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Spunti di meditazione su

la   P A R A B O L A

(primi appunti)

 

Sommario: Premessa; Nozione letteraria ed evangelica; ‘Perché essi non comprendano’?;  Un unico e complessivo significato?; il Verbo e la storia; Deve esprimere un Euagghelion; Lettura diretta od obliqua?; Parabola assente nel A.T.; Una struttura vuota; Un sacramento del Cristo; Una chiave di lettura del A.T.; Un testo multimediale; Duplicità e favor Dei; Parabola e Verbo divino; Figura geometrica e storia della Vita; Parabola come storia della salvezza; La spiegazione della Parabola;

 

 

Premessa

Questi appunti nascono da alcuni input: - l’aproblematica acquisizione del parlare di Gesù ‘in parabole’, quasi questo suo comportamento non fosse esso stesso un fatto rivelativo; -  la misteriosità delle ragioni di questo tipo di discorso; -  la inaccettabile tesi, per altro accreditata a Gesù in persona, secondo cui il parlare in parabole servirebbe a non far capire agli ascoltatori ciò che egli annunciava.

Una motivazione, quest’ultima, che viene superata in vario modo dai predicatori; è ignorata da buona parte dei cristiani; ma insieme al cd. segreto messianico (di cui ho trattato in questo sito), costituisce secondo alcuni la prova della esistenza all’interno della Chiesa di una rivelazione esoterica. Tesi che ritengo assolutamente assurda.

Chiarisco che quanto segue non tende a formulare un discorso sistematico, ma, come avverte il titolo, ad offrire solamente materiale di riflessione a chi vi ha interesse. Esso, come d’altra parte ogni discorso sulla Scrittura, va considerato quindi un qualcosa sempre in itinere.

 

Nozione letteraria ed evangelica

I vocabolari definiscono la parabola come ‘avvicinamento, paragone, giustapposizione’.  Quelle dette da Gesù vengono poi considerate dai più come una forma di racconto per stabilire paralleli, ad esempio a fini morali; in breve il parlare in parabole nient’altro sarebbe se non un genere letterario.

A sua volta l’apologo è considerato un racconto succinto a fini educativi in cui vengono introdotti a parlare cose inanimate o animali; o, più genericamente, un racconto immaginario (a volta anche reale) teso indirettamente a persuadere, per via di immagini, in ordine ad una verità.

Come ogni altra, la parabola evangelica è costituita da un insieme di parole autonomamente significative, organizzate su una struttura narrativa articolata (che permette anche di tenere a mente quelle parole), e  che suggeriscono uno o più sensi parcellari o complessivi.

Per quanto riguarda i Vangeli l’uso di questo termine, che spesso  introduce e qualifica un certo racconto, non è per nulla chiaro. Così, ad esempio, la storia del Samaritano, interpretata correntemente come una ‘parabola’ , non è preceduta, come ci si attenderebbe,  da questo vocabolo.[1]

Ed ancora, introducendo un personaggio anonimo (che perciò viene indicato come ‘figliuol prodigo’), l’evangelista afferma che Gesù ‘disse una parabola’ , ma glie ne fa pronunciare più di una.

Sta di fatto che il nostro termine, continuamente ripetuto, e spesso quasi a far da titolo al passo, non può considerarsi a cuor leggero come indicativo di un mero genere letterario, mettendo così le parabole di Gesù in concorrenza con gli apologhi di Menenio Agrippa.

 

Degli svariati punti in cui compare il nostro vocabolo, presente per altro solo nei Sinottici ed assente in tutto il restante NT (eccetto due passi di ‘Ebrei’),  ne citerò ora alcuni che mi sembrano significativi e che riprenderò in seguito per una analisi più approfondita.

In Matteo (13,10) viene chiesto a Gesù perché mai egli parli in parabole, mostrando così che era già stata colta la novità di questo modo di comunicare, e che ad esso si doveva sottendere una ragione teologica.

In Mt. 13,34 si afferma che Gesù parlava solo per parabole e viene richiamato il salmo 77,2 che dice: “Aprirò la mia bocca in parabole, dichiarerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

In Mt. 21,45 i sommi sacerdoti comprendono che la parabola dei vignaioli omicidi si riferisce proprio ad essi.

In Marco 4,11, (i passi paralleli sono in Mt.13,13 e Luca 8,10) dopo la spiegazione della parabola del seminatore Gesù afferma: “A voi è confidato il mistero del Regno di Dio; a quelli di fuori (per me: ‘che si fermano all’esteriorità’), invece tutto viene esposto in parabole perché guardino, ma non vedano….non si convertano e venga loro perdonato”.  Così viene tradotto il passo nella lettura corrente che crea non pochi problemi, ma, come dirò, il senso è ben diverso.

In Mc.4,34  si afferma che Gesù parlava solo in parabole, ma in privato spiegava tutto ai suoi discepoli.

In Luca 20,19 la parabola viene diretta agli scribi ed ai sommi sacerdoti.

Questi passi forniscono una serie di elementi di cui mi servirò meditando il nostro tema.

 

‘Perché essi non comprendano’?

Una prima nota: da questi, come dagli altri testi, si può ipotizzare che la Parabola vien detta principalmente per i fedeli del mosaismo, cioè per i detentori della Divina Rivelazione scritta. Quelli cioè cui è stato escisso l’orecchio destro del buon ascolto, e che non hanno goduto ancora del miracoloso recupero di questo membro. Per essi non si è ancora squarciato il ‘velo del tempio’, cioè non si è ancora rivelato il senso unitario di quel molteplice (che appare nella esteriorità della  Scrittura), e cioè il Cristo che costituisce l’unico oggetto del discorso sacro.

 

Leggendo poi con attenzione le parole degli evangelisti, si nota che la differente forma del dialogare di Gesù è correlata alla qualità degli uditori.

Agli apostoli viene rivelato infatti il primigenio segreto fontale di Dio e cioè quell’Eucarestia che realizza la piena increaturazione ed ominizzazione del Cristo per tutti i tempi (per omnia saecula saeculorum).  In altre parole, per dirla con la liturgia, proprio attraverso lo ‘spezzare il pane’ si rivela il senso delle Scritture.

Per gli eletti invece il colloquio deve avvenire in una forma diversa. Ad essi infatti era stata già consegnata la grande rivelazione del Verbo, dalla quale si erano tenuti ‘fuori’, per collocarsi nella sua esteriorità letterale,  trasformando così  il dialogo con Dio in norma comportamentale (Legge).

Ed allora, come ultima carità, come ultimo insegnamento, quel Verbo velato dalle parole umane ed inteso purtroppo come umana normazione, quel Cristo velato dalla corporeità mortale di Gesù, si rivolge loro in parabole. Ciò facendo, li costringe a fare quel passo verso la verità nascosta che fino ad allora essi non avevano voluto compiere. In altre parole, dovendosi sforzare a passare dal racconto della parabola al suo significato, essi potranno imparare a superare la lettera e cercare lo Spirito.

In questo senso gli evangelisti annotano allora che i maestri del mosaismo, proprio perché hanno inteso la lezione, avvertono che il discorso è loro rivolto. E che esso, al di là dello specifico contenuto, propone un mutamento di metodo, una diversa maniera di accostarsi alla Scrittura, ridotta a parola di uomo, come dice altrove Gesù.

