei Unico: città, villaggi, campi, vie, fiumi; ogni occhio vede te davanti a se e tu sei il Sole del Giorno sopra la terra. Quando tu sei andato via, e dorme ogni occhio di cui tu hai creato 10 sguardo non solo per vederti ( ed infatti non vedo più quel che hai creato), tu sei ancora nel mio cuore. Non c'è nessuno che ti conosca eccetto il tuo Figlio. Tu fai che egli sia edotto dei tuoi piani e del tuo valore. La terra è nella tua mano, come tu li hai creati. Se tu splendi, essi vivono, se tu tramonti, essi muoiono: tu sei la durata stessa della vita, e si vive di te.» Riafforando nel nostro presente da questa affascinante parentesi archeologica, torniamo a chiederci se nel suo complesso il libro dei Salmi è veramente un'opera originale. Per rispondere al quesito, ricordando che bisogna recuperarne anche l'unità, è necessario mette- re da parte la letteratura e tutti i suoi problemi. La novità del libro è infatti per me una verità, ma non letteraria, bensì teologica. Essa discende da quell'opera di notariato (vedi Q.4) che unificò (e centrò sul Dio rivelato a Mosè), i molteplici canti a Dio dedicati, recuperati dalle altre religioni. Una messa a punto che solo eventualmente ed occasionalmente ha dato anche frutti letterariamente validi. Perciò potremo anche godere esteticamente dei salmi, ma sarà solo questione di margine. La loro vera bellezza, per eleganti o grossolani che siano sul piano estetico, dipende dal tocco divino della Ispirazione; e solo chi in essi cerca la Comunione della Vita può contemplare questa bellezza. Da questa ultima considerazione possiamo trarre una utile conclusione in ordine alla loro apparente orizzontalità. Quali componimenti dell'umanità i salmi giustamente esprimono quella “varietà” di accenti esistenziali così puntigliosamente classificata dagli studiosi. In questa ridotta dimensione, il libro si presenta al lettore variegato e ricco di sfumature, fino a diventare qualcosa di incoercibile in una lettura unitaria. Ma chi li legge in chiave di umana antropologia ha pur lasciato nel cassetto quella fede che lo antepone al «più grande fra i nati da donna». Considerando invece i Salmi come un libro dell'unica Bibbia, costruito intenzionalmente e con una logica umana, e divina, essi brillano come Parola di Dio, e chi li contempla coglie una struttura di rivelazione che gli indica il sentiero della Vita (22). (22) Non mi riesce di considerare Dio al di sotto dei giuristi, dei fIlosofi o dei matematici; non lo vedo, e con lui i suoi agiografi ispirati, come uno scrittore arruffone. Ne mi va, per un verso, di lodarli questi agiografi, e per l'altro di considerarli degli epilettici che neppure sanno quando soffriranno l'accesso di piccolo male. Aggiungerò un'altra riflessione. lo credo che per motivi strettamente teologici, e non certo per una sensibilità religiosa, furono escluse dall'elenco dei libri sacri (Canone) o dal nostro libro, tante altre composizioni similari già esistenti all'epoca della redazione del nostro testo (ne abbiamo ritrovate a Qumran) e quelle “Odi di Salomone” che pure trovarono spazio nella Bibbia greca dei LXX. Neppure riesco a credere che solo per caso l'insieme dei salmi raggiunse la cifra di 150. Già prima di Pitagora i numeri non erano mera denotazione ma avevano un significato mistico. Gematria ed Isopsefia erano vere e proprie scienze dei numeri sacri ben note agli scrittori del VT.
Chi dunque vuole studiare i salmi sotto questo profilo teologico sa che il libro deve nascondere una griglia unificante che orienta la lettura delle singole composizioni e dell'insieme. Sa che, a somiglianza di ogni altro libro della Scrittura, esso costituisce il vivo parlare di Dio all'uomo, la sua rivelazione che consola, e non certo una “«sinfonia di sentin1enti umani». Ricercheremo dunque nei salmi una Rivelazione capace sia di recuperare la situazione dolente dell'uomo, sia di costituire un «buon annuncio», un vangelo di Vita.
ll) Il salterio come libro
I «salmi» come «libro» Accennavamo ad una questione che ora diventa decisiva: il Salterio deve considerarsi un libro in senso stretto, avente cioè una sua logica unitaria anche se composto di 150 componimenti, oppure questi ultimi rappresentano altrettanti libri e l'unificazione è solo esteriore, solo tipografica? In altre parole si può camminare nel nostro libro, seguendo una logica unitaria, oppure lo si può aprire a caso come per una raccolta di aforismi o di illuminazioni? E questa logica è di tipo storico o costituisce un tessuto teologico? In pratica una lettura storicistica, (che è quella corrente), sembra dare risposta al nostro interrogativo; se i salmi sono composizioni originali di un popolo essi assumono una struttura unitaria per il fatto stesso di esprimere le vicende interiori di questo popolo. Seguendo questa impostazione, gli studiosi hanno focalizzato la loro ricerca sul significato dei salmi, confrontandoli con la storia di Israele, cioè in pratica col mondo etnico-politico palestinese a partire più o meno dal sesto secolo a.C. Come ho più volte chiarito (cfr. Quaderni 1, 2, 3), a me pare che si sia attuata una equivalenza molto improbabile; e cioè che le narrazioni bibliche siano .la storia. di un vero e proprio popolo, laddove esse, ancorché ricavate da un materiale storico, sono metafora di una universale antropologia. Sono in pratica un discorso strettamente teologico esposto per mezzo di icone storiche, o, se si vuole, l'esposizione della dinamica della religione mosaica per sua natura interrazziale. Questa storia ebraica dedotta unicamente da una lettura intenzionale della Bibbia, da discutibile conclusione, viene assunta quale presupposto sicuro, quale habitat nel quale leggere il nascere e lo svilupparsi del Libro dei Salmi. Si perde così la valenza religiosa del libro, che degrada a esperienza mondana; lo dimostrano ampiamente tanti commentari che invece di fare teologia, formulano tesi letterarie o storiche delle quale l'uomo di fede non ha alcun bisogno. L'uomo di fede cerca verità e non psicologie o piccoli accadimenti del passato; cerca il. senso della sua vita, e non motivi per lacrimare su eventi vecchi di millenni. Di lacrime attuali ne piange anche troppe (1). (1) È sintomatica la preoccupazione degli studiosi di classificare in qualche modo il materiale contenuto nel libro (vedi Gunkel e Westermann e i «tipi») e di collegarli complessivamente ad un evento religioso del cd. popolo ebreo (cfr. Mowinckel e la «festa di capodanno»; Kraus e la «festa regale di Sion»;Weiser e la «festa annuale di rinnovamento del Patto». Tanto premesso, a me pare che il discorso vada impostato in termini diversi. Ricorderò allora (cfr. quaderno n. 4) che la Bibbia fu scritta e composta intenzionalmente e non a casaccio attraverso stratificazioni occasionali. ciò consente di affermare che se materialmente essa si formò in epoche successive, dal punto di vista letterario e teologico la si può considerare come un libro unitario quasi fosse stata composta in un solo momento. Una tesi questa che apparirà evidente se si prende atto dell'unità della matematica o del diritto che pure si sono formati in tempi lunghissimi. Per intenderci, come il teorema di Pitagora non ha per il matematico una collocazione storica, ma solo una posizione all'interno dell'unico sistema della geometria, così la Rivelazione scritta è, per il fedele, un complesso unitario, ad onta di tutto il suo sviluppo diacronico. La domanda va formulata allora nei seguenti termini: quale posto occupa il libro dei salmi nella struttura teologica della Bibbia? Se ogni libro equivale ad una parola di Dio, dove collocherò la speciale parola detta dal nostro libro, perché l'intera frase rivelativa assuma un significato? Per rispondere a questo interrogativo anticiperò alcuni dati, che spero di esporre in un prossimo quaderno, riguardanti la struttura teologica del VT. In breve, io formulo una ipotesi secondo cui il VT ha una sua griglia strutturale che unifica teologicamente il complesso dei libri sacri; essa dà un senso ai raggruppamenti tradizionali (Pentateuco, Storici, Profeti, Sapienziali), e suggerisce un criterio teologico per una lettura unitaria. Questa griglia viene annunciata nella icona dei tre fratelli Xam, Sem e Jafet e permette di distinguere nel VT due grandi linee, quella degli Eletti (Sem) e quella delle Genti (Jafet), che trovano unificazione nel Vangelo (Xam). Sintetizzo per il momento la complessità di questo discorso nel seguente grafico che affido, allo stato, alla intuizione del lettore, riservandomi come dicevo di esplicitarlo compiutamente nell'adeguato spazio di un successivo quaderno.
Qui dunque mi limiterò a sottolineare che il nostro libro va, a mio giudizio, inquadrato nell'ottica delle Genti e non della religione «formalmente definita» dei gruppi eletti. Va considerato cioè come una delle sette Voci (o sette trombe come dice l'Apocalisse) che Dio rivolge al mondo, come un grande catechismo che insegna all'uomo la sua natura e la via del dialogo con il suo Creatore.. Alla luce di questo primo orientamento si può cominciare a cercare la struttura interna del libro. Come anticipavo, a me pare che il Libro dei Salmi, come anche quello dei «Proverbi»-, non può considerarsi un mero contenitore; al contrario, esso deve essere portatore di una teologia specifica e deve svolgere un ruolo funzionale all'interno del VT. È insostenibile l'esistenza all'interno di un cotpus unitario che si è costituito attraverso una distillazione secolare, la presenza di «testi poetici» sciolti, collegati fra di loro da un evanescente e difficilmente formulabile filo conduttore di tipo letterario o latamente religioso. Intesi in questo modo i salmi potrebbero rassomigliarsi a quelle cd. collezioni di detti presenti nei vangeli che, a seguire gli studiosi, gli evangelisti avrebbero inserito a casaccio pur di non perdere i ritagli dei loro collages, e che, a mio giudizio, se adeguatamente compitati e tradotti, sono testi coerentemente presenti nei punti in cui si trovano. Contro una tale lettura riduttivistica, ricorderò al lettore che il libro contiene un numero certamente intenzionale di componimenti (150); ed ancora che le «Odi di Salomone» (che in qualche modo somigliano a salmi) hanno mantenuto nella Bibbia greca (LXX) una loro autonomia, laddove avrebbero potuto far parte della raccolta, posto che la paternità davidica dei Salmi (per altro sempre dubbia) non lo impediva. In conclusione non mi sembra possibile recuperare pienamente i salmi senza approfondire previamente la loro interna logica e la intima connessione con l'insieme. La teologia dei salmi Proviamo dunque a cercare un significato teologico del nostro libro, valutando in forma progressiva alcuni punti: a) Identificazione del testo (se greco o ebraico) che deve essere studiato; b) identificazione del testo originale in senso teologico e non filologico; c) correlazione della ricerca al lettore piuttosto che alla storia. In ordine al primo punto, si può dire che, a far tempo da Gerolamo e dalla sua «Iuxta Aebreos» (traduzione dal testo giudaico successivo all'evento Gesù), si è proposto un pseudo problema e cioè scegliere l'edizione giudaica o quella greca ad essa anteriore; e si è data una soluzione che ha prodotto non poco danno alla piena fruizione del nostro libro: preferire cioè la versione in ebraico. Quanto a me, contrasto vivacemente sia il problema che la soluzione data. Come ho già detto, i salmi del testo ebraico provengono da una religione contraria al cristianesimo, sicché da essi non ci si poteva attendere alcun aiuto nell'individuazione di una valenza cristologica ed ecclesiologica. Ne tanto meno era possibile recuperare una qual forma di ottimismo, essendo i testi ebraici praticamente intraducibili in una maniera diversa da quella tradizionale (2). (2) Forse proprio per questo motivo, nella Vulgata (edizione ufficiale latina) fu tradizionalmente usata la versione che Gerolamo trasse dalla LXX; da qualche tempo, il feticismo della storiografia ha, con discutibile scelta, privilegiato il testo ebraico. Avverto ancora, quanto alla diversa traducibilità del testo ebraico, che dei tentativi in tal senso sono stati operati dal Crombette e credo anche da un altro studioso, ma hanno raccolto solo il riso beffardo degli scienziati. Schiumate le sottili questioni di margine, in pratica la difficoltà a disporre della lingua ebraica (se mai fu parlata) costituisce un insuperabile impedimento ad una qualsivoglia lettura dei testi che si discosti dai contenuti tramandati dalla tradizione orale. In pratica tutte le versioni dall'ebraico, a cominciare da quella di Lutero, sono sostanzialmente speculari fra loro, ad onta delle vanterie dei traduttori. Da questa scelta di base operata dalla dominante scuola accademica e dallo snobismo supponente ed elitario degli studiosi, discende una vera e propria paralisi teologica che alcuni scrittori cercano di superare mediante una ben congegnata commistione di erudizione storico-filologica e di infiorettature letterarie. In questo modo i salmi sono travisati, snaturati, diventando mero componimento letterario che si aureola di un alone di psicologica religiosità. L'orientamento verso il testo giudaico ha creato altresì una sotterranea spaccatura nella linea di riflessione teologica della Chiesa che iniziò prendendo a riferimento la LXX (greca) e si trova oggi a muoversi sul testo in ebraico. In conclusione la soluzione consiste, a mio giudizio, nel ritornare sic et simpliciter al testo della LXX che si rivela una vera e propria miniera di significati nascosti, e che consente di mantenere fermo il collegamento con la grande tradizione patristica. In ordine al secondo punto (originale teologico), siamo stati tanto forzati ad accogliere in modo aproblematico il libro sacro, che il discutere sulla scelta di un testo base sembra sottigliezza di specialisti e non piuttosto difesa della verità della fede. Difendendo l'uomo di fede che vuole leggere la Parola di Dio e non schierarsi in questa o quella scuola, credo sia giunto il tempo di assumersi la piena e cosciente responsabilità di questa scelta, perché ne va di mezzo la nostra fede personale e quella ecclesiale. Per questo motivo insisto sugli argomenti che vengo trattando. Poiché, come ho detto, i nostri testi hanno subìto sin dall'origine una forte manipolazione (costruttiva e di traduzione) è imprescindibile determinare quale sia l'originale teologico sul quale ricercare il significato. Solo dopo sarà possibile discutere della loro collocazione in tipologie letterarie, ed in racco/te anteriori che sarebbero rifluite nel libro che oggi possediamo (3). (3) La continua revisione (fIno ai giorni nostri) del testo dei salmi pone un grosso interrogativo. Trattandosi di Parola di Dio ci si domanda con quale diritto li si manipola seppure con le più sante intenzioni. Secondo una prima ipotesi. si potrebbe leggere questo fenomeno come operazione meramente letteraria. Ma, se così fosse, avremmo aperto una subdola porta alla tesi protestante secondo cui il traduttore avrebbe titolo ad attestare il significato della Rivelazione. Si potrebbe invece considerare il fenomeno come fatto teologico, ed allora il lavoro del rielaboratori andrà inquadrato nel mistico patto con Abramo-Mosè, cioè nell'ispirazione data a tutti coloro che si adoprano a rendere ostensibile e cena la Parola di Dio, Avremmo quindi un argomento in più per sostenere che l'ispirazione è un fenomeno fluente e non puntuale. Qui va ricordato che dire che la Bibbia è Ispirata e non dire quale Bibbia lo è, Implica che la Bibbia va considerata sempre in movimento, come una persona che parla e si adegua al suo interlocutore. Aggiungerò che la continua ritraduzione dei salmi, a volte su espresso mandato della gerarchia ecclesiastica, sembra escludere che la Vulgata debba considerarsi un testo «puntualmente» ispirato.
