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I QUADERNI DI V.M. ROMANO – N° 9

L’UOMO E IL CRISTO NEL 1° RACCONTO DELLA CREAZIONE

Genesi

Inno a Dio Creatore

(1) In principio Dio creò il cielo e la terra. (2) II mondo era vuoto e deserto, le tenebre coprivano gli abissi e un vento impetuoso soffiava su tutte le acque.

(3) Dio disse: «Vi sia la luce!». E apparve la luce. (4) Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre. (5) Dio chiamò la luce Giorno e le tenebre Notte. Venne la sera, poi venne il mattino: primo giorno.

(6) Dio disse: «Vi sia una grande volta! Divida la massa delle acque». (7) E così avvenne. Dio fece una grande volta e separò le acque di sotto dalle acque di sopra. (8) Dio chiamò la grande volta Cielo. Venne la sera, poi venne il mattino: secondo giorno.

(9) Dio disse: «Siano raccolte in un sol luogo le acque che sono sotto il cielo e appaia l'asciutto». E così avvenne. (10) Dio chiamò l'asciutto Terra e chiamò le acque Mare. E Dio vide che era bello. (11) Dio disse: «La terra si copra di verde, produca piante con il proprio seme e ogni specie di albero da frutta con il proprio seme!». E così avvenne. (12) La terra produsse erba verde, ogni specie di piante con il proprio seme e ogni specie di alberi da frutta con il proprio seme. E Dio vide che era bello. (13) Venne la sera, poi venne il mattino: terzo giorno.

(14) Dio disse: «Vi siano luci nella volta del cielo per distinguere il giorno dalla notte: saranno segni per le feste, i giorni egli anni. (15) Risplendano nel cielo per far luce sulla terra». E così avvenne. (16) Dio fece due grosse luci: la più grande per il giorno, la più piccola per la notte. E poi le stelle. (17-18) Dalla volta del cielo esse rischiarano la terra. Dio le mise lassù per regolare il giorno e la notte e separare la luce dalla tenebre. E Dio vide che era bello. (19) Venne la sera, poi venne il mattino: quarto giorno.

(20) Dio disse: «Le acque producano animali che guizzano, e sulla terra e nel cielo volino gli uccelli».

(21) Dio creò i grandi mostri del mare e tutto quel che vive e guizza nelle acque. E Dio vide che era bello. (22) Dio li benedisse: «Siate fecondi, diventate numerosi e popolate le acque dei mari. E anche gli uccelli si riproducano sulla terra». (23) Venne la sera, poi venne il mattino: quinto giorno.

(24) Dio disse: «Produca la terra varie specie di animali: domestici, selvatici e quelli che strisciano». E così avvenne. (25) Dio fece questi animali secondo la loro specie: quelli selvatici, quelli domestici e quelli che stri- sciano al suolo. E Dio vide che era bello. (26) Dio disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici e su quelli che strisciano al suolo». (27) Dio creò l'uomo simile a se, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. (28) Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra». (29) Dio disse: «Vi do tutte le piante con il proprio seme, tutti gli alberi da frutta con il proprio seme. Così avrete il vostro cibo. (30) Tutti gli animali selvatici, tutti gli uccelli del cielo e tutti gli altri viventi che si muovono sulla terra mangeranno l'erba tenera». E così avvenne. (31) E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto bello. Venne la sera, poi venne il mattino: sesto giorno.

(2)

(1)Così Dio completò il cielo e la terra e ciò che vi si trova: tutto era in ordine. (2) Il settimo giorno, terminata la sua opera, Dio si riposò. Il settimo giorno aveva finito il suo lavoro. (3) Dio benedisse il settimo giorno e disse: «E mio!». Quel giorno si riposò dal suo lavoro: tutto era creato.

 

da: "La Bibbia in lingua corrente" LDC-ABU;Torino 1985


 

 

Cap 1° -  Il linguaggio ieratico

 

La polisemia della Bibbia

Il grande Agostino (forse la più affascinante mente di cui si ha memoria) ritornò almeno cinque volte sul testo della Genesi e, proprio con il commento sul primo libro della Bibbia, volle concludere il suo ultimo libro: 'Le Confessioni'.

A mio conforto ripenso spesso a questi travagliati approcci, perché sono ormai venti anni che anch'io vi medito con uno stupore che aumenta ad ogni nuova interpretazione che si schiude, che attrae ed assorbe.

Uno stupore che per altro verso mi rasserena, come quando, bambino, giocavo nell’elastico spazio dell'affettuoso controllo di mia madre. Ho constatato infatti che il significato letterale dei passi, nel mentre si moltiplica, secondo la compitazione che dò al testo materiale(cioè alla sequenza delle lettere), rimane pur sempre iscritto in un discorso complessivo, come io nello sguardo vigile di chi mi amava.

Compitando e ricompitando, sciogliendo e ricoagulando parole, come alchimista della Rivelazione, ho scoperto che la Scrittura è veramente una Parola di Dio; esce cioè da una bocca che dice una sola divina verità, ma non tollera museruole quando si moltiplica in infiniti sensi a misura dello specifico interlocutore.

Tutti concordano che Dio in persona si rivela nelle Scritture, ma pochi riconoscono poi al suo divino comunicare una modalità ed una forza pentecostali: dire cioè un unico, ed essere ascoltato nel molteplice. Eppure, è proprio in questa specifica qualità del discorso, quando è detto (da Dio), e quando è ricevuto (dall'uomo).., che si origina il desiderio di superare lo spazio che divide gli interlocutori, e gettarsi nelle braccia di chi parla, per dare inizio ad un più eloquente colloquio di silenzio.

I vv. 12 e 13 del salmo 61 possono costituire una prova di quanto ho detto: "Una volta sola parlo Iddio, ed io ascoltai due cose. Ciò si spiega nel fatto che se Dio è potenza, il Signore è misericordia; ed ancora che ciascuno ottiene a misura del suo specifico impegno". Dunque l'unica parola dell'unico Dio può essere letta in termini di 'comando' o di 'misericordia', e si rivela secondo lo sforzo di chi la medita.

Oggi purtroppo lo studioso della Bibbia resta spesso chiuso nella sua scoperta esegetica, innamorato di quanto ha inteso, vittima del sistema letterario nel quale ha scorto una qualche via ermeneutica. Ricordo sempre a me stesso una verità molto semplice: la Rivelazione è più grande della comprensione che ne possiamo avere; e Dio è più grande della sua rivelazione. La persona di Dio, e non la sua Rivelazione, per santa che sia, è il fine di ogni ricerca. La Bibbia è per me l'Isacco che non bisogna risparmiare per incontrare il vero, unico e grande Interlocutore: il Padre.

 

L'interlocutore è Dio

 La meditazione religiosa della Bibbia non deve mai disgiungersi dalla finalità per cui è nata. Chi cerca, anche quando formula un discorso tecnico (che pure è necessario), deve sempre tendere all'incontro con Dio che si nasconde proprio 'dietro il Libro'. L'attuale fortuna dell'Islamismo dipende anche dalla preferenza che, nella Chiesa, viene accordato ai 'sistemi' logici, ermeneutici, esegetici etc.

A volte, l'esser cristiani, cioè dialoganti in Cristo, viene proposto come adesione a questa o quella Summa teologica. Quanto spreco di intelligenza e di buona volontà in quel costituirsi di scuole di pensiero, di accademie, dove, invece di cercare un Volto più evidente e dolce di Dio da proporre al mondo, si brucia tempo prezioso a difendere tesi e distruggere avversari!

Quante tonnellate di libri secolari sono crollate sotto i colpi della scuola esegetica oggi in auge; quante opere di questa scuola crolleranno! Nel frattempo, l'anima semplice contempla una immagine del 'Cuore di Gesù' o del 'Volto Santo', ed il semplice pensiero di un mistico, trapassando milioni di pagine, giunge alle orecchie di Dio.

La paura della novità

C'è poi la paura di andare oltre quanto si è appreso da bambini; di perdere la falsa monoliticità del ripetuto; di contrastare le affermazioni dei vecchi, sagomate dalla falsa cornice di una invocata 'Tradizione della Chiesa'.

Se l'uomo non avesse superato il sapere dei padri, sarebbe ancora all'età della pietra. Nessuno dei paladini del 'vecchio' del Sempre si è fatto e detto così, finita la sua predica, accetta di andar via, come si faceva un tempo, a dorso di mulo; naturalmente preferisce la novità dell'aereo o dell'automobile.

Uno dei fattori di crisi della Chiesa consiste proprio nella confusione tra abitudini degli anziani e Tradizione della Chiesa.

La tradizione autentica ha per oggetto la 'Fede' e non le teologie, per autorevoli che siano.

Anche S. Tommaso fu considerato eretico quando espose una maniera nuova di intendere l'Eucarestia; ed oggi la sua tesi (che è pur sempre il pensiero di un piccolo uomo) è difesa con vigore maggiore di quello speso nel sostenere la carità.

La Chiesa da secoli continua a soffrire della paura di Simone, invece di procedere serenamente, confortata da Pietro nella fede e non nelle teologie.

Al lettore impaurito dalle mie novità (che poi tali non sono), dal mio ricompitare i passi cercando nuovi testi significativi, voglio ricordare un dato certo: la Chiesa non ha mai definito il significato di un qualsivoglia testo della Scrittura.

Agostino in decine di punti della sua opera ripete che nessuno può vantarsi di possedere una interpretazione migliore di un'altra. Non può un figlio adulto affermare che le parole di amore, che gli rivolgono i genitori, sono superiori ai suoni inarticolati con i quali un'identico affetto essi comunicano al fratello lattante.

La Bibbia è la persona di Dio che dialoga con ogni figlio della terra, qualunque sia la sua capacità di ascolto. Perciò essa è un libro 'leggibile'.

Ricorderò poi al lettore un'altro pensiero di Agostino. Egli dice che la lettura carnale, cioè il senso superficiale (per intenderci quello che ci viene proposto nella predicazione corrente) è la più povera di tutte. Va perciò superata, quando Dio dà la forza di meditare, e quando si vuole veramente cercare, altro verbo, quest'ultimo, emarginato nella prassi ecclesiale, laddove uniformità e ripetizione pedissequa sono diventati idoli inattaccabili.

Qualcuno eccepirà che c'è una versione ufficiale della Chiesa, che ha un suo significato letterale ben evidente, sicché compitazioni e sensi diversi vanno considerati o marginali o da rigettare. Invito allora chi mi pone questa obiezione a rimeditare il parere di Agostino sul punto, e riflettere:  

a) Che così facendo si toglie a Dio la libertà di comunicare, sicchè da vivo dialogante egli viene degradato a 'lettera morta'. Consideri il lettore che questa maniera di concepire la lettura della Scrittura, ha inchiodato la predicazione al 'già detto', rendendola in pratica monotona, mitica, astratta ed insulsa.

b) Che se il testo materiale è quello, se quello è il senso, a che serve il Magistero di verità che Gesù commise ai dodici apostoli? Il Magistero non va svilito ad 'Archivio di Stato' o 'Gazzetta Ufficiale', nè si può circoscriverlo a controllo sul pensiero riflesso (teologie). Il suo senso primitivo consisteva nel riconoscere all'olfatto se una interpretazione della Scrittura (Rivelazione) costituiva o meno la viva ed attuale presenza del Dio incarnato: riconoscere cioè il buon odore del Cristo.

c) Che nell'interpretare la Scrittura non c'è bisogno di negare la tesi dell'altro per affermare la propria. Molti sono i seggi nella 'Casa del Padre', ed è ammissibile qualsiasi lettura che non contrasti con la Fede della Chiesa.

Bisogna piuttosto combattere la menzogna, ed ancor più quel pressappochismo e quello svilimento della Parola di Dio che passa inosservato perché si serve di espressioni ed immagini alle quali le nostre orecchie si sono abituate.

d) Che chi chiede ragione delle letture che propongo, le verifichi pure sulla Fede della Chiesa, e le rigetti se non sono ad essa conformi; ma faccia altrettanto su quanto egli stesso afferma, chiunque sia il personaggio da cui ha mutuato la sua tesi.

 

Perché Dio scrive per enigmi

In presenza della diversa lettura che io propongo viene in evidenza un tema, spesso aggirato e mai affrontato con chiarezza. Perché Dio scrive per enigmi? Perché bisogna studiare tanto per intendere la Rivelazione? Non poteva Egli dire chiaro e tondo ciò che voleva da noi?

Nella prassi corrente queste domande sono eluse attraverso un subdoli by-pass: si predica infatti un testo semplice, letterariamente lubrificato, e la questione neppure sorge. È vero che restano passi incomprensibili, ma nelle traduzioni questi, o sono piallati, o sono superati di autorità, o (vedi 1 Gv. 5,7 oe II Cor. 3,17) vengono riposti nel cassetto dai teologi.

A questi interrogativi ho cercato una risposta, che per me risulta soddisfacente. Per quel che vale, ora la propongo al lettore.

L'orizzonte ultimo dell'uomo è la sua divinizzazione; questa ha come qualità intrinseca la libertà. Un Dio-schiavo è contraddittorio.

La divinizzazione dell'uomo, che consiste nella libera e piena relazione colloquiale con Dio, è un evento in fieri, che si attua anche nel nostro universo attraverso le ridotte capacità fisiche e psichiche dell'essere umano.

Ogni uomo impara a guadagnare la sua statura adulta, ad essere cioè un Dio-Iibero,attraverso il suo continuo infuturarsi, attraverso la crescita progressiva della coscienza e del conoscere se stesso e Dio. Se Dio si rivelasse in totale evidenza, ipnotizzerebbe l'uomo, ) o costringerebbe all'adesione: ne farebbe un Dio-cane, cioè un 'Non-Dio'. Lasciandogli, invece, la possibilità di scoprirlo continuamente, Dio gli garantisce, insieme alla libertà, un futuro infinito di dialogo.

Per intenderci, è quanto accade in un rapporto di amore, quando ogni partner scopre continuamente la ricchezza dell'altro . In conclusione, chi cerca si autocostruisce libero; Dio non gli fa violenza neppure nel farsi conoscere. Dice, infatti, I'Apocalisse: "Ecco, io sono alla tua porta e busso; se tu mi apri entrerò e cenerò con te"; e la fede della Chiesa fa eco, quando attesta che, per entrare nel mondo, Dio non ha voluto violare neppure la verginità di sua Madre!

 

Scelgo la Bibbia greca (LXX)

Ancora una precisazione: io medito sul testo greco della Bibbia (c.d. LXX) e, ovviamente, sul testo greco dei Vangeli, che in greco sono stati scritti e così furono consegnati alla Chiesa e dalla Chiesa proposti al Cristiano (1).

 

(l) Su questo punto rinvio il lettore al mio Q.4 ("Dissequestrate la Bibbia" Ed. Simone, Napoli, 1995!. Da ultimo B.S. Childs e A. Sanders sembrano muoversi nella mia stessa ottica, rivalutando, a fronte della lettura 'anatomica'dei testi sparsi, una Lettura Canonica, che tien conto della fede della Chiesa (cd. Storia dell’effetto).

 

La lingua greca, a differenza di quella ebraica, a noi praticamente ignota, come già avvertiva B.Spinoza ('Trattato teologico-politico', cap. VII), consente di muoversi con grande libertà nel testo materiale (sequenza bruta delle lettere).

Nel ricostruire un testo significativo, dotato di un suo senso letterale, chi medita può infatti giovarsi della significatività anche delle singole cifre grafiche (che sono finanche 'numeri'); della polisemia delle parole e così via.

Per fare un esempio, il fonema 'Ghe', correntemente tradotto come 'terra', significa anche 'materia, mondo, uomo etc.' e, in un contesto simbolico, metaforico o convenzionale indica la 'Sacra Scrittura', la 'Terra degli alchimisti'. La sequenza I.C.T.U.O.N., considerata una sola parola, dice: 'dei pesci'; divisa in tre tronconi, dice invece, 'Egli' oppure 'Gesù' (l); 'Cristo' (C); 'sacrificatore/liturgo' (Tuon). Così, per via di meccanica linguistica, e non per convenzione, si passa dai Pesci del mare al Cristo  liturgo e quindi al sacerdote eucaristico. Il racconto della Moltiplicazione dei pani, e non dei pesci assume allora tutt'altro significato.

Un ultimo esempio può dare la misura dell'importanza del testo greco della Bibbia (LXX). Poiché in greco il fonema 'Fos' significa 'Fuoco\Luce' al neutro, ed ancora 'mortale o semidio' al maschile, il versetto 3 del primo capitolo della Genesi può leggersi in maniera da annunciare, come portale e conclusione di tutta la creazione, I'incarnazione del Verbo. Infatti, cambiando la punteggiatura, si ha: "(Lo Spirito) disse: che Dio diventi uomo; e divenne uomo", in luogo, della frase corrente: "E disse Dio: sia la luce e la luce fu".

 

Le tecniche dell'agiografo

Lo studio della Scrittura mi ha convinto che gli agiografi non esponevano le divine rivelazioni direttamente in questa o quella parlata (es. aramaico, siriaco, greco etc.), ma in un linguaggio artificiale, costante nei suoi modelli e nelle sue regole, costruito sulle diverse parlate esistenti nelle aree culturali interessate.

Lo ‘jeratico’, cioè il linguaggio sacro, aveva dunque un che di obbligato e permanente (la struttura), ed una variabilità dipendente dall'uso, rispettivamente, di parole greche, ebraiche o copte (2).

 

(2) In un prossimo Quaderno, spero di poter dar ragione di questa affermazione, che allo stato può essere solo valutata in base agli effetti che permette di raggiungere.

 

Un tratto caratteristico del linguaggio Jeratico consiste in una qual forma di pluralizzazione. Ad esempio, uno stesso personaggio, poniamo Abramo, viene pluralizzato nella triade Isacco, Giacobbe, Giuseppe per evidenziarne l'evoluzione. A sua volta, il personaggio Abramo costituisce una metafora teologica.

Ancora, trattando in forma progressiva un tema, gli approfondimenti dello stesso sono velati sotto una narrazione che scorre in linea cronologica. In pratica il testo sembra esporre un racconto storico, mentre in realtà i contenuti teologici si susseguono come in un depliant che va esaminato foglio per foglio. Con parole moderne, diremo: sotto la moviola.

Nel caso dei racconti della creazione contenuti nella Genesi, a me pare che lo scrittore ha utilizzato anche un altro schema letterario.

Egli ha ordinato il suo comunicare in uno modello graficamente rappresentabile come una 'molla', una spirale aperta, che partendo da un cerchio più piccolo, nel salire aumenta di diametro teologico.

Un brevissimo titolo iniziale formato da poche parole, si tramuta via via in un sommario articolato (secondo anello), in un primo svolgimento del tema (terzo anello), per poi dilatarsi gradatamente in forma sempre più ampia, nelle volute narrative che si succedono.

Inoltre, sfruttando la duttilità della forma aoristica dei verbi greci, l'agiografo formula un racconto in cui tutto sembra scorrere in una sequenza che si svolge nel passato, ed invece contiene eventi che si riferiscono ad un passato già verificatosi.

Per fare un esempio si può leggere in progressione narrativa: 'Dio fece l’'uomo' " e "Dio li fece maschile e femminile ". Oppure si può staccare dall'acconto l'ultima proposizione, considerando già avvenuto il secondo evento. In tal caso noi tradurremo con un trapassato prossimo intendendo: "Dio aveva già fatto quelli maschile e femminile"

Tutto ciò serve ad uno scopo ben preciso, e cioè, come già dicevo, per ricapitolare in ogni foglio del depliant (cioè in ogni 'Giorno') la storia precedente. Se si intende così il testo, ognuno dei giorni successivi è in pratica una reiterazione del primo. Non a caso questo viene infatti chiamato 'Giorno uno' e non 'primo', perché sia chiaro che 'uno' è il Giorno del Signore.

Questa speciale tecnica produce un altro effetto. Sezioni del testo che sembrano ripetere la stessa cosa, come ad esempio gli ordini dati da Dio e l'esecuzione degli stessi, in realtà alludono a cose diverse. Intesi così, essi perdono quell’andamento monotono che rende il primo racconto della creazione letterariamente banale e per di più sgradevole.

Perché mai ripetere pedissequamente il comando eseguito, quando la fedele attuazione risulta già documentata nell'espressione. “E avvenne così?”

Che sia verisimile la mia ipotesi lo si ricava ancora dal fatto che a volte l'agiografo nel ripetere, in fase di realizzazione, il comando divino cambia qualche parola. Ad esempio a v .24 inserisce un 'Quadrupedi' che non c'era nel comando divino.

Anche la struttura letteraria del racconto è uno strumento nelle mani dell'agiografo.

Come ho precisato nel mio Quaderno n° 7 io penso che la sequenza dei sette Giorni si possa distinguere in tre sezioni formate rispettivamente dai primi tre, poi dal quarto che funge da cerniera, ed infine dagli ultimi tre giorni. In tal modo, il cuore del discorso è contenuto nel quarto giorno in cui si profetizza l'evento Cristo; la prima e la terza sezione ne esprimono i distinti effetti: quelli collocati sul piano della umana orizzontalità (primi tre giorni), e quelli sul piano della divinità (ultimi tre giorni) .

Un altro momento del nostro Linguaggio Sacro attiene alla fonetica. Questo problema non riguarda noi che ordinariamente leggiamo testi già fissati nella loro resa fonetica. Così, per fare un esempio, senza sforzo alcuno,e tutti allo stesso modo, pronunciamo suoni diversi se troviamo scritto 'àncora' o 'ancòra " 'prìncipi; o princìpi'; così come, trovando scritto 'divino' intendiamo qualcosa di celeste e non pensiamo certo alla bevanda ‘di vino’.

Ben diversa era la situazione nel mondo antico. I testi venivano scritti senza dividere fra loro le parole (che a volte erano rappresentate dalle sole consonanti), e senza segni di interpunzìone o accenti tonici (testo materiale). Dipendeva allora da ogni singolo lettore dare ad essi un senso, fissando le cesure e la punteggiatura.

Accadeva poi che per sintetizzare graficamente, risparmiando tempo e carta, l'amanuense scriveva una sola volta una lettera o una sillaba identiche e consecutive. Così, 'mare remoto' veniva graficizzato in 'maremoto' perché i due fonemi 're-re' erano fusi in uno. Ciò veniva chiamato 'aplografia'.

Infine, per gli stessi motivi si usava lo strumento dell'elisione, sicchè l'espressione 'una anima mente' diventava 'unanimamente'.

Se 'Leggere' significa proprio compiere queste operazioni, rifletta allora il lettore ad un fatto singolare: noi non leggiamo la Scrittura, ma ripetiamo una lettura che altri ha compiuto prima di noi. Di conseguenza, se questa specifica lettura non ha evidenziato alcuni significati, quest'ultimi restano del tutto nascosti. Proprio da questo fatto nascono le correnti esoteriche.

La mia scelta è stata diversa. Riportandomi in qualche modo all'epoca patristica, ho provato di nuovo a leggere, cioè a compitare volta per volta il testo; inoltre, per identificare un senso compiuto e valido, mi sono servito di tutti i possibili significati delle parole contenute nel passo. In pratica le note sono rimaste le stesse (cioè le lettere è la loro sequenza), ma io le suono in molti modi, costruendo una serie di melodie letterarie, cioè, fuor di metafora, costruisco da un unico testo materiale, cioè da una unica sequenza di lettere, come ad esempio "In principio", una serie di testi significativi. Naturalmente, perché io possa essere soddisfatto del lavoro svolto, dal momento che unico è il Libro, ed una la Rivelazione che esso contiene, le diverse melodie (testi significativi) che mi pare di individuare, debbono intrecciarsi fra loro e costituire un componimento più complesso. (3)

 

(3) Di questo metodo, è rimasta l'eco nelle ripetizioni del canto responsoriale ecclesiastico (es. il Kirie Eleison). Il lettore interessato a questo discorso troverà materiale nello studio dei calligrammi, cioè della scrittura 'figurata' che viene in genere relegata nell'area del “divertissement” (cfr.G. Pozzo). Quanto poi alle ragioni che impedivano ad un ascoltatore di risalire autonomamente ad un senso nascosto nel testo, ipotizzo che il lettore, quando proclamava il passo, ometteva le finali 'grammaticali' e pronunciava solamente i fonemi puri che venivano usati nella parlata viva. L'ascoltatore, che non sapeva leggere, non era in grado quindi di servirsi proprio di quelle finali indispensabili per costruire 'nello scritto' un testo significativo diverso.

