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- I - ‘Non temere’
Troppo abbiamo predicato un giudizio legale ed un ineluttabile ’inferno; troppo abbiamo oscurato la dolce paternità di Dio. Quella proprio cerco di immaginare quando ci risveglieremo come anima.
Fammi vedere uno spiraglio di ParadisoOra che ci hai lasciato, e già ti vedo prossimo alle soglie del Giardino, cintato da così alto muro, ti prego per l’amicizia che ci fu tra noi di non essere veloce nel passare, perché fuggevolmente io possa intravedere quella serena gioia che ci attende, e quella pace che talvolta sembra solo illusione.
Vedesti il nero della tua esistenza e disperasti…. L’anima retrocedette inorridita: un volto orribile, un aspetto deforme veniva incontro a lei. Poi vinse la stanchezza, e chiuse gli occhi, per non più vedere. Allora, ritmata dal cuore impaurito, ascoltò la Sua voce che diceva pacata: non temere, ti sei solo guardata in uno specchio.. Ma ora, fissali gli occhi miei, e bella ti vedrai, per come t’amo.
Il male dell’uomo: un incubo notturnoCome un’analgesia venne la morte, e nel risveglio temesti un ritorno doloroso al passato, colmo d’amaro…. e di certa condanna. Il tutto invece seguitò nel sonno. La Voce disse: Io sono il Signore dei dormienti, la guida delle anime che il vostro sonno libera di notte. Ora ti punirò severamente, del male che facesti addormentato. Tu già tremavi a questo oscuro oracolo, quando, disteso in un ampio sorriso, Egli serenamente aggiunse: Ma, per quanto lo cerco, non riesco a trovarlo.
Dei piccoli è il Regno dei cieliTutti fuori, aspettando la voce dell’Arcangelo. E la vita trascorsa alla memoria scorreva lenta in fotogrammi oscuri. E qualcuno diceva: assolverà forse l’infanzia, che da li avanti cominciò a serpeggiare quella vena di opaco. Qualcuno poggiava il suo dito sulla pagina estrema della vita: ché li quel sussurro serrato fra le labbra, brillava come un punto luminoso. Ma quella fugace e scarna invocazione, potrà mai bastare a ripagare il tutto? Poi il tuo nome… ed entrasti. E il libro della tua esistenza volò nelle Sue mani. Un silenzio infinito. Ma che strano…Egli lo sfogliava a rovescio. E tu stupito, rapidamente, da vecchio che ora eri, cominciasti a ritornar fanciullo, via via che, senza leggerli, i fogli ripiegava col Suo dito. Poi ti sapesti tenero bambino, dimentico di male e di paure. Solo desideroso di carezze… Fu allora: Egli ti prese teneramente in braccio e dolce la sua voce ti diceva: sii il benvenuto o amato figlio mio.
Il ‘Giudizio’ sarà un grande banchetto.Terribile è il Giudizio; così ci fu sempre insegnato. E tremavano tutti impauriti, ed in silenzio fuori qualcuno già piangeva. Poi, ad un cenno, anche tu entrasti nella stanza fatale. Uno stupore…. Presiedendo una sonora tavolata, Egli ti sorrideva. E mentre ancora ripassavi a mente parole di difesa, ti fece un cenno e amabilmente disse: Vieni a sederti perché il tuo posto è vuoto!
Più forte della morte è la VitaA Dio giungemmo tutti. E già in basso crollava uno dei piatti colmo di malizia. Sull’altro, della imparziale bilancia, le opere buone erano tanto esigue da sentirsi sole. Ma un piccolo uomo ch’era tra noi, vi aggiunse un bocciuolo di rosa: Signore abbiamo pure inventata la rosa… E si commosse il Giudice, e per raccogliere il fiore poggiò la mano sul piatto…..e concluse il giudizio.