Questa ricerca, che riguarda i Salmi e in generale ogni alt(o libro della Bibbia, non ha di mira scoprire quale sia il testo più antico che somiglia a quello che abbiamo nelle mani (cd. originale filologico), ma quello che la Chiesa ha autenticato, citandolo nei suoi libri sacri (vangeli), meditandovi Sopra {Patristica), usandolo per secoli Come annuncio e preghiera liturgica. Questo autentico originale è, a mio giudizio, la Bibbia greca dei LXX. Ma per aderire a questa conclusione, che mi pare ovvia, bisogna avere di mira l'economia della fede e non dei gabinetti scientifici laicizzanti ( 4). (4) Ho affrontato questo problema con maggiore articolazione nel quaderno n. 4. Stranamente la questione che qui pongo è invece platealmente assente o del tutto marginale nella disputa teologica. Si dà infatti per Scontato che bisogna far riferimento al testo giudaico del 100 dopo Cristo, così Come fonetizzato dai masoreti (testo masoretico). E ciò, per di più, ad onta del fatto che si è costretti a riconoscere la scandalosità di alcuni passi e la insignificanza di alcuni brani contenuti nella traduzione in ebraico (es. tra l'altro, i «titoli» e le indicazione in ordine alla musica). Quanto a me, lo ripeto, Sorretto dalla testimonianza della religione Mosaica di lingua greca, degli evangelisti, dei primi Padri e dalla esperienza liturgica plurisecolare della Chiesa, mi affido alla LXX Come origina/e teologico e lascio agli studioSi laici e teologi il lavoro ancillare che si proietta sul passato letterario della redazione (e non «traduzione») greca. In pratica lascio a loro di viaggiare a ritroso per cercare l'originale filologico, sottolineando che in ogni caso questo andare a ritroso, a prescindere dalla insicurezza delle conclusioni cd. scientifiche, troverà sempre un limite nella fede viva della Chiesa (5). (5) Gerolamo avvertì il problema della diversità frà Salmi dei LXX e salmi della versione ebraica di Jamnia. Ne fa cenno nella introduzione alla sua versione juxta Haebreos con accenti polemici. In pratica egli riconosce che in base al testo ebraico i salmi possono essere letti in modo da non costituire testi cristologici. È singolare il fatto che in un commento di circa tremila pagine su un testo (i Salmi) di circa 80 pagine (bibbia Paoline) non mi par di trovare un solo cenno alle perplessità di Gerolamo. Il che dimostra ancora una volta, seppur ve ne fosse bisogno, la snobistica e pregiudiziale «prevalenza» riconosciuta al testo ebraico posteriore a Gesù. Anche le critiche mosse alla LXX mostrano come la questione abbia origine da un partito preso che svaluta il testo greco a cattiva traduzione, dimenticando il suo uso generalizzato e la tradizione liturgico-patristica ed infine, cosa ben più importante che anche il testo giudaico è una «traduzione» e per di più mirata in direzione anticristiana. Connessa a quanto vengo dicendo (e siamo al terzo punto), una ulteriore questione si pone alla coscienza dei fedeli: il significato teologico del tradurre. La Bibbia non è un libro morto, ma costituisce il vivo Dialogo tra Dio ed il lettore e quest'ultimo è ispirato (anche se non inerrante) quando legge la lettera di amore scritta specificamente per lui da suo Padre. Ugualmente rientra nell'ispirazione colui che nel tradurre non si attiva per dar prova delle sue capacità o mettersi in linea con le mode letterarie, ma, considerando la sacralità ardente dell'opera, si fa servo delle esigenze del lettore. Il traduttore ha una notevole funzione all'interno del vasto e fluente fenomeno della divina ispirazione. Tradurre non è un momento tecnico e transeunte, ma configura uno dei tanti momenti di ascolto, da parte dell'uomo, della divina rivelazione. Il recupero dei salmi passa attraverso il recupero del leggere e quindi dipende dalla fedeltà al testo originale (teologico) e da una funzionale pluralità di traduzioni. Con quest'ultima espressione voglio dire che ogni traduzione è una lettura che assume valore non per le sue qualità letterarie o filologiche, ma in quanto momento (più o meno ricco) dell'ascolto della divina Parola. La riduzione di un salmo a testo poetico (es. Turoldo, Cardenal), se supportata da una autentica lettura meditativa che cerca un messaggio divino (da dare al prossimo) nella unicità della Scrittura, nel già dato del testo greco, si inserisce perfettamente nel fenomeno fluente della divina ispirazione, e fornisce al fedele un aiuto per procedere nella via della Vita. La poesia si va così a collocare nella vasta ed indefinita area della produzione sapienziale biblica, come traduzione mirata, e il poeta diventa un autentico teologo. Tanto premesso, dette traduzioni sono possibili solo se si chiarisce previamente la funzione dell'intero libro nella economia del VT; la sua intima struttura portante teologica, ed infine si conosce veramente la lingua del testo esaminato. In ordine a quest'ultimo punto, la condizione (conoscenza della lingua) si verifica solamente quanto alla Bibbia greca (LXX). Ne consegue che le traduzioni in italiano ricavate dai testi ebraici, in quanto fiere esercitaziOni letterarie e non approfondimento di una linea teologica (esistente in"quel testo) da inquadrare all'interno dell'unica fede della Chiesa, possono considerarsi solo archeologia, preziosità letteraria o accanimento su momenti marginali. La edizione greca (LXX) ha ben altre potenzialità. Essa, variamente compitata, è in grado di fornire testi significativi diversi. Questa pluralità di traduzioni produce un enorme effetto vivificante della fede. Equivale infatti al recupero del .leggere. inteso come atto di libertà che non riguarda (come si è troppo accentuato nella polemica antiprotestante) la riflessione intellettuale del testo; al contrario, essa consente di pervenire, per via di diverse compitazioni, a sensi letterali nuovi che aprono ad una conoscenza più profonda del mistero di Dio e dell'uomo. Leggere la Scrittura in libertà non significa dunque usarla per supportare le proprie idee personali, ma consiste in un lasciarsi prendere dalla fantasmagoria del testo e inseguire le luci che, in diverse direzioni, da esso si originano (6). Al contrario, l'avere fissato e difeso un ineludibile significato letterale dei singoli salmi (per servilismo a lingue senza uscite come l'ebraico e poi il latino), implica che la recitazione dei nostri componimenti produca spesso una vera e propria alienazione dal « senso» e una pura e semplice verbalità. Certamente anche la lettura non sense può dare frutti di alta mistica, ma questo è un altro discorso che attiene ad ogni libro sacro e non specificamente ai Salmi. (6) In questo senso la Cantillazione prima e il canto liturgico poi, erano le vie attraverso cui si costruivano e si suggerivano contenuti adatti allo speciale lettore che in quella sua speciale situazione fruiva del Salmo. Recuperare i Salmi, significa riprendere a leggere nel senso pieno del termine e non ripetere letture già operate, ne tanto meno considerare «parola di Dio» traduzioni libere che invece di cercare la verità della Rivelazione vanno a caccia di formule di facile intendimento. Oggi va di moda un certo «giornalismo biblico» che deriva da un senso di impotenza a spiegare il testo ebraico. I salmi giudaici, fissi nel loro significato letterale, lasciano solo spazio a «variazioni sul tema» molto spesso del tutto estranee alla finalità teologica del lettore. Da ciò consegue che la situazione vitale del lettore è del tutto, emarginata a favore di una contemplazione estetica odi un apprendimento storico; essa non mi pare abbia alcun peso nella traduzione nelle varie lingue nazionali e in riferimento ai vari tipi di utente (sacerdoti, laici, analfabeti, uomini di cultura, etc.). I salmi sono un libro? I salmi possono considerarsi un vero e proprio libro? Da sempre gli studiosi, con varia fortuna, hanno cercato di individuarne un significato unitario; da ultimo la ricerca si è spostata dal contenuto alla forma letteraria o al collegamento con momenti storici della Palestina. Sul versante letterario, sono state delineate alcune architetture formali, e identificate ipotetiche collezioni di componimenti che, nate in tempo anteriore alla stesura unitaria, sarebbero in essa rifluite (7). (7) Queste collezioni vengono a volte riconosciute (nel testo ebraico, cioè il masoretico) a seconda che viene usato il nome Elhoim o ]avè per indicare la persona di Dio. In pratica questi due nomi sono intesi come segnali di due fasi (territoriali o temporali) della religione mosaica. Quanto a me, il problema non si pone, in quanto la LXX non presenta questa diversificazione di nomi. In ordine poi al testo ebraico mi pongo una diversa domanda; mi chiedo cioè che cosa volevano comunicare i compositori del libro attraverso due nomi diversi di Dio. Nella economia propositiva di questi Quaderni, avanzo allora l'ipotesi che col termine Elohim si voleva indicare il Dio universale dai molti «nomi» (e di qui il plurale), ed in ]avè, il Dio formalmente rivelato al gruppo eletto. In correlazione, il generico nome di Signore, con cui la LXX risolve la duplicità di appellativi di Dio, potrebbe far considerare questa Bibbia come un Libro nato con finalità di unità e cattolicità. Presumendo l'esistenza del «libro», alcuni studiosi lo ripartiscono, intendendo come cesure le conclusioni di lode a Dio (cd. dossologie) che chiudono rispettivamente i salmi 41, 72, 89, 106. Ma altri considerano il libro diviso in cinque capitoli a somiglianza del Pentateuco (8). Quali che siano, dette ripartizioni sono largamente approssimative, spesso tautologiche e la loro utilità esegetica non è sempre evidente (9). (8) Queste ultime suddivisioni sono oppugnate dalla cultura accademica, allergica ad ogni forma di sistematica che non sia sociologica o letteraria. Si avvertono qui le conseguenze negative di una teologia che considera la Bibbia come una stratificazione involontaria e caotica di libri e quindi carente di una sistematica che orienti nella comprensione dei singoli libri. (9) In pratica non mi risulta utile, sul piano di una lettura di fede la ripartizione puramente morfologica tra i cd. salmi di lode, alleluiatici, di ascensione, canti comunitari, lamenti individuali, salmi di fiducia, di ringraziamento, regali, sapienziali, storici, della Torab, etc. Il tutto mi fa pensare alle diagnosi dei medici che, non avendo capito la malattia del paziente, con dotte ed arcane parole, si limitano a tradurne in latinorum i sintomi. In particolare non risultano fruttuose le ripartizioni collegate a fatti storici; inoltre, presupponendo una originalità tutta «ebraica» dei salmi, e considerandoli effetto di fenomeni socio-religiosi, gli studiosi che si muovono in tal senso sono costretti ad ipotizzare una improbabile specificità culturale e religiosa dell'etnia palestinese. Questa discutibile impostazione costa un consumo massivo e poco produttivo di: ricerca e, direi di continua rianimazione di una storia fantomatica (perché principalmente letteraria) con un protagonismo che non giova a nessuno; produce poi uno stallo esegetico che aliena i salmi dalla vita di fede del popolo cristiano (10). Di qui la mia scelta di cercare il significato unitario dei salmi par- tendo dalla Tradizione di fede della Chiesa, dal recupero di una visione teologica unitaria della Rivelazione scritta, lasciandomi guidare dai suggerimenti che la Bibbia stessa fornisce al suo lettore, ed infine riconoscendo che il testo sacro è per sua natura esoterico (11). (10) Va ricordato che in pratica l'unica fonte dell'etnia ebraica è la Bibbia. In altre parole come afferma Kung («Ebraismo ieri e oggi» pag. 38) una «etnia ebraica» è esistita solamente come concetto ideale e non come «fatto» storico e sociale. Ne consegue che il discorso dei teologi che lavorano sulla Bibbia e la interpretano come una metafora del dialogo tra Dio ed il mondo, ed il discorso degli storici, che pure lavorano solamente sulla Bibbia, sono alla fine perfettamente identici. Solo che il secondo si ammanta di scientificità, perché, dagli stessi passi meditati dal teologo, cerca di trarre un «lenzuolo» di storicità, ingioiellato da improbabili riferimenti tratti da qui o da li, per rivestire il fantasma di una etnia e di una sua storia che non ha lasciato di se alcuna traccia storica apprezzabile. In pratica il cd. «Popolo ebraico» è, ne più e ne meno, che il racconto biblico al quale non si può certo riconoscere la qualità di cronaca storiografica. Il «racconto storico» contenuto nella Bibbia ha una funzione strettamente teologica. L'autentico fatto storico era ed è «la religione mosaica» che si estendeva a tutta l'Ecumene, che riguardava ernie diverse, ed era suddivisa in molte confessioni. Quella giudaica o meglio «gerosolomitana» era una di esse e non certo la più importante. È stato l'evento Cristo a darle un risalto ecumenico, ed è stata la Chiesa a rappresentare (nel bene e nel male) la sua cassa di risonanza. (11) Non spaventi quest'ultima parola che è stata regalata agli stregoni ed ai maghi. Già il Martini segnalava che molta materia. è sepolta sotto il denso velo delle allegorie e degli enimmi profetici ed ha bisogno di fatica e di aiuto per essere scoperta.. III) L’unità del libro dei salmi
Salmi.. un libro di poesie? Ritorniamo ora a chiederci se, come afferma il Concilio di Trento, i Salmi sono un vero libro, oppure un contenitore editoriale di 150 testi sconnessi. Una prima maniera, (semplice e senza eccessivi costi), per dare unità al libro dei salmi, consiste nel considerarlo un volume di poesie; per tali libri infatti, si può prescindere dal ricercare un ordine obiettivo che sistematizzi le singole composizioni, e ognuno può liberamente suggerire un filo conduttore ideale e sotterraneo. Forse proprio perché il genere letterario Poesia libera l'interprete dal peso di una faticosa organizzazione del materiale sparso, il libro dei Salmi, insieme agli altri Sapienziali che presentano eguali problemi, viene presentato come un testo poetico e, per di più, sublime. Quanto a me, suggerisco due cose: a) che non c'è bisogno di tirare in ballo la poesia perché in chiave teologica è possibile chiarire la specialità letteraria del libro e la sua funzionalità nell'insieme della Bibbia; b) che della sublimità estetica il credente, che sperimenta la sua fede nella concretezza della giornata, non sa proprio cosa farsene. lo credo che i salmi, come tutti gli altri sapienziali, non nascono, isolati ed erratici, dal vibrare dei cuori di carne dell'uomo, e poi si bagnano nell'oro del sacro, cioè, fuor di metafora, si inseriscono nella Bibbia; essi sono invece fin dall'origine un autentico testo sacro. Aggiungerò che i Salmi, come «I Proverbi», non sono dei libri senza ordine perché nati come poesia od aforisma, ma la loro struttura letteraria è funzionale al complesso della Bibbia e dipende dalla loro origine e dalla loro destinazione. I sapienziali sono nati dalle Genti ed alle Genti sono diretti; sono cioè libri eminentemente laici nel contenuto e nella forma. Ma procediamo con ordine. Se nella suggerita struttura teologica della Bibbia i salmi fanno parte del gruppo dei libri cd. Sapienziali, ciò non dipende da una ragione letteraria (perché cioè sono poetici), bensì all'opposto per lo loro qualità teologica; nella logica intenzionale dei costruttori della Bibbia essi dovevano esporre quella Rivelazione ancora informe, settoriale e tuttavia vera che continuamente, a far tempo da Adamo, Dio concede al mondo intero. E poiché era conveniente che forma e con- tenuto coincidessero, la forma letteraria non deriva da una arbitraria scelta dell'agiografo, bensì dalla sua attitudine a riflettere specularmente uno specifico contenuto. Il modo di formulare i libri sapienziali non poteva allora coincidere con quello usato per esporre la Rivelazione sistematica ed ordinata, diretta al Gruppo Eletto. La forma dei libri per gli Eletti, dovendo rispecchiare la loro teologia più univoca e strutturata, è articolazione ordinata che trova uno Strumento più adeguato nel racconto di tipo storico e nella formulazione normativa. In conclusione, da una parte c'è il Pentateuco (la cd. legge con la sua formalità) e l'articolata narrazione di eventi sacramentali (libri storici), mentre, dall'altra, la indipendente molteplicità dei libri sapienziali e profetici. La varietà di forme espressive e di modi di sentire, propria della variegata umanità che ne è destinataria ed artefice, si riflette fortemente sui Sapienziali e ne condiziona la struttura e lo stile. In altre parole, essi derivano la loro varietà letteraria e la ricchezza degli approcci, non dalla fantasia del poeta, ma dalla qualità del referente che è, come dicevo, l'umanità intera ed ogni singolo uomo. Viceversa, i libri che espongono ufficialmente la rivelazione (diretti e redatti cioè dagli eletti, come ad es. il Pentateuco), sono caratterizzati da una studiatissima architettura formale. Basta scorrere, anche superficialmente, il libro dei Proverbi, oppure Giobbe, o il Siracide, o Kohelet, per rendersi conto di questa notevole differenza che, lo ripeto, è tutta intenzionale e non in qualche modo subita. Ciò implica che se l'unica ed identica Rivelazione risulta esposta in duplice forma letteraria, per bene intendere questi e quelli, non bisognerà dimenticare la loro specialità letteraria e al tempo stesso come sono assemblati nell'intera Bibbia (1). 