 

Un glossario

Altro aspetto da considerare riguarda le parole usate dall'agiografo.

Altrove parleremo più diffusamente del loro valore metaforico e del gioco di significati che si può dedurre da ogni fonema. Qui ricorderò al lettore che molti fonemi corrispondono a parole diverse. Quando si legge 'Aute' , si può intendere 'questa' o 'La grande vibrazione sonora'; 'Gumnos' esprime l'idea di 'Nudo', ma anche di 'Inno'; 'Romfaia' dice 'spada' ma anche 'Voce profetica'; 'Corton' indica il 'Prato', ma anche il 'Cristo altare e pane'; 'Cloron' indica 'La verdura', ma anche il 'Cristo striscia di cuoio' (su cui era fissata la Scrittura).

Il lettore dovrà poi stare attento a cogliere il valore metaforico di alcune parole. Per esempio a me non sembra che l'agiografo intendeva comunicarci che Dio volle l'uomo bisessuato (maschio e femmina); questa connotazione era già parte del patrimonio culturale dell'umanità; voleva piuttosto indicare due fondamentali valenze di ogni essere umano e cioè la sua individualità (maschile) e la sua socialità (femminile). Provi il lettore a ripensare a tanti passi della Scrittura in cui compare questa distinzione, e si accorgerà che il senso ne risulterà oltremodo cambiato.

 

Cap. 2° - Una lettura teologica del 1° versetto

 

Le prime lettere della genesi

Prima di entrare nel vivo del nostro discorso, ricorderò al lettore che il grande Origene sosteneva che Dio ha ispirato le singole lettere che compongono la Scrittura. Gesù, prima di lui, aveva detto: 'Non può cadere né uno iota né un apostrofo della Legge'. Evidentemente entrambi affermavano che ogni segno grafico ha grande importanza, in sé e per la sua collocazione specifica nell'insieme.

In altre parole, come nella sequenza del DNA la caduta di un solo segmento confonde il messaggio genetico, così accade nella sequenza delle lettere nella Bibbia (testo materiale). Non a caso la Chiesa è sempre stata attentissima alla fedeltà dei codici. Da essa, infatti, dipendeva la corretta compitazione della Rivelazione in testi significativi diversi.

Proprio alla luce di questa tradizione, brevemente richiamata, affronteremo ora i fonemi con cui inizia il libro della Genesi.

"In principio...": la Bibbia comincia con un 'in', che in greco suona 'EN'. Per piccola che sia, l'espressione comunque è Parola di Dio; e a seguire Origene, sono ispirate 'E' ed sia: 'N'. Dunque, le singole lettere e l'intero fonema (EN) possono formare oggetto di meditazione per far stillare il messaggio rivelativo di cui sono portatrici.

A questo punto è prevedibile che il lettore sorriderà, riflettendo che si può cavare ben poco da una preposizione, ed ancor meno dalle due lettere che lo compongono. Ben volentieri gli lascio il suo sorriso (comunque fa bene), ma lo invito a seguirmi, perché alla fine potrà divertirsi ancora di più. Spero solo che il riso finale sia di gioia e non più di ironia.

 

Meditiamo sulle singole lettere dell'Incipit

 Dicevamo che il libro della Genesi greco comincia con 'EN' (in); un incipit molto povero per un testo così significativo. Eppure, basta riflettere che con la stessa parola inizia il Vangelo di Giovanni e, guarda caso, la 'Commedia' di Dante e il 'Don Quichote' di M. Cervantes, per andar più cauti nel liquidare la questione (1).

 

(1)                         Fanno anche riflettere le parole inziali degli altri libri sacri. Matteo inizia con 'Libro' (con 'Biblos' inizia la seconda storia della creazione); Marco con 'Principio' (la 'Archè' della prima frase della Genesi); Luca con 'Parola epica' (il termine 'Epei' che richiama 'Epo-ies-en del primo versetto); e gli Atti degli Apostoli con 'Essenza perfetta' (la stessa espressione 'TauOn' presente nel primo versetto della Genesi).

 

Cominciamo a contemplare la lettera 'È (epsilon), ricordando che, come le altre dell'alfabeto greco, essa ha anche valore numerale: 'È equivale a '5' (2).

 

(2) Ora stiamo seguèndo la metodologia dei Padri della Chiesa, che non temevano di servirsi della Gematria e della Isopsefia, perché evidentemente ritenevano che di esse si erano serviti gli agiografi nello scrivere i testi sacri. In pratica, questo approccio numerologico serve ad amp!iare le potenzialità semantiche del testo. Per fare un esempio, il nome di una persona (poniamo 'Adam'), letto numericamente, cioè dando ad ogni lettera il corrispondente valore numerico, dà una sommatoria ('Adam' = 1+4+1+40 = 46). Adamo è dunque '46' o, meglio, 6+40. Un altro esempio: EIiezer si può trasformare nel numero 318 (somma delle sue lettere'\numeri). Quando allora lo scrittore racconta che Abramo uscì contro i Re d'Oriente con 318 servi, vuoI dire che era accompagnato solo dal servo Eliezer. Attraverso un numero (si pensi alla Bestia dell'Apocalisse il cui numero è 666) è cosi possibile individuare una persona o un evento.

Per fare un altro esempio, si pensi alla possibilità di legare ad un numero un concetto o una situazione, come noi facciamo con i numeri 13, 17, etc.

Per comprendere l'importanza di queste tecniche che, prevedevano anche l'uso delle dita flesse in modo convenzionale, si pensi che S. Agostino desiderava che si compilasse un dizionario del senso mistico dei numeri menzionati nella Bibbia, e considerava stolto chi considerava casuali o meramente connotativi detti numeri.

 

Ora, nel mondo antico, specie per l'influenza del pitagorismo, il 5 era la cifra simbolica del matrimonio. Posta all'inizio del testo e così intesa, essa formula il titolo dell'opera e ne indica il contenuto: la Genesi può intendersi come la dichiarazione di amore e come il patto nuziale fra Dio e l'umanità che ascolta.

Il senso radicale di tutta la rivelazione viene, dunque, inteso, come: incontro sponsale fra Dio ed il creato. Alla fine, infatti, il 'Ciò che è' creato (On) apparterrà come Sposa a Dio; e ciò avverrà quando saprà pronunciare il fatidico 'Si', che la Chiesa ha posto sulle labbra di Maria, intuendolo come momento decisivo dell'esistenza umana. Il 'Si' di Maria non è certo la banale adesione a diventare 'madre di Dio' (un rifiuto è impensabile); è piuttosto la matura decisione dell'umanità a lasciare il suo passato di esistenzialità mortale ed avere occhi solo per l'avvenire (Paolo). Questo 'Si' permette, infatti, allo Spirito di entrare nell'intimo stesso dell'uomo e concepirvi l'uomo perfetto, il Cristo di Dio: 'rallegrati, il Signore è con te, tu sei benedetta; e benedetto è il frutto del tuo seno. Non temere, comunque si presenti è Gesù'.

Ecco dischiudersi un nuovo orizzonte; la Bibbia diventa la dichiarazione dell'amante alla sua amata e si avvertono le eco del 'Cantico dei Cantici' e del 'Llibret de amic e de amat' di Raimondo Lullo, per citare uno dei tanti che hanno intuito questa lettura.

La seconda lettera 'N' vale in greco '50', numero che, come testimoniano i Vangeli, si riferisce allo Spirito ed alla Pentecoste; cioè al 50° giorno dopo la Resurrezione. Da esso possiamo allora sapere che il matrimonio tra Dio e il mondo si connette alI'azione dello Spirito e che questi costituisce il traguardo ultimo dell'umanità. L'uomo non sarà più solamente un animale della terra, ma un 'simile a Dio' inabitato dal suo Spirito.

Ma si può procedere ancora più oltre, contemplando la terza lettera, e cioè la 'A' (alfa) con cui inizia la parola 'Archè'. Essa"che dice ‘1’ annuncia che il matrimonio nello Spirito avrà come effetto una inscindibile unità comunionale: Dio sarà tutto in tutti nel Cristo che si autoproclama 'Alfa', cioè '1 '.

A 5, 50 e 1 segue la lettera 'R', che vale '100' e a chi cerca rivela la totalità cumulativa, il tutto compiuto. In greco, infatti, il numero 100 (ekatoh) indicava il complesso unitario e totale di un qualcosa. Questo semplice 'R' si dilata allora come spazio di riposo e di stabilità. La Bibbia annuncia la perfezione finale, che niente e nessuno potrà impedire. Alla fine l'unità iniziale si espanderà nella molteplice unità della divinità.

Con sconcertante sintesi nurnerologica, attraverso tre numeri (ENA = 5, 50, 1) e poi quattro CENAR = 5, 50, 1, 100) l'agiografo ha delineato la totalità della Storia Sacra, come relazione sponsale tra l'uomo e Dio; ed ha fissato la struttura ontica e dinamica dell'uomo, destinato ad un intimo contatto con il Creatore (3).

 

(2)                 La somma del 3 e del 4 dà il numero perfetto e cioè 7. Si può aggiungere una quinta lettera; il 'Chi'cioè il monogramma di Christos. Ne scaturisce una sintesi ancora più completa: all'Alfa (il Principio) segue il Cristo. Ma 'Chi' in greco equivale a 600, cioè a sei pienezze, per cui Cristo va considerato l'uomo 'pieno' del sesto giorno.

 

La nostra meditazione non termina a questo punto. Lasciando da parte la numerologia, tanto cara ai Padri della Chiesa ed oggi dimenticata, noi possiamo legare insieme le prime tre lettere e formare il fonema 'ENA', che significa 'terzo giorno' o 'ultimo giorno'. Possiamo aggiungere ancora la 'R' che segue ed ottenere la parola 'ENAR', che significa proprio "al terzo giorno'. Ecco allora prepotentemente comparire, alle soglie della Storia sacra dei sei giorni, la figura del Salvatore. Il terzo giorno, quello della resurrezione, è il vero motore di tutto ed è la perfezione della creazione. Il Cristo, che una lettura miope della Bibbia relega in passi marginali, a volte dubbi, rivendica il posto che gli compete. Tranquillamente io posso affermare che Egli è presente massicciamente in tutto l'Antico Testamento.

 

Meditiamo su 'en' e ciò che segue

Contempliamo ora il fonema 'EN'. Esso costituisce come il 'Bottone' centrale della mistica rosa biblica ed è la sintesi (già lo abbiamo visto attraverso i numeri) dell’intero discorso, che si snoda in quei primi tre capitoli della Genesi, che da esso si schiudono a mo' di petali sempre più ampi (4).

 

(4) Ricordo al lettore che in greco 'En' ha vari significati. Dice infatti 'Uno', 'unità', 'una sola cosa', 'qualcosa che spinge', cioè 'una forza impulsiva', 'dentro'. In una formulazione responsoriale si può poi dilatare (per via di elisione) in 'Eno, ena'.

 

Ora non lo considereremo come portatore di un unico significato (cioè 'In'); sfrutteremo anzi al massimo la sua polisemia e, ripetendolo più volte come accade nel canto responsoriale della Chiesa: cercheremo di farlo parlare (5).

 

(5) Per intenderne il significato profondo bisogna ricordare che la Bibbia è eminentemente fonetica; è come un canto, sicché 'sono le orecchie le amiche delle cose nuove' E, se Efrem diceva: "Siamo stati noi a far entrare con il nostro litigio la rissa nelle parole divine che fanno rissa nella nostra bocca", è anche vero che proprio alla 'bocca' è affidato il compito dell'ermeneutica. La Bibbia è innanzi tutto fonetica; lo scritto è la base di una proclamazione. Bisogna usare la bocca perché i suoni rivelino i contenuti nascosti, ma evidentemente senza far scontrare le parole. La Chiesa ha usato il responsorio per insegnare l'arte del ripetere le parole e dare ad essi sensi diversi. È questo il metodo che useremo.

 

Ripetiamolo dunque 7 volte: "En En en' en en' en" (6).

 

 (6) 'En' sta per 'eno' od 'eni' <sta dentro>, ed 'ena' <l'unico>.

 

E’ a monade, che appariva insolubile, mostra tutto il suo complesso dinamismo. Leggendo questa semplice reiterazione del fonema in una angolazione antropologica e vitalistica, possiamo intendere:

"L' UNO, (che è) Forza Impulsiva, (sta) dentro, mettendo in moto, dall'interno, il 'singolo', come unità".

Un testo densissimo che suggerisce alcune verità basilari:

a) - che la creazione (e quindi l’uomo) dovrà avere come suo intimo statuto l'unità; l'uomo è uno e non 'due', non è cioè una macchina biologica in cui inabita uno spettro che chiamiamo anima. ( Egli è uno perché immagine del Dio Uno; è uno per la sua acquisibile dimensione divina;

b) - che la sua realtà trova senso solo in quanto collegata con il creatore, alla cui comunione è chiamato, 'En', inteso come 'dentro', esplicita che questa relazione è intimissima perché affidata ad una presenza di Dio nella realtà umana, Il Dentro può considerarsi una prima allusione alla Incarnazione, all'abitare di Dio nel tempio dell'umano corporeo;

c) - che il dinamismo capace di attualizzare e rendere effettiva questa unione è una vibrazione impulsiva ('En' come participio neutro del verbo Iemi); in una parola, è la vita che Dio creò all'origine e che costituisce ciò che propriamente chiamiamo Anima immortale;

d) - che l'economia vitale dell'uomo è costituita dalla 'comunione'.

L'essere 'solo' costituisce la radice e l'essenza del peccato e della morte, in quanto distaccato dall'intero processo vitale;

e) - che al tempo stesso, quando l'uomo sarà divinizzato, sarà proprio nella sua individualità signore della Vita,

La visione del creato e dell'uomo, che deriva dal nostro brevissimo fonema 'EN', è tutta dinamica ed esaltante:

- innanzi tutto, come dicevo, la creazione è un processo unitario,che ha come radice Dio e come compimento l'unità nell'uomo 'unico' (sintesi cioè della Vita creata), come unico è Dio;

- l'uomo è 'il solo', è l'individualità, che ha quale sua ragione strutturale il costituirsi in comunione per il tutto: individualità e comunione (Ena ed En) in lui coincidono, L'uomo è una singolarità \ comunione;

- tutto il processo risulta dinamizzato da una forza impulsiva che ritorna a Dio, In essa si può leggere, in una prima approssimazione, la 'spinta' vibratoria che divenne il 'ciò che è' uscito dalle mani di Dio; ed in seconda approssimazione lo Spirito che segna l'intero processo. Di conseguenza allude all'uomo inabitato dallo Spirito. In questa forza impulsiva, secondo che essa riguardi Dio o l'uomo (quale sintesi del creato), potremmo identificare La Vita Increata e la Vita creata.

Questa la Storia Sacra e questo l'uomo rivelato nella Bibbia; sicché, volendo azzardare, già a questo primo livello di meditazione, una definizione di ciò che siamo e saremo, la formuleremo così:

"L 'uomo è Immagine dell'unico Dio. Egli è spinto al dialogo col Creatore che lo inabita. Egli è chiamato a vivere nello Spirito come 'luogo' reale di una comunione universale. Dunque "egli è Chiesa, Egli è la Vita!".

Finisce qui questa prima esemplificazione di una lettura profonda e Canonica della Bibbia. Possiamo aggiungere una nota finale:

- il libro della Genesi non va considerato come storia di un passato archeologico della razza umana o del cosmo; non fa concorrenza alla teoria del Big-bang o alle varie antropologie scientifiche. Esso può anche dare lumi allo scienziato perché, quanto meno, è figlio di una cultura antichissima che ogni giorno di più si scopre molto profonda; ma fondamentalmente è un libro di divine rivelazioni. Crediamo di averlo provato, mostrando come una banale preposizione (in) si trasforma in una girandola di luci, e come, nel narrare l'inizio, esprime anche la fine del tutto. Non a caso Gesù disse di sè: 'lo sono l'Alfa e l'Omega';

- con ciò l'agiografo avverte che il tempo non ha senso nella Scrittura e, quindi, nella meditazione contemplativa della Parola; il primo gesto di un autentico teologo consiste nello slacciare il cinturino del suo orologio. La Chiesa afferma che in Cristo fummo creati; la Bibbia solennemente attesta che non solo nasciamo dalla ARCHE' (principio) che Cristo rivendicò come suo nome, ma che tutta la sto- ria narrata è storia di oggi, storia di ogni uomo che si confronta col Cristo. La Bibbia è un libro attuale della Vita e dell'uomo quale essere Teandrico;

- non creda poi il lettore che abbiamo giocato con le parole. Rifletta piuttosto alla rivelazione che scaturisce dalla meccanica stessa che abbiamo utilizzato; a come l'espressione, che abbiamo formulata per via di reiterazione, mostra, già nella sua moltiplicazione letteraria, che Unità e Pluralità si possono fondere insieme, senza elidersi a vicenda. Rifletta poi a come quella compattezza, che pur sembrava qualità imprescindibile del fonema, si è sciolta in una compiuta sintesi della struttura fondamentale della vita, che è una e molteplice.

L'abilità dello scrittore, che ha fatto diventare un semplice suono un compiuto discorso di parole articolate, è ben più che un esercizio di retorica.

La moltiplicazione letteraria, che funge da metafora dell'unità e della pluralità (che all'unità si connette) e spiega che l'una non elide l'altra, suggerisce un fondamentale criterio ermeneutico per affrontare i Libri Sacri; sicché il materiale letterario di cui è composta la Bibbia è qualcosa di duttile su cui bisogna operare. Ché infiniti sono i sensi della Scrittura, perché essa proviene da Dio e non dall'uomo, per il quale espressione verbale e senso tendono a congiungersi univocamente. Questa situazione non vale se riferita a Dio, il cui parlare è sempre mirato all'ascoltatore; Dio parla univocamente, ma in forma pentecostale, concedendo all'ascoltatore di recepire per quanto ha bisogno.

Il fonema 'En' diventa così il sintetico codice linguistico che l'agiografo ha suggerito al lettore e che l'interprete non deve dimenticare.

 

 

 

 

Cap. 3° - I sette giorni della creazione .

 

Vita come essenza del creato

Tanto premesso, veniamo al nostro testo, ed in particolare ai primi versetti che nella traduzione corrente, suonano più o meno così:

[1-3] " In principio fece Dio il cielo e la terra. E la terra era vuota ed informe, e tenebra sopra l'abisso, e spirito di Dio andava sopra l'acqua. E disse Dio: sia luce, e fu luce".

Ricompitati e punteggiati diversamente, gli stessi versetti (nel testo greco della LXX), consentono, tra le molte possibili, la traduzione (letterale) che segue. In essa ho segnato rispettivamente con la a> e con la b> due diverse e connesse letture, per orientare subito a cogliere l'ambivalenza del testo, ed il doppio significato (pessimistico ed ottimistico) del racconto che segue.

A) Prima lettura (vv.1-3)

"Per cominciare, Dio costruì come 'Forza Impulsiva', come 'Cosa Unica', una Essenza (il 'ciò che è').

In basso, in coda a tutto, l'Essenza <costruì> una materia svergognata, essa proprio che non era Vista (ed era quindi un nulla), e non aveva Struttura (sicché era una molteplicità caotica). In basso, essa (l'Essenza) è tenebra che sovrasta il vuoto dell'abisso.

Ma spirito di Dio si portava sull'acqua.

E disse Dio: al culmine della sua 'acqua', giù in basso essa (l'Essenza) diventi un essere mortale. E l'uomo venne all'esistenza.

B) Seconda lettura (vv.1-3):

"Per cominciare, Dio costruì come 'Forza Impulsiva', come 'Cosa Unica', una Essenza (il 'ciò che è').

In basso, come sua eco, l'Essenza <costruì> una Terra che si lascia accostare, essa proprio che era ben Vista è pienamente Strutturata.

E un oscuro (Mistero) è (su di essa), e (sta) in alto, sulla sua (insondabile) profondità.

Essa (l'Essenza) totalmente riportava all'alto un Soffio di Dio. E Dio disse: al culmine, quale perfezione della sua 'Acqua', essa (l'Essenza) si trasformi completamente in Fuoco. E venne il Fuoco" (1).

 

(1) In pratica ho compitato: 'T. On', 'Ede', 'Iten', 'Ouran on', 'Ka i', 'Epi Ano' , 'T ou'; ho letto infine 'Fos' come maschile e come neutro e quindi 'uomo' e 'fuoco\luce',

Noti il lettore come nel nostro testo sono indicate le quattro parti dell'universo secondo la tradizione del mondo classico: terra, soffio, acqua, fuoco. Ed ancora che se il termine 'ghe' (terra), come suggerivano gli alchimisti, viene inteso come 'Scrittura', il 'non visto e non strutturato' allude alla mancanza di una ordinata e quindi comprensibile struttura letteraria (grafica, logica, editoriale).

 

Fissati due testi significativi di riferimento, e individuato nel verso <1> il primo anello della spirale, cominciamo ora a determinarne il contenuto teologico, cioè l'insieme delle rivelazioni fondamentali che saranno poi sviluppate nelle volute successive della spirale letteraria (2).

 

(2) Avverto il lettore che il punto iniziale, da cui spicca la spirale, è stato già esaminato nel primo capitolo, quando abbiamo meditato sulle lettere 'E, N, A, R'.

 

A me pare che la prima rivelazione riguarda l'Essenza del creato. L'agiografo chiarisce che il mondo deve essere considerato un 'Ciò che è' (On), che risulta perfetto (Tau) in quanto è una cosa soIa (En). Chiarisce anche che esso non è qualcosa di statico, ma va inteso come una 'Forza impulsiva' (En inteso come participio neutro del verbo Iemi).

La seconda rivelazione riguarda la materia, ed espone il tema che Agostino si pone nella conclusione delle sue 'Confessioni'.

Qui viene chiarito che la materia non è la prima creatura di Dio, il termine del suo atto creativo; essa è derivata dalla Essenza viva e dinamica (grido, voce, rombo, vibrazione), che il Creatore ha costruito fuori dello spazio e del tempo. La Corporeità costituisce così il punto più basso della vita creata, sicché si può esprimere, in forma negativa, con l'immagine della coda di un animale (Oura); oppure, ottimisticamente, dell'eco (oura) della vibrazione sonora (3).

 

(3) Il termine qui usato è 'Ghe'; il lettore però deve considerare che solo in seguito (1,10) e cioè nel III giorno. questo 'Nome' verrà dato da Dio a quella realtà 'Arida' che altrove viene chiamata 'era'. Ciò significa che bisogna distinguere fra una terra puramente materiale (era, csera), ed una terra umana, cioè a qualcosa che già è animato. Nelle sue Confessioni Agostino distingue la 'terra che egli calca' da quella che 'egli porta'.

 

E questo un momento essenziale della teologia biblica che non deve sfuggire al lettore.

Come ho detto altrove, la civiltà occidentale si è costruita sulla 'materia' anche perché, proprio nella Genesi, l'ha colta come la prima ed autentica realtà, come la vera creatura di Dio (4).

 

(4) Cfr. 'Teologia di Genesi 1,1-4a' in La scuola Cattolica n.1-2, 1992, Napoli.

 

Saranno sempre infruttuose le condanne del materialismo e dell'edonismo, fintanto ché continueremo a leggere la frase iniziale della Scrittura come atto di investitura divina che all'universo corporeo concede un diritto di primogenitura. Noi uomini infatti, con tutto l'orgoglio della nostra incorporea dimensione mentale, restiamo comunque dei secondogeniti.

Nella lettura che propongo viene esaltato invece un dinamismo primigenio caratterizzato dalla Incorporeità; alocale ed atemporale fu infatti la creazione uscita dalle mani di Dio. Un dinamismo che non si perde quando la vita, prima ed unica creatura di Dio, si individualizza nella materia facendosi corpuscolo.

La materia ha certo un suo posto nel progetto di Dio; essa è certamente qualcosa di positivo in quanto realizza una funzione individualizzante; ma è solo la coda, e l' Eco della vita creata.

 

Una parentesi: la duplicità

Nei versetti 1,1.2b l'agiografo costruisce un secondo anello della sua spirale espositiva. Egli rivela il significato del divenire del creato. Usa allora termini che diventeranno basilari nella meditazione di tutta la Scrittura e che vanno colti nella loro ambivalenza.

