Home  

 

La vita

 

 

I lavori già pubblicati

Articoli vari

 

 

Articoli vari

 

 

Contributi

 

 


 

Teologia

 

Esegesi

 

Cristo

 

Sacramenti

 

Chiesa

 

Incarnazione

 

Maria

 

Sacra Scrittura

 

Pastorale

 

Patristica

 

Kabbalah

 

Talmud

 

Autori Greci

 

Contattaci


QUADERNI DI V. M. ROMANO 8

 

I  sette giorni della Vita e dell’Anima

(Gen. 1,1 – 2,3)

 

a mamma e a Marisa

nello spazio dell’anima

 

 

1 Genesi

Inno a Dio Creatore

(1) In principio Dio creò il cielo e la terra. (2) Il mondo era vuoto e deserto, le tenebre coprivano gli abissi e I un vento impetuoso soffiava su tutte le acque.

(3) Dio disse: «Vi sia la luce!». E apparve la luce. (4) Dio vide che la luce era bella e separò la luce dalle tenebre. (5) Dio chiamò la luce Giorno e le tenebre Notte. Venne la sera, poi benne il mattino: primo giorno.

(6) Dio disse: «Vi sia una grande volta! Divida la massa delle acque». (7) E così avvenne. Dio fece una grande volta e separò le acque di sotto dalle acque di sopra. (8) Dio chiamò la grande volta Cielo. Venne la sera, poi venne il mattino: secondo giorno.

(9) Dio disse: «Siano raccolte in un sol luogo le acque che sono sotto il cielo e appaia l'asciutto". E così avvenne. (10) Dio chiamò l'asciutto Terra e chiamò le acque Mare. E Dio vide che era bello. (11) Dio disse: «La terra si copra di verde, produca piante con il proprio seme e ogni specie di albero da frutta con il proprio seme!». E così avvenne. (12) La terra produsse erba verde, ogni specie di piante con il proprio seme e ogni specie di alberi da frutta con il proprio seme. E Dio vide che era bello. (13) Venne la sera, poi venne il mattino: terzo giorno.

(14) Dio disse: «Vi siano luci nella volta del cielo per distinguere il giorno dalla notte: saranno segni per le feste, i giorni e gli anni. (15) Risplendano nel cielo per far luce sulla terra». E così avvenne. (16) Dio fece due grosse luci: la più grande per il giorno, la più piccola per la notte. E poi le stelle. (17-18) Dalla volta del cielo esse rischiarano la terra. Dio le mise lassù per regolare il giorno e la notte e separare la luce dalla tenebre.. E Dio vide che era bello. (19) Venne la sera, poi venne il mattino: quarto giorno.

(20) Dio disse: «Le acque producano animali che guizzano, e sulla terra e nel cielo volino gli uccelli». (21) Dio creò i grandi mostri del mare e tutto quel che vive e guizza nelle acque. E Dio vide che era bello. (22) Dio li benedisse: «Siate fecondi, diventate numerosi e popolate le acque dei mari. E anche gli uccelli si riproducano sulla terra.» (23) Venne la sera, poi venne il mattino: quinto giorno.

(24) Dio disse: «Produca la terra varie specie di animali: domestici, selvatici e quelli che strisciano.» E così avvenne. (25) Dio fece questi animali secondo la loro specie: quelli selvatici, quelli domestici e quelli che strisciano al suolo. E Dio vide che era bello. (26) Dio disse: «Facciamo l'uomo: sia simile a noi, sia la nostra immagine. Dominerà sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, sugli animali selvatici e su quelli che strisciano al suolo.» (27) Dio creò l'uomo simile a se, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò. (28) Li benedisse con queste parole: «Siate fecondi, diventate numerosi, popolate la terra. Governatela e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e su tutti gli animali che si muovono sulla terra.» (29) Dio disse: «Vi do tutte le piante con il proprio seme, tutti gli alberi da frutta con il proprio seme. Così avrete il vostro cibo. (30) Tutti gli animali selvatici, tutti gli uccelli del cielo e tutti gli altri viventi che si muovono sulla terra mangeranno l'erba tenera.» E così avvenne. (31) E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto bello. Venne la sera, poi venne il mattino: sesto giorno.

 

 

2

(1) Così Dio completò il cielo e la terra e ciò che vi si trova: tutto era in ordine. (2) Il settimo giorno, terminata la sua opera, Dio si riposò. Il settimo giorno aveva finito il suo lavoro. (3) Dio benedisse il settimo giorno e disse: «È mio! Quel giorno si riposò dal suo lavoro: tutto era creato.

 

da: "La Bibbia in lingua corrente" LDC-ABU, Torino 1985

 

 

Eptamerone come protoevangelo

Il passo che precede è quello di Gen. 1,1-2,3, volto in italiano dal testo ebraico (masoretico) della Bibbia. Una traduzione che, con qualche libertà: esalta il senso narrativo del racconto inteso come mito della creazIone.

Noi ci muovevamo in tutt'altra direzione, meditando sulla Bibbia greca dei "Settanta " (LXX).

Nel rileggere il primo racconto della creazione, non cercheremo il nascere dell'universo materiale, ma la storia della Vita e dell'uomo; dell'evoluzione del creato ad opera dell'uomo\creatore.

In esso Dio rivela che cosa è l'uomo, e come nell'uomo (facendosi cioè uomo), la vita creata esprime il massimo delle sue potenzialità.

Poiché questa lettura coesiste con tante altre, non si disorienti il lettore, confrontando le interpretazioni diverse che ritrova in questo o in altri Quaderni. Ricordi che la Scrittura ha infiniti significati, perché è Parola di Dio e non discorso dell'uomo e, invece di cercare la sicurezza della univocità, goda della varietà che gli viene proposta. Il grande Agostino lo sottolinea in decine di passi della sua monumentale opera.

 

Prima di iniziarne la meditazione, sarà bene precisare alcune cose in ordine alla struttura del nostro racconto, sottraendolo per un poco ai filologi ed agli storici, e riportandolo nel suo naturale ambito.

Suggestionati da assonanze letterarie, quasi tutti gli studiosi considerano i sette giorni come un'unica e continua sequenza, costituita, da sei giorni di opere (cd. Esamerone), e da un 'settimo' dedicato al riposo, ma i praticamente insignificante. Ciò rende il testo una specie di racconto mitico, per di più monotono, ripetitivo e talvolta contraddittorio.

Queste qualità negative (che ovviamente fanno la gioia degli addetti ai lavori), lo hanno relegato sui tavoli anatomici delle biblioteche, così che m pratica nessuno più si volge ad esso per chiede: lumi sulla propria vita. Di creazione ormai si parla solo in termini scientifici o per polemizzare con la scienza. Il Dio creatore è diventato un soprammobile della fede cristiana.

Saltando a piè pari questa impostazione deludente, io preferisco considerare il nostro testo come un discorso teologico unitario scandito in sette sezioni (7 giorni, o 'eptamerone'), ed articolato in tre momenti, secondo uno schema 3-1-3. Anticipando le conclusioni suggerisco allora di intendere:

a> i Giorni I, II e III (sezione iniziale) come rivelazione della prima creazione; in essa il Creato, e l'uomo che lo impersona anche quando hanno raggiunto la loro perfezione (paradiso terrestre), restano separati da Dio, nella loro orizzontalità esistenziale;

b> il IV Giorno (cerniera), come rivelazione del Cristo 'Causa\Perfezione' di ogni evoluzione. Ambivalentemente egli è conclusione del processo già narrato, ed inizio di una dimensione del tutto nuova (divinità), esposta nei successivi tre giorni.

c> I giorni V, VI, VII (seconda sezione) come completamento del discorso dei primi tre giorni, e come annuncio di una seconda Creazione, consistente nella divinizzazione del creato nell'uomo. Quest'ultimo, pur restando creatura, diventa cosa santa, prossima al suo Creatore.

 

Lo schema proposto, espresso in forma geometrica,

forma di un angolo retto, del quale:

- il lato orizzontale comprende i primi tre giorni (prima creazione);

- il Iato verticale gli ultimi tre (seconda creazione);

- il punto di contatto (IV giorno) simbolizza l'evento Cristo.

Lo schema può anche disegnarsi a forma di una croce, i cui pali (verticale ed orizzontale) si incontrano formando un centro che ne costituisce il punto dinamico, l'origine e la conclusione.

 

Ipotizzando questa articolazione del tema del racconto, ed individuando due blocchi giustapposti e congiunti, il lettore trova un criterio di lettura: due economie delle quali il Cristo è inaugurazione e perfezione. Esse sono:

 

a> la Redenzione del creato (considerato nella sua consistenza esistenziale), dalla sua incapacità a costituirsi in unità e sfuggire così alla morte della divisione;

b> la Salvezza del mondo che, dopo essersi identificato nell'uomo, supera i suoi naturali limiti esistenziali, ed entra nella divinità. Nel Vangelo di Luca, Gesù dice: "Il figlio dell'Uomo si avvia a superare i confini stabiliti".

Come dicevo, il centro, il perno su cui ruotano i due momenti solutivi è costituito da quel IV Giorno che simbolizza l'evento Cristo\ Chiesa\eucarestia.

 

Rileggendo in questo modo il racconto, esso diventa qualcosa di sempre attuale, ed il lettore potrà comprendere il senso di molte verità che gli restano oscure.

Tra l'altro, per anticipare qualcosa, sarà in grado di darsi ragione di quella Discesa agli inferi di Gesù, che è tanto ripetuta quanto incompresa. Gli apparirà chiaro infatti che il Gesù che compie questo strano viaggio, non è un 'Morto', come usiamo dire, ma il Gesù divenuto incorporeo, eppur sempre totalmente se stesso.

È il Gesù\anima immortale entrato nella dimensione degli uomini incorporei (già trapassati o ancora da venire), perché la sua Anima, diventando anima dell'universo, possa restituire al creato unità evita.

Proprio col dotare il mondo di una principio cosciente che non soffre della limitazione di spazio e tempo, egli porta a felice compimento la prima creazione, nella unità e nella pace della sua divina Persona. Questa è la storia di Cristo; ma questa è anche la storia di ogni uomo che a lui si vuole assimilare, cioè la nostra storia sacra.

 

Seguendo lo schema proposto, il lettore potrà trovare nel nostro racconto la spiegazione del grande mistero della divinizzazione dell'uomo.

Approfondendo gli eventi degli ultimi tre giorni, potrà vedere che quello stesso Cristo offre la divinità all'uomo consentendogli di ascendere con sé alla presenza di Dio. Rifletta il lettore che questo mistero è sempre annunciato, ma è praticamente privo di contenuto e carente di modalità chiare per conseguirlo.

Andando ancora più oltre il lettore potrà finalmente comprendere l'importanza decisiva di un dogma (quello dell'Assunzione) che spesso viene inteso in senso encomiastico, quasi come una 'commenda' che si è voluta conferire a Maria, in quanto madre del Cristo. Se la Chiesa continua a celebrare questo mistero, è perché esso riguarda ognuno di noi, ed a noi proprio schiude un futuro di grandezza. Affermando come certezza di fede l'Assunzione di Maria e la sua celeste regalità, la Chiesa ci indica quale è il destino ultimo dell'umanità, e quale e la strada per conseguirlo. Ancora il lettore potrà cogliere il significato del numero dei Vangeli canonici. Comprenderà che, limitandoli a 4, la Chiesa suggerisce al fedele di centrare l'attenzione sul quarto giorno, come rivelazione del mistero di Cristo-Vangelo, del Cristo Presenza e Rivelazione di I Dio.

In pratica il racconto dei sette giorni, adeguatamente letto, può diventare, non dico il sommario di tutta la fede cristiana, ma certamente un vero ed autentico protoevangelo.

Un protoevangelo archetipale

Nei vv. l,1-3, che costituiscono un specie di sommario, l'agiografo sintetizza poi la struttura dinamica della vita in entrambe le economie. Rileggiamo insieme il testo nella versione corrente:

<1>  In principio fece Dio il cielo e la terra. <2> E la terra era non vista e non strutturata; e una tenebra sopra l'abisso; e spirito di Dio si portava sopra l'acqua. <3> E Dio disse sia luce; e fu luce.  

Invece di badare ai contenuti, proviamo, in prima battuta, ad identificare la struttura sistematica del passo; io suggerisco di articolarlo come segue:

a) un momento positivo, costituito nel racconto dalla divina creazione del cielo e della terra da parte di Dio (v .1);

b) un momento di crisi (o negatività), nel quale una parte della creazione (nel racconto è la 'terra '), vive le doglie di un parto di grandezza, oppure (in negativo) si rende scompaginata e larvale (v. 2);

c) una soluzione gloriosa che è collegata all'azione di Dio e del suo Spirito.

 

Per comprendere in qual modo identifico questo schema all'interno del racconto, il lettore deve fermarsi a riflettere sul significato dei versetti 2> e 3> In particolare consideri che il II versetto annuncia qualcosa di negativo, ma lo riferisce alla terra (che è soggetto della frase), e non certo a Dio. Ed ancora faccia attenzione alla modalità dell'intervento divino nascosto sotto parole ed espressioni che all'apparenza sembrano dire cose del tutto diverse.

Meditando in questa direzione apparirà la conclusione gloriosa ed ottimistica della nostra storia; e si mostrerà che esistono due soluzioni progressive per il creato.

Il testo dice: "Una tenebra sopra l'abisso". L'immagine viene ordinariamente letta in forma statica, come una prosecuzione della frase che precede. In pratica, se la terra è caotica, nulla è più naturale della presenza di una tenebra su di essa. L'oscurità diventa così una nota letteraria di colore e non una rivelazione divina.

Ma nella Scrittura nessuna parola è di troppo. Ricordando questo, e seguitando à cercare il divenire della vita, io preferisco considerare l'immagine della tenebra come qualcosa di dinamico e positivo. In altre parole, enunciato lo stato decaduto della terra, ipotizzo che il testo narra gli atti creativi di Dio, e lo qualifica Tenebra.

Questo vocabolo rivela allora che la prima azione di Dio sul 'Ciò che è' decaduto, è un agire celato e misterioso. Tenebra (skotos) non indica infatti necessariamente un qualcosa di negativo, ma piuttosto un quid di invisibile. Si pensi, per intenderci, al nascondimento eucaristico.

In conclusione, Dio non abbandona la terra, ma ad onta del suo rifiuto, 'resta in alto' sopra di essa. Fuor di metafora, ciò equivale ad una sua ristrutturazione positiva, al raggiungimento della prevista perfezione del creato. Ed infatti Dio non potrebbe certo regnare su una realtà negativa e fallimentare.

Noti ancora il lettore che la terra viene chiamata abisso, e ne deduca che, anche se rifatta e portata alla sua statura adulta, per effetto della presenza di Dio essa si trova a una distanza infinita dal suo divino Creatore.

 

Esauritasi l'indicazione della prima uscita positiva, il testo enuncia la soluzione ottimale costituita dalla divinizzazione del creato

Segue allora un'altra frase: "Spirito di Dio si portava sull'acqua". In essa identifico una azione successiva dello Spirito che, come svelamento del Dio nascosto (tenebra), porta sulla terra la mistica Acqua della Divinità, inserendola nell'oceano amaro dell'umanità.

Viene allora alla mente il fiume di acqua viva profetizzato da Ezechiele ( 47,8) , e ricordato dalla Didachè a proposito del battesimo; diventa chiara la parola di Gesù che annuncia un fiume di acqua viva che zampilla dal cuore dell'uomo a Vita eterna.

In conclusione, la vita subirà con un solo evento due interventi divini, i quali produrranno due distinti effetti: perfezione orizzontale del creato e divinizzazione.

Fatta questa precisazione, che già ci orienta nella ricerca, torniamo allo schema delineato, nei suoi tre momenti (positivo, critico, ottimale), per dedurne qualche altra indicazione, lo credo infatti che la enunciata struttura archetipale, ripetuta continuamente nei racconti biblici, rappresenta in se stessa la maniera più semplice per intendere che cosa sono l'uomo e la vita.

