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Chiesa e comunione PIETRO: uno e centomila ?
Sommario: - Una questione e qualche interrogativo; - Roma, Pietro e Paolo; - Pietro e la società civile; - Pietro, i sacerdoti ed il laicato; - Pietro, il sacerdote ed il Popolo di Dio; - Pietro che ascolta; - Pietro garante; - Pietro che predica; - La paura di Pietro; - Pietro e l’assemblea dei fedeli; - La regalità universale di Pietro; - Pietro e la sofferenza; - Pietro profeta; - Pietro e la PIETRA; - Nel futuro…
Una questione e qualche interrogativo Vi fu un momento nel quale, per enfasi imitativa, molti sacerdoti porgevano il loro saluto ripetendo quello usato in alcune occasioni dal Papa: ’Sia lodato Gesù Cristo’; non mi risulta però che ve ne sia qualcuno che abbia raccolto il chiaro invito di Giovanni Paolo II a studiare e rimeditare il primato pietrino. Malevolmente si potrebbe insinuare che gradatamente, a partire dai teologi di palazzo e dai pretoriani di curia nessuno ha interesse a mettere in discussione quel potere sul quale ognuno di essi fonda il proprio. Ma che conta individuare le ragioni umane di un tale silenzio utile solo a ravvivare qualche spento post prandium clericale? Più interessante è il segno dei tempi: che si può cogliere in questo silenzio, e cioè quella diffusa e generale renitenza ad avviarsi ai pascoli indicati dal Pastore, quando essi non coincidono con i desiderata degli interessati. Un papa dunque accettato come il Pietro della Chiesa universale, solo se si fa altoparlante delle proprie personali prese di posizione. Chiusa questa parentesi, per contribuire alla ricerca di elementi utili a una rilettura della figura di Pietro, porrò a me stesso ed al lettore talune domande (alcune delle quali hanno dato luogo a scismi e polemiche), esiliate nell’oblio di una Chiesa che si è chiusa su se stessa. [1]
E veniamo agli interrogativi. Nell’organismo della Chiesa (quale assemblea dei figli di Dio) a me pare che ogni funzione (seppur gradatamente) è commessa a tutti. Ed allora mi chiedo, perché mai Pietro è rimasto unico mentre si sono moltiplicati gli apostoli, i diaconi e i presbiteri? Posso immaginare che all’interno della famiglia di Dio esista un privilegio del tutto ‘personale’? Mi chiedo inoltre: Perché mai chi viene pure chiamato ‘Vicario di Cristo’, non è stato mai consacrato a tale rango con uno specifico sacramento? Se è pacifico che egli, nell’esercizio delle sue funzioni, continua a subire la pressione della propria personale struttura esistenziale (Simone), che valore dare al suo generale potere magisteriale e di governo, considerando che solo se parla ex cattedra egli è garantito dallo Spirito? Perché il nome (Pietro) attribuito da Gesù a Simone è rimasto vivo e trasmissibile, mentre è scomparso quello di ‘Figli del tuono’, (attribuito da Gesù ai due figli di Zebedeo) e che certamente non può svilirsi a scherzoso soprannome? Ed ancora, perché mai i nomi propri degli altri apostoli fondatori di Chiese non si sono trasferiti ai loro successori, e si è perpetuata una traditio nominata solo per Pietro? Quale il fondamento scritturistico, e che valore dare a titoli come ‘Vicario di Cristo’, ‘Santo Padre’ e Sommo Pontefice? Quale influenza ha esercitato l’organizzazione dell’impero romano e le sue vicende sulla struttura ecclesiale ed in particolare sul papato? Quale ruolo hanno giocato il nome e la città di Roma, capitale millenaria dell’impero? Quest’ultima va considerata come luogo, o quale simbolo di unità del mondo? Dare puntuali, motivate ed esaustive risposte a tali interrogativi (alcuni fra tanti) esigerebbe un approfondito studio che per tante ragioni lascio a chi ne ha la capacità e il tempo; quanto a me, in base agli indizi ed ai dati in mio possesso, ben sapendo di varcare la soglia della gabbia dei leoni, mi limito a proporre in grandi linee qualche input ed a manifestare qualche desiderio.
Roma, Pietro e Paolo Una pia tradizione, che da ultimo sembra abbia trovato riscontri archeologici, attesta che Pietro venne a Roma e vi fu martirizzato. Una eguale tradizione riguarda anche Paolo che, secondo gli ‘Atti’ insegnava nella sua casa a Roma, dove sarebbe stato ucciso. Da sempre ‘i trofei’ dei loro corpi sono stati associati, quasi a proporre al credente di venerarli insieme come un qualcosa che non è lecito scindere. Di fatto però la separazione c’è stata, in quanto Pietro si è perpetuato e da solo, mentre Paolo è un omaggiato relitto archeologico esposto solennemente nella galleria egli antenati. Paolo era ‘cittadino romano’ e Pietro in qualche modo lo diventa di fatto; entrambi testimoniano con la morte la loro fede. Io credo che uniti, essi si proponevano come archetipo di un qualcosa che veniva annunciato indirettamente. proprio attraverso la comune presenza e il comune martirio. Ipotizzo in tal senso che le loro persone furono recepite dalla comunità cristiana come simboli viventi della Comunione ecclesiale e dell’Eucarestia; come i due pilastri del mistico edificio della Chiesa. Ed ancora che le due rispettive funzioni ecclesiali (che fondano la Chiesa di ogni tempo e luogo) furono considerate universali, inscindibili, stabili ed eternamente attuali. Ed ipotizzo inoltre che, attraverso le loro storie personali fu chiaro un altro punto: chi è chiamato ad esercitarle, se vuole utilmente gestire Comunione ed Eucarestia, deve essere un ‘Testimone’ (martire), e deve guadagnare la dimensione animica. In altre parole, la tradizione che attesta la morte di Pietro e Paolo a Roma può recepirsi non solo come un ricordo (storiografia) di eventi strettamente personali, ma anche come rivelazione delle qualità richieste a chi è chiamato a svolgere quei compiti. Costui, nella Chiesa a lui affidata, deve essere un Angelo-Anima (Apocalisse), un testimone, e non il neutro gestore di una carica ecclesiastica. In breve non una persona fisica caratterizzata da intelligenza, equilibrio e sapere, ma un ‘morto a se stesso’ che si è fatto servo animico di tutti. Nella realtà della loro compresenza, la comunità primitiva comprese dunque che il sacerdote eucaristico (fondatore di Chiese – cioè Paolo), deve restare sempre unito al Pietro locale, segno vivente della Comunione delle Chiese particolari. E, attraverso di lui, a quello universale che risiede a Roma. Così la Chiesa assume le caratteristiche di Vivente Corpo di Cristo. Se il solo Paolo fosse rimasto collegato a Roma (quasi in alternativa a Pietro in Gerusalemme) la sua eucarestia (che certamente fondava la Chiesa ed era simboleggiata nella sua persona), non sarebbe apparsa coronata dalla Comunione universale sacramentata nella persona di Pietro. Si poteva allora creare di fatto una frattura: una Chiesa gentile ed eucaristica di Paolo centrata sul presbitero, ed una Chiesa ancora filogiudaica centrata sulla Parola, sui Dodici e su Pietro. Roma e Gerusalemme si sarebbero così confrontate in una pericolosa dialettica. Per evitare tutto ciò bisognava allora ripetere (e in senso inverso, a che non si ipotizzasse la superiorità di uno dei due), quanto accaduto in ordine alla Predicazione (Parola). Allora, Paolo si recò a Gerusalemme per incontrare Pietro e attestare la loro perfetta comunione nella predicazione; ora è Pietro che si reca da Paolo a raccogliere ed esaltare la sua eucarestia. [2] Il viaggio a Roma di Pietro suggeriva poi altre considerazioni: innanzi tutto era segno della costante presenza di Pietro in tutte le chiese del mondo. E infatti la simbiosi di tutte le chiese locali in Pietro, dove meglio poteva attuarsi ed esprimersi in forma sintetica, se non a Roma simbolo reale dell’intero impero? Il suo costituirsi quale vescovo di Roma cioè del centro del tutto (impero) forniva alla Comunione universale, impersonata da lui, una intuitiva visibilità storica. Potremmo allora dire che la figura di Pietro, pastore universale, si evidenziò proprio in quanto egli divenne ‘Pietro Romano’ ; e coerentemente tutta la Chiesa, di cui egli attesta l’indefettibile unità, a ragione fu detta ‘Romana’. In conclusione, leggendo in chiave profetica la presenza episcopale di Pietro a Roma, e il suo intimo congiungersi con l’altra colonna portante, e cioè il sacerdote con la sua eucarestia (Paolo), permettono di formulare la struttura funzionale della Chiesa: Paolo eucaristico,anonimo, fungibile e diffuso nel mondo, ma saldamente unito a Pietro Romano segno della comunione universale. Entrambi anime e testimoni.