Soffermiamoci un poco su quest'ultimo tema; comprenderlo bene equivale a superare agevolmente molte contraddizioni che fanno inciampare il lettore del testo sacro.

Una prima considerazione: la nostra cultura ci ha insegnato come perfezione della comunicazione la univocità del senso. Ebbene, il linguaggio sacro si muove in direzione opposta, in quanto deve esprimere una verità divina per sua natura infinitamente ricca, e non poveramente univoca.

Una seconda considerazione: oggetto della Rivelazione è indubbiamente Dio che è 'Uno; ma oggetto di essa è anche l'uomo. E l’uomo è quanto meno 'doppio', perché se è creatura, può diventare anche un 'Figlio di Dio'.

Per intendere che cosa è l'uomo, si guardi il suo stato adulto e si scoprirà che esso è duplice: anima immortale e santità. Si guardi alle Uscite conclusive, cioè alle mete che può raggiungere: 'Giardino'  che simbolizza un 'Paradiso terrestre' (Anima), e Visione beatifica di Dio in persona (santità).

Ciò posto, il tema fondamentale del libro che stiamo meditando è specificamente questo: insegnare le due 'vie', quella della Esistenzialità che sfocerà in una corporeità incorruttibile, in un eone di im-mortalità; quella della Divinità, sulla quale, se pur è difficile parlare, è necessario interrogarsi, come suggeriscono le ultime parole delle: Confessioni di Agostino.

Per esporre questo doppio tema, l'agiografo aveva allora due vie letterarie avanti a sè; tenere distinti i temi e trattarli separatamente (come fa la Didachè), oppure costruire un testo bifronte (il Giano dell' Inno al sole di Campanella). Ha scelto questa seconda soluzione, e di conseguenza si è servito di termini doppi, di amfibologie. Ma, ancora più sapientemente è ricorso ad uno strumento che è al tempo stesso letterario e teologico: la Nominazione.

Siamo così abituati a classificare le cose dando loro un nome di riferimento, da non riuscire a cogliere il significato teologico del 'dare un Nome'.

Nominare, è pur sempre per noi un 'denominare'; sicché, perché il lettore colga il problema, gli tornerà utile rileggere la scena in cui Adamo 'nomina' gli animali (2,18 ss.) e prendere atto che egli la intende più o meno come il collocare etichette sulle gabbie delle bestie di uno zoo.

Nel racconto genesiaco la cosa è del tutto diversa. Ed infatti, mentre le etichette che noi mettiamo non cambiano la realtà della cosa etichettata, quando Dio nomina, quel quid proprio ricevendo un Nome cambia nella sua essenza.

La nominazione dunque costituisce obiettivamente una situazione di duplicità ontica; e sul piano letterario offre allo scrittore la possibilità di muoversi su due binari diversi, riferendosi a ciò che era prima della nominazione ed a ciò che da quest'ultima è scaturito.

Chi legge il testo sacro non deve allora cadere nell'errore di confondere, nei Vangeli ad esempio, Simone (uomo), con Pietro (figlio di Dio); e deve distinguere la cosa innominata da Dio, da quella da lui dotata di un 'Nome', cioè di una essenza diversa.

Tornando a noi, l'uomo creato ha una sua struttura, cioè un suo nome esistenziale (vita) che gli deriva dall'atto creativo; ma cambia nella sua essenza, quando riceve un nuovo 'Nome' (divinità) che gli viene conferito in dono dallo Spirito. Nel nostro caso il grande nome che verrà offerto all'uomo è: ' Essere divino, Fuoco, Luce' (5).

 

(5) Per orientarsi nel testo, ricordi sempre il lettore le duplicità essenziali e discorsive: Arida\Terra; Firmamento\Cielo; Tenebra\Notte; Luce\Giorno; Acque\mare.

 

Un sommario del divenire: le due vie

Chiusa questa parentesi, torniamo al nostro testo che abbiamo letto in maniera orizzontale e verticale, suggerendo però al lettore di non liquidare semplicisticamente come negativi e peccaminosi la storia e l'iter vitale fissati in una delle due varianti del testo, ed in particolare quella sub a> .

Ed infatti, quando l'agiografo dice che esisteva:

"- una materia svergognata, essa proprio che non era Vista (ed era quindi un nulla), e non aveva Struttura (sicché era una molteplicità caotica). In basso, essa (l'Essenza) è tenebra che sovrasta il vuoto dell'abisso"

non intende primariamente fermarsi sulle cause di questo degradare della vita creata che si è fatta materia (cioè sul peccato dell'uomo). Non vuol solo dire: la terra si è rovinata con le sue stesse mani, perché è stata disobbediente a Dio.

A mio giudizio, l'agiografo vuole innanzi tutto fare una constatazione e chiarire una differenza ontica. Egli constata che esiste una dimensione orizzontale dell'uomo e del creato, la quale, se confrontata con l'unico termine di paragone possibile, e cioè con la divinità che gli verrà offerta, deve essere qualificata con parole negative come 'morte' e 'bruttezza'.

Fissata questa differenza ontica, lo scrittore sacro profetizza allora che esiste una soluzione che riguarda l'uomo quale creatura (egli lo è), e quale destinatario della divinità.

Se il lettore cerca una controprova di questa mia ipotesi, potrà rileggere la Didachè. Questo testo dei primi secoli della Chiesa, espone infatti la dinamica evolutiva esistenziale, qualificandola' Via della morte, non per condannarla in sé, ma per ricordare che l'altra, quella divina, è la Via della Vita.

Morte e vita sono allora sinonimi di esistenzialità e divinità; chiarimento che consente di comprendere intuitivamente quell'altrimenti incomprensibile 'discesa agli inferi' di Gesù, ed il suo giudicare i 'vivi' ed i 'morti'.

Per chiarire con una metafora questo sviluppo orizzontale della vita creata da Dio, in un mondo degradato, (pensi il lettore alla 'folla' che Gesù perdona dalla sua croce), l'agiografo segnala che vi sarà una grande 'Porta', costituita da un essere mortale il quale è però superiore all'esistenza (acque). Ovviamente questa 'porta' è Gesù.

E così prosegue dicendo:

"E allora, al culmine della sua 'acqua', giù in basso essa (l’Essenza) diventi un essere mortale. Così disse Dio, e l'uomo venne all'esistenza." (6).

(6) Ricordo al lettore che, se il termine 'acqua' indica di per sé la vita, nel nostro caso essendo 'acqua del basso', rimanda alla esistenzialità.

 

In conclusione il nostro testo ci fa sapere che c'è una uscita per il creato orizzontale costituita dal paradiso terrestre essa, a fronte della pienezza della vita divina, non può che chiamarsi 'morte'. E che questo 'paradiso' terrestre non è un luogo, ma è l’uomo stesso che si fa sintesi cosciente del creato, cioè, come dice il Salmo 130, bimbo svezzato (autonomo) che, ad onta della sua autonomia, riposa nelle braccia di sua madre.

Se questa è la via evolutiva e perfettiva dell'esistenza umana materiale (la Porta larga), c'è un'altra forma di evoluzione (la Porta stretta) che l'autore ha inserito nello stesso passo, invitandoci a intenderlo, come abbiamo fatto, in due modi diversi.

Leggendo infatti il testo in maniera ottimistica (sub b> ), si assiste ad un cammino di gloria in gloria che culmina nella divinità:

"una Terra che si lascia accostare, essa proprio che era ben Vista e pienamente Strutturata".

Ciò è possibile perché Dio in persona è su di essa, come è scritto:

"un oscuro (Mistero) è (su di essa), e (sta) in alto, sulla sua (insondabile) profondità. Essa (l'essenza creata) totalmente riportava all'alto il Soffio di Dio".

Viene così rivelato un evento che si articolerà in due momenti: nel primo, la nuova 'Porta' si collega alla presenza nascosta di Dio (è il Deus absconditus); nel secondo, dipende da un Essere fatto di fuoco e luce, collegato a quello speciale 'uomo' di cui ora si è detto, e che è diventato Anima del Mondo.

Questi due demiurghi (rammento gli uomini di luce del Sepolcro) coincidono nella persona di Gesù corporeo, incorporeo, Spirito, la quale prima unifica in sé il creato, e poi gli dona la santità.

In altre parole, il cardine su cui si muovono entrambe le soluzioni è solo ed unicamente il Cristo. Derivativamente, 'cardine' diventerà ogni uomo che si fa inabitare dallo Spirito, assimilandolo a sé (eucarestia).

 

Un racconto ottimistico: luce e tenebre

Come vedremo fra poco, per esplicitare l'ottimismo delle due rivelazioni, l'agiografo annuncerà una mistica Luna che illumina la notte, in parallelo ad un mistico Sole (El ios) che illumina il 'Giorno'. Ora, per sottolineare che due sono le 'Vie' ed entrambe positive, ricorre allo strumento della 'nominazione' da parte di Dio; un evento cioè che, come già dicevamo, è segno di 'due' distinte eppur connesse realtà.

Il fatto che Dio chiamò Notte la tenebra e Giorno la luce, è un passaggio che ordinariamente scivola senza chiarire nulla al lettore abituato a 'denominare' le cose. Ad esso invece io attribuisco una enorme importanza teologica che si estende anche al nostro quotidiano.

Rifletta il lettore che, se Dio nomina la tenebra 'notte', e per dì più in parallelo, nomina 'Giorno' la luce, ciò implica che il racconto si muove in una dimensione dì ottimismo (son atti divini). Potremo allora ipotizzare che, come il Giorno, anche la Tenebra ha una sua uscita perché anch'essa è diventata buona in quanto nominata da Dio.

La riscoperta dì questo ottimismo ci vieta allora dì considerare la creazione come un insieme dì ombre e dì luce, come un Ormuz ed un Arimane che si combattono fra dì loro. Una conclusione che, piccola com'è, riesce a colmare quella stretta ma abissale frattura che sì è formata nella coscienza dei cristiani.

Chi non sperimenta la creazione come solare provvidenza che sorregge un autentico ottimismo, difficilmente può accostarsi poi, con pienezza di cuore, al mistero del Cristo. Considero decisivo per la fede cristiana riscoprire che la dinamica del divenire (orizzontale o verticale che sia) si muove sempre ed indefettibilmente, ad onta di ogni resistenza dei singoli uomini, verso la meta fissata da Dio.

Oltre che a questo testo, l'ottimismo del cristiano sì ancora ad altri passaggi che nella predicazione corrente scivolano via senza lasciar traccia. Leggiamo infatti: "Dio vide che era cosa buona".

Purtroppo, poiché nella prassi esistenziale guardare una cosa non produce nessun effetto su di essa, noi lasciamo cadere la provocazione contenuta in queste parole. Ma il Vedere dì Dio è cosa ben diversa; non mera relazione ottica, ma vero e proprio atto creativo che fa rifluire nella creatura la bontà del Creatore. Per questo motivo la frase del v. 2 che dichiara la terra 'non vista' da Dio è affermazione terribile che non può passare come mera descrizione.

Se dunque, sia l'uomo nella sua corporeità (fos), sia l'essere di fuoco\ luce (Fos),sono Visti da Dio come una cosa buona (1,4), non mi sembra lecito dubitare dì questa attestata bontà, e intendere la nostra essenza umana come qualcosa di negativo.

Proprio per questa solenne) reiterata e divina affermazione dì bontà, andrebbero rifiutati gli atteggiamenti pessimistici e lacrimosi ereditati dal giudaismo, e che purtroppo formano ancor oggi la comoda ossatura dì tanta predicazione.

Leggiamo ancora più avanti per cercare motivi di ottimismo:

"E fu sera e fu mattina: Giorno uno".

Rifletta il lettore che questa espressione, svenduta come formula puramente letteraria, si ripeterà fino al settimo giorno, per indicare che queste 'due modalità' (sera-mattino) sono una costante della storia sacra.

La 'sera' che allude alla 'tenebra', ed il 'mattino' che presuppone la 'luce' costituiscono due momenti connessi dell'evoluzione del creato. L'evoluzione dunque è qualcosa di unico che abbraccia tutto, anche se per vie distinte.

'Sera e Mattino' sono due espressioni parallele ed in qualche modo equivalenti, considerando che confluiscono pariteticamente in un 'Giorno' che le comprende entrambe.

Questo speciale Giorno (uno) è Gesù, uomo e Dio, tenebra e luce. Percorrendo in lui entrambe le strade (di oscurità o di chiarezza) l'uomo può diventare 'voce familiare di Dio' (Emera moi la).

Come al principio, anche alla fine vi sarà il Giorno del Signore. Quest'ultimo, inteso nella sua pienezza, indica la soluzione totale coincidente con l'atto iniziale che, come atto divino,è del tutto buono.

In esso, i santi che costituiscono il giorno godranno la visione beatifica di Dio padre; ma in esso troverà posto anche la notte del Signore, cioè il Giardino delle anime immortali, illuminato dal mistico 'Plenilunio' della passione di Gesù (7).

 

(7) Questa tematica viene successivamente simbolizzata nell'evento dell'elezione di Abramo (e poi in lui di un Gruppo di servi)' e nella parallela figura di Lot. La nostra espressione fissa sin dall'origine un principio fondamentale per intendere qualsivoglia forma di elezione: avanti a Dio nessuno è preferito; vi è solo qualcuno che si può mettere in evidenza (capo svelato di Paolo), ma solo perché serve gli altri.

 

In conclusione siamo stati sempre amati nella Oscurità e nella Luce, da Uomini e da Figli; perciò Giovanni attesta che Gesù, Avendoci amati (da uomini), ci amò sino alla perfezione (della divinità)'. Questo proprio è il divenire della vita creata.

 

II Giorno

 

La storia orizzontale del creato.

Esauritosi, ma solo letterariamente, il 'giorno uno', si apre un nuovo anello della spirale letteraria; il discorso si azzera e riprende da capo, esplicitando quanto già è stato annunciato in sintesi.

Chi comprende questo speciale meccanismo letterario sa allora che per quanti giorni seguiranno, nulla cambia dal lato di Dio: tutto è già perfetto nel Giorno Uno, quello del Signore. Al tempo stesso, che dal lato dell'uomo si articolerà una storia nella quale sarà descritta l'evoluzione della vita e dell'uomo, e la relazione che li lega al Creatore.

In particolare l'agiografo ritorna ora sul tema della struttura ontica dell'uomo, e sulle qualità del suo essere. Letterariamente egli riprende allora l'immagine dell'Acqua che simbolizza la vita creata da Dio.

Ciò posto, la verità annunciata in quello che chiamiamo 'II Giorno', è la seguente: le due dimensioni, quella della vita esistenziale, e quella ad essa superiore (si pensi allo stato animico), sono fra loro saldamente legate.

A garantire questo intimo collegamento è messo in scena una sagoma letteraria chiamata Firmamento (stereoma); è una cosa salda che non muta, e che costituisce il fondamento di quanto ad esso si collega.

L'acqua, simbolo della vita, nel distinguersi si salda in unità. Ne scaturisce così una teologia della unità dell'uomo che non è un corpo ed un'anima, ma una sola cosa in cui si possono distinguere questi due momenti.

Rifletta il lettore a come questa importante affermazione venga correntemente contraddetta, insegnando l'anima come un qualcosa di distinto, un quid che si possiede (ho un'anima), e non un livello immortale di coscienza dell'uomo (Sono un'anima). L'umanità comincerà veramente ad evolversi quando l'uomo invece di dire: 'Sono un corpo che ha un'anima' comincerà a credere di essere anima, e di transitare in un corpo.

Un secondo punto risulta illuminante: il firmamento, seppure nasce come tale, viene subito chiamato da Dio col nome di 'Cielo'. Che se ne deve dedurre?

Prima di dare risposta a questo quesito, invito il lettore a rilevare le contraddizioni che derivano da una lettura carnale dei testi biblici. Ed infatti se il Cielo era stato già creato a v .1 che senso bisognerà dare al firmamento che diventa 'cielo'? Siamo in presenza di una o di due creature?

Per me che ho eliminato a v. 1 il termine cielo, traducendo diversamente la frase: "Dio fece il cielo", la soluzione è più agevole. Infatti (ovviamente nei limiti di questa specifica lettura) ritengo che proprio ora (e non all'origine) nasce il Cielo.

Il Cielo allora non è una creatura iniziale, ma è una dimensione che si viene sviluppando nell'uomo e nel creato. In altre parole, all'inizio c'era la terra (che metaforicamente dice l'uomo), ed ora in essa si manifesta un punto fermo che Dio, con la sua nominazione, trasforma in cielo, cioè in qualcosa di elevato.

Si intravede così la storia evolutiva dell'uomo nella quale all'io mondano si sovrappone un io superiore; il Firmamento diventa Cielo.

Su un piano più ampio e generale, è possibile allora individuare nei due termini le connesse figure di Gesù (firmamento) e del Signore Gesù " (Cielo); ed inoltre, nella coincidenza dei due nomi, evidenziare quella unità che aderisce all'essere umano (costituito da realtà molteplici) quando è presente in lui l’Io di Cristo, cioè il 'Cielo del cielo' di Agostino (8).

 

(8) Alla luce di questa diversa lettura e senza presumere di concludere il tema, I'espressione evangelica "Regno dei cieli' (usata solo da Matteo) assume un significato specifico, Essa non  indica genericamente (come suoi dirsi) la dimensione divina, ma in particolare: l'unità (regno); la speciale forza (regalità) degli io umani giunti a livello animico (cieli) in quanto così nominati dal Dio incarnato. Altra cosa è il 'regno di Dio' che, a mio parere, allude alla dimensione dello Spirito.

 

Veniamo infine a v. 1,8: "E vide che era cosa buona". Qui lo scrittore rivela il compiacimento di Dio per la libera evoluzione attuata dal creato con l'esprimersi ed il personalizzarsi nel 'Grande Uomo', nell'essere di fuoco e luce che abbiamo già conosciuto nel primo anello della spirale letteraria del racconto.

In qualche modo, il discorso della evoluzione orizzontale del creato ancora una volta si è concluso, e può partire una nuova voluta con più grandi rivelazioni.

 

 

 

III Giorno

Un divenire teso all'unità

Veniamo così al cd. 'terzo Giorno' che rielabora i temi già trattati, approfondendoli sotto il profilo del divenire e della soluzione finale. Nella lettura corrente, che cerca nel testo la costruzione dell'universo materiale, qui si narrerebbe la formazione del mare, e l'emergere della terra dalle acque; e poi il suo coprirsi di vegetazione.

lo invece suggerisco al lettore di ricordare che l'acqua simbolizza la vita, e di dare al termine 'sunagoghè' il significato suo proprio, cioè quello di 'assemblea', e non intenderlo genericamente (vedi le traduzioni correnti) come 'raccolte' e quindi 'invasi'.

In pratica di osservare nel traslucido del racconto la storia dell'universo e dell'umanità, seguitando a leggere metaforicamente il testo.

E veniamo alla prima immagine; essa riprende quanto già esposto nella sezione precedente; l'acqua (cioè la vita) che è sottoposta al Firmamento, cioè sta in basso, si raccoglie in una unica 'assemblea'. La rivelazione mi sembra chiara: l'esistenza, costituita all'origine da una molteplicità informe (come informe è di per sè l'acqua) va considerata una cosa sola, ed alla sua consistenza unitaria essa deve ritornare. Il Calice eucaristico sarà l'icona conclusiva di tutto questo processo.

La via dell'evoluzione, avverte l'agiografo, deve passare attraverso la riscoperta dell'unità primigenia, distintasi in molteplici individualità (gocce). Deve sì giovarsi della distinzione in una pluralità di 'lo', ma anche coagularli in un solo grande 'lo' che diventi Anima del Creato, cioè sua struttura unitaria, dinamica e vivente.

Questo processo unificante deve avvenire nell'unità complessiva del tutto; perciò si attua 'in coerenza con il Firmamento' che rappresenta la saldatura dell'acqua bassa con quella dell'alto.

Fuor di metafora qui si avverte che ogni evoluzione individuale e sociale non può avvenire al di fuori della totalità (indicata dal cielo), nati e senza tener conto che lo scopo ultimo è la ricostituzione della unità elio primigenia. Essa va ricomposta (sunagoghè mia), ma col vantaggio di una guadagnata autocoscienza.

Rifletta il lettore all'importanza di questa precisazione. Essa svaluta ogni progresso umano che si muove in una ottica settoriale ed esalta la giustapposizione tra le varie manifestazioni del creato. Potremmo qui utilmente richiamare l'universo 'compartecipatorio' della fisica quantistica ed il Tao delle religioni orientali.

Come ora ho detto, il divenire che dall'unità primitiva porta a quella finale, passa attraverso la presa di coscienza delle singolarità (gocce d'acqua); esse debbono distinguersi per unirsi; debbono cioè passare attraverso una fase intermedia nella quale 'unità è distinta in sezioni. Ne scaturisce quel 'Sistema delle acque' (1,10), cioè una unità articolata e dinamica la quale merita di essere nominata da Dio. Chiamandolo 'Mare', Dio ne attesta la bontà ed il valore evolutivo.

Il testo rivela allora che la vita esistenziale (acqua) si costituirà in centri vitali multipli (es. famiglie), e che questo pluralismo è del tutto positivo, perché voluto da Dio (9).

 

(9) L'espressione 'sunagogai auton' va intesa non come: 'le loro raccolte' (mari, laghi etc), ma l'insieme ordinato della vibrazioni creative (Aute).

 

Ne scaturisce una visione dinamica dell'evoluzione; non una giustapposizione statica di cose morte, ma pluralità e ricchezza di centri vitali che, nella complessiva unità, raccolgono e sintetizzano le grandi spinte scaturite dall'atto creativo di Dio.

L'agiografo attesta così la bontà della molteplicità degli esseri umani, che sono altrettanti centri unificanti (assemblee) di forze e di tensioni che si originano dall'atto creativo di Dio, e al tempo stesso la bontà di ogni struttura sociale che realizzi questa unità.

Viene così rivelata la positività della umanità nella sua complessità istituzionale, quando, agganciata al Firmamento, essa tende all'unità e resta coordinata all'altra dimensione (quelle delle anime: acqua dell'alto).

 

 

Positività della materia

Se dunque la 'vita creata' che deriva dalla spinta creativa divina si è costituita in centri di individuazione; se essa si è fatta individuo e persona, allora, da creatura incomprensibile qual'era, essa diventa comprensibile, da invisibile si fa visibile.

La materialità non costituisce più una degradazione della vibrazione immateriale creata da Dio, non è la prigione dell'anima, ma lo strumento della sua piena realizzazione. Questo il significato teologico dell'evidenziarsi della terra prima nascosta nel fondo del mare.

Questa verità che ha bisogno di tante parole per essere comunicata, la si impara ogni momento nel grande catechismo dell'esistenza. Due esseri si incontrano e si amano, ma il loro amore, è una è fragile creatura immateriale, volatile, senza corpo e senza volto; tanto lieve che si dubita finanche della sua esistenza. Eppure, quando questo stesso amore immateriale si costruisce un Figlio, in esso proprio à trova un volto, un peso, una misura, una identificazione.

Parallelamente, la vita immateriale creata da Dio generò come figlio la materia e 1'uomo\corpo, e l'uomo divenne il volto e la coscienza della vita.

Questo proprio viene profetizzato dal 'ritirarsi delle acque' che causa l'emergere della terra arida. Un 'Ritirarsi', che in un primo momento sembra esigere il sacrificio di ciò che esiste perché ne possa nascere un'altra; ma, letto ottimisticamente, garantisce che l'anima immortale, da sempre nascosta nel fondo, si rivela proprio per effetto della concentrazione delle spinte vitali esistenziali. Essa è infatti un più alto firmamento: è il Cielo nominato da Dio.

La terra emersa si autentica così come l'insieme di tutte le spinte la vitali del creato; è il microcosmo che possiede il macrocosmo.

In conclusione, via via che questo ritirarsi produce una concentrazione progressiva, si evidenzia l'anima immortale, l'io corporativo. La terra non è che 'acqua condensata', è quel ghiaccio che evoca la morte, ma una morte che si rivela una autentica nascita.

 

Mi auguro che il lettore colga a questo punto il grande insegnamento nascosto in questo passo.

