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ABRAMO E L'EUCARESTIA <Gen.18,1-15>
< I > INTRODUZIONE
CENNI DI METODOLe involuzioni teologiche sul tema della Eucarestia e la eccessiva fiducia riposta nelle capacità ermeneutiche della logica umana (di qui contrasti ed eresie) dipendono in gran parte dalla estrema povertà dei testi biblici che ex professo trattano questo tema. Eppure dovrebbe far scandalo ed invitare a cercare più a fondo, il fatto che l'eucarestia, centro della fede cristiana, culmine della presenza incarnata di Dio, sia stato affidato dagli agiografi a poche righe o a problematiche allusioni e manchi del tutto nel Vangelo di Giovanni. Ed ancora che il VT non contenga un costante riferimento a questo mistero, almeno con frequenza pari a quella riservata ad altri temi. 'Necesse est enim ut veniant scandala', ma…. se all'inciampo segue la ricerca solutiva! A mio giudizio la levigatura e smussatura degli Scandala da parte dell’esegesi dominante, dipende dall'avere troppo accentuato, come via di ricerca, l'elemento cronachistico. Quest'ultimo infatti, gli inciampi li evidenzia ma non li risolve e per di pi tarpa le ali ad una lettura avente come obiettivo la ricerca di una rivelazione divina nel messaggio scritto. Infine non poca responsabilità va attribuita, sia all'ossessivo riferimento, divenuto quasi lezioso, all'ambiente semita, sia al parallelo oblio di quello egizio. Eppure Mosè viene qualificato dalla Scrittura 'un egiziano' e il Vangelo attesta che "Dall'Egitto ho tratto mio figlio". Senza poi considerare che il mondo greco, diretto destinatario della fede cristiana viene svenduto, con tratti compiaciuti, travestito nei panni miserevoli del paganesimo o emarginato, quanto ai Misteri, come alunno di Satana. Ciò posto, il mio contributo consiste nel leggere, con riferimento alla eucarestia, uno dei tanti passi del VT che, secondo la visione corrente, ne conterrebbe solo una lontana allusione. Un contributo che, per la impermeabilità degli ambienti accademici, non si potuto giovare di quel confronto che vedrei scambievole debito di carità fra studiosi della Parola di Dio, e che eviterebbe imprecisioni od errori. Il ricercatore isolato è ancora il pasto sacrificale della accademica critica del 'poi'. Quanto al metodo, io penso che non si potrà mai meditare bene la Scrittura, se non si accetterà di togliere le aureole che impietrano nella loro 'santità' i personaggi dei racconti. Per intenderci, abbiamo canonizzato le figure di Abramo, di Davide, di Giacobbe e di tanti altri personaggi trasformandoli in monoliti colmi di contraddizioni. In una cultura arresa al postulato storicistico (Bibbia come epopea di un popolo), un giudizio anche parzialmente negativo su questi personaggi, viene considerato poco meno di una eresia. In realtà si vuole recuperare il significato teologico, contestando quella galleria di antenati che il giudaismo si creato e della quale molti teologi cristiani sono diventati i gratuiti propagandisti. Quanto a me, libero da tale ipoteca, nella scia dei Padri, considero in un’ottica teologica il cd. Popolo Eletto una semplice sagoma letteraria; e, dal punto di vista storico, nient’altro che una Congrega della religione mosaica presente nelle prime vicende della Chiesa. [1]
IL TESTONelle Bibbie in circolazione (qui cito la ‘Paoline’ 1962), ormai obbligatoriamente tradotte dalla tardiva versione giudaica (del 100 d.C.) che i rabbini compilarono in opposizione al Cristianesimo, il passo del cap. XVIII si presenta più o meno come segue:
"<1> Il Signore gli apparve presso il querceto di Mamre mentre egli sul caldo del giorno era seduto davanti alla sua tenda. <2> Alzati gli occhi guardò ed ecco tre uomini in piedi gli stavano davanti. Appena li vide corse loro incontro dall'ingresso della tenda, si inchinò fino a terra <3> e disse: 'Dhe Signor mio, se ho trovato grazia agli occhi tuoi, non passare, ti prego, senza fermarti presso il tuo servitore. <4> Permettete che vi faccia portare un po' d'acqua ; vi laverete i piedi e vi riposerete all'ombra di questo albero. <5> Io vi porterò un boccone da mangiare; vi rifocillerete e poi proseguirete oltre: non per niente siete passati davanti alla tenda del vostro servo. Ed essi risposero: 'Fa pure come hai detto'. <6> Abramo allora se ne andò in fretta nella tenda da Sara e le disse: 'Svelta, prendi tre misure di farina, impastala e fanne delle schiacciate.'<7> Egli corse intanto nella stalla, prese un vitello tenero e buono, lo dette al servo, che alla svelta lo preparò. <8> Poi venne con la bevanda di latte rappreso e latte fresco e quel vitello già pronto e li mise davanti a loro; ed egli se ne stava, ritto, con loro sotto l'albero, mentre essi mangiavano. <9> Quindi gli domandarono: 'Dov’è Sara tua moglie?'