1) Quanto dunque sia importante conoscere la finalità di un discorso, per ben comprenderlo, mi sembra cosa ovvia che non merita ulteriore commento, Rifletta il lettore che altra cosa è leggere un trattato di matematica, altro la lezione che un maestro elementare scrive per I suoi alunni a digiuno di questa scienza. Ciò che è imperfezione imperdonabile nel primo testo, può diventare utile strumento didattico nel secondo caso. Leggere i Sapienziali e quindi i salmi sapendo che la Rivelazione di Dio è esposta maternamente, diventa decisivo: evita inutili resistenze, ed apre a considerazioni del tutto diverse. La «sublimità dei salmi passiamo ora a considerare quel cavallo di Troia, costituito dal «grandissimo valore estetico» delle composizioni, che subdolamente svelle il nostro libro dall'insieme biblico e lo costituisce quale monolito isolato, quale altare per sacrifici letterari. La cd. sublimità dei salmi non mi convince, ne mi sembra un tratto specifico, cioè una caratteristica capace di distinguerli sia da altri testi biblici, sia dai paralleli di altre religioni del tempo. Mi sembra più interessante rilevare che, se dobbiamo per essi parlare di poesia bisogna ricordare due cose: a) che non esiste una tal forma d'arte nella cultura cd. ebraica; b) che il mondo antico aveva della «poesia» un concetto diverso dal nostro; essa era più religiosa di quanto fosse «poetica». Quanto al primo punto, la mancanza di una produzione poetica in lingua ebraica va inquadrata nella generale assenza di un'arte, il che costituisce un indizio della origine gentile delle nostre composizioni. Quanto al secondo punto, ricorderò che la poesia nel mondo antico non rappresentava il luogo letterario delle «illuminazioni» psicologiche, dell'estetismo e delle finezze linguistiche; poteva essere tutto questo, ma era innanzi tutto costruzione teologica. I poeti (meglio «poieti», cioè «costruttori») erano, come dice Paolo nel suo discorso sull'Areopago (Atti, 17), dei veri e propri vati, cioè dei profeti della divinità (2). (2) Sarebbe tempo di riprendere nelle mani la grande teologia classica che, esprimendosi per “miti" ha dato modo ai pavidi teologi di svilirla a favolette. In ordine poi alla altissima qualità letteraria dei salmi, vorrei evidenziare un errore di prospettiva che in genere non viene messo in luce; in pratica non si giudica l'opera in se, nel suo tempo e nella sua obiettiva consistenza, ma ex post, e cioè alla luce di una coerente e quasi assillante esaltazione scolastica. Duemila anni di lettura, di approfondimento, di lodi e di educazione dell'orecchio, non permettono al lettore di giudicare con equanimità la qualità letteraria del libro, e anzi lo costringono ad un giudizio positivo; e ciò specie in presenza di un inconfessato bisogno di esaltare la propria specialità nei confronti di tutte le religioni del mondo. I salmi, come dicevo iniziando questo Quaderno, debbono essere grandi nella loro totalità, come lo debbono essere i Gesuiti, Charlot e lo Champagne. Andrò allora a chiedere a Indiani e Cinesi, che sono fuori del nostro circuito di idee e di... propaganda, che giudizio ne danno. Si è costituito dunque un luogo comune che non lascia spazio a chi naviga contro corrente rispetto a questo orientamento. Un esempio lo ricaverò ancora dal citato «Grande Commentario». della Queriniana in cui si afferma: «Anche le più belle preghiere babilonesi, nonostante molte idee affini, non giungono in nessun modo all'altezza dei salmi, perché ai loro poeti non fu dato di dedicarsi completamente e senza alcuna riserva a Dio di cui credevano di conoscere la volontà; essi potevano perciò proclamare spesso importanti verità, ma non la verità». Rifletta il lettore quanto sia singolare questa «garanzia letteraria» di origine mistica, per cui ciò che è ispirato è bello. Sarebbe come dire che la mediocrità di tanti passi della Bibbia implica che i loro autori non «si dedicarono esclusivamente e senza riserve a Dio»; e fra essi consentitemi di mettere anche il santo re Davide. Annoterò ancora che le conclusioni del citato Commentario puzzano di partigianeria: come dire che per un milanese . «o mia bela Madunina» vale cento volte più di un «Torna a Surriento». Questo discorso di «sublimità», risulta poi troppo umano e pericoloso. Innanzi tutto esso crea salmi di prima e di seconda categoria sicché in pratica sono celebrate le «perle» e si scartano subdolamente i componimenti meno brillanti. Inoltre rivela e produce una deliberata chiusura, anche sul piano strettamente letterario; si occultano testi meravigliosi del passato, o li si emargina nel profano. Certo debbo riconoscere che quest'ultima operazione è letterariamente molto fruttuosa; ed infatti, isolato uno speciale mondo in cui esistono solo i salmi, essi risultano ineluttabilmente i migliori. Robinson Crosuè era certo il più bello sulla sua isola, senza dover fare concorsi di bellezza. A chi tanto si esalta, vorrei poi ricordare che vicino ai Salmi, nella stessa Bibbia, troviamo quei «Proverbi» che di sublime non hanno proprio nulla. Dovremmo concludere che difettano di ispirazione? O che i grandi spiriti che scrissero i salmi erano stati falcidiati da qualche epidemia? Segnalerò infine un altro aspetto che mi sembra interessante. Nella valutazione dei salmi si fa uso di una molteplicità di parametri, sicché, ora in base ad uno, ora all'altro, è possibile sempre mettere in luce un quid di speciale. Alcuni salmi infatti vengono esaltati come epici, altri come nostalgici, altri come monumentali, altri come liturgici, altri (es. il 148) come una bella sintesi. Con questa tecnica è in qualche modo facile concludere sempre... in gloria! Mi par di vedere una madre che vanta i suoi figli, uno perché è alto, l'altro perché è forte e l'altro perché intelligente, quando in realtà i primi due sono handicappati mentali, ed il terzo sciancato. Chi legge il testo corrente, senza lasciarsi pregiudicare dal back-ground di sensibilità giudaico-cristiano, deve onestamente concludere, già lo dicevo, che molte delle composizioni del nostro libro sono, o violente, o afflittive, o monotone o ripetitive e povere di immagini; e che il sublime non è certo la caratteristica del libro. Deve ancora consIderare che è praticamente impossibile un giudizio comparativo tra il singolo testo rifluito nella Bibbia (quello che oggi leggiamo), e il suo diretto antenato «gentile»; che neppure è possibile una comparazione complessiva, in quanto, da raffrontare al libro dei salmi, possediamo pochi e mutili testi religiosi unitari, valutabili cioè in blocco, e che, per di più, abbiano goduto di tante limature, quante certamente ne ha ricevute il Libro dei Salmi, e di tanto lavoro storico e critico di approfondimento. Ma ogni medaglia ha anche il suo rovescio; voglio dire che se un'opera finita esercita un fascino maggiore di singoli reperti sconnessi, e pertanto viene licenziata come «testo concluso», essa non ha scusanti. In pratica se i salmi sono brutti, sconnessi, sfasati, allora bisognerà concludere che sono un'opera non riuscita. Tuttavia tertium datur può darsi infatti che noi proprio siamo lettori inadeguati. Non voglio unirmi al coro dei gratuiti laudatores, ma continuerò impietosa mente a criticare la versione corrente dei salmi, e al tempo stesso affermerò che essi sono un' altra cosa, cioè una splendida ed unitaria rivelazione di Dio. Ma, per giungere a tanto, è necessario abbandonare la strada del facile estestismo e trovare una linea teologica capace di tenere distinti, eppure coordinati, i suoni bassi da quelli alti, i tasti neri da quelli bianchi, di congiungere non certo nella sublimità letteraria, ma in quella della rivelazione teologica, il dolore e la gioia. In conclusione, se i salmi non sono poesia nel senso estetizzante ed emozionale di noi moderni, sono però certamente poiesia, cioè costruzione e perciò nascondono una ossatura che si mimetizza così bene da sembrare assente. Un poligono regolare è facilmente intuibile anche da un occhio inesperto, laddove un grafico più complesso, che a prima vista appare confuso, può nascondere un sistema di relazioni molto raffinato. Questa seconda ipotesi si verifica, quanto ai salmi, perché, per loro natura e destinazione, essi sono «universali». La molteplicità delle fonti più antiche da cui i componimenti sono derivati, la varietà delle forme letterarie, e del vocabolario sono tutti sintomi di una cattolicità molteplicità originaria e di destino (3). 3) Anche se molti salmi sono chiaramente collegabili a precedenti composizioni sumero- accadiche, egiziane e mesopotamiche, gli studiosi fanno di tutto per isolarli nel loro paradiso di originalità ebraica. Un grande commentario biblico (Queriniana) afferma: «Come in ogni problema di letteratura comparativa, non dovremmo farci fuorviare da semplici somiglianze. Le stesse parole non sempre significano le stesse cose, perché hanno il colore della particolare civiltà o ambiente religioso in cui sono usate. Le differenze distintive fra le religioni israelita, egiziana e mesopotamica non dovrebbero essere sottovalutate a causa di un comune fondo di vocabolario e di forme di pensiero. Non ci possono essere somiglianze di fondo nell'incontro dell'uomo conIa divinità». Affermazioni di questo tipo dicono cose ovvie, ma hanno anche il torto di utilizzare la forza di questa ovvietà per liquidare il problema che non è ne ovvio ne generale come le affermazioni, ma del tutto specifico. Faccio solo rilevare che sul piano concreta, a fronte di un appassionato studio degli aspetti strettamente semiti (in quanto facilmente contrabbandabili per «ebraici») non corrisponde un ugual impegno nello studio almeno della religione egiziana; inoltre è evidente a tutti che una somiglianza è sempre una dissomiglianza e viceversa, altrimenti si avrebbe una identità o una estraneità. Nessuno pretenderà mai che i salmi sono fa copia del compito in classe, chi si serviva del materiale esistente aveva una chiara intenzione di fede (ispirazione) che lo guidava a riformare in modo da presentare una rivelazione depurata da ogni scoria; qualcosa che ama definire come funzione notarile. Il salmista come «dialogante» Messa per ora da parte questa umana sublimità, cominciamo a cercare qualche elemento che ci consenta la ricostruzione dell'unità del libro e l'individuazione della sua funzione all'interno della Bibbia. In particolare riflettiamo sul fatto che i salmi sono in genere in prima persona. Questo dato non viene meditato fino in fondo. Se l'agiografo ha scelto come soggetto l'uomo, ha con ciò chiarito alcune cose: a) che egli non vuole fare «Scrittura» in senso stretto, tale cioè da costituirsi come un quid di autonomo, di obiettivo, ma vuole un qualcosa che viva nella voce di chi li recita (4); b) che permane sempre, all'interno della Rivelazione scritta, quell'iniziale tempo della Voce, quel dialogare diretto che, giunto alla perfezione pentecostale, costituirà la conclusione dell'intero rapporto dialogico fra l'uomo e Dio. Allora i Salmi diventano un libro sublime in senso teologico e la Chiesa lo può assumere come cosa sua; c) che la Rivelazione sussiste, piena e vitalizzante, nella dimensione coscienziale dell'uomo. I salmi, in quanto riferiti alla coscienza dell'uomo, risultano perfettamente inquadrabili nella fede cristiana e, in quanto coerenti con la mediazione di Cristo e l'ecclesialità, diventano la più alta preghiera del cristiano (5). (4) II richiamo dei salmi nei Vangeli nasce proprio da questa fondamentale caratteristica del libro, consistente nel costituire il recitante un Uomo/libro. I Vangeli nascono (cfr. Q.2) anch'essi in questa ottica e rappresentano quindi, per un verso il ritorno al dialogo delle origini, cioè a quello fontale («origine» indica più onticità che temporalità), e per l'altro il superamento della Rivelazione vista come dato obiettivo e quindi limitante e fonte di incomprensioni («Legge» nel senso negativo suggerito da Paolo). (5) In questo senso, pensando ai salmi, viene in mente la frase evangelica: «Voce che grida nel deserto», e quel richiamo continuo ai piedi che invece di essere una parte anatomica indicano forse proprio i versi dei salmi. La giusta valutazione del momento dialogale svuota e risolve il problema della «unitarietà» del libro. Se infatti i salmi vengono letti come autonome composizioni (al più aggregate per «tipi»), come illuminazioni o elevazioni, per belli o brutti che siano, ad un occhio indifferente risulteranno sostanzialmente equivalenti ai paralleli mesopotamici, egiziani o sumero-accadici. Ma se vengono considerati il sacramento di una dimensione tutta personale del rapporto con Dio, ogni problema di coerenza dell'insieme (l'uomo è una unità esteriormente incoerente), svanisce, mentre si manifesta la grande via della Rivelazione e della risposta fiduciosa, la Via che ebbe inizio nel giardino di Edem. Alla luce di queste considerazioni diventa più chiaro il grafico di struttura che abbiamo suggerito in ordine alla intera Bibbia. In esso, il libro dei salmi viene indicato come rivelazione del tempo della Voce e non dello Scritto; appartiene cioè ad una fase di Rivelazione diffusa, connessa ai singoli uomini (quindi eminentemente orale), che, seppure occasionalmente fermata nello scritto, resta sempre dialogo vivo della persona, un dialogo che proprio per questa sua caratteristica (collegamento con i singoli) è soggetto a varianti e incrostazioni occasionali (6). (6) Proprio in quanto rivelazione del tempo della Voce, i salmi colgono Dio (specie nella prima cinquantina) a livello orizzontale. È il Dio che si manifesta a livello dell'uomo e da questi è colto in termini di umanità. Ciò spiega il forte antropomorfismo che sembra inquinare la visione teologica contenuta nei nostri componimenti. Il Dio che viene annunciato assume allora caratteri ambivalenti; dalla negatività propria dell'uomo esistenziale, dal suo occhio chino a terra, egli deriva elementi antropomorfici come quegli atteggiamenti di ira, violenza, inesorabilità che fanno tanto problema al lettore. Parallelamente, quando viene colto nel suo piegarsi sull'uomo, quando cioè è visto con occhi di fiducia la figura del Dio recupera i caratteri consolanti del Messia Salvatore. Per intenderci, come ciascuno recita il salmo con la sua voce specifica (sicché il salmo diventa di «quella» persona), così deve intendersi anche della sua scritturazione. In pratica io affermo che c'è una pluralità di Salmisti scrittori e di Salmisti lettori; che cioè tutte le successive «scritturazioni. di un salmo, a partire dalla più antica formulazione, fino a giungere alla forma che attualmente lo riveste, sono il segno profetico di una variabilità e di una molteplicità di quel Dialogo vivo col Creatore che ogni uomo realizza secondo le sue capacità. In ciò proprio consiste 1'universalità e la cattolicità del nostro libro. Quando l'apostolo Paolo annuncia il ritorno nella Chiesa della «Voce Viva» dello Spirito, gli viene naturale invitare i fedeli a dialogare con Dio cantando Salmi, Inni e Cantici spirituali. Questa indicazione paolina non può essere considerata un suggerimento rubricale; esso è qualcosa di molto più forte: suggerisce di ritornare al tempo della Voce quando Dio parlava nel giardino con Adamo (questo è il fondamento dell'innologia religiosa); suggerisce altresì un importante criterio ermeneutico: le composizioni sacre vanno proclamate perché emerga dalla fissità dello scritto il contenuto spirituale. Nella letteratura ermetica, ciò viene indicato con l'espressione rendere ardente.
