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Vita e morte: considerazioni di un biologo

 

            Comincerò col premettere che le considerazioni riportate in questo articolo sono state presentate al convegno “La rappresentazione della vita e della morte”, tenuto a Napoli qualche anno fa. In quell’occasione i biologi napoletani si erano distinti per il numero molto ridotto degli intervenuti, meno delle dita di una mano, a dispetto di un tema che avrebbe dovuto coinvolgerli direttamente. Ci saranno stati in ballo anche motivi contingenti e magari banali, ma a me sembra plausibile riferire cotanta assenza anche a ragioni più profonde, analoghe a quelle per cui si continua a non far cenno allo stretto connubio tra vita e morte nei corsi universitari in cui si disquisisce sulla vita.

Naturalmente, studenti di scienze biologiche e di medicina sanno bene cosa sia la morte di un organismo. Per saperlo è sufficiente vivere. Ma in un corso universitario di scienze della vita non si dovrebbe solo rammentare che la morte degli organismi è ineluttabile, ma cercare piuttosto di discutere il significato recondito di questo destino alla luce di quanto si sa del destino di molecole e cellule che garantiscono la vita dell’organismo. Non includere il concetto di morte nella trattazione scientifica della vita implica che di quest’ultima si preferisce privilegiare e insegnare solo la fase crescente, più ovvia e meglio accolta, ma certamente incompleta e non in grado di consentire la formulazione di corrette concezioni esplicative. Così, la rappresentazione della vita che si somministra agli studenti resta monca, privata com’è di un suo aspetto essenziale, presumibilmente rimosso per non mettere in discussione la visione che implicitamente si propaganda.

            Il punto di vista che presenterò non è estraneo a questa premessa. Esso si è andato formando durante lo studio e l’insegnamento della fisiologia animale, come risultato di riflessioni sulla natura delle funzioni biologiche e sul ruolo dei componenti molecolari, cellulari e sopracellulari dell’organismo. L’insegnamento della fisiologia porta naturalmente a chiedersi se può essere data una definizione accettabile di funzione biologica, e di conseguenza a cercare di stabilire quali siano le caratteristiche comuni a tutte le funzioni biologiche. Si pone così il problema pregiudiziale dei livelli di organizzazione e dei limiti entro i quali si può ancora ammettere che certi processi siano considerati funzioni biologiche. Tali limiti, se possono essere facilmente identificati nei convenienti confini accademici tra fisiologia e altre discipline, non lo sono altrettanto se si guarda alla sostanza delle cose.

Infatti, classificabili come funzioni biologiche sono processi straordinariamente diversi per rilevanza e dimensione spazio-temporale. Si va dall’estremamente piccolo ed effimero all’ultragrande e persistente nel tempo, dalle molecole alle specie e ai sistemi ecologici. Si pensi ad esempio alla variazione di conformazione di una proteina, alla variazione di potenziale elettrico di una cellula nervosa, al battito cardiaco o al respiro, alle funzioni del sonno e della veglia. Al di là dell’organismo, altre entità (famiglie, società, popolazioni, specie, sistemi ecologici) ci ricordano che gli organismi si aggregano in dimensioni spazio-temporali che li trascendono. Anche le funzioni di queste entità devono essere considerate biologiche, in un’accezione più ampia che resta tuttavia sostanzialmente simile a quella valida per le funzioni dell’organismo e dei suoi componenti. Di conseguenza, se si vogliono identificare le caratteristiche comuni a tutte le funzioni biologiche, è opportuno assicurarsi che siano inclusi tutti gli eventi che si manifestano ad ogni livello di organizzazione della materia, almeno a partire da quello molecolare. Se poi anche quest’ultimo livello apparisse come soglia arbitraria, bisognerebbe decidere se atomi e particelle nucleari siano da accettare tra le entità che esprimono funzioni biologiche. E’ molto probabile che una decisione del genere non risulterebbe generalmente accettabile dal momento che il confine tra vita e non vita non è netto. D’altra parte, non sembra definito neppure il limite superiore, che sfuma nel dominio della cosmobiologia e di più incerti reami.

Quale che sia la risposta a questi dubbi, non è facile trovare indicazioni sulle caratteristiche comuni delle funzioni biologiche anche se si resta nei limiti generalmente accettati. Nei testi di fisiologia non se ne parla, e nessuno si azzarda a formulare definizioni. Credo tuttavia che si possano dare almeno due indicazioni: 1) qualunque sia il livello di organizzazione considerato, le funzioni biologiche implicano movimenti coordinati dei sottocomponenti che costituiscono l’unità in questione; e 2) questi movimenti si manifestano con un andamento ciclico di andata e ritorno assimilabile alla ciclicità della nascita e della morte. Non mancano esempi: il battito del cuore è fatto di contrazione e rilassamento, il respiro di inspirazione ed espirazione, il potenziale d’azione di una fase depolarizzante e di una ripolarizzante, la variazione conformazionale di una proteina di un va e di un vieni. A questo proposito è opportuno sottolineare che in tutti i casi, al movimento di andata deve far seguito il movimento di ritorno, dal momento che ambedue sono essenziali al rinnovarsi della funzione. In altre parole, perché si abbia una nuova andata, è necessario che quella che la precede torni nella condizione iniziale: non ci può essere sistole senza la precedente diastole; non ci può essere inspirazione senza la precedente espirazione.