Pietro e la società civile Come dicevo, la primazialità che compete a Pietro, quale incedibile risvolto della sua funzione di segno della Comunione universale, restò esplicitata dalla sua presenza episcopale in Roma; ma proprio tale collocazione logistica (che doveva essere solo un contingente segnale), divenne il cavallo di Troia attraverso il quale il modello imperiale (l’imperatore come autocrate e pontifex maximus) rifluì nella teologia del papato. Così la primazialità, connessa alla funzione, si venne trasformando in potere connesso alla carica di pontefice, ed imboccò vie diverse; e il lento trasferimento di strutture mondane nella attività spirituale di Pietro Romano, si collegò alle vicende dell’impero romano. All’inizio la presenza a Roma di quel Cesare che anche i vangeli avevano letto come simbolo reale dell’unificazione del genere umano (censimento di Augusto), e che veniva riconosciuto tale anche dai cristiani (vedi legioni composte da cristiani), di fatto per un certo tempo impedì che la funzione unente di Pietro e il suo primato abbracciassero direttamente i momenti laicali della società. Poi si verificarono fatti che incisero su detta relazione, e cioè l’allontanarsi da Roma dei Cesari; l’ufficialità della fede cristiana; lo slittamento dell’impero su Costantinopoli. Da allora, almeno in occidente, la primazialità spirituale di Pietro cominciò ad occupare il posto lasciato vuoto dalla figura dell’imperatore. Tuttavia, nei primi secoli, da Costantinopoli, quest’ultimo continuò ad essere riconosciuto come il segno di unità del laicato, tant’è che a sua iniziativa furono convocati concili nei quali la gerarchia era chiamata a dirimere questioni di fede che creavano divisione all’interno della società. Verisimilmente dunque, proprio collegandosi con il magico nome di Roma, e attraverso un lento processo, Pietro cominciò ad assumere le prerogative imperiali e ,di riflesso, i vescovi quelle del ‘pater familias’ con i connessi poteri sulla Gens. Il collegio degli apostoli, a sua volta surrogò il Senato che, mentre ufficialmente aveva ogni potere, in pratica era costretto a pensare ed agire ‘come vuole l’imperatore’.
Pietro, i sacerdoti, il laicato Se questa mia ricostruzione è corretta, si può concludere che proprio muovendosi in questa direzione, ha preso forma e forza l’istituzione ecclesiastica e si è verificata una lenta ma inarrestabile corrosione della primitiva situazione. Così, dopo il mille [3]: a) scomparve l’elezione popolare di Pietro attraverso la quale i cristiani di Roma (Chiesa) presentavano i propri candidati a Dio e realizzavano quanto profetizzato nel passo degli Atti riguardante l’elezione dei Diaconi; b) fu svalutato il primitivo carattere autocefalo delle chiese particolari; c) fu oscurata la equivalente dignità (rispetto a Pietro) dei vescovi successori degli apostoli i quali si trasformarono in longa manus del Pontefice; d) ed infine si omologarono a quelli romani i riti esistenti nelle chiese locali, e che all’inizio erano materia disponibile dei vescovi successori degli apostoli. In tal modo la Chiesa si venne lentamente trasformando in una pluralità di Gentes (chiese particolari) dominate dal Pater familias (vescovo) e governata, più in alto, da un Pietro-imperatore. L’uso degli abiti magistrali è un suggestivo segno di questa involuzione. Dopo secoli di assenza di una autorità politica centrale (imperatore), che aveva caratterizzato il primo medioevo, la nascita del Sacro Romano impero ripropose il problema della diarchia all’interno della società, ormai ufficialmente cristianizzata. Quest’ultima, nei profili mondani, aveva infatti ritrovato in Carlo Magno un soggetto che ne manifestava e ne realizzava l’unità. Ma proprio in quanto il nuovo imperatore vantava, in forza della sua regalità, un carisma simile a quello di Pietro, ineluttabilmente doveva confrontarsi con Pietro Romano che ora si avvertiva l’unico Vicario di Cristo . L’imperatore dunque doveva subordinarsi al Papa. Gli argomenti a sostegno di una tale tesi erano apparentemente teologici, ma in pratica il tutto scivolava in una questione di potere temporale. E così Pietro Romano, trasformandosi in Papa-Re, aggiunse un’altra schermatura alla sua specifica missione spirituale consistente nell’essere segno universale di Comunione. Da allora si sono moltiplicate le tesi e le proposte di soluzione di tale diarchia, che si rinnova mutando le sue forme, ma resta irrisolto il nodo della questione: ridefinire con chiarezza il primato pietrino. Da ultimo, per venire ai nostri giorni, tramontato quel diritto di veto dell’imperatore alla nomina del papa (tanto demonizzato eppure ultimo relitto dell’elezione da parte del popolo del pontefice), Pietro è rimasto schiavo del potere acquisito, e della struttura ecclesiastica ormai consolidata e divenuta di fatto un gruppo di pressione. Di conseguenza, venuto meno un poco alla volta il contatto vivo con i cristiani, il papato si è venuto configurando come un fatto interno al clero, e come un centro di potere al quale il laicato deve solo prestare obbedienza. Il Vaticano II ha cercato di recuperare, riproponendo il laicato come parte integrante della Chiesa; e da ciò si sperava nascesse una grande riforma. Ma da mezzo secolo il Concilio è in narcosi. Tutti lo citano, ma nessuno ne trae conclusioni operative.[4]
Pietro, i sacerdoti ed il Popolo di Dio Alla luce delle considerazioni che precedono, due punti considero di grande e attuale interesse: a) il progressivo distanziarsi, dall’episcopato e da Pietro, dei sacerdoti (da soci trasformati in subordinati); b) la svalutazione del laicato a vantaggio della gerarchia, e per l’effetto lo scolorire del sensus fidei del popolo di Dio.
Quanto al primo punto, ricordo che il sacerdozio eucaristico non è di per sé compreso nella regalità di Pietro; tant’è che può essere eletto papa anche un non ordinato. [5] Un riscontro da non sottovalutare consiste nell’aver Gesù affidato il mandato sacerdotale al suo discepolo amato. A lui, e non a Pietro o ai Dodici, egli poi dalla croce affidò la Madre sua e cioè la Chiesa. In questa direzione un segno profetico, ripreso da G.Paolo II e per nulla sottolineato, è consistito nel voler sempre e comunque celebrare l’eucarestia. Chiamando all’altare e vicino a sé non i vescovi, ma un Diacono (come è giusto che sia in tale celebrazione), visibilizzava col suo gesto le due ‘Colonne’. Egli che era Pietro si faceva infatti Paolo-sacerdote. Una orientata meditazione di questo segno pietrino, suggerisce di restituire al sacerdote eucaristico la dignità di Fondatore di Chiese. Essa gli proviene infatti direttamente e personalmente dal Cristo, e non dal vescovo chiamato nella Chiesa particolare ad esercitare la funzione pietrina di comunione. In senso profetico ed in una tale ottica leggo la chiamata di Paolo.[6] Un approfondimento del primato pietrino implicherà dunque una riconsiderazione delle funzioni episcopali, al fine di emarginare i profili di potere, e per evidenziare che quella funzione di Comunione che viene ad essi riferita, compete ugualmente ai sacerdoti spesso oggi confinati in posizione di umana subordinazione.[7]