Salmista e traduttore Dicevamo prima che il salmista non è il mitico Re Davide e neppure il Salomone delle «Odi». Salmista è chiunque dialoga con Dio, sia esso lo Scrittore, il rifinitore, il notaio di Dio ed infine il lettore. Col cambiare delle lingue, fra scrittore e lettore si interpone una terza figura, quella del traduttore di cui ora cercheremo di disegnare l'identikit teologico (7). (7) Qui bisogna precisare i meccanismi della traduzione e della lettura. Partiamo da quest'ultima; essa consiste nel compitare i segni grafici del testo, cioè di raccoglierli in parole significative e collegare quest'ultime in espressione significative, mediante i cd. segni diacritici (virgola, punto, etc.). Raccogliere e collegare si esprimono in greco col verbo legbein che equivale a «legare» e quindi a «leggere» un testo. Il traduttore, trasferendo da una lingua ad un'altra una composizione già articolata, è innanzi tutto un lettore che può autonomamente ricompitare il testo stesso o assumerlo come lo ha letto chi lo ha formato. Nell'uno come nell'altro caso, il traduttore, avendo inteso in un certo modo il passo, lo volge in altra lingua rispettandone quel significato. Ne consegue che la sua versione (ed è qui la capziosità), mentre si vanta fedele, in pratica contrabbanda «una» lettura già bella e pronta, un prodotto preconfezionato che toglie ogni libertà di meditazione all'utente (sul punto cfr. Q. I). Dicevamo già di una molteplicità del parlare dell'uomo con Dio, che ha dato luogo a tanti inni e cantici rifluiti poi nei salmi. Tale processo non scompare nel nulla perché si è costituito un testo conclusivo che la Chiesa dichiara vero ed inerrante. Identificando il Canone dei libri sacri, la Chiesa non ha certo voluto cambiare la qualità del libro ricevuto; quest'ultimo resta dotato di tutta la sua specifica struttura teologica. Ne consegue che, se gli agiografi ed i lettori avevano ed hanno il diritto a celebrarli, ciascheduno con la sua specifica tonalità di voce, i traduttori sonò chiamati ad operare nella stessa direzione. Poiché il traduttore è un servo dei fratelli che leggeranno la sua versione, compitata in qualche modo, quest'ultima dovrà essere ad essi mirata. In altre parole, i Salmi possono gustarsi come dialogo con la divinità, come momento sereno di conoscenza di Dio, solo a patto di una ricompitazione «mirata» che il lettore traduttore (che costruisce una «lettura») attuerà a seconda della qualità degli ascoltatori e della situazione storica dell'annuncio. I salmi sono un quid di vivo che ogni traduzione univoca uccide senza misericordia e senza uscita. Il salmista come «muova creatura» Quanto detto in ordine alle traduzioni ci porta a riflettere sulla qualità che si richiedono ad un autentico lettore dei salmi. In pratica si ritiene che la Bibbia possa essere letta come un qualsiasi altro , libro, laddove è chiaro che incidono decisamente l'atteggiamento soggettivo del lettore e la diversa valutazione che egli dà del testo. Iniziamo da quest'ultimo punto; già dicevo di una scorza di esistenzialità che rende spesso i salmi una disperata invocazione dell'uomo isolato ed impaurito. Chi li intuisce in questa angolazione, e si rispecchia da piccolo uomo in quel piccolo uomo che parla nelle nostre composizioni, ne sarà certo un pessimo lettore. Del tutto diversa è la situazione di chi crede nella divinità dei salmi e si sforza di porsi come un lettore adeguato. Senza dubbio i salmi sono inscindibilmente connessi con l'umanità di chi li legge, ma lo sono anche con il suo crescere verso la statura adulta. Se per un verso partono dalla terra, essi sono rivolti al cielo; se l'uomo di carne si lamenta, teme, si dispera, l'essere teandrico sa di tenere la sua mano nella mano di Dio. Perciò i salmi non possono morire in una pura dimensione umana che si esprime nella consonanza psicologica (sono triste ed il salmo esprime una tristezza, etc.) o peggio ancora diventare prodotto di consumo (come sono belli..!), e nutrimento di una fame estetica. L'autentico lettore del salmo è colui che cerca la Vita, pur gravato dal peso della sua esistenzialità, perché, solo quando scarta via psicologismo ed estetica, egli può penetrare nella Rivelazione consolante. Il Libro dei Salmi, inscindibilmente connesso ad un uomo che sperimenta la fiducia in Dio, è un testo perfettamente inquadrato nella fede cristiana. Esso può allora configurarsi come Via della conoscenza di Dio, come progressiva acquisizione della sua amorevole paternità, come impulso ad andare sempre più avanti fino a rivolgersi a Lui nella lode. Al tempo stesso la forte valenza individuale che connota i salmi (l'uso del «io» come soggetto) si stempera in una progressione che porta al noi finale. Chi li medita percorre così la via della sua perfezione; egli passa dalla solitudine vissuta fra la «folla», dall'egoismo individualistico che fa offendere il prossimo e invocare Dio come strumento di potenza, alla ecclesialità dei plurali positivi che, più numerosi nella terza cinquantina, sembrano proprio riferirsi alla Chiesa. Ecclesialità dialettica dei salmi Se il nostro libro viene recuperato all'area delle Genti, alla coscienza dell'individuo, ed al sua diretto parlare, esso naturalmente si colloca nella fede cattolica. La storia liturgica dei salmi nella viva esperienza della Chiesa diventa allora teologicamente più chiara e, costituisce una verifica circolare della ipotesi che stiamo sviluppando. Quando Benedetto stabilì che il nostro libro fosse la meditazione ordinaria dei «laici» (perché tali erano quelli che egli riunì nei suoi conventi), intuì verisimilmente che origine e destinatari dei salmi erano proprio gli uomini della terra (8). (8) Forse in questa angolazione Benedetto stranamente emarginò nella sua Regola la celebrazione della Eucarestia che è condizionata necessariamente dalla presenza di un «eletto». Se non vado errato. l'Eucarestia è citata. ed anche indirettamente, solo in due punti della Regola e cioè fra i compiti del cellerario e per determinare lo status di un sacerdote che entra a far parte del convento. Seguitando a riflettere in questa direzione, diventa più chiaro il collegamento tra salmi e liturgia cristiana. In particolare appare evidente l'orientamento « gentile» delle Ore canoniche del breviario. Esse non iniziano con le Lodi e cioè con il sorgere del giorno, ma nella « Notte» (erroneamente e quasi tendenziosamente detto Mattutino); proseguono nel giorno con le Lodi e le ore Medie (che attestano la progressiva rivelazione di Dio al suo eletto); culminano nei Vespri, cioè nella preghiera fondamentale situata nell'ora fatidica della morte di Gesù, cioè all'apertura della grande Porta (9) (9) Naturalmente qui la . «Morte». indica anche la Resurrezione e la edificazione della Chiesa. Quando nel racconto di Emmaus Gesù mostra di voler procedere oltre, non sta certo fingendo per provocare l'invocazione dei discepoli: «Resta con noi». Egli intende loro ricordare che, seppure si fermerà tra gli uomini nell'eucarestia, la Vita sarà sempre più oltre, perché all'uomo è destinata una perfezione come quella del Padre. La stessa Completa, a meditare fino in fondo il Benedictus, altro non è che la celebrazione dell'uscita dal mondo, seguendo quel Gesù che disse: «Venite a riposarvi in disparte con me». Ancora si può riflettere come i salmi siano oggi un contenitore di preghiere, un libro smembrato dei sacerdoti (breviario); e che invece, se adeguatamente tradotto, potrebbe essere restituito al laicato in una recuperata struttura unitaria, ridisegnandone la collocazione funzionale all'interno della celebrazione eucaristica. Penso ad esempio che si potrebbe rioffrire all'intera comunità la loro celebrazione all'interno della messa, lasciando al ministro il servizio di antifonario La recuperata cattolicità del Nostro Libro consente di intendere che la ripartizione dei libri biblici (suggerita dal grafico citato), ha come suo ineliminabile fondamento l'unicità della Rivelazione e del destinatario. Ogni libro della Bibbia appartiene a tutta l'umanità anche se è orientato a volte alle Genti ed a volte all'Eletto. Ne consegue che pur se fondamentalmente gentile, il nostro libro è pur sempre « cattolico», cioè abbraccia tutta la Chiesa (laici ed ordinati) e si pone, come accade per tutti i sapienziali, come un catechismo di fede per qualsiasi uomo della terra, qualunque siano le sue manifestazioni religiose e le sue funzioni all'interno del gruppo (10). (10) Nell'area del mosaismo come della religione cristiana, questo andamento dialettico (genti/eletto) mi pare di ritrovarlo nel continuo richiamo al «giorno» ed alla «notte». Questi termini vengono correntemente assunti in un ridotto significato cronologico, laddove alludono ad una duplicità della Rivelazione (generica e specifica) che deve risolversi in sintesi. Come dice Paolo, il Deus Absconditus si mostra alle genti nell'oscurità; nella chiarezza della rivelazione ufficiale, si mostra invece; al suo eletto. «Meditare di giorno e di notte» equivale a meditare ecclesialmente e giungere così alla lode, ai misteri gloriosi della terza cinquantina.
