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Universalità della Mistica (in: Cristianesimo \ Otri nuovi..)
Curiosando tra le tante pubblicazioni esposte in edicola ho notato che tra i libri offerti al grande pubblico sono presenti anche opere di mistici o presunti tali del vicino o più lontano oriente. Assenti invece quelle dei mistici cristiani. Anche nelle scarne biblioteche delle case moderne non è raro trovare, tra i ‘libri di consumo’ alla moda, un’opera di qualche guru a la page, ma anche ad esempio di un Gibran, di un Tagore. E nei desideri di tanti c’è spesso un viaggio in Tibet, considerata la terra per antonomasia della mistica ascetica. Forse proprio per colmare questo vuoto si assiste da ultimo ad una sotterranea ma robusta circolazione di libri che trattano di rivelazioni private (Valtorta, Medugorje, Fatima etc); ed alcuni scrittori cristiani, abbandonato lo stile paludato e i ben connessi ragionamenti, si sono affidati alla poesia od all’apologo per comunicare la loro esperienza di fede. Testi, quest’ultimi ben accetti alla massa (e perciò presenti in edicola), ma visti con sospetto, se non proprio avversati, dai circoli culturali ufficiali della Chiesa. Ricordo che già tanti anni fa qualcuno avvertì questo bisogno e propose al grande pubblico un ‘Breviario dei laici’ composto da riflessioni sulla fede di credenti o miscredenti. Ma, un po’ per il suo carattere elitario, ed un po’ per non aver ricevuto appoggio ecclesiastico, l’iniziativa lentamente naufragò. Sul versante opposto, altri due dati mi hanno fatto riflettere: l’orientamento dell’editoria (cristiana e laica) a proporre la Bibbia come sontuoso e costoso libro da scaffale, e non quale agevole ed economico tomo da comodino; il fatto che negli ultimi decenni siamo stati sommersi da disciplinari ecclesiastici che ben pochi leggono, sia perché distanti dalla cultura della società, sia perché privilegiano un metodo deduttivo ed un’esposizione apodittica.[1]
L’insieme di questi fattori sembra suggerire che è in atto una crisi di linguaggio, e che il popolo di Dio, alla mastodontica Summa di Tommaso, o alla nitida letteraria archeologia dei suoi epigoni, per soddisfare il suo bisogno di Dio, ancor oggi, preferisce l’immediatezza di un Francesco d’Assisi. Così, da molte parti si è lamentata una separazione fra gerarchia docente e laicato, ed il ricorso, da parte del popolo, ad atteggiamenti religiosi surrogatori che spesso travalicano l’ortodossia. Dalla stessa cattedra di Pietro è stata denunciata la attuale scristianizzazione dell’Europa, ma purtroppo non è seguita una rigorosa verifica dell’universo di discorso ecclesiastico che continua a navigare su barche del tutto obsolete.[2] Né, pacatamente e fraternamente, si vuol prendere atto del diffuso malumore all’interno della comunità cristiana. Quest’ultima avverte il bisogno di un afflato spirituale che, radicato nell’oggi, dia significato e forza all’agire umano e, fatto ancor più decisivo, ricompatti la Chiesa in un unitario sensus fidei. E’ evidente infatti che esso non può esprimersi solo nelle reiterate enunciazioni intellettuali delle verità di fede, colte dalla massa come pillole teologiche da trangugiare. Poiché è molto avvertito: il bisogno di Dio; il desiderio di poter dialogare con Lui da figlio a Padre; di bearsi di un ascolto attuale del suo continuo parlare al cuore dell’uomo, chi assume in buona fede di aver in qualche modo dialogato con lo Spirito, si sente chiamato a comunicare quel divino discorso in termini attuali e poveramente mondani. Ed allora un’anima anelante ad un rapporto intimo con la divinità, mentre rimane indifferente agli scritti intellettualistici che, perfetti nel loro contenuto, appaiono però come una qual forma di matematica religiosa alla quale dare un mero assenso mentale, spinta dalla sua stessa fame, si orienta verso di essi, e spesso diventa vittima di autentici mestatori che sanno veicolare in un linguaggio paramistico le loro personali idee.