 

Il primo momento, che abbiamo considerato positivo, chiarisce che ogni cosa, nella sua origine è buona. Dunque anche noi lo siamo stati al nascere, ad onta di tutte le passività di cui ci sentiamo caricati.

Il secondo momento critico riconosce alla creazione una liberta attraverso la quale essa può evolversi (se la usa in positivo), oppure scompaginarsi del tutto (se la usa in senso negativo). L'agiografo avverte allora che la Crisi è uno stato intermedio e naturale nell'uomo; rappresenta il momento nel quale egli, essendo libero creatore del suo futuro, giudica se stesso.

Il terzo momento 'ottimale' annuncia un trionfo finale della creazione uscita viva dalle mani di Dio. Come abbiamo già detto esso si riconnette al Dio che resta nascosto e produce il VII Giorno, cioè il Paradiso Terrestre dove l'umanità vive la sua pace; o allo Spirito comunicatosi al mondo, che instaura la divina comunione con il Creatore.

Possiamo allora dedurre che l'umanità è nata per essere vittoriosa, per superare ogni difficoltà, aiutata com'è dal suo Creatore. Che questi si fa presente in uno specialissimo soggetto, il Cristo che, da uomo, è 'oscurità' di Dio, e da Spirito è 'Luce' divina.

 

Aggiungerò un'ultima precisazione. Come già dicevo, la situazione di crisi che rappresenta il secondo momento dell'archetipo, può consistere o in un rifiuto che implica morte e svuotamento, o in una notte di doglie dalla quale scaturisce la vera e grande opera: il Figlio. Per intendere questa duplicità di effetti si pensi alla passione e morte di Gesù, evento che ambivalentemente equivale al rifiuto del mondo, e produce un diluvio distruttivo; oppure al nascere del Risorto che offre la divinità al mondo. Nella predicazione corrente si è guardato quasi esclusivamente all'aspetto negativo, sicché la crisi del mondo ("ma la terra era opaca e informe") è intesa solo come fallimento, con la conseguenza di rendere assorbente il tema del peccato.

Come altrove ho chiarito, questa lettura unilaterale, per quanto esatta, non mi convince del tutto. Il momento di crisi infatti, letto dal punto di vista di Maria (la concepita senza peccato), esprime solo l'evolversi laborioso della vita creata che passa di gloria in gloria (1).

 

 (1) Per intenderci meglio, ricorderò al lettore che la Maria sotto la croce, non è solo quella di Pasolini, disperata e piangente (Addolorata con sette spade nel cuore), ma è principalmente la Donna del Vg. di Giovanni che, in quanto Vita (Zoe), diventa la madre di tutti i viventi: "Donna questo è tuo figlio". L'evangelista Luca esprime una uguale teologia quando costruisce il discorso dell'angelo Gabriele in modo del tutto positivo, lasciando che il negativo (passione) sia inglobato nella gloria del 'Trono di Davide'.

 

 

I GIORNO

 

 

La tensione alla pienezza

Le opere del primo giorno rivelano l'esistenza nel creato di una tensione all'unità, cioè alla piena realizzazione della vita creata. Il passo è il seguente:

"E disse Dio: sia luce e vi fu luce. E vide Dio la luce come cosa buona. E divise Dio nel mezzo della luce, e nel mezzo della tenebra. E chiamò Dio la luce 'Giorno' e la tenebra 'Notte'. E fu sera, e fu mattino, giorno uno".

Questo è il testo greco, tradotto pedissequamente, secondo la punteggiatura e la scansione corrente, usando il significato tradizionale dei vocaboli. Proviamo ora a vedere che cosa si può leggere; angolando la ricerca sul tema della evoluzione della vita creata, e ricordando che il brusco cambiamento di soggetto da v. 1 a v. 2 (da Dio alla terra), attesta che l'azione che si svolge nei primi tre giorni ha per soggetto non solo Dio, ma anche l'Essenza Creata (On, En).

Nel I giorno il Creatore ne attiva il processo di crescita, orientandolo ad una piena autocoscienza. Egli la sollecita a due gesti fondamentali, che esigono obbedienza al suo invito, e una umiltà tanto fiduciosa da non temere di giungere fino alla autonegazione.

I gesti richiesti al 'Ciò che è’ creato (On), ormai diventato materia caotica (non vista e non strutturata), consistono nel costituire un Altro da sé, per superare così la gelosia dell'isolamento. In altre parole, Dio invita a distinguersi in una pluralità di soggetti.

La deduzione che ne possiamo trarre è la seguente: la strada per raggiungere una unità cosciente consiste innanzi tutto nella pluralità. Nei racconti successivi, questo tema verrà reso con l'immagine della generazione di molti figli.

Rifletta il lettore che questo è lo schema essenziale della fede biblica. Chi vuole evolversi per essere più grande, deve accettare innanzi tutto di diventare una pluralità. Deve rifiutare l'idolo del conformismo, della omologazione, della uniformità che purtroppo regna nel mondo e spesso anche nella Chiesa. Deve saper passare, autotrascendendosi, dall'io al noi, dall'egoità alla noità.

 

La Bibbia insegna all'uomo a non limitarsi alla realtà presente, a quel sono fatto così che ha senso solamente per i corpi morti; a non rinchiudersi mai in una ristretta qualità del proprio essere. Per buona , che sia, ogni qualità rappresenta sempre una limitazione e una riduzione delle potenzialità dell'uomo.

Nel primo Giorno l'uomo viene dunque definito come naturalmente aperto al futuro, sicché nessuno può dire: 'Io sono questo, o quello', ma deve dire: 'Io sono quel che sarò' .

L 'uomo che scaturisce del testo che stiamo meditando, è figlio del suo futuro e non del suo passato; la sua legge è autosuperamento e realizzazione delle proprie potenzialità. L'astrologia indiana suggerisce di partire dalla struttura del proprio segno zodiacale, per giungere a possedere la qualità di tutti i segni; essere cioè un uomo \ mondo.

All'Essenza Creata Dio chiede dunque di non temere nel perdere i la propria unità fontale (l'En dell'Incipit), e di costituirsi in distinte individua1ità. Ciò servirà a raggiungere quella unità cosciente che rappresenterà l'autentica pienezza. Che se poi la vita creata imparerà ad essere fiduciosa nel 'poco' della evoluzione esistenziale, allora saprà essere anche fiduciosa nel 'molto' dello scatto di divinità. La 'fede' le farà guadagnare quell'inimmaginabile splendore finale al quale allude l'icona della luce\fuoco (Fos), simbolo dello stato ardente e dinamico della divinità.

 

L'uomo è da sempre

Quando pensiamo alla storia dell'uomo, immaginiamo due momenti iniziali. Il primo di essi, che riguarda l'intera umanità, è praticamente indeterminabile, perché riguarda quel misterioso momento nel quale brillò là scintilla dell'intelligenza. Il secondo, che riguarda i singoli individui, è databile all'atto della nascita.

Poiché consideriamo l'essere umano un singolo animale razionale, il primo inizio ci interessa poco, e diventa importante solo il secondo. E ciò al punto di svalutare anche i nove mesi di gestazione. Nessuno infatti, nel computare la sua età, include quei nove mesi; anzi l'imperante verbo abortista li priva di ogni significato antropico.

Questa imperante cultura dell'uomo è la radice del fallimento della nostra società, perché del fenomeno antropico prende solo un riduttivo segmento, quello dell'essere corporeo, nato e cosciente.

La Genesi dice tutt'altra cosa. L'uomo è da sempre e per sempre. Questa tesi, che può apparire velleitaria e fantastica, è in qualche modo avallata dalla scienza.

Rifletta il lettore che, se non prende come punto di riferimento la coscienza del suo Io, ma la materialità del suo corpo, la sua età si dilata fino al Big Bang, al momento cioè nel quale si formarono le particelle che compongono il suo corpo.

Ora, se gli atomi avessero una propria coscienza, ogni uomo attraverso il suo corpo possiederebbe cinque miliardi di anni, e potrebbe presumere di esistere fino alla fine dell'universo.

Per intendere poi il messaggio biblico, ricordi il lettore che prima ancora della materia c'era la vita, creata fuori dello spazio e del tempo. Quale soggetto di vita egli esiste allora prima ancora dello spazio e del tempo; e continuerà a vivere anche quando sarà scomparso questo universo materiale .

Questa è dunque la grande scommessa che bisogna rischiare nel terzo millennio: continuare a considerarsi un segmento corporeo dell'esistenza; animale chiuso nel pollaio del tempo e dello spazio, oppure un essere immortale per il quale non esiste la freccia del tempo.

 

Tutta intera questa esaltante antropologia è sommariamente annunciata nei racconti della creazione.

Nella prima sezione del testo, dove manca spazio e tempo, la dinamica evolutiva della vita creata (On), si inquadra tra due proposizioni:

a>    "Dio fece l'Essenza vivente" (l'On di v .1);

b>    "Dio disse: sia la Luce" (v. 3).

Quest'ultima espressione, che ora ho riportato secondo la lettura corrente, contiene un 'Fos' che al neutro significa 'Luce, fuoco', ma al maschile significa 'uomo': può allora leggersi diversamente:

"Dio disse: sia l'uomo! Questi divenne pienamente Luce\ fuoco".

Diventano chiari i termini distali del discorso: a una iniziale creazione viva, seguirà un Vivente, un essere di fuoco quale momento perfettivo. Così delineata la storia della Vita è fissata indefettibilmente da Dio nelle sue linee evolutive.

Nella metafora letteraria, il 'neutro' di 'On' (Ciò che è), deve diventare un 'maschile' (individuo) 'o fos' cioè l'uomo; tuttavia la totalità dell'origine non sarà perduta perché quel maschile sarà anche 'neutro' (to Fos); in una parola, l'uomo diventerà 'luce e fuoco', termine neutro che corrisponde al primitivo 'On' (2).

 

(2) Se questo passaggio non viene colto, ciò dipende dal fatto che la lettura corrente traduce 'Fos' solo nel suo senso neutro (Luce), ed appiattisce il testo a livello cosmogonico. Il verso 3 è stato invece sapientemente costruito in modo che non si possa decidere sul 'genere' e quindi sul se viene creata 'la luce' oppure un 'uomo'.

 

Diciamolo ancora una volta; il nostro testo rivela un dinamismo che dal "Ciò che è' (On) creato all'origine da Dio, porta al 'Fos' (ambivalentemente: uomo e fuoco). L'uomo, artefice sempre presente dell'evoluzione del creato, diventerà dunque un Fuoco luminoso.

Quanto vengo affermando non è una elucubrazione, non è un arzigogolo; ne fanno fede molti passi della Scrittura. Essa lo ribadisce, ad esempio, quando profetizza che i figli di Abramo, da arena del mare, si trasformeranno in stelle del cielo, o meglio in Luci e Fuochi celesti.

Questa mutazione non riguarda solo l'universo, ma, come già dicevo, ogni singolo essere umano. Non a caso noi circondiamo le immagini dei santi di una aureola infuocata.

 

Evolversi attraverso la distinzione

Rivisitando i versetti che costituiscono il 'primo Giorno', il lettore coglierà una serie di azioni costituite essenzialmente da un separare e distinguere. Noterà anche che il tema del dinamismo e della distinzione, che sono i momenti caratteristici della prima fase dell'evoluzione vitale, viene ulteriormente sviluppato nel testo che va da v. 1 a v. 5.

Che cosa vuole rivelarci l'agiografo contali operazioni divine? Per rispondere alla domanda proviamo a considerare questa sezione del racconto come una specie di sommario della teologia dell'uomo e della vita costruito mediante raffronti.

Accostando infatti varie immagini, tutte riferibili al rapporto Dio\uomo e alla struttura stessa dell'uomo, a me pare che qui lo scrittore articola più precisamente il modello di uomo che vuole suggerirci.

Esaminiamo ora alcuni termini paralleli, per dedurne qualche verità antropologica.

Innanzi tutto colpisce la stretta relazione fra Oscurità e Luce, termini che a mio giudizio, alludono al Mistero nascosto di Dio (Skotos) e alla sua Rivelazione (Fos). Rifletta il lettore che queste due dimensioni sono continuamente presenti nel cuore dell'uomo e nel suo dialogo col Creatore.

L'agiografo vuoI dirci allora che il percorso dell'esistenza umana sarà costituito da momenti di aridità e di buio, ma anche da attimi di grande chiarezza. Secondo l’Imitazione di Cristo, l'uomo non deve né temere l'una, né esaltarsi dell’altra, perché esse sono distinte tonalità dell'unica e positiva vita.

 

Un'altra immagine ricorrente nel nostro racconto è quell'Acqua che, nella grandissima varietà dei suoi stati, può simbolizzare adeguatamente sia resistenza umana, sia la vita divina.

Qui il lettore deve fare attenzione alla forma grammaticale in quanto il singolare ed il plurale indicano realtà ben diverse tra loro.

Il singolare Acqua, allude alla Divinità e alla Rivelazione divina. Connessa allo Spirito, nella sua forma eminente essa abita sopra il Firmamento, e fluisce nel mondo (acqua sotto il Firmamento (vv. 6,7). Il plurale acque dice qualcosa di molto diverso e cioè la molteplicità del creato e dell'uomo inabitati da questo elemento divino. Dice ancora la frazionata e parziale cognizione da parte dell'uomo dell'unica Acqua Viva dello Spirito che sta in alto.

Se ora il lettore fa un passo avanti, potrà notare che nel terzo giorno l'Acqua e le acque si pongono in maniera diversa. Dio ordina che quella del basso (al singolare) si unifichi in un solo contenitore, e da ciò nasca la 'terra arida'. Dunque, avverte l'agiografo, vi sarà un Uomo che come corpo sarà terra arida, ma al tempo stesso impersonerà tutta la vita partecipata al mondo (Acqua).

Il testo chiarisce poi che questa unità dell'Acqua del basso in un sol uomo non sarà escludente. Non uno solo, ma molti potranno realizzare questo speciale evento.

Egli prosegue infatti dicendo che da quella stessa acqua si formano 'molte raccolte' (esseri esponenziali delle vibrazioni creative-Auton) cioè molte anime umane. E perché il lettore intenda che tutto ciò è cosa buona, egli rivela poi che Dio dà 'Nome' a queste cose; e chiama 'Mare' i 'sistemi delle acque', e 'terra' la parte arida.

Se l'Acqua è qualcosa di alto si potrà allora concludere che essa, sempre e comunque, è il fondamento di tutto; al tempo stesso che le soluzioni saranno due:

a) vi sarà un unico soggetto che fungerà da 'Anima\ calice' del divino (Il Cristo);

b) vi saranno più soggetti che fungeranno da calice di questo divino, ma restando in basso (anime, immortali). In questo senso, come vedremo, i 'sistemi della acque' coincidono con il Paradiso Terrestre.

Leggendo il nostro testo in termini di Rivelazione, si può dedurre che esisterà un'unica Rivelazione divina collocata in alto (La Thorà della Kabbalah), ed una molteplicità di rivelazioni (libri), che staranno in basso.

Un'ultima notazione: nel quinto giorno, la dinamica vitale si svilupperà proprio partendo dalle acque, sicché l'azione si muoverà nella dimensione del divino comunicato all'uomo.

 

Evolversi nella metafora sonora

Il creato si evolve pluralizzandosi e cercando una nuova e più ricca unità. Il creato cerca l'uomo-anima, come la vibrazione sonora cerca, nella pluralità dei suoni, una articolazione ed una voce che possa esprimere un Detto. Nella dinamica della creazione, la perfezione orizzontale del detto è 1'Io ed il Tu; quella verticale è il grande TU di Dio.

In questa specifica metafora, la sintesi di ogni cosa consiste nel pronunciare il Nome di Dio: Padre!

 

Non c'è qui spazio per approfondire la presenza e l'articolazione della metafora sonora nei racconti della creazione. Suggerirò solo di verificare la presenza, nel testo greco, del termine 'Aute'. Questo, letto come sostantivo, indica un grido ed allude alla grande ed iniziale Vibrazione creativa.