 

Questa ipotesi di lettura sembrerebbe però contestata in radice da quel passo, comune ai tre sinottici, nel quale Gesù afferma che Dio indurirà il cuore degli eletti (come fece col Faraone) perché essi non  capiscano, non si  pentano e siano così perdonati.

Ad onta di tutti gli smussamenti esegetici, il testo è sicuramente scandaloso e limita non poco quella salvezza universale che viene accreditata all’azione di Gesù.  Proprio in relazione a passi di tal fatta la figura di Gesù diventa allora contraddittoria, e si offrono anche le basi per un sotterraneo e subdolo gnosticismo.

A me pare che, al solito, l’idolatria della lettura corrente impedisce di leggere in un senso più giusto e più coerente con quella fede della Chiesa, troppo spesso invocata solo per liberarsi delle ‘novità’.  Dividendo il fonema ‘Me’ (che sostiene la negatività dell’espressione) io posso leggere nel passo marciano ciò che grosso modo ho prima affermato:

“Per quelli che si collocano a livello dell’esteriorità, (proprio) mediante le parabole, diventa una cosa sola (il Cristo) la totalità di queste cose (testi biblici). E così essi, quando contemplano, possono percepire; e certamente vedere Me (Cristo); e quando si mettono in ascolto, possono ascoltare e certamente ricompattare Me; a Me finalmente possono ritornare per essere liberati.”

 

Nello stesso senso Matteo (13,13-15) il quale (tra l’altro) dice (anche qui la traduzione è letterale):

“Realtà divine! Queste (sono) una cosa unica. Io parlo ad essi attraverso parabole.

Poiché essi non vedono pur guardando, e non ascoltano ciò che sentono, e neppure sintetizzano, e la spazzatura arriva al colmo, per essi (proprio) a parlare (è) la profezia di Isaia. Egli disse:

‘Il Suo ascolto (è) per i deboli. Voi (invece) seminaste dissolutezza.’

Ma voi certamente compatterete Me, quale (figlio) dell’Unico; e guardando mi vedrete; qui giù vedrete Me, (figlio) dell’Unico che (presiede) le cose che a lui appartengono.

Tu eccita il Cristo-Figlio come un capo. Le realtà divine, perciò la materia del piagato; perciò l’Ictus rosso, (sono) un calice per chi è disponibile. ’

Malvolentieri essi ascoltarono, e chiusero i loro occhi per non vedere.

Tu ascolta, con gli occhi e con le orecchie! Che essi si salvino del tutto attraverso un cuore disponibile, tutti uniti come un calice.

E si convertano, e saranno salvati.”[2]

Luca a sua volta esprime lo stesso concetto, ricalcando sinteticamente Marco.

Se si aderisce alle versioni che ho proposto, e che come sempre avrebbero bisogno di molte limature (anche in considerazione della possibilità di altre letture), insieme al ‘segreto messianico’ sparisce anche questo strano modo di comportarsi di Gesù; ed allora, senza bisogno di sotterfugi e di tesi elucubrate,  gli si può apertamente riferire il titolo di salvatore universale.

 

Un unico e complessivo significato?

Posto che i vangeli sono rivelazione, considero pacifico ed  evidente che anche con la ‘parabola’ lo scrittore volle costruire un testo significativo contenente proprio una rivelazione. Da questa succinta definizione si possono trarre delle deduzioni interessanti.

 

Se l’evangelista non ha fornito criteri per emarginare, svalutare o scartare alcuni elementi che formano la sua parabola, essa va compresa nella sua totalità, senza nulla omettere. E’ improprio domandarsi, così come invece è lecito fare rispetto ad un testo letterario, che cosa ‘in breve’ vuol dire il racconto. La Parola di Dio non soffre ablazioni, e il soggetto è sempre e solo il Cristo, considerato nei suoi rapporti con l’umanità ed il cosmo. Oggetto della Scrittura non sono idee e concetti, ma la persona stessa del Cristo incarnato. Ogni elemento del Libro è sempre un tassello dell’unico e dimenticato tema della Rivelazione, e cioè la venuta di Dio nel mondo. Questo è l’unico oggetto della Bibbia.

In altre parole non c’è solo una significatività globale del testo (come dire: questo è il senso della parabola), ma ogni parola, espressione, articolazione sintattica, immagine etc ha un suo specifico valore e significato. Ed ancor più sono importanti quelle sfasature (le chiamo ‘scandala’) che funzionano da ‘lampeggiatori’ di un senso più profondo, e che vengono invece o aggirate o piallate via nelle traduzioni e nei commenti.

 

Leggere una parabola equivale a conoscere una persona, sapendo che c’è sempre da scoprire qualcosa, e che questo nuovo sapere avrà sempre la freschezza della novità. Nulla c’è di più deleterio di quel senso di sazietà  che invade chi ha compreso qualcosa, e crede con ciò di aver ‘posseduto’ il testo sacro. Esso è sempre figlio della Pentecoste.

Dalla parabola l’uomo apprende a non fermarsi sul pianerottolo spirituale  già raggiunto, perché la scala prosegue indefinitamente; che non deve passare sempre per la stessa ‘porta’, ma tentare le altre perché gli potrebbero svelare nuove pienezze; a non ripetere l’errore di chi voleva costruirsi un granaio nel quale vivere in fissità di morte . L’ascetica è l’essenza stessa del vivere.

Dalla parabola apprende anche che come essa, nella sua consistenza letteraria, si concretizza in compitazioni (cioè letture) diverse, così è l’esistere umano; ma al tempo stesso che, come la parabola esprime sempre e solo il Cristo, così nel suo multiforme proporsi l’uomo trova il proprio significato nell’unico Cristo al quale si configura il ‘sono’ della sua anima.

Nell’osservare il testo materiale della parabola, diventa cosciente della propria irripetibilità; di ciò che egli è, mentre appare in compitazioni esistenziali diverse. Si rende allora conto che ha un suo ‘Nome’ specifico; che esso, come le brute cifre del testo, non  ha un proprio senso perché tutti quelli che esprime sono transitori; che troverà pienezza di significato solamente quando si identificherà con il Nome del Cristo.

Ed infine comprende che egli non può imitare nessun altro essere umano, per santo che sia, ma solamente il Cristo, unico paradigma aperto a mille forme di imitazione tutte diverse tra di loro. 

 

Il Verbo e la storia

Sotto altro profilo, la parabola con la sua commistione di fatto e verità, ricorda costantemente che l’incontro con Dio avviene nella singola ed esistenziale storia personale (quasi omologa alla lettera della parabola), e  nella Vita intesa proprio come ‘congiunzione’ tra Dio e l’uomo.  In questo senso la parabola sacramenta il contatto fra storia umana e Verbo di Dio.

Nel discorrere attraverso parabole, Gesù rivela allora l’importanza della storia umana e, unendola alla storia sacra, cioè alla presenza operante del Cristo nel mondo, invita ad una diversa comprensione dell’esistere. Le due storie stanno tra loro come trama ed ordito per cui nessuna delle due può escludere l’altra

E’ di tutta evidenza l’ateismo pratico che inquina la società odierna la quale pure si proclama cristiana. Nella prassi cristiana valutazioni e scelte sono in pratica fondate unicamente su dati esistenziali (danaro, comodo, ambizione etc) e Dio occupa solo lo spazio residuale di un’ora domenicale o di qualche momento della giornata.