- II - Cercando Dio in terra africana
Riscoprire Dio nella terra e nella vitaForse siamo venuti per ricordare come è fatta la terra, il cielo e l’uomo; come è fatta la vita, paziente nella miseria, semplice nei giochi e frugale nei pasti. Qui la vita è un grappolo di uva, di banane o di datteri. Forse siamo venuti per ascoltarla, mentre fa risuonare il bianco e il nero degli occhi di un bambino che non si chiudono fra gelosie di palpebre. Uno scroscio improvviso di infantile riso lo fai brillare con la caramella che gli stai tendendo. Ma più ancora è la tua mano tesa che richiama il suo riso. Qui scopri che il gesto è più grande del dono! Unico oro autentico di questa nostra povertà di ricchi. Costa poco la gioia che puoi dare: è boccone di un pane che dello zucchero ha soltanto il ricordo, eppure basta; è sforzo di un sorriso, impegno minimo per le nostre bocche aduse a fuggevoli smorfie di convenienza.
Essere viviForse anche cerchiamo il brivido dolce della vita che nasce, che cresce tutta intera e pura; e penso ai figli nostri che arrivano in casa come un pacco postale, a quei figli viziati che già stanchi recitano la commedia dell’esistere. E tu baci un bambino e lasci che ti si stringa al collo e gli sei riconoscente dell’antico sapore dell’innocenza. E grato sei pure a Dio per la diversa lingua; ché qui non ci divide quel cuneo acuto di precise parole che ci separa i cuori. Parlano i volti, le mani, gli occhi. Parlano le anime! E allora ti senti ladro a volere far tua la loro esigua e stupenda ricchezza d’essere Vivi.
La morte, il vento e il soleE’ caldo il sole in questo inverno estivo. Totale la luce. Qui le stagioni non partoriscono ombre. Eppure la morte è passata. E un dolore di sempre, dalla casa vicina, mormora sommessi lamenti. In una bolla di estraneità, vedo uomini silenziosi sollevare una bara; ora la legano in alto sull’imperiale di un pulman che di strada ne ha fatta tanta, quanta i piedi del morto. Ora salgono i parenti; quietamente parte, e sulla via polverosa lascia un brillante pianto di donne, una bava di lumaca che lega la casa al cimitero. Lui, che sta in alto col suo drappo fiorito, passa come l’inconscio bagaglio di un viaggio, di una gita fra tante, sotto l’occhio distratto dei passanti. Indistinguibili smorfie, dietro vetri polverosi, sono il pianto e il riso. Lui passa alto, sulla testa dei suoi, come un re che trionfa, che beve a larghi sorsi il venticello, e si riscalda al suo ultimo sole. E fuggevoli tepori li trattiene, souvenirs d’altro mondo, da regalare, ora che torna, agli amici in attesa. E il sole è chiaro, e ancor più chiaro il cielo; la vita senza sforzo avanza su scivoli di luce.
Meditano la morteBambini, tanti, seduti in fila sopra il marciapiede, guardano silenziosi il mistero della morte che passa. Non vedo i bianchissimi denti che sorridono aperti, se la mano levi nel gesto di saluto, e gli occhi attoniti sono buchi neri a trattener la luce. Meditano senza pensiero alcuno, in fissità d’eterno. Ma la lucente stagnola di uno zuccherino, già lo vedo, riaccenderà un sorriso novello: qui passa la morte, ma non fa prigionieri. Le loro bocche candide e innocenti, le allineate cifre dei denti, che ancora sanno di latte, comporranno per me un canto eterno di resurrezione.
Beatitudine dell’innocenzaTanti bambini ho visto stare immobili, come le rocce levigate dove una rara erba brucano le capre. Tanti ne ho visti, a frotte dividersi ed unirsi, con il ritmo di un’onda che pulsa di vita. Venuto per dare, mi colmate le mani di quelle vostre che stendete unite, quasi fosse, il donare e il ricevere, una sola orazione. Grazie a voi, anime indifese, che in terra mi fate contemplare le stelle in pieno sole. Le ho viste scintillare in mille occhi aperti, spalancati. I vostri hanno raggi di luce, hanno manine che delicate ti carezzano l’anima.