Se questa è la situazione attuale potrebbe essere utile non fermarsi ai ‘niet’ manichei, ma aiutare i fedeli ad orientarsi verso l’autentica Mistica e scartare solamente quanto di errato viene annunciato dagli ‘esorcisti estranei’ alla Chiesa. Capita infatti che, come il secchio della Samaritana, essi hanno fatto cadere terra nell’acqua pura; ma hanno pure conservato il profumo dello Spirito e attraverso di esso aiutano il lettore a sentirsi interlocutore attuale di Dio, parte vivente del Logos. Chi ama la verità non vuole possederla in formule costruite dalla sua o altrui mente, ma avvertire il buon profumo del Cristo. Perciò si sente naturalmente vicino all’uomo di Dio capace di rispecchiare il Divino, attraverso la sua persona, la sua parola, i suoi scritti. Chi ama la Verità assomiglia a chi ignora le tecniche musicali e non sa quindi analizzare una partitura, eppure si avverte trasportato dall’onda della musica complessiva.
Ovviamente, quanto sto esponendo sarà subito giudichettato dai teologi templari che evocheranno lo spettro demoniaco di New Age. Al lettore chiarisco allora che non ho nulla in comune con questo movimento; a quel teologo vorrei invece dire: non limitarti a giudicare e mettere etichette quale scorciatoia per condannare, ma piuttosto prendi atto dei bisogni dei nostri fratelli, e rimetti in discussione il tuo modo di far teologia. Rifletti che forse stai facendo un lavoro gravoso ma inutile: porti pane agli assetati e acqua agli affamati! Perché, mi chiedo, non ripensare il modo di fare teologia, cioè di parlare di Dio e dell’uomo? Il celebrato discorso ‘della luna’ di Giovanni XXIII non ha insegnato ai teologi come parlare al popolo e confortarlo nella fede. Invece di lodarlo e comporre peana su di esso, bisognerebbe tentare di ricopiare la sua densa levità, la sua coerentissima incoerenza. Ma ciò è possibile solo se il cuore si fa umile e il teologo, morendo alle sue umane certezze, riprende a dialogare con Dio. Forse è finito il tempo dei letrados che, inforcati gli occhiali della cd. Scienza (una Araba Fenicia che si rinnova dalle sue ceneri con una albagia sempre maggiore), trasmettono alle loro opere il colore di quella lente e la freddezza dei vetrini sui quali hanno fissato un brandello dell’unico Corpo di Cristo. A me pare che storiografia, formulazioni astratte, e analisi settoriali hanno allontanato la teologia dalla Parola Scritta che profuma di Spirito, rendendola una specie di relitto archeologico, citato come prova delle validità delle tesi sostenute, piuttosto che come fondamento e materia delle stesse. Sono rimasto stupito quando ho realizzato che in sei anni di studi teologici nessuno mai mi ha chiesto una lettura continua e totale della Bibbia; che le ore di scritturistica cedevano spazio a cento studi settoriali di epifenomeni che piroettavano come ballerini in volo; che, per la sua incomprensibile ripetitività, nemmeno il Breviario, archeologicamente fissato in formalina, aiutava a conoscere la Parola di Dio. Da quella scuola sono stato dichiarato ‘Teologo’, cioè colui che parla di Dio. E mi rattrista constatare che, pur in presenza di una enorme alfabetizzazione, oggi la teologia viene considerata materia riservata agli addetti ai lavori, e molti sacerdoti la considerano estranea alla loro preparazione, e alla loro vita di fede. E, non ultimo, che essa è come avvinghiata al già detto. Suo oggetto infatti non è l’attualità dell’esistere, con tutta la novità dei connessi interrogativi, ma l’attento restauro dei quadri che fanno bella mostra nella galleria degli antenati e riempiono di orgoglio chi di quel museo ha la responsabilità. Un esempio fra tutti, gli elaborati di laurea o le monografie che riguardano quegli scrittori dei primi secoli che, con termine equivoco, vengono celebrati come ‘Padri’ della Chiesa. Ed improvvisamente ho realizzato che di Padre la Chiesa ne ha uno solo, ed è il Cristo. Tutti gli altri sono solo e semplicemente dei teologi. Che, chiamarli Padri serve solo a isolarli, a distinguerli dai teologi posteriori e da quelli contemporanei, quasi a suggerire che essi svolsero un compito diverso; ed ancora a congelare nel passato il loro metodo, perché non si levi a giudicare quello storiografico ed intellettualistico che oggi va per la maggiore. La teologia greca dei primi secoli ha infatti mostrato che la riflessione su Dio va fatta partendo dalla Scrittura (e non da ciò che gli altri teologi hanno detto); ed ha come destinatari i fedeli per confortarli nella fede. Ed inoltre che il teologo, prima di confrontarsi con la sapienza umana, deve innanzi tutto essere un mistico, cioè un dialogante con lo Spirito.