Rinviando al mio Q7 (passim) qui voglio sottolineare che la Voce (Ia) è un termine che si nasconde in molte parole della Bibbia. Essa esprime il dinamismo operativo della creazione in termini di vibrazione sonora, e ne connota la perfezione come il suono articolato rispetto al gemito.

 

Il vocabolo 'Voce' si evidenzia nel nostro testo se si compita diversamente l'espressione 'Emera mia' (giorno uno). Leggendola: 'Ema era ama Ia', essa dice: "La Veste (uomo) è insieme Terra e Voce (Ia)". L'uomo è dunque materia e vibrazione sonora creativa; in altre parole è 'Vita' (3).

(3) Le conclusioni prospettate trovano riscontro in una ricompitazione dei vv. 4.5, se si danno ai fonemi 'Oteos' e 'Noteos' i significati di 'il Divino', 'il suo', 'l'apparenza', e se si traduce 'Fos' come 'uomo' e come ‘Luce-fuoco’. Compitando allora: "Ka iei d'en ot'eos\ tau o fos oti kalon\ ka idia ecorisen\ o teos ana ames\ on tou fotos kai ana meson tou skotous\ kai ekalesen noteos to fos e meran\ kai to skotos ekalesen: Enna ukta, kaie!\ ghe en eto es pera akai. \Egheneto pro oi emera amia", il v. 4 dice: "In basso l'Unità attiva chi a Lui appartiene \ Reso perfetto; il mortale (giacché è cosa buona) distinse le proprie cose. \ Egli, quale essere divino, <è> in alto un Noi \ L'Essenza di Fuoco allora si solleva in alto, mediazione del Mistero". \ E la 'parvenza' invocò il Fuoco, ovviamente una porzione, E invocò il Mistero: O 'terzo-ultimo giorno', piovuto in basso, ardi! Tu attiva dentro l'unità oltre ogni misura, con dolcezza. \ In basso, si costituirono per quello dolci cose: una custodia" \.

Ricordo che il termine 'Arnia' indica anche un pesce e richiama quindi al mistico 'Ictus' che nato nelle acque diventa ardente dopo la resurrezione di Gesù (cfr. Giov. 21,9 55.).

 

 

 

II GIORNO

 

 

Firmamento e io individuale

Il sommario della intera rivelazione esposta nel I giorno viene esplicitato nei 'giorni' seguenti. Ricordo al lettore che abbiamo scelto di leggere nella angolazione della vita, ipotizzando che l'uomo è chiamato ad impersonarla, e che il processo non consiste in una sovrapposizione di opera ad opera, ma in una evoluzione del 'ciò che è' creato da Dio alle origini.

Vita, uomo ed evoluzione sono dunque i tre criteri che guidano la nostra meditazione.

Ora, con riferimento al Firmamento, cercheremo di individuare all'interno della narrazione il sorgere della struttura umana, ed in particolare il nascere delle 'anime', cioè dei principi unificanti e dinamici che consentono all'uomo di dirsi 'uomo'.

Come avremo modo di chiarire, la Bibbia riferisce all'uomo quattro centri vitali: l'io individuale, l'io personale o sociale, l'io immortale (quello che noi chiamiamo anima), ed infine lo Spirito di divinità.

Le prime tre anime sono proprie dell'uomo, quale culmine della evoluzione della vita creata, mentre la quarta è un puro dono di Dio (grazia).

Veniamo allora al testo:

"Dio disse ancora: vi sia in mezzo all'acqua un firmamento e stia come una cosa che divida nel mezzo acqua ed acqua. E avvenne così. E fece Iddio il firmamento. E Dio divise nel mezzo l'acqua, quella che era sotto il firmamento; e in mezzo l'acqua, quella sopra il firmamento" (4).

 

(4) Posso tradurre così il testo della LXX (Bibbia greca), avvertendo il lettore che c'è una sfasatura letteraria nella parte finale; l'agiografo infatti cambia costruzione e dice 'o en upokato' e poi 'tou epano' ('quella che era sotto', 'quella di sopra'). Se il senso sembra essere lo stesso, questa variazione stilistica non è certo senza motivo. In altra sede mostrerò quali conseguenze se ne possono trarre. Inoltre è singolare il fatto che il firmamento nasce per dividere l'acqua (sempre al singolare nel nostro testo), ma poi chi divide è Dio in persona.

 

Leggendo il racconto, sembra che il Creatore abbia due interessi: costruire un 'firmamento' che si ponga al centro; e distinguere l'acqua primordiale in due sezioni: quella dell'alto e quella del basso (5).

 

(5) Una immagine questa che ha suoi antecedenti nelle mitologie orientali che vedono in un oceano primitivo l'origine del mondo. L'acqua, quasi in tutte le religioni (anche quella maya) rappresenta il naturale veicolo della vita..

 

Ne derivano due eventi:

a) il venire all'esistenza di un quid di isolato e unico (il firmamento) che costituisce un quid novi, una progressione rispetto alla situazione preesistente;

b) la pluralizzazione dell'unica acqua originaria.

Dal testo si può ancora dedurre che entrambe le situazione sono certamente buone, visto che promanano direttamente da Dio.

Riflettendo su tali dati, in termini di evoluzione, possiamo dedurre:

a) che la vita creata (espressa nell'immagine dell'acqua) si viene agganciando a qualcosa che prima le mancava, ad un che di unico;

b) che essa comincia a sezionarsi in entità singole le quali, pur essendo al momento solo due indicano pluralità.

In altre parole, il passo vuol profetizzare che dalla unità amebica dell'inizio, si passa a più soggetti (due acque) dotate però di un centro di attrazione, un punto di coscienza unificante (firmamento).

Nasce così la dialettica fra unità e pluralità che costituisce il tratto caratteristico del nostro mondo e si delinea una teologia dell'io umano.

 

Possiamo, giunti a questo punto, formulare una prima teologia generale della evoluzione. Se la grande novità è costituita da questo momento unificante (firmamento), si può concludere che proprio la individualità e la pluralità di individui organizzata in complesso sono i due connessi momenti dell'evoluzione voluta da Dio.

Riagganciandoci alla storia precedente, possiamo poi arguire che, se il primo giorno afferma la positività della: creazione di Dio e la sua tensione ad una meta, il '2° giorno' segna l'inizio della storia.

La storia nasce infatti quando si forma una coscienza vigile che sa riconoscere il se stesso dalla pluralità che lo circonda, e sa cogliersi nel proprio divenire. Nel nostro caso, il 'firmamento' costituisce dunque il primo abbozzo di un 'io' della vita (acqua).

 

Probabilmente il lettore mi chiederà ora altre motivazioni della mia audace ipotesi di lettura.

Non c'è dubbio che identificare 'io' e 'firmamento' può apparire finanche cervellotico, a chi è abituato a leggere il testo corrente in forma letterale, come discorso cosmologico.

Ricordo però che la mia ipotesi consiste nel cercare nella Bibbia una antropologia teandrica e che, sul piano letterario, la mia tecnica esegetica fonda sulla metaforicità del racconto.

Ciò posto, è chiaro che bisogna innanzi tutto escludere che 'firmamento' indichi una realtà cosmica e cioè l'involucro d'aria che ci circonda.

Agostino lo ribadisce, facendo rilevare che nel concetto di terra, come realtà materiale, è compreso anche il cielo. Usa allora una espressione che rappresenta la croce degli interpreti; afferma che la cosa importante è il 'cielo del cielo', ma non dà ulteriori chiarimenti sul punto. Alla luce di quanto diremo forse l'enigma si potrà sciogliere.

 

Ciò posto, cominciamo col rilevare che, astrattamente, il termine 'firmamento' è adeguato a descrivere la realtà dell'io; in greco 'stereoma' indica una cosa forte (steros), ben piantata, che può identificarsi con un fondamento. Ora è indubbio che l’io rappresenta la struttura basilare dell'uomo, il quid che lo fa essere tale; ed è del pari evidente che esso rappresenta il nocciolo duro della persona umana. Non a caso si riconnette alle pulsioni fondamentali quali ad es. l'istinto di conservazione (6).

 

(6) Queste considerdzioni risulteranno utili quando individueremo il serpente con l'io del- l'uomo.

 

Sotto altro profilo, possiamo aggiungere, che l'io umano si pone come momento unitivo fra pulsioni verso il basso e autotrascendersi dell'uomo. Anche quando pensiamo alla futura divinità, noi la raccordiamo comunque al nostro io. In parallelo, nel racconto, il firmamento si pone tra le 'acque del basso' e 'quella dell'alto'.

Ma l'argomento che più mi convince consiste nella identificazione, difficilmente contestabile, del 'firmamento' (del racconto), con l'io di Gesù. Proprio quest'io realizza la saldatura fra gli esseri umani divisi (corpo di Cristo), e si pone come cerniera che unisce l'esistenza alla divinità. In un senso secondario e derivato, il firmamento può allora considerarsi allusivo dell'io di chi si fa seguace di Cristo.

Possiamo concludere che il 'firmamento', inteso come l'Io del Cristo, e poi dell'uomo (e quindi dell'intera vita creata), costituisce l'asse portante dell'evoluzione.

 

Una verifica nel testo ci offre altri argomenti. Il firmamento (letto ora come icona del Cristo) si evolve nel quarto giorno e, da nascosto che è (deus absconditus), si trasforma in soggetto dialogante che guida l'andare del creato.

Si esprimerà allora nei due grandi luminari e nelle stelle che proprio in lui sono fermamente presenti; Una situazione questa che non riguarda certo una realtà astronomica, ma allude al personaggio Cristo quando costituisce all'interno di sé una realtà plurima, fatta di fuoco e di luce; e guida quanto è a lui sottoposto.

Rifletta il lettore che anche l'io umano, come il firmamento, è idoneo a diventare soggetto corporativo.

Per intendere che cosa voglio dire, si pensi al cuore di una madre che ha la capacità di radunare in sé tutto ciò che ella ama.

Proprio in questo senso, Gesù, che è un uomo singolo, diventa soggetto corporativo; é ciò avviene quando egli dalla croce unifica in sé il mondo amandolo senza riserve. Egli esprime infatti questo suo amore unitivo dicendo: "Padre perdona loro".

Non diversamente accade a noi, quando, al cominciare, ci trasformiamo da io individuale in 'persona', in 'noi' sociale; e poi recuperiamo, risvegliandola dal suo sonno, l'anima immortale di cui siamo dotati. Accettando di divenire anima del mondo, principio cosciente del creato, voce di tutte le creature, l'uomo (ed in lui la vita) tocca il suo culmine evolutivo. .

La terza anima sarà dunque un 'firmamento' che si è fatto 'cielo', sarà la perfezione orizzontale dell'essere umano.

 

In conclusione, se il primo giorno allude ad una umanità gelatinosa e amebica, il secondo profetizza il nascere delle individualità; e subito le proietta verso la perfezione della corporatività (firmamento).

 

Potremmo allora dire che Gesù libera attraverso il morire la sua anima, che costituisce la perfezione del suo io umano, e in essa proprio unifica tutto il mondo, per fallito e diviso che sia.

Dunque l'essenza del firmamento, e fu or di metafora dell'io umano, consiste proprio nella capacità di assimilare a sé, e sintetizzare in unità, tutto il mondo.

Per questa finalità cosmica la legge dell'amore diventa precetto fondante della fede cristiana e si connette intimamente con il mangiare eucaristico.

Rifletta allora il lettore che il 'firmamento' può considerarsi, in un discorso metaforico, la cifra iconica della legge immutabile della vita: vitalizzare assimilando (ecco le prescrizioni sul mangiare) per poi dialogare col Creatore. Ed ancora che la nostra storia di 'io' umani, per insignificante che sia, ha una importanza decisiva nella grande dinamica della vita.

Come, nella limitata vicenda di una vita individuale, l'io serve a collegare momenti passati, presenti e futuri, così da anima permane nel poema sinfonico della vita creata da Dio come tema base, come chiave musicale.

Quanto propongo non è grande novità; la Chiesa infatti lo afferma chiaramente quando dichiara che, quale 'io' divinizzato, il battezzato resterà tale nella vita eterna.

 

Letto in questa angolazione, il racconto genesiaco appare dunque permeato di un enorme ottimismo che esorcizza i fantasmi negativi della tebaide, a seguir la quale la dimensione esistenziale è solo male che bisogna eliminare in qualsiasi modo.

A me pare che la nostra storia di piccoli uomini, cioè il dinamismo sensibile dell'io umano, è il punto di contatto fra il basso e l' alto; verità che sperimentiamo quotidianamente quando, proprio attraverso le piccole azioni quotidiane, sappiamo di cooperare alla costruzione del regno di Dio.

Provi il lettore a rileggere congiuntamente il testo che stiamo commentando e le prime parole del libro; scoprirà che esse sono segnate dalla dualità di 'cielo e terra'. Gli apparirà allora evidente che il firmamento (cioè l'io umano) è l'icona della terzietà che rinsalda la dualità di Cielo e Terra, di Acque basse ed alte.

 

Scoprirà ancora un fatto singolare: pur essendo 'terzo', questo 'firmamento', questo speciale 'io', appartiene ad uno dei due membri della dualità che egli rinsalda. Il 'firmamento' infatti viene nominato 'cielo', così che possa indicare la parte superiore dell'uomo.

Nulla nella Bibbia è privo di senso. Nominando Cielo il Firmamento, l'agiografo vuole rivelare che l'evoluzione non riguarda solo la struttura materiale dell'uomo (animalità corporea e razionalità), ma anche la sua parte più vitale, quella che lo collega all'unica grande vita creata da Dio.

Il singolo uomo esistenziale (terra) resta così il soggetto della storia, proprio perché è divenuto 'firmamento' cioè anima, anche se l'evoluzione della vita lo sopravanza verso la divinità.(7)

 

(7) Proprio in questo punto, io vedo adombrata la incarnazione del Verbo. Affascinati dalla corporeità di Gesù, riflettiamo poco sulla sua 'anima'. Se andiamo più a fondo possiamo intendere l'incarnazione non solo come ingresso in un corpo (che fa quasi pensare ad un robot biologico inabitato dal Dio), ma anche come il nascere di un'anima. Il venire all'esistenza dell'anima di Gesù rappresenta molto più adeguatamente e dinamicamente l'ingresso della 'vita increata: in quella creata (on e poi cielo). Non dimentichiamo che, parlando dell'ascensione, si usa dire che egli salì al cielo in 'corpo ed anima'. Allo stesso tempo sarebbe bene guardare all'incarnazione come ad evento fluente, come il divenire di Dio nel mondo, per farsi a misura del mondo.

 

Da questa ricostruzione l'uomo vien fuori non un essere definito verso il basso come animale razionale, ma un Relazionato a Dio (8).

 

 

A sua volta il firmamento, come principio della doppia evoluzione (esistenziale e vitale), attesta la indefettibilità della individualità: io sarò me stesso per sempre! Che se così non fosse, non esisterebbe una antropologia, ma una pura fluidità della vita. La Bibbia insegna invece che la vita non è una marmellata, ma dolcezza di singoli frutti canditi.

 

 (8) Questa situazione, a prima vista contraddittoria, diventa chiara se la si connetta con il racconto conclusivo della cd. II storia della creazione. Lì una 'pleura' (leggi 'femmina' e non 'costola') di Adamo viene trasformata da Dio in  sposa e costituisce la soluzione della dualità maschile-femminile. Si afferma infatti che l'uomo abbandonerà il maschile\padre e il femminile\madre per unirsi alla donna, per compiere cioè l'ultimo scatto di qualità. Diventa del pari illuminante la scena della passione di Giovanni, laddove l'uomo Gesù si apre alla sua dimensione di vivente, col generare il figlio divino insieme alla sposa{donna) che sta vicino alla sua croce. Proprio con questo gesto egli attesta che la sta accettando come 'madre delle cose viventi'.