La meditazione della ‘parabola’ invita a recuperare questa commistione fra umano e divino, fra fatto e significato sacro di esso; a considerare storia e divino non come eventi divisi, ma come un qualcosa che costituisce l’uomo. In questo senso la preghiera pubblica dei musulmani sta diventando un vero segno dei tempi in una Europa scristianizzata. E a volte, considerando la prassi clericale, mi vien da pensare che la abitudinaria celebrazione delle ore canoniche è diventata una specie di pace-maker ci un’anima che ha paralizzato le sue labbra.

 

Infine, se la parabola viene intesa come narrazione della storia teologica della Salvezza, diventa assai ridotta la distanza che la separa da ciò che sembrerebbe mera narrazione di eventi; e le due cose finiscono anzi con l’assimilarsi. Per esemplificare si rifletta che la ‘storia’ giovannea della Samaritana può considerarsi una vera e propria parabola; mentre il passo lucano dedicato al ‘Samaritano’ può leggersi al contrario come una vera e propria storia della presenza del Cristo nel mondo.[3]

Deve esprime un ‘euagghelion’

Se la parabola è un testo significativo contenente una rivelazione, non si potrà accettare come buona una spiegazione: - che non alluda ad un contenuto della fede in Gesù Cristo; -  che non sia un ‘buon annuncio’ (eu agghelion) e una rivelazione riguardante la nuova Eva, cioè la Chiesa (Eua agghelion).

Quest’ultima precisazione è di fondamentale importanza.[4] Poiché il buon annuncio è la Vita (nella triplice dimensione, corporea, immateriale cioè animica, e divina), non si può dire di aver bene interpretata la parabola se essa suggerisce o finanche culmina in una soluzione negativa. La Vita, come oggetto tipico della parabola è infatti principio di letizia, di coesione ecclesiale, di immedesimazione a quello Spirito che è Signore e dà la Vita. E’ per me scandaloso il fatto che, a seguire la lettura corrente, molte parabole sembrano concludersi senza appello  nel rifiuto, nel dolore e nella morte.

Stranamente non viene notata la piattezza di molte parabole che sostanzialmente non eccedono l’umana sapienza. Chi, con pazienza rilegge tutte le parabole, così come vengono presentate, dovrà, in base ad esse, considerare Gesù nient’altro che un sapiente, che espone il meglio della cultura umana. L’aspetto divino (che secondo Paolo è stoltezza per gli uomini) può essere recuperato solo a prezzo di molta fatica, e per vie a volte tortuose.

Talvolta ci si scontra poi con un Dio esoso che cerca a tutti i costi l’interesse sulle somme che ha depositato presso un privato; o che arbitrariamente paga di più gli operai dell’ultima ora; o che lascia gli ammazzino pure il figlio primogenito prima di prendere provvedimenti e poi, quando finalmente si muove è inesorabile con i vignaioli. Per non parlar poi di quel Dio che loda un amministratore ladro, senza riservargli neppure una parola di biasimo. Una specie di beatificazione di tangentopoli.

In questi passi, i criteri ermeneutici in uso mostrano la corda. Eppure  proprio questa scandalosità andrebbe meditata a fondo per imbroccare una giusta via esegetica, senza cercare di piallare il testo o edulcorarlo con certe note a fondo pagina che non riescono proprio convincere. Purtroppo una immagine oleografica di Gesù, presentato come un buon e remissivo seminarista, impedisce di cogliere quel rovesciamento dei valori mondani che pure con tanta forza sono affermati altrove nel vangelo.

Lo strumento più subdolo per far collimare cose del tutto opposte è infine la ‘segmentazione’ che consente di comporre florilegi di isolati passi, a seconda della finalità della predica da tenere: ‘Et diviserunt vestimenta mea’.

 

Lettura diretta o ‘obliqua’?

Un terzo punto, che mi sembra interessante, prende spunto dal significato del termine ‘parabolè’. Quando esso indica un percorso sinuoso ed  obliquo, avverte il lettore che, così come diceva Agostino, il senso letterale è il più pericoloso (egli lo chiama ‘carnale’). Leggere una parabola non è dunque possibile con quel cammino rettilineo che permette di scorrere agevolmente un articolo di giornale o un romanzo; l’esegeta deve invece muoversi obliquamente, battendo direzioni diverse.

Né mi sembra accettabile quel procedere ‘letterario’ che fa della parabola l’occasione per un pezzo di colore, nel quale la psicologia è la dimensione principe. Proprio questa lettura va oggi di moda non solo nei commenti scritti, ma anche in quelli che utilizzano i molti mezzi ora a disposizione (es. pellicole cinematografiche).

Considerando ancora il nostro termine come forma dell’aggettivo ‘Parabolos’ che equivale ad ‘audace, ardito, arrischiato, ingannevole’, il paralre in parabole propone due opzioni: essere audace nella lettura, superando la falsa pace dell’evidenza; non lasciarsi irretire dalla ingannevole ‘lettera’, cioè dalla evidenza letteraria del testo.

 

 

Parabola assente nell’Antico Testamento

Già da queste brevi notazioni si può dedurre che la parabola è un quid di complesso e di non facile lettura. A ciò va aggiunto un altro dato e cioè la sua assenza nell’enorme mole letteraria dell’Antico Testamento.

Questa assenza non può considerarsi un fatto meramente letterario, connesso ad esempio a mode o scelte tecniche degli autori; come infatti è pacifico, il vangelo è strettamente collegato alla Rivelazione che lo precede, unica essendo la Parola di Dio. In altri termini non è superfluo interrogarsi  sulle ragioni che hanno spinto gli evangelisti a esprimere le rivelazioni di Dio in forma di parabola. Un problema questo che fu formulato ed in qualche modo (?!) risolto quando gli stessi agiografi affermarono che Gesù parlava in questo modo per non essere compreso da un certo gruppo di ascoltatori. Su questo punto spero di aver fatto chiarezza.

 

Una struttura vuota

Il riferimento obbligato della parabola all’Antico Testamento suggerisce comunque un’altra considerazione. Se molteplici sono le letture che si possono dedurre dai testi antichi, anche la parabola godrà di questa polisemanticità. Anzi quest’ultima assumerà una connotazione ancor più specifica, in quanto collegabile non solamente al suo testo letterario, ma anche alla sua funzione sacramentale.

In quanto la parabola esprime la realtà stessa di Gesù uomo storico e poi eucarestia cioè incarnazione del Cristo per tutti i tempi a venire, essa Come ora dirò, dovrà considerarsi quasi uno schema astratto capace di attualizzarsi in ogni tempo; assume così una connotazione strettamente profetica.