E qui, in ordine ad un ripensamento sul modo di fare teologia, spenderò qualche parola sul ‘vocabolario’ del teologo. Da quando si è abbandonato il linguaggio biblico (l’unico a mio giudizio adeguato) per far spazio a parole umane ed a sinonimi; da quando è invalsa la moda di confettare i testi sacri e violentarli perché dicano ciò che l’editore ha capito, chi acquista una Bibbia può scoprire di essere stato defraudato dell’originale, sacrificato sull’altare della bella forma letteraria. Monosematicità arbitraria e deformazione letteraria dei testi, realizzano un negativo e strisciante protestantesimo stranamente non rilevato dall’alto, ma anzi osannato come sapiente scelta per accostare le masse. Quasi che Dio sia merce da vendere con appropriato marketing che sappia vellicare il gusto letterario o l’accidia del lettore! E’ questo, a ben riflettere, un bivio decisivo: teologia come commento spirituale della Parola scritta dallo Spirito? oppure teologia come discorso sul parole del vocabolario umano scelte o finanche inventate dal teologo stesso? Per fare un esempio citerò i tantissimi saggi sulla Resurrezione di Gesù, cioè sul mistero cardine della nostra fede. Per quanto ho cercato non ho trovato nessuno che si attardi a commentare teologicamente i due verbi usati dagli evangelisti (Svegliarsi e Collocarsi in alto = egheiro ed anistemi). Leggendo queste opere, invece di giovarmi di una accurata esegesi di queste espressioni originali con cui gli evangelisti vollero rivelare quel Mistero, sono rimasto sommerso da un diluvio di parole spese sul vocabolo ‘resurrezione’ che qualcuno avrà pure inventato, visto che non esiste nei vangeli. E uguale discorso si può fare quanto all’espressione ‘sepolcro vuoto’, di cui non c’è traccia lessicale nei Sinottici o in Giovanni, ma di cui tutti parlano.