Ascesi non è un limarsi e lucidarsi per essere più belli, ma un concentrarsi in grumi di vita, perché appaia la trama ultima della Vita. Sperimentare una vita ascetica non equivale ad ammaestrarsi come un animale, ma piuttosto a far emergere la vita animica che è ricchezza di molteplicità e totale unità. Il fine della ascesi è manifestare l'anima.

L'anima dell'uomo è stata per troppo tempo oggetto di inutili discorsi da filosofi di salotto. Ricordo che, per passare il tempo, si suggeriva, come argomento ludico, l'immortalità dell'anima. Eppure, a ben guardare, l'uomo d'oggi ha nostalgia di questa sua dimensione adulta, e la cerca anche in modi falsi e per vie senza uscita. È questo il vero e grande 'segno dei tempi'.

Allora diremo pure che la ricerca batte vie errate; che i cibi apprestati sono volgari surrogati, ma volendo fare utile teologia, non sarà sufficiente analizzare e giudicare i modi e le soluzioni mondane, perché bisognerà farsi carico della fame che divora l'uomo. Essa si che è vera; essa si che è fruttuosa, come sta scritto: Chi cerca trova. Smettendo di impancarci a giudici, a chi va dal mago o dal psicanalista, a chi si applica a tecniche mentali o si riempie di droga, non offriremo la sola condanna (che pur va detta). Piuttosto ci renderemo conto che per questa via non esercitiamo alcuna: utile influenza su di essi.

Se la predicazione ecclesiale resta parola al vento, ciò dipende anche dal fatto che noi, per un malinteso senso di umiltà, rimpiccioliamo l'uomo in quell'abito di facoltà e potenze umane che sono tutte labili ed incontrollate. Eppure siamo nati dalle mani di Dio; eppure dell'umanità fa parte anche una certa 'Maria'.

Se la nostra predicazione perde di vista le esigenze dell'uomo, più astuti sono stati e sono 'i figli delle tenebre'.

La psicanalisi (per fare un esempio) ha saputo attrarre e conquistare gli esseri umani, dilatando l'uomo restituendogli la sua anima. Peccato che, chiamandola inconscio, e riempiendola di spazzatura, l'ha poi resa una pattumiera e un pozzo nero.

 

In conclusione, nel terzo giorno genesiato (che corrisponde a quello della resurrezione di Gesù) possiamo contemplare un uomo che cammina alla presenza di Dio; che viene Visto da lui, e per ciò stesso è.

Questa nuova situazione (visibilità) rappresenta il massimo delle potenzialità della vita creata, e la riscatta da quel 'non vista' che sembrava condannarla irreparabilmente al nulla. Essa viene resa dall'agiografo con il termine 'Ofte', cioè 'apparve', fu vista. Una innocua parola che, isolata dal contesto narrativo ed osservata, come si dice oggi sotto la moviola, costituisce un intero capitolo di teologia.

In conclusione, non viene descritta una emersione di tipo geografico, ma il nascere di qualcosa di nuovo, una novità che ha un aspetto di mortalità, ma è intrinsecamente perenne.

 

Ora faccia attenzione il lettore ai termini usati nel nostro testo per indicare la terra emersa. Scoprirà che quanto si fa vedere è cosa brutta in apparenza, (come Gesù 'verme della terra'), ma riceve un 'Nome' da Dio.

Si fa così vedere un che di morto, per cui risultava conveniente la parola 'arido' che rimanda alle ossa secche; ma questo quid non bello a vedersi è anche correlato a Dio. Dio nomina infatti 'Terra' (Ghe) quanto appare arido, e mostra, così facendo, di volersi riferire non alla mera materia, ma all'uomo che sta crescendo alla sua statura animica, partendo proprio dal suo corpo.

Stia allora attento il lettore e non svalutare questa speciale 'terra' di cui la Genesi ha già parlato nel versetto iniziale, perché il suo nome è nato dalla potenza creativa delle labbra di Dio.

Stia attento a distinguere, come fa Agostino, la 'terra che calpesta' da quella che 'si porta', e cioè il corpo materiale dell'uomo. Cominci a considerare il primo versetto come un 'Titolo' e non come esposizione di un evento.

 

Ma torniamo alla bontà. L'agiografo l'ha sapientemente nascosta nel particolare termine scelto. Egli poteva dire 'ga, da, za; era' etc, ma ha preferito il termine greco 'Ghe' che consente di intendere 'terra' in tutte le sue accezioni., ma anche: 'Invero è sua', 'Invero è lei'; ed ancora (nella forma 'Ghen'): 'Certo essa era' cioè viveva.

La 'Terra' (ora l'ho segnata con maiuscola) è allora metafora dell'Uomo adulto. Questi, giunto ad unificare in sé le spinte vitali, si accorge di essere un'anima perenne, anche mentre traversa la quotidianità materiale dell'esistenza, Un tema fondamentale questo che, nella predicazione corrente, si è disperso in mille rivoli.

 

La resurrezione del corpi

Non si conclude qui la rivelazione sulla vita, sintetizzata nel 3° giorno. Ora l'agiografo vuole adombrare un altro grande mistero, quello della resurrezione dei corpi, cioè della rivitalizzazione della storia. La storia può considerarsi infatti il corpo dell'uomo e dell'umanità.

Egli attesta che al compimento di tutto non c'è solo l'uomo individuo carnale, perché con il corpo transiteranno nella morte anche gli aspetti personali, cioè i momenti che lo hanno reso una storia. A questo alludono i 'Sustemata udaton', cioè le strutture organizzate della vita, richiamate dall'agiografo, e nominate 'Mare' da Dio in persona. Attesta che l'uomo escatologico (cioè degli ultimi tempi) raggiungerà la sua pienezza orizzontale, sia come individuo, sia come essere sociale, storia e persona. Una verità questa che rasserena di fronte alla morte. Nell'eone che segue ognuno di noi porterà in sé l'aridità del suo esistere come singolo, insieme a quanto seppe costruire e tessere, immergendosi nel molteplice del creato.

Che altro è l'umana esistenza, se non uno specialissimo ed irripetibile ricamo sulla trama della vita? Nel sesto giorno, ricapitolando questo tema, l'agiografo dirà infatti che 'Dio fece l'uomo maschile e femminile' (cioè individuo, e persona\storia) e, così formati, li benedisse, cioè garantì loro una perenne esistenza.

 

Come immaginare l'uomo escatologico? Raggiunto il limite massimo della specifica natura che Dio gli costituì nell'atto creativo, anche se recupera tutta intera la sua esistenzialità, l'uomo non può certo assomigliare sic et simpliciter alla sagoma di un comune mortale. Superato lo stadio dell'io e del noi, spogliatosi dell'ultimo sacco di pelle (corpo biologico), egli è ora qualcosa di diverso, un' Anima immortale.

Nel discorso corrente, riferendoci ai defunti noi parliamo di puri spiriti, di corpo incorruttibile, comunque di un qualcosa di diverso. Il lettore conosce bene questa problematica, dal momento che si sarà chiesto come saremo dopo morti, nella dimensione animica.

Che ne sarà della nostra storia, fatta di eventi, di persone e di cose? L'interrogativo mette in ansia noi, abituati ad avvertirci come Io Noi. Un oltretomba gelatinoso, amebico, svuotato di quelle tensioni vitali che hanno pur costituito il nostro essere mondano, senza dubbio ci spaventa.

Ciò dipende non poco dall'aver concepito l'anima come un alieno tutto diverso che abita in qualche recesso della nostra corporeità; che se ne sta lì a volte buono, a volte petulante; che esige "la renta del cinco por ciento interior" (P. Salinas), cioè l'interesse sui nostri investimenti vitali. Aver così concepito l'anima, svuota l'aspettativa a che questa nostra esistenza in qualche modo superi la distruzione della morte.

Di una cosa infatti non si può dubitare, e cioè che alla morte noi consegneremo insieme all'Io, anche la realtà personale; ed essa li divorerà entrambi. Dunque immaginarci dopo la morte come anime incorporee, ci fa sentire in qualche modo alieni e sconosciuti a noi stessi. Interviene allora,la reazione istintuale che ci fa temere l’ignoto ed il diverso. Lo SI può verificare in medicina: una cardiopatia, per grave che, sia, non spaventa come un cancro. La prima è una malattia che entra a far parte del nostro io, la seconda è un mostro che ci divora.

Per dare risposta a questi interrogativi, operiamo allora una le segmentazione: da una parte l'anima con i suoi imprescindibili li caratteri di alocalità ed atemporalità; dall'altro l'immagine sfocata di una improbabile rivitalizzazione dei corpi e della materia in generale.

Tuttavia, così facendo, i problemi si sommano ai problemi, sicché risulta più comodo battere in ritirata, passando dalla solita e comoda finestra dell'inconoscibile. La resurrezione dei corpi? È un Mistero.

Certamente il post mortem è un mistero; ma se la pienezza del mistero (Dio) si è rivelata a noi, perché mai non dovremmo individuare nella Scrittura un punto che illumini questa ben più ridotta oscurità?

Cercando in questa direzione, e non già nelle fantasie della mente, uno dei passi che può illuminare i nostri dubbi è proprio la finale del terzo giorno, nella parte che sembra raccontare il nascere del regno vegetale.

 

Il giardino di Edem

Nella lettura corrente il nascere dei vegetali viene naturalmente svalutato. Abituati infatti a graduare i tre regni, e a collocare quello vegetale al di sotto di quello animale, siamo come proiettati in avanti verso il V e VI Giorno, dove le bestie compaiono insieme all'uomo.

Il terzo giorno, con le sue opere 'vegetali', appare allora come una tappa da superare in fretta, un debito che l'autore doveva pagare alla completezza del suo racconto.

Ovviamente non c'è nulla da eccepire a chi vuole fare una lettura continua dell'esamerone, e cercarvi una sequenza cosmogonica; salvo forse la incomprensibile presenza delle stelle (comunque intese), che vengono stranamente collocate, nel loro sorgere, fra il regno vegetale e quello animale.

Ma se il lettore accetta il mio schema di lettura (3+ 1 +3), e l'ipotesi secondo cui i primi tre giorni narrano la storia della vita (quella non divina), l'evento narrato a conclusione del terzo giorno assume allora un significato del tutto nuovo. Esso profetizza l'uscita orizzontale del creato, la sua struttura escatologica, e quella dell'uomo che lo impersona.

 

"Produca la terra un prato di erbe e un albero.." (1,11). Così dice il testo corrente.

Seguendo la nostra ipotesi, non intenderemo l'ordine dato da Dio alla terra arida, come un semplice comando a trasformarsi da deserto in prato da golf. Cercheremo piuttosto il significato metaforico dell'immagine, per evidenziare quanto essa nasconde.

Noti allora il lettore che, ad un qualcosa di arido e morto, viene chiesto di fare un salto di qualità, di essere più di se stesso; di negare in qualche modo la propria struttura ontica (fatta di morta aridità).

La rivelazione sta proprio in questo rivolgersi di Dio ad un morto (terra arida) chiedendogli di concepire una vita. Un fatto paradossale che allude ad un salto ontico.

Strana proposta questa, che tra l'altro ha un antecedente nel mito di Iside, resa incinta dal seme di Osiride morto; e che riaffiora imperiosa nella tradizione cristiana che dal costato del morto Gesù fa uscire un fiume di vita che feconda il creato, e che ricorda la 'Molta erba' stranamente cresciuta in quel deserto dove Gesù compie il segno della moltiplicazione dei pani.

Chi non ha paura della mistica, troverà qui spazio per meditare che 'nulla è impossibile a Dio', sicché dal suo meno esistenziale può anche nascere un impensabile più.

 

Io suggerisco così di cercare il significato della rivelazione nella opposizione fra arido e verde, fra morte e vita, recuperandola come profezia dell'evento Cristo che, annunciato qui in termini ridotti, sarà sviluppato poi nel racconto del IV Giorno.

 

Rifletta allora il lettore sul fatto che la nascita di questo manto di vita (espresso in metafora vegetale) dipende sì dalla 'terra', ma è pur derivata da una consecuzione di azioni precedenti, consistenti, come abbiamo visto, nella distinzione, concentrazione e unificazione del mondo (i sistemi dell'acqua).

Dunque i punti genetici sono due: una terra disponibile ('iten' di v. l) ed un qualcosa che trascende la terra. La perfezione che ne consegue si va ad accodare alla pregressa dinamica evolutiva.

Chi medita il nostro passo può allora intendere:

-che l'evoluzione della vita, misurata in termini umani, consiste nella attuata tensione all'unità ed alla piena personalizzazione del creato (mare);

-che essa tocca il suo culmine nella 'terra' non intesa come corpo\materia, ma come anima immortale,

- che, affinché ciò accada, deve verificarsi un qualcosa di inaudito capace di liberare le potenzialità ultime del 'Cio che è' creato da Dio.

 

Riflettendo su questo terzo punto, comincia allora a delinearsi la causa e la modalità di quest'ultimo balzo in avanti della vita creata.

Perché essa sia anima vivente, deve intervenire il personaggio ricapitolatore che si nascondeva sotto gli abiti letterari del firmamento\Cielo, e che ora viene in scena sotto l'espressione 'kata genos' che io non traduco 'Secondo la specie', ma 'sottoposto all'Unico', cioè a Dio (kata g'Enos).

Questo singolare personaggio non crea le anime immortali, perché esse erano già potenzialmente presenti e nascoste nel fondo del creato, ma le risveglia per coagularle. Egli, come dice il Vangelo, è Voce che grida nel deserto, è Colui che sveglia; è la mistica Chioccia (Mt.23,37) che viene a riunire 'sotto le sue ali' quelle anime volatili, diventate per il loro egoismo animali da cortile (pulcini).

Si profila l'Uomo-Gesù, quel Redentore del creato che io considero l'oggetto principale del discorso dell'agiografo; egli che si vela anche sotto l'icona del Legno\albero.

 

Rifletta il lettore che l'invito divino riguarda sia il prato con la molteplicità delle sue erbe sia un singolo 'Legno' (Csulos) che dà uno speciale frutto.

 

È certo corretto intendere 'legno' per 'albero', ma il senso botanico non deve sviare dal significato eminente della metafora arborea. Il legno è a mio giudizio quello della Croce di Cristo, autentico albero della vita, intronizzato al centro del giardino delle anime.

Altrove torneremo su queste 'espressioni; qui sottolineo che la nuova realtà animica è anch'essa in qualche modo doppia: da una parte c'è la vita creata centrata sulle anime immortali (aiuola di verde erbe), e dall'altro c'è un 'legno'.

Questa immagine complessiva, espone una struttura dialettica (erba-legno) nella quale ciò che viene dopo (e cioè il legno), è il fondamento di ciò che precede (le erbe-anime). Il 'prato' cioè si 'sveglia', perché al centro è stato piantato l'albero della vita, con il suo specialissimo frutto.

Messe in luce queste correlazioni e queste metafore, comincia a formarsi una immagine che ritroveremo nel secondo racconto della creazione e cioè il Giardino di Edem al cui centro sta l'albero della Vita. Che altro è la Croce di Cristo, se non il legno piantato per dare frutti di' redenzione? (10).

 

(10)Noti il lettore che, se 'paradeisos' viene compitato 'para adei isos', dall'immagine vegetale si passa ad una dichiarazione di relazione. Traducendo liberamente si ha allora: 'Egli che si è fatto simile, che si è messo alla pari, (Dio Incarnato), stando vicino (facendosi cioè prossimo) eleva il suo sacro carme dt gloria ( canone eucaristico) ': Dunque il paradiso si identifica con il Corpo di Cristo, con l'assemblea eucaristica delle anime raccolte come erba e fiori intorno alla mensa di legno.

 

Intendendo così il nostro passo, esso descrive la conclusione della prima creazione. L'evoluzione è ormai perfetta: il 'Cio che è' uscito, all'inizio, dalle mani di Dio si personifica in ogni uomo\ anima (prato di molte erbe che Dante riprenderà nel suo Limbo), e trova poi la sua unità nell'anima del Cristo (unico Legno), autentico Paradiso Terrestre.

In 'Ciò che è' venuto ad esistenza per divino volere, trova unità nel Io di Cristo che è disponibile a traslarsi in ogni uomo che lo voglia autonomamente surrogare nel compito di ricapitolare l'universo.

Questa è allora la conclusione profetizzata: il destino di ogni uomo consiste nell'essere, egli in persona, tutto l'universo. La fine del mondo non sarà allora una catastrofe cosmica, ma un'anima che avrà imparato ad essere la totalità della vita creata, e saprà chinarsi di fronte al suo Creatore. Un'anima sottoposta all'Uno.

Se il Paradiso Terrestre coincide in qualche modo con l'anima dell'uomo, ogni uomo sarà, in quanto anima, il proprio paradiso terrestre, e lo troverà tanto bello e godibile, per quanto e per come lo avrà costruito.

Ogni uomo costruisce il suo paradiso se, incarnando in sè l’Io del Cristo, lo imita e si fa prossimo (Parà), e celebra la Parola di Vita (Adei), assimilandosi all'alto (Isos). In altre parole, assimilando a sé il creato durante il tempo fetale dell'anima, cioè questa esistenza corporea che va dalla nascita alla morte, l'uomo si assimila a Cristo. Questo Paradiso sarà allora veramente Terrestre non più nel senso banale del termine (cioè fatto di materia), ma perché 'totalmente umano'.

Proprio per sottolineare questi singolari profili, l'agiografo precisa che esso nasce da quella 'terra' che pure (non va dimenticato) era del tutto morta (arida).

Per chiarire meglio la mia ipotesi di lettura, ricordo al lettore che il Paradiso Terrestre è stato di fatto dimenticato, e viene spesso confuso con la Visione beatifìca di Dio, che è l'autentico paradiso dei figli di Dio. Quest'ultimo è però riservato alle sole anime Sante, e non a quelle semplicemente Benedette.

Recuperare questa distinzione significa fissare un punto scriminante che consente di rileggere in altri termini i misteri dell'inferno e del o purgatorio, e di ristrutturare ascetica e morale.

 

Comprendo che, giunto a questo punto, il lettore si potrà sentire frastornato dalla ipotesi che sto prospettando. Ma essa altro non è che l'assemblaggio di verità che tutti professano, evitando però di raccordarle in unità.

Ricordo inoltre che quel 'Limbo' o 'Terzo Luogo' di cui parlano alcuni Padri, corrisponde a quel Paradiso Terrestre (orizzontale) che ho prospettato; e che l'immortalità (che riguarda le anime), non va confusa con la divina eternità: di Dio e dei suoi santi, che è una eternità del tutto speciale,

 

A conclusione dirò che se la Vita fu creata da Dio fuori dello spazio e del tempo, essa per sua natura era non-mortale, e tale ritorna ad essere da anima. E ciò dopo aver superato questo segmento spazio-temporale dominato dalla morte, nel quale si è realizzata la sua gestazione.

 

A chi poi ama la letteratura, e non concede troppo al romanticismo, ricorderò che forse Padre Dante, da buon conoscitore dei segreti di questi passi biblici, esprime una identica teologia nella sua Commedia.

Affascinati dalla veste letteraria, noi dividiamo la Commedia in tre distinte cantiche. Non riflettiamo allora che la storia dell'uomo viene raccontata come un inferno \ purgatorio che si colloca a cavaliere di un 'Limbo' che funge da cerniera. Da esso. si può infatti degradare verso la distruzione totale (la Caina), o ascendere verso il 'Paradiso Terrestre' che costituisce il culmine del Purgatorio.

Per il creato, còlto nella sua orizzontalità, c'è, dice Dante, un autonomo e concluso cammino di sofferenza improduttiva (inferno), oppure un utile, seppur oneroso, servizio (purgatorio). Tutto si origina in una naturale e impregiudicata situazione iniziale (limbo col suo prato), e diventa poi perfetto, agganciato a Cristo, nella dimensione dell'anima immortale (paradiso terrestre). Totalmente a parte, egli colloca il vero Paradiso di Dio.

Non tre cantiche per esporre tre temi autonomi e paralleli; ma una riflessione sulle due strade e cioè la 'Via della morte' e quella della 'vita' già perfettamente delineate dalla Didachè.

 

IV Giorno

 

Come accadrà questo? Il Cristo

Giunti al Quarto Giorno, che funge da cerniera fra le due Vie, siamo ora invitati a meditare sul Cristo, Redentore del creato orizzontale, e Salvatore munifico di divinità; su Lui che è Paradiso Terrestre e Chiesa dei Santi, rispettivamente da realtà animica e da Verbo di Dio.

Il personaggio che si nasconde al fondo del nostro passo è Gesù, il Figlio per eccellenza; e 'figlio' in greco (Yios) comincia con la 'Y' che, in chiave simbolica, allude al 'Signore delle due Vie'.

Il primo dato, che permette di centrare subito il discorso in questa direzione è il seguente: nel Quarto Giorno ogni opera si situa all'interno del Firmamento del Cielo.

Questa espressione da cui deriva la misteriosa formula agostiniana 'Coelum Coeli', non va sottovalutata; essa infatti annuncia in forma criptica il mistero di Gesù, cerniera fra le due creazioni, quella che resta creaturale ed astranea a Dio, seppure a Lui sempre collegata; e quella divinizzata che aderisce a lui come figlio a Padre.

 

Riflettiamo con attenzione: l'agiografo voleva profetizzare che la duplice evoluzione del creato ha come suo ineliminabile asse un personaggio che ambivalentemente si muove nelle due dimensioni, quella esistenziale e quella divina: un vero uomo, e al tempo stesso un essere divino.

Per esporre questa singolare situazione lo scrittore si serve ancora dello strumento della Nominazione che permette di duplicare i soggetti. Ed infatti:

a) in un primo momento mette in scena il 'firmamento' che in quanto parte del creato, è relazionato al Ciò che è delle origini (v. 1), perché indichi la figura umana di Gesù, e ne esalti la funzione di Uomo Eminente che regge la creazione orizzontale;

b) in un secondo momento, 'nominandolo' Cielo, indica che egli possiede un altro Nome (cioè una diversa essenza) che supera ogni realtà (nome) creata. Egli è cioè un essere nuovo e divino.

Se il Cielo simbolizza così il Signore risorto, il Firmamento ne indica la perfetta umanità. Unità e duplicità trovano così la loro sintesi nella formula letteraria del doppio nome: Firmamento del Cielo;

Poiché, come dicevo, l'evento evolutivo nella sua complessità dipende dal personaggio preso nella sua totalità (uomo e Dio), egli usa allora l'espressione composta 'Firmamento del Cielo' che si potrebbe tradurre, fuor di metafora, il 'Gesù del Risorto', cioè l'umanità di Gesù che appartiene intimamente alla divinità (11).

 

 

Nel IV Giorno dunque, la rivelazione sull'evoluzione della vita, tocca il suo culmine e viene adombrata quella divinizzazione del creato che costituisce il 'Mistero nascosto' di Dio rivelato proprio da Gesù alla fine dei tempi, cioè della dimensione esistenziale che si può intendere in riferimento al singolo o all'intera umanità.  

Il fondamento di tutto (firmamento) è costituito dall'evento Cristo, che esprime la sua dimensione divino-mondana nella Chiesa sintesi della creazione.

Se prima l'uomo, realizzatosi come anima, sintetizzava, come spiga della terra, il creato nella sua persona animica, ora quanto è personalizzato nell'uomo può diventare divino.

Prima (via orizzontale) l'uomo coagulava il molteplice personalizzandolo nella sua anima; poi, il molteplice, fattosi uno nell'anima umana, diventa divino, cioè qualcosa di radicalmente diverso.

Prima, le vibrazioni creative trovavano la loro unità nell'uomo\anima fattosi servo di unità; ora questa unità subisce la trasformazione ontica della divinità.

Prima c'era una Anima benedetta; poi c'è il Santo, voce del creato ricapitolato e divinizzato per effetto della discesa dello Spirito Divino (incarnazione- pentecoste).

 

(11)Rifletta il lettore sulle traduzioni che ora abbiamo proposto e scoprirà allora che, se esse vanno strette a Gesù che non appartiene, ma è, il Risorto, si adattano perfettamente al cristiano che appartiene in senso stretto al Signore glorioso.

Che sia questo l'intendimento dell'autore lo si può ricavare dal fatto che la nostra formula è presente solo nel quarto giorno; si ripresenta nel quinto dove si riprende il tema delle anime; ma non compare nel sesto, laddove si rivela la divinità. In quel punto non c'è più il Firmanento (Gesù), ma solo il Cielo (il Signore glorioso),

Se l'Anima può chiamarsi 'Spiga della Terra', il Santo ha per nome 'Grappolo della Vite che sale al cielo'.