Ai fini della ricostruzione dell'unitarietà del libro, che stiamo cominciando a delineare, quanto premesso consente di dare un significato all'alternarsi, nella terza cinquantina, di canti di lode e di dolore, di momenti comunitari («noi, voi, Gerusalemme», etc.) e di momenti strettamente individuali. In realtà, ogni libro della Bibbia è articolato sulla dialettica Genti/eletto; in particolare quello dei salmi profetizza la Chiesa e quella eucarestia che celebra nella cena la gloria della comunità, e al tempo stesso fonda su un atto strettamente individuale qual è il sacrificio del «Sacerdote». Il libro della vita Come già dicevo, una organizzazione sistematica del libro dei salmi si può cercare per via aritmetica, lasciandosi suggestionare dal numero 150 che difficilmente si può considerare casuale, e che può svolgersi in sequenze legate ai numeri 5, 6, 7 (11). (11) Cinque è il numero che indica il matrimonio e consente di leggere il Pentateuco come il contratto nuziale che lega Dio alla umanità; sei è il numero che indica la perfezione dell'uomo e quindi l'Eletto, e sette sono infine le «Parole» o «Giorni» della creazione per modo che il sette indica la totalità del creato e della umanità. L'uso della numerologia è normale nei libri sacri che sono una vera e propria alchimia linguistica. Si possono anche prendere come punto di riferimento le dossologie dei salmi 41, 72, 89, 106, oppure (suggerirei) le Beatitudini (più volte proclamate), ma si tratterà sempre di una scansione meccanica e non tematica (12). (12) A chi si vuoI provare in questa strada ricordo che vi sono 18 (3x6) beatitudini individuali e 7 al plurale; presumo che esse vogliano riferirsi all'eletto (singolo) ed alle genti (molteplice). Letto come un testo inquadrato sulle beatitudini, il nostro libro assumerebbe un significato opposto a quello che gli viene riconosciuto: sarebbe infatti una rivelazione di pace e non un disperato invocare dell'uomo. Tuttavia, prendendo le mosse da quel numero cinquanta, che consente di dividere il testo in tre sezioni, si può ragionare in maniera diversa e far emergere quella tematica Eletto/Genti che considero come la spina dorsale di tutto il discorso biblico e sulla quale abbiamo già meditato. Rapporterei cioè le tre cinquantine di salmi all'icona (archetipale) costituita dai tre figli di Noè. Di essi, Iafet e Sem, indicano rispettivamente le «genti» e gli «eletti», mentre Cam (in greco «X. am») il Cristo che li unifica. Il numero complessivo dei salmi (150) indica allora l'unità dei tre momenti e, nell'immagine del «padre» che nei suoi lombi porta i tre figli, allude a Noè. Questo nome, letto nella forma greca (Noe), significa letteralmente «Noi» ed indica dunque la comunione unificante. Se Noè è 1'unità della Vita che permette a quest'ultima di passare attraverso la morte (diluvio) ed uscire in una dimensione nuova (terra), si può ipotizzare che il libro dei salmi sia il libro della Vita che passa attraverso la morte. Inoltre, come questo passare indenne si attua per la forza della comunione (Noè = noi), così non si può cogliere il libro dei salmi come viva rivelazione se esso non viene letto nella sua interezza e percorso in tre fasi progressive (tre cinquantine) (13). (13) n dolore, e con esso tutti i sentimenti amari del testo, alluderebbe allora al «diluvio» e lo scorrere dei salmi al tempo della traversata esistenziale che deve concludersi in gloria. La Vita viene così proposta al lettore in tre grandi e connessi momenti. Il primo, quello del gentile Iafet (primi 50 salmi) prospetta l'edificazione della Vita nella realtà diffusa e molteplice dell'umanità intesa come folla di «singoli»; il secondo, quello di Sem, figura dell'Eletto al servizio religioso (secondi 50 salmi), annuncia il crescere della Vita nella Rivelazione/Incarnazione progressiva di Dio attraverso il suo Verbo; il terzo, quello del mistico Cam, profetizza il tempo della Chiesa che riunisce i primi due movimenti e celebra l'unità della Vita voluta da Colui che di due popoli ne fa uno solo. Segnalo a questo punto al lettore che, se i testi vengono letti secondo il modo corrente, il tema della Vita non si manifesta chiara- mente, specie nella prima cinquantina. Ma noi abbiamo già avvertito che la qualità letteraria del libro dipende proprio dalla sua origine e destinazione, per cui non può chiedere ai Salmi una chiarezza e una precisione che non compete a testi gentili (14). (14) Se il Libro dei Salmi (uno dei sette sapienziali) espone la rivelazione di Dio alle Genti, è normale che quest'ultima sia abscondita come Absconditus (cioè nascosto) è il Grande Dialogante. La parola umana che esprime questo dialogo (senso letterale) diventa nel nostro libro il sacramento di questa situazione ed assume tutti i caratteri della povertà esistenziale in cui la rivelazione viene accolta. In pratica, specie nella prima parte, si incontra spesso una povertà di espressione, e una rigidità dei sentimenti. Ciò vuole avvertire che l'uomo che sta ascoltando Dio, soffre di una grande mediocrità. Ma già nella seconda cinquantina il tono si fa più alto perché la rivelazione viene come raccolta dall'eletto. Questi ha ormai coscienza di essere interlocutore di Dio, ma al tempo stesso, esaltando la sua individualità a motivo della funzione ricevuta, entra in frizione con Dio (15). 15) Proprio dall'eletto verrà il tradimento (vedi la figura di Giuda come eponimo della omonima tribù).
La terza parte, proprio perché proclama una soluzione ecclesiale della dinamica vitale, ha di massima caratteristiche letterarie più solari, sicché la Vita viene più chiaramente annunciata e celebrata (16). (16) Questa storia della Vita si articola in tre momenti: dall'individualità (la ferinità nella metafora animale), passa alla comunità (il gregge), per giungere infine al Vivente la cui caratteristica essenziale è la perfetta relazione con Dio e quindi la lode. La varietà delle tipologie letterarie, in questa lettura, non diventa lo specchietto da allodole che orienta ad approfondimenti filologici. Se dunque il libro è una profezia del passaggio dall'esistenza alla Vita, parlare di salmi di lode o regali, di inni o lamenti, di canti di ascensione, di ringraziamento, di battaglia, penitenziali, profetici, storici, sapienziali, non serve più ad indicare tipologie che guardano alla superficie letteraria dei componimenti; queste stesse parole individuano vere e proprie forme della vita che cresce verso la sua statura adulta, forme che diventano teologicamente chiare se sono inquadrate nella loro specifica cinquantina e quindi in uno dei tre momenti dell'evoluzione. L'ipotesi di struttura (vitalistica) che stiamo delineando, non si ferma alla divisione per cinquantine, ma, come accennavo ed ora chiarirò, essa presuppone una logica settenaria, per cui 7x7 dà 49, che con l'aggiunta di 1 (il giubileo) diventa 50. Il richiamo al numero 7 non è certo matematico, ma teologico (numerologia biblica). Ed infatti il libro della Genesi presenta la Vita come settimana (racconto della Creazione), ed il libro del Levitico l'articola in forma più complessa in uno schema di settenari di anni che si succedono incalzantemente per raggiungere un loro culmine nel cinquantesimo anno (cioè il Giubileo). Esso esprime la perfezione del tempo e della storia dell'uomo e si riferisce al Cristo che dice di se: «lo sono l'anno di grazia, l'anno del giubileo». Se questo schema (settenario di Vita/giorni o Vita/anni) è la rete teologica del nostro libro., ogni sequenza di 49 salmi ha una sua autonomia teologica; costituisce un discorso complessivo e mirato; culmina infine nel cinquantesimo salmo. Quest'ultimo celebra la venuta di Dio, in tre forme progressivamente sempre più visibili; e, usando il simbolismo del numero 5 (matrimonio), come sposo che viene ad un matrimonio unico, universale ed infine perfettissimo. Il succedersi di tre salmi (50°, 100° e 150°) profetizza così il perfezionarsi della nuzialità che lega Dio al mondo: nuzialità con l'umanità, con gli eletti, con la Chiesa (17). 17) In questa lettura, assume anche significato que1151° salmo presente nella edizione greca (LXX) e mancante nella masoretica; verisimilmente esso annuncia il Riposo di Dio. In questo senso si potrebbe anche verificare se esiste una articolazione teologica delle cinquantine in decadi con una formula del tipo (5 x 10), Non va dimenticato che all'interno del modello «palestinese», il numero 10 rimanda alle dieci tribù che restano escluse dal regno di Giuda (che sacramenta l'eletto) ed indica proprio le genti; e parallelamente che il numero 5 viene usato da Giovanni (Cap. IV) per indicare il gruppo eletto che, benché sposato alle genti (samaritana), non riesce a dar loro un figlio di grazia, La verifica di tutte queste ipotesi è estremamente laboriosa in quanto presuppone una ritraduzione dell'intero libro greco (è singolare che non ne esista una versione in italiano); tuttavia ipotizzare vie di comprensione costituisce un indubbio aiuto per l'uomo di fede. La vita come «giubileo» L'ipotesi secondo cui, dal punto di vista letterario e profetico, la struttura del nostro libro può ricondursi alla tematica del Giubileo, merita qualche precisazione e qualche commento (18). (18) Ricordo al lettore che la nostra indagine non ha come scopo la formulazione di una teoria ma vuole suggerire una lettura di insieme ed una sistemazione teologica dei salmi che li renda strumento di vita per l'uomo di fede. Vuole cioè innescare una ricerca ed un dialogo (è questo lo scopo dei Quaderni) e comunque una attenzione ai problemi della rivelazione scritta. Cominciamo dal testo biblico e cioè dal Cap. XXV (1-22) del 'Levitico' (ed. Paoline). " Il Signore parlò a Mosè sul Monte Sinai, dicendo Parta ai figli d'Israele e di loro: Quando entrerete nel paese che vi dò, la terra osserverà un tempo di riposo per il Signore: per sei anni seminerai il tuo campo e per sei anni poterai la tua vigna e ne raccoglierai i prodotti; nel settimo anno sarà un riposo completo per la terra, un riposo per il Signore, Non seminerai il tuo campo e non poterai la tua vigna, non mieterai il prodotto spontaneo al tempo del tuo raccolto, e non vendemmierai i grappoli della tua vite non potata. Sia un anno di riposo completo per la terra, Il prodotto della terra in riposo vi servirà di cibo, a te, al tuo servo e alla tua serva e all'operaio preso a giornata e al tuo ospite, cioè a coloro che risiedono presso di te. Tutto quanto essa produrrà servirà di cibo al tuo bestiame e a ogni animale che si trova nel paese. Tu conterai sette settimane di anni, sette volte sette anni; il periodo di sette settimane di anni è quarantanove anni. Farai risuonare il corno della teru'a nel settimo mese, il dieci del mese; nel giorno di espiazione farai risuonare il corno in tutta la vostra terra. Dichiarerete sacro il cinquantesimo anno e proclamerete la libertà, nel paese, per ogni suo abitante. Sarà per voi un giubileo; ognuno tornerà. Sarà un giubileo, il cinquantesimo anno, per voi; non seminerete e non raccoglierete i prodotti della terra non seminata e non vendemmierete la vite non potata. Il giubileo sarà infatti sacro per voi; mangerete di quanto il campo produce spontaneamente. In tale anno giubilare ognuno torni nei suoi possessi. Se venderai qualcosa a un tuo compatriota o se comprerai qualcosa da un tuo compatriota, non danneggiatevi l'un l'altro. Secondo il numero degli anni trascorsi dopo il giubileo stabilirai il prezzo d'acquisto da parte del tuo compatriota, ed egli secondo il numero degli anni di rendita ti stabilirà il prezzo di vendita; più grande è il numero degli anni da trascorrere prima del giubileo e più aumenterai il prezzo; più piccolo è il numero degli anni e più ridurrai il prezzo, perché è un certo numero di raccolti che egli ti vende. Non danneggiatevi l'un l'altro e temi il tuo Dio. lo sono il Signore Dio tuo. Mettete in pratica le mie leggi e osservate i miei precetti e metteteli in pratica, e risiederete nel paese tranquillamente. La terra darà i suoi frutti, e voi mangerete a sazietà e risiederete tranquillamente in essa. Se direte: «Che cosa mangeremo nell'anno settimo, se non abbiamo seminato ne raccolto le nostre messi?», io ho comandato che la mia benedizione sia sopra di voi nell'anno sesto, ed essa produrrà messi per tre anni. Nell'ottavo anno seminerete, e mangerete del vecchio raccolto fino all'anno nono; fino a che venga il raccolto di tale anno mangerete il vecchio raccolto». Volendo trarre delle conclusioni, potremo dire che il Giubileo delinea un sistema economico-sacrale che costituisce una specie di isolotto all'interno del VT. Il Levitico inizia prescrivendo un lavoro agricolo della durata di sei anni; comanda poi che questo sessennio sia seguito da un anno di riposo della terra, per il Signore. Garantisce il fedele che, in questo anno di riposo, la terra produrrà liberamente; dispone che questo prodotto, nel quale si intuisce la operativa forza vitale di Dio, dovrà servire a tutti indistintamente, per cui anche il povero e il forestiero, colui cioè che non ha lavorato per i sei anni, ha diritto di goderselo (19). (19) Forse la beatitudine evangelica dei «poveri» è collegata proprio a questo spigolare la dove non si è seminato, come segno di un dono gratuito di Dio al mondo. Questa normativa, fissata da Dio e consegnata a Mosè sul monte Sinai, prevede ancora che si contino sette settennati ( «settimane di anni. ) formando uno spazio di 49 anni. Si chiude così un ciclo vitale e viene il cinquantesimo anno, quel Giubileo che oggi viene detto Anno Santo. Questo tempo ha un suo regime che sembra ribaltare la logica societaria dell'uomo. Infatti in quest'anno specialissimo va proclamata la libertà in tutto il paese, cioè per tutti i suoi abitanti; ciò implica che ognuno rientrerà in possesso dei beni ceduti anche per vendita, e che gli schiavi torneranno liberi alla loro famiglia. In questo anno non si semina ne si miete, perché le opere sono finite, e il cibo sarà offerto gratuitamente dalla terra. Una precisazione illuminante è contenuta nel v. 20; qui il Signore garantisce che, in forza della sua benedizione, la terra darà nel sesto anno un prodotto triplicato che basterà per il sesto, settimo e finanche ottavo anno (20). (20) Sotto l'allegoria sembra di leggere i tre giorni della passione quando il seme del Cristo sceso nella terra darà frutti fino al giorno ottavo quello della eucarestia. Fu mai applicato questo regime che teoricamente costituiva una specie di palingenesi, un volano socio-economico estremamente accelerato? Dirò subito che prove di una concreta applicazione di questo dettato non ve ne sono, fatto quest'ultimo che dovrebbe far molto riflettere coloro che, quando fa comodo, considerano la Bibbia come un codice giuridico. Quanto a me, che preferisco leggere il VT come un libro di rivelazioni che riguardano il dialogo fra Dio e l'uomo, e non una specie di codice di Hammurabi adottato da un Dio legislatore degli uomini, il problema è presto risolto. Io non credo alla storicità della ripartizione giubilare, ne che le regole stabilite nella Bibbia siano state mai attuate nelle comunità di fede musaica. Il Giubileo restò un isolotto disabitato (21). (21) Sul puntole voci degli studiosi sono quasi tutte d'accordo. D'altra parte, se fosse stata realizzato come evento economico-sociale ne avremmo certo trovato tracce. lo credo piuttosto che il Giubileo è da considerarsi la profezia di una meccanica divina, di un