Queste ed altre considerazioni si sono fatte strada nella mia mente che ho orientato a meditare il mistero del Cristo, della Chiesa e della Eucarestia. E, in questa ottica, suggerirò ora al lettore un tema di riflessione che mi è stato proposto da un non addetto ai lavori che pure, a suo modo, cerca la Verità. E ciò perché, mettendo da parte i risultati che naturalmente sono tutti discutibili, questa relazione epistolare ed il suo contenuto mi hanno fatto riflettere sul modo di fare teologia. In riferimento alle prime parole del Prologo di Giovanni “In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio” egli testualmente mi scrive: “Caro Prof. è una traduzione che ti sottopongo ‘senza ironia’; trovo che la vulgata tradizionale “In principio era il Verbo” non sia capace di rendere la complessità della frase e comunque di partecipare alcunché. “verbo” è sostantivo che non ha un utilizzo corrente; “Verboso” è aggettivo con connotazione negativa; “Essere il Verbo” non aiuta la comprensione testuale. Penso invece che la ‘scommessa’ divina derivava proprio da quell’istema comunicativo che il ‘Logos’ sottende. Mi fa piacere pensare ad una ‘Comune matrice’ con il ‘leg’ di ‘legame’: unione, comunione. Saluti …” La traduzione che l’amico propone in epigrafe è la seguente: “Da sempre Dio è comunicazione: Colloquio è la sua stessa essenza. Tutto fu creato dunque come istanza dialogativa”. A seguire i protocolli che mi hanno insegnato avrei dovuto mettere sul vetrino questa versione e saggiarla, Kittel alla mano, con vari reagenti; fuor di metafora con ciò che gli scritturisti in voga hanno autorevolmente attestato in merito. Ma questa volta ho voluto accettare la proposta come possibile eco di un discorso che, forse inconsciamente, l’amico ha ascoltato da Dio; che forse neppure ha riferito correttamente, ma che conserva comunque il profumo della divinità. Ho lasciato vagare il mio pensiero e tale libera versione del testo giovanneo mi ha immediatamente richiamato un antico Brahamana citato da C. Malamoud: “in origine Prajapati (Dio) è solo e soffre per la sua solitudine; è preso dal desiderio di procreare che è anche desiderio di divenire molteplice”. Perciò egli diventa sacrificio ed emette gli esseri, disperdendo la propria persona nel cosmo. La creazione (dice Malamoud) sarebbe dunque una contrazione del desiderio (Tantra). Ho riletto allora il testo giovanneo ed ho tradotto: “L’Uno, al principio, (era) tutto un lamento” (per aplografia ‘o logos’ come ‘olo-goos’). Ricordando poi che il citato Brahamana afferma che all’inizio c’era solo Dio e la Parola, e che Dio desiderò di unirsi ad Essa, ho proseguito la lettura del Prologo e inteso che, quando Giovanni dice: “La Parola era presso Dio. La Parola era Dio”, anch’egli (con queste due espressioni) sembra esprimere una dualità che si tramuta (il verbo ovviamente è approssimativo) in unità. Superficiali assonanze, mi son detto. Ma pure, l’averle rilevate mi ha gratificato di uno speciale godimento: ho avvertito un Dio amante, un Dio Unità, un Dio Padre. Poi ho ricordato che Dio ha colloquiato con Adamo e quindi si è rivelato a tutta l’umanità, e non solamente ad un ‘eletto’ che si egotizza come geloso ed avaro custode della Verità. Certamente c’è stata una specifica elezione all’interno della Rivelazione, ma per compiere un’opera di depurazione nella grande ed universale rivelazione; e di fissazione della Verità nella certezza dello scritto. Sono passato allora dal Brahamana al suggerimento del mio amico, ed ho considerato che il vocabolo ‘LOGOS’ (che pure tanti problemi ha creato ai teologi storicisti), già nell’uso corrente indicava il ‘colloquio’; così, tornando al testo giovanneo, ho provato ad intendere: “In principio c’era il dialogo. E il dialogo riguardava Dio, ed il dialogo consisteva in Dio stesso. Questo il Principio”. Riconsiderando tale traduzione (accettabile o meno che sia) mi son reso conto di aver teologicamente scoperto l’acqua calda. Ed infatti proprio questo è il contenuto della teologia della Parola, cioè della comunicazione dialogica che Dio fa di sé all’uomo, entrando in colloquio con l’intera umanità.