A mio giudizio, nel narrare l’ultimo incontro di Gesù con Pietro e col Discepolo amato, Giovanni avvertiva che, in quanto coessenziale, la figura del sacerdote eucaristico (diacono e presbitero) doveva coesistere con il Pietro-Pastore. A leggere questo testo in termini profetici (e non come reperto archeologico) vien da pensare che Gesù volle profetizzare a Pietro che egli avrebbe ceduto alla tentazione di considerarsi una controfigura dell’imperatore Romano; titolare di una carica esclusiva ed escludente, a fronte della quale non potevano ergersi figure aventi una uguale rilevanza.[8] Volle inoltre precisare che se il sacerdote eucaristico può ‘non amare’ il Cristo e tuttavia operare validamente per lui (sacramenti), in quanto è il Cristo che lo ama, Simone invece, se vuole essere Pietro, deve amare il Cristo al di sopra di tutto (perciò la triplice richiesta). Una differenza molto importante in quanto nel primo caso interviene il cd. ‘ex opere operato’ , mentre nel secondo non vi sono garanzie obiettive, ma unicamente la totale dedizione al Cristo (totus tuus) . Pietro, non garantito da un sacramento, è sempre in lotta con Simone e nel può uscire vittorioso solo attraverso l’amore che porta alla Chiesa. L’evangelista volle poi chiarire che la Chiesa si edifica su due specifiche funzioni: quella della comunione (Pietro) e quella eucaristica (Discepolo amato); anche perché, se non c’è eucarestia, non c’è Chiesa e non c’è Pietro. Perciò, come racconta l’evangelista. Gesù seguitò ad avanzare (era la Chiesa in marcia) avendo al lato Pietro, e un po’ più indietro (per esaltarne l’anonimato) il discepolo amato. E questo discorso vale ovviamente anche per i Pietro locali.[9]
Quanto al secondo punto (svalutazione del laicato e del sensus fidei ecclesiae) , facendo leva sulla ‘ignoranza’ del popolo (argomento che dopo duemila anni si ritorce proprio contro il clero) all’assemblea dei fedeli (ecclesia) si riconosce in pratica solo un ruolo di manovalanza, bisognosa degli ordini e degli indirizzi dei vescovi. [10] Anche in questo caso la Chiesa subisce ancora l’influenza del modello imperiale romano. Ed infatti, se la prassi romana dei plebisciti concorse a costruire una teologia del sensus fidei ecclesiae, i figli di Dio furono pur sempre considerati Plebe, cioè folla da governare, destinataria dell’azione delle alte magistrature ecclesiastiche. Questa prassi romana, insieme al progressivo affermarsi dell’istituzione e del ruolo di governo del pontefice, concorsero a produrre un ulteriore conseguenza negativa. La viva comunione spirituale dei membri della Chiesa con Pietro, da una condivisa professione di fede in Gesù (che è il Cristo), slittò ineluttabilmente in una passiva sottomissione ai suoi disciplinari. Così se Pio XII teoricamente affermò il principio secondo cui bisognava interrogare il popolo di Dio in ordine alla sua fede nell’assunzione di Maria, in pratica a pesare fu il giudizio personale dei vescovi. Riprenderò più avanti questo tema. Pietro che ascolta Un altro tema interessante è l’Ascolto. La pienezza della funzione pietrina si raggiunge con la carità dell’ascolto. Un ascolto continuo di Dio non certo in improbabili estasi o sottili ragionamenti scanditi da costrittivi ‘dunque’, ma proprio attraverso le voci del mondo, quelle proprio che si protesta di non voler neppure ascoltare, perché aberranti e meritevoli solo di essere condannate. Ma a ben vedere esse esprimono comunque un bisogno di vita e in qualche modo provengono dalla Spirito che muove alla Vita. Pietro non può certo confortare senza ascoltare, in quanto la fede non è un concetto da comprendere ed al quale dare adesione intellettuale, ma un’esperienza che ognuno vive in uno specifico modo. Né bisogna spaventarsi per le voci che si levano dal mondo; come diceva Paolo, anche il male coopera al bene. La storia insegna che nei primi secoli i papi non condannarono formalmente gli schiavisti e la schiavitù che pure costituiva la sentina dei vizi, del male, e del dolore della società del tempo. I vescovi non condannarono i padroni (vedi lettera a Filemone), ma parlavano sia ad essi, che ai loro schiavi. Attestavano una verità superiore al dato sociale, mostrando che esiste un livello superiore (quello animico) dove ogni distinzione non ha più senso; un livello che già da questa esistenza consente di raggiungere la statura adulta di uomini. Paradossalmente dunque, furono proprio gli errori della società romana a mettere ali alla predicazione liberatoria del cristianesimo. Il mondo è oggi cambiato con velocità vertiginosa; limitarsi a condannarlo è facile, e presenta l’illusorio vantaggio di emarginare l’errore e vantare un modello ideale, oleografico, nel qual tutto è perfetto; e di considerare se stessi irreprensibili, e peccatori coloro che non vi si adeguano. Più difficile è comprendere il mondo per quello che è, per ciò che oscuramente desidera, per i segni che attua; e prospettargli comunque un futuro di vita e di libertà. Certo è più duro, ma risponde al volere del Cristo.
Pietro garante Questi vertiginosi mutamenti dell’umana sensibilità, uniti alla molteplicità delle culture oggi esistenti all’interno del popolo di Dio, producono spesso sonnolenti, sotterranei eppure reali contrasti fra vescovi e fedeli. Ciò accade quando i vescovi, dimenticando di essere voce della propria prole, pretendono la mera obbedienza ai disciplinari romani, o a quelli da loro stessi editati, e non la comunione di fede con Pietro.[11] Allora la gerarchia si presenta come un blocco monolitico che non tollera giudizi e valutazioni diverse. Ne consegue che se un singolo esprime in buona fede la sua libertà di figlio di Dio, può restarne solo schiacciato, anche se non intacca le verità di fede. Se del caso, da morto, avendo tolto il disturbo, sarà solennemente collocato nella galleria come antenato di cui andare fieri. Da ultimo tutto ciò è accaduto per esempio a Giovanni Bosco e a Padre Pio. Proprio a questo punto diventa allora irrinunciabile il carisma di Pietro Romano, pastore universale, che non si limita a dirigere ed orientare (passi l’immagine) i suoi ‘cani pastori’, ma chiama e conosce, ad una ad una, le sue pecore bisognose di cure. Una riflessione sulla funzione pietrina dovrà pure considerare il suo rapporto diretto col popolo di Dio che lo Spirito ispira a tentare nuove vie. E ricorderò allora che nelle antiche civiltà mediorientali la ‘Parola del Re’ era un istituto che poneva in diretto contatto il monarca con il popolo che, da lui in persona, riceveva giustizia anche contro i grandi dignitari. In questa auspicabile vicinanza operosa con il laicato, il carisma di Pietro, almeno in tesi, non mi sembra delegabile.[12] A mio giudizio, solo un diretto confronto di anime, solo guardandosi negli occhi (che sono lo specchio dell’anima), e non per via di inchieste e relazioni e documenti, si potrà vivificare questo speciale profilo del ministero pietrino. E potrà rinascere nel cristiano la fiducia in colui che Gesù volle come autentico pastore. Certamente il tempo è tiranno, e Pietro non può ascoltare tutti, ma pure quanto tempo a mio parere va perduto per visite protocollari e per discorsi ufficiali. La posta in gioco è alta; ne va di mezzo la libertà dei Figli di Dio che un solo vindice hanno nella Chiesa, e cioè la Parola di Pietro, chiamato a recuperare la pecora smarrita (senza la quale non è pieno l’ovile), ed a valorizzare i carismi che lo Spirito liberamente dona ai fedeli. Allo stato però la surrogazione del dialogo di fede con le ‘norme’ è sotto gli occhi di tutti: basta considerare la mole alluvionale di documenti del pontefice e dei vescovi, e raffrontarla con il rapporto immediato dei fedeli con i Santi che lo Spirito continua a seminare nel mondo. Perciò continuerò a sperare che Pietro sia meno clericale; che, come Giovanni Paolo II, vesta almeno qualche volta come gli uomini del mondo per mostrare di essere uno di loro[13]; e poi trovi il tempo per interrogarli, e toccare con mano la loro fede, così come Gesù nel tempio, o come G. Paolo II nel confessionale di San Pietro. E naturalmente la stessa speranza la nutro quanto ai Pietro locali, spesso troppo chiusi nei loro episcopi, o impegnati in cerimonie ufficiali.