 

L'agiografo ha così annotato con chiarezza la doppia natura dell'uomo: essa consiste in 'ciò che l'uomo è' (acqua di sotto) e in 'ciò che l'uomo diventa' (acqua di sopra); ha stabilito cioè la strada del suo 'divenire', all'interno della prima creazione di Dio, fissandola indefettibilmente nella stabilità del firmamento (9).

 

(9) Il termine acqua comune ai due livelli, consente di dedurre che ogni evoluzione non negherà la arte pregressa. Gesù ascenderà al cielo, quale vivente, ma portando con sé la sua umanità. Una verità che presenta enormi implicazioni antropologiche e che viene banalizzata

per sottolineare la miracolosità dell'evento.

 

 

III GIORNO

 

L'io corporativo

 Il racconto prosegue in un terzo 'giorno'. Ora l'agiografo rivela l'evoluzione dell'io individuale nel 'io sociale', e nel 'io\ anima' al quale si connette la perfezione ultima del 'ciò che è' creato da Dio. Il creato troverà una pacifica unità nell'anima immortale dell'uomo.

Perché il discorso risulti più agevole al lettore, proviamo a sintetizzare quanto è avvenuto e quanto deve ancora accadere.

A> - la vita creata da Dio era una, ma priva di coscienza; nel suo fondo però c'era (I giorno) la perfezione costituita dall'uomo (o fos) e, nascosta sullo sfondo, la realtà immateriale del fuoco (to fos).

B> - la vita ha iniziato il suo ritorno a Dio concretizzandosi in molteplici individualità (II giorno); queste ultime, che di per sé sono solo 'finzione' ('Maya' dicono gli orientali), collocate in coerenza con la vita, ne mutuano lo slancio creativo.

C> - ogni entità guadagna la sua prima e vera autonomia quando si centra su un 'io' (firmamento); l'io, divenuto il centro dinamico dell'uomo, si pone come punto di riferimento del divenire del creato, costituendolo in Cosmo, collegando e distinguendo due diverse realtà: quella verso il basso (corpo) e verso l'alto (anima immortale).

A questa fase segue un'altra, di cui ora ci interesseremo; in essa viene ricostituita l'unità delle origini, ma con la ricchezza di una autocoscienza totale. L'agiografo non farà più riferimento al semplice firmamento, ma direttamente al 'cielo', cioè al firmamento trasformato dalla nominazione divina. Se prima il creato era sottoposto ad un 'io\firmamento', ora lo sarà ad un 'io\cielo'.

 

Dopo questo sguardo di assieme, possiamo rileggere il testo greco; esso dice (vv. 9.10):

"Poi disse Dio: si raccolga l'acqua, quella che sta sotto il cielo in una unica assemblea, ed appaia la 'arida'. E avvenne così. E si riunì l'acqua, quella sotto il cielo nelle assemblee delle 'vibrazioni creative' ed apparve la 'arida'. E chiamò Dio la 'arida', 'terra', e chiamò 'mari' le organizzazioni delle acque. E vide Dio che era cosa buona" (10).

 

(10) Ho tradotto 'auton' con 'delle vibraioni creative', leggendolo come un genitivo plurale del sostantivo 'aute'.

 

Quale è il messaggio di questo racconto, se mettiamo da parte il più ovvio, ma anche più problematico senso cosmologico, e se riazzeriamo ancora una volta il discorso?

Seguendo la linea che ora abbiamo sintetizzato, l'agiografo ricorda che, per realizzare una ulteriore evoluzione e raggiungere il suo ultimo stadio, il 'ciò che è' creato da Dio, deve innanzi tutto costituirsi in una dimensione sociale di livello più alto rispetto all'io individuale.

Questa dimensione sociale, nel suo punto più perfetto, dovrà essere unica (si pensi al 'popolo'); e ciò lo si deduce dal fatto che Dio dispone una 'unica raccolta'.

Ma, avverte l'agiografo, questo traguardo di unità sarà raggiunto passando in uno stadio intermedio nel quale vi sarà una pluralità di 'noi', di persone, di soggetti sociali. In parole povere si dovranno costituire sugli 'io' individuali le 'persone' e le comunità; e queste ultime, che sono tante, dovranno poi formare una unità..

 

Per esprimere la pluralità dei 'noi', egli si serve dell'immagine dei mari, dei 'sistemi delle acque', cioè di quegli aggregati di pulsioni vitali (auton) che provengono dal divino atto creativo.

Se l'evoluzione sembra dunque spostarsi sul piano esistenziale (io e noi come ‘acqua’), essa ha sempre come origine e meta quell'io profondo che è stato chiamato firmamento, ma ora viene evocato col 'nome' ricevuto da Dio: Cielo. Ogni ristrutturazione degli 'io umani, (sia individuale che sociale), resta dunque ancorata al cielo, alla cui , piena rivelazione tende tutto il processo.

Rifletta allora il lettore che, se l'uomo è stato fino ad ora un qualcosa ‘per sé’; se si è evoluto da tanti 'io' in, tanti 'noi' (mari), esso dovra ora emergere, proprio da questo stato, una nuova dimensione retta dal cielo, cioè dal Cristo 'anima del mondo'.

In essa potrà dirsi completamente autonomo (anima immortale), mantenendosi al tempo stesso in relazione con tutto ciò che lo precede (mari, cioè io e noi).

 

Ecco allora la vicenda narrata nel nostro racconto. La realtà mondana (acqua che sta sotto l'io\cielo), come folla di 'gocce' di individualità, prende il nome di mare, evolvendosi in forme comunitarie (sunagogai). Nascono così parallelamente la comunità e la dimensione sociale (o persona) dell'uomo, realtà che più avanti l'agiografo nominerà: 'femminile'.

Emerge poi un io terrestre più grande di quello iniziale, un io autonomo che però sa di essere derivato dalla complessità organizzata (si pensi all'io personale del coniuge che deriva dal costituirsi della famiglia) per cui ad essa deve rapportarsi dialetticamente. Questo nuovo 'io\anima immortale' viene allora qualificato, nel suo complesso, come 'terra emersa', uomo cioè che è affiorato dal 'mare' della vita creata.

 

Un'anima ancora arida

Fatte queste precisazioni, fermiamoci un poco sui termini del racconto. Il v. 9 dice letteralmente che, venendo fuori dal mare, 'apparve l' arida".

Perché, mi chiedo, l'agiografo ha usato questo termine? Perché, pur servendosi di un aggettivo, non ha richiamato il sostantivo di riferimento che sarebbe stato 'la terra '? Perché successivamente afferma che “Dio chiamò l'arida, Terra”?

In vario modo si può cercare una risposta a questi interrogativi, secondo l'ottica della lettura.

Un primo dato è incontrovertibile: Dio vuole un qualcosa di nuovo che esca dal mare. Chiamandolo 'arida', egli fissa per questo 'quid' che emerge una struttura del tutto diversa da quella della sua matrice. È dunque un figlio del passato, ma ha nome di avvenire.

 

C'è poi un altro modo di interpretare l'uso di questo termine ('arida') che suona aspro e rimanda a qualcosa di morto.

Per individuarlo, proviamo ad inserirci nel circuito rivelativo che l'agiografo sta sviluppando; egli è giunto a descrivere una umanità che si trova al limite della sua perfezione e che tuttavia non l'ha ancora raggiunta. C'è l'individuo, c'è la comunità, ma non c'è quella pace che verrà solo quando al quarto giorno (si ricordi Emmaus) interverrà un soggetto nuovo e antico: il Cielo-Cristo di Dio.

Dunque la realtà che sta in basso, confrontata a Dio, è cosa morta, visto che solo Dio è la vita. Essa si potrà rendere solo in immagini che per un verso richiamino l'alto, e per l'altro indichino la difettività. Ecco allora il mare con la sua acqua imbevibile; ecco la terra, non come giardino, sebbene come deserto arido. Sia chiaro, sembra dire lo scrittore, che la creazione è distante mille miglia dal suo creatore.

Fissare dunque un abisso ontico fra creatura e creatore, ma anche tener ferma la linea evolutiva che porterà al quarto giorno; questo lo scopo della narrazione, e questa la ragione per cui l'agiografo ha usato il termine 'arida'.

 

C'è ancora un'altra considerazione che attiene alla relazione fra Dio ed il suo creato.

L'agiografo vuol farci intendere che l'anima immortale era nascosta nel fondo della creazione e si identificava con quel firmamento che Dio chiamò 'cielo', ma per la sua vitalizzazione c'è bisogno di un intervento divino.

Contempli allora il lettore la figura di Gesù che scende sulla terra per risvegliare le anime aride, e prepararle alla proposta di divinizzazione.

Rifletta sul 'battesimo', come un idratare l'uomo inaridito, per metterlo in condizione di infiammarsi, tramutando la sua acqua in acqua ardente (vino).

La forza evolutiva del creato derivata dalla spinta creativa ha saputo costituire gli io individuali ed i noi sociali (sunagogai); ma il creato di per sé non ha la forza di costruirsi un io che sia l'anima del mondo. Ciò fuor di metafora vuol dire che l'uomo (terra) non troverà mai, nella sua aridità, la forza di avanzare verso la signoria del mondo.

Per sopperire a questa incapacità dovrà allora intervenire la spinta vitale di Dio (si pensi alla 'pioggia' della sua rivelazione), e allora il deserto si trasformerà in giardino (vv. 11.12). Come dice il profeta, Dio trasformerà la terra arida in un orto nel quale si potranno coltivare i cibi che simboleggiano la continuità della vita.

Dietro l'imperativo ‘fiorisca la terra di erbe’, c'è una celeste 'pioggia " c'è uno specifico intervento di Dio, come ricorda la seconda storia (2,5) (11).

 

(11) Con il termine 'csera' (arida) l'agiografo riesce ad esprimere alcune altre verità. Poiché la parola può intendersi anche come un neutro plurale ed indicare 'cose aride., è possibile leggere in esse 'le ossa', quindi la mortalità; l'uomo, come polvere, come terrestrità è solo aride ossa che attendono, come dice il profeta, il soffio dello spirito per risorgere, passando alla dimensione della divinità. Inoltre in una lettura che interroga la Bibbia sul suo stesso nascere, qui si può leggere il sorgere della rivelazione scritta, in quanto 'arido' è l'inchiostro (prima 'acquoso') che riposa sul foglio.

È interessante notare, nella II storia, la dialettica 'Pioggia-Fonte' che allude a due cause (divina ed umana) dell'evoluzione ultima dell'umanità. Prima della 'Pioggia di divinità', l'uomo era ancora 'anima arida'. La 'pioggia' poi altro non è che il parlare di Dio ad Adamo.

 

Evolversi all'immortalità': il cibo

Da v. 11 in poi, il discorso viene centrato sulla 'terra arida', cioè sull'uomo dotato di un'anima ancora arida e non vitale. Viene così descritta la situazione in cui si viene a trovare l'umanità alle soglie della sua perfezione finale.

La verità che l'agiografo vuole rivelare consiste nell'autonomia della vita; e la metafora scelta è quella del cibo (frutto) inteso come ciò che sostiene la vita.

Lo scrittore non accenna ad una destinazione delle erbe e dei frutti come sostentamento degli uomini, quasi che le erbe egli alberi siano prodotti dalla terra, senza alcun fine specifico. Qualcuno parla così di 'ornamenti della terra'. Tuttavia a v. 29 Dio in persona dirà di aver dato agli uomini il cibo vegetale.

Orientato da questo esplicito riferimento, leggo in maniera diversa l'espressione 'kata genos epi tes ghes' tradotta correntemente come “secondo la loro specie, sopra la terra”, ed intendo: “ad uso (cioè per cibo) della razza che è sulla terra”.

Dunque nel terzo giorno la vita troverà un giardino di erbe e frutti a sua disposizione, nel quale permanere indefinitamente (12).

(12) Il testo, nell'insistenza sulla capacità dei legni di riprodursi per seme e di dare frutti, sottolinea infine la spinta vitale che, non appena innescata, corre per forza propria. La vita spinge la vita.

 

 

L' anima nel giardino: fine dell' evoluzione

Nel III giorno nasce dunque il paradiso delle delizie e un cibo che essendo vegetale, non prevede dolore e spargimento di sangue animale, ma evoca un dare spontaneo, senza gelosie. C'è una situazione di benessere che ritroveremo nel Giardino di Edem.

Il cibo è senza fine, sicché senza fine è la vita che si potrà godere in questa terra fertile. L'immagine allude ad una eternità che con termine improprio chiameremo 'temporale', per distinguerla da quella divina che ha tutt'altre proprietà (13).

 

(13) Proprio l'aver confuso eternità temporale con eternità divina, cioè Immortalità con divinità, ha creato non piccoli problemi nella comprensione del mistero di ciò che accadrà dopo la morte.

 

Il tratto caratteristico di questo speciale luogo-non-luogo, sta nel fatto che il cibo viene dalla terra, cioè dall'uomo stesso che, divenuto perfettamente anima immortale, produrrà da solo il suo cibo.

Questa è la terra dove scorre latte e miele, immagine da intendersi non con sensibilità merceologica, ma simbolica. Essa indica la possibilità di produrre da sé (come fa la pianta attraverso la clorofilla) il cibo che permette di continuare a vivere. Latte e miele sono infatti un nutrimento che gli animali producono da sé, per se stessi.

Il cibo non viene solo dall'erba, ma anche dal legno (al singolare) che offre spontaneamente il suo frutto maturo. Oltre che 'albero', il termine legno dice anche mensa con tutte le sue implicazioni, di comunione.

Questo speciale legno risulta allora di gran lunga più ricco, e rivela che la perfezione della vita terrestre e la via del suo divenire, fondano su uno speciale 'legno' (croce, mensa eucaristica), e dipende dalla scoperta, da parte dell'individuo mortale, della socialità, della condivisione, della interdipendenza, in una parola, della convivialità. Questo sarà lo statuto dell'anima quando si sarà risvegliata.

In conclusione, al terzo giorno il creato entra nella sua pienezza orizzontale, e si appresta ad accogliere come grande novità la comunione divina, stabile e sicura della seconda creazione. Dio infatti 'santificherà' il VII giorno già da lui benedetto nella sua orizzontalità.

 

 

IV GIORNO

 

Il dialogo con l'umanità

Il testo della LXX, nella compitazione corrente, tradotto letteralmente, dice più o meno così: "E disse Dio: vi siano Luci\Fuochi nel firmamento del cielo ad illuminazione della terra per distinguere in mezzo il giorno e la notte, e stiano per segnali e per tempi stabiliti e per giorni e per anni; e stiano ad illuminazione nel firmamento del cielo per fare luce sulla terra. E così avvenne.

E fece Dio le due luci, quelle grandi; la luce quella grande per quelli che sono sotto l'autorità del giorno; e la luce, quella minore, per coloro che sono sotto l'autorità della notte; e le stelle\fuochi.

E pose quelli stabilmente nel firmamento del cielo, per fare luce sopra la terra e guidare il giorno e la notte e distinguere in mezzo la luce e in mezzo la tenebra. E vide Dio che (era) cosa buona.

E fu sera, e fu al mattino, giorno quarto".

 

Iniziamo la nostra riflessione cercando innanzi tutto il significato del quattro, più volte presente nella Scrittura. Senza attardarci sui significati simbolici di questo numero (per altro molto interessanti) io ricorderò al lettore che il quarto giorno ha, nel Vangelo, un significato fondamentale; in esso infatti risorge Lazzaro: e Gesù risorto si accosta al due discepoli di Emmaus, per lasciare la sua presenza eucaristica in questo mondo. Ma, come racconta Luca (24, 13 ss), Gesù risorto non esaurì il proprio ministero in quel gesto; egli pose in essere un comportamento che viene considerato quasi un sotterfugio per essere invitato a rimanere: "E fece finta di andare più oltre".

A mio giudizio questo comportamento di Gesù rivela che, se la 'Parola' (detta durante il viaggio) è sopravanzata dall'eucarestia (che sarà fatta in casa), e se quest'ultima è certamente il compimento della umana realtà esistenziale, a tutto ciò seguirà qualcosa di ancor più importante. Il gesto di Gesù annuncia che esiste una evoluzione ulteriore, e cioè l'ascendere al Padre.