camminare della Vita di gloria in gloria (settenari). Pur riconoscendo la negatività dell'uomo (schiavitù, cessioni dei beni per debiti, etc.), l'incedere della Vita creata non si fermerà; Dio sarà operatore imparziale nel mondo, custode e vindice di tutti; Dio riunirà tutti gli uomini in una cosa sola: la Vita. Ecco, a mio giudizio la logica del Giubileo, una logica cattolica, totalizzante che ben trova collocazione nel libro del Levitico che (vedi grafico) va collegato ai gentili. Il Giubileo può allora intendersi come una «festività» cattolica, un regime delle genti e non degli eletti; fatto quest'ultimo che spiega perché non fu mai applicato nella società giudaica e riguardava anche leviti, schiavi e viandanti (22). (22) Ho parlato di «festività» per motivi discorsivi; non intendo collocare la mia ipotesi all'interno del discorso sul collegamento fra Salmi e «feste» liturgiche giudaiche di cui ho detto prima in nota. Ancorare I salmi al Giubileo non implica riferimento a eventi della storia cd. ebraica, ma unicamente alla rivelazione biblica. Non deve trarre in inganno il fatto che, in questo, come in altri casi, l'agiografo abbia assunto come «icona»- dialogica un «istituto» che avrebbe potuto anche trovare attuazione nella società. A me interessa il Giubileo come comunicato teologico, cioè per ciò che dice e non per ciò che eventualmente produsse nelle società di quel tempo. La profezia sulla chiesa Lo schema giubilare si ripete nel libro dei salmi per tre volte, sicché dei tre Giubilei bisognerà evidenziare il senso teologico specifico e complessivo (23). (23) In particolare non sfugga al lettore una allusione alla storia della formazione della Bibbia (cfr. Q 4). Le tre cinquantine (ora leggibili come veri e propri «Pentateuchi») indicano le tre fasi della scritturazione: quella gentile, individualizzata e multipla; quella dei notai di DIo (LXX); quella liturgica costituita dall'uomo/Libro che loda Dio. Il riferimento al numero cinque, quella Epsilon con cui comincia la Sacra Scrittura, indica, come dicevo, il matrimonio fra Dio ed il mondo: matrimonio «di fatto» con le Genti (cinque profeti maggiori); matrimonio formale con gli eletti (patto-Pentateuco); matrimonio infIne che diventa perfetto nella Chiesa (ultima cinquantina).Il Giubileo può essere così inteso come l 'anno della perfezione del celeste matrimonio, l’anno della presenza dello Sposo nel mondo. Ed infatti, come dicevo, Gesù non esita a qualificarsi «anno giubilare». Proprio in ordine a questo specialissimo matrimonio ecclesiale vanno letti, a mio giudizio sia il passo sinottico (specie quello matteiano) sul cd. Divorzio; sia quelli paolini sul matrimonio. Se Mosè consentì all’eletto di isolarsi dalle genti (cd. divorzio) ciò fu veramente la conclusione di una durezza di cervice che portava al rifiuto della comunione. Aggiungerò che nella logica evolutiva espressa dal modello Maschile, Femminile, Donna, la prima cinquantina è libro del «femminile» cioè della pluralità degli uomini; la seconda del «maschile» cioè dell'eletto; la terza rimanda alla mistica «Donna» cioè alla Chiesa. Quello complessivo che tutti li abbraccia è propriamente ecclesiologico: i tre giubilei dicono la formazione progressiva della Chiesa che Dio ha voluto sin dall'inizio della creazione. In questa ottica, il libro dei Salmi afferma: a) che c'è un intervento articolato e finalizzato di Dio (tre giubilei); b) che il punto finale è la Chiesa del Cristo (III giubileo); c) che l'individuo è un essere irripetibile che porta fin nell'eternità la sua individualità (i salmi in prima persona sono presenti anche nella terza cinquantina); d) che la Chiesa del Cristo è il luogo dove si compone definitivamente la dialettica io/noi, eletto/genti (III cinquantina). Questi ultimi profili meritano qualche precisazione. Già abbiamo detto che il libro non è banalmente maschilista, come sembra ad una prima lettura. Il Maschile, dominante nel libro dei salmi, è infatti metafora dell'individuo («io») che può crescere fino a diventare un Io-Noi nella comunione del Cristo (24). (24) I salmi appaiono dunque come un testo sacro che «.equipara». tutti, condannando in radice ogni idea di privilegio. Un Libro cattolico che è stato a mio giudizio fortemente leso dalla «riserva» clericale che progressivamente, nei secoli, si è estesa sopra di esso. Questa intrinseca cattolicità è verisimilmente la ragione per cui il nostro libro non rappresentò, come mi pare di capire, il testo di preghiera di una Sinagoga ancora legata all'esclusivismo giudaico, mentre diventò la meditazione quotidiana dei monaci di Benedetto. Nella prima cinquantina, possiamo cogliere questa individualità come espressione di quello stadio «ferino» cioè ancora individuale che caratterizza le folle delle «genti»; nella seconda, come elezione del soggetto singolo ad interlocutore di Dio; nella terza cinquantina come dimensione divina ed umana, come coscienzia della fede e del servizio sacramentale. Tutti i sacramenti infatti hanno anche un risvolto strettamente individuale. Da ciò possiamo dedurre alcuni corollari; i Salmi possono considerarsi: a) come la storia teologica della Coscienza dell'uomo, quale luogo di incontro con Dio; b) come riflessione teologica dell'elezione vista come servizio. In vari modi la Bibbia chiarisce che il «servizio» non crea «potere»; e, più in generale, che il «crescere nel dialogo» comporta un perdersi nel livello più basso («perdere la propria esistenza») per guadagnare una Vita più alta. Il libro dei Salmi giocando continuamente sui pronomi «io» e «noi» afferma, che nessun uomo può vantare una specialità di fronte a Dio; che l'unica grandezza sta nella comunione e nel servizio di benedizione per il mondo. È dunque un libro che livella l'alterità, contestando ogni supremazia ed ogni falsa mediazione. Nel libro dei salmi non viene in evidenza il «popolo eletto» come Comunità umana (il «femminile» del racconto della creazione), e neppure l' Uomo singolare (il maschile del racconto della creazione); chi celebra i salmi della prima e seconda cinquantina, pur collocato nel suo specifico livello di dialogo (eletto o gentile) è sempre e comunque un uomo. Solo nella terza cinquantina alla singolarità si unisce decisamente la comunione che rimanda alla «Donna» genesiaca, cioè alla Chiesa (25). (25) La tematica dell' elezione che rappresenta il secondo momento delle tre sezioni del libro dei salmi riprende il discorso genesiaco dove si distinguono Gli uomini e l'uomo e dove poi compare una figura che sembra sacerdotale e più divina e cioè l’Aner che letteralmente significa uomo/sposo. Un sommario esame delle 3 cinquantine evidenzia una crescente frequenza dei nomi della Città Santa, il cui spessore misterico è notevole e che alludono alle due fasi corali del rapporto uomo-Dio: quella del Popolo eletto (Gerusalemme), e quella della Chiesa (Sion, leggibile come 'Sia on' che dice: «la loro divina»). Rispettivamente, Gerusalemme e Sion sono presenti: a) nella prima cinquantina, in un sol salmo (50) e per una sola volta; in 7 salmi per 10 volte; b) nella seconda, in 2 salmi per tre volte, in 10 salmi per Il volte; nella terza, in 9 salmi per 13 volte e in 14 salmi per 15 volte. Il soggetto che viene «eletto» dalla folla è un «uomo vecchio» e perciò vien detto «presbitero», ma agisce «in persona Christi» ed è quindi totalmente nuovo. Per sottolineare questo passaggio dal vecchio al nuovo la LXX giustappone all'Antropos, l'Aner termini che pur equivalendosi, hanno nel VT una valenza teologica ben distinta (Origene). Ritengo che questa seconda figura, uguale, ma alternativa alla prima, si sviluppa in due personaggi molto misteriosi: Il Figlio dell'uomo (s. 8) e il Figlio del Re. Col termine «figlio» io credo che i redattori greci vollero indicare uguaglianza e diversità; un qualcosa che al tempo stesso è antico e nuovo. Abramo che accetta la totale donazione di se, diventa Isacco messo a morte, per poi diventare Giacobbe che gode del fecondo matrimonio con le due mogli. E come il Leone indica Giuda, cioè l'eletto che viene meno al suo compito, il leocello è il nuovo sacerdote, il cristiano che ha imparato la via de1 servizio per raggiungere l'unità: Perché siano una cosa sola. Questa teologia viene forse esposta in due misteriose figure, quelle del Figlio dell'uomo e del Figlio del Re. Probabilmente Figlio dell'Uomo e Figlio del Re indicano le due parti in cui l'umanità è distinta, ma non divisa. Una dialettica che altrove si esprime nella icona dei due fratelli (Giacobbe ed Esaù) e si risolve nel Terzo Fratello che ha connotati divini. Penso a Israele (personaggio storicamente identico, ma teologicamente tutto diverso da Giacobbe) che, indica il Cristo, l'Unto del Signore (26). (26) Leggendo con questa intelligenza, il libro dei salmi si svuota di «ebrei» e si colma di «israeliti», cioè credenti in Cristo, o, se si vuole, suoi sacerdoti; l'orizzonte si fa immediatamente attuale, senza scomodare Faraone e Nabucodonosor; ed avanza infine, come centro del discorso, l'Unto di Dio, Cristo in persona o colui che lo incarna nella realtà ecclesiale. In conclusione i salmi, libro della maschilità (che si esprime nei due giubilei parziali e tende a quello finale, quando l'uomo scoprirà e godrà la sua divinità), celebra la fede nella comunione di un'unica vita creata da Dio per tutto ricapitolare in se. E la espone chiarendo che il dono di Dio è diretto a tutti o giubileo) e che vi sono alcuni che debbono mettere a servizio degli altri la propria realtà individuale e personale al giubileo). Quando le due componenti si riuniscono, si attua il III giubileo. In esso l'uomo raggiunge la pienezza della sua coscienza, quella della «Nuova Creatura», che è totalmente se stessa, mentre è totalmente data; che possiede il tutto senza la gelosia di nulla. Il libro dei salmi può considerarsi in questo senso una solenne e articolata teologia del « servizio ecclesiale» come punto di incontro fra sacerdote e comunità. In questo schema di riferimento il libro (lo dicevamo a proposito dei doppi stichi paralleli) annuncia la perdurante dialettica Eletto-Genti colta nel particolare e fondamentale momento del dialogo diretto con Dio, una dialettica che si attua ancora oggi nella Chiesa nel confronto tra laici e chierici, tra dotti ed ignoranti, tra chi ha più echi ha meno (27). (27) I due cori, composti l'uno dagli ordinati e l'altro dalla Comunità che concludono nel comune Gloria, sacramentano ancora questa situazione all'interno della comunità riunita in preghiera. Una storia di divisione che celebra il compimento in Cristo a Gloria di Dio. Il salmista ha un nemico? La nostra meditazione ci porta a trarre un ulteriore corollario; l'unità, fulcro del discorso che si snoda all'interno del libro dei salmi appare più evidente se i testi vengono centrati non sul singolo che parla, ma sulla relazione con ciò che lo circonda. Bisogna cioè usare come criterio quella frase di Gesù che dice: « Io sono venuto per servire il mondo» (28). (28) Non va dimenticato che il tema dell'unità è il cuore della fede cristiana e viene annunciato dalla prima parola della scrittura: «En» che dice l'Uno. Quando Giovanni, nel terzo capitolo del suo vangelo (racconto di Nicodemo) parla del figlio Unigenito, non vuole precisare un dato relativo alla divinità in se, ma in quel «Monoghenes» vuoi ricordare lo schema essenziale della fede: la generazione di una cosa sola, di un'unica cosa, cioè della Vita comune a tutti; in una parola della Chiesa, Perciò, a ben vedere, non viene proposto il tema del Giudizio (krino), bensì quello della Divisione. Quest'ultima viene contestata appellandosi proprio al «Monoghenes», Gesù è venuto nel mondo non «per separare» (noi diciamo «giudicare»), ma per salvare cioè unire nell'unica Vita; ed il cristiano a sua volta deve astenersi non già dal «giudicare» (che equiparato a «valutare» crea non pochi problemi), ma dal «separare». Ugualmente Marco nel racconto della trasfigurazione sottolinea che alla fine resta il solo Gesù come unica autentica realtà. Nel libro dei salmi, oltre al salmista ed a Dio compare sempre un terzo personaggio che minaccia, spaventa ed incute terrore; in breve compare un «nemico». Come intenderlo? La maniera più semplice consiste nell'identificarlo con il male, con la tentazione che deriva da una falsa esaltazione della umana individualità. Se però il libro viene letto unitariamente, questo nemico si rivela essere sempre e comunque l'Altro fratello; in pratica, nella prima e seconda cinquantina, rispettivamente l'Abele per Caino e Caino per l'Abele; per diventare (III cinquantina) il dolce dolore del sacrificio eucaristico quando le Genti si danno nel pane e l'Eletto si offre come cibo. Le benedizioni della terza cinquantina annunciano allora il calice della comunione fra i fratelli finalmente riuniti, sicché, compresa in un'ottica di servizio per la Vita, come già accennavamo, la dominante figura letteraria del salmista muta completamente. Egli non è più il piagnone mai sereno e felice che, argomentando sul suo dolore, si fa centro di attrazione del libro. Il salmista esprime la situazione del fedele di Gesù, del sacerdote della Chiesa, del ministro di unità che si carica del dolore della terra, ad imitazione del Cristo; e che sa pagare, come il suo Maestro, lo scotto del dolore vicario. E paga non solo questo scotto, ma anche quello che gli deriva dalla continua tentazione di isolarsi, di godere da solo la grazia ricevuta. La salvezza, da entrambe le situazioni dolorose, consiste nel ripetere su di se le parole del Maestro: «Prendete e mangiate, questo è il mio corpo» (29). (29) Una offerta che rappresenta, per chi la compie, una scelta decisiva o avvertirsi franare, sentirsi morire senza speranze, oppure cogliersi come un vivente che continuamente nasce, nella notte di doglie, nelle braccia della comunione, espressa dalla comunità in cui il celebrante si spartisce come pane. I salmi possono allora considerarsi la progressiva celebrazione della comunità che si rende perfetta proprio nel momento in cui l'individuo si sacrifica per l'Unità. Credo che in questa intelligenza, la Chiesa li ha suggeriti come canto della comunità. Di questa sua intenzione rimangono alcuni segni (30); fra essi ricorderò la celebrazione in Coro. Come dicevamo, il solista recitante si alterna con l'altro recitante; Jafet deve salmodiare con Sem per concludere insieme, cioè in Cam con una lode alla comunione trinitaria donata al mondo. Perciò i due cori (che con la loro unità si garantiscono la presenza del Terzo intonano uniti il canto comunionale del Gloria. (30) Non va dimenticato che la recitazione del salterio ha assunto valore decisivo con l’esperienza benedettina, fra laici che si riunivano saldamente per sentirsi chiesa. In questa ottica va compresa l'avversione di Benedetto per i monaci vaganti. Ma anche la terminologia del salterio della LXX diventa più chiara se riferita al sacerdote ed alla comunità eucaristica: lingua, labbra, bocca, occhi indicano l'eletto che conosce, vede bene e predica; indicano ancora qualcosa di immateriale come il parlare ed il vedere che rappresentano i sensi della nuova creatura non più legata alla materia. A loro volta, cielo, terra, mondo, indicano la realtà delle genti che dal creato risalgono a Dio. Infine, l'endiadi Giorno/Notte attesta la doppia rivelazione, quella che si muove nell'oscurità (Deus absconditus) e quella che si muove nella chiarezza del dialogo (Dio rivelato).