In altri termini la parabola sarebbe equiparabile ad una struttura vuota, priva cioè di determinazioni storiche, che può essere riempita volta a volta, a misura delle specifiche situazioni alle quali la si adatta. Una Parola pura che si attualizza e diventa profezia nelle varie contingenze storiche. E’ quanto ho cercato di proporre con quel metodo ermeneutico che ho chiamato ‘delle sagome’.[5]

Essa quindi va letta su vari palcoscenici, come ad esempio quello della storia dell’Incarnazione, della Chiesa nascente, di quella dei nostri giorni, della intimità dell’uomo etc. In questo senso può diventare finanche una diretta narrazione della ‘storia sacra’. Così leggo tra le altre le parabole del cd. ‘Fattore infedele’ e del Figliuol prodigo’.[6]

 

Sacramento del Cristo

Nel riferimento al VT. colgo un altro profilo che ordinariamente non viene in evidenza. Rivelazione di Dio è certamente ‘il Libro’, ma prima di esso era presente la ‘Voce’ (profetica) e dopo, con la presenza di Gesù,  questa progressione di ‘Fonè, Grafè’ si perfeziona nell’uomo, cioè Gesù stesso, e chi in lui si viene ad annidare. La persona umana diventa così il  vero libro sacro e vivente, con la conseguenza che, considerando la ‘lettera’ del testo sacro equivalente alla storicità corporale dell’uomo, quest’ultimo può definirsi una vera e propria parabola.

Muovendosi in questa ottica si potrebbe allora dire che la parabola non nasce come genere letterario, ma come sacramento del Cristo incarnato, e visibile sia in Gesù che in ogni cristiano. Per tale motivo non poteva essere presente nell’Antico Testamento (tempo della Voce e dello Scritto), ma solamente nel vangelo, cioè nel tempo dell’uomo-libro vivente.

 

Ciò orienta a meditare, come già accennavo, sul significato stesso dell’uomo. Ogni essere umano, inteso non quale evento biologico ma quale figlio di Dio,  custodisce un sé un senso unico, specifico, esclusivo. Esso deriva da quella particolare Parola creativa che Dio ha pronunciato quando lo ha chiamato alla vita.

Questa Parola (potremmo in qualche modo identificarla con l’anima) è praticamente incomprensibile nella dimensione storica, ma continuamente si rivela; essa diventerà chiara ed intelligibile quando l’occhio dell’uomo coinciderà con quello di Dio, e saprà vedere se stesso nel tutto. Ogni fase dell’esistenza è un termine dell’intero discorso che nominiamo ‘Cristo’. In questo senso, come la parabola, l’esistenza umana assume il suo pieno significato solo quando si inserisce nel vivente tessuto del Cristo rivelato in Gesù.

L’uomo come ‘discorso’, come ‘rivelazione divina’, come sua ‘incarnazione’, conoscerà se stesso solo nella finale parusia del Cristo. Nel frattempo egli fissa però la sua attenzione esclusivamente sui singoli momenti, non differentemente da come il lettore frettoloso che si lascia ipnotizzare da uno qualsiasi degli elementi della parabola. Così facendo, non riesce allora a cogliere: - nella sua esistenza le divine provocazioni incarnate nei fatti (segni dei tempi); - e nella parabola, gli ‘scandala’ che lo orientano ad una più piena comprensione.

Come la parabola, l’uomo è dunque un supporto articolato del Logos; non lo esprime nella sua totalità, eppure diventa, come accadde per Gesù, la ‘porta’ che si schiude su questo grande mistero. Di qui il valore relativo, e tuttavia essenziale, di ogni evento umano.

Inserito nella comunione del Cristo, gradatamente l’uomo ritrova il suo specifico e misterioso ‘Nome’, cioè il suo senso profondo. Potrà allora  comprendere se stesso solo quando sarà nella Casa del Padre, cioè in quella Chiesa nella quale, come avvertono gli evangelisti, Gesù spiega la parabola ai suoi discepoli. Allora quel ‘nome’ non sarà solo espressione di una gelosia del proprio ‘sé’, perché questo ‘sé’ saprà di essere immedesimato a quello del Cristo. Paolo dice: Non sono più io che vivo in me, ma il Cristo.

Parallelamente la parabola non avrà mai un senso pieno fino a quando sarà letta nella variabilità della realtà esistenziale, ma lo avrà totale solamente quando sarà letta misticamente ‘in Cristo’; e ciò allo stato significa: nella comunione ecclesiale. Oggi i sensi che essa riesce ad esprimere sono solo bagliori di quella Pietra che l’uomo conoscerà alla fine. Potremmo dire che Maria sta ancora meditando nel suo cuore la Rivelazione del proprio figlio.

Se unicamente la Vita può conoscere le proprie manifestazioni, l’interprete è costretto ad essere umile; è cosciente infatti di poter intuire anche mille significati, ma di non poter mai possedere la parabola della sua Vita personale; ed a maggior ragione, di non poter impadronirsi di quel ‘nome di Cristo’ che, da lui in persona, è stato esposto in quella parabola storica.

Ed infine, considerando che non può cadere la benché minima parte del vangelo, l’uomo comprende infine che non c’è gesto alcuno della sua esistenza che possa considerarsi superfluo; in ognuno di essi si è infatti  incarnato l’unico Cristo. E sopravviene un santo orgoglio nel sapersi elemento indispensabile della storia sacra, cioè dell’evento Cristo; non disgiunto però, questo orgoglio, dalla coscienza di dover collocare nel punto giusto voluto dal divino scrittore, la lettera, la parola, la frase  che l’esistenza viene compitando e tracciando sul grande libro costituito dal corpo stesso del Cristo.

In questo momento si avverte allora che il senso della storia umana consiste nel suo articolarsi, compitarsi e dotarsi di segni diacritici, coerentemente a quanto voluto dallo Spirito di Dio.

Come gli eventi dell’esistenza, le cifre grafiche del testo appaiono all’uomo obbedienti ad un dato ordine cui si connette uno specifico significato; eppure, solo cambiando una virgola, o compitando e ricompitando le sequenze fonematiche lo Spirito può trasformare quel tessuto bruto in un dialogo nuovo.  Dunque, come lo Spirito crea la storia dai bruti venti umani, ugualmente crea il discorso della parabola; e come, attraverso questa operazione dà un senso ad una sequenza bruta di suoni, così diventa provvidenza nella storia umana, e la trasforma in ‘poema di Dio’, sicché i cieli e la terra possono cantare la gloria del Signore.

Queste ultime considerazioni fanno riflettere che la legge della vita consiste proprio nello spezzare e ricomporre (solve et coagula degli alchimisti). Francesco d’Assisi spezzò i legami che tenevano uniti i momenti della sua vita quotidiana, e ricompose diversamente la sua giovinezza, il suo stato sociale, i suoi istinti e i suoi sentimenti. E quando fu tutto ristrutturato in una sintesi nuova, in un significato diverso,  egli in persona divenne, un poema di Dio.

Anche nella parabola ogni fonema si vanta di essere un termine, una parola conchiusa. Sarà pur vero, ma se non si spezza esso non darà frutto, cioè non riuscirà a costituire una sintesi nuova, più viva di quella precedente. Francesco, con la sua nudità, cominciò col farsi seme che si spacca; poi divenne germoglio, pollone ed infine quella pianta maestosa su cui vennero a fermarsi le divine parole, quei mistici uccelli con i quali naturalmente cominciò a dialogare.