Gesù non fece nessuna finta; egli volle indicare un cammino nuovo, che esplicitò ai suoi discepoli nei misteriosi quaranta giorni dopo la resurrezione.

In questi quaranta giorni (di nuovo il numero 4) egli non restò certo sulla terra e godersi una vacanza premio per ritemprarsi dai dolori della passione; ma per insegnare la divinità messa a disposizione delle anime risvegliate dei suoi discepoli.

 

Per venire a noi, rifletta il lettore al tempo in cui viviamo, contrassegnato dalla presenza eucaristica di Gesù. Consideri il senso intimo della eucarestia, e scoprirà che essa non si esaurisce nella mera presenza, ma è centrata piuttosto sulla funzione che questa presenza realizza.

L'aver accentuato troppo la cd. 'Adorazione', e l'avere troppo sottolineato la realtà materializzata della presenza di Gesù (il 'fatto'), ha messo in ombra la sua celebrazione. Nella liturgia della Parola, svilita spesso a discorso di sapienza umana o piatto moralismo, il Cristo continua a insegnare come aprire gli occhi dell'anima, sulla terribile proposta a trasformarsi in realtà divina.

L'omelia va pronunciata nel fuoco (candele), con la coscienza di svelare i misteri del Regno di Dio, cioè la divinità. Se smetteremo allora di cercare quanto Gesù disse ai suoi discepoli nei 40 giorni dopo la resurrezione, ipotizzando rivelazioni coperte dal segreto, scopriremo che quelle proprio stiamo dicendo ed ascoltando.

Quando si comprende questa funzionalità della liturgia della Parola di Dio, si intuisce anche il significato radicale del consacrare e del mangiare. L'uno rende attuale l'evento cerniera del Cristo; l'altro attua, come vado ripetendo, la assimilazione di colui che mangia al cibo mangiato. In una parola, attua la divinizzazione dell'uomo.

La celebrazione eucaristica diventa allora un riagganciare Gesù, ad onta della distanza storica; e costituisce la traslazione del nostro presente temporale nel presente divino. Durante la messa ognuno di noi può dire: "Prima che Abramo fosse, io sono".

Per intendere il significato del IV giorno, rifletta ancora il lettore alla vicenda di Simon Pietro che Gesù incarica di confortare nella fede i suoi discepoli dopo che avrà trovato chiarezza nel suo cuore.

Rifletta a come Simone, tenendo ancora chiuso l'occhio dell'Anima., tradisce il suo maestro; e come il suo occhio si riapre quando 'Lo Sveglio' (e non il Gallo) levò alta la sua voce (14).

 

(14) Il Gallo (Alektor significa 'lo, sveglio che sveglia') è Gesù stesso che fa sentire la sua voce nei 'tre' giorni della sua passione; e prima che essa finisca Simone tradisce. Poi dopo la resurrezione (terzo canto) la Voce che nella notte chiama le dieci vergini addormentate, si esprime nella sua pienezza, Solo allora Simone piange amaramente; scopre di essere Anima, cioè 'Pietra', e comprende la grandezza del mistero che gli è stato proposto ('petra' in greco significa anche 'quarta').

 

In conclusione la vicenda Gesù si può distinguere in due momenti: il risveglio delle anime ("Non ardeva il nostro cuore mentre ci parlava" dicono i due di Emmaus); la catechesi dei 40 giorni che le prepara a ricevere la divinità (pentecoste).

Proprio da questi passi evangelici bisogna prendere le mosse per intendere il valore profetico di quanto narrato nel quarto giorno genesiaco. Come il quarto giorno evangelico, come i quaranta giorni del Risorto, così il quarto giorno costituisce una cerniera fra le rivelazioni dei primi e degli ultimi tre; scoprirne il senso equivale a cogliere anche l'insieme del discorso.

 

Nella lettura corrente, il IV Giorno è quello delle stelle.

Se però vogliamo intendere la metafora, sarà bene ricordarlo come il momento delle Luci\Fuochi, degli Occhi\Lucerne (Fosteres) situati nell'abbraccio del firmamento del Cielo, e 'che operano sopra la terra'. Fuor di metafora, coglierlo come il tempo della Chiesa e dei profeti, nei quali parla il Cristo dei 40 giorni dopo la resurrezione.

 

Ma guardiamo ora il testo.

A> L'azione non nasce da un comando di Dio, eseguito dall'altro interlocutore (ad es. il mare); come è accaduto per la Luce del primo giorno (v. 3), qui Dio comanda e Dio stesso sembra eseguire;

B> La direzione della sua azione si sposta decisamente verso l'alto. L'opera richiesta deve compiersi nel 'Firmamento del Cielo', cioè nel punto cerniera della vita creata; in quell'io umano (firmamento) che ha la possibilità di diventare l'Io di Cristo, perché appartenente al 'Cielo', cioè al Cristo.

Anche se il testo non lo dice espressamente, quest'opera riguarda la mistica Acqua dell'alto, cioè la vita che si riconnette all'azione dello Spirito (che stava sopra l'acqua).

C> Un dato importante è costituito poi dalla formula 'Firmamento del cielo'. Consideri il lettore che nel III Giorno si parla solo di 'Cielo'; e così anche nel VI. Come spiegare questa anomalia?

La mia ipotesi è la seguente. Se con 'Firmamento' dobbiamo intendere l'io del creato rapportato alla persona fisica di Gesù; e se parallelamente 'Cielo' indica il suo Io-Anima, allora, nell'esplicitare le tappe dell'evoluzione, è giusto che i due termini siano innanzi tutto congiunti (una infatti è la persona di Gesù); e che poi, nelle conclusioni (rispettivamente giorno III e poi VI e VII) si nomini solo il 'Cielo', cioè l'anima di Gesù attrice di queste conclusioni (15).

 

(15) Intendendo in tal modo, si avvaloro la mia ipotesi secondo cui i citati giorni indicano i momenti terminali delle due creazioni. Ancora, si comprende il senso della formula agostiniana 'Cielo del Cielo'. Se infatti l'espressione 'firmamento del cielo' va inteso come 'io umano di Gesù\Anima', quella di Agostino deve significare 'Spirito di Gesù\Anima', indicando così la sua divinità.

 

D> Un altro elemento significativo sta in una inversione di tendenza. Se fino a questo momento la Vita ha operato con una spinta dal basso, sicché la terra ha prodotto erba e piante, ora essa agisce per un'attrazione che viene dall'alto. Ora non basta più la volontà di progredire (perché il limite delle potenzialità è stato già raggiunto), ma per andare 'più oltre' bisogna lasciarsi prendere da chi sta in alto.

E> Si intuisce ancora che l'azione avrà inizio facendo leva sull'Arido, cioè sull'io umano che ha imparato a connettersi col tutto (come la terra che sa di essere emersa dalle acque del mare). Che la Vita da ora si muoverà facendo leva sull'Io, lo suggerisce la ripetuta connessione delle nuove opere alla ‘terra' (Epi ghes).

Fuor di metafora il discorso della divinità è possibile solo se l'io umano si attiva aprendosi alla socialità e quindi alla pienezza dell'anima immortale. Così nasce un 'Io' superiore di gran lunga più nobile.

F> Letta sotto altra angolazione, la terra emersa dal mare sembra simbolizzare il fior fiore dell'uomo e dell'umanità, il suo vertice evolutivo. Il testo sembra allora annunciare che vi sarà una Elezione, prima del balzo finale verso la perfezione.

Questa elezione riguarda il cielo, cioè l'io della Vita creata, chiamato alla Luce\Fuoco annunziata dal 'Fos' di v. 3.

Come ora vedremo, questa Luce\Fuoco non teme di riferirsi alla tenebra (agli gli stati inferiori dell'uomo); anzi se ne farà guida (luminare più piccolo).

Il nuovo scatto di qualità, sembra dire conclusivamente l'agiografo, riguarderà tutti, né lascerà il passato, ma lo recupererà per intero.

 

I due fuochi\luminari

Compaiono dunque sulla scena celeste (Cielo) dei personaggi luminosi (fosteres), esseri di fuoco, 'faville nel prato' per dirla col profeta. Ancor prima di essi due Luminari identificati col sole e con la luna; ma questi nomi non compaiano nel nostro passo.

In ordine ai due luminari non vengono fornite ulteriori spiegazioni. Come intenderli allora?

Innanzi tutto potremmo considerarli come la duplice presenza di Gesù nel mondo: da Profeta e da Risorto; intorno a lui si costituiscono dei centri di luce, sicché il complesso indicherebbe la Chiesa. Oppure che dopo tre giorni inizia una economia nuova tutta diversa, segnata dall'avvento di due grandi fonti di luce. Il riferimento al tempo che segue la morte e la resurrezione di Gesù, mi pare accettabile.

Considerando che i due luminari si rivolgono rispettivamente alle tenebre ed al giorno, essi possono identificarsi con la Fede e con la Rivelazione; rispettivamente, la mistica Luna illumina il cuore degli ignoranti (governati dall’oscurità), ed il mistico Sole rischiara chi ha avuto il dono di conoscere la Parola di Dio (governati dal 'Giorno') (16).

 

(16) Rifletta il lettore che, se questa identificazione è esatta, diventano ben più comprensibili, sia l'attenzione del VT alle feste lunari, sia la ragione per cui nelle tenebre accadono gli eventi fondamentali della vita di Gesù, Su questo punto vedi il mio Q 9.

Dei due Luminari possiamo dare una ulteriore lettura proponendo di intenderli come i Re (sul piano societario) ed i Sacerdoti (Mosè ed Aronne ed i Pastori lucani) sul piano della Religione. Entrambi nascono per servire e deducono la loro autorità da Dio, come conferma Paolo, e come, per i Re, è stato pacifico per secoli. La struttura sociale e quella religiosa costituiscono le due dimensioni della umanità e dell'uomo singolo. Se si riflette sulla equivalenza di Luce e Fuoco, si può ricordare che nel linguaggio matematico anche dell'antichità 'fuoco' indica il centro di un cerchio, sicché società e religione (imperatore e papa) sono intuitivamente i punti di agglutinazione e quindi di evoluzione dell'umanità, Inoltre se 'lume' viene inteso anche come 'foro', 'passaggio', il discorso si precisa nel senso che sono queste due dimensioni le porte per procedere oltre. Comincia così a prendere senso la teologia paolina sulla autorità civile che non pochi problemi crea al teologo.

 

I due punti di fuoco-luce guidano l'evolversi dell'essere umano: quello a tentoni nell'oscurità del mistero di Dio, e quello che procede sicuro nella luminosità della sua Parola rivelata. L'uomo, avverte 1'agiografo, cresce per ogni verso, sicché nessuno può dichiararsi superiore all'altro, e nessuno può lamentarsi di non avere strada davanti a sé. (17)

 

(17) Sotto altro profilo(bibliogico) si può cogliere qui in nuce la struttura letteraria e teologica della Scrittura: la via della tenebra (sapienziali e profeti) e la via della luce (Pentateuco e Re).

 

Fissati questi punti fermi, l'agiografo dà altre indicazioni che bisogna fare emergere dalle metafore e attengono al tempo che segue la Resurrezione di Gesù (dopo i 3 giorni).

L'evoluzione della umanità, egli dice, passa attraverso Segni (Semeia), e attraverso l'opera di quelli che sono totalmente Santi (leggo infatti 'Ka irous' e non Kairous che equivale a 'tempi').

Riassumendo si possono individuate:

a>                          un tempo di 'Sacramenti-miracoli' che annunciano una situazione di pienezza, nella quale ciò che prima era solo occasionale diventa quieta quotidianità;

b>                         un tempo caratterizzato dall'attrazione verso l'alto, perché dall'alto, (II storia) verrà la grande Donna di Dio, la 'Madre dei viventi', la soluzione del tutto;

c>                          due grandi luci costruite per l'umanità: la Fede e la Scrittura. Queste vie si possono battere direttamente, ma anche sotto la guida di esseri spirituali di Luce\Fuoco, e non indottrinati di teorie o vuote teologie; di testimoni vivi su ciò che l'uomo potrà diventare.

d>                         un tempo di maestri, di iniziati, di uomini che avanzano, lasciando alle spalle unsentierotracciato da seguire. Queste guide spirituali sono quegli 'Asteres' di cui parla il testo, correntemente considerati come 'stelle del cielo'. Essi sono i Santi da imitare.

 

Inteso così il IV Giorno è proprio il tempo della Chiesa visibile.

Ora l'uomo, essere animale, razionale e sociale, è chiamato a diventare pio, a scoprire di essere un'Anima immortale.

 

Ora e qui la divinità è alle soglie, e bisogna cercare un maestro, testimoniando nell'obbedienza il desiderio di fissare fuori di sé il punto fermo su cui fare leva. Oggi l'Altro deve entrare nella nostra interiorità divisa, e sedersi come giudice di pace. Oggi che la divinità è alle soglie, è giusto cercare il miracolo/segno, come spiraglio aperto sul futuro, conforto a chi sale verso il quinto cielo (V giorno). Cercare un miracolo che, nella fase critica del sesto Giorno, ci spinga ad essere l'EcceHomo; un miracolo che dia forza all'Anima, togliendole la paura di perdersi nella morte; che insegni a porci nelle mani di Dio, ripetendo le parole di Gesù dalla croce: "Padre alle tue mani affido la mia anima" .

Rifletta bene il lettore: nell'attimo stesso in cui accetta di morire, l'anima si sveglia del tutto senza dover attendere l'ultimo giorno dell'esistenza. Questo evento decisivo si consuma in ogni momento della nostra esistenza.

 

Un'ultima riflessione prende le mosse da un dato singolare già rilevato: in questo giorno (IV) Dio comanda ed esegue. Perché?

La risposta può dedursi da un fatto che passa inosservato: dovranno seguire altri 'tre' giorni per portare a compimento un creato che potrebbe già considerarsi perfetto col nascere del Giardino del terzo giorno.

Il fatto che 'esegua' Dio in persona, può rimandare ad un intoppo nella linea evolutiva della Vita; l'interlocutore al quale era stata demandata l'opera, era cioè inadeguato o renitente.

Se questo discorso non enunciato viene presunto, qui l'agiografo mette in evidenza una 'responsabilità' che, sul piano generale, riguarderà coloro che battono le linee più avanzate dell'evoluzione; in una parola, i capi, i sapienti, gli uomini che posseggono la Gnosi.

Si comprende allora perché Dio si rivolge, nel primo dei tre giorni che seguono (il quinto), prima alla marea del mondo, e solo dopo alla singola 'terra emersa' (Eletti) .

Il Vangelo annota che Gesù trovò ascolto fra i gentili, e fu rifiutato da chi occupava la prima fila nella via della Rivelazione e della Vita.

 

Trasferendo questo discorso sul singolo uomo, si comprende qualcosa di paradossale: proprio l'Anima, appena sarà intuita nella sua grandezza dall'io carnale, costituirà l'ostacolo maggiore verso Dio.

Dio allora si rivolgerà alla parte più bassa, al corpo, alla sensibilità; lascerà l'arida terra e parlerà al mare; salirà come Gesù sulla barca e camminerà sulle onde.

Partendo da queste riflessioni, assume diverso significato il dolore umano che per effetto di una falsa catechesi avvertiamo provenire da Dio. L'agire di Dio, che si sostituisce al creato per farlo evolvere verso la pienezza, suggerisce di comprendere il dolore (dell'io e del noi) in termini di carità.

Dio non vuole il male dell'uomo, ma come padre amorevole è costretto a rivolgersi alla dimensione sensibile del proprio figlio per quel dialogo che la superbia dell'anima (gestita dall'io) impedisce. Allora, l'imperfezione e la resistenza del nostro ascoltare, dipendenti dalla sordità dell'anima, ci fanno soffrire come bambini riluttanti ed ostinati.

Sarebbe tuttavia falsificante pensare che Dio sia costretto ad usare il linguaggio del dolore (fisico o mentale) per proporci immortalità e divinità. Questa conclusione pessimistica deriva dall'aver demonizzato il linguaggio positivo del corpo e della mente.