La dinamica
della comunione conosce momenti alterni, scontri, sconfitte e vittorie;
essi sono registrati puntualmente nei salmi che li articolano intorno a
personaggi e situazioni tipiche. Abbiamo già accennato al «Figlio
dell'Uomo» ed al «Figlio del Re». Possiamo aggiungervi il tradimento,
l'aggressione, la calunnia, l'impedimento. Una ricostruzione della
struttura unitaria passa probabilmente anche per lesta strada ed è
riconducibile alla icona dei due crocifissi con al centro il mistico Cam
che li salva. <IV> Pregare con i salmi
Un libro di 'Preghiera'
Meditiamo ora sul libro dei salmi, come testo di orazione, verificando se è possibile trarre qualche corollario dalla tesi prospettata. Sia per la sua struttura diffusa, sia perché centrato sulla figura singola del salmista, il libro dei salmi, sembra il più adatto a soddisfare il bisogno dell'uomo di dialogare con Dio. Come abbiamo cercato di mostrare, esso è innanzi tutto una grande Rivelazione e pertanto non può considerarsi un mero libro di preghiere, bensì di preghiera. (1). Pregare, nel senso più pieno del termine, è infatti ascoltare la Vita, fatto dinamico e trasformativo che cambia la struttura stessa dell'orante. Ascoltare Dio che parla attraverso il salmo, equivale a recepire coscientemente un seme divino capace di concepire nuova Vita, di sostenerla fino al suo partorirsi, e di guidarla infine verso una statura adulta. Chi ascolta la divina rivelazione si immedesima progressivamente col Cristo; da Ies Ous, cioè da 'orecchio della Voce', si trasforma in Ies o Us, cioè in 'discepolo della Voce', fino a diventare un 'Figlio di Gesù' (Iesou Us). Una antica e suggestiva tradizione, che una superficiale lettura relegò tra le eresie, narra che Maria concepì attraverso l' orecchio e partorì attraverso la bocca.
(1) Considero riduttivo l'espressione 'Mirabile tesoro di preghiere' che viene ricavata da una affermazione più generale (rispetto a tutto il VT) della Dei Verbum (n. 15)
Un libro di preghiere prepara dei piatti già serviti; è come quei vecchi segretari galanti dai quali un amante di poca fantasia e cultura poteva trarre lettere d'amore per la sua bella. A suo modo, anche inteso così, il libro dei salmi svolge una utile funzione. Ma pregare con i salmi è altra cosa; è orazione che non si affida certo ai contenuti psicologici dei singoli componimenti; non chiede che l'orante banalmente assimili il suo momento psicologico a quello del salmista. Lo impedisce quanto meno la poca varietà delle situazioni esistenziali evidenziate nel libro; non è infatti possibile sentirsi sempre perseguitati e moribondi; ne si può, dopo aver conosciuto l'amore di Dio, continuare ad invocarlo come se ancora non fosse venuto e ci avesse salvati. Proprio per aver privilegiato questa falsa immedesimazione si è sforbiciato o piallato ogni singola composizione, nel vano sforzo di far coincidere i salmi con gli atteggiamenti psicologici comuni all'uomo che prega. Così facendo si è finito col modulare la Parola di Dio su quella dell'uomo, e si è decretato il fallimento dei salmi come libro di preghiera; oggi infatti esso viene usato su comando da religiosi e ordinati, o su pressante suggerimento, dai laici vicini alla gerarchia, oppure è diventato un pozzo da cui estrarre componimenti letterari che, essendo blasonati, danno lustro a qualche azione religiosa. Il pregare con i salmi è tutt'altra cosa; è, come dicevo, situazione specificamente dialogica: l'orante si fa prima ascoltatore della Rivelazione contenuta nel libro ed in ogni sua parte, e poi appropriatosi di essa (traversandola come si traversa un amore, seppure si dice una sola parola all'amata), trova una profonda pace. Quando si raggiunge questa pace che viene dal sentirsi amato da Chi stese avanti alI 'uomo una via di divinità; quando i tre Giubilei diventano la mistica scala di Giacobbe, allora l'orante comincia a rispondere a Dio; egli parla come figlio della Vita, come il figlio della Voce. Accade così che le parole divine che gli hanno aperto l'orecchio, sono le stesse che la sua bocca rivolge al suo Creatore: "Giacobbe vide angeli che salivano e scendevano su quella scala".
Dolore umano e itinerario vitale
Ma, come dicevo, si preferisce disporre della divina Parola come di un umano componimento. I salmi sono diventati un pretesto per voli letterari e sono spesso mutilati per diventare esposizione di un concetto o di una sensibilità umana (2). Un esempio clamoroso è costituito dal salmo 136 ("Sui fiumi di Babilonia ") che, finanche nell'edizione liturgica, è stato privato della sua parte finale perché la prima diventasse il canto dolente dell'esule reso schiavo in terra straniera. Ma noi non predichiamo forse una libertà che prescinde da ogni umana schiavitù, e una fede che trasforma schiavi e liberi in liberti di Cristo?
(2) Rilievi critici a questo uso del Salterio sono presenti nei saggi di vari studiosi. Ricorderò in particolare E. Beaucamp.
Non si prega veramente quando il salmo viene ridotto a composizione letteraria e se ne recitano alcuni passi, scelti per assonanza alla situazione contingente, o se ne estrapolano versetti, quasi fossero citazioni celebri. È vero che i Padri meditavano su piccoli brani, ma essi avevano presente l'insieme del libro e lo sottintendevano alla loro riflessione. Proprio perché noi abbiamo perduto questa visione complessiva, le loro elevazioni ci appaiono come superfetazioni mentali, sicché a sproposito parliamo di allegoria. Pregare con i salmi significa dunque aver sempre presente 'tutto' il libro, cioè tutta la Rivelazione in esso contenuta perché essa proprio costituisce il contenuto del pregare ed al tempo stesso dà senso teologico alla risposta dell'orante. L'esempio di Benedetto è chiaro: egli prescrisse ai suoi monaci di recitare tutto il libro. Se al salmo si chiede consolazione, bisogna badare a non legarsi a questa o quella singola ed isolata frase, anche se essa presenta occasionalmente il vantaggio di legarsi ad una contingente situazione dell'orante. La Parola divina che consola consiste nella traiettoria del- l'amore divino (giubileo) che si esprime nel ritmo cinquantenario e nell'insieme progressivo delle tre cinquantine. Pregare equivale a ripercorrere con fiducia il cammino del Giubileo come storia serena e indefettibile dell'intero creato, e della propria umana singolarità; pregare significa guardare alle spalle, per cogliere la coerenza di una strada che sfocia nella piazza larga della eucarestia. Allora, dietro la lettura anche di un solo versetto (si pensi alle antifone della messa) c'è la visione complessiva della via e della meta, così come una singola occhiata, nel fissare uno specifico oggetto, lo coglie sempre nell'insieme del panorama. Pregare equivale in definitiva a seguire un itinerario vitale, sicché il passato si fa memoriale del futuro(3) e diventa più salda la fede in quel Dio che 'fece passare a piedi asciutti il Mar Rosso' e sullo sfondo apre le sue braccia a noi che passiamo 'per valle tenebrosa'(4).
(3) L 'affermazione del n. 15 della Dei Verbum secondo cui i libri del VT (e quindi anche i salmi) contengono 'cose Imperfette e temporanee' non è per nulla felice, perché incrina la divinità della Rivelazione ed apre la strada ad una cernita affidata alla scelta del lettore e che fa espungere interi libri (es. Levitico). Io suggerisco una diversa maniera di intendere i passi del VT, e cioè considerarli Memoriale del futuro, cioè sempre perfetti ed attuali in quanto parte di un processo complessivo, una dichiarazione d'amore non è temporanea o imperfetta rispetto al matrimonio che segue: ne è il memoriale. (4) Erodoto (Storie libro 1,132) ricorda che nel sacrificio un Mago che sta accanto all'offerente canta una 'Teogonia'; tale appunto, essi affermano, sia il carattere del canto. Celebrare i salmi equivale a ricordare la speciale 'Teogonia della Vita' che dà significato al contingente momento esistenziale dell’orante, e non già gonfiare a dimensione cosmica il piccolo dolore di un uomo.
Intesa in questo senso, la preghiera dei salmi diventa tipica del 'pregare biblico', e si riannoda strettamente a quella connessa ai libri storici. Questi ultimi, che normalmente sono degradati a mera cronaca, o ad epopea tribale, si rivelano come processo storico che, al di là della consistenza cronologica, si fa vera e propria profezia sull'uomo singolo e sull'umanità. Leggere un evento o un salmo isolato è come voler comprendere un intero film analizzandone un solo fotogramma (5).
(5) Facciamo un esempio: un cavallo può procedere a trotto, galoppo o di ambio; esaminando una fotografia isolata, concluderemo che egli ha un solo modo di procedere. In conclusione la preghiera del Salterio si articola in due momenti connessi ed inscindibili. n primo è costituito dal rapporto del singolo con Dio; si esprime in elementi ben noti e visibili (dolore, paura etc.) ed è perciò facilmente individuabile e sperimentabile da chiunque. È dunque un invincibile polo di attrazione, ma risulta generico e finanche improponibile in un'economia cristiana se viene considerato in se. Il secondo è costituito dalla traiettoria di detto rapporto dialogale; esso appare a prima vista evanescente, impalpabile, letterario, irreale, perché è ancorato non all'uomo, ma al mistero di Dio. Ma, se viene colto nella progressione vitale dei Giubilei o dei Misteri del Rosario, dischiude all'uomo una nuova dimensione della coscienza, un andare dalla piattezza esistenziale, rigata dal dolore, alla gioiosa pienezza dell'ascensione alla divinità. Allora la sofferenza umana che cercava nel salmista un compagno di afflizione si tramuta nelle doglie di un autopartorirsi.
Una preghiera vitalizzante
Dicevamo prima che la preghiera biblica (specie quella dei salmi) produce un effetto nell'orante; ed infatti la Parola di Dio non torna indietro senza aver prodotto un effetto fin nel midollo della ossa. In chi segue l'itinerario vitale dei Giubilei, in chi si avverte immerso nel progressivo ed universale affermarsi della Vita (descritto nell'intero libro), viene indotta una trasformazione ontica che gli fa sperimentare la creatività della Parola di Dio. Chi come Abramo, pone la sua fiducia nel cammino di preghiera che sta percorrendo, scopre che si sta autogenerando come un Isacco; scopre che, se saprà offrire la sua umanità, e gettar via il suo psicologismo religioso, potrà attingere la coscienza divina del terzo stadio. Quanto vado dicendo è stato affermato dalla Chiesa attraverso una gesto tanto semplice da sfuggire all'attenzione del teologo. La Chiesa ha concluso la recitazione dei salmi con il canto del Gloria, cioè con un inno alla Trinità di Dio, un inno alla Vita divina che proprio nella icona trinitaria si esprime compiutamente. È questo un dato che conta riflettere con attenzione. Cominciamo col dire che, se i Salmi vengono letti come la grande rivelazione che Dio espone all'uomo, per annunciargli un futuro di divinità e di infinito dialogo beatificante, ciò non significa prescindere la componente umana dell'orante. La riflessione che ho proposto non vuole essere la solita suonata di trombe argentine, la solita sviolinata tanto cara ad un certo clericalismo, che dipinge a tinte delicate atmosfere senza turbini di vento, mentre sa bene che nel mondo si soffre, ed anche troppo. L'uomo che prega è spesso piegato dal dolore del mondo, ma non gli gioverà certo proiettare l'ombra di questo dolore sul passato fino a congiungerla con quella del dolente salmista. A parte il fatto che questo adeguamento è molte volte solo letterario, o può ottenersi unicamente a prezzo di ipocrisia ed artificio, io mi chiedo a che mai può giovare il dilatare nel tempo qualcosa che già occupa pesantemente il presente di chi prega. Il dolore antico non scioglie quello di oggi, ne è vera la fallimentare filosofia umana secondo cui mal comune è mezzo gaudio; questa aritmetica che sembra dimezzare, dimentica che l' attualità ha un peso specifico troppo più alto. Dunque nel pregare con i salmi c'è una parte umana, che costituisce occasione, bisogno e risposta alla Parola letta. L'errore in cui si può cadere, e per altro verso la scelta che bisogna compiere e che giudica l'orante, sta proprio in questo punto. Se, dopo aver accolto il Dio che si comunica nel salmo, l'uomo resta nella sua umanità, non saprà rispondere se non con l'invocazione di aiuto, con la sua paura, con la sua disperazione; ed allora varrà per lui la dolente frase di Gesù: "Uomini di poca fede". La Chiesa, che ben conosce questa tentazione continua che affligge i suoi figli, ha allora fornito una risposta universale, proiettata nel futuro e tuttavia totalmente attuale, visto che viene recitata proprio dall'orante: ha aggiunto al salmo il canto del Gloria. In conclusione la linea giusta della preghiera del Salterio è sotto gli occhi di tutti, in quella meta che la Chiesa intelligentemente vi ha aggiunto. Il Gloria è la giusta risposta di un fedele che, avendo nel suo cuore traversato i tre Giubilei, dà pace al suo cuore collocandosi nella perfezione del salmo 150: "Lodate Dio nella sua santità". Il Gloria dà senso a tutta l'orazione in quanto chi ascolta e risponde lo sta facendo nell' Io di Cristo.
Salterlo e Rosario
L 'indicazione ecclesiale per una piena preghiera salmodica non si esprime solo nell'invito a cantare il Gloria finale, ma anche nell'aver sempre sostenuto (quasi a mo' di nave scuola) un'altra liturgia, 'gentile' e cioè il Rosario. Il Rosario, definito il 'salterio del popolo' è anch'esso composto di 150 orazioni cioè le Avemarie (in origine se ne recitava solo la prima parte), raggruppate in tre cinquantine, a loro volta articolate in decine. Già per questa similitudine il Rosario si interfaccia al Salterio. Ma per intenderne meglio il parallelismo, bisogna ovviamente andar oltre la semplice corrispondenza numerica. Ordinariamente il rosario viene inteso come una lode rivolta a Maria, una specie di esaltazione della Madre di Gesù perché Ella, compiaciuta della fedeltà dimostratale, impetri grazie a chi prega. Una maniera questa di intendere la preghiera, che non solo è riduttiva, ma spesso la fa rifiutare da chi, anche suo malgrado, intuisce in questo rapporto un che di pagano, di antropomorfico, di mitico (6).
(6) Il generalizzato rifiuto del Rosario (da misurare su un miliardo di cristiani) non può essere coperto da pressanti inviti o da retoriche esaltazioni; ma innanzi tutto valutato come un severo giudizio sullo svilimento della recita di questa preghiera proprio da parte dei suoi sostenitori.