Ed insegnò allora che la preghiera perfetta a Dio è quella che si attua attraverso la sua Parola, ma solo e quando essa non è lettera morta, distesa sui tavoli anatomici delle scienze umane, bensì fermento a sempre nuove manifestazioni, a nuovi virgulti. Il suo inno alle creature corrisponde proprio al cercare un sacramento di Dio negli eventi della vita e nei fonemi evangelici.

Come ogni segno grafico della scrittura è espressione del Verbo, quando  a ricomporli è lo Spirito, così nell’esistenza l’uomo, tutto diventa necessario, inscindibile, in una parola diventa ‘prossimo’.

Le cose entrano in noi e diventano me stesso attraverso i sensi; così il prossimo diventa me stesso quando a riceverlo è l’orecchio o l’occhio dell’anima.  Chi medita veramente la Parola divina non può allora fermarsi ai termini, o alle frasi nel loro valore significativo,; al contrario deve polverizzarli in cifre grafiche, e poi invocare lo Spirito a che le ricomponga.

Questo bagno nell’indistinto dei caratteri gli permette allora di comprendere che il mondo ed il prossimo non vanno colti per quanto essi autonomamente significano nella realtà storica; bensì per il nulla che valgono nella loro dimensione minima e atomizzata: proprio quest’ultima  è la materia che lo Spirito ricoagula ad un senso nuovo.

Non si deve amare chi è degno di amore, ma chiunque, fosse anche il proprio nemico. E ciò è possibile perché nell’altro si ama un qualcosa che il suo senso non lo ricava dalla specifica ed a volte squallida esistenza da lui vissuta, ma dalle mani dello Spirito che continuamente lo ricrea. In parallelo, non si amano i caratteri grafici della parabola, ma quel senso che lo Spirito costruisce proprio servendosi di essi. Ciò fa riflettere che se si prendono in considerazione le malvagie cifre della storia di chi ci ha fatto del male, non si può far altro che odiarlo.

Così, nel meditare la Parola di Dio non se ne può solamente cogliere il senso primo ed evidente che talvolta è proprio scandaloso, ma piuttosto va contemplata l’opera dello Spirito che si serve dei componenti bruti e finanche odiosi per costruire un che di nuovo e di meraviglioso.

Meditare una parabola presuppone innanzi tutto il trasformarla in un contenitore di  cifre grafiche insignificanti, come note senza pentagramma; ma con la certezza che il vento divino le ricomporrà per parlare in un modo diverso, a chi sta meditando.

Quanto propongo potrà pure sembrare una follia, ma preferisco quest’ultima alla fredda sapienza di coloro che ad un loro sistema mentale, ad una loro visione della storia e dell’uomo, ad una loro pregiudiziale scelta sul significato del testo, agganciano la multiforme Parola di Dio.

Come allora nella vita nessuna cosa può identificarsi ad un’altra perché tutto è singolarità, e nulla ha senso obiettivo in quanto ogni cosa è, in quanto risulta inquadrata in uno specifico contesto, così nella Parola di Dio nulla ‘è’, ma tutto diviene. Chi resta ferma è il tutto, è il Cristo. E il grande costruttore di novità è lo Spirito.

 

Una chiave di lettura del VT

Un ulteriore motivo di riflessione deriva dal fatto che Gesù può considerarsi la sintesi del VT,  l’indice sommario di tutta la Bibbia, e non solo in quanto sintetizza in sé ogni rivelazione, ma anche perché è la chiave per aprire le sue mille porte. E se Gesù ama rivelarsi attraverso le parabole, quest’ultime possono considerarsi anche come uno strumento capace di  ordinare le rivelazioni contenute nel VT. e ricomporre i lineamenti del Cristo che in essa sono diffusi.

E’ questo un profilo molto suggestivo in quanto fa pensare alla parabola come una scaletta di termini autonomamente significativi (il senso specifico lo ricavano dal primo uso che l’agiografo veterotestamentario ne ha fatto) collocati in una sequenza capace di mettere in un certo ordine i racconti biblici e collegarli fra loro perché possano esprimere un loro specifico contenuto di verità.

Consultando le ‘Chiavi bibliche’ (che elencano tutti i luoghi in cui ogni parola è stata usata), ho notato che si può leggere la Bibbia in un modo del tutto diverso, recuperando un messaggio trasversale all’andamento diacronico dei testi. Se si analizza la parabola in questa specifica ottica, si viene formando, nella sequenza dei singoli vocaboli che la compongono, uno schema di catechesi sul Verbo incarnato. Il contenuto tematico della catechesi è ricavabile dalla densità teologica dei singoli termini. In altre parole è possibile ordinare in sequenza i passi dove per la prima volta è presente il singolo termine, e coordinare tra loro la teologia che dagli stessi si può dedurre.

Ho cercato di fissare questo modo di leggere la Bibbia e l’ho chiamato ‘delle parole in codice’.[7]

 

Un testo multimediale

Il VT. presenta una struttura che assomiglia molto a quei testi che oggi sono detti ‘multimediali’ in quanto si servono di mezzi espressivi diversi. Ugualmente si può dire della parabola in quanto può essere letta per immagini, per struttura drammatica, per concetti etc. Ad esempio una chiave per interpretare la parabola dei cd. ‘operai dell’ultima ora’, che appare banalmente ‘antisindacale’ e praticamente ingiusta, è costituita dalla corrispondenza fra le ore della chiamata e quelle della passione di Gesù. Sovrapponendo allora le due storie, se ne può ricavare una diversa e più densa interpretazione. In questo caso il criterio seguito è quello delle ‘Immagini’ disegnate nei due passi.

In conclusione, è possibile interpretare una parabola facendo interagire le immagini e le sagome che essa contiene; oppure considerando le singole parole ‘dense’ di uno specifico significato teologico; o ancora utilizzando la sequenza dei termini da cui è composta, assunti come rinvio a specifici passi della Scrittura e quindi a nominate teologie.

 

 

Duplicità e ‘favor dei’

Una delle tematiche fondamentali nel VT è costituita dalla ‘duplicità’ (di soggetti o situazioni) connotata (almeno ad una prima osservazione) anche dal ‘favor Dei’ verso uno dei soggetti della coppia. Non si comprende per quale motivo, eppure sembra proprio che Dio preferisca Abele a Caino,  Giacobbe ad Esaù, e Isacco ad Ismaele.

Se solo si analizza il significato delle parabole (nella lettura corrente) si può concludere che essa, nella persona di Gesù, figura eminentemente doppia eppure unica, conclude questo modello ‘duale’. Essa infatti annuncia che tale ‘favor’ riguarda entrambi i componenti della coppia e non uno solo di essi. Proprio su uno schema antitetico di dualità si reggeva la specialità vantata dall’establishement religioso dei Giudei del tempo di Gesù: essi, ed essi soli, erano i ‘figli di Abramo’, cioè i ‘risvegliati’ da Dio; gli altri uomini erano qualcosa di residuale. A fronte di ciò la parabola annuncia che tutti indistintamente sono figli di Dio.