Ma l’insieme con-fuso delle cennate considerazioni mi ha fatto fare un passo avanti e rivalutare in termini positivi e negativi la trasformazione del momento dialogico (ispirazione individuale) in quello agiografico (formulazione e scritturazione). Ho riflettuto allora su quella certezza che il dialogo assume quando si fissa nello Scritto, e si trasforma da Logos (dialogo) in Rema (detto). A seguito della formulazione e fissazione grafica, il dialogo appare all’occhio umano come un che di obiettivo, una specie di vetrino da mettere sotto la lente del microscopio. Mi sono chiesto allora se non sia proprio questa ‘certezza’ a far dimenticare la palpitante attualità del dialogare; e ad innescare una negativa trasformazione nell’uomo dialogante. Ed infatti, conscio di possedere la Verità nel libro, costui invece di cercarla sempre e comunque nell’incontro vivo con Dio, si lascia ipnotizzare dalla Scrittura, Si innamora allora del ritratto del divino Dialogante, gode dei suoi rivestimenti (come le mura del tempio) e, un poco alla volta, ne dimentica la Persona. Forse nel suo celeberrimo e misterioso dipinto chiamato ‘Amor sacro e amor profano’ Tiziano volle descrivere questa deviazione. Dall’Arca (della Rivelazione) possono uscire due Donne (che in pratica sono una sola). La prima, ricoperta di vesti splendide, mostra solo il volto e le mani; l’altra, nuda, si fa conoscere e desiderare in tutto il suo fulgore femmineo. Forse, proprio lei è icona de ‘l’amor sacro’, quello che permette di conoscere, fin nella più profonda intimità, la Divinità che si presenta all’Adamo nella forma di ‘Donna’. Il problema è dunque proprio in questo guardare (a prima vista casto) la Donna vestita, oppure quella nuda. Una situazione che prosaicamente oggi potremmo identificare in chi, invece di accostare all’orecchio il microtelefono per udire la viva voce di chi lo ha chiamato, ne ascolta la registrazione sulla segreteria telefonica. Mi è venuto allora alla mente un remoto ricordo: buona parte dei miei dottissimi professori di Sacra Scrittura, forse proprio per questo tragico equivoco, buttarono la tonaca alle ortiche. Allora gridavano in coro: ‘Signore, Signore’, ripetendo, proclamando e finanche imponendo quel ‘Detto’ presente continuamente ed ossessivamente sotto i loro occhi, come gli splendidi abiti della dama di Tiziano. Ma forse, proprio così facendo, essi atrofizzavano la loro capacità di ascolto fino a diventare sordi. Generalizzando direi che proprio in forza di questo strabismo convergente al foglio, che attira a considerare lo splendore dei rivestimenti, molti sono diventati del tutto sordi alla viva voce di Dio. Un cattivo uso della vista (senso che suscita orgoglio), ha prodotto dunque sordità e mutismo. Al contrario, come si sa, i ciechi esaltano il loro udito e probabilmente, proprio ascoltando la voce della coscienza, essi si sono salvati dai fossi nei quali li avrebbero fatti precipitare quelle guide tanto cieche quanto sicure di vedere la strada.
Seguendo il libero scorrere dei miei pensieri ho ipotizzato che questa doppia maniera di rapportarsi a Dio ha concorso a disegnare la struttura della Bibbia; che il Pentateuco e i Libri storici (che costituiscono il ‘detto’, la Legge) e sono riferiti all’Eletto, costituiscono l’oggetto della vista, mentre i Sapienziali ed i Profetici, che superficialmente appaiono come Scrittura, sono invece oralità dialogica; e si riconnettono all’udito.[3] In breve, immagino che quella parte dell’umanità che non poteva usare la ‘Vista’ (non avendo a disposizione la Scrittura), ha esaltato il senso dell’udito, ed ha mantenuto vivo il Dialogo, il Logos, esponendolo, in ogni luogo della terra, nella viva predicazione ed in libere forme letterarie volte a Dio (pros ton theon). Questo evento è forse databile ad Adamo, e ciò spiega come alcune di queste predicazioni ‘libere’ (ad es. Salmi, Giobbe etc) sono diventati testi canonici in quanto recepite nel Libro; ed altre invece sono rimaste fuori, ma non perciò stesso condannate al rogo. La Bibbia è un’antologia mirata, verificata, contenente tutta la Verità rivelata, ma i testi in essa unificati hanno lasciato a casa, come Giuseppe i suoi fratelli, una ricchezza adesiva sempre a disposizione dell’umanità. Non mi sembra giusto allora guardare a questi testi stranieri con sospetto o finanche demonizzarli, vietando la loro lettura a coloro che ‘a tentoni’ cercano