I cieli e la terra narrano la gloria di DioUn pastore bambino, alto sul glabro masso, immobile tra le braccia levate degli oscuri cactus, che ora sono in fiore. Salutiamo, saluta; e già siamo passati sulla sua solitudine. La nostra fu compagnia di un attimo, o l’insensato rombo del motore ha interrotto un dialogo? Africa antica, culla della vita, quando il silenzio, steso a piene mani sulle labbra di pastori solitari, fremeva ancora di nascosta vita . Lo Spirito della vetta o dell’ampia radura, o il Genio annoso del grande sicomoro, odoravano allora il profumo lieve del suo piccolo pane e la tenue frescura della sua borraccia. E poi, quando egli stanco dormiva, le capre le faceva tacere, e gli cantava sommesse ninnananne. Offrigli una radietta? Riempire di suoni il suo silenzio? O forse non è sadico piacere legarlo a questo tenue filo dell’etere, che lo rifaccia schiavo del nostro civilissimo mondo, dove l’opificio confina solo con la rottamazione? Dove tutto si scuote, e tutto è morto? Come questa vettura che ora naviga in nostalgia struggente? A morte ti abbiamo ferito o terra d’anime, Africa agonizzante. Movimento e rumore, inganni di congegni meccanici; gelide idee di popoli che non conoscono il sole: impalpabili virus che viaggiano nell’aria o sulle carte, a corrompere antiche voci del mondo, quando Dio ad Adamo parlava.
La voce della Vita Offri loro qualcosa e s’affollano, accalcano: un cespuglio che mette subito rami di braccia distese, l’una accosto all’altra. Le mani vicine sono aperti bocciuoli che attendono d’essere impollinati. Basta una caramella ed un sorriso, perchè si chiudano a generare frutti di gioia. Bruni bambini della terra eritrea, arresi e fiduciosi, che la carnalità mi ridate d’essere padre, padre di una intera cucciolata. E noi!? Noi, che mentre una mano si tende, l’altra sta lì in riserva, lungo il corpo, già pronta per scattare? Noi, sempre in paura, sempre più diffidenti in questa tanto vantata società sicura che ha perduto il gusto della Vita.
Ritorno alla madre: il grande Baobab Eccolo il sicomoro a braccia aperte e denudate, nella pianura, al vento che soffia con l’incostanza di un adolescente, che gioca intorno a un anziano di anni addormentato, che a volte lo tenta e a volte lo carezza. Questo vecchio, che un giorno fu uno zampillar di vita, potentemente saliva verso il cielo. Ora è roccia scoscesa, una colata dura di legni. Arreso alle stagioni, il suo viso è indurato agli insulti degli uomini e dei tempi. E il tronco si è fatto cavo. Forse, a segnare la profonda ferita fu un fuoco maldestro; o fu un muto dolore, che consumò e divise le fibre a una grande fessura? Si, fu il tormento di una terra, stuprata e muta, a scavare l’antro nelle viscere tue; e per strapparti l’anima. Eppure qui, temendo semi di morte che piovevano dal cielo, dicono che due soldati sfuggirono la sorte. Allora la pelle chiara, nell’ombra, si fece del colore del legno, e la tua linfa sostenne il ritmo ossessivo del loro cuore di carne. Ora, una piccola statua della Grande Donna ricorda quell’ora. Materna come il tronco che il cavo oscuro intenerì come il seno accogliente della vergine. Nella tenebra, dentro, una ragazza prega, e nell’oscuro non ha colore la pelle. Ed io, qui ancora sulla soglia, tra la luce e l’ombra. E un timore mi prende misto a desiderio. Entrare e confondermi al tronco, per sentire nelle vive pareti scorrere la vita, come più non ricordo nell’utero che un giorno mi concepì? Ma se, striati i muscoli legnosi si stringessero intorno al corpo mio; se, rinchiusa la porta, mi soffocassero? Sono pure un nemico! L’antico timore di una bocca carnivora, aperta a vendicarsi, ecco mi frena: matrigna si è fatta a noi la terra, a noi che la colpa la portiamo nel cuore. Eppure passerò la soglia! Più forte è il desiderio di palpitare, come allora quei due, nell’immoto e pur vivo gigante, e ridonargli un cuore , unico cuore, e vivo. Ora, temendo, avanzo nel mistero del legno, e lamento che nelle tante scuole mai nessuno seppe insegnarmi a dialogar con l’anime, ad ascoltare questa bocca colma di mistero che, con parole antiche, dolcemente mi invita. Salve Genio del sicomoro, amico mio!