L'amore, l'arte, l'emulazione, il gioco, sono veicoli belli e positivi che spesso bypassano le ostruzioni create sulle vie dell'anima. Dice una canzone napoletana: "Stasera ammore e Dio song'una cosa". La nostra predicazione ha proprio bisogno di recuperare il discorso dolce e positivo che Dio intesse con la sfera della nostra sensibilità.

 

Il quarto Giorno si è concluso. Ora l'agiografo, sempre ripartendo dall'inizio, rivelerà i fatidici Tre Giorni della morte e resurrezione di Gesù che si concluderanno, con l'inaugurazione del Giardino delle delizie (paradiso terrestre); e con l'Assunzione alla presenza di Dio di una umanità che ha compreso il grande invito del Risorto.

 

 

V GIORNO

 

Uno sguardo di assieme

Nella lettura corrente solo i primi due giorni (Ve VI) della seconda parte del racconto della creazione rientrano nella fase costruttiva del mondo.

Il VII giorno invece, è oggetto di un 'azione divina (la Benedizione) che non sembra produrre effetti specifici. Che cosa accade in detto giorno, noi non sappiamo; ci vien solo detto che è il luogo del riposo di Dio.

Provi il lettore a riflettere sul VII giorno, e scoprirà che, se è il più importante, è anche il più inimmaginabile.

Da questa impossibilità di rappresentarselo in qualche modo si origina la generalizzata indifferenza verso uno stadio beato da sperimentare dopo la morte; ed anche l'accentuato interesse per i luoghi di pena (inferno, purgatorio). Per essi infatti di immaginazione ne abbiamo a disposizione anche troppa.

Proprio perché i1 VII giorno sembra privo di opere creative, i teologi affermano che la creazione avviene in 6 e non in 7 giorni, e parlano quindi di esamerone. Essi considerano i sei giorni una  sequenza coerente, sicché gli ultimi due giorni di opere (Ve VI) costituiscono prosecuzione dei primi quattro.

Una lettura certamente suggestiva perché mostra il succedersi dei regni materiale, vegetale ed animale; ma che non seguiremo, sia per i motivi che già abbiamo detto, sia perché è inaccettabile un luogo\Tempo nel quale Dio riposa (18).

 

(18) Né si può facilmente ribattere che trattasi di uno spazio teologico e non fisico, perché ciò che si dice del settimo giorno si dovrà dire anche degli altri; ed allora bisognerà cacciare via lo spazio e il tempo, e svuotare di concretezza le opere dai primi sei giorni. Diventerà così oltremodo difficile capire il significato del racconto, ed ancor più mantenere in piedi tutte le teologie che si fondano proprio sulla concretezza dell'opera creatrice.

 

Noi mediteremo il contenuto di questi giorni come una ricapitolazione ed esplicitazione dei messaggi profetici contenuti nei primi 3, e principalmente di quelli esposti nel 'quarto' riguardanti l'Anima immortale, il 'Giardino', e la divinizzazione dell'uomo, ed in lui dell'intero creato.

Ricapitoliamo ancora una volta il discorso.

Il lettore ricorderà che vicino a Dio è presente un altro costruttore, e cioè la sua creatura. Il 'Ciò che è immateriale e vivo (On) creato fuori dello spazio e del tempo, in quanto soggetto specifico della evoluzione è artefice del creato e dunque 'creatore'.

Ricorderà anche che la 'vita' sorta all'atto divino originario, senza perdere la propria essenza dinamica, si fa materia informe che a sua volta si evolve in individualità sempre più complesse, fino a giungere alla perfezione dell'uomo.

Con l'uomo l'On iniziale diventa soggetto autocosciente e perfeziona il suo ritorno a Dio.

Il II giorno ci ha rivelato che questo processo di individualizzazione, che si perfeziona nell'uomo, si riconnette ad un qualcosa di costante ed unico espresso nella immagine del 'Firmamento'. Quest'ultimo simbolizza 1'Io umano che, evolvendosi, diventa 'Anima immortale' ('Cielo', secondo la nominazione voluta da Dio), ed è pronto a spiccare il balzo verso la divinità.

Ha mostrato che questo grande processo si distingue in una prima ed in una seconda fase (Anima immortale e Divinità), e che giustamente la Chiesa annuncia non una, ma due creazioni.

Fermiamoci a considerarle più attentamente.

La prima di esse, per ragioni intrinseche, è del tutto lontana dal suo Creatore. Il creato infatti ha un andamento che potremo dire orizzontale. Esso si evolve e si perfeziona in una unità pacifica che amplifica quella dell'inizio (En).

In pratica, il mondo resta mondo, e l'uomo resta un essere umano, anche quando, attraverso una epirosi finale (lettera di Pietro), assume i caratteri della alocalità ed atemporalità.

Diventa un quid di immateriale (cieli nuovi e terra nuova) che esiste indefinitamente (l'eternità temporalizzata degli spiriti); si centra in un'Anima immortale, ma non raggiunge la divinità. Resta cioè sottoposta, nell'area del suo Creatore.

La seconda creazione è del tutto diversa; essa deriva da uno scatto di qualità ontica che, per Grazia (puro dono di Dio), trasforma l'orizzontale in verticale, l'esistenza in Vita, l'uomo in un essere divino capace di dare Vita, e che ritorna incosciente pienezza al suo Creatore divenuto per lui il Padre.

 

Questi due temi si incrociano nel nostro testo che, come ho più volte chiarito, è per sua natura polisemico e leggibile a livelli diversi. Ciò implica che bisogna scegliere a quale livello lo si vuole interpretare, badando a non muoversi trasversalmente se si vuol essere univoci e chiari.

Se i due temi sono divenuti manifesti, ciò deriva dal fatto che noi interroghiamo il testo ad un livello particolare, quello della antropologia e della vita; lo consideriamo cioè una specifica rivelazione sull'uomo e sulla vita.

In coerenza a questi due grandi temi, sul piano letterario, abbiamo allora inteso i sette giorni secondo lo schema 3-1-3, cogliendo nei primi tre giorni (in forma eminente) la tematica dell'esistenza orizzontale (I creazione), e nei secondi tre quella della Vita verticale (II creazione).

 

Ma c'è un altro punto da evidenziare; le due distinte creazioni non sono sconnesse fra loro; esse dipendono infatti da un unico evento, quello del Cristo (IV e VI giorno). Questa distinzione/connessione implica che si possono battere due vie di interpretazione.

A> Possiamo leggere le opere del V, VI e VII giorno come eventi che dipendono dal Cristo, ed espongono il modo con cui egli perfeziona la creazione orizzontale. In tal caso, il VII giorno (benedetto) sarà quello conclusivo, ed in esso potremo leggere l'inaugurazione del Paradiso terrestre, che nei vangeli viene chiamato Discesa agli inferi di Gesù.

B> Ricordando che a chiusura di tutto Dio attua una santificazione, cioè una Divinizzazione (v. 23), possiamo poi leggere le stesse opere (V, VI, VII giorno) come eventi sempre dipendenti dal Cristo, ma non conclusivi, proprio in quanto aperti alla fase ulteriore della divinizzazione. In questo caso il VII giorno verrà considerato come il primo, ma non l'ultimo traguardo dell'opera del Cristo (paradiso terrestre).

Dopo di esso infatti dovremo ipotizzare un VIII, IX e X giorno, di cui non v'è traccia in questo primo racconto, ma che sono menzionati esplicitamente nella Bibbia a proposito del Giubileo (Lev. 25, 20 ss).

Proprio le opere di questi giorni (VIII, IX e X) formano il tema del II Racconto della creazione che immediatamente segue quello che stiamo commentando, nascoste sotto la metafora delle vicende dei cd. progenitori. Lì verrà chiarito esaurientemente come l'uomo può conseguire o rifiutare la divinità.

Se il rimando al libro del Levito è il più evidente, ricorderò al lettore che l'agiografo ci ha comunque lasciato un segno della sua intenzione di esporre in prosieguo il tema della divinizzazione del creato. Ed infatti questo traguardo ultimo, questa seconda creazione viene annunciata in forma fortemente sintetica nel Santificare di v. 2, 3.

In conclusione; la prima creazione si conclude con la discesa agli inferi di Gesù che equivale alla inaugurazione del 'Giardino delle delizie'; la seconda con la sua Ascensione al cielo che porta l'umanità al cospetto di Dio (assunzione di Maria).

In pratica, per comprendere il messaggio della Genesi, ho preferito lasciarmi guidare dalla storia di Gesù; di Lui che riporta la pace nel mondo orizzontale (regno dei cieli); di Lui che santifica il mondo (regno di Dio). E ciò senza mai dimenticare che questi due effetti sono connessi e ‘progressivi’.

 

‘Noi’: anima muta

Avendo. chiare queste premesse, proviamo a riflettere sul significato delle opere del V Giorno.

Ecco una traduzione letterale del testo della LXX (20-23) nella compitazione corrente:

"E disse Dio: Producano le acque striscianti di anime viventi e volanti che volano sopra la terra sotto il firmamento del cielo. Ed avvenne così.

E fece Dio i cetacei, quelli grandi e l'intera anima degli animali striscianti, quelli che avevano fatto le acque secondo i loro generi e tutto il volante che vola, secondo il genere. E vide Dio: cose buone.

E benedisse queste cose Dio dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite le acque nei mari, e le cose volatili giungano a pienezza sopra la terra.

E ci fu sera, e fu al mattino giorno quinto".

 

Ho voluto dare al lettore una traduzione per quanto possibile fedele del testo, perché si renda conto di come sono piallate quelle che gli vengono proposte. Ed ancora perché, preso atto di quanto sia aspro e brutto il testo, gli sorga il dubbio che la compitazione corrente nasconda qualcosa di più profondo.

Non mancava certo allo scrittore la capacità di costruire un raccontino un po' più elegante. Se non lo ha fatto, se ha preferito durezze stilistiche ed acerbità formali, ciò deve dipendere da qualche buona ragione.

Io ne indico una decisiva: costruire un testo polisemico, capace cioè di esprimere molti significati derivanti da compitazioni diverse e da una lettura per metafore e simboli.

Questa precisazione serve a motivare, in qualche modo, la mia scelta di ricompitare talvolta il passo, o di cercare nuovi significati per le singole parole.

 

Nel V giorno sembra dunque che vengano ad esistenza degli esseri striscianti e dei volatili i quali stranamente nascono dalle acque. Per parte sua, Dio interviene direttamente creando dei cetacei, e poi tutta l'anima degli esseri che strisciano, e tutto il volatile degli esseri che volano.

La prima opera viene chiesta non alla terra, ma alle 'Acque' (al plurale) chiamate a compiere l'atto iniziale, avendo Dio stesso come partner. La seconda viene compiuta direttamente da Dio, per indicare che quanto viene ad esistenza non è più frutto della spinta vitale primigenia, ma un dono nuovo, qualcosa che il creato non avrebbe mai potuto raggiungere.

Per intendere il senso dell'opera del V giorno cerchiamo dunque di decodificare i simboli, ricordando che lo scrittore ama ogni volta ricapitolare il tema già trattato. In questo senso, c'è nel nostro testo una sintesi arricchita (con uso di metafore diverse) del racconto precedente, e l'indicazione di uno scatto evolutivo.

Innanzi tutto le Acque alle quali si chiede di generare striscianti e volatili non possono essere identificate con certezza con il Mare; quest'ultimo ha un nome proprio fissato da Dio,. ed è stato organizzato in 'Assemblee' (sunagogai); non si comprende perché mai lo scrittore abbia preferito al vocabolo specifico quello generico.

Credo che qui bisogna collegare queste 'acque' (plurale), all'Acqua di Dio (singolare) connessa con lo Spirito (1,2). Se in quest'ultima vediamo simbolizzata la divina Rivelazione, cioè la partecipazione di Dio al mondo, le acque di cui parla il testo potranno intendersi come la presenza, diffusa e non sistematizzata, delle Rivelazioni e della Divinità che le inabita, e che si comunica agli uomini attraverso di esse. Con ciò l'agiografo avverte che lo sviluppo dell'opera creativa non attiene alla sola creatura, ma anche precipuamente al Creatore, attraverso quel 'qualcosa di sé' che egli ha posto nel fondo del 'Ciò che è' da lui creato.

Inteso così, il testo allude allora al nascere del divino nel cuore di uomini che, pur camminando nelle tenebre, possiedono tuttavia una favilla di Fuoco. Allude al cammino di una umanità che non ha chiarezze interiori, e tuttavia viene convocata da Dio in quel piccolo punto di luce che brilla all'interno di ogni essere umano (la lampada fumigante delle cd. vergini stolte).

In altre parole, qui l'agiografo sta ponendo le basi per una teologia della cattolicità: tutti sono figli amati da Dio, perché in essi c'è un quid di più grande che in qualche modo si collega a Lui. Lo Spirito di Dio infatti, se non era nell'acqua, comunque si portava sopra di essa.

 

Ciò che deve nascere dalle Acque viene indicato da due termini che significano 'striscianti' e 'volatili'. In una lettura carnale, i primi sono più o meno dei 'Capitoni' o delle 'Murene' (non uso a caso questi termini) i secondi degli 'Uccelli'. Ma non si può tener in non cale il fatto che lo scrittore escluda termini che sarebbero stati più appropriati, e cioè 'serpenti' ed 'uccelli'. Ne deduco che non voleva riferirsi a queste specie animali, ma a qualcosa di ben diverso.

Superando l'interpretazione naturalistica, proviamo allora a dedurre il significato simbolico delle immagini dalla specifica struttura di detti esseri; l'agiografo fidava che essa si sarebbe mantenuta costante in ogni tempo e latitudine, ed avrebbe quindi fornito un materiale universale di comunicazione. Un uccello infatti vola, sempre e dovunque.

Chiediamoci allora che cosa può indicare, di per sé, 'Strisciante'.

 

Chi lo visualizza e intende limitarsi al regno animale, può naturalmente pensare ad un serpente o ad un verme, ma anche ad un neonato, visto che, per muoversi, questi è costretto proprio a strisciare (19).

 

(19) Va ricordato che questa 'serpentinità', che allude ad una pura istintualità; ad un livello bassissimo di vita extrauterina dell'uomo, ricompare nella vicenda del Giardino, dove si tramuta in strumento di perdizione perché ipervalutata (la cosa più sapiente).

 

Considerando che Dio integrerà questa creatura con un'Anima, viene allora da pensare che qui l'agiografo sta ricapitolando i primi momenti della evoluzione, quando l'uomo era ai suoi albori e si esprimeva essenzialmente come corpo animale.

Sta alludendo, al tempo stesso, alla meschinità 'animale' che permane nell'uomo (che non ha ancora una statura animica). L'essere umano, per quanto si inorgoglisca di alzare la sua testa all'alto, è pur sempre un verme della terra (20).

 

(20) Il lettore si potrà giovare di queste indicazioni, per intendere, tra l'altro, il senso della cd. maledizione del Giardino. Quando Dio ricorda al serpente, che simbolizza l'uomo reticente all'incontro, che egli striscerà sulla terra, vuol profetizzare che chi si comporta in questo modo resterà nella sua condizione ilica (come dicevano gli Gnostici), legato cioè ineluttabilmente alla terra. Non una divina maledizione dunque, ma un dolente atto di constatazione.

 

Continuando nella sua ricapitolazione, l'agiografo ricorda l'evoluzione dell'uomo, costituito dal 'io' e dal 'Noi', leggendolo ora in chiave animica. Lo dimostra il fatto che richiama non il mero 'Firmamento', ma il 'Firmamento del Cielo'.

Egli avverte allora che le acque devono far nascere anche delle 'cose volatili'.

Messi da parte uccelli o coleotteri, io riferirei la metafora ai desideri ed ai pensieri che edificano l'uomo sollevandolo oltre la sua statura orizzontale; e che sono sottoposti, (cioè centrati) al suo 'io' (firmamento del Cielo). Si comincia ad intuire quindi che questo 'io' mondano ha come punto di riferimento 1'Io di Cristo.