Anche il vocabolo ‘Parabolè’ testimonia in questo senso; esso infatti può essere inteso come ‘Congiunzione’, e in particolare di due astri, termine quest’ultimo che nella cultura del tempo serviva anche ad indicare le anime. Si può allora considerare che il parlare di Gesù per parabole attesta la sua intenzione  di congiungere ciò che era diviso e non tanto nei ‘corpi’, cioè la dimensione esistenziale delle persone, ma nelle anime. Dunque quelli che apparivano divisi nella ‘lettera’ (vedi ad es. la parabola della ‘cena’), o se si vuole della ‘corporeità’ (separazione fra Giudei e Greci) diventavano come all’origine uniti in quanto anime (astri).

Sul piano dell’esegesi scritturistica ciò significa altresì che nessuna diacronia può impedire di congiungere passi di libri distanti fra loro nel tempo; la loro Verità, che ne costituisce l’anima, è infatti libera dal tempo. Nel ‘Sono’ dell’anima il primo versetto della Genesi si può congiungere con l’ultimo rigo del NT. Ciò naturalmente a patto che l’esegeta non si lasci condizionare proprio dalla collocazione letteraria del testo nella storia, come oggi va di moda, badando più alla ‘lettera’ che allo Spirito che si rivela.

Sul piano personale si può altresì cogliere, in questa dinamica, il significato più profondo dell’amore del prossimo che banalmente viene ridotto da alcuni in un ipocrita ‘abbracciamoci’ e nel perdono delle offese, ugualmente inteso come umano superamento della istintuale reazione al torto subito. Evento quest’ultimo che a volte diventa proprio impossibile.

Amore e perdono riguardano invece una ‘congiunzione’ (parabola) che si attua sul piano delle anime. Anche chi odia colui che gli ha fatto un male enorme, se solo potesse vedere le condizioni terribili in cui versa l’anima del suo aggressore, ne avrebbe certo pietà come di un bambino infermo e maltrattato. Non si limiterebbe allora a quei perdoni verbali e puntuali che fanno tanto rumore, ma si adopererebbe, nel segreto del suo cuore, per salvarla, quell’anima, dalla sua condizione miserevole.

 

Parabola e Verbo divino

Se la parabola viene considerata un sacramento della persona di Gesù, Verbo sempre presente nel mondo, essa andrà nettamente distinta dall’apologo. Considerandola come la narrazione in termini drammatici della Incarnazione del divino Verbo, con le conseguenze che da ciò derivano per l’uomo, la parabola diventa un luogo privilegiato nel quale si può cogliere un dato molto significativo. Mi riferisco al fatto che il ‘parlare’ di Gesù non è un che di aggiunto alla sua persona, ma la sua persona stessa di Verbo di Dio, di Logos.

Quando parla Gesù mostra come è si presenta all’uomo, ed in particolare nella parabola egli rivela di essersi in qualche modo mascherato (passi la forzatura del termine) così come lo aveva fatto nel VT. Tuttavia egli si è celato con una maschera tale da manifestare, a chi ha occhi per vedere, non già la sua presenza storicamente puntuale, bensì quella eterna e sempre attuale.

Questa verità viene rivelata dallo stesso vocabolo se viene compitato ‘Parà ‘B.’ o L. e’. Questa sequenza fonematica, sciogliendo le lettere puntate, fa intendere: ‘Unitamente alla Scrittura, il Logos parlò’.[8]

Possiamo dunque dire che Gesù si autorivela parlando in parabole, e mostra al tempo stesso che il Logos manifestatosi all’uomo (Voce, Scrittura, Vangelo, uomo-libro) è sempre qualcosa di coperto, qualcosa da speculare con acribia e spirito di fede, almeno fino alla Parusia, cioè alla scoperta rivelazione di Dio.

Parallelamente, anche il fedele è una grande parabola del Verbo; lo  dimostrano i santi, nella Chiesa sempre incompresi e pietra di scandalo. E ciò fa riflettere su un’altra verità: la meditazione della Scrittura, al di là di tutte le vie ermeneutiche, consiste in una ascetica personale, cioè in un progressivo svelamento di sé a se stesso attraverso l’ascetica. Un discorso questo che si sottintende a tutta l’autentica tradizione alchimistica malintesa e quindi emarginata.

 

 

Figura geometrica e storia della Vita

Intesa come figura geometrica, la ‘parabola’ enuncia il modo con cui la realtà mondana entra in dialettica con la divinità.  L’esistenza umana è veramente una ‘curva parabolica’ perchè nasce, cresce e decade: tu sei polvere ed in polvere ritornerai.

Se questa curva viene rapportata alla storia sacra, essa simbolizza la vicenda degli ‘eletti’ ed uno speciale profilo dell’azione di Gesù. La ‘parabola’, nella sua qualità geometrica, avverte che, avendo toccato nella divina vocazione l’acme del proprio fulgore, gli eletti ora decadono; ed al contrario coloro che erano caduti in basso ora vengono rialzati. Ed essi batteranno non più una via che inesorabilmente piegherà giù, ma  un percorso rettilineo ed infinito che ha come meta Dio stesso. Gli evangelisti sintetizzano tutto ciò quando affermano: “hai scalzato i potenti dai troni ed hai esaltato quelli ridotti a terra” e “siate perfetti come il Padre vostro”.

Il nostro vocabolo, considerato in riferimento agli eletti, diventa ancora significativo quando lo si legge: ‘Parà bolais’ , intendendo ‘Bolè’ come ferita prodotta da un colpo di selce, e quindi in metafora coloro che hanno subito la circoncisione che si realizzava proprio mediante un coltello di selce. Ed ancora quando, dialetticamente, viene letto come ‘par abolais’ che significa ‘per le infantili’ (comunità), cioè per le Genti.

Il nostro termine sintetizza così il discorso di Gesù che  parla contemporaneamente ai due figli per annunciare un riunirsi (congiunzione) alla luce delle loro specifiche storie. In chiave ecclesiologica rimanda allora alla ‘Donna’ che, riunendo sole e luna, attua la congiunzione fra due astri; e   sintetizza la persona di Gesù (manifestato nel suo ‘detto’) venuto nel mondo per  riunire i due tronconi divisi dell’umanità, e farne una sola famiglia.

 

Parabola come storia della Salvezza

In termini più generali possiamo aggiungere che la parabola esprime, nella sua stessa sostanza letteraria, la ‘storia della Savezza’, in quanto a presidio e guida della ‘lettera’ pone un senso che illumina il tutto e dà ad esso una forma particolare. Questa conclusione viene suggerita ad esempio dalla parabola del ‘Figliuol prodigo’ che, se non viene degradata ad apologo, si manifesta come una autentica storia dell’incontro di Dio con l’umanità, nel Cristo (che è proprio quel figlio all’apparenza degenere).

Un  tempo mi chiedevo: perché tanto spreco di parole per affermare un principio di buon senso umano? Si sa che non giova rompere il cordone ombelicale da cui proviene prestigio e ricchezza, e che la migliore soluzione, tempo di magra, è ritornare a casa. Ed ancora:  Dio proprio doveva scendere sulla terra per insegnarci ciò che appartiene già alla cultura umana? Ma perché in quel padre  bisogna leggere Dio?