Pietro che predica Se Pietro vuole dialogare col mondo, ed ancor più con chi è aperto alla fede, deve riconoscere che l’umanità è ‘quella che è’; che sono diversi i modi di pensare e di sentire; ed ancora, che esistono punti deboli nella storia della Chiesa, e della teologia corrente. Penso al ritiro, espresso od implicito, delle scomuniche che solennemente furono irrogate. Tacere su queste zone d’ombra è solo controproducente, visto che in una società alfabetizzata esse diventano palesi a tutti, e i modo particolare a coloro che non hanno il nostro stesso retroterra culturale. Si rifletta che operando con difese e reticenze, abbiamo aperto la porta a quella pseudo cultura che, razzolando negli errori e nelle reticenze della Chiesa istituzione, sta inquinando teste e coscienze. Quando (nell’oralità, negli scritti o nei documenti ufficiali) si vogliono predicare le verità della fede, sarebbe forse utile riproporle in termini semplici ed immediati, aggiungendo una parola di conforto. Altrimenti, come ordinariamente accade, le encicliche pontificie sono lette solamente dai teologi ma non dal popolo; e ciò in quanto esse sembrano voler affermare più che comunicare; argomentare più che dare un buon annuncio ed un conforto. Inoltre sarebbe utile figurarsi come interlocutore un indiano, un cinese, un abitante della Patagonia, un estraneo cioè alla nostra traduzione culturale. Come è evidente, a costoro (ma la stessa cosa vale anche per i membri di società già cristianizzate) si può chiedere una adesione solo riferendosi alla Bibbia (justa alligata et probata) cioè al punto certo che unisce fra loro i dialoganti. Inoltre è evidente che le letture accomodatizie della Scrittura, il cestinare ogni diversa interpretazione, ed infine un ridondante richiamo ad affermazione di passati pontefici, a chi cerca la Verità risultano incomprensibili e retorici, o tendenti ad affermare non già la Verità quanto un monolitismo istituzionale che spesso di fatto non ha alcun fondamento. L’ascoltatore non sa che farsene di una reiterata ed aproblematica ripetizione del già detto; di un discorso argomentante secondo i canoni della retorica e fondato sull’umano sapere; ed ancor meno di annotazioni polemiche, o accomodatizie, o finanche reticenti. Egli si aspetta una pacata disamina, alla luce della Rivelazione, delle questioni inerenti il credo cristiano; e non certo il riassunto delle centomila antiche glosse. E spera che chi gli parla si mostri come uomo che crede, e non si rifugi in generici ‘universali astratti’ , cioè parole che non dicono nulla a chi soffre l’esistenza, e ne vorrebbe cogliere le ragioni per trovare una superiore via di uscita. Se la fede consiste nel credere al Cristo-Verità diventa imprescindibile lo scavare più in fondo nella Rivelazione, senza paure. Scavare alla ricerca del tesoro nascosto è un atto dovuto proprio per cristiana carità. La parola di Pietro non ha bisogno del supporto di antiche teologie, ma solo del Cristo Pietra, del Cristo fondamento. Predicare non equivale poi ad esprimere le formulazioni concettuali del proprio credere,[14] ma saperle anche mettere in discussione (come l’Isacco da Abramo) per condividere il problema che assilla l’ascoltatore, ed essere disponibile a diventare finanche ‘anatema a Cristo’ pur di ricondurre a lui quel fratello. Predicare ‘da Pietro’ equivale a profetizzare un futuro, a formulare una adatta pedagogia. E’ compito degli storici e dei teologi sistemare e commentare il patrimonio di idee che già appartiene alla Chiesa. Pietro invece guarda alla grande meta escatologica e su di essa misura il suo dire.
La paura di Pietro Nel meditare il mistero pietrino un tema da non sottovalutare è poi quello della ’Paura’. Leggendo in chiave profetica la parabola dei ‘talenti’, nell’ultimo servo intravedo tanti cristiani che hanno avuto in dono il Cristo (talanton = afflizione) e lo vanno a sotterrare sotto un cumulo di parole, perché hanno paura di perderlo nell’affidarlo agli altri. Pietro più di ogni altro (proprio a motivo del suo ministero) può rimanere vittima di questo peccaminoso sentimento. Lo profetizzano i vangeli, quando lo descrivono timoroso di affondare, mentre cammina sulle acque del mondo; o spaventato per la passione annunciata da Gesù; o ancora armato di spada per difenderlo nella transitoria dimensione esistenziale. Eppure, se non erro, Gesù propose la sua Chiesa , la testimoniò fino alla morte, ma non la difese come un avvocato fa per il suo cliente, o la guardia del corpo per chi lo ha assoldato. Egli sapeva che nulla può fermare la Verità e l’Amore, perché alla fine essi saranno comunque vittoriosi. Certi esaltanti slanci difensivi mostrano talvolta un vicario che è più realista del Re; ed è allora difficile distinguere l’autentica testimonianza di fede, dalla autogratificante affermazione del ruolo di difensori del Cristo (spada). La paura nasce nella Chiesa quando essa si fa mediocre perché si rimpicciolisce nei suoi, pur necessitati, aspetti mondani; e teme allora che possa entrare in crisi la sua struttura visibile. In tal caso, coloro che dovevano essere profeti del Cristo trionfante si tramutano in difensori d’ufficio dello status quo; e diventano veramente pericolosi. La caccia (che è sempre aperta) ai ‘cinghiali che devastano la vigna’ distrae dal coltivarla, e pigiare da essa un vino che faccia entusiasmare l’uomo. Per poi concludere amaramente, con G.Paolo II, che l’Europa si è scristianizzata. Senza fiducia nel Cristo che guida indefettibilmente la sua Chiesa, non vi può essere un dialogo autentico; e la paura di Pietro si presenta proprio quando egli ritiene che la sua persona è ‘La Pietra’ su cui si eleva la Chiesa.
Pietro e l’assemblea dei fedeli La relazione fra Pietro e l’Ecclesia, cioè l’insieme assembleare dei fedeli. va necessariamente commisurata alla ‘Libertà dei Figli di Dio’ , espressione questa che deve pur corrispondere ad un qualcosa di concreto, per non esaurirsi in una vuota enunciazione. I cristiani non sono sudditi omologabili in uno specifico status fissato da norme, e in qualche modo simile a quello che legava il Civis Romanus all’imperatore e successivamente ai re degli stati nazionali (perciò difesi ad oltranza dalla Chiesa Romana). La vita cristiana non può dunque ridursi a meri comportamenti esistenziali suggeriti dal Magistero; una tale situazione sarebbe fonte di ipocrisia e matrice di bacchettoni tesi a diventare ‘buoni’ secondo la ‘Legge’. La funzione di Pietro non ha come fine la direzione della società civile, quasi da Governo Ombra; essa tende alla costruzione delle singole anime e alla loro comunione nell’unico Corpo del Cristo divino. Poiché la meta è l’eternità animica (cd. Paradiso terrestre) e la divinizzazione-santità, ogni cristiano è ‘per se stesso’; e la sua infungibile individualità animica si coordina non già alla Comunità (momento strumentale e pedagogico), ma solamente nell’escatologico ‘Corpo di Cristo’. Di esso la Chiesa deve essere vivo sacramento, immagine speculare nel tempo. Non esiste perciò un modello di ‘buon cristiano’ , assimilabile a quello di ‘buon cittadino’, al quale conformarsi durante l’esistenza; come dicevo, manca nella Chiesa un obiettivo e statico ordinamento al quale far riferimento. Essa è per definizione un luogo di libertà, un topos nel quale si sperimenta, come già venuto, quel regno delle anime che continuamente viene. Credo che sia tempo di spostare l’attenzione dal registro delle virtù mondane (dieci comandamenti) a quello superiore della Comunione e dell’Amore; e costruire una morale fondata sulla meta da raggiungere, e non su quanto la società e la Chiesa considerano già acquisito, almeno in tesi. Ed ancora, di riconoscere previamente che i cristiani sono per definizione soggetti maturi; che se così non fosse, duemila anni di predicazione sarebbero stati del tutto inutili, e vanamente lo Spirito avrebbe abitato nei loro cuori. In breve, quale Pastore universale, Pietro guida ai pascoli eterni, e non a questa o quella mangiatoia preordinata contingentemente dalla sapienza umana.
La regalità universale di Pietro Pietro è certamente una figura regale, ma tale regalità va delineata ad imitazione di quella del Cristo e quindi connessa più al piano animico che a quello storico. Il Cristo non si fece giudice nel senso umano del termine (chi mi ha posto a giudicare tra voi?); non è un legislatore (un solo comandamento io vi lascio); egli è essenzialmente uno spazio vivo di unità nella quale si compatta e bonifica tutto l’universo. E questo topos è costituito proprio dalla sua anima di risvegliato. Da anima egli invita tutti ad essere immediatamente ‘con Lui’ (anzi: ‘in Lui’) nel giardino della anime, cioè nella sua persona. Ecco il senso dell’espressione paolina ‘en xristo’. Terribile dunque è la regalità pietrina; ma come percepirla oggi se resta coperta da tanti orpelli, e da troppi atteggiamenti poveramente umani? Se Ghandi era conosciuto come ‘La grande anima’, questo titolo o altro equivalente, anche dai più incalliti laudatores, raramente viene riferito ai pontefici. Sovrasta infatti lo splendore di tutto ciò che lo circonda e lo riveste.