 

Il giardino, stato perfetto dell'esistenza

Questa articolata rivelazione viene espressa nel testo da una alchimizzata serie di eventi che ora cercheremo di analizzare e ricostruire.

Riprendendo il discorso precedente, per spiccare la nuova voluta della sua spirale letteraria, l'agiografo espone inizialmente gli elementi che caratterizzano lo stato perfetto dell'esistenza nell'icona del Giardino.

Chiarisce allora nella metafora botanica il suo costituirsi e le forme che assume.

Stia attento il lettore alla consecuzione delle forme verbali usate dall'agiografo, perché esse proprio suggeriscono il modo di sezionare il testo e di cogliervi due linee: quella della perfezione orizzontale e quella, per ora solo annunciata, della divinizzazione. Di quest'ultima tratterà infatti la finale del racconto, a completamento degli ultimi tre giorni (12).

 

 (12) I verbi sono:

a) 'Gignomai' che significa 'essere, diventare';

b) 'Istemi' che equivale a 'porre saldamente';

c)'poieo' che indica il 'fare' divino.

 

Chiarisce poi che l'evoluzione è orientata verso la stadio finale del creato (il giardino di cui prima si diceva), e lo identifica in una 'Luce\Fiamma', strettamente collegata alla sagoma 'Firmamento del Cielo'. In esso proprio Dio infatti dispone che vengano ad esistenza dei Luci\ Fiamme (Fosteres) che costituiscono la chiave interpretativa del nostro testo.

Nella traduzione corrente quest'ultimo termine (Fosteres) vien reso con 'luminari', con un implicito riferimento alle stelle. Ma, superato il livello cosmogonico, appare subito evidente che c'è un legame fonetico fra queste nuove realtà (fosteres), e quel 'Fos' dell'incipit che, in forma sintetica, lo annunciava come ultima tappa della evoluzione del creato (v. l,3).

In altre parole, con la consonanza (Fosteres, Fos) l'agiografo ci avverte che sta riprendendo il discorso dell'inizio, per svilupparlo articolatamente.

 

 

Infatti, passando dal singolare 'Fos' al plurale 'Fosteres' suggerisce alcune cose: .

a) che il personaggio conclusivo accennato all'origine (Fos), va collegato col Firmamento del Cielo che si riempie di Luci.

b) che quella 'luce\fuoco' è di natura celeste, cioè va riferita al mistero di Dio. .

c) che il personaggio che in 1,3 si presentava come solutore del tutto, ma solo al singolare (Fos), ha natura corporativa: pur restando cioè unico e solo, comprende molti soggetti.

In pratica, se è vero che tutta la creazione si risolverà in un solo grande uomo (Gesù), essa troverà parallelamente soluzione in ogni membro dell'umanità che, per puro dono, si sostituisce al Cristo, formandone al tempo stesso il corpo ecclesiale.

d) che infine l'anima immortale guadagnerà una Essenza di Fuoco e Luce; metafore quest'ultime di un continuo divenire (fuoco) e di una pienezza di coscienza (luce) che sono caratteristiche proprie della divinità.

 

Lo statuto degli esseri escatologici

Riaffermata una fine del mondo costituita non da un evento, ma da una persona (prima conclusione), il testo delinea lo statuto degli uomini escatologici la cui essenza è 'fuoco e luce'.

Esso si articola su tre punti:

A) il primo di essi è connaturato a questi uomini;

- in altre parole l’anima nasce per costituire una chiarezza (eis fausin) di dialogo con

Dio creatore ( vedi II Storia) che investe tutto l'uomo (Ghe). Leggo così il testo:

[14]"Vi siano Luci\Fuochi nel Firmamento del Cielo volti a dare chiarezza alla Terra; per conversare familiarmente nelle cose divine del Cristo, collocati come punto di mediazione sia del 'Giorno' che della 'Notte"' .

E fuor di metafora comprendo:

" Le anime, ardenti e luminose in Cristo, illuminino l'uomo, perché possa dialogare intimamente con il Cristo quanto alle sue realtà divine, ponendosi come mediazione tra chiarezza e oscurità del suo essere" (13).

 

(13) Computo diversamente “ …tou dia X orizein…”

 

Non sfuggirà al lettore l'assonanza fra questo passo ed i testi dèl Nuovo Testamento, dove si ricorda un Gesù che dialoga con i 'dottori' (anime) nel tempio; e un Risorto che, per 40 giorni dopo la sua resurrezione, parla familiarmente con i discepoli sulle verità del Regno di Dio (e non 'dei cieli').

Questi passi, salvati dalla banalizzazione cronachistica nella quale sono stati annegati, sono autentica rivelazione del mistero del Paradiso terrestre. Ricordi poi il lettore che solo nella seconda storia il creato, e quindi l'uomo, iniziano a parlare con Dio; e come ciò avviene proprio nel Giardino di Edem.

 

B> Alla traduzione che ora ho dato, posso aggiungere una variante della parte finale che risulta grandemente illuminante; essa infatti chiarisce che l'anima costituisce l'unità di un mondo e di un uomo dimidiati, se e quando si fa obbediente alla Voce divina; se e quando la meta della sua tensione vitale è la persona stessa di Dio, il Vivente. .

Infatti, invece di tradurre: "Come punto di mediazione del giorno e della notte", leggo:

[14]"...stando al di sopra di una materia divisa in due, in obbedienza alla Voce, insieme rivolti al Vivente".

Quest'ultima traduzione ci aiuta a comprendere il secondo stadio dello statuto ontico dell'anima. È un qualcosa che viene fissato stabilmente da Dio (estosan), ed è costituito da una attività sacramentale svolta a vantaggio del tutto. Il testo chiarisce infatti le modalità e le forme di questa naturale disposizione dell'anima a illuminare tutto l'uomo.

 

Per intendere meglio il nostro passo, ripresi i versetti precedenti, sarà utile operarne una ricompitazione che evidenzi un fatto che ci tocca ancor oggi direttamente.

La funzione di illuminare, suggerisce l'agiografo, è strettamente connessa alla testimonianza. Il vero annunciatore, il vero pacificatore e mediatore è colui che si fa sacramento di ciò che annuncia. L'anima non è il Genio della Lampada, ma qualcosa che deve manifestarsi perché chi ancora non 1'ha scoperta si possa accorgere di essa.

Le anime adulte devono dunque mostrare che esiste uno spazio dell'anima; devono cioè predicarsi attualmente come 'Paradiso Terrestre'; devono manifestare la loro beatitudine.

Questo proprio cerca chi si accosta ad un uomo di Dio. Stanco delle limitazioni derivanti dalla piccolezza del suo Io \ Noi, di una esistenza grama che non soddisfa il suo ancestrale bisogno di grandezza (siamo pur usciti dalle mani di Dio); insaziato dai mille surrogati con i quali cerca di vitalizzare la propria esistenza, l'uomo di oggi cerca disperatamente la sua Anima.

Egli chiede di passare dal naturale all'iper-naturale e corre dovunque ne può contemplare una manifestazione; dovunque può ammirare un'anima che opera e si manifesta; dovunque si attui un fenomeno che sia espressione dell'Iper-naturale, cioè un miracolo.

 

Ma veniamo al testo, riprendendo uno stico (14) che abbiamo sopra ritradotto in diversa maniera. Esso, rivolgendosi agli uomini escatologici dice:

[14]"Stando al di sopra di una esistenzialità separata, in obbedienza alla Voce, insieme rivolti al Vivente, essi stiano allora come sacramenti della sua oscurità, come esseri totalmente sottoposti al divino influsso, come veste della materia, e come esseri del Solstizio." (14).

 

(14) Compito: "Ana mes on tes em-erds ka Ian ama es Onta, es nuktos kai estosan eis semeia, kai eis ka irous, kai eis em'eras, kai eis Eniautous".

 

Lo statuto operativo dell'anima immortale diventa ora evidente, Essa deve restare collegata alla corporeità dell'uomo, che è realtà divisa in 'Io' e 'Noi', per salvare, unificandola, la storia mondana in una resurrezione dei corpi.

La regola dell'agire consiste nell'obbedienza alla grande Voce creativa di Dio, cioè all'essenza del creato, così come voluta dal Creatore; nell'essere insieme nel Cristo; nel tendere infine alla vita di cui il Vivente è origine e sostegno.

L'anima, che è luce e fuoco, non può 'mettersi sotto il moggio', rif1ettere cioè su se stessa la propria luce, come l'uomo ricco che fece un grande raccolto. Né può riscaldarsi da sola al proprio fuoco, perché è stata fatta per mostrare in forma sempre più evidente il Dio nascosto, quella 'Tenebra' cioè che stava in alto sulla creazione. Ricorderei Simone che si riscalda nel cortile del Sommo Sacerdote.

Altra cosa è il Dio svelato; esso appartiene ai Santi che hanno ricevuto il dono dello Spirito divino. 'Parakletos' (il Paraclito cioè lo Spirito), se compitato 'Pa ra kletos' dice proprio: 'Il Padre è ora svelato'.

In conclusione potremmo arrivare a dire che l'anima sussiste se si fa sacramento di Dio, se resta sempre sotto il suo divino influsso, se, come gli uomini del sepolcro, si manifesta nimbata della luce del grande e mistico Solstizio di quel Sole sorgente dall'alto che simbolizza il Verbo incarnato.

 

C) Il terzo momento dello statuto dell'uomo escatologico, non si ricava agevolmente dalla traduzione corrente del versetto 15. A prima vista quest'ultimo appare infatti come una ripetizione di quanto detto nella prima parte del v. 14: 'Gli esseri di luce, stando nel Firmamento del Cielo, illuminino la terra'.

Una ricompitazione del testo consente invece di scoprire in queste brevi espressioni le qualità della vita delle anime. Vi leggo infatti (v.15):

"E la Luna stia come luce nel Firmamento del Cielo. Ed accadde così perché essi brillassero sulla terra" (15).

 

(15) Compito: "Kai esto San."

 

Il giardino di Edem, il paradiso terrestre, l'anima che si è fatta sintesi del creato, non è illuminata direttamente dal Sole di Dio, ma dalla Luna, cioè da una fonte più ridotta di luce.

Qui l'agiografo chiarisce che l'uscita orizzontale del creato sta alla sua divinizzazione come la Luna sta al Sole. Una situazione dunque di beatitudine ipernaturale, che ovviamente non va confusa con l'inimmaginabile pienezza soprannaturale della divinità.

 

Si giunge così alla conclusione dell’opera nelle mani stesse del Creatore. Dio in persona 'fece' infatti due realtà di luce e fuoco, entrambe dotate di enorme grandezza, seppure di grado diverso, e le correlò rispettivamente alla notte ed al giorno. Fece inoltre delle 'fiamme' che, situate nel 'firmamento del Cielo', illuminano e guidano la terra.

 

Come intendere questo complesso di operazioni?

Nei due corpi di luce intravedo il Gesù della Carne e il Signore Risorto. Intuisco poi, che vi saranno due economie e due soluzioni alla creazione.

Nella prima di esse (indicata nella metafora della notte) il Mistero di Dio resterà velato, sicché l'illuminazione delle anime non sarà completa (Luna-Chiesa eucaristica). Nella seconda, riferita allo Spirito che penetra nel mistero di Dio, la luce sarà totale. La metafora del Giorno e del Sole serve così ad indicare l'uscita nella divinità e quindi la 'Visione beatifica'.

Vi sono poi 'Fuochi\stelle' (Asteres), nei quali (con l'ausilio di altri passi della scrittura), è possibile individuare i Santi, cioè gli uomini divinizzati. Essi, proprio per aver acquistato la divinità godono di una inimmaginabile autonomia.

La loro funzione consisterà nell'illuminare l'uomo esistenziale, nel guidarlo, nel favorire il colloquio sulle cose divine.

Il rapporto fra le due economie viene qui impostato in termini di dinamico e vitale servizio. La più alta santità si piegherà sulla più bassa immortalità per una continua attivazione. Dunque la divinizzazione dell'uomo (visione beatifica) va intesa in termini vitali, a somiglianza dell'intronizzazione del Cristo alla destra del Padre che si risolve per noi nell'invio dello Spirito.

La Contemplazione di Dio che ordinariamente suscita in noi languide immagini di esseri in poltrona che muovono solo gli occhi, si rivela come un Vivere e fare vivere, come un continuo operare nella creazione. Non a caso la Chiesa predica la intercessione dei santi e suggerisce di lasciarci guidare da essi.

 

 

 

 

V e VI Giorno

 

L’anima immortale e la divinità

Con le immagini che ora abbiamo meditato, l'agiografo ha operato una superba sintesi. Ha chiarito che l'evento Cristo è il momento cerniera di tutta l'evoluzione del creato; ha esposto brevemente lo statuto dell'anima immortale che, risvegliatasi, prende coscienza della sua funzione di sintesi dell'universo, e si apre alla Santità, lasciandosi ricreare dallo Spirito.

Ora, egli riapre il discorso e, ripartendo dall'origine, spiega come si giunge alla divinizzazione del creato, nell'uomo. Questo tema sarà ripreso nella seconda storia, che si svolge proprio nel giardino. La seconda storia costituirà così una ulteriore e più ampia voluta della spirale letteraria del nostro racconto.

Per consentire ad un lettore superficiale di leggere il discorso dei secondi tre giorni come prosecuzione di quanto precede, lo scrittore si serve di termini già utilizzati. Sentendo così parlare di acqua e terra, il lettore (che non vuole vedere) ha l'impressione di continuare a muoversi in una sequenza continua.

Io ho già chiarito che questo depliant è ingannevole quando è tutto aperto, ma rivela le sue profondità se viene esaminato pagina per pagina. .

Con questa tecnica cercheremo ora di leggere gli ultimi tre giorni. Sappia allora il lettore che, seppur articolati sulle immagini di 'acqua e terra' (cioè sull'uomo esistenziale), quanto in essi è descritto si muove sulla spinta del 'fuoco', (mostratosi nel IV Giorno). Gli ultimi tre Giorni narrano così un qualcosa di antico e di nuovo e cioè l’Anima immortale, e il Soffio dello Spirito.

 

Avviene allora che mentre nella prima sezione il divenire partiva dal basso (creato) e saliva verso l'alto, qui esso si origina direttamente dal livello alto dell'anima. E perché il lettore non pensi che l'evoluzione dei primi tre giorni si sia perduta, nello spiegare la divinizzazione dell'uomo, l'agiografo ricorda che prima dell'anima esiste una animalità (io-Noi) e una materialità che non debbono andare perdute.

La divinizzazione riguarda dunque l'uomo nella sua totalità, compresa anche quella materia che costituisce il suo corpo e la sua storia. Essa, come dice Paolo, geme nell'attesa della piena manifestazione dell'uomo, e nell'uomo di carne leva alto il capo verso la gloria futura (Rom X).

Chiarito questo, se il lettore legge i nostri testi, sezione per sezione, non avrà difficoltà a ripartire da zero. Ritroverà allora nel Quinto Giorno e nella prima sezione del Sesto, una rivelazione totale dell'uomo, a partire dal suo essere individuo e persona..

Ricordi il lettore che i Giorni del racconto sono entità letterariamente autonome; e che ognuna di esse, in grado diverso, esplicita tutto il mistero del creato e dell'uomo. È sufficiente allora meditare anche un solo Giorno per conoscere l'intera rivelazione. Una uguale tecnica è stata usata dagli evangelisti.

 

Riflettiamo sulle opere del V e VI Giorno, che precedono l'evento conclusivo e cioè la nascita dell'Uomo perfetto, considerandole in forma unitaria, cioè come un unico blocco.

Esso si mostra costruito in due sezioni ben distinte: nella prima (V giorno) soggetto sono le 'acque'; nella seconda (1° parte del VI) è invece la 'Terra'.

 

Il senso è a mio giudizio il seguente:

 

a) Quinto Giorno: l'informe molteplice delle origini, simbolizzato dalle molte acque, a loro volta composte da infinite gocce, costruisce la prima realtà unitaria, e cioè il corpo umano.

A quest'ultima si connette un principio vitale immateriale, dinamico ed unificante (chiamiamolo: prima anima). È 1'Io individuale che ambivalentemente, se si rende corporativo potrà costituire la gloria unitiva del creato; oppure, se si chiude in se stesso, il totale impoverimento dell'universo vitale.

Successivamente, avanzano verso la immaterialità, si opera uno scatto di qualità e dall'Io individuale si passa al Noi della persona e della socialità. Questa è la II anima.

Infine, come terzo principio immateriale, emerge l'anima immortale (III) che tuttavia, come le due precedenti, deriva sempre dall'iniziale atto creativo di Dio.

In questo modo al naturale segue l'iper-naturale. E, perché risulti chiaro che questa evoluzione ha esaurito tutte le potenzialità della creaturalità, e che va considerata buona in ogni suo stato, segue una benedizione divina rivolta alla totalità dell'uomo, ricco di tutte e tre le sue anime.

 

b) Sesto Giorno: l'uomo “individuo \ persona \Anima" che viene chiamato 'Terra' (Ghe: nome dato da Dio), è invitato a compiere il salto di qualità, identificandosi con una Quarta Anima.

A differenza delle prime tre, essa non rappresenta però l'espressione ultima della spinta divina iniziale, ma un che di nuovo, un dono alieno che il Creatore offre alla sua creatura giunta alla pienezza animica .

 

Narrato così, questo processo sembra pacifico e lineare. In esso l'uomo dovrebbe inserirsi con gioia, passando continuamente dal meno al più. Ma in realtà solo nella persona di Maria tutto avanza in un cammino di progressive pienezze. .

Quanto a noi uomini, nasce un impedimento che scaturisce dal1'Io il quale non tollera di essere sopravanzato. Egli è tentato (e quindi tenta) ad autoaffermarsi, anche a prezzo della divinità che gli viene offerta. Nella seconda storia, quella del Giardino, l'io umano assumerà le vesti del Serpente tentatore.

In ultima analisi, dice l'agiografo, il rifiuto dell'uomo deriva dalla diversità dello stato divino che gli viene proposto. L'uomo ha paura della santità.

Proprio in quanto si tratta di qualcosa di nuovo, non iscritto nella vita creata da Dio, la divinità viene colta dall'anima immortale, ma ancor più dall'Io e dal Noi, come cosa terribile, da temere, perché distruttiva di ciò che fa esistere.

Nella seconda storia l'agiografo chiarirà come ciò avviene. L'io (serpente) convincerà il 'Noi' (persona), espresso nella icona femminile, a restare 'per sé', ad autoaffermarsi. Il 'Noi' umano si sentirà allora realizzato nella sua ampiezza storica e si illuderà di potere far a meno del suo creatore.

In conclusione, l'uomo teme da sempre la divinità perché in essa si sente annientato per come è. Questa era la paura che tratteneva gli eletti dal salire sul monte della teofania.

La quarta anima non solo è viva, come la terza, ma è anche vivificante: è Soffio dello Spirito divino.

 

Come già sappiamo dal racconto del IV Giorno, per ottenere questo Soffio deve verificarsi un evento eccezionale: la venuta del Cristo. L'agiografo lo fa intendere nella seconda parte del VI Giorno, opponendo alla pluralità degli uomini ("Maschile femminile li fece") la singolarità di 'un uomo' (Antropos) che ambivalentemente è Signore della terza e della quarta anima.

Inoltre, per avvertire il lettore della totale novità dell'evento profetizzato (divinizzazione), l'operato della terra non viene benedetto da Dio, così come era accaduto perle opere compiute dalle acque del mare.

La benedizione non ha motivo di esistere perché il Soffio dello Spirito divino è per sua stessa natura tutto santo. Dio non può benedire Dio!

Poiché tutto questo processo dipende da quello specialissimo soggetto già annunciato nel IV Giorno, l'agiografo inserisce nel VI giorno la creazione dell'Uomo speciale, l'Ecce homo di Pilato, e cioè il divino Gesù.

In Lui Dio eleva alla statura divina ogni piccolo essere della terra, se esso, facendo getto delle sue tre anime, non teme di perdersi nelle braccia di Dio, seguendo l'esempio del Cristo della croce: “Padre nelle tue mani metto la mia anima”. Allora, da Lui in persona, riceve il Soffio della divinità.

Chi, prodigo della vita ricevuta, uomo dalle mani bucate, si presenta al Creatore chiedendo di restare servo qual'é, ritrova in lui un padre e si sente chiamare con un nome nuovo: Figlio!

Il Gesù dell'ora dell'orto, coperto come un morto di trombi di sangue (e non già di gocce), mistico grappolo d'uva, non invoca di sfuggire alla passione, come correntemente si predica. Egli chiede qualcosa di inaudito che perciò affida alla scelta della divina Maestà. Chiede che il Calice della comunione divina, quello proprio della quarta anima, sia imbandito dopo di lui per tutti gli uomini.

Nell'Orlo, cioè nel giardino delle anime immortali, concludendo la sua vita umana, lascia eredi della divinità tutti gli uomini che si svegliano alla dimensione animica. Perciò dice loro: "Svegliatevi, alzatevi, andiamo!".

 

 

Quinto Giorno

 

Una puntualizzazione

Dopo aver riassunto quanto congiuntamente vien rivelato nel V e VI giorno, esamineremo ora più attentamente le opere del V, ricordando ancora al lettore che il discorso ricomincia sempre da zero, in obbedienza a quella tecnica letteraria che abbiamo chiamato a spirale.

Ritorniamo dunque a rileggere i primi versetti, evitando però di considerare equivalenti tra loro, la consecuzione delle proposizioni, ed il susseguirsi degli atti creativi.

Come ho già detto (Q. 7 ed 8) il primo versetto può infatti intendersi come il 'Titolo' del racconto e non come il primo atto della creazione; a loro volta i vv. 1-3 come un sommario dell'intera vicenda creativa..

 

In questa ottica, prima ancora di cielo e terra (espressione che abbiamo tradotto diversamente), c'era l'acqua cioè la Vita e c'era la Terra, cioè il principio cosciente, l'uomo.

 

Rifletta il lettore ad alcune cose:

a) che il cielo e la terra che sembrano le realtà primigenie sono poi create (nominate) da Dio nel Il e III (vv. 8 e 10);

b) che l'acqua, su cui si muove lo Spirito, sembra saltare fuori senza un esplicito atto creativo;

c) che la presenza divina si articola in un 'Principio' (Archè), in una 'Mistero tenebroso' (Skotos), ed infine nello 'Spirito' (Pneuma).

 

Nella lettura che propongo, e che si assimila alla cosmogonia babilonese, l'acqua è essa proprio, quel 'Ciò che è' (On) creato da Dio all'origine e che ha per sua legge tornare a Lui (Ouran on). Dio creò all'origine l'Acqua \vita che potrà diventare alla fine Acqua \Viva che zampilla alla divinità (16).

 

16) Nelle culture antiche, Acqua, Terra, Aria e Fuoco erano considerati come i quattro elementi del mondo, Essi sono qui tutti presenti; l'aria è detta 'soffio' (pneuma), ed il fuoco è chiamato 'Luce', Nell'antichità la luce proveniva solo dalla fiamma,

 

Sul creato, che è ad un tempo acqua\vita e principio di individuazione costituito dalla corpuscolarità (terra); su di esso che è stato originato dal 'Principio'; su di esso sul quale ha regnato il Mistero nascosto di Dio (Tenebra); si di esso si attuerà alla fine l'azione dello Spirito.

Se dunque l'atto originante è opera dell'Archè (Principio, Verbo), sarà compito dello Spirito portare aperfezione l'opera, intervenendo non sulla materia, bensì sul momento vitale e cioè l'acqua (17).

 

(17) Se si leggono congiuntamente il primo e l'ultimo versetto della prima storia (1,1. e 2,3) si nota che all'origine il soggetto è l'Archè ed alla fine è l'On (con omega, cioè il Vivente). L'agiografo ha centrato le due espressioni sul termine 'Dio' e sull'azione del 'fare'. Restano così evidenziati i due soggetti che progressivamente portano a compimento il piano di Dio. Noti il lettore come nel termine 'Ercsato' si nasconde la parole 'Archè'.

