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Ricerca biologica di base: i tanti perché di un declino
Relazione tenuta il 10 ottobre 2002 dal Prof. A. Giuditta in occasione del Forum sulla ricerca organizzato dalla Facoltà di Scienze, Università “Federico II”, Napoli
******* E’ opinione ripetutamente affermata che la ricerca di base in campo biologico, oltre al ruolo di indispensabile supporto per la ricerca applicata, rappresenta un incisivo mezzo di indagine per la conoscenza della vita e quindi della nostra collocazione nel mondo. Quest’ultimo aspetto, osannato a parole da tutti, ma spesso tralasciato o messo in sott’ordine quando si tratta della distribuzione delle risorse umane e finanziarie, merita di riprendere il posto che gli spetta. L’uomo non può più continuare ad essere considerato mero oggetto materiale, o soggetto di tendenze e bisogni che richiedono esclusivamente potere, successo e consumo per essere soddisfatti. Sottolineare il ruolo della ricerca biologica di base risulta quasi banale, dal momento che oggetto delle indagini sono i processi complessi e supercomplessi degli organismi viventi, da quelli molecolari a quelli cellulari e sistemici. Ma non è banale ricordare che il privilegio quasi assoluto accordato ancor oggi agli aspetti molecolari della vita va a scapito dello studio di eventi che si verificano a livelli superiori di organizzazione, anch’essi degni di considerazione. Basti ricordare che l’ultima frontiera delle neuroscienze dovrà spiegare le relazioni tra l’oggettività del dato biologico e la soggettività dell’evento mentale. Orbene, secondo dati del MUIR e dell’ateneo Federico II, i fondi assegnati negli ultimi anni per la ricerca di base dei biologi della Facoltà di Scienze si attestano su cifre irrisorie, di qualche milione a testa. Si tratta di dati approssimativi, ma in grado di fornire un’indicazione affidabile dell’ordine di grandezza. Al contrario, se si guarda alla ricerca applicata, figlia inconsapevole e ingrata della ricerca di base, non c’è più bisogno di arrampicarsi sulle cifre. In buona sostanza, non vi è ente finanziatore, sia esso Unione Europea, MUIR, CNR o Regione Campania, che non tenda a privilegiarla, dal momento che la si considera portatrice di benefici tangibili in termini di benessere materiale e di posti di lavoro, e quindi di immediati consensi politici. Resta da aggiungere che, a fronte delle ingenti somme di danaro erogate per la ricerca applicata, non risulta che una stima del rapporto costi/benefici sia a tutt’oggi disponibile. Consideriamo ora le risorse umane. L’Università Federico II, così come gli altri atenei italiani, bandisce concorsi per collaboratori a termine (borse di studio, borse di dottorato, assegni di ricerca, ecc.) e per posti strutturati (ricercatori e docenti), ambedue gestiti con criteri di selezione che privilegiano la qualità dei candidati, almeno sulla carta. Al contempo, i bandi di concorso per docenti e ricercatori trovano la loro ragione d’essere e quindi la loro giustificazione solo sulla base di necessità didattiche. Si tratta certamente di necessità legittime, ma per l’istituzione universitaria ugual peso dovrebbero avere le necessità della ricerca, in particolare della ricerca di base. Per chiarire il senso delle mie argomentazioni, è bene sottolineare che l’unità funzionale della ricerca di base, sia in area biologica che in altri campi, è il gruppo di ricerca. Come tutti sanno, si tratta dell’aggregazione di una o più persone (generalmente poche) che si propongono di realizzare un progetto. Di conseguenza, unità più grandi (vedi dipartimenti) sono da considerare come necessari costrutti amministrativi/burocratici che tuttavia, da questo punto di vista, appaiono privi di effettivo valore. Naturalmente, ciascun gruppo di ricerca può trovare vantaggioso collaborare con altri gruppi, e formare con essi unioni finalizzate alla realizzazione del progetto. Ma si tratta di unioni spontanee, che sorgono dal basso. Esse non vengono artificialmente imposte dall’esterno in ossequio alle necessità della cosiddetta “massa critica”. Certo, per sequenziare il genoma umano ci sono voluti gli sforzi di molti laboratori, ma la massa critica di un Einstein o di un Galileo era rappresentata dalle qualità mentali dell’uno e dell’altro, e quella di un Watson e Crick non si basava che sulle interazioni tra due individui. Purtroppo, l’università non tiene nel dovuto conto i gruppi di ricerca, e non si preoccupa di istituire agili strumenti che ne valutino attività e qualità. Eppure, si deve ai gruppi di ricerca se il fine primario dell'Università, l’elaborazione e la trasmissione delle conoscenze (articolo tre dello statuto federiciano), viene in qualche modo perseguito. Vale la pena di notare che nello stesso articolo si aggiunge “Esso (il fine primario) viene perseguito promovendo ed