Se ci si avventura tra le entità che risultano dall’aggregazione di organismi, anche tra esse si può riconoscere l’esistenza di fenomeni analoghi. Da quando mondo è mondo, famiglie, specie e civiltà sono nate, si sono sviluppate e sono infine sparite per essere sostituite da altre famiglie, altre specie, altre civiltà. Pertanto, sia nell’ambito dell’organismo che delle entità sopraindividuali, le funzioni biologiche hanno carattere ciclico, pur con durate ed estensioni estremamente diverse, dai nanosecondi delle variazioni conformazionali delle molecole ai milioni di anni dell’evoluzione delle specie, dai nanodomini molecolari ai macrospazi dell’ecologia terrestre.

            C’è tuttavia una distinzione da fare. L’andata e il ritorno di una variazione conformazionale di una proteina o di un battito di cuore non coincidono con le nascite e le morti di queste entità. La proteina andrà a morte generalmente nell’ambito di giorni e sarà sostituita da un’altra simile dopo essere stata coinvolta in un numero indefinito ma certo molto grande di variazioni conformazionali. Stesso andamento per il cuore: esso muore con l’organismo dopo essere stato autore di una serie innumerevole di battiti.

Ma non tutti i componenti di un organismo vanno per questa strada. Ve ne sono alcuni che adempiono alle loro funzioni dissolvendosi. Ad esempio, le cellule dell’epitelio intestinale in pochi giorni nascono, maturano e si sfaldano nel lume intestinale, rilasciando enzimi che contribuiscono alla digestione degli alimenti. Così avviene per altre cellule e strutture che sono destinate a morire per garantire il corretto sviluppo di un organismo. Si pensi alle metamorfosi di un girino o di un insetto. Esse richiedono lo sviluppo di nuove strutture/funzioni, ma anche la scomparsa di quelle non più appropriate.

            In ultima analisi, il dipanarsi della vita nel suo inarrestabile progredire verso la morte, è fatto di innumerevoli cicli che si generano e si rinnovano da miliardi di anni assumendo svariatissime forme. Se ci si ferma ad analizzare il ciclo di un organismo, non si può non concludere che esso è reso possibile dall’andamento ciclico delle sue funzioni, molte delle quali si manifestano in domini spazio-temporali molto più limitati, e alle quali il ciclo dell’organismo si sovrappone e a volte si affianca. In questa prospettiva, la morte di un uomo non è sostanzialmente dissimile da quelle dei suoi componenti molecolari e cellulari. Se essa ci preoccupa (per la verità, non tutti e non sempre), è solo perchè le entità in transito siamo noi stessi, esseri coscienti che non comprendono fino in fondo il significato dell’organizzazione del vivente in cicli, sottocicli e sopracicli, nè quale sia la loro origine o la dimensione nella quale spariscono. A questo proposito, non è senza significato notare che nessuno di noi si rammarica per la sorte nefasta delle cellule che si dissolvono per contribuire alla nostra sopravvivenza.

            Quali indicazioni possono trarsi da queste considerazioni. Presumibilmente più di una. Tra di esse, quella che mi pare di un certo interesse è la riflessione che, così come la nostra vita è fondata sulla nascita e sulla morte di cellule e molecole, anche il ciclo dell'uomo è fondamento necessario per l’esistenza di entità sopraindividuali alle quali egli si rapporta nella stessa maniera in cui le cellule e le molecole del suo corpo gli si rapportano. Si è già accennato che, in prima analisi, entità sopraindividuali sono riconoscibili nella famiglia, nella società e nelle civiltà umane. Ma se si vuol fare il passo più lungo, e guardare più nel fondo del nostro essere, non è inconcepibile accarezzare l’idea che tutte le nostre vite passate, presenti e future siano necessarie, con i loro innumerevoli cicli, all’esistenza di un’entità straordinariamente diversa che le trascende tutte, ma che si regge su di loro così come noi stessi trascendiamo i cicli di vita e di morte dei nostri componenti, ma ci reggiamo su di essi per esistere. Se così fosse, al momento del nostro ritorno nel dominio da cui siamo venuti non sarebbe sorprendente se qualcuno ripetesse "il naufragar m'è dolce in questo mare".

 

 

Antonio Giuditta

Professore di Fisiologia Generale

Università di Napoli “Federico II”