 

In pratica, il cammino verso la pienezza della natura (storia esistenziale) e dell'iper natura (anime), ed il salto nella divinità ha come referente la vita (acqua), La 'Terra' ha un suo importantissimo ruolo, in quanto principio di individuazione (io, noi, anima). Questo ruolo non deve comunque separarla dalla Vita. Ed infatti la terra è in qualche modo 'acqua', perché da essa emerge. L'Arido uscì dal mare.

 

L'uomo esistenziale

Fatta questa premessa, il dinamismo descritto dall'agiografo diventa conseguente.

Ed infatti, dalle acque, metafora delle Grandi Vibrazioni viventi uscite dalle mani di Dio, scaturiscono dei principi vitali volatili, supportati e quindi strettamente connessi ad un corpo materiale. Lo scrittore dice (v. 20):

"Producano le acque esseri legati alla materia (striscianti) che appartengano ad Anime capaci di produrre anche elementi 'volatili' in grado di sollevarsi sopra la terra, in obbedienza al 'Firmamento del Cielo'".

Non sfuggirà al lettore che, nel descrivere la nascita dell'uomo (esseri), l'accento vien posto non sul corpo biologico (parte strisciante), ma sul suo principio unificante, sulla prima anima (volatile) costituita dalla coscienza dell'Io.

Si precisano ancora due cose:

- che il tutto deve avvenire in obbedienza al grande piano di Dio (metafòricamente espresso nel Firmamento del Cielo);

- che la coscienza dell'uomo deve saper produrre un mondo immateriale (elemento volatile) capace di sollevarsi oltre il corpo che striscia.

 

L 'evoluzione dunque è connessa alla parte immateriale (ma non solo quella mentale) dell'essere che sta nascendo.

Avvenuto ciò, il momento successivo appartiene direttamente a Dio. Nel testo giungiamo così ai vv. 20-23 che descrivono le opere del V Giorno.

Per comprendere più a fondo quest'ultimo passo (vv. 20-23), è necessario ricompitarlo, cambiandone la punteggiatura ed a volte la divisione in parole. Solo così diventeranno evidenti e dirette alcune affermazioni fondamentali in esso contenute.

Perché il lettore possa apprezzare la differenza tra la traduzione che gli proporrò e quella che egli è abituato ad ascoltare, riporterò integralmente quest'ultima, traendola dalla Bibbia delle Paoline.

Quest'ultima, come tutte quelle correnti, dice di tradurlo dal testo ebraico (masoretico del 100 d.C.). In pratica però, non avendo libertà di muoversi in una lingua senza riscontri, come è quella ebraica, non legge, ma ripete il senso tramandato dalla tradizione orale.

Ecco il testo corrente (vv. 20-23):

"Poi disse Dio: brulichino le acque di una moltitudine di esseri viventi, e volino gli uccelli al di sopra della terra in faccia al firmamento del cielo. Così Dio creò i grandi animali acquatici e tutti gli esseri viventi che si muovono e di cui brulicano le acque, secondo la loro specie, e tutti i volatili secondo la loro specie. Ed egli vide che ciò era buono. E Iddio li benedisse dicendo: Prolificate, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari: e si moltiplichino pure gli uccelli sopra la terra. Di nuovo fu sera, poi fu mattina, quinto giorno."

 

Il testo greco (LXX), ad una prima lettura, è grosso modo identico, ma a differenza di quello ebraico, che è inchiodato nel suo significato, consente una varietà di letture.

Fra queste, ne proporrò una che non espone la storia delle specie animali, ma la prima fase dell'evoluzione della vita (18).

 

(18) Qualche particolarità del testo greco:

a) non usa la parola 'uccelli', e si serve di una espressione genetica: 'cose volatili che volano', e un termine 'peteina' usato dagli epici;

b) non fa cenno ad una creazione dei pesci; infatti, l'espressione "E tutti gli esseri viventi che si muovono e di cui brulicano le acque" che sembra alludere a questa creazione, nel testo greco diventa: "E tutta l'anima degli animali striscianti che le acque produssero".

 

Ecco i vv, 20-23 nella mia ricompitazione:

"E Dio disse: Le 'acque' producano:

a) corpi legati alla terra, che si evolvono, appartenenti ad 'anime vive';

b) 'realtà volatili'.

Ma le 'realtà volatili' dominano la terra, opponendosi al Firmamento del Cielo. Questo (purtroppo) si verificò.

Dio allora apprestò i Grandi Rimedi:

a> ogni anima che si salda ai corpi, legati alla materia, ed in evoluzione, prodotti dalle 'acque'; essa (Anima) è correlata alle specifiche caratteristiche delle 'Vibrazioni Creative';

b> ogni realtà 'volatile' che sollevandosi dalla terra si orienta all'Uno.

E su di esse Dio fissò il suo sguardo, perché erano cose buone.

E Dio le benedisse dicendo:

a> crescete fino a raggiungere la vostra pienezza, fino ad essere perfette;

b> le impetuose 'Realtà Volatili' ristrutturino le 'acque'. Sopra la terra vi fu una cadente oscurità, ma all'Alba la sua creazione fu liberata dalle cadute" (19),

 

(19) Ho diversamente punteggiato ed ho risolto diversamente alcuni fonemi: 'Ta kete' di- venta 'Ta ake te'; 'Genos' diventa 'ge Enos'; 'Emera pempte' diventa 'E moi era apo empte'. Inoltre ho interpretato 'Erpetos' sia nel senso di 'striscianti',cioè di esseri legati alla terra, sia nel senso di esseri in evoluzione (Erpo inteso come avanzare).

 

Lo schema del discorso si fa allora chiaro, L'ordine creativo di Dio viene rivolto all'Acqua che metaforicamente equivale alle spinte creative di Dio (Aute), Si evolva dunque la vita costruendo i 'Corpi', cioè le realtà biologiche che si connetteranno alle anime, cioè ai centri di individuazione dinamici che di ogni corpo fanno un essere vivente (intendi: io, noi),

La seconda fase dell'evoluzione prevede allora la formazione delle due prime 'anime' e cioè l'Io ed il 'Noi'; sono questi i due centri vitali impalpabili che l'autore esprime attraverso la metafora del 'volatile' (20).

 

 (20)Non a caso l'iconografia delle culture antiche presenta le anime come uccelli (si pensi anche alle omeriche 'arpie'); non a caso la figura del Serafino è costituita da un essere strisciante (cioè un serpente) munito di 'tre' coppie di ali, sicché esso è icona dell'uomo divinizzato che porta con sé le sue tre anime di uomo esistenziale e animico.

 

Sono nati in tal modo gli uomini esistenziali dotati di una propria " autonomia; ma, avverte l'agiografo, con l'autonomia prende anche forma il 'rifiuto' a far evolve re la vita. La conclusione è comunque ottimistica. Ed infatti, non solo Dio guarda il creato così formato rendendolo cosa buona, ma il tutto viene inquadrato nel mistero di Cristo.

Per intendere quest'ultima affermazione, rifletta il lettore alla profezia in essa contenuta. "E fu sera e fu mattino" non costituisce una banale indicazione temporale. Ambivalentemente essa allude, sia ai due stipiti della 'Grande Porta' che è il Cristo, sia al rifiuto dell'uomo.

Ed infatti, sera indica la passione e mattino annuncia la resurrezione. Il Vangelo usa spesso, nello stesso senso, queste due notazioni temporali; e la Chiesa autentica la mia lettura quando afferma che in Cristo (sera-mattino) noi fummo creati; ed in lui ancora, inteso come Giorno, saremo ricapitolati. Il senso negativo che abbiamo reso con la frase "Sulla terra vi fu una cadente oscurità " (si pensi alla croce), resta superata dall'altra: "Ma all'alba la sua creazione fu liberata dalle cadute".

 

 

 

Libertà e rlfluto

L'uomo ha dunque una sua autonomia; su di essa il lettore deve fissare la propria attenzione. Infatti, se per un verso l'autonomia costituisce un decisivo progresso nell'autocoscienza della vita creata, per l'altro può rappresentare il momento del fallimento del creato.

Dall'autonomia che Dio concede al suo creato, nasce infatti quel rifiuto nel quale l'uomo crede di affermare la propria libertà, ed invece da inizio ad una autodistruzione.

Il racconto rispecchia così un evento quotidianamente sperimentato: il bambino è un corpo di per sé buono; eppure, appena esso si dota di un proprio Io, esprime spesso il primo atto di autonomia in un secco e reiterato 'No'.

Questo 'No' infantile è sacramento del cd. Peccato Originale. Come la sterile negazione infantile separa una prole (di per sé inetta) dalla fonte della sua vita (madre), condannandolo alla morte, così l'egoismo dell'essere per sé isola noi uomini carnalmente maturi dal Dio creatore.

 

Chi aderisce alla mia lettura intuisce allora una verità fondamentale che troppo spesso viene negata o contraddetta: il corpo è qualcosa di buono, mentre 1'Io, di cui andiamo tanto orgogliosi, è anche principio di morte.

Non a caso, lo rifletta il lettore, l’Io umano è supportato dal cervello, unico organo del corpo umano privo dell'informazione della vita, mentre teoricamente il corpo è invece immortale, in quanto capace di riprodursi indefinitamente. Sin dalla nascita il cervello continuamente si consuma; ogni animale nasce infatti con una dotazione di cellule nervose che si distruggono progressivamente nell'arco dell'esistenza, fino a perdere la capacità di esprimere la propria funzione.

Il catechismo della biologia fornisce così la prova della natura fetale, intermedia e provvisoria del nostro esistere. La mortalità del nostro cervello, costruito evidentemente per un breve periodo e solo per quello, attesta che 1'Io dell'uomo, se vuole permanere, deve fondarsi su un corpo incorruttibile. Deve agganciarsi cioè ad un principio vitale che, come l'anima immortale, è libero dallo spazio e dal tempo.

Il nostro racconto espone dunque per la prima volta in forma chiara la libertà dell'uomo (e quindi della vita creata) a collaborare o meno alla spinta divina ricevuta nell'atto creativo.

La risposta, avverte l'agiografo, può essere negativa.

Il testo genesiaco preannuncia allora quanto proclamerà Paolo: "Per un uomo isolatosi la morte entra nel mondo e vi regna". Chiarisce ancora che il rifiuto consiste in un contrasto fra l'io umano ed il Firmamento del Cielo, cioè quel 'quid' che unisce la vita del basso e quella dell'alto (Acque):

"Le 'realtà volatili' dominano la terra, opponendosi al Firmamento del Cielo; questo (purtroppo) si verificò".

Tuttavia, proprio quel contrasto che isola l'uomo dalla dimensione alta fa ipotizzare che il 'Cielo' scenderà in basso per sanare il diniego, e dà significato alla Incarnazione. In conclusione, il 'Cielo' può considerarsi come la controfigura del Cristo incarnato che redime l'uomo dal suo rifiuto.

 

 

La divina misericordia

Al punto dolente del diniego, segue nel nostro testo la consolante rivelazione: la misericordia di Dio è più grande del 'No' detto dall'uomo. Il Creatore infatti interviene direttamente per apprestare, non già i Grandi Cetacei (ta kete), come dice la versione corrente, ma i Sommi Rimedi.

Per sanare la vita, che si sta suicidando nello scontro tra 'lo\Noi' egoistici, Dio fa emergere la Terza Anima.

Questo terzo principio unificante e dinamico non teme la caducità del tempo, perché riscuote in sé la natura primigenia della vita, creata da Dio fuori dello spazio-tempo. Né teme il tradimento e l'abbandono, perché è perfetta in se stessa, e dipende unicamente da Dio. È Spiga, è realtà corporativa.

In essa l'uomo potrà totalmente recuperarsi quando dovranno tornare alla terra da cui sono nati, insieme al corpo anche 1'Io ed il Noi. Allora, nel mortaio della morte, Io e Noi saranno frantumati con tutto il loro orgoglio, e si agglutineranno all'anima.

Ma in ciò che appare come totale fallimento, l'uomo conoscerà appieno di essere parte dell'unica grande vita che fu creata all'origine da Dio; e ne scoprirà quella solidale unità contro la quale si accanì nell'esistenza. Il Giardino di Edem è un ecosistema che rispecchia, pur nella ricchezza della sua articolazione, l'unità primordiale della vita.

Dunque il futuro dell'uomo è costituito dalla sua dimensione animica. Chi cerca un passo della Scrittura che attesti la creazione da parte di Dio delle anime immortali, e ne fissi lo statuto forse qui proprio l'ha trovato.

 

Quale è dunque la funzione dell'anima immortale? Osservata dal lato dell'universo, ogni singola anima è atta quale Io corporativo (ad immagine del Corpo di Cristo) ad impersonare tutta quanta la vita creata. Volatile, alocale ed atemporale era la vita; le stesse qualità si ritrovano nell'anima. Al creato l'anima offre l'unità e lo slancio coerente alle spinte che Dio creatore impresse all'origine.

Per l'uomo (discorso questo che ci tocca direttamente), il fatto che l'anima sia un quid di singolo e di autonomo, non dipendente da un 'Altro da sè' (non è infatti sostenuta da un corpo), è annuncio di , totale libertà.

 

Se è corretta questa ricostruzione teologica, si può estrapolare qualcosa che potrà apparire singolare: l'anima immortale godrebbe delle qualità che ordinariamente vengono riferite agli Angeli (21).

 

(21) È questo un tema che merita un autonomo e vasto spazio di riflessione. Qui mi lascio suggestionare dalla congruenza del parallelo e dalla semplicità della soluzione. Ogni anima è 'un per sé' come si dice degli angeli; il giardino è un ecosistema di anime che richiama i cori angelici; l'anima gode di una suo grado di pienezza, sicché si dispone in gerarchie come gli angeli; anche l'anima, come Lucifero, può rifiutare la totale preminenza di Dio.

 

In conclusione, l'uomo descritto nella Genesi non va inteso come un individuo-persona, centrato su quel 'Io-Noi' destinato a passare con il corpo che lo supporta.

Nella sua statura adulta egli è un 'essere per sè', una totalità immortale; egli finalmente può dirsi libero dalla caducità che gli ha avvelenato e consumato l'esistenza.

E perché risulti chiaro che in questa evoluzione nulla viene perduto, l'agiografo ricorda che Dio ristrutturò anche la parte volatile già formatasi dalla terra, e cioè, fuor di metafora, ristrutturò proprio 1'I0 ed il Noi.

Nel 'Giudizio Universale' della Sistina,Michelangelo ha dipinto un santo risorto che regge nella sua mano la pelle che gli fu detratta durante il martirio. Mi piace leggere in questa icona l'anima che risorge, portando con sé nella gloria il sacco di pelle che costituì il supporto del suo 'Io' e del suo 'Noi'. Non a caso in quella pelle il pittore ha ritratto un volto di uomo.

 

Al V Giorno nasce l'uomo secondo il cuore di Dio, un uomo buono nel corpo, buono nell'io e nel noi, buono nell'anima. L'Anima immortale rivendica così di essere il vero centro dinamico di ogni creatura umana, il vero io della vita. In una parola: noi siamo Anime!

 

Si perfeziona così una antropologia del tutto nuova, totalmente aperta, perché liberata dalla morte; su questo essere perfetto può ora scendere la benedizione del Creatore.

 

La benedizione come statuto ontico

L'abuso che si fa del termine benedizione ci vieta di cogliere intuitivamente l'importanza del gesto divino. Ipnotizzati dall'apparente realità di ciò che 'sussiste', questo atto di Dio, questa Parola Benedicente uscita dalla sua bocca, ci appare quasi come una vuota verbalità, come il foglio natalizio che avvolge il pacchetto contenente ciò che noi consideriamo importante, e cioè il regalo.

La benedizione di Dio non può essere svilita ad encomio. Provenendo dal Creatore, essa è un vero e proprio atto creativo, e costituisce lo 'statuto' essenziale di ognuno di noi. Va allora meditata con attenzione, e fino in fondo.

Innanzi tutto la benedizione riguarda tutto ciò che Dio ha costituito; ne consegue che sono benedetti il corpo, l'io, il noi, l'anima. Inoltre essa suggerisce un qualcosa non certo di statico, ma di vitale, evolutivo, e tendente ad una pienezza.

La conclusione è allora esaltante: la nostra esistenza è regolata da una sola legge, quella che Ezechiele (XVI) sintetizza nella icastica espressione: 'Vivi come l'erba del campo'. Basterebbe solo recuperare questa visione dinamica, per ridare slancio aduna morale asfissiata dal perbenismo, dal buonismo, e dalla mera virtuosità individuale che, isolata, finisce al cimitero.

La benedizione fissa poi uno statuto ben chiaro per l'io ed il noi dell'uomo; essi sono strumenti chiamati a strutturare e condurre all'unità le forze del mondo; l'uomo deve tendere a realizzare Assemblee (Mari); deve cioè far in modo che ogni cosa passi dal contrasto, o dalla mera compresenza, all'unità di un corpo vivo.

A mio giudizio, qui proprio si possono porre le basi per una teologia della funzione del laicato nel mondo.

La conclusione del nostro testo, che di solito scivola via come tutte le iterate cantilene, diventa a sua volta un passo vivace e ricco di rivelazioni. Esso risintetizza tutto il discorso: a motivo dell'egoismo umano, dice, c'è una sera che cade sul mondo con la sua tenebra; ma, aggiunge: c'è l'alba 'della resurrezione di Cristo, dalla quale si forma la terra\sposa, lei che si è ripresa dalle sue cadute.

 

 

Sesto Giorno

 

La morte

Passiamo ora al racconto del Sesto Giorno. In esso si possono distinguere due sezioni. Della prima, che comprende i vv. 24 e 25, e culmina con: "E vide che erano cose buone", cercheremo ora di cogliere il messaggio rivelativo.

Il testo corrente è più o meno il seguente:

"Poi Iddio disse: produca la terra animali viventi secondo la loro specie: animali domestici, rettili, bestie selvagge della terra secondo la loro specie. E così fu. Così Dio fece le bestie selvatiche della terra, secondo la loro specie, gli animali domestici secondo la loro specie, e tutti i rettili della terra secondo la loro specie. Ed egli vide che ciò era buono".

 

Il testo greco, letto nella versione corrente, è più o meno identico. Tuttavia, l'espressione 'animali domestici', ripetuto due volte nella traduzione delle Paoline ora riportata (e cioè nel comando divino e nella esecuzione), viene reso nella LXX con due termini diversi. Ed infatti, prima si dice 'Quadrupedi' e poi si parla di 'greggi'.

Questa scelta letteraria a me pare molto significativa, in quanto viola una regola di simmetria sempre seguita dall'agiografo, in forza della quale il termine usato nel 'comando divino' è identico nella 'esecuzione'. Inoltre, il vocabolo 'quadrupedi' (tetra-poda) non è più usato in tutta la Genesi (forse dubbiamente, è presente in Gen. 34,23).

Si chiederà il lettore perché mai gli sto propinando queste notizie che potrebbero andare in nota; sta di fatto che proprio in questo isolato termine, in questi innocui quadrupedi (sostituiti poi dal vocabolo 'greggi'), io identifico la rivelazione della Quarta Anima. Infatti, 'Tetra', che fa parte del fonema 'Tetrapoda' (quadrupedi) in greco significa proprio 'quarta' (22).

 

(22) Nella iconografia mediorientale i personaggi più vicini al Dio sono tra l'altro i 'Cherubini' cioè i tori alati. Rifletta il lettore che il fonema 'Tauros' può leggersi 'Egli che è perfetto' (Tàu ra os); al tempo stesso i quattro piedi possono indicare i quattro principi vitali agglutinanti, cioè le quattro anime. Anche 'Pous' concorre alla lettura teologica dell'immagine, in quanto oltre a dire 'piede' indica anche 'un grido profondo' oppure una parte del Carme sacro. Ancora oggi si parla di 'piede' del verso, e nel presepe si pone, come metafora del divino bambino il toro.

 

Ma veniamo alla mia rilettura dei vv. 24~25:

"E Dio disse: Faccia emergere la Terra una 'quarta anima' che viva sottoposta all'Uno.

Dopo, con dolcezza, tu o materia 'gela fino a farli morire' i corpi legati alla Terra.

In obbedienza all'Uno, si costituì in basso un'unica 'Celeste Dimora' per la Terra (l'anima).

Così Dio costruì la perfezione (del creato):

a> Lui, Spiga di grano appartenente alla Terra guarita ed obbediente all'Uno; lui disponibile ricchezza quiggiù;

b> e tutti i corpi obbedienti all'Uno, legati alla Terra, ed in evoluzione. Alla terra essi appartengono, ma conformi alle specifiche Vibrazioni Creative.

E Dio li guardò, perché erano buoni" (23).

 

(23) Ho diversamente punteggiato il testo; ho risolto i fonemi: 'Tetrapoda kai' in 'Tetra. Apo d'akai', ripetendoli come: 'Apo, Da, kaie erpeta'; 'Kai teria tes ghes' è diventato 'Ka aiter ia tes ghes'; invece di 'Epoiesen o Teos ta teria tes ghes kata genos kai ta ktene', ho letto 'Epoiesen o Teos T.: atera iates ghes kata g'En, os ka ita ktene'; ho letto come sostantivo e non come pronome il termine 'Auton' e l'ho inteso come grandi vibrazioni creative.

 

Così intesa, la prima sezione del VI giorno racconta il salto di qualità disposto da Dio per ciò che egli aveva creato: dall'Iper-naturale animico, allo Spirito divino. Alle tre anime (io, noi, anima immortale) se ne aggiunge un'altra che potremmo rassomigliare all'Hank che il Dio Amun (l'Inconoscibile) soffia nella bocca del figlio suo incarnato, il faraone, allorché lo incontra dopo la morte.

La quarta anima è lo Spirito divino, che è del tutto diverso dai tre principi dinamici che il 'Mare', cioè la vita creata ha prodotto, sicché non va confusa una Anima Benedetta con un Santo di Dio.

In questo scatto ontico in verticale, interlocutrice di Dio è la terra che metaforicamente indica proprio l'uomo. In lui si svolge il grande dramma della divinizzazione del creato.

Avendo chiarito quale è la meta ultima, l'agiografo può ora riprendere il discorso precedente, così che il lettore possa dal più comprendere il meno; possa, alla luce della quarta anima (Spirito), cogliere appieno il significato dell'anima immortale (la terza).

Come più volte ho sottolineato, nella Bibbia è il 'dopo' che chiarisce il 'prima'; è la fine che dà senso al principio. L'escatologia cristiana si è purtroppo sperduta nel ridurre la perfezione finale ad un mero futuro, laddove proprio esso conferisce senso all'intero processo (24).

 

(24) Per fare un esempio ricorderò che la pasqua biblica viene considerata memoriale dell'esodo, cioè ricordo attualizzato del passato; essa era invece memoriale della futura passione del Cristo. Proprio per questo motivo l'agnello viene meno quando giunge il vero Agnello e si consuma l’evento della croce. In questo stesso ordine di idee si può ragionare a proposito dell'eucarestia. Essa è senz'altro memoriale della passione e morte sacrificali di Gesù, ma è anche memoriale del futuro regno escatologico.

 

Per intendere l'anima immortale, bisogna collocarla, secondo il nostro testo, nella dimensione del divino, cioè nel 'Grande mistero nascosto in Dio, e fissato sin dalle origini' (per dirla con le parole di Paolo). Essa va dunque intesa come 'una' delle due possibili uscite della vita creata, e non come l'unica conclusione della vicenda umana. Al tempo stesso, potremmo dire che essa 'è' proprio in quanto è spopravanzata dal Soffio della divinità.

In altre parole, o l'uomo resta tale, seppure in forma incorporea, oppure, salvato dalla sua struttura (naturale-ipematurale), si trasforma in un essere divino. Ma, lo ripeto, la prima delle due uscite e cioè la situazione animica dipende dalla seconda e cioè dalla divinità.

 

Chi fa propria la teologia che gli vengo proponendo, può accostarsi senza paura al mistero della morte. Compreso che la meta ultima dell'uomo è la Divinità, nessun momento intermedio del cammino apparirà negativo e fallimentare.

Con la divinità sullo sfondo, la morte diventa una cosa dolce, la 'sorella' cantata da Francesco.

Morire, dice il testo, è un 'gelare' dei corpi materiali; la morte è brina che brucia i germogli e prepara rami rinsecchiti, ma come buona legna da ardere per generare fiamma di Spirito.