Eppure, che la sua regalità debba fondarsi sulla dimensione animica è segnalato proprio (come già dicevo) dalla tradizione che fa morire Pietro a Roma, ed è altresì attestato dalla profezia evangelica. Quando sul lago di Tiberiade Gesù disse a Pietro ‘Seguimi’, questo invito alludeva certamente alla morte di Gesù. Ma mi sembra riduttiva la lettura corrente, secondo la quale Simone sarebbe stato anch’egli crocifisso. Ed infatti, se si coglie come tratto eminente della scena del Golgota il transito di Gesù nella dimensione dell’anima (Risveglio), si configura un ben diverso scenario. Seguire Gesù sul Golgota è certamente un disporsi anche al martirio, inteso come un morire a se stesso e come un lasciare continuamente le cose del mondo: ma consiste essenzialmente in un trasfigurarsi nella superiore dimensione dell’anima. Proprio per aver perduto questo profilo, la fede cristiana si è fatta lacrimosa e dolente. Elegantemente gli evangelisti lo suggeriscono attraverso il doppio senso della sequenza fonematica ‘etheasanto’ . Essi attestano che (come ripeterà Paolo in I Cor.) alle donne presenti alla crocifissione non interessava il corpo mortale di Gesù (E ‘Th’ easanto) ma il suo nascere all’anima. Perciò invece di piangere e lamentarsi, esse ‘contemplavano’ (etheasanto) il grande parto animico. L’invito rivolto da Gesù a Pietro risulta allora molto più impegnativo: per amore del Cristo Risvegliato (non più del Cristo-uomo da lui rinnegato) abbandonare tutto e così farsi anima. Solo da anima risvegliata Pietro potrà svolgere quella funzione di Comunione che riguarda proprio le anime. A riunire in società i corpi, basta la Comunità con tutta la sua precarietà. Inoltre, solo in quanto anima Pietro può veramente ‘confortare’ i fratelli. Parlando della ‘Luna e della carezza ai bambini’ Giovanni XXIII mostrò che è possibile parlare da anima ad anime, e recare sollievo. Ed allora poco contano le reazioni sentimentali o mentali dell’uomo che ascolta, quelle che in genere vengono segnalate a gloria dei papi. Certamente questo non è un cammino facile, in quanto ogni uomo rimane l’antico Simone spergiuro e rinnegante. Ma è tuttavia possibile se, proprio attraverso l’esercizio della funzione affidata, continuamente si cerca di edificare la propria anima. Ed allora, a mio giudizio, la grandezza di un papa dovrebbe misurarsi su questa speciale e personale ascesi, e non certo sul rumore che i suoi atteggiamenti umani sollevano nel mondo. Naturalmente, poiché ci troviamo ancora nell’eone esistenziale, lo sforzo di edificare una Comunione deve esprimersi nella costante tensione ad una visibile e compatta comunità; sapendo però che non è quello il grano da mietere con soddisfazione. Anzi –e ciò vale anche per Pietro- ricordando sempre che, così come Gesù ha insegnato, ogni tentativo teso a costruire una perfetta comunità risulterà in qualche modo sempre frustrato. E’ duro allora per un papa (che opera a livello planetario) tenere ben distinte (non certo divise) Comunità e Comunione, e considerarsi un vittorioso, nella invisibile ed immateriale dimensione dell’anima, mentre nella carne egli proprio appare a tutti come un fallito. Solo da anima Pietro può realizzare la Comunione attraverso la sua Regalità, sapendo che se la Comunione viene continuamente attraverso lo sforzo esistenziale, essa è già tutta presente, garantita com’è dalla Eucarestia. Gesù, proprio al culmine del suo fallimento, per quello stesso giorno (Oggi) invitò il malfattore crocifisso nel suo paradiso terrestre (Giardino). Allo stesso modo, proprio col morire a se stesso, Simon Pietro divenne Pietro Romano, archetipo di tutti i pontefici. Allora, ogni cristiano, che seguendo il Cristo, quotidianamente sperimenta il fallimento del suo operare, potrà anche plaudire ad un papa umanamente trionfante, ma avvertirà intuitivamente di essere in comunione col Pietro umanamente sconfitto, eppure vittorioso nell’anima. In questo senso intenderei la reazione popolare di fronte alle ultime personali vicende di G.Paolo II. Perciò diffido di chi esalta solo i trionfi mondani dei pontefici, dimenticando che in quel ‘Seguimi’, anche se fu garantito a Pietro la possibilità di transitare nell’anima e godere della sua potenza, restava sempre presente l’ombra del fallimento umano.
In conclusione a me pare che la somma regalità di Pietro non può esprimersi solo nel suggerire comportamenti esistenziali. Un tale comportamento risulta valido se promana da Pietro-Anima teso a confortare, e sorreggere le singole ed infungibili anime individuali nel loro specifico costruirsi. Perciò istintivamente diffido di quei precetti che, imitando le leggi umane, sono astratti e generali. [15] Se alla norma umana dà prestigio la ‘generalità’, ciò non vale per quelle che hanno come destinatarie le coscienze degli uomini.[16] Purtroppo da secoli ormai (così almeno mi pare) il vescovo di Roma e con lui gli altri apostoli-vescovi, sono ingabbiati nella dimensione intellettuale o sentimentale, dove è facile far passare, per inderogabili verità divine, la nitidezza formale e la consequenzialità retorica dei ragionamenti umani, o per altro verso gli slanci emozionali. [17] La Chiesa che vive nel mondo (ma non appartiene al mondo) tutto può suggerire e finanche comandare, ma le motivazioni devono essere quelle dell’anima: di chi parla e di chi ascolta. E l’anima di chi ascolta non è omologabile in quanto è un ‘per sé’ che solo nel Corpo di Cristo si scioglie in Comunione. Io spero che chi è chiamato ad essere Pietro Romano, e quindi pastore universale, abbia sempre l’umiltà di avvertirsi innanzi tutto quel Simone (con insistenza, gli evangelisti congiungono questo nome con quello di Pietro) che Gesù qualificò come ‘tentatore’ (Satan). E spero che al tempo stesso egli creda fermamente di essere un’anima risvegliata che, aprendo braccia di comunione e misericordia, può insegnare a tutti ad aprire le proprie per accogliere il mondo intero. E sappia anche farsi carico di quel male che lo devasta, perché anch’esso va recuperato. Così insegnò Gesù che, senza essere peccatore, si fece peccato. Nulla deve andare perduto; compresi i profeti di Baal, quando Dio li ispira; e gli esorcisti stranieri (ne cito uno: Ghandi) quando attuano il Regno di Dio. Cacciarli è segno di debolezza della fede nel Cristo trionfante. [18]
Pietro e la sofferenza E qui viene in evidenza un’altra dimensione della regalità di Pietro: quella del dolore, ma non quello che malattie e vecchiaia infliggono ad ogni uomo. La sofferenza di ogni Pietro, e in sommo grado di Pietro Romano, ha tutt’altra dimensione. Gesù disse a Pietro: “Vieni e seguimi” e così lo invitava anche a caricarsi (ma non passivamente) delle negatività del mondo. Solitamente la passione di Gesù viene esaltata come un gesto stoico. Sarà anche questo, ma in quella passione che lo condusse a dire: “Padre allontana da me questo calice” intravedo lo scoppiare di un cuore umano che si rendeva conto improvvisamente che era giunta l’ora di abbracciare una terribile croce, e cioè il male ed il dolore dell’intera umanità. Abbracciarlo, per sintetizzarlo nella propria anima e così bonificarlo del tutto (Redenzione). E lì proprio Gesù soffrì la vertigine di dover sopportare qualcosa che un uomo nella sua corporeità non potrebbe in nessun caso tollerare. Si rifletta che noi a stento sopportiamo quella ridotta quota di dolore che avvelena la nostra singola esistenza. E già restiamo annichiliti di fronte ad un immane disastro. E si capirà allora il Gesù dell’orto che, sbandato nella sua umanità dovendosi far carico in blocco di tutto l’inferno, cerca conforto nella sua anima (l’angelo). Io mi figuro l’inferno come il momento nel quale prenderemo istantanea e totale coscienza di tutto il dolore del mondo, e mi turba pensare che proprio in quell’inferno Gesù-uomo precipitò per un attimo dal suo ‘Giardino di delizie’ (orto degli ulivi). Ma so anche che quando egli assaporò questa infinità di male, e con amore tutto lo racchiuse in sé, anche il dolore della croce divenne estremamente piccolo. Lo contemplo incollato alla terra, privato della gioia del Giardino, mentre avverte una pena infinita per l’infinito dolore degli uomini. Un carico terribile che solo la sua anima poteva sopportare; ma ora essa non lo compenetra ancora totalmente. Solo dopo il Risveglio sulla croce, al compimento del suo ultimo umano respiro, essa lo avrebbe accompagnato vittorioso negli inferi. Nell’orto lo conforta, mostrandogli che può e potrà sopportare anche il grande dolor dell’umanità intera; e gli offre il segno della sua presenza facendogli guarire l’orecchio di Malco, e sbalzare a terra i soldati. Gesù, atterrato nell’orto, fu un uomo dal cuore scoppiato, annegato nel dolore dell’intera umanità, distrutto eppure fortificato; e potè così affrontare come ultimo male la sua passione fisica. “Seguimi” disse Gesù; e profetizzò che questo sarebbe stato anche il destino di ogni Pietro obbediente al mandato ricevuto, la sua pena e la sua grandezza; che non gli sarebbe mai mancato il conforto della sua anima (angelo). Ad essa egli dovrà credere fino al punto da fare miracoli. Altrimenti non gli resterebbe che fuggire via come un giorno fece Giona, rintanandosi negli aspetti modani ed istituzionali. Il martirio di Pietro, che è un fatto passato ed estraneo, diventa così destino reale e legato per sempre alla cattedra di Pietro. Se il popolo prendesse coscienza di ciò, non guarderebbe al fasto che circonda un neo eletto al soglio di Pietro, ma al suo cuore che rischia di scoppiare di fronte al dolore del mondo. Certamente Gesù si caricò di tutto il male commesso dalla fondazione del mondo e fino alla consumazione dei secoli; un papa abbraccia solo quello dell’oggi. Ma il suo peso è comunque insopportabile. Ed allora l’applauso che corona l’elezione diventerà ringraziamento per chi ha accettato di farsi servo paziente. Allora, con fede e trasporto, il sacerdote pregherà per lui durante la messa chiedendo a Dio che egli non perda mai la coscienza della propria anima nella cui Comunione il male potrà tradursi in bene.