organizzando la ricerca”. A questo proposito, mi si lasci affermare che non mi sembra che concorsi per docenti o ricercatori siano mai stati banditi per promuovere la ricerca di base, né che borse di studio e di dottorato o assegni di ricerca siano mai stati attribuiti con l’intento di potenziare o almeno di far sopravvivere gruppi di ricerca di base noti per la qualità delle loro idee. Quando questo si è verificato si è sempre trattato di effetti collaterali scaturiti dall’applicazione di logiche del tutto diverse. Se a questo quadro locale si aggiungono le notizie di ulteriori riduzioni nei finanziamenti per la ricerca, di possibili trasferimenti ai privati della gestione finanziaria della ricerca di base, di ristrutturazioni ancora incerte ma già preoccupanti e criticabili, le prospettive per il futuro si fanno nerissime. Il fatto è che già ora il sistema nazionale di gestione della ricerca di base in campo biologico somma ai magri finanziamenti almeno un altro difetto di sostanza: l’insopportabile preminenza di gruppi di potere che influenzano pesantemente la distribuzione delle risorse nazionali. Quante isole di privilegio esistono dentro e fuori le università? Troppe. A loro si deve, tra l’altro, se l’accesso ai fondi richiede in modo pervasivo che le richieste di finanziamento siano inserite in sentieri precostituiti, definiti da titoli e sottotitoli di comodo. A loro si deve, tra l’altro, se nella gestione dei fondi FIRB, pomposamente descritti come sovvenzioni per la ricerca di base da attribuire sulla base della qualità delle ricerche, oltre alla griglia dei titoli e dei sottotitoli, si è imposto il vergognoso criterio dell’assegnazione a sportello, cioè del chi tardi arriva male alloggia (o meglio non alloggia affatto), a prescindere dalla qualità del progetto. Forse, elencando nomi e affiliazioni dei titolari di progetti finanziati dal FIRB ci si potrebbe fare un’idea meno opaca di come stanno veramente le cose. Quanto ai sentieri precostituiti, alle prescrizioni che vengono dall’alto, bisogna affermare con forza che la ricerca di base non può essere costretta in campi e sottocampi indicati da burocrati o da lobbies, ma deve restare libera così come libero è lo spirito che la ispira, libera ma pur sempre sottoposta ad una adeguata valutazione qualitativa. A questo punto è giocoforza chiedersi: cosa possono fare docenti e ricercatori universitari per continuare a svolgere la loro attività? Certamente, far sentire la propria voce a tutti i livelli (come del resto già avviene) per chiedere alle agenzie locali, nazionali ed europee di aumentare e non ridurre i finanziamenti per la ricerca di base. Ma questa elementare richiesta non va disgiunta dalla necessità di sfoltire drasticamente gli oscuri passaggi e i vincoli burocratici che intralciano la presentazione e la valutazione dei progetti, e favoriscono al contempo il proliferare delle lobbies. Appare tra l’altro essenziale che le ipotesi di lavoro presentate da singoli gruppi siano valutate sulla base della loro effettiva qualità e originalità, oltre che sulla bontà e affidabilità del lavoro pregresso. Di recente, Carlo Bernardini ha suggerito al ministro Moratti di adoprarsi per l’istituzione di un unico sistema europeo di gestione della ricerca. Idea attraente, ma solo a patto che la burocrazia e le lobbies di Bruxelles siano spazzate via. Mi si consenta però di aggiungere che, se si parte dal presupposto che prima di chiedere ad altri è bene chiedere a se stessi, ci sono altre iniziative da intraprendere, forse ancora più rilevanti. Mi pare infatti imperativo che, se si vuole attuare il dettato statutario, l’università si avvii per una strada nuova che valorizzi i gruppi che si dedicano meritevolmente alla ricerca di base. A questo scopo essa deve costruirsi strumenti di valutazione incisivi e affidabili che privilegino la qualità delle idee fondanti e la precedente attività dei gruppi. E’ necessario anche che una frazione consistente dei bandi di concorso sia indirizzata al sostegno e al potenziamento dei gruppi validi. Lasciatemi infine accennare ad un’idea balzana e provocatoria, suggerita dalla convinzione che, al giorno d’oggi, chi si dedica alla ricerca di base nell’università lo fa più come imprenditore privato della cultura e della ricerca scientifica che come membro di una illustre istituzione. Se questo è vero, e in gran parte è vero, allora il buon governo Berlusconi che concede incentivi fiscali alle piccole imprese dovrebbe attrezzarsi per consentire l’attribuzione di analoghi incentivi a quei docenti che perseguono la qualità nella ricerca di base in biologia. In soldoni, si abbia il coraggio di decretare che le trattenute irpef di questi docenti possano essere loro restituite come contributo alla realizzazione dei progetti di ricerca.
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