Corpi, pensieri e desideri, cioè un 'animale razionale dotato di un 'io' che si autotrascende: questo è quanto ha prodotto il 'Ciò che è' creato sulla spinta divina che l'ha costituito. Proprio in forza di quella stilla di Acqua Viva che pure possiede (perché su di lui vola lo Spirito), questo animale sta diventando pio, e sta aprendosi come Anima al dialogo che segue.

 

 

'Serafini' e 'Cetacei'

C'è ora un'altra verità che l'agiografo vuole rivelare; essa consiste nella inscindibile unità dell'uomo. Torniamo perciò a rimeditare le nostre metafore.

Fino ad ora abbiamo esaminato gli striscianti ed i volatili come i due soggetti distinti; ora, considerando che Dio li ha voluti insieme, proviamo a intenderli come un personaggio unico, una specie di serpente alato. Quest'ultima immagine è veramente suggestiva perché rimanda ai Serafini (serpenti alati) che stanno alla presenza di Dio.

L'agiografo sapeva bene che il suo testo avrebbe condotto a questa conclusione; egli certamente la voleva per riaffermare l'unità dell'uomo, e indicare .la meta di tutta l'operazione divina: costruire figli di Luce (il Fos dei primi versetti).

 

Si sta esaurendo la parte riepilogativa costruita in una ottica animica. Ma resta ancora da ricordare la formazione del 'noi', cioè della dimensione sociale e personale dell'uomo.

Facciamo allora un passo indietro per cog1iere bene il significato del nostro testo.

Nel terzo giorno Dio volle la riunione delle acque in 'assemblee' (fuor di metafora costruì le famiglie umane), ora dispone che si creino in riferimento alle 'Acque' delle nuove entità. L'agiografo per indicarle usa l'immagine dei cetacei (Kete); animali 'muti' perché ancora senza parola; animali grandi che vivono bene nelle acque; e che hanno sangue rosso come gli uomini.

Come leggere questa strana figura che viene poi ripresa nella Scrittura in termini positivi e negativi (es. Leviatano)?

I cetacei del nostro racconto si presentano come esseri muti, grandi, che vivono bene nelle acque e che con la loro mole sembrano quasi dominarle.

A me pare che tutte queste caratteristiche si adattino perfettamente al 'noi' inteso, sia come comunità di popolo, sia come ricchezza della persona. È una dimensione dell'uomo ancora mediocre quella del 'Noi', e tuttavia è già qualcosa di molto grande. È uno stadio di evoluzione al quale, come dicevo, manca ancora la pienezza della Parola che indica la perfetta vitalità. Con tutto il suo potere e dinamismo, l'umanità (cetacei) e ancora impotente a vivere pienamente.

 

L'anima viva

Dopo la creazione di questi singolari pesci (ictues) l' opera prosegue spedita e si delinea una vera e propria creazione di singole anime immortali.

Dio fa venire ad esistenza un qualcosa di nuovo che deriva direttamente da Lui. L'espressione "Fece l'anima, nella sua interezza (ergo: singola), che appartiene agli esseri striscianti” (ergo: sono molte), non si riferisce evidentemente alla animazione biologica che è già esistente, visto che gli esseri striscianti non erano morti quando le Acque li generarono. Essa allude piuttosto ad una animazione nuova e totale (Pan).

Dunque, se i 'Cetacei' indicano un 'Noi' ancora annegato nei molteplice, (come un pesce lo è nel mare) ora viene ad esistenza una 'singolarità plurale'. Stanno nascendo principi unitari e dinamici che non staranno più 'nelle acque', ma sintetizzeranno in sé le acque.

È un quid che non si insedia come un alieno nell'uomo, ma lo sostituisce nella sua statura adulta di Anima immortale (21).

 

(21) Lo suggerisce quel genitivo plurale 'Degli animali', collegato al v. 24 del VI giorno che annuncia il venire all'esistenza di una singola anima che vive.

 

L'uomo è anima

Qui suggerisco al lettore di fermarsi a considerare le immagini che ha nella mente in ordine all'uomo ed alla creazione; proprio esse sono l'impedimento maggiore a cogliersi come 'anime'.

Ci hanno insegnato che Dio ha creato per prima cosa la materia; e naturalmente si è dato valore primario al corpo materiale ed alle due 'anime' che su di esso fondano, ma con esso sono travolte dalla morte.

L 'uomo si avverte essenzialmente come un essere corporeo, anche se poi si vanta del proprio mentale e delle relazioni che lo rendono 'persona '.

Da queste premesse nasce non solo la paura della morte, ma principalmente l'incapacità a considerarsi 'uomo' se privati di un corpo materiale. Se il lettore riflette bene, si accorgerà che proprio su questo punto si arenano tutti gli sforzi di catechesi della Chiesa..

L'antropologia descritta nel libro della genesi è del tutto differente. Essa insegna un uomo che nella sua statura adulta (l'unica alla quale si deve fare riferimento per definirlo) è un'anima, un principio vitale e dinamico, e non un corpo. Il corpo sta all'uomo, come il feto sta all'adulto. Tuttavia è tanto forte il condizionamento di quella prima proposizione: "Dio creò la materia" (e quindi i corpi) da indurci a definire la realtà animica dell'uomo, un ‘corpo incorruttibile’.

 

In conclusione, il quinto giorno è il giorno delle anime singole che assumono la doppia valenza che caratterizza un'anima immortale: essere per un verso unica, come lo è una 'Spiga', ed al tempo stesso molteplice, come lo è la stessa spiga, rispetto ai chicchi di grano che la compongono (22).

 

(22) Probabilmente a questo si riferivano coloro che fissarono l'animazione del feto al V mese. E se altri l'agganciarono all'ottavo, è perché avevano di mira non quest'anima personale ancora muta, ma quella svegliata che scaturisce dalla resurrezione di Cristo, avvenuta l'ottavo giorno.

 

Si conclude così l'ultimo momento dell'evoluzione e nasce un grande ed adulto principio dinamico evitale; 1'Io ed il Noi si fondono ad un livello superiore, caratterizzato dalla corporatività e dalla immortalità.

Nel suo 'Giudizio universale' della Sistina, Michelangelo ha espresso questo mistero mettendo nelle mani di San Bartolomeo la sua pelle detratta; in essa ha disegnato i tratti del proprio volto. Al di là dell'invezione pittorica, la metafora è perfetta: ogni Anima\uomo porterà nel Giardino il suo sacco di pelle, la sua immagine corporea, la sua stona, quella che si è costruita nel V giorno.

 

Rifletta n lettore su questa verità che viene annunciata continuamente nella formula 'resurrezione dei corpi'. Consideri che se ognuno di noi è un'anima che si sviluppa nel particolare dell'esistenza come un feto di immortalità; che se proprio l'io\anima recupererà tutta intera la nostra specifica storia allora il servirla durante l'esistenza non va considerato una schiavitù, un debito d'imposta pagato ad un alieno che neppure ci aiuta nei momenti difficili.

Lavorare per l'anima significa garantirsi l'immortalità; sacrificare il proprio io ed il proprio noi, per affermarne le esigenze equivale a salvare l'io ed il noi dal nulla della morte.

 

Esprimendo lo stesso concetto in altro modo, si può dire che per ogni essere umano il Noi e un nuovo 'Io' certamente più ampio, ma ancora legato al corpo materiale che deve passare.

Intorno a questo Noi ancoriamo il molteplice della nostra singola storia', per sentirci 'uno e molti'. Centrati su di esso, ci dilatiamo, inserendo persone e cose, e cominciando a sentire che anche la materia (si pensi alla casa) non è un palcoscenico inerte su cui recitiamo la parte di attori solitari, ma un pezzo del nostro essere (ecologia).

Ma il tempo e le vicende fisiche e psichiche fanno dubitare che sia un punto fermo, una identità specifica ed irripetibile; al fondo avvertiamo che la morte consumerà insieme al corpo anche questo centro unificante. Come 1'Io, anche la Persona finisce sotto terra.

Ogni uomo scopre la pienezza di se stesso (io singolo ed io personale), ma avverte anche che questo momento 'Volatile' non è autosufficiente. Collegato strettamente alle vicende del 'mentale' e quindi ad un cervello che non sa riprodursi, è condannato a morire.

Nasce così il bisogno di perpetuarsi attraverso un'opera da lasciare ai posteri. I faraoni costruirono le piramidi, i piccoli uomini generarono un figlio.

In questo V giorno, il fascio fluttuante di sensazioni che si è soliti chiamare 'io' , comincia a desiderare qualcosa di più radicale, immodificabile, eterno; qualcosa che non sia nel corpo, ma esista di per sé; non sia dell'uomo, ma costituisca l'uomo, senza bisogno di un corpo materiale.

Comincia allora ad avvertire l'anima come un bambino che cresce nel seno di sua madre, come un balenottero che nel mare diventa un essere enorme; e sa allora che, per ciò stesso, ogni piccolo gesto assumerà le proporzioni inimmaginabili di un'anima immortale.

 

Per chi si muove in questa direzione, il Rientrare in se stessi, non è azione psicologica che cerca il centro del proprio essere esistenziale, e ineluttabilmente scopre il vuoto.

Rientrare in se stessi equivale a sapersi incinti di un vero 'Io', unico, inattaccabile dal mondo, libero, capace di slanciarsi verso la folle avventura della divinità; a scoprire un diverso livello della propria coscienza ben più alto di quello individuale e personale.

 

Questo è il senso profondo di quel 'Gnoti seauton ' dei greci che io traduco: 'Conosci il te stesso ardente' (se auton), riconosci cioè di essere un'anima.

È questo quel terzo livello della coscienza che Ghandi dichiara di aver inseguito per tutta la sua vita e che gli altri gli riconoscono di aver raggiunto. Fu chiamato 'Mahatma', cioè ‘Grande anima’.

 

Ma, facendo un balzo in avanti, rifletta anche il lettore che se ogni uomo potrà permanere in eterno perché è un'anima immortale, non potrà tuttavia superare il limite che egli stesso si è costituito nel costruire, in un certo modo e nella corporeità, la propria anima.

Tutti staranno nel VII giorno; ma, come gli spettatori avanti alla 'Gioconda', ciascuno sarà capace di coglierne la sublimità, a misura del guadagnato grado di sensibilità artistica.

Inoltre, passi l'immagine, l'anima immortale si assomiglierà ad un mulo, perfetto nella sua struttura, eppure non in grado di generare vita. L'anima immortale potrà vivere nella eternità temporalizzata del VII giorno, potrà godere delle delizie del Giardino, potrà, come spiga della terra, impersonare la vita creata, ma non potrà generare Vita.

Grande quanto si vuole, l'anima immortale andrà considerata sempre come un minore, che attende la sua maggiore età per entrare in possesso dei beni eterni del Padre celeste.

Per giungere a questo punto bisognerà slegare l'anima immortale e lasciarla andare, come Gesù dice a Lazzaro svegliato dalla morte. Ciò, fuor di metafora; vuol dire passare attraverso quell'evento che noi chiamiamo ‘Morte’, avendo come punto di riferimento attrattivo la persona di Gesù che offre la divinità.

Quando Giovanni descrive il pianto di Gesù, non sta annotando un fatto emotivo ed esistenziale, ma sta rivelando che egli è Creatore. Nella cultura antica infatti ogni liquido che esce dal Dio rappresenta un atto creativo.

La generazione della Vita è una capacità che solo lo Spirito possiede; bisognerà dunque ricevere ciò che il testo chiama Soffio della Vita (1,30). È questa proprio è la grande opera del VI giorno che solo l'Uomo perfetto, il Cristo di Dio può compiere.

 

 

 

I nuovi  pensieri dell’ anima

Proprio in vista di questa grande opera non finisce qui, nel V giorno, l'azione del Creatore. In parallelo, ed a completamento di quest'anima individuale e incapace a generare, Egli crea il 'Volatile', cioè fuor di metafora libera all'alto il pensiero ed i desideri dell'anima, costituendo nell'uomo un sentire tutto diverso.

Si viene a costruire una sfera nuova che si collega all' anima-Io e che, unità ad essa, rappresenta quel mondo immateriale in cui l'uomo può vivere felice quando si sarà liberato dal corpo.

Se il traguardo finale sarà un uomo 'Serafino', al cospetto di Dio, qui (nel V giorno) viene garantito all'uomo una prosecuzione della sua esistenza oltre la morte. Poiché l'anima appartiene specificamente agli uomini (striscianti-volanti), in essa proprio, in questo 'Io' di loro esclusiva proprietà, gli uomini continueranno ad esistere.

Il nostro passo risponde così al pressante interrogativo dell'uomo sul suo futuro oltre la morte. Il mondo dell'al di là (non quello propriamente divino) conserverà una dimensione sociale (cetacei), ma sarà anche formato di singole anime che conserveranno integra la loro storia e la loro specifica personalità (anima-volatile).

Altra cosa sarà l'Anima del mondo; altra cosa sarà il Soffio della Vita di cui si dirà nel VI giorno. Queste due dimensioni competono al Cristo, e potranno appartenere solo derivativamente a chi a Lui si assimilerà; come dice Giovanni: "A chi lo accolse concesse di diventare Figlio di Dio" (23).

 

{23) Il momento religioso non è uno tra i tanti profili della psicologia umana, ma un vero e proprio momento di edificazione della coscienza della Vita. Nel nostro testo esso viene descritto in termini di dialogo, di Sonore vibrazioni creative (Auton). Queste ultime si organizzano in sistema e diventano il pensato divino dell'uomo e la sua superiore capacità espressiva.

In questo momento - e siamo all'ultimo intervento della Vita "- il 'mentale' non è più un puro prodotto cerebrale racchiuso dalla limitazione della sua fonte, ma diventa ragione che può attingere Dio come Uno e Creatore. La ragione, di cui parla fra gli altri Tommaso, è tutta opera della Vita. Se nella sapienza umana l'uomo prende coscienza di se e delle proprie capacità ora egli può levarsi in alto. Non formula infatti solamente pensieri, ma in questi la Vita pone un Volatile, cioè una dimensione capace di sollevarsi più in alto. Si intravede qui il discorso del mistico, e derivativamente lo statuto epistemologico della teologia, fatta di slanci umani e di meditazione divine; fatta di sovrana libertà dell'uomo, qualunque esso sia, purché obbediente alla Vita che lo inabita. La 'religione' (religio = riunire) è dunque un fatto vitale, un momento positivo di evoluzione della Vita nell'uomo. In essa si forma una coscienza che volge all'alto e si sperimenta in una prima agglutinazione che prelude a quella finale. Ne consegue il valore religioso della comunità e fra queste eminente è la famiglia. La costituzione delle 'singole anime' da parte della Vita non vuole annunciare quanto correntemente si dice a proposito della creazione della anime da parte di Dio. Qui non è un venir fuori dal nulla (ecco il perché dell'uso del verbo 'fare') ma un costituirsi in autonomia di quella presenza vitale che costituisce la materia ed in essa permane. La dimensione spirituale dell'uomo (che noi chiamiamo anima) è in pratica qualcosa che è l’uomo stesso e non un quid che ha una sua autonoma origine e di cui neppure ci sarebbe traccia nella creazione iniziale dove si parla solo di Cielo e Terra.

 

Il quinto giorno segna così la conclusione della evoluzione della coscienza della Vita realizzatasi nell'uomo. Perciò il numero cinque connoterà l'umanità (genti) ed il 'matrimonio', quale sacramento della pace comunitaria del Giardino.

La riflessione sul significato del matrimonio, ed in genere dei sette sacramenti, si potrebbe giovare non poco del riferimento alla realtà di pace del settimo giorno.

La risposta del 'Ciò che è' creato ha raggiunto la sua pienezza e merita la benedizione di Dio creatore, che ne sanzioni la bontà, e costituisca il nuovo impulso perché l'uomo prosegua verso la dimensione di Vivente. Solo allora, colmo di grazia, egli potrà diventare uomo dello Spirito, figlio di Dio, uomo totalmente ardente (fos) (24).