Pietro profeta Dicevamo che Pietro è il segno vivente della comunione che corona la santificazione attuata continuamente dal sacerdote attraverso l’eucarestia. Se Pietro è il Cristo-regalità, il presbitero è il Cristo sacerdote, mistico cuoco della parola e dell’eucarestia, il quale appresta la Divinità atta ad essere assimilata. Perciò, proprio in quanto sua incarnazione (e da ciò consegue la validità assoluta dei suoi gesti sacramentali), il sacerdote non ha diritto ad un Nome, e deve essere fungibile ed anonimo. In persona del Cristo, il sacerdote appresta per le sue pecore il cibo divino; ed è sicuro di poterle imboccare con un gesto materno. A Pietro invece non fu chiesto di mettere l’erba di specifici precetti nella bocca delle singole pecore del gregge, ma di guidare verso pascoli eterni dove ognuna di esse sceglierà ciò che per lei è vitale, ispirata dallo Spirito che l’ha eletta come sua tenda regale (Ouranos).
La funzione pastorale chiama Pietro a dare attuazione e quindi visibilità storica alla Parola di Dio (la PIETRA al femminile); perciò i suoi interventi, possono essere del tutto veri, ma anche contingenti come dimostra una attenta lettura dei pronunciamenti dei papi precedenti. [19] Ma se la verità storicizzata correttamene ha la sua importanza, essa tuttavia non costituisce l’aspetto decisivo del problema. Ciò che interessa nell’oggi è un magistero pietrino che individui i ‘segni dei tempi’ e indichi (a rischio personale del papa) la direzione da seguire. Questo scrutare il futuro alla luce del Cristo-Verità, costituisce l’essenza del potere magisteriale di Pietro Romano, e dei tanti Pietro sparsi nel mondo. Un potere che non può comunque esercitarsi a scapito della Libertà offerta ai fedeli dal Cristo divino, il cui Spirito seguita a soffiare dove e come vuole sul mondo. Altrimenti si uccide lo Spirito. La Chiesa ed i mondo non necessitano di un umano buon senso, di prudenti e sapienti accorgimenti; è tanto meno di astratti giudizi etici. Ha fame di testimonianza, di esempio, e di profezia. Invoca qualcuno che non stia solo a controllare se il plotone marcia a passo cadenzato. La visibilità di un profeta è collegata naturalmente al suo esistere in un certo modo. Perciò mi ha sempre emozionato quel Ghandi che, dileggiato come ‘l’uomo in mutande’, contro ogni umana speranza indicava ai suoi fratelli indiani una folle soluzione: liberarsi cioè del giogo coloniale attraverso la “non violenza”. Al tempo stesso rilevo che la Parola di Pietro , amplificata ma anche banalizzata dai mass media, si va via via svalutando per il sommarsi di parole a parole.
Pietro e la Pietra Propongo ora di ritornare alla Scrittura (alla quale ho cercato di tener intimamente agganciato il mio discorso), segnalando in limine che il passo di Matteo 16,15-20 (pur considerato decisivo) non trova paralleli negli altri tre vangeli. Esso comunemente viene inteso nel senso che Gesù fonda la sua Chiesa su Pietro ed a lui conferisce il cd. potere delle chiavi, con facoltà di sciogliere e di legare. Nel rimandare alle schede già presenti in questo sito (voce Cristianesimo, sottovoce ‘discorsi sul Cristo’) voglio qui mettere in evidenza un fatto che a mio parere è molto significativo: Matteo, in questo celebre passo, si è servito di due vocaboli diversi, l’uno maschile (petros) riferito a Simone, e l’altro femminile (petra) per indicare ciò su cui si sarebbe fondata la sua Chiesa.[20] Poiché non posso credere (per comodo retorico) ad una sbavatura letteraria degli evangelisti,[21] ho cercato i primi passi biblici nei quali compare il termine femminile Petra al fine di scoprirne il significato teologico. Ho trovato così che esso è presente in Esodo 17,6: “Ecco io (il Signore) sto la davanti a te (Mosè) sulla ROCCIA in Choreb; e tu percuoterai la ROCCIA e uscirà da essa acqua; e la berrà il mio popolo”; ed in Es. 33,21.22, il Signore, sempre rivolgendosi a Mosè: “Oracolo: tu starai come un luogo per me sulla ROCCIA; quando verrà la mia Gloria, io ti porrò sulla porta della ROCCIA”. Chi sia questa ROCCIA lo chiarisce Paolo in I Cor. 10,4 in forma lapidaria: “Quella Pietra era il Cristo”. E lo ribadisce in Rom.9,33. A mio giudizio, il testo matteiano afferma allora due cose: a) che Simone è un sasso, un ciottolo, una pietra sagomata da costruzione, e quindi non è un ‘per sé’ che può fungere da fondamento. Fuor di metafora allude ad un soggetto non autoreferente ma a qualcosa che ha senso solo se inserito nell’edificio della Chiesa: Dunque la Chiesa va considerata come un edificio edificato non sul variabile pontefice, ma sul Cristo ROCCIA. [22] Il mandato ad essere sacramento di Comunione universale, non costituisce una specialità riservata alla singola persona di Pietro. Non esistono infatti privilegiati all’interno della Chiesa, né anime elevate senza loro meriti ad un gradino superiore. Egli potrà qualificarsi come testata d’angolo; ma la piattaforma su cui si edifica la Casa di Dio è solo il Cristo-Roccia. Se dunque essere Pietro equivale a gestire una funzione che compete a tutti, ne deduco che da lui mutueranno questo nome tutti coloro che, a cominciare dagli apostoli, svolgono un uguale servizio nella Chiesa. Queste Pietre Vive, per amore di quella unità che Cristo a tutti richiese, connettono poi la localizzazione del loro servizio alla funzione universale affidata a Pietro. Ogni singolo pastore costruisce così un muro del grande edificio di cui Pietro è il coronamento. In senso stretto, l’essere in comunione di fede con il Papa equivale ad essere in comunione con la Chiesa. Proprio questo confluire a Roma dello sforzo comunionale di tutti i membri della Chiesa, dà consistenza all’operare di Pietro Romano e corrobora di potenza spirituale la sua voce.[23] Credo allora che la funzione pietrina si debba misurare anche dalla tensione presente in ogni parte della Chiesa ad attuare la Comunione. Quest’ultima è infatti un cardine essenziale della fede predicata da Gesù: ‘perché essi siano una sola cosa’; e non una meta che riguarda solo il pontefice. L’eccessiva accentuazione della specifica ‘regalità’ universale di Pietro, quasi che bastasse lui solo a costituire l’unità, ha demotivato i cristiani nell’ascetica della Comunione, ed ha indotto a ritenere sufficiente l’obbedire ai disciplinari papali per adempiere all’universale mandato di Gesù.[24]
Nel futuro…. Una profezia (autentica o falsa che sia qui non interessa), attribuita all’abate Malachia, afferma che il pontefice eletto dopo questo papa si chiamerà Pietro Romano. Qualcuno, dando per buona tale divinazione, ha estrapolato in toni apocalittici la prossima fine del papato. Al contrario io ipotizzo che, falsa o vera che sia, l’esaurirsi dell’elencazione dei papi con un proprio nome fa pensare che la Chiesa sta per riscoprire il ‘Pietro di Roma’ unito ai tanti ‘Pietro’ che nelle chiese particolari (apostoli vescovi) sacramentano la comunione. Verrà allora spontaneo indicare col titolo di Pietro Romano il pastore universale che siede come vescovo di Roma; e la sua funzione specifica all’interno della Chiesa si renderà visibile proprio nel tenere uniti i Pietro locali; e questi , a loro volta, i fedeli ad essi affidati. Ed in questa ottica immagino anche una ampia collegialità che riguardi non solamente i vescovi, ma tutti i membri della Chiesa che esercitano tale funzione.