Osserviamolo allora con maggiore attenzione e noteremo che ogni decina si collega ad un Mistero della fede cristiana, cioè ad un annuncio, ad una Rivelazione dell'amore di Dio; che i misteri costituiscono una sequenza ordinata, una traiettoria della Vita; che infine l'insieme dei quindici 'misteri' compone un trittico non meramente numerico, ma dotato di un 'Nome', cioè di una sua autonomia teologica. Ed infatti: - viene chiamata 'Gaudiosa' quella prima sezione che celebra l'incarnazione di Dio nel mondo. In esso il soggetto è essenzialmente Maria come figura dell'umanità; - viene detta 'Dolorosa' quella che ricorda la sacerdotalità di Gesù che è il perfetto 'Eletto'; - è indicata come 'Gloriosa' quella che annuncia la Chiesa e manifesta la sponsalità fra l'umanità redenta (Maria assunta in cielo) ed il Cristo glorioso.
Questo schema si mostra omologo a quello del Salterio in quanto propone all'orante la meditazione dei tre Giubilei nei quali, progressivamente e dialetticamente, si svolge il cammino della Vita. Nel primo di essi (misteri gaudiosi), chi prega ricorda che Dio ha offerto ed offre la sua Vita a tutte le genti impersonate da quella Maria Gentile che, senza opera dell'eletto (uomo), genera la sua divinità (Gesù); nel secondo medita il mistero del servizio che compete a tutti coloro che, per aver ricevuto in più da Dio (eletti), sono tenuti a guidare gli altri alla Vita; nel terzo contempla la fine, quando Dio sarà tutto in tutti (Maria sposa), e l'uomo sarà Re, come Maria è Regina. Il Rosario, come il Salterio costituisce una preghiera complessiva che celebra la comunione finale, quando Dio sarà tutto in tutti, ed indica il cammino che bisogna battere per raggiungere questa pienezza. L'intuito religioso di B. Longo sintetizza questa speciale qualità dell'orazione in molti passaggi della sua 'Supplica', come ad es.: "corona che ci unisce agli angeli", "conforto nell'ora di agonia (lotta)". Forti omologie fra Rosario e Salterio si verificano anche nella recitazione. Come il libro dei salmi costituisce sempre l'oggetto indivisibile della preghiera salmodiante, così unico è il Rosario che andrebbe sempre celebrato nella sua interezza. Inoltre anche l'articolazione dialogale si muove parallelamente nelle due preghiere. Come nel Rosario viene offerta una rivelazione, attraverso la proposizione di un Mistero della fede, la stessa cosa vien fatta, nella recitazione del Salterio, leggendo il salmo; come poi si risponde al Mistero proposto con una attestazione di vita vissuta (Avemaria che ora cercheremo di approfondire), così in parallelo si risponde, nella recitazione del Salterio, con il canto del Gloria (7).
(7) La struttura giubilare può forse manifestarsi anche nella preghiera a due cori. ordinariamente sia i salmi che il rosario sono recitati da due distinti soggetti (da una parte Antifonario o Guida, e dall'altro il popolo. I due soggetti diventano segno dei due primi giubilei: quello delle genti e quello dell'eletto. Alla fine, per sacramentare il terzo e perfetto Giubileo, essi si uniscono nella celebrazione rispettivamente del Gloria e del Padre Nostro come conclusione di comunione. Ancora si può notare (ma andrebbe fatto un accurato studio storico in questo senso) che nella liturgia eucaristica, madre di tutte le liturgie, il salmo è collegato a tre punti: al popolo nell'atto penitenziale (gentile; ecco perché non rimette ancora i peccati); al celebrante (eletto) durante la liturgia della Parola; al popolo unito al suo sacerdote durante la comunione.
In altre parole, Salmo e Mistero del Rosario costituiscono l' Angelo discendente del dialogo; mentre Avemaria e Gloria sono rispettivamente, l'Angelo ascendente, cioè la risposta dell'uomo che va verso Dio con forza sempre più grande, via via che, nella sequenza dei Giubilei, scopre la divinità che gli viene proposta e la grandezza che egli può raggiungere. Gloria ed Avemaria sono dunque la parte propria dell'uomo, in quanto esprimono la sua adesione a Dio offerente (Gloria) e la volontà di servire da annunciatore come Gabriele (Avemaria); ed inoltre esaltano la coscienza della intervenuta comunione in quanto la risposta è data proprio a quel mistero che si viene ricevendo dall'eletto (lettore del salmo o guida del rosario). Correggendo dunque l'angolazione di queste preghiere, ed agganciandole più a chi le dice che a Colui o Colei alle quali sembrano dirette, si scopre che la preghiera non è un vellicare la divinità o un premerla a forza di reiterate invocazioni. Resta ancora valida la parola che Dio disse: "Non ho bisogno dei vostri sacrifici", ribadita da Gesù quando chiarì che è inutile chiedere le cose di cui si ha necessità e pressare la divinità. Correggendo l'angolazione appare evidente che la preghiera consiste in una trasformazione ontica dell'uomo, in un cambiarsi che deriva proprio dall'entrare in dialogo con Dio, dall'ascoltare il suo rivelarsi, ed infine dal rispondere positivamente. Questa risposta è unica, ma a due livelli: verticale, nel riconoscere la Vita del Grande Interlocutore (Gloria); orizzontale, nel dichiararsi pronto a sperimentarla nel servizio perché tutti Vivano (Avemaria). Pregare efficacemente Dio equivale dunque a crescere nella propria divinità; ed in questo senso la preghiera dei salmi come quella del Rosario sono strutturate in maniera perfetta (8).
(8) Mi domando se c'è una superiorità del Rosario sui Salmi, posto che i Misteri del Rosario dichiarano già realizzato ciò che nei salmi è solo profetizzato. Dunque perché pregare meditando una 'profezia' quando possiamo sperimentare l'evento avverato? Nella mia ottica la risposta è semplice: a) Se i salmi sono una profezia di qualcosa che già si è avverato, è vero anche che il cristiano vive continuamente tutto il mistero della Rivelazione, sicché prega leggendo la storia della Creazione o i libri storici o ogni altro libro della Bibbia; b) che poi i Salmi siano una profezia nel senso di un quid di antecedente all'evento, non è proprio esatto. I Salmi sono una rivelazione che non cade, ma resta anche dopo Gesù; ciò significa che se si smette di considerarli una specie di Nostradamus del passato, il salmista è sempre vivo ed attuale; il problema sarà piuttosto quello di farlo parlare in pienezza, ed è proprio questo lo scopo di tutti i miei studi. In conclusione il raffronto fra Salmi e Rosario è perfettamente identico a quello fra VT e NT.
Un cuore più grande
La perfezione della preghiera è, come dicevamo, il servizio per la Vita; l'adesione a questo servizio si manifesta proprio nelle due risposte dell'uomo: il Gloria quanto ai Salmi e l'Avemaria quanto ai Misteri del Rosario. Cominciamo col precisare che nel Gloria, l'espressione "che vive e regna nei secoli dei secoli" non vuole indicare l'eternità di Dio (che non conosce tempo), ma proprio la storia dell'uomo, impregnata per sempre della divinità offerta da Cristo. Dio vive e regna nel cuore di ogni uomo e la sua Vita consiste nella Comunione (Regno) centrata su Lui stesso incarnato. La stessa verità viene parallelamente espressa nella recita della Avemaria, e ciò risulta chiaro sol che non si intenda l'espressione esclusivamente rivolta alla persona fisica di Maria. C'è una ricchezza in questa preghiera che una sensibilità antropomorfica e mitica ha finito col mettere totalmente in ombra, quella stessa che ha tradotto lo splendido 'Caire' del testo greco di Luca con il gelido saluto romano 'Ave!', sicché chi recita la preghiera non ha altra via che guardare una statua della Madonna. Io voglio invece mettere in luce che, come nel Gloria l'espressione 'Vivi e regni' riguardano questa terra e quindi l'opera dell'uomo che deve costruire il Regno di Dio e lasciarlo regnare; così nel recitare le parole dell'Angelo, il fedele sta facendo solenne giuramento di costituirsi Gabriele per se stesso e per il mondo, predicatore cioè della buona novella. E che altro è questa Buona Novella se non che ogni credente può generare in se la Vita, il Cristo? Si provi allora a considerare che questo saluto sia rivolto a questa nostra esistenza, a quell'Anima (Psuchè) che nel suo Magnificat Maria chiama (elegge) a ‘far crescere' il Signore, cioè la Vita divina. La prima parte dell'Avemaria, letta in questo senso, esprime allora l'accettazione del servizio (la si dice al mondo intero e non solo a Maria), e contemporaneamente la presa d'atto di una posseduta pienezza. L'orante dice a se stesso: "Rallegrati, solleva offertorialmente il Cristo (X. aire) o esistenza che hai trovato grazia presso Dio, perché il Signore è unito a te, e benedetta tu sei quale unità (En) per le comunità (donne), e benedetto è tutto ciò che nasce da te, perché -non hai motivo di temere- è comunque il Dio incarnato, è Gesù" . Recitando l'Avemaria nel Rosario, ed il Gloria nel Salterio, ogni uomo di fede avverte di essere costituito Angelo del Signore per se stesso e per l'umanità intera; di essere un messaggero che porta gioia perché è un sorriso dell'alto (Ana ghelos). Di conseguenza, recitando un salmo con questa apertura interiore, esso perde quel carattere lagnoso, pauroso, dubbioso che fa invocare Dio con urgenza, quasi si fosse dimenticato dell'uomo: "O Dio vieni a salvarmi, Signore vieni presto in mio aiuto". Ogni salmo, anche il più triste e doloroso, diventa allora simile a quelli lieti che concludono il salterio, e si tramuta in una presa di coscienza della vittoria della Vita e della pienezza della propria divinità. Il chiedere che ha deformato il significato della preghiera cristiana, si trasforma in coscienza di poter possedere la divinità e, secondo la parola del Cristo, di poter far miracoli più grandi dei suoi. La recita dell'Avemaria, come quella del Gloria finale, si leva in alto proprio perché si fa servizio di annuncio, vangelo vivo per un mondo intristito; offerta di Vita divina capace di rifar nuove le cose morte. Se guardassimo al dolore degli uomini con altro cuore e con altra fede, reciteremmo Rosario e Salterio. In questa ottica, la figura di Maria, onnipotente per grazia, come dice B. Longo, abbandona gli abiti riduttivi della piccola donna di duemila anni or sono, e le vesti curiali dell' avvocata per assumere la dignità regale della Chiesa cui tutto è stato dato, in quanto possiede la pienezza dello Spirito di Cristo risorto. Ma cosa ancor più esaltante, ogni orante si potrà avvertire 'Maria' e 'Chiesa', e scoprire a quale grande compito di ricreazione egli è stato chiamato ('advocato') (9).
(9) Io credo che la teologia della Chiesa e di Maria resteranno fuori del circuito vitale del singolo fede, fino a quando non si mostrerà l'unità di questi due filoni, e si farà intendere che ogni affermazione mariologica è in fondo l'annuncio di una antropologia teandrica. L'attuale impostazione della teologia mariana sta allontanando sempre di più il mistero della Chiesa dal credente e sta trasformando Maria in una realtà estranea all'umanità.
La salmodia e la storia .
Un'ultima considerazione sulle vicende storiche della preghiera mediante il Salterio. Dell'utilizzazione dei salmi nel culto sinagogale anteriore alla formazione della Chiesa, non mi pare vi siano prove certe (10); probabilmente i salmi divennero la preghiera della Chiesa, quando fu evidente che annunciavano il progetto di Dio realizzatosi in Gesù. Preghiera ecclesiale, ma non nel senso attuale, caratterizzato da spirito rubricale. lo credo che la preghiera nacque come celebrazione di cattolicità, come inno al compimento del mistero della Vita. I salmi aderirono allora naturalmente al singolo cristiano che, avvertendo in se la presenza dell' Io di Cristo, non temeva di isolarsi nella contingente e individuale situazione psicologica.
(10) Si potrebbe anche ipotizzare, per il tempo successivo, una influenza del Cristianesimo; da ciò deriverebbe quel Giudaismo Cristiano che coprì aree intermedie e marginali, senza partecipare a pieno titolo alla Chiesa: in questo senso penso anche alla Kabbalah. Presumo che la recitazione dei Salmi non era molto gratificante per il Giudaismo; ed infatti la loro stesura in greco consentiva letture che contestavano la specialità del Giudaismo come Gruppo eletto.
La tradizione che riferisce a Davide la stesura dei salmi, assume un valore diverso se letto alla luce di quest'ultima considerazione. In pratica la figura di Davide annuncia un uomo che contradditoriamente sperimenta in se due contrastanti situazioni vitali: è un povero essere umano che fino alla fine (si ricordino due omicidi commissionati sul letto di morte a Salomone) resta legato all'antica debolezza che lo spinse a far morire Uria per sottrargli la moglie Betsabea; è un obbediente a Dio nella realizzazione del grande progetto di unità del popolo, cioè della fede. Un Davide peccatore, penitente e fedele è la perfetta esposizione della psicologia del Salmista. Leggere i salmi rivivendo il dramma esposto nella icona del Re Davide suggerisce un buon inquadramento psicologico del libro. Una soluzione che diventa ancor più piena quando il fedele, inserendosi nello schema triadico del libro, si accorge di ripercorrere la storia dell'incarnazione del Verbo di Dio, tradito fin nel terzo giubileo da chi dovrebbe rappresentarlo nella storia, eppure certamente vittorioso perché ogni cosa viene ricondotta a lodare il Creatore (salmo 150). Così ragionando, la stranezza di una preghiera liturgica in prima persona svanisce e non c'è bisogno di ricorrere agli escamotage degli studiosi. Mi riferisco ad es. a Gunkel quando sfuma il significato liturgico dei salmi, o a Mowinckel che presuppone una immedesimazione fra cantore del salmo e fedele che veniva al Tempio (11).
(11) E’ strano che in un arco di secoli questo salmisti abbiano avuto così poca fantasia delineando solo 150 tipi di oranti, ammesso che ogni salmo (e non è vero) identifichi una specifica e nominata situazione di un orante.
La lettura unitaria del libro consente anche di superare la problematica attinente il legame tra singoli salmi e momenti della religione mosaica. Gli studiosi di scuola storico-filologica (Gunkel, Mowinckel, Kraus) presuppongono tutti una finalità liturgica, ma la collegano a ipotetiche feste del popolo ebraico. Come ho più volte ripetuto questa tesi non mi convince perché vuol dedurre la storia dalla Bibbia. Perciò preferisco ricostruire l'uso liturgico dei salmi dalla struttura stessa della rivelazione in essi contenuta.
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