Dio. Ed oggi molti battezzati ancora si muovono a tentoni. Proprio tale escludente presa di posizione della teologia cristiana ha prodotto l’emarginazione dei mistici; in essi non si è considerato lo slanciò verso il divino, ma questa o quella affermazione. In pratica invece di salvare la melodia, la si è buttata nel cestino perché qualche battuta era palesemente sbagliata. E’ superfluo dire che anche questi ‘Sapienziali non canonici’ sono talvolta diventati delle vere e proprie ‘Leggi’ confessionali; ma Dio sembra volerli tutelare, e perciò suscita ogni tanto profeti che ne contestano l’uso legale. La testimonianza di un Kabir o di un Ghandi, che si sono elevati oltre il limite della legale confessionalità, sono in tal senso illuminanti. In questa prospettiva, considerando tante religioni del mondo, avverto un senso di gioia nel constatare che i ciechi hanno saputo ascoltare, e la loro cecità ha esaltato l’udito della loro anima. E, senza svendere un grammo della mia fede, mi consola consonare con i mistici autentici (a qualsiasi confessione vengano ricondotti), con coloro cioè che si sforzano di esporre, in modo diverso ed a misura degli ascoltatori, quanto hanno udito dallo Spirito.
Strano destino quello dei mistici! I teologi intellettuali (che sono poi quelli che contano) li considerano come dei pazzerelli di Dio, li leggono in chiave poetica, e talvolta li fanno oggetto di qualche alchimizzato studio retorico. I teologi asserviti alla storia ne inquinano l’esperienza. A me pare infatti che le ‘narrazioni’ bibliche assunte come meri eventi dalla teologia dominante; gli inerti ed immodificabili concetti che generano obbligate immagini mentali; questo fattualizzare la divina rivelazione scritta, tarpano le ali ai mistici cristiani. Essi infatti sono indotti loro malgrado a manifestare il dialogo intessuto con Dio, con formule ed icone proprie della teologia legale. Per intenderci, mentre il Cantico dei cantici, Farid Attar, Kabir, Mevlana, Francesco o Teresa cantano l’incontro con la Divinità con espressioni nascenti dal cuore (e divenute, sotto l’impulso dello Spirito, linguaggio sacro), molti mistici cattolici riciclano qualcosa di appreso dai catechismi. Il loro parlare diventa allora ben poco entusiasmante, o per dirla tutta, veramente deprimente. L’entusiasmos infatti rimane congelato, e residuano visioni apocalittiche che non danno la misura del Dialogo, cioè del Logos. Quale abisso allora con ‘l’acqua umile e casta’ o ‘il fuoco robustoso e forte’ di un Francesco d’Assisi. Ma proprio di questo linguaggio si avverte il bisogno in una Chiesa che sembra preoccupata a stendere planimetrie della Verità sempre più precise. Bisogno della rozzezza del parlare di un Padre Pio, o della mediocrità delle mani di una Madre Teresa. Mistici entrambi perché dialogavano con Dio e non temevano di raccontare agli altri, con parole e gesti di nessun pregio, quanto avevano ascoltato. E li avverto traditi quando i soliti guardiani della Galleria degli antenati cercano di coprirli di cerone per farli apparire letterariamente irreprensibili, e dotati di grande spessore intellettuale. Oggi noi passeggiamo indifferenti tra tanti monumenti di filosofia della religione, desiderosi non già di contemplare le imponenti mura del castello dogmatico, ma di cogliere l’umile gesto della vedova. Desiderosi di una voce vera che riecheggi quella divina. Ed allora, da qualsiasi punto provengano, queste voci esse eccitano all’amore verso Dio, ad entrare in dialogo con lui, ad essere Logos. Ascoltandole si evita di diventare sordi per mancato uso del senso dell’udito
Vedere ed udire: me li sono rappresentati come due modelli di incontro con Dio; e li ho rispettivamente riferiti agli ‘eletti’ (oggi direi la gerarchia ed in genere i teologi titolati); ed ai gentili, cioè il resto dell’umanità. Ora mi sento attratto dai miracoli di Gesù. Così, scorrendo i Vangeli in un primo sommario esame, essi mi appaiono articolati proprio sul recupero dell’udito e della vista perché si ristrutturi quel Dialogo che era al principio. Nei tre Sinottici la redenzione dell’umanità deviata, attuata mediante guarigioni miracolose, comincia proprio dall’udire e dal parlare, quasi a riaffermare la priorità del dialogo fontale; poi segue il ‘Vedere’, sicchè in tutti e tre i Vangeli Gesù opera il suo ultimo miracolo su chi è diventato cieco (a Gerico) …….per aver troppo fissato lo Scritto.