Il rumore e le Voci Lettere manda, incolla francobolli, la radio accendi o leva la cornetta: soffiale queste iridescenti bolle di surrogato. Qui il tamburo tigrino modulava tra i monti eterne vibrazioni di vita, e il dialogar dell’uomo era voce solista nel sonante coro dell’essere. In un prossimo giorno quel pastorello che ora è solo sul masso, al ciglio del burrone, più non sarà l’antenna viva dei monti d’Eritrea. Vitali onde non nimberanno più il suo capo, ora nobilmente levato a scrutare la curva linea dell’orizzonte, quasi labbro di terra a sussurrare parole. La marea delle onde, stremata poggerà fra scogli di grattacieli, come un’acqua stagnante. Avrà in mano una radio, che pure nacque a salvare le anime dall’abbraccio mortale delle onde. Passivamente batterà il suo piede sull’artato mosaico di estranee note, e follemente coverà l’illusione di comandare l’Orco che lo divora. Già gli abbiamo attrezzato una casa sbarrata che accoglie gli alienati.
Figli Serena terra eritrea, splendida infanzia senza vizi e nevrosi. Non attori con meccaniche voci, o sterili bambolotti da vetrina, egoisti tiranni che insicuri vogliono tutto, e neppure sanno desiderare. Qui non siete freddi prodotti della ragioneria del generare: la madre non è balia o fattrice, nè il padre uno stallone. Qui, consumate dal tempo, vedo ancora le geometriche linee di quel dimenticato solido che chiamiamo famiglia.
Dolore per un genocidio Bambini a frotte, un’anima li lega, e non regole di gioco comandate da una mente orgogliosa. Come uccelli ora volano, quasi spaventati dalle voci straniere; e poi tornano a stormo, aprendo gli occhi enormi dove quieta naviga la vita nell’oscura notte dell’iride. Felici del tuo sorriso, subito ti stendono la mano per stringere la tua, e pur da quel fuggevole contatto sembra traggano vita. Qui, già cogliere un fiore o solamente scavare solchi alla terra, è dialogare con anime. Qui tutto è vivo. E tremo sulla delusione di chi avvertì il fremito di uomini che s’accostavano, dal volto chiaro nel sole. E imbracciavano armi. E recavan catene.
Donare Ho chiesto ad un piccolo bambino lo zuccherino che gli avevo dato, solo per liberarlo dalla carta stagnola. No, non me l’ha data: me l’ha solo offerta, perchè fossi io proprio a mangiarla.
Cimitero militare di Keren, tra bouganvillee e tombe allineate. Non liquami di marcio. Qui tutto è asciutto, anche la morte. Ma neppure intravedi un biancheggiare di ossa calcinate dal sole. Il vento, passando sull’ordinata scansione delle tombe fa danzare, tra le rare ombre, le anime nel sole. Giocano a nascondino, con passi fuggevoli di danza, tra cespi rossi di bouganvillee, splendide fiammate che la terra fra sprizzare da ogni tomba. Qui tu non sai se questo intenso colore è un ardente dono del sole, o è da esso che il sole trae il suo grande calore. Certo il vento qui non viene; egli vi nasce come un largo respiro. Un solo nome è scritto sulle tombe: Ascaro, che vuol dire soldato. E poi una parola di nulla hanno scolpito: Ignoto. Ascaro Ignoto, gridi: e rispondono in coro voci tigrine più che cinquecento. Pochi son pure i nomi sulle tombe italiane; l’anime hanno strappato i residui registri dell’anagrafe. Ed ora è un gioco scambiarsi il color della pelle e le fattezze, e quella dolce nostalgia di casa che fu cuscino al loro addormentarsi. Tombe divise, ed anime riunite a gareggiare per suscitare serti che fioriscano uguali sui loro marmi in ondeggiare purpureo. I linguaggi segreti delle anime qui li sospira il vento che nasce dalla terra; ed io, rimasto solo a contemplare l’eterno, non so neppure quanto di me ho messo nelle mani degli ignoti fratelli, come una caparra.