Rami secchi e legna da ardere; queste ultime immagini, lette con occhio pessimistico, suggeriscono distruzione e annientamento; eppure, colte con l'Occhio Buono, esaltano la positività di un calore donato agli altri, ed annunciano una trasformazione che fa diventare luminoso ciò che prima era opaco, e calda fiamma ciò che prima era gelato.

La Chiesa ripete questa verità quando intende la candela di cera come metafora dell'uomo. In essa un occhio opaco vede raffigurata il consumarsi dell'esistenza che si riduce a moccolo spento da gettar via; un occhio buono la trasformazione della cera in luce che si irradia nell'intero universo. Fa veramente malinconia l'imperante sostituzione delle lampadine elettriche all'antico cero liturgico.

Le nostre immagini alludono così all'esistenza umana vissuta utilmente per gli altri, e trasformata al compimento in Spirito ardente (25).

 

(25) I grandi artisti avevano rispetto della teologia. Il già citato Michelangelo espone la teologia dei 'due occhi' in quel personaggio del 'Giudizio' che, avendo con la mano coperto l'occhio dell'anima, altro non può vedere che distruzione e morte.

 

Delineato lo sfondo divino, l'agiografo può tornare ora sul tema della terza anima, quella immortale; egli chiarisce che essa, costruita da Dio per la Vita creata, ne costituisce 1'Io immortale. Nella morte, dice il testo, essa si partorisce alla sua pienezza, una pienezza che viene indicata con la parola 'Aiter' che significa 'Celeste Dimora' (26).

 

(26) Essa corrisponde a quella 'Galilat ia' che io traduco 'Voce celeste', cioè a quel 'luogo' misterioso nel quale Gesù 'precede' i suoi discepoli dopo la morte; luogo che correntemente viene inteso come la regione geografica della Galilea, ed io intendo come il 'Giardino di Edem'.

 

La conclusione antropologica che se ne ricava è veramente esaltante. L 'uomo non sarà più la piccola e limitata esistenza corporea, ma la vita stessa; egli tornerà nello stadio primigenio, in quel non-spazio e non-tempo in cui si venne a trovare all'atto della creazione. Da li potrà spiccare il salto per collocarsi, con Cristo, alla destra del Padre. Cristo proprio lo sosterrà in questo altrimenti impossibile volo verso l'Altissimo.

 

Il corpo incorruttibile

Si profila dunque una grande rivelazione; la terza anima, cioè quella immortale, uscendo dalla corporeità fisica, e quindi dallo spazio e dal tempo, non perderà la sua natura umana, sicché l'uomo che con essa si identifica potrà considerarsi un 'risorto'.

 

Essa costituirà l'io di uno speciale corpo, nuovo ed incorruttibile, costituito dalla stessa anima, e che viene indicato con i nomi Spiga della terra e Giardino di Edem. In una sua lettera, Pietro profetizza che la materia del cosmo brucerà in una epirosi finale; il calore e la luce che ne scaturiranno costituiranno il vero corpo dell'Uomo-anima immortale.

Vien ripreso così il tema del III Giorno, ed il nostro passo rivela come debba intendersi quel 'Paradiso terrestre' di cui si parlerà diffusamente nella seconda storia. Esso si identifica con l'Anima immortale dell'uomo, divenuta anima del creato.

Nell'anima immortale dell'uomo, che è perfezione del creato, quest'ultimo potrà esprimere tutte le potenzialità ricevute dall'atto creativo divino. La Vita creata venne infatti all'esistenza perché, come 'bimbo svezzato' (sal. 130) potesse ritornare nelle braccia di sua Madre; fuor di metafora: tornare adulto, cosciente ed obbediente al Dio suo creatore.

 

Ma ritorniamo al testo che ho proposto (v. 25):

"In questo modo Dio costruì la perfezione (del creato):

Lui, Spiga di grano appartenente alla Terra guarita ed obbediente all'Uno, lui disponibile ricchezza quiggiù;

e tutti i corpi obbedienti all'Uno e legati alla Terra, che si evolvono; essi appartengono alla terra, ma (sono) conformi alle specifiche Vibrazioni Creative".

 

 

Rivelato il significato della prima uscita, cioè quella orizzontale; chiarito che questo 'luogo delle delizie' si identifica con l'anima immortale dell'uomo (sicché ognuno costruisce il suo Paradiso Terrestre), l'agiografo si sofferma a delineare la struttura del Corpo Incorruttibile.

Quest'ultimo rappresenta la perfezione, ed il topos unitivo nel quale l'anima si fonde con la dimensione esistenziale che nell'uomo è connessa in maniera imprescindibile al corpo.

L'immagine usata è veramente splendida. Rifletta il lettore che la 'Spiga di grano' è figura coporativa, individualità complessa, 'io' che, senza perdersi, si è fatto 'noi'. Una infatti è la spiga, eppure composta di moltissimi chicchi.

Quando giungerà alla sua pienezza e, passando attraverso il gelo della morte si romperanno le staccionate delle ore, ogni uomo potrà riappropriarsi della pienezza del proprio vissuto. Allora, restando singolo, egli sarà l'insieme di tutti quei chicchi che hanno costituito la sequenza della sua storia, e che egli proprio ha saputo legare a sé con un collante che non teme nulla: l'amore. Perciò il Cantico afferma che più forte dello Scheol è l'amore.

L'uomo-anima, quale Paradiso Terrestre, porterà dunque con sé tutta la sua storia, e nessuno dovrà piangere la mancanza del più minuscolo momento della propria esistenza. Che senso avrebbe per una madre un paradiso senza il figlio? Non sarebbe più madre!

Tutto viene legato all'Io dall'amore, da quella 'Agape' che fa nuove tutte le cose, perché, dice Paolo ai Corinzi, essa è buona, misericordiosa, amica della vita. Se tutto sa comprendere e perdonare, anche il più grande malfattore (e tale era il crocifisso che invocava Gesù) sarà bonificato in ogni Spiga che lo accoglierà per amore.

In questa ottica è intuitivo il senso dell'affermazione: in Cristo tutti sono stati salvati. Ed infatti in Gesù, la grande ed unica vera Spiga della terra, noi tutti siamo presenti in quanto bonificati da quell'amore con cui egli ci amò. In lui sussisteremo per l'eternità, nella dimensione ipernaturale del Giardino delle anime.

Altra è la sorte dell'Io del malfattore; probabilmente di per sé non sarà mai una Spiga della terra.

In questo senso ottimistico leggo la terrorizzante frase evangelica: 'Nel regno dei cieli (cioè nel Giardino) non vi saranno né mogli, né mariti, ma tutti saranno come angeli di Dio'. Non una solitudine congelata, ma una intimità profonda come quella che lega la singola 'parola della Rivelazione' (Angelo), ad ogni sua sezione, ed all'insieme di essa.

L'evangelista Luca espone questa verità quando racconta che Gesù conclude il suo tempo d'infanzia (animico) al centro di un coro di anime che lo interrogano e dialogano con lui per apprendere sempre di più l'infinita perfezione di Dio. Noi conosciamo questo racconto come quello di 'Gesù fra i dottori' (Lc. 2,41 ss.).

 

Ripercorriamo ora, a nostra consolazione, l'iter della creazione. Dio quando creò la vita (l'On, il Ciò-che-è primordiale) parlò; il suo vibrare sonoro (Eipen) divenne 'vibrazione' (Aute), e poi 'Vibrazioni'; e queste ultime si fecero corpuscoli individuati fino a giungere all'uomo cosciente. Ora, al compimento, in questo paradiso che coincide con l'uomo, tutte le vibrazioni creative (autai) troveranno piena e definitiva espressione.

Noi guardiamo il mondo in maniera distorta, e lo vediamo formato solamente da cose materiali. Ma come ci ricordano la fisica quantistica, il tao, lo sciamanesimo e l'animismo, esso è invece un insieme inscindibile di connesse vibrazioni originate dall'atto creativo divino. Dunque, se le cose che le incarnano passano, il dinamismo innescato da Dio avanza sempre.

Ciò produce un effetto meraviglioso: poiché la vita creata avanza nella molteplicità dei corpi e degli eventi, questi ultimi, da contingenti che erano, permangono per sempre. Erano fissati solamente sulla pellicola smagnetizzabile dei ricordi, ma divenuti parte integrante del fluire della vita, nell'anima si costituiscono in perenne unità.

Questa, avverte l'agiografo, sarà la resurrezione dei corpi, cioè della nostra storia. La storia de1 mondo infatti è sempre e comunque la vita che procede nel suo ritorno a Dio.

 

Non finisce qui la rivelazione del nostro Libro. L'anima, divenuta, 'Spiga della terra', se lo vorrà, potrà diventare un divino 'grappolo d'uva' legato alla mistica Vite (il Cielo del nostro testo).

Qui la metafora assume un andamento verticale e allude ad una intima connessione con Dio. La 'Vite' è il Cristo, ed a lui sono collegati i tralci, sicché per suo mezzo rifluisce in loro la divinità dello Spirito.

Se nel 'Giardino' le spighe, fissate nella terra, sono ognuna per sé, e tutte collegate alla grande Spiga del Cristo; se esse sono come i covoni dei fratelli di Giuseppe che si inchinano avanti al grande Fratello, la Vite (ampelos) è tutta diversa. Essa si leva verso il cielo nel quale ha le sue radici; essa unifica tutti i tralci e forma così il Cristo Totale.

Nella santità un figlio avrà allora come chicco sua madre, la madre avrà come chicco suo figlio. Ognuno avrà come corpo l'universo e come Io 1'Io di Cristo. Perciò potrà rivolgersi in intimità a Dio e stando in piedi come un figlio, potrà chiamarlo col dolce nome' di 'Papà' (Abba). Per le anime del giardino sempre e comunque 'serve', Dio resterà intangibile; sarà Padre-Signore.

 

Come accadrà questo? Il grande uomo

Chi crede a questa rivelazione non ha paura del futuro; l'intero processo è indefettibile. A garantirlo c'è uno specialissimo Uomo-anima che costituisce comunque l'io della vita, l'anima del mondo.

Proprio a quest'Uomo, nel quale è facile intravedere il Cristo, il nostro agiografo dedica la seconda parte del suo testo.

Ribadiamolo con altre parole; ammesso pure che nessun uomo riuscisse a realizzarsi come 'Anima del mondo', noi tutti, bonificati dall'Agape di Gesù, saremmo sempre e comunque conservati come chicchi della Spiga del Cristo. Perciò affermiamo con certezza che in Cristo 'Tutti' siamo redenti dal nostro individuale fallimento, e che egli nulla ha perduto di ciò che gli fu affidato.

 

Riflettiamo su quest'ultimo punto. Il testo corrente (1, 26-29) è, più o meno, il seguente:

"Poi Iddio disse facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sopra i pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sugli animali domestici e su tutte le fiere della terra, e su tutti i rettili che strisciano sopra la sua superficie.

Iddio creò l'uomo a sua immagine, ad immagine di Dio lo creò, tali creò l'uomo e la donna.

E Dio li benedisse e disse loro: Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra i pesci del mare e su tutti gli uccelli del cielo e sopra tutti gli animali che si muovono sopra la terra".

 

La lettura che propongo è ben diversa (v. 26):

" E Dio disse: Farò, per me un uomo-Uno, perché (costituica) l'archetipo.

Assimilandosi a noi due (Creatore e Cristo-anima), essi (gli uomini) guidino gli appartenenti all'unica Assemblea (mare). Egli è il Cristo sacerdote!

(E siano guide): -dei 'corpi volatili' appartenenti (non alla terra, ma) al Cielo; -e delle cose congiunte; Giù Egli è 'Servo' di una terra felice!- ; -(è servo) anche di tutti i 'corpi legati alla terra che si evolvono' sopra la terra.

Allora Dio trasformò il 'Ciò che è' in un Uomo; quello lì lo fece come archetipo appartenente a Dio;

Quelli lì (le guide) li costituì (quando li fece) come individui-persone.

E benedisse loro (le guide) dicendo:

Crescete fino all'ultima vostra potenzialità, e saziate la terra. Allora, ardete in basso come unica Assemblea della Vibrazione creativa.

Guidate dunque gli appartenenti all'unica Assemblea (mare): Egli è il Cristo sacerdote!

Guidate dunque tutte le cose volatili che appartengono al Cielo, e delle cose congiunte.

Egli (sta) quaggiù come Servo di una terra felice!

Guidate tutti i 'corpi legati alla terra' i quali vogliono progredire oltre la terra" (27).

 

(27 )Ho punteggiato diversamente e letto; 'Poiesom antropon' come 'poieso moi en-antropon'; 'ictuon' come 'i, C tuon'; 'Kai pases tes ghes' come 'Ka I pas estes ghes'; 'Ton antropon' come 'T. On antropon'.

 

Si soffermi il lettore sul testo che abbiamo proposto e vedrà emergere in forma nitida la persona del Cristo che l'agiografio ha nascosto sotto la lettera greca 'Chi' (X), monogramma di 'Cristos', cioè di 'Chi consacra perché è consacrato'.

Il Cristo viene qui rivelato come Anima immortale, colui che inaugura (discesa agli inferi) la dimensione del paradiso terrestre. Egli è annunciato da Dio in persona ("Farò un uomo") come l'uomo \ unità, l'uomo\Dio, dato che 'En' (uno) è il fondamentale nome di Dio.

La presenza di questo uomo che costituisce l'archetipo dei suoi fratelli, risveglia gli uomini\anima e li trasforma in spighe-guide della grande ed unica assemblea che unifica armonicamente tutto il creato.

Tutto il Vangelo si articola intorno a quest'opera di risanamento dell'uomo, e Luca in particolare presenta Gesù come medico. A ciò alludono i miracoli di Gesù. In particolare, oltre quelli genericamente ricordati (che sono di massa), quanti vengono descritti sono piccoli ed isolati. Ma tutto diventa chiaro se si riuniscono insieme la generalità dell'intervento e il carattere specifico di ognuno di essi.

Infatti essi, colti nel loro complesso, e nella concreta articolazione, tendono a recuperare la pienezza di un uomo lesionato, perché impazzito o deformato mentalmente (indemoniato), cieco, sordo; muto idropico, paralizzato nelle mani e nei piedi, o totalmente paralitico.

In parole povere, i miracoli di Gesù tendono a chiamare fuori dalla tomba del naturale, deformato dal rifiuto umano, un Lazzaro (che in greco equivale a morto), ed a sfasciarlo dai legami perché possa avanzare sulla via della vita: "Slegatelo e lasciatelo andare".

 

Ma torniamo al nostro discorso, per rilevare che a sua volta l'immagine del 'mare' richiama la 'Chiesa'; sicché Maria viene chiamata 'Stella del mare', cioè guida luminosa del tutto perché è il Corpo del grande Uomo.

Quest'Uomo Fatale non è estraneo al creato; egli viene annunciato con il titolo di 'Servo della terra delle delizie' cioè del Paradiso Terrestre; Egli è l'Albero della Vita collocato al suo centro; è il Legno\Tavola dell'eucarestia, dal quale le anime prendono il cibo leggero che le nutre (manna), e cioè il Buon Odore del Cristo.

Ora possiamo vedere: con chiarezza come si realizza il 'Giardino di Dio'. Dio in persona condensa la sua creazione in un uomo e lo chiama a rappresentarlo, ed a fungere da archetipo per il tutto. Lo ripeto al lettore: questo discorso si applica direttamente alla figura di Gesù, ma derivativamente è riferibile ad ogni essere umano che si assimila a lui come ad un archetipo.

Gli uomini formati di 'corpi esistenziali' o se si vuole 'fatti di storia'; animati dall'io e dal noi (volatile); dotati della ricchezza della vita creata, possiedono ormai una guida ed un luogo, in quell'anima che finalmente si è resa libera attraverso la morte.

 

Si apre qui un ricco filone di meditazione sulla morte che va dal 'ritornare alla polvere' di Adamo, fino alla Croce di Gesù. Una meditazione ottimistica che rifiuta i toni lugubri ed i compianti; che invita a passare nella 'notte di doglie', con la gioia di una sicura e grande nascita alla vita animica, all'ipernaturale.

Il 'cupio dissolvi', il desiderio della morte affermato più volte nei Vangeli, non è dunque masochistico desiderio di soffrire, ma voglia di partorirsi alla statura adulta, di essere come il Cristo (al quale direttamente il passo si riferisce) anima del mondo, giardino di delizie, Spiga del creato.

Quanto cambierebbe la nostra situazione umana, se solo sapessimo desiderare la morte per 'Vivere'! Questo sarebbe un affascinante . traguardo per il III millennio!

 

L'Umanità: Maschile/Femminile

Chiediamo ora al testo come sono gli uomini relazionati ed assimilati a questo grande Essere in cui si ricapitola l'universo; o, per dirla più direttamente, che cosa siamo e saremo noi che crediamo nel Cristo, mentre traversiamo lo spazio ed il tempo.

L'agiografo lo spiega con la formula 'maschile\femminile' che viene ordinariamente banalizzata, intendendola come indicazione di una mera ed obiettiva differenza sessuale: 'maschio e femmina'.

Come più volte ho chiarito, questi due aggettivi vanno intesi in forma immaginifica e quindi metaforica. L 'icona di un essere maschile indica la solitudine dell'io umano, mentre quella di una 'femmina' (che nella sua pienezza deve considerarsi incinta) simbolizza il 'noi'.

Nella storia umana, queste due dimensioni sono continuamente confliggenti, sicchè l'uomo è un eterno malato che non riesce mai a guarire.

Il nostro testo annuncia che esiste invece una soluzione, la quale dipende proprio dall'Anima immortale.

L'uomo, raggiunta la sua perfezione mondana (cosa che dovrebbe avvenire prima della morte), non si identifica più in un Io mentale costretto a sdoppiarsi tra esigenze egoistiche e bisogni comunitari. Egli diventa una inscindibile unità proprio perché si centra sulla sua anima immortale che lo struttura con il tutto, e si riconnette al Legno della Vita.

La terza anima è in fondo la sintesi perfetta e la pace definitiva dell'Io e del Noi. L'uomo non è 'due' o 'tre' cose distinte; nell'Anima immortale egli è una viva trinità che si coglie come Io\Noi\Anima, come spiga dai molti chicchi.

Rifletta il lettore che questo maschile\femminile, che esprime tutta la sfera esistenziale dell'uomo, è cosa voluta e fatta da Dio in persona con un unico ed unificante atto creativo: "Maschile\femminile li fece". ,

Così dicendo, l'agiografo attesta l'importanza decisiva della storia e quindi dell'impegno dell'uomo.

Ne consegue che, proprio portando al massimo di realizzazione le potenzialità dell'io; proprio cercando il limite ultimo della dimensione sociale (sicché non si può commettere il male neppure nel pensiero; e si ama finanche il proprio nemico), l'uomo si autocostruisce anima immortale.

L'uomo diventa 'Anima' perché egli è Anima. Né più l'avverte divisa da lui, escludente, e per di più esosa; anzi con essa si identifica.

 

Rifletta ancora il lettore come, in pratica, la predicazione sull'anima sia decaduta, e come si sia perduto il suo collegamento con la dimensione esistenziale. Le anime, come 'le colombe' del tempio sono State chiuse nelle gabbie dei cimiteri ed attendono che Cristo le faccia volare libere.

Ci hanno insegnato che noi esistiamo come un io\persona che deve continuamente correggersi perché manchevole; che dobbiamo costruire opere buone per presentare all'anima il ricavato del nostro agire, quasi tassa da versare ad un esoso signore, nascosto da qual- che parte dentro il nostro corpo.

Per dirla francamente, intesa così l'anima è una rompiscatole che pretende senza mai operare con noi; meglio allora dimènticarla.

Ben diversa è la teologia della Genesi. Dare spazio all'anima, per ogni essere umano significa esplicitarsi pienamente come Io e Noi, ma nella più perfetta unità. Equivale ad avvertire che ogni atto teso alla comunione (noi), posto in essere in questa esistenza, si dilata ipso facto alla dimensione dell'immortalità, alla totale unità del creato. Ogni attimo ha allora un valore infinito.

Questa unità, questa grande assemblea di tutto il creato, è ciò che chiamiamo Chiesa dei 'quaranta giorni', mistica Maria-m cioè Maria dei quaranta anni di deserto che ci dividono dal Ritorno di Gesù nello Spirito. Ricordo che 'M' in greco equivaleva a '40'.

Ogni uomo, come l'Iside del mito egizio, riunificando e servendo le membra divise della vita che ancora avverte a lui aliene, diventa un poco alla volta 'Spiga', si identifica e si trasforma in Chiesa, e scopre di essere un'anima immortale.

 

Il servire

Come il lettore avrà notato, dalle premesse esposte scaturisce naturalmente l'esigenza a servire il creato; non c'è bisogno di precetti e sanzioni; non necessita uno spirito filantropico; è sufficiente nutrire il desiderio di essere anima, di vivere nella propria totale pienezza.

Gesù ha detto: "Ama il prossimo come te stesso". Una relazione che diventa valida solo se il 'te stesso'è visto come dimensione animica. Gli antichi dicevano in parallelo: "Gnoti seauton" intendendo. "Conosci te stesso ardente", cioè conosciti come anima. E potremmo aggiungere: così ti amerai veramente (28).

 

(28) Povero Socrate, tacciato di intellettualismo da chi non sa andare oltre il livello del puro mentale; povero precetto cristiano, se cade nelle mani di un masochista!

 

Noi amiamo il prossimo, nel senso voluto da Gesù; quando ci avvertiamo ed operiamo come anima. Come e malinconico e cadente considerare il 'servizio' al prossimo (quello alla materia neppure viene indicato) come obbedienza ad un comandamento, ad una legge che Egli costituì, e poteva anche non stabilire. Eppure Paolo avvertiva chiaramente che 'La Legge' non salva.

Questa riduttiva ed orizzontale impostazione produce atteggiamenti ed effetti non certo positivi. Confondiamo così l'amore del prossimo con la solidarietà e la filantropia che sono dimensioni puramente esistenziali, destinate a tramontare quando confliggono con i nostri interessi più profondi.

In pratica, come siamo soliti confrontarci con le disposizioni di questo mondo, così ci rapportiamo alla 'legge' del servizio; la celebriamo alta e bella, ma fino ad un punto oltre il quale pensiamo solo a noi stessi. Dice il libro di Giobbe: "Toccalo nella sua pelle, e vedrai che ti maledirà faccia a faccia".

La prop9sta di amare; pur insieme a tante buone opere, è condannata a produrre solo letteratura finché non scopriremo che essa è la struttura stessa dell'essere e del divenire dell'uomo. Non una 'legge' imposta, ma la struttura stessa della evoluzione dell'uomo. Dio non impone nulla; Dio ci chiede solo di Essere in tutta la nostra possibile pienezza.

Il 'Servire', dice la Genesi è la via alla immortalità. Lo ripete Isaia in quei 'Canti del Servo' che sembrano quasi un masso erratico all'interno della Scrittura. E Gesù, quando invitava i suoi discepoli a farsi servi del mondo, ripeteva quanto egli stesso, alle origini, come Verbo, come Principio, aveva inserito nell'umana natura: Io sono venuto per servire e non per essere servito.

 

Il rachitismo vitale

Voglia ora il lettore riflettere sulle conseguenze morali di una tale impostazione. Se il nostro testo esalta la spinta a crescere e la qualifica come regola morale fondamentale, il peccato più grave per un uomo consiste proprio nel farsi rachitico, nel ridursi a qualcosa di 'piccolo', come verrà detto di Caino (Gen 4,14), e dell'amico (anima) venuto a sposarsi con Dio senza l'abito da sposa (Mt.22,12).

Il rifiuto a vivere consiste nel voler rientrare nel seno della terra, dalla quale proviene il corpo con il suo 'Io', per restarvi come un Lazzaro morto.

L'invito del Cristo è del tutto opposto. Giovanni sottolinea con rigore che Gesù è creatore di vita. Lo descrive infatti piangente lacrime certamente non di un dolore che saprebbe di scena e di ipocrisia, ma di vera e propria creazione. Il Creatore, che in ogni suo liquido dice vita, ordina al morto di uscire fuori, di liberarsi dalle bende, ed andare verso la sua pienezza.