Chi affonda la parabola senza pregiudizi potrà solo concludere con l’adagio popolare secondo cui un padre basta per cento figli, ma i figli dimenticano spesso il padre. Queste mie annotazioni vogliono far riflettere che forse sono insufficienti i criteri ermeneutici correntemente seguiti per interpretare i passi evangelici. Anche perchè nessuno sembra notare che, finanche in traduzioni autenticate, la Parola di Dio viene trasformata in letteratura attraverso inserimenti, forzature del testo greco, o improbabili sintesi che trasformano ad es. la mistica ‘Cena’ che il Padre imbandisce per il figlio rientrato in: “E facevano festa ogni giorno con grandi banchetti”. Un napoletano concluderebbe che tutto finì ‘a tarallucci e vino’.

 

 

La spiegazione della parabola

Un dato evangelico che esige una attenta meditazione, perché illumina la persona del Cristo, consiste nel fatto (al quale non si dà troppo peso) che  Gesù spiega ai suoi discepoli un’unica parabola, quella del ‘seminatore’.

E’ singolare che Gesù si sia attardato a spiegarne una che a confronto di altre era piuttosto accessibile; e che la sua spiegazione sia stata  estremamente povera.  Ciò mi fa pensare che il suo scopo non era quello di chiarire il contenuto di quanto aveva detto, ma di insegnare piuttosto ai suoi discepoli come la futura Chiesa avrebbe dovuto accostarsi alla Rivelazione scritta.

Gesù insegnava cioè un metodo di lettura della Scrittura e che al primo ascolto deve seguire un tempo di meditazione; che la Parola di Dio non va semplicemente letta o ascoltata, ma va ruminata per poterla penetrare; e ciò deve avvenire, non alla luce della sapienza umana, ma del Cristo (la sua presenza).

L’atto dello ‘spiegare’; il fatto che esso venga attuato da Gesù in persona; l’ascolto che è riservato ai discepoli; l’ambiente chiuso possono considerarsi come i tratti stessi del meditare cristiano.

Nel sentire corrente, il meditare equivale a ‘pensare’, formulando cioè conclusioni intellettuali da contemplare, impreziosire e conservare. Quanto più queste operazioni sono complesse ed i risultati corposi, tanto più si considera quella meditazione come buona e fruttuosa. Ciò che colpisce in una meditazione è in pratica un qualcosa valutabile con parametri umani.

Alla luce di questa spiegazione data da Gesù, io credo che la meditazione  non consiste in ciò che si riesce a sentire, pensare e formulare, ma in ciò che si riesce ad ascoltare con l’orecchio dell’anima, l’unico che ha valore all’interno della comunione ecclesiale.

Emarginando ogni individualismo e gelosia intellettuale e spirituale, la meditazione deve inquadrarsi in una comunione perché essa stessa è il Cristo; e deve avere come scopo un giovare agli altri. Perciò la spiegazione di Gesù si svolge all’interno della ‘Casa’ che allude proprio alla Chiesa incinta del suo mistero eucaristico (segretezza di tali misteri).

Ed ancora, che la spiegazione data da Gesù è di una grande povertà intellettuale proprio per  segnalare che la parte importante consiste nel colloquio e nell’ascolto; nella presenza di quello Spirito che spiega e di fronte al quale Maria si mette in contemplazione, mentre Marta sfaccenda (e non certo a vuoto).

Il Gesù che ha pronunciato la parabola non è lo stesso che la spiega; nel primo accadimento egli è il Cristo incarnato che parla nell’umana dimensione; nel secondo è il Cristo Spirito che segue e che chiarirà, come dice il vangelo, quello che egli ha detto. E’ lo stesso Cristo che (Atti 1,3) appare ai suoi discepoli, dopo la resurrezione, per quaranta giorni, e parlò loro delle ‘cose di Dio’.[9]

 

Questi 40 giorni sono proprio il tempo della Chiesa, quello che viviamo; in essi Gesù risorto, cioè il suo Spirito, spiega agli umili le sue parabole. Non un tempo di esoterismo, ma di chiarezza, quella stessa che non si riesce a cogliere nella ‘apocalisse’ (che significa proprio ‘rivelazione’) perché la si presuppone esoterica. Spero proprio di poter in seguito evidenziare quanto invece essa sia semplice.

Dopo il primo ascolto, che per tanti resta anche l’ultimo, bisogna seguire il grande Rivelatore. Ma lo Spirito è praticamente sparito dalla prassi religiosa; e questa perdita ha falsificato la meditazione, traducendola in commento intellettuale o sapienziale, o ‘scientifico’ come oggi si usa dire.La meditazione è invece la preghiera più alta, perché compiuta nella ‘Casa’ di Dio, insieme a tutti (anche se materialmente assenti), ascoltando lo Spirito che parla con ‘gemiti inesprimibili’ e quindi non può essere valutato, nel suo dire, dalla povertà di quanto noi riusciamo ad ascoltare, ed ancor più a ripetere agli altri.

Gli evangelisti non lo dicono, ma a me piace pensare che un fiume di verità passò in quel giorno da Gesù alle anime dei suoi discepoli, un fiume che, agli occhi del corpo, appare forse come piccolo catino di povere parole, quelle che ancor oggi leggiamo come ‘spiegazione’ della parabola.

Meditare diventa fenomenologia dello Spirito, quando chi medita attua una continua proiezione di sé nello Spirito che gli parla, sicché l’ascoltatore è nella Parola e la Parola è nell’ascoltatore. Ciò che egli opera umanamente sulla Parola, la Parola lo opera divinamente in lui; e ogni operazione attuata sul sacro testo si trasforma in azione vitalizzante sulla realtà umana di chi medita.

Questo intuirono gli alchimisti quando affermarono che il processo obiettivo che, partendo dalla materia bruta (lettera del Libro) porta all’oro (della Rivelazione di Dio), è perfettamente identico a quello che si attua in colui che, proprio per cercare, sa ascoltare. Sarà lui stesso a diventare oro. E in questo senso un anonimo medioevale diceva: ‘L’uomo è l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora’.

Dunque la ‘spiegazione’ non è esplicitazione di qualcosa che era nascosto, ma è, essa proprio, la parabola dello Spirito che continuamente chiarisce ai piccoli i misteri del Regno di Dio, cioè, in una parola, l’eucarestia.

 

Ed ancora ‘la Casa’ in cui si attua tutto ciò trascende la ‘localizzazione’ per diventare essa stesso contenuto della ‘spiegazione’. Per intenderci, la meditazione dovrebbe sempre e comunque avere per oggetto la ‘casa’, cioè il Cristo, l’eucarestia, la Chiesa. E nella Chiesa la meditazione non richiede, come purtroppo si usa, un ‘maestro’, un ‘dottore della Legge’, ma un ‘uomo di Spirito’ che sa spiegare col solo fatto di esistere in comunione col Padre; col solo fatto di mostrarsi ‘risorto’.

Ma la ‘casa’, già lo accennavo, fa riflettere ad un altro profilo della meditazione e cioè al fatto che essa è intrinsecamente ecclesiale. A volte si leggono libri eleganti, letterariamente perfetti, colmi di erudizione e di intuizioni molto acute, eppure essi non parlano al cuore; al fondo si avverte un’anima chiusa che ha scritto nel cerchio invalicabile della sua individualità, e, mentre scriveva, non è salita sui tetti a gridare a tutti quello slancio che Dio gli ha posto nel cuore.