La morte Sulla strada di Keren qualche carro armato arrugginisce al sole; e se lo tocchi si lamenta ancora. Un giorno, nella sicurezza di quest’acciaio penetrò la morte e videro giovani vite un accecante lampo: l’ultimo della loro esistenza. Un foro si squarciò sulla fiancata, e invano il sole amico gettò dentro i suoi raggi. Ancora è dentro, e ancora va cercando il volto di quei ragazzi, per rispecchiarsi nella candida sclera. Forse fu proprio questa la dimora estrema dei tre fratelli dell’asmarina dolce che a noi s’accosta tra l’aromatico fumo del caffè. E alla nera amarezza aggiunge il suo sorriso. Loro seguitano a scattar fotografie, dove colori e luci sviliranno col tempo. Io guardo alle anime nostre chiuse anch’esse in strutture d’acciaio, e penso che la mia morte verrà con un lampo di luce, quello del sole.
Notturno Stanotte verranno a me le anime degli alberi, delle segrete e ancor più rare fonti; forse, ancora fanciulli, i geni delle piscine di cemento armato. Un sabba festoso di tamburi, il riposare di questa notte; e rari sono i sogni, perchè troppi gli incontri e molte le parole che dobbiamo scambiarci. Sono millenni che non ci ritrovammo. Sfuggo l’andare inutile e, chiuso nella piccola stanza, attendo che venga a visitarmi lo spirito grande della terra eritrea. Anche per voi, amici miei, gli chiederò perdono per i semi di morte che esportiamo, per i veleni delle nostre nevrosi.
Cimitero di Asmara Cimitero d’Asmara silenzioso e immoto. Certamente puoi guardare le tombe, puoi spiare vite perdute nel luccicare della porcellana, con i volti di un tempo. Cercare un nome che ti sia familiare, e con la forza del sangue rifluire in una storia antica per dare spazio all’anima che si è ridotta oggi senza più un passato. Ma più forti incalzano le eco. Qui ancora odi le voci di chi lasciò la sua tenera Italia per una ingrata terra, e sognava di possedere un nuovo posto al sole. Perchè l’aria ed il sole vanno cercando gli uomini. Qui scorre la dolcezza del mal d’Africa, e ti pare di stare in mezzo a dei bambini che giocano senza fare fracasso, e le voci si uniscono per formare un canto di prolungato silenzio.
La cenaSu questa mensa unico è il piatto, e la mano è forchetta. Un pane largo e spugnoso come un grigio lenzuolo ti serve da cucchiaio. Mangiare è un rito, nè le braccia si stendono intorno al singolo piatto come gelose zampe di cane. Qui ringraziano Dio prima di cominciare, e quando il cibo è poco, si riempiono l’anima di sapersi figli del padrone del mondo.
Il profumo del MokaProfumi di sacrificio si offrivano agli dei. Per te, ospite sacro, tostano il caffè volta per volta. E il tegame, che porta un lungo braccio, s’agita avanti perchè l’aroma tu lo possa gustare. Poi c’è una bevanda, a lungo fermentata nella casa, e ne porta il ricordo. Per un attimo ho scalato i millenni: alla mensa ero seduto di un Faraone egizio; ed ero un tramontato dio che tra gli Etiopi trovava sempre pronta un’offerta gradita.
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