Il 'Regno dei cieli', cioè la statura adulta delle anime (cielo è l'Io adulto), si guadagna crescendo; uscendo cioè incontro allo Sposo, con la piccola lampada dell'esistenza (Mt. 25, 1-13). Entrando in una chiesa, mi par di cogliere nella fissità dei banchi (ora quasi articolo di fede) la contraddizione di questa verità.

 

Abramo sagoma dell'uomo

Giunti a ,questo punto della riflessione, propongo al lettore di leggere, a mo' di verifica della tesi prospettata, il racconto di Abramo.

A mio giudizio, esso costituisce la riedizione della teologia genesiaca che sto esponendo, sicché il suo andare nel mondo diventa metafora della storia sacra dell'uomo.

Ad Abramo non viene promessa una regione della terra, ma un Corpo Nuovo (terra). Egli lo potrà edificare solo lasciando il passato ed il presente, abbandonando le pienezze raggiunte, e mettendosi in marcia, avendo fiducia solo in Dio che lo chiede.

Quando Abramo parte, è uno 'strisciante', un essere cioè che ambivalentemente è legato alla terra (neonato che sa solo strisciare); ha però fiducia in chi lo chiama verso qualcosa che, nella sua povertà, egli sa di non poter capire.

Il racconto chiarisce che Abramo, e quindi ogni uomo, ha avanti a sé 'la Vita e la morte', e può imboccare una delle due uscite. Potrà diventare 'terza anima " Spiga della terra, padre di tanti figli quanti l'arena del 'Mare'. Solo se farà getto di tutto (sacrificio di Isacco) potrà però raggiungere la 'quarta anima ', cioè il soffio dello Spirito che lo renderà padre divino di esseri luminosi come le stelle del cielo. Allora sarà Grappolo della mistica vite del Cristo, allora diventerà il 'Nostro padre nella fede' in una attingibile divinità.

 

Benedizione come statuto dell’anima

Quando una 'Benedizione' è detta da un uomo, essa è solo un augurio. Detta da Dio è atto creativo, statuto ontico della persona benedetta. Rileggiamo in questa ottica il testo così come l'ho ricompitato e ritradotto (v. 28).

"E li benedisse dicendo:

Crescete fino all'ultima vostra potenzialità, e saziate la terra. Allora, ardete in basso come un’assemblea della Vibrazione creativa.

Siate dunque guide degli appartenenti all'unica Assemblea (mare): Egli è il Cristo sacerdote!

(Siate dunque guide) di tutte le cose volatili che appartengono al Cielo e delle ricchezze.

Egli (sta) quaggiù come Servo di una terra felice!

(Siate guide) di tutti i 'corpi legati alla Terra' i quali vogliono progredire oltre la Terra".

 

Seguendo la tradizione liturgica della Chiesa si parla spesso di 'Anime Benedette', per indicare coloro che hanno traversato la morte in pace con Dio, e per distinguerle dai 'Santi' che sono invece nella 'Gloria'. Questa doppia denominazione ricorda ai fedeli che due sono, come abbiamo visto, le uscite dell'uomo.

A chi si interroga sullo status testo da un'articolata risposta.

L'anima dei defunti è la stessa che provvisoriamente inabita il nostro corpo. La differenza tra un vivo ed un defunto è misurata proprio dal corpo. La presenza del corpo infatti fa sperimentare diversamente, ed in forma ridotta, le qualità dell'anima. L'anima tuttavia non è qualcosa di inerte, di addormentato o di congelato. Essa ha un suo status dinamico che l'agiografo puntualmente rivela:

a) l’anima si evolve perché non vuole rimanere rachitica (29);

 

(29) Il 'bizzochismo' è un male terribile, in quanto costituisce un ripiegamento su se stessi, con la scusa della santità. Esso è l'attuale forma che il Giudaismo, rifiutato da Paolo, ha assunto nella nostra Chiesa. Purtroppo, invece di combatterlo, per il bene di quelle anime, esso viene quasi esaltato.

 

b) l'anima è conscia della sua specifica funzione; essere cioè sintesi della vita creata. Cerca quindi la Chiesa non come organizzazione visibile, ma come il suo stesso essere, come vivo momento che unifica il creato. La Chiesa voluta da Dio è un'assemblea 'ardente', non una sequenza di ritualità e di precetti, oppure una vuota organizzazione modana. Chiesa è anche ogni singolo inabitato dal Cristo.

c) l'anima prende a modello il Cristo sacerdote e servo; offre quindi se stessa come sacrificio a Dio; si piega sulla morte altrui per portare la vita; si fa esempio vivo perché tutti si risveglino e conoscano la grandezza della loro anima (30).

 

(30) Rifletta il lettore che non c'è verbo più equivoco e pericoloso del 'Guidare'; qui l'agiografo indica con chiarezza la finalità di questa funzione. Purtroppo molto spesso si perde di vista che lo scopo del 'guidare' consiste nello Svegliare le Anime; purtroppo spesso, sotto il manto della cd. 'pastorale', si contrabbanda una gestione mondana di fatti ed eventi che nulla hanno a che spartire con l'assemblea ardente voluta dal Creatore.

 

Il Cristo che si fece piccolo per essere grande, ultimo per essere il primo nella cordata verso il cielo, che offrì se stesso per riprendere il colloquio con Dio, questo Cristo\anima è lo statuto vivo dell'anima immortale .

Una esistenza spesa in questo senso costituisce l 'utile tempo di gestazione che consente, alla fine, di partorirsi 'Anima immortale', anima del creato, e di seguitare, nell'eone incorporeo, a lavorare per il mondo. Questa fede viene continuamente riaffermata dal popolo nel culto delle 'Anime del Purgatorio'.

 

 

Il dinamismo dell’anima

 Nei versi che vanno da 29 a 31, vengono chiariti gli aspetti dinamici della terza anima. Nella lettura corrente il testo suona più o meno così:

"Iddio disse ancora: Ecco io vi do ogni pianta che fa seme su tutta la superficie della terra e ogni albero fruttifero che fa seme: questi vi serviranno per cibo.

E a tutti gli animali della terra, e a tutti uccelli del cielo e a tutto ciò che sulla terra si muove, e che ha in sé anima vivente, io do l'erba verde per cibo.

E così fu. E Iddio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. pi nuovo fu sera, poi fu mattino: sesto giorno".

 

Da questa versione recupererò solo le parti che accennano al cibo dato da Dio all'uomo e agli animali, al fine di evidenziare i meccanismi operativi dell'anima e come, proprio con l'agire, l'anima giunge alla sua piena maturità (31).

 

(31) La parte intermedia, che distingue cibi e destinatari (bestie, uomini, erbe, alberi da frutto) io l'ho ricompitata e ritradotta in un modo diverso perché apparisse il grande mistero dell'eucarestia, vero albero della vita che si nasconde sotto le parole,

 

A mio giudizio, l'agiografo vuole rivelare che l'anima, vitalizzando l'esistenza, da viva che è diventa vitale e si apre al soffio dello Spirito.

Per esprimere questo concetto usa allora l'audace metafora del 'mangiare', inteso sia come Sostentamento, sia come Assimilazione.

In pratica egli dice: tu, o uomo corporeo, sei generatore della tua anima proprio sforzandoti di superare il tuo 'Io-Noi'. Guadagnerai il tuo stato animico perfetto, quando sarai capace di perderlo il tuo 'Io-noi'.

In questo senso Gesù dirà che chi non perde la propria vita non l'ha guadagnata. E parlando con i discepoli, li avverte che essi debbono temere coloro che uccidono l'anima e non già quelli che attentano al corpo, il quale comunque deve finire.

Tuttavia questo perdersi; che corrisponde ai Consigli Evangelici (povertà, castità obbedienza), risulta del tutto negativo se non si sperimenta nella speranza di qualcosa di molto più grande.

Il passo che stiamo meditando suggerisce allora all'uomo di prendere gusto a questa meta, che è quella della divinità, cominciando a mangiarla. L'anima per trovare la sua statura adulta deve mangiare il Cristo!

La proposta cristiana ha così due versanti: quello esistenziale e quello divino.

Il primo è di per sé negativo ed inetto a produrre effetti. Nessuno seguendo un mero cammino di privazione, riesce a farsi anima vitale. Ogni ascetica umana, ogni cammino filosofico, ogni tecnica non può raggiungere questo risultato.

Il secondo è quello generativo. Come il bambino si fa uomo anticipando gli atti dell'adulto, così l'essere carnale si costruisce anima vitale, sperimentando le primizie della immortalità.

In un suo passo (l Cor. 7,29-31) Paolo così sintetizza il tutto:

"Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d'ora innanzi quelli che hanno moglie vivano come se non l'avessero; coloro che piangono come se non piangessero, e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano come se non possedessero; quelli che usano del mondo come se non ne usassero appieno. Perché passa la scena di questo mondo".

 

Nella brevità del nostro testo viene così proposta, in nuce, la teologia dell'Eucarestia intesa come 'pane dei viandanti', e continua assimilazione del divino che entra nel mondo, come Gesù nella casa di Emmaus.

Al lettore che si chiede come avviene il passaggio dall'Io\Noi alla terza anima (quella immortale), il testo risponde che bisogna sostenersi nel procedere; e ciò equivale ad assimilare a sé il Cristo divino.

Questo proprio è il senso pregnante di una vita eucaristica, scaduta purtroppo ad una specie di abitudine manducatoria.

Come ogni cosa che l'uomo mangia diventa uomo, sicché potremmo dire che il cibo gode di essere assimilato perché diventa voce e mente della vita, così, ma in senso inverso, l'uomo deve godere di essere assimilato al cibo divino che mangia. Il grado di importanza dei termini del discorso (uomo e cibo) è infatti totalmente rovesciato.

In altre parole, il Cristo che noi mangiamo non deve essere assimilato alla bassezza della nostra natura umana; siamo noi che dobbiamo farci simili a lui, lasciando spazio alla sua anima, al suo Io divino, perché si sostituisca al nostro e faccia pregustare la dimensione animica (32).

 

(32)L'eucarestia costituisce così come una teofania. Ci fa vedere un Gesù trasfigurato nella sua dimensione animica. Non a caso sono presenti nei corrispondenti passi evangelici, le 'anime' di Mosè ed Elia, non a caso la scena è collegata strettamente alla prossima morte di Gesù. Lo svelamento del significato della trasformazione viene rimandato al momento della resurrezione, e la proposta di Pietro di fermarsi a quello stadio (fare tre tende) non è presa neppure in considerazione. Urge infatti la divinità annunciata dalla Voce celeste.

 

Vivere eucaristicamente equivale a permettere, nella quotidianità dell'esistere (e non solo nel gesto sacramentale), che il cibo divino si sostituisca al nostro superbo Io.

Così facendo, noi diventiamo anima del mondo, e cominciamo al tempo stesso a battere la strada che conduce al salto di qualità della divinità. La nostra anima infatti, svegliatasi dal. sonno, scopre di essere chiamata ad essere non solo Spiga della Terra, ma Grappolo della mistica Vite costituita dal Cristo.

Due cammini misteriosi (eppure conoscibili) che hanno un punto comune: il Cristo 'Signore delle due Vie'. Come già dicevamo, la 'Y', lettera sacra ed iniziale della parola 'Yios' che significa 'Figlio', simbolizzava, nella sua parte ascendente, la corporeità; nelle due braccia divaricare, l'anima immortale e la divinità; nel punto di congiunzione dei tre elementi l'evento della Incarnazione di Dio.

Tutta questa splendida dinamica non appare nel nostro testo quando esso vien letto 'carnalmente', per usare l'avverbio agostiniano. Il passo infatti sembra solo stabilire per l'uomo una dieta vegetale (di problematico riscontro), e quanto meno contraddetta dalla manducazione degli animali sacrificati.

Proviamo allora a rileggerlo insieme nella versione che ho proposto e che suona in un modo del tutto diverso (v. 29):

"E Dio disse:

Contempla l'Abitazione (costruita) giù per voi!

(Contempla) il Cristo totale croce\altare\pane che va seminato perché fa nascere una progenie:

a> Egli è preposto alle realtà del Piano Divino, in quanto Servo di una terra felice! (Contemplalo) tutto intero come Legno (della croce), come Albero (della vita).

b> Egli regge l'Unità; se stesso, come una progenie di un seme (di divinità) che va seminato. Egli sarà il vostro cibo!.

 

Come si intuisce, il grande evento del Cristo viene considerato ; aperto a due mete: la prima riguarda l’abitazione per gli uomini\anima che si edifica nel 'servizio', e possiede al suo centro l'Albero della Vita. La seconda si riferisce alla Divinità che si può raggiungere solo facendosi parte dell'unità del Cristo Verbo di Dio, cioè accogliendo il Seme del suo Spirito. Nel ricordare il Giubileo, come tempo della divinità, il Levitico profetizza che la semina della divinità avverrà l'ottavo tempo, quello che oggi chiamiamo 'Dies dominica' o giorno del Signore risorto.

Contempla l'abitazione che giù è per voi; così comincia il nostro passo, annunciando il Paradiso Terrestre per la vita creata che nell'uomo trova il suo io, la sua voce, la sua unità.

È un paradiso che si identifica con il Cristo, nel quale i nostri morti si riposano dalle fatiche terrene e godono di essere finalmente liberi ed operosi di vita.

Qui proprio io scopro un invito pressante a predicare l'anima e il paradiso; ad annunciare agli uomini la loro grandezza, e non la mediocrità esistenziale che rende ancora più stretto il cuore.

Giocando sulla parola 'orton' l'agiografo ci presenta il Cristo nella totalità del suo mistero umano; egli è strumento di tortura (croce), è pane eucaristico, è altare.

Egli è poi Vita che va seminata perché tutti l'abbiano; egli è padre di una generazione di figli; Egli il Signore della divina rivelazione del Nous (pensiero) divino; egli è l'Albero della Vita.

Di questo Cristo bisogna cibarsi, perché chi mangia si assimili al nutrimento che ha preso; e diventi così gradatamente uomo del VII giorno, e poi Figlio di Dio che supera i limiti ontici stabiliti nell'atto creativo.

 

Il verso 30, che nella lettura corrente è una monotona ripetizione della dieta vegetariana ordinata da Dio all'umanità ed alle bestie della terra, si rivela ora un inno di esaltazione del Cristo.

 

È stato sempre per me motivo di delusione e di inciampo constatare che per recuperare la figura di Cristo nel VT bisogna spigolare frasi smozzicate e riferimenti più o meno forzati nel senso.

Rifletta il lettore che se il mistero di Cristo, (Eucarestia e Chiesa) è la verità qualificante quell'unica fede che dal Mosaismo giunge fino Cristianesimo, questo mistero deve essere presente all'interno della Scrittura in ogni sua articolazione. Unico è infatti lo Spirito che ha presieduto alla Scrittura, alla formazione della Chiesa, e all'organizzazione della sua fede.

Per questi motivo ho ricompitato nel modo che segue (vv.30.31):

"Giù egli Servo per tutti gli esseri isolati e selvaggi della terra che si lasciano accostare.

Giù egli Servo per tutti i 'corpi volatili' che si lasciano accostare, come ultima propaggine del Piano Divino.

Giù egli, (è) per ogni essere che si evolve avanzando oltre la terra.

Egli che regge l'Unità; e, da se stesso, il 'Soffio della Vita'.

In qualche modo, abbi tu in sorte il Cristo Croce\altare\pane, il Cristo\filatterie come cibo.

Così Egli stette in basso.

Allora sei tu (o Uomo) il Divino di tutte le cose. Quanto grandi le fece il Principio!

E tu contemplalo, quaggiù: (è) un 'Dialogo'!

E si trasformò fino all'Oltre; e all'Alba si attuò certamente, una acquistabile Opera" (33).

(33) Ho compitato diversamente ed ho inteso: invece che 'Dedoka', 'de do ka'; invece che 'corton', 'C, orton' con i vari sensi di quest'ultimo termine; invece di 'epano pases tes ghes' 'ep'a No, Pas estes ghes'; invece di 'En e auto', 'En E auto'; ho inteso 'estai' come 'Ennumi'; in luogo di 'kai pasi tois teriois' ho letto 'Ka I pas itois teriois', e così 'Ka l Pas itois peteinois tou oura Nou'; 'Panta corton cloron' l'ho letto 'Pa anta (da antao) C. orton C. loron; 'Kai eiden o Teos' diventa 'Kai ei d'En'; 'Kala lian' si volge in 'Ka lalian'; 'Espera' in 'Es pera'; ed 'Emera' si volge in 'E mera'.

 

In questo testo, che mi sembra di facile comprensione, i temi sono svariati, ma ben articolati.

A> Il Cristo è universale, e il suo occhio creatore di vita guarda ogni uomo nella sua solitudine ferina (fiere). Il canto di gloria degli angeli alla nascita di Gesù (Lc.2,14 ss) può leggersi: "Nell'eccelso, c'è Gloria ed Unità per i 'Legni di croce'; anche sulla terra, ad opera di Dio, regna la Pace e l'Unità. Allora venne per gli uomini il tempo della benevolenza di Dio".

Il Cristo, dice il nostro testo, guarda sia i corpi, sia la parte impalpabile dell'uomo (volatile), purché essa si orienti a realizzare il progetto divino. Guarda qualsiasi cosa si evolva sopra la terra, in obbedienza alla spinta creativa.

B> Il Cristo è colui che legge l'unità del cosmo, lo ricapitola e lo presenta al Padre; egli è l'unica, certa e fondamentale Anima del Mondo.

Al tempo stesso egli è colui che dà lo Spirito divino, perché possiede il soffio vivificante. Cristo è vero Uomo-Anima e vero Dio.

C> Egli è il Cristo eucarestia nelle due modalità: del sacrificio-pane (Orton) e della Parola ('Loron' come striscia di cuoio su cui è scritta la Rivelazione). Egli è l'Albero della Vita il cui frutto è l'eucarestia.

D> In forza di lui l'uomo può diventare un essere divino; questa è l'acquisibile Opera, quella che nessuno mai avrebbe potuto portare a compimento, se non Dio stesso.

 

In forza sempre e solo di Lui, l'uomo\Anima trova la sua pace, pur restando nella orizzontalità (terrestrità) del Giardino, perché entra in colloquio con il suo creatore, come Luca chiarirà raccontando il dialogo nel tempio dei dottori con Gesù. "

Rifletta il lettore sulla mia proposta; se gli piace la dieta vegetariana se la tenga, perché comunque gli farà bene; anche a rischio di qualche errore filologico, io però preferisco cantare questo inno al mio Salvatore.

 

 

VII Giorno

 

 

Cristo, Settimo Giorno

Nei vv. 2, 1-3 che costituiscono la conclusione di tutto il discorso, si affronta il problema del VII Giorno. Correntemente noi intendiamo così il testo:

"Furono così compiuti il cielo e la terra e l'organizzazione di tutti gli altri esseri. Avendo Dio ritenuta finita al settimo giorno l'opera che aveva compiuto, il giorno settimo cessò da ogni opera da lui fatta, e benedì quel giorno e lo santificò perché in esso aveva cessato da ogni opera da lui compiuta creando".

 

Anche qui io preferisco ricompitare ed andare più in profondità (vv. 2, 1-3):

"Allora furono portati a compimento il Cielo e la Terra; Giù egli, da Servo, (è) il complesso ordinato delle Vibrazioni creative.

Con un solo evento, Dio condusse allora a perfezione l'Unità: ecco 'la sua porzione' nell'Opera che si può conseguire.

a) Le opere (che gli competevano) immediatamente il Principio le compì; e cessò di operare, per (costituire) il Settimo Giorno.

b) Cominciando da tutte le opere (compiute) da Quello li, il Vivente operò.

E Dio benedisse n Giorno Settimo.

Poi santificò la Grande Vibrazione Creative.

Poiché la Grande Vibrazione Creativa è Una cosa sola, 'Quello lì smise definitivamente di operare; e lo Spirito immediatamente cominciò ad agire, egli che è Dio. Opera!" (33).

 

(33) Compito diversamente e leggo: 'Tei emera' come 'Te Ie mera'; leggo 'A' ed 'On' non come pronomi, ma come nomi di Dio: Il Principio, lo Spirito, il Vivente; 'Oti en autei kata' si volge in 'Oti en Aute. I kata". Infine ripeto il 'Poiesai' leggendolo come infinito ed imperativo.

 

Per la parte che ci interessa più da vicino, il segreto per intendere questo passo sta nel separare l'azione divina del benedire da quella del Santificare, ed ancora nell'intendere il termine 'On' (con l'omega) non come pronome relativo (di quelle cose), ma come il nome stesso dello Spirito. Nel roveto ardente, Dio si presentò a Mosè con tre nomi: 'lo, Sono, il Vivente' (Ego, Eimi, o On).

Unendo infatti i due verbi (benedire e santificare), il primo perde di significato in quanto assorbito dal secondo. Se letti isolatamente, essi sintetizzano invece in forma perfetta le 'Due Uscite' dell'umanità. .

La santificazione, che rappresenta la meta eminente., viene sola accennata; essa verrà trattata dall'agiografo nella seconda storia che potremmo chiamare 'della Ricreazione' o 'della divinizzazione'. La Chiesa infatti predica due creazioni: quella nella creaturalità e quella nella Grazia.

 

Giunto così al suo termine, il testo può rispondere alla domanda fondamentale: Che cosa è l'uomo?

Lasciando aperta la dimensione della divinità, la Genesi rivela che l'Uomo\Anima è il complesso ordinato di tutte le vibrazioni creative; è un essere dinamico che vive riunendo, e gode della comunione che ha costituito in se stesso, ad imitazione di Colui che tutto ha ricapitolato in sé.

Su quest'ultimo punto rifletta bene il lettore. A me pare che l' Imitazione di Cristo è scaduta a letteratura oleografica a sentimentalismo da libro 'Cuore', e che troppo spesso presentiamo Gesù come una 'brava persona', colma di virtù umane; come un essere impetuoso e magnetico; come un sofferente. Talvolta giungiamo finanche a barare al gioco pur di accreditare nel Vangelo questa immagine banalmente umana.

A me pare invece che, per una vera imitazione del Cristo, bisogna convivere con Lui quelle situazioni che sembrano paradossali; bisogna imitarlo in quell'uscire dallo spazio e dal tempo che gli fa dire: "Prima che Abramo fosse io sono". Dire insieme a Lui: "Io sono la Via, la Folla Santa (Ale teia), la Vita. Bisogna infine imitarlo quando si pone come ricapitolatore dell'universo.

Per questi traguardi vale la pena giocarsi l'esistenza! Dal nostro testo, balza fuori evidente la centralità del mistero del Cristo; tutto si è compiuto solo ed unicamente in Lui. L'agiografo chiarisce che un solo evento ha prodotto due effetti:

- la Redenzione dell'universo dalla sua divisione che lo rende incapace a guadagnare

la statura adulta dell'Anima immortale;

- la Salvezza dell'uomo dalla la infima bassezza ontica mediante una impensabile assunzione presso Dio.

In forza del Cristo, l'uomo che è terra può diventare 'Anima' immortale; oppure, facendo un balzo impensabile che mai egli avrebbe potuto attuare, può salire verso Dio e diventare un essere divino. Può, come Maria, essere Assunto in cielo.

Chiarito questo importantissimo profilo, l'agiografo può enuncia un'altra rivelazione che ha importanti risvolti trinitari.

L’azione del Cristo si svolge in due 'dimensioni', quella del Verbo di Dio chiamato 'Principio' (Alfa), e quella dello Spirito di Dio (On con l'omega).

Questa profezia corrisponde esattamente a quanto viene esposto nel Vangelo che a Gesù\Verbo fa seguire Gesù Risorto, Spirito vivificante. A questo secondo personaggio viene riferita l'azione della santificazione, come sottolineano i Sinottici quando fanno intervenire nel concepimento di Gesù lo Spirito di Dio, e gli Atti quando narrano l'evento della Pentecoste.

 

La conclusione della storia è legata a due distinte operazioni di Dio: la Benedizione del VII Giorno, cioè del Paradiso Terrestre; la Santificazione del 'Ciò che è' creato, il quale è diventato, come abbiamo visto, la persona stessa dell'uomo\anima immortale.

Le due Vie sono così concluse, quella della Vita (divinità), e quella che passa attraverso la morte e che, comunque, a fronte dell'altra, non può avere altro nome se non quello di 'Via della morte'. Al centro' all'incrocio delle due Vie (orizzontale e verticale) riposa il Corpo del Cristo crocifisso Pane della Vita.