In breve, come vale per molti quel sacerdozio, istituito in forma archetipale con riferimento ad un solo soggetto (discepolo amato), si può dire che Pietro è uno e centomila. Non più ‘il Vicario’ individuale, l’epigono di una posizione di privilegio, ma un eletto la cui primazialità non è legale e di onore, ma connessa ad una funzione condivisa con molti, seppure in grado diverso. Come attestato dai vangeli, quando Pietro compare da solo (nella passione e nella casa di Cornelio), egli non rappresenta più se stesso, ma l’unità della Chiesa di cui è segno vivente; ma è pur vero che quasi sempre, nei momenti cruciali, Pietro si muove unito ai figli di Zebedeo (Giacomo e Giovanni). Ed io credo che attraverso questo gesto essi vollero sottolineare la reciproca integrazione delle funzioni ecclesiali.
Spero infine che diventi evidente e riassuma il suo significato profetico e costitutivo il passo di Marco 3,13-19. Poiché i titoli di ‘Pietro’ e di ‘Boanerghes’ (figli del tuono) furono attribuiti contestualmente, ad entrambi, e non solo il primo, va riferita una funzione da esercitarsi all’interno della Chiesa. In breve, Simone è costituito Pietro (sasso) quale Persona-segno della grande Roccia che è il Cristo. Lo potremmo assimilare ad una ‘testata d’angolo’ che sorregge la fabbrica della Chiesa a misura della qualità del servizio prestato. A sua volta con il titolo di Boanerghes (che di per sé non significa ‘figli del tuono’) Gesù scopertamente indicò il contenuto della missione affidata al sacerdote, e cioè il ministero della Parola e quello della Grazia eucaristica. Letto infatti Boan er g. es’ si intende: “Tu attiva il Santo, come grande Parola e come Grazia” .[25] Attraverso detta ‘nominazione’ egli costituì sacerdoti i figli di Zebedeo a sua specifica somiglianza, e li pose come archetipi di quel sacerdozio ministeriale diffuso nella Chiesa, e che si stenta a recuperare nel testo evangelico letto secondo la maniera corrente. Infine con l’espressione ‘figli del tuono’ l’evangelista volle collegare, direttamente ed in maniera forte, il sacerdozio eucaristico alla divinità di Gesù. Infatti il tuono che viene dal cielo, quale rombo indistinto, che pure assume specifiche graduazioni foniche, era considerato Voce di Dio nella cultura mediorientale rifluita nella Bibbia. Giacomo e Giovanni, rispettivamente Diacono della Parola e Presbitero del Sacrificio e della Cena, sono dunque figli della Grande Voce divina, cioè del Verbo. Per questo intimo collegamento, per cui si dice che essi operano ‘in persona Christi’, i sacerdoti possono preparare quella Cena dove si è commensali di Dio e si assimila la sua divinità nella Parola e nelle specie eucaristiche. In conclusione: a Pietro Gesù affidò un mandato collegato alla sua persona (di Pietro) e leggibile in termini di similitudine (Petros rispetto a Petra); viceversa il mandato commesso a chi egli nominava sacerdote, risultava legato intrinsecamente alla divinità del Cristo per via di immedesimazione, come fra Padre (tuono) e figlio.
Quando la funzione pietrina (come vocazione ed impegno) sarà riconosciuta in testa a chiunque svolge un compito di comunione, sia cioè un ‘Papas’ come dicono i greci (penso ad es. a un padre di famiglia, un superiore religioso, un sindaco e così via); quando il titolo di ‘Pietro’ aderirà a tutti i Vescovi-Apostoli e a tutti coloro che, nel proprio ambito, esercitano tale funzione, il popolo di Dio recupererà questo fondamentale profilo della fede cristiana. Ogni vescovo sarà allora il Pietro per la sua diocesi (e di qui la necessaria comunione di fede con quello di Roma); ed il recupero di tale titolo ricorderà loro che l’unità con i fedeli e con Pietro Romano costituisce l’in sé del loro specifico ministero. Dunque, per indicare specificamente il vescovo di Roma quale pastore universale, altro non si potrà dire che ‘Pietro Romano’. E la sua funzione all’interno della Chiesa si renderà visibile proprio nel tenere uniti i Pietro locali; e questi a loro volta i fedeli loro affidati. Immagino ancora che Pietro Romano eserciterà la sua funzione per tutto il mondo, e non apparirà solo come principe della Chiesa cattolica, ma come punto di incontro di tutte le autentiche fedi del mondo. E che all’interno della Chiesa resti rispettosamente collegato alla eucarestia dei sacerdoti. Assumerà allora valore pratico anche la formula ‘Pietro e Paolo’. A detta di Giovanni la Chiesa voluta da Gesù sul lago di Tiberiade poggia su una duplice funzione, quella Pietrina di unità e quella eucaristica (discepolo amato). Se chiamare un vescovo ‘Pietro’ equivale ad affermare che egli sacramenta la comunione, nominare ‘Paolo’ ogni sacerdote equivale a ricordargli che egli è un fondatore di Chiese nella Parola e nella Eucarestia. Spero infine che diventi sempre più evidente la inscindibilità delle due funzioni (pietrina e sacerdotale). Se è vero che senza sacerdote (della Parola e del Sacrificio) non c’è Chiesa, è vero anche che, quando si dilata nella comunione universale espressa proprio da Pietro Romano, l’eucarestia mostra tutto il suo valore totalizzante e l’essere Madre del Cristo Divino continuamente generato.
Una postilla: le riflessioni esposte non pretendono di essere vere; vogliono solo partecipare ad una comune ricerca; seppure carenti sotto molti profili, esse sono frutto di una diuturna meditazione nel vivo rapporto con i sacramenti ed i fedeli. Poiché paradossalmente nella Chiesa è più facile mettere in discussione il Cristo che il papa, prevedo molti sdegnati rifiuti. Ma mi consola ricordare che il fallimento umano è stato da sempre la strada maestra della Verità. VINCENZO M. ROMANO 2005 (Fine file) [1] Sta di fatto che non si riesce a trovare uno spazio per dialogare sulla Fede con teologi qualificati. Da questi ultimi (ormai somigliano alla consorteria dei giornalisti) ci si può attendere solo qualche sdegnata condanna.
[2] Una prassi questa (delle visite Pietrine) che era stata dimenticata, e che il passato pontefice ha voluto rinnovare visitando tutte le chiese del mondo.
[3] Andrebbe qui approfondito il collegamento fra l’istituzionalizzarsi della Chiesa , la presenza dei Normanni e la cacciata dall’Italia dei Bizantini, con il connesso scisma d’oriente.
[4] Eppure spero che sia un segno profetico la ricomparsa nella onomastica pontificia del nome di Paolo; e che la Chiesa recuperi la parità dignità delle funzioni sacerdotale e pietrina. Ed ugualmente, il forte contatto dell’ultimo papa con le folle dei laici mi suggerisce che forse è ripreso il cammino per restituire Pietro ai fedeli e sottrarlo al ruolo di monarca che, chiuso nel suo palazzo, li contatta sempre a distanza e solo attraverso i suoi disciplinari. Cristo è il Logos (dialogo tra Dio e l’uomo) e Pietro è il principale ministro di tale dialogo. Spero che sia finito il tempo delle ‘difese’ autoreferenziali che hanno trasformato il fiume della Verità in una piscina ad uso degli abitanti del castello.
[5] Un profilo questo che, se meditato a tutto tondo, fa dubitare anche della sacramentalità dell’episcopato come forse aveva già intuito Tommaso (ad gentes).
[6] Il plurisecolare istinto istituzionale sta invece (se intendo bene) lavorando nascostamente per trasformare il sacerdote, finanche nella celebrazione eucaristica, in un delegato del vescovo. E conseguentemente per negargli la titolarità dei sacramenti che nell’eucarestia trovano la loro perfezione. E mi spaventa l’idea che, sempre in questa ottica, si giunga a sottrarre ai laici, oltre al battesimo, anche la celebrazione del sacramento del matrimonio. Sia chiaro, qui non intendo sollevare una mera questione di ‘competenza’, ma di sostanza: avviarsi per questa strada equivale, a mio giudizio, a disconoscere ancora di più la libertà del Cristiano e trasformarlo in suddito di un governo. Sul significato della figura di Paolo vedi schede ad hoc in questa sezione del sito.