 

(24) Questa è la benedizione che "nulla poté abolire, né la macchia del peccato, né il diluvio" (benedizione degli sposi), quella che ancor oggi garantisce all'umanità l'uscita nel paradiso terrestre.

 

Se ad ogni momento del cammino è stato aggiunta una dichiarazione di bontà (e vide che era buono), in questo quinto giorno (e poi nel sesto), proprio per affermare la saldatura attuantesi fra Cielo e Terra, l'espressione diventa da singolare plurale; da 'Otikalon' a 'Oti kala' (". ..che erano buone"): la pluralità si è risolta in Unità. Si è ricostituito 1'uomo\Anima che è anche individuo\persona (Maschile\femminile), ed ora urge la parusia finale della Vita divina.

 

Una rilettura dei testi meditati

Cerchiamo, a conclusione, di operare un veloce rilettura dei testi che abbiamo meditato. I primi tre giorni hanno descritto la dinamica della Essenza creata (On) nelle metafore:

a) del 'fisico' (luce, acqua, terra, etc.);

b) del 'botanico' (Il terzo giomo presenta in una immagine arborea l'umanità divisa in popoli e capace di propagarsi). Il IV giorno si serve della metafora stellare.

Lo stadio dei primi tre giorni è dunque del tutto esistenziale, e non potrebbe ambire a nulla di alto. Perciò nel 'quarto giorno' si costituisce un mondo superiore, celeste, fatto di luce, e viene annunciato un collegamento tra la 'terra' (cioè l'umanità descritta in termini arborei) e il livello superiore.

La storia della essenza creata che l'agiografo voleva narrare è già quindi tutta abbozzata e conclusa: il primitivo 'On' è tornato a congiungersi con l'alto; cielo e terra si sono uniti (25).

 

(25) A questo livello si riferisce probabilmente la frase evangelica 'vedo uomini come alberi che camminano' (Mc. 8,24) e l'invito di Agostino a guardare oltre le stelle senza farsi abbagliare dal luccichio di esse, ma col pensiero sempre rivolto a Dio onnipotente.

 

Chiusosi questo primo cerchio della spirale narrativa, se ne apre un altro (ultimi tre giorni) che approfondisce il discorso e lo fa evolvere. Se il 'tema' ed il 'contenuto' essenziali restano gli stessi, è ora il 'discorso metaforico' che cambia. L'umanità in cui si evolve la Vita non si veste più delle icone del 'giardino' ma di quelle 'animali' nel senso di 'bestiali-corporee', di 'animalità' come forza vitalizzante.

Lo scrittore annuncia qui quanto è profetizzato nel racconto di Caino ed Abele. Caino è uomo della 'terra' (contadino), mentre Abele è signore di cose animate (pastore); l'uno è terra e l'altro e 'cielo'.

Sta anche annunciando quanto è esposto nella vicenda parallela di Abramo, padre prima di un figlio terrestre (Ismaele) e poi di un figlio divino (Isacco); il che equivale ad uno scatto di qualità della persona di Abramo da uomo terrestre a Vivente.

Il V giorno è così il giorno di Caino, mentre il VI, nel quale Dio si dirige ai soggetti vivi della terra, è il giorno di Abele.

La conclusione unitiva di questo discorso teologico la si ritrova nei vangeli. Gesù cena con le offerte terrestri di Caino (pane e vino) il V giorno, mentre si fa agnello.(Abele) nel VI giorno, quello della Croce.

Per intendere il mio discorso bisogna tenere a mente la varia struttura letteraria del nostro racconto.

Se letti in un'unica sequenza gli ultimi tre giorni rappresentano l'evoluzione dei primi quattro; se invece nella struttura letteraria già esposta (3-1-3), con ripetizione dei temi (quasi a mo' di spirale'), costituiscono la rimeditazione delle opere già descritte, per profetizzare che proprio esse conducono alla divinità.

Seguendo questo secondo schema la ripresa 'ab ovo' (nascita degli esseri striscianti) costituisce un ripercorrere la via già indicata; al tempo stesso annuncia una economia nuova, nella quale Dio entra in contatto immediato con la sua creatura e si fa suo 'compagno nell'operare.

Si approssima il tempo del Dio 'Signore' (Il storia) quando l'uomo\anima immortale colloquia con Dio e vive il drammatico momento della scelta tra se stesso e suo padre.

 

VI GIORNO

 

L 'uomo corporativo divino

Nel sesto giorno l'urgenza della Vita diventa massima e da un solo evento si originano due effetti: il creato diventa cosmo; e questo viene divinizzato. La nascita di uno specialissimo uomo realizza il primo obiettivo; la nascita del Dio nel mondo, il secondo.

Ma, fatto ancor più stupefacente, i nati non sono due, ma uno solo. li Genesi profetizza un essere che sarà uomo e Dio, riprendendo quanto rivelato a v. 1,3: "(Lo Spirito) allora disse: che Dio diventi uomo; e divenne uomo ".

Dunque ricapitoliamo: l'uomo animale che non può sussistere da solo, secondo il suggerimento ricevuto ha scoperto coscienze sempre più ampie che lo hanno progressivamente strappato alla sua solitudine, assimilandolo alla Vita da cui proviene.

Ora possiede tre coscienze (o anime): quella individuale (io), quella sociale (noi), e quella autonoma che non dipende più dal corpo, ma si identifica totalitariamente con l'uomo. Egli è Anima immortale.

Perché tutto ciò ‘sia consumato' nell'unità, deve verificarsi un evento (1o abbiamo storicamente conosciuto nella presenza di Gesù); deve cioè nascere il Vivente che realizza la pace del VII giorno, ed al tempo stesso l'io totale della Vita che, ritornata a Dio, viene da Lui divinizzata.

 

La proposta rivolta all'umanità è inaudita e trascende le sue forze: costituirsi in una Comunione che, senza eccedere lo spazio individuale, (così che il singolo trovi la sua massima esaltazione), non dipenda neppure dall'adesione degli altri (e sia quindi immune dal tradimento della comunità).

Dio propone all'uomo di essere, nella sua singolare persona, la Comunione della Vita. È la comunione dell' 'uomo solo' che il sacerdote realizza liturgicamente quando beve, in persona Christi, il calice eucaristico della ricapitolazione finale.

Nelle metafore del racconto il creato, che nel V giorno ha trovato Acque obbedienti, si rivolge ora agli 'eletti' iconicamente espressi nella 'terra' emersa dalla marea delle genti. Esso chiede alla 'polvere' (Ghe) di generare questa cosa grande e nuova, realtà 'singola' e al tempo stesso 'comunionale'. Dovrà venire ad esistenza una dimensione del vivere che sia unica e unente (dal plurale 'Psucon' di v . 20, al singolare 'Psuchè' di v. 24), e che sia capace di dare la Vita ('Zosan' inteso in forma attiva).

In termini antropologici, se nel quinto giorno l'opera dell'umanità riguardava la più ridotta dimensione 'comunitaria' (acque, mari); se essa si è risolta nelle singole anime immortali, ora deve venire ad esistenza l'Uomo vero, il Vivente. L'uomo singolo deve costituirsi Vita che vitalizza, capace cioè di crearne altra; deve farsi 'madre dei viventi' (II storia).

 

E veniamo al testo che, secondo il solito ricapitola quanto la storia già narrato. Per operare questo flash back, e per velarlo sotto una storia che sembra fluire in progressione, l'agiografo si serve di forme 'aoriste' che in greco permettevano di situare l'azione descritta in tempi diversi (es. passato, presente).

Così, mentre l'espressione "E Dio disse: faccia nascere la terra un'anima vivente" va intesa nel presente della narrazione e quindi dice una attualità, la frase che segue si riferisce a qualcosa avvenuto prima. Leggiamo allora: "C'erano quadrupedi, striscianti e fiere", cioè è già presente l'umanità con i suoi vari livelli antropici. Poi nello stesso senso intendiamo che da Dio sono venuti i 'greggi' e gli 'striscianti', cioè, fuor di metafora, le anime egli individui-persone.

Tutta questa evoluzione che appartiene al già esistente va considerata buona.

Depurato di quanto costituisce ricordo di una evoluzione già compiuta, il passo si può allora restringere, nella sua attualità creativa a due espressioni:

- "Dio disse: produca la terra un'anima vitalizzante" –

- "Dio disse (a questa anima): facciamo l'Uomo" (26).

(26) l'essere a 'quattro gambe'; colorita espressione quella del quadrupede, che indica l'insieme del maschile-femminile; è il Rebis alchemico, è la Persona piena, l'animale sociale.

 

Dunque nella prima sezione del VI Giorno si celebra la vigilia del grande evento solutore.

Sull'uomo-anima sta scendendo la forza trasformativa che ci fa destinatari delle parole dell'Angelo: "Ciò che sta nascendo in te, è opera di Spirito Santo"; è costituita la mistica Maria alla quale vien chiesto di co-generare la vera nuova creatura (27); è costituita quella perfezione dell'anima immortale che la schiude alla divinità.

 

(27) Paolo userà l'aggettivo 'Kainè' (nuova) per ricordare come essa debba farsi risalire a quelle genti che in 'Kain' hanno il loro eponimo.

 

La seconda sezione del sesto giorno è tempo dell'Uomo Perfetto (al sesto mese venne Gabriele...), fatto ad immagine di Dio e della terra (vero uomo e vero Dio).

Quest'Uomo specialissimo, che viene chiamato nei Vangeli 'Figlio dell'uomo' non è uno qualsiasi, ma il Vivente il 'Figlio di Dio', il Cristo. Perciò il testo sottolinea la differenza fra il grande uomo singolo e i molti uomini maschile\femminile, cioè individui\persone (28).

 

(28) L'agiografo evidenzia la distinzione ontica dei soggetti (Cristo e umanità) e la loro intima connessione. mescolando nel suo testo plurali e singolari: "Facciamo... lo fece... l'uomo... li fece maschile-femminile".

 

Tutte le potenzialità evolutive del creato si esprimono in questo specialissimo uomo-Anima. Inoltre, poiché egli non chiude gelosamente su se stesso, la sua qualità divina (immagine di Dio), questa viene comunicata ad ogni essere maschile-femminile che Lui si vuole assimilare, facendosi assimilare come cibo (presentazione delle offerte eucaristiche).

 

Immagine e somiglianza

Questo specialissimo Uomo, creato nel VI giorno, sarà ad " Immagine nostra e somiglianza"; così dice il v. 26, per poi aggiungere, all'atto della realizzazione che Dio fece l'uomo ad "immagine di Dio" tralasciando la relazione di 'somiglianza'.

La formula, per quante spiegazioni se ne danno, è pur sempre una iterazione inspiegabile in un testo così decisivo, è equivoca quanto al significato dei due termini, e ridotta poi alla sola 'immagine' nell'atto creativo.

Proviamo a sciogliere queste difficoltà, ricordando che l'agiografo mescola insieme azioni in via di svolgimento e ricapitolazioni di cose già avvenute.

 

Punteggiando diversamente l'intero racconto del VI giorno si può ipotizzare la seguente articolazione:

a) - Invito alla terra a far emergere l' Anima viva e immortale;

b) - Riepilogo dello stato dell'umanità e attestazione della bontà del processo evolutivo già verificatosi (vv. 24b-25);

c) - invito alla terra a cooperare per la nascita dell'Uomo per eccellenza che sia 'immagine' di Dio e del creato;

d) - per via di 'Assimilazione' a Lui (somiglianza) l'umanità diventi guida del creato che ha guadagnato la sua autocoscienza, ma in una molteplicità di soggetti (pesci, volatili, greggi, striscianti)

e) - realizzando la sua promessa, Dio fa l'Uomo a sua immagine (v. 27): di 'somiglianza' non si fa ovviamente cenno.

f) - per parte sua l'umanità costituisce l'anima eliminando il conflitto tra Io e Noi che ora costituiscono una endiadi indissolubile e cioè Maschile-Femminile.

g) - Su questa opera della terra scende la benedizione di Dio.

Vista dal lato dell'umanità, la Somiglianza opera allora in un senso del tutto originale. L'agiografo vuol dire che a 'somiglianza' dell'Unico Uomo Perfetto, del Vivente per eccellenza, del vero Adamo (kadmon) nascono, per imitazione, i Viventi che a lui 'somigliano'.

In forza della somiglianza con il Cristo, essi hanno Signoria su  tutto. Configurata su quella del Cristo, essa è un servizio che si muove più nel verticale (sacerdotale) che nell'orizzontale: è servizio alla Vita creata da Dio, perché possa trovare coscienza di sé e quindi coscienza del suo Creatore; così può essere perfetto il dialogo, totale la 1ibertà, e acquisita la divinità.

 

Due specifici momenti dunque (che spiegano il singolare uso dei plurali e dei singolari nel nostro passo), due relazioni diverse fra di loro:

- quella di Immagine che riguarda Dio e il Vivente, (il Cristo totale) che permette al creato di affermare: "Io sono", e lo assume nella sua divinità;

- e quella di Somiglianza che ha come termini l'umanità esistenziale che si rispecchia e in qualche modo si identifica con il vero Uomo.

 

In conclusione l'agiografo:

- Esplicita la struttura adulta dell'umanità e dei singoli nell'endiadi  'Maschile\femminile', ora indissolubile nell'Anima.

- Profetizza che lo strumento con cui l'uomo si fa Santo, Vivente, è proprio la Somiglianza a Colui che è 'Figlio dell'uomo' e 'Il Figlio di Dio'; e cioè il Fos (Fuoco e Luce) dei primi versetti (29).

 

(29) Si intravede in tal modo quale sarà il senso della storia di Adamo e della Donna che seguirà appena dopo.

 

Benedizione finale e VII giorno

Già era stata benedetta l'umanità terrestre nel divenire della sua storia (V giorno); ora si è costituito l'Uomo perfetto che è 'Cielo e Terra' (cioè l'On delle origini). In lui, che con la sua divinità sopravanza, in lui viene ora benedetto in una maniera tutta speciale il Popolo, cioè la pienezza organizzata delle Sonore Vibrazioni creative (Auton).

È il popolo del Cristo che ha la possibilità di diventare a lui somigliante nella divinità.

La nuova benedizione ricapitola quanto già dato e costituisce il primo Patto-Relazione che abbraccia sia l'aspetto ontico che quello operativo. Il succo della benedizione divina consiste in questo: l'uomo degli ultimi tempi (escatologico) è un essere somigliante al fratello Gesù, e sperimenta due tensioni vitali:

- in senso verticale, resta immagine viva della terra, ma è anche somigliante al Dio incarnato. È cioè Cielo-terra, sicché tutto è stato recuperato nella pace unitiva del VII Giorno; è individuo ed è comunità(Io e Noi); è Anima immortale che salva dalla morte la storia.

- in senso orizzontale, in quanto Anima immortale, egli è il Principe (Arcon) del tutto, Principe di questo mondo ormai definitivamente entrato nella pace del VII Giorno.

 

La parte conclusiva del testo ripropone così la coppia iniziale: Cielo e Terra. Essi hanno trovato insieme la loro perfezione nella persona di un uomo che si è fatto servo e ha sintetizzato in sé tutte le iniziali Vibrazioni creative ('Kai Pas, o kosmos auton').

L'uomo creato nel Principio (Archè), cioè in Cristo, in Lui stesso trova la sua soluzione finale, come Anima immortale.

L'antropologia diventa cristiana quando definisce l'uomo come un 'avvinto' al Cristo; quando contesta la isolata e cadente definizione esistenziale di ‘animale razionale’. Il settimo giorno viene così inaugurato; esso è una grande cena eucaristica., è un intronizzarsi del Dio incarnato (bambino) in mezzo all'umanità (anime) per conversare con essa. Il Paradiso Terrestre è dialogo tra l'uomo e Dio; lo stesso che Luca narra nella scena di Gesù che da bambino disputa con i 'dottori' nel tempio (Lc. 2, 41 ss.).