In questo senso l’esclusivismo giudaico è rimasto presente nella nostra Chiesa e produce un sinedrio di ‘Dottori’, e non una folla di Paoli completamente arresi al prossimo. Perciò, alla fine, la parola semplice di un Padre Pio o di una Madre Teresa viene ascoltato con gioia e dà frutto di grazia.

 

La spiegazione che Gesù fornisce all’interno della ‘casa’ fa riflettere che essa non può considerarsi un evento concettualmente autonomo, nel senso cioè che può autosostenersi. I commenti umani sono autonomo prodotto della mente, godono di un essere ‘per sé’, e può finanche accadere che superino ciò che è stato commentato.

Ma, nel nostro caso, se pure il commento può logicamente distinguersi dalla parabola, a tenerli saldamente legati insieme in una inscindibile unità è la persona di Gesù che dice e l’una e l’altro.

Tutto ciò insegna che la Rivelazione è sempre unica, perché si identifica con la persona stessa del Dio incarnato; e che ogni testo, sia parabola o spiegazione, va sempre letta nell’unità del ‘Libro’ in quanto visibile increaturazione del Cristo. Non a caso il chiarimento riguarda la parabola del ‘seminatore’ icona del Verbo da cui promana il seme, e poi la piantina che nascerà.

In altre parole potremmo dire che la parabola andava scritta perché costituiva la persona fisica di Gesù-Verbo; lo ‘spiegare’ di Gesù anche andava scritto perché era ancora la sua persona; ma la ‘spiegazione’ non poteva diventare scritto perché costituiva rivelazione dello Spirito.

Il Verbo si era già tutto consegnato nella Scrittura sicchè nulla più doveva essere rivelato; bisognava solo descriverlo nella novità della sua umanità; e di qui la narrazione della sua storia, dei suoi miracoli, del suo parlare, del suo commentare. Ma quando si scrive puntualmente il suo commento, al suo stesso manifestarsi, si formula una diversa ‘Parola’. Commentando se stesso, Gesù si rivelava in una maniera diversa, eccedente il  suo agire umano; il lui il commento diventava realtà dello Spirito.

Se la parabola equivale a Gesù uomo, manifestandolo come Verbo di Dio, come senso unitario del Libro, identica cosa non si può dire del commento.  Esso, e non mi riferisco alle parole del testo, ma all’azione che esplicita, esso che ancor oggi continua a sussistere, lo identifica con lo Spirito.

Il commento doveva restare orale, perché transitorio e connesso a colui che lo ascolta più che a colui che lo formula. Il commento non andava scritto perché non si confondesse con la Scrittura che gode della fissità dell’eterno. Ed è proprio questo il principio per cui la predicazione omiletica non può essere ‘documento’ (come oggi va di moda), ma deve essere del tutto ‘orale’. La parola fa un tutt’uno  con chi la dice; e quest’ultimo è chiamato a testimoniarne la Verità, con la santità della sua vita e la sincerità della sua fede.

Voglio aggiungere che pur essendo il commento funzionale all’ascoltatore, quando a farlo è lo Spirito, esso è sempre il parlare di Dio con l’uomo e perciò resta scritto sulle anime.

 

Infine quanto alla eccessiva semplicità della spiegazione potremmo  dire che se la parabola andava scritta articolatamente, rappresentando la persona di Gesù, cioè del Cristo ominizzato, la spiegazione poteva obiettivarsi letterariamente solo in forma breve proprio in quanto attinente all’immateriale  Spirito.

Come afferma il citato passo di Atti, la rivelazione dello Spirito, cioè del Gesù risorto, doveva e deve rimanere orale senza fissarsi in una lettera morta (ecco i 40 giorni di una muta rivelazione). Ciò invita forse a riflettere con maggiore attenzione, vivendo noi nel tempo dello Spirito, sui limiti di un magistero che si incapsula nella ‘lettera’; sulla necessità per il fedele di ascoltare l’omelia; sulla obbedienza del sacerdote alle parole dell’ordinazione diaconale: “Predica ciò che credi”.. Egli proprio è il Gesù che spiega la parabola ai suoi discepoli.

Vincenzo M. Romano.

 

 


 


[1] E dunque chi considera la presenza del nostro termine una indicazione autorevole, dovrebbe leggere il passo come fosse una storia vera. E, lo dico sommessamente, forse intenderebbe meglio il racconto.

 

[2] Dia, touto en. Parabolaij autoij lalw.  Oti blepontej ou blepousin kai

akouontej ouk akouousin, oude suniousin, ka iana plhroutai.  Autoij, h profhteiaHsaiou. H:  Legouj a akoh. Iakouj ete.

Ka Iou Me  h sunhte, kai blepontej bleyete, ka Iou Me h idete ep'a.

X. Un qhge ar kar.  Dia to: ula outou. To, uka itoij wj In.

Barewj hkousan. Kai touj ofqalmouj autwn ekammusan  mh pote idwsin.

Toij ofqalmoij kai toij wsin akou. Swsin ka itv kardi#, sun ws In.  

Kai epistrefwsin, kai iasosin.

[3] Se il lettore è portato a considerare la parabola come portatrice di un unico significato ciò dipende dal fatto che di essa viene proposta una sola ‘compitazione’ o meglio ‘lettura’, e cioè quella che la Chiesa ha scelto per il suo annuncio pubblico. Ma esso non è certo l’unico come insegna Agostino.

 

[4] Si pensi al valore attuale e concreto che assume l’espressione biblica e liturgica della frase ‘Convertiti e credi al Vangelo’, quando essa viene intesa: ‘Convertiti e credi alla realtà e alla parola della Chiesa’, cioè della comunione in Cristo.

 

[5] Vedi ‘Perché non leggere diversamente’ Quaderni V.M.R. ed. Simone, Napoli. 

[6] Vedi  Quaderni V.M.R. ‘In difesa di un fattore infedele’, ‘In difesa di un figliuol prodigo’ Ed. Simone, Napoli.

 

[7] Cfr. Quaderni V.M.R. ‘Perché non leggere diversamente’ Simone editore, Napoli

 

[8] Chiarisco che ‘beth’ (B) è la prima lettera della Bibbia ebraica e quindi serve ad indicarla secondo l’uso degli antichi di chiamare un libro con la sua prima lettera o parola; e, a sua volta, ‘L.’ sta ad indicare il Logos di Dio.

 

[9] Nella immagine di Gesù risorto che rivela ai suoi discepoli i misteri del Regno di Dio, mi par di leggere la costituzione del Magistero di Verità affidato ai Dodici. Non una sapienza esoterica, ma quella che in questi 40 giorni viene esposta proprio dal Magistero della Chiesa. E mi par di leggere la nascita della ‘Tradizione’ della fede (e non delle tradizioni ecclesiastiche) che, proprio in quanto deriva dal Risorto che è lo stesso Verbo dell’antico e nuovo testamento, si pone uguale alla Scrittura ed al tempo stesso coincidente nella verità.