Un’ultima considerazione. Quando si riscopre l’ascolto come dimensione archetipale della fede, si comprende che questo specialissimo dialogo non ha per oggetto un qualcosa di estraneo ai dialoganti, ma li ingloba, rendendoli la materia stessa del colloquiare. Ne consegue che accogliere ciò che viene a noi comunicato, non è azione mentale, ma equivale ad assimilare realmente la Divinità che parla. Molti si chiedono perché nel IV Vangelo sia stata omessa la Cena eucaristica. Chi di tutto ciò si scandalizza, invece di ricorrere a laboriose spiegazioni e giustificazioni, rifletta che Giovanni ha inteso mettere specificamente in evidenza che la Cena è il Dialogo, è il LOGOS; e che quella sera i discepoli (figura di tutti gli uomini della terra) ascoltarono e assimilarono mediante l’udito. Giovanni attesta dunque la medesima Cena narrata dai Sinottici, ma sotto la specifica angolazione anticipata nel suo Prologo, laddove dice “Il Dialogo era Dio”. In breve, mentre il IV Vangelo rivela la natura dialogante dell’eucarestia (‘ci spieghi il senso delle Scritture e spezzi il pane per noi’); i Sinottici annunciano che questo Udire equivale ad essere commensali (cioè colloquianti in senso ampio), ed assimilare la divinità: “Il Dialogo era Dio”! La fine allora è uguale al principio: eccolo il segreto nascosto che nella Cena è stato rivelato. L’eucarestia, banchetto nuziale di Dio, è la perfezione del Logos, del Dialogo e quindi del Dio che si unisce all’uomo. El manu El, cioè ‘Il Dio con noi’, può allora intendersi, leggendo da greci: Dio-manna-Dio, cioè Dio Eucarestia.
Solo fantasie le mie? Diciamo così. Pure spero che esse inducano il lettore a ritornare all’ascolto, al dialogo con Chi non vede, a riferire agli altri, col linguaggio del cuore, quanto ha udito. Tutti i fedeli in Cristo (compreso l’esorcista estraneo) sono infatti suoi profeti e sono chiamati a prendere coscienza della importanza di questo mandato. Se “In principio c’era il Dialogo; e il Dialogo era volto a Dio; ed il Dialogo era Dio stesso’, il Prologo precisa che, per effetto del c.d. peccato originale, prima di Gesù, che restituisce pienezza a quel Dialogo, deve venire un uomo di nome Giovanni, un pro-fetes. Ed oggi Giovanni siamo noi, noi proprio che fummo inviati a parlare e battezzare; a toccare la bocca e le orecchie di chi chiede di essere rigenerato dalla Chiesa. VINCENZO M. ROMANO 2005
[1] E poiché spesso con l’acqua sporca si getta via anche il bambino, finanche quel monumento di cultura religiosa costituito dal Vaticano II rimane estraneo alla massa, invitata a spilluzzicare testi di contorno sfornati a tavola calda.
[2] Basta leggere qualche benedizione papale ai novelli sposi, per cogliere già al solo livello linguistico quanto vado segnalando.
[3] Forse in questo senso va inteso il giudizio negativo di Paolo sulla ‘Legge’, cioè sul dialogo vivificante divenuto codice di comportamenti.
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