[7] C’è da riflettere sull’assenza nel codice di diritto canonico di una qualsivoglia regolamentazione della funzione del ‘presbiterio’ ridotto a una folla che ascolta e fa da corte al vescovo.
[8] Nelle istruzioni laiche ogni potere è in genere bilanciato da contrappesi che in qualche modo impediscono che esso diventi assoluto. Questo problema ha formato oggetto di molte dispute all’interno della Chiesa. Si è infatti discusso sull’equilibrio fra Pontefice e Concilio , specie in ordine alla possibilità che un papa diventi fisicamente incapace, abbia turbe psichiche o comandi di credere a tesi eretiche.
[9] Forse un elemento che concorre a svalutare i preti fu che essi non trovavano specifica corrispondenza nella struttura sociale dell’impero romano. Di qui la soluzione (anch’essa presa in prestito dalla società romana) di considerarli corrispondenti a quella bassa magistratura che prima dipendeva dal Cesare, ed ora da Pietro e dal Senato apostolico.
[10] Ed anche qui è sintomatico che il Codice di diritto canonico che si professa dipendente dal Concilio Vaticano II, in pratica non riconosce alcuna autonomia al laicato nell’ambito della Chiesa. Eppure il popolo di Dio è interlocutore diretto dello Spirito ed è titolare di una propria coscienza della fede (sensus fidei ecclesiae). Essa si integra con quella del clero e, come insegnò Pio XII nel definire l’Assunzione al cielo di Maria, viene proclamata dal papa.
[11] Purtroppo vi sono vescovi chiamati al loro ministero sol perché di educazione ‘romana’ e che, specie nel terzo mondo, sono del tutto estranei ai bisogni di quelle comunità.
[12] A tal proposito rilevo che nei tanti viaggi di G.Paolo II i discorsi ufficiali si sono sprecati, ma egli non si è mai seduto in silenzio ad ascoltare il popolo, sicché non c’è stato nessun vivo rapporto con la famiglia di Dio (salvo quello del tutto artificiale con i giornalisti che lo accompagnavano in aereo).
[13] Ricordo che il vigente codice canonico ha abrogato il clero , sicchè oggi nella Chiesa come vi sono degli sposati, senza appartenere ad corpo speciale, così vi sono gli ordinati . Non ha senso quindi una uniforme, salvo a volerla considerare un abito protocollare non liturgico. Quello liturgico è la veste bianca (Alba). Spero ancora di vedere un giorno gli ordinati in abiti ordinari (come chiedeva Celestino I) e liturgicamente in veste candida. Ogni altro serve solo a dividere.
[14] Il testo dell’ordinazione diaconale intimava: Predica ciò che credi. Ma alle spalle c’era il grande precetto dell’amore per il prossimo ed il mandato di ‘fare sue tutte le genti’. Che se poi la predicazione dovesse limitarsi a citare documenti e decreti, allora meglio sarebbe servirsi dei moderni mezzi di comunicazione sociale e fare parlare direttamente chi quelle cose le affermò.
[15] L’esperienza insegna che i disciplinari vengono per lo più ignorati dalla Famiglia cristiana perché, in quanto ‘generali’ , essi appaiono implicitamente falsi. Se una fetta di carne giova all’adulto, non si può affermare che essa deve imporsi anche ai bambini.
[16] E qui ricordo il dramma di tanti direttori spirituali schiacciati, come un disco di frizione, tra la regola generale e la concreta e personale situazione spirituale del fedele. E ancora, come, il far sempre riferimento alle norme fa si che la voce del papa sia ineluttabilmente confusa con quella di un sovrano autocrate.
[17] E sufficiente leggere i discorsi della corona dei papi eletti, o le cronache dei conclavi (che per quanto segreti presentano sempre delle falle), per rendersi conto che sotto il manto della spiritualità i discorsi volano molto bassi. E non dico perché sono inquinati da considerazioni di umana utilità di questo o di quello (è la nostra povertà di uomini) ma perché si presume di fare profezia sul futuro della Chiesa in base ad analisi che appaiono retoricamente perfette, ma del tutto mondane.
[18] Una pagina di altissima spiritualità (e perciò subito bloccata e dimenticata) è stata scritta in questo senso da Giovanni Paolo II quando, ad Assisi, al centro di uomini di fede (anche se di religione diversa) che elevavano congiunti una comune preghiera a Dio, egli si elevò alla dimensione di anima, e tutti li assimilò nella sua persona, celebrando così la Comunione del Cristo.
[19] Solo una orchestrata retorica di palazzo (a volte finanche falsificante) li fa apparire sempre corretti e finanche li esalta. Un atteggiamento questo che poteva anche funzionare (???) in una società che almeno ufficialmente era tutta cristiana; ma si rivela oggi perdente in una società alfabetizzata e quando si fa sempre più vivo il dialogo e lo scontro interreligioso. La storia ella Chiesa insieme a pagine luminose soffre di vuoti oscuri e vicino a tanti Pietro vi sono anche tanti Simone.
[20] Dal punto di vista filologico è possibile intendere in ‘Petra’ (femminile) la ROCCIA e in ‘petros’ (maschile) la pietra da costruzione, il sasso, il ciottolo.
[21] Il mio tentativo di interpretare diversamente il testo rivelato, deriva anche dal fatto che temi come l’eucarestia, i sacramenti, Maria e la Chiesa sembrano praticamente inesistenti nella versione corrente. Eppure ricompitando i passi essi appiono ovunque presenti in tutta evidenza. Ad es. ricompitando “Em man ou el”, posso intendere “Dio è dentro la Manna”. Posso poi intendere il termine “Basileia” come Regina o Potere regale, ricordando anche che il ‘Regno’ era concetto estraneo al mondo antico che badava solo alla persona del Re. L’aver preferito quest’ultima traduzione dipende dalla precoccupazione di creare una paredra a Javè. Più avanti parlerò dell’oscuro vocabolo ‘Boanerghes’ (figli del tuono).
[22] Per verificare testualmente questa mia lettura ho ricompitato e tradotto i versi matteiani (cosa che ha potuto fare o farà chiunque), ricavandone il seguente testo profetico che sembra esaltare la realtà della Chiesa e la connessa funzione unitiva universale di Pietro: “Gesù chiede: Voi allora, a quelli (gentili), chi dite che io sono? E Simone ‘il sasso’ così rispose: Piove attraverso di te Il ‘X’; ora (è) visibile il Figlio del Dio Vivente. E Gesù di rimando: Perciò, o Simone tu avanzerai da beato. (è) un’anima il (Cristo) Re, che qui giù ora è Giona in quanto è carne. Il Padre mio non ti rivelò un’altra cosa, e allora sono io a dirtela: tu sei una Sasso in quanto (sei) unità per le sue ‘tende regali’ (ouranos- il battezzato tempio dello Spirito). E’ presente la Perfezione; ecco essa ad opera della Roccia (il Cristo). Attraverso di me costituirò la sua assemblea; essa è qui giù l’unica ‘porta’; Oracolo: la potenza del X Figlio (è) a lei sottoposta. Tu (o Simone) fa sgorgare il suo essere divino. E voglia il cielo che le famiglie custodiscano le chiavi del Regno dei suoi agnelli (cioè l’eucarestia). E bada, poiché vi sarà sulla terra una comunione per le ‘tende del Re’ capace di durare, se tu reggi l’unità, vi sarà pure sulla terra una dissolta unità per i suoi agnelli, se tu (in luogo di unire) dovessi invece separare. E perciò ordinò ai suoi discepoli che a nessuno rivelassero che il X ora visibile è l’Ardente (Spirito).”
[23] Purtroppo più di una volta mi angustio nel constatare che il Papa parla in una sconvolgente solitudine: e non perché non vi sia chi è solidale con lui, ma perché (al di fuori di manifestazioni anonime di piazza) la fede dei singoli non trova mai un treno che la conduca a Roma e qualcuno che l’accolga.
[24] In questa ottica è risultata deviante l’attribuzione al Papa del titolo di ‘Vicario di Cristo’ che, a ben considerare, compete invece ad ogni cristiano quale alter Cristus. E parimenti, come è stato autorevolmente sottolineato, l’aver aggettivato ‘Santo’ il titolo di Padre’, costringendo i liturgisti a una inversione dei vocaboli, scrivendo nell’ordinario della messa: ‘Padre Santo’ a che il fedele non sia indotto a credere che la grande invocazione è rivolta non a Dio ma al papa.
[25] Come ho già segnalato in altra scheda, i nomi greci Ia kobos e I Oannes (Giacomo e Giovanni) indicano quei due mistici ‘pesci’ di cui si sono perse le tracce nella riflessione teologica. Essi poi sono certamente figli di Zebedeo, ma collegati stranamente con una Madre che certamente eccede quella carnale e allude alla Chiesa.
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