. Egli rispose: 'E' nella tenda'. <1O> E l'Ospite gli disse: 'Tornerò certamente da te fra un anno e Sara, tua moglie, allora avrà già un figlio'. Sara intanto stava ad ascoltare all'ingresso della tenda, dietro colui che parlava. <11> Abramo e Sara erano vecchi, molto inoltrati negli anni, e a Sara erano cessati i corsi come sogliono avere le donne. <12> Rise Sara fra se, pensando: 'Dopo essere invecchiata avrò io del piacere? Ed anche il mio marito vecchio'. <13> Il Signore disse ad Abramo: 'Perché Sara ha riso, dicendo : Potrei io mai avere figli vecchia come sono? <14> Vi è forse qualcosa di difficile per il Signore? Tornerò da te fra un anno di questo tempo, e Sara avrà già un figlio. <15> Negò Sara dicendo: 'Io non ho riso'. Perché ebbe paura; ma egli le disse: 'No tu hai riso'. "
Abbiamo riportato il racconto, come correntemente lo si ode, perché il lettore disponga di un punto di riferimento testuale, ma ovviamente l'indagine andrà fatta su quello autenticato come originale dalla Chiesa. Perciò seguiremo la LXX (ed. Rhalfs); la consideriamo infatti l'unica Bibbia precristiana autenticata dagli Evangelisti, dalla liturgia, e dai Padri, pienamente leggibile e quindi atta ad essere scandagliata nelle sue potenzialità semantiche. Quanto ai testi sacri, l'estetismo è un pessimo consigliere; purtroppo oggi le traduzioni di moda obbediscono sempre di più a canoni estetici (perciò tra le versioni preferisco quelle più antiche). Recepita nelle delicate e fascinose forme letterarie, la scena descritta dal nostro passo si svuota della sua profondissima densità teologica e perde ogni allusività all'Eucarestia. Il Pane, la bevanda, insieme alla lavanda dei piedi, scivolano via come gesti di pura cortesia verso l'ospite o formano oggetto di ricerche artistiche e archeologiche. Nella nostra meditazione proveremo invece a recuperare, uno per uno, gli elementi della scena ed a mettere in luce la loro articolazione, non temendo di leggere insieme testi evangelici anche molto lontani nel tempo, ma teologicamente parte dell'unico complesso costituito dal Libro. Ipotizzo dunque che qui viene profetizzata la Chiesa eucaristica, come Madre da cui nasce un Figlio di Grazia; e che il tutto va riferito al momento nel quale il Gruppo Eletto entra, come 'Economo di grazia', nelle case dei Gentili e ne accetta la autonoma rivelazione (cfr. Magi e Pastori lucani e la figura di Saulo\Paolo). Nella meditazione le cose ed i personaggi del racconto si trasformeranno in sagome letterarie che, variamente rivestite, permetteranno una lettura plurima dell'unico testo.
< II > Inquadramento del testo
IL PATTO DI ABRAMOLa nostra storia è preceduta dal racconto di alcuni fatti (Cap. XVII) che ritengo decisivi per la comprensione dell'insieme e che ora analizzeremo per collocare il passo in un contesto più ampio. In particolare nel cap. XVII viene chiarito quanto segue:
A -Abramo è sagoma del Gruppo Eletto, cioè di tutti indistintamente coloro che, in tempi, luoghi e culture diversi, sono chiamati a raccogliere e dare certezza alle Rivelazioni universali di Dio. Dio le sparse nei singoli popoli per farne, al compimento, una rivelazione unica (Abramo) da fissare nello scritto (Mosè) e vivificare nell'Uomo\Libro (Gesù). La Bibbia e la sua vicenda storica sono infatti permeate dall'unico grande afflato all'unità. L’Abramo qui descritto ha già realizzato il compito affidatogli(Patto); come Gesù sulla fonte della Samaritana, egli stanco e non ha ancora raggiunto la perfezione. I suoi 99 anni (17,1) avvertono che manca un anno a quel cento che indica il tutto. Con ciò l'agiografo avverte che sta per cominciare l'anno del Giubileo finale, della fine del mondo. In esso si vengono a sommare due periodi (di 50 anni), uno per ogni troncone dell'umanità. Alle novantanove pecorelle manca la centesima, quel Cristo che nel racconto genesiaco sarà impersonato da Isacco messo a morte e da Giacobbe sposo delle due 'Donne'.
B -Dio si rivela ad Abramo e gli annuncia la fase ulteriore, quella della fecondità. Egli dovrà essere Padre delle Genti, cioè saldarsi come centesima pecora con le altre novantanove. Questa seconda vocazione (Patto) perfeziona la prima, rivolta a censire, previa verificazione, le fedi della terra; una vocazione all'unità e al servizio pastorale nella Chiesa universale. Abramo cioè passerà dalle Voci ai Sacramenti; dalle opere esaltanti della Parola alla grande opera costituita da un fatto umanamente ordinario (generare un figlio) eppure aperto alla divinità: colui che nascer sarà un Figlio di Grazia. Alla liturgia della Parola si verrà sostituendo la liturgia del Sacrificio e della Cena nuziale.
C -Il segno di questa nuova funzione consisterà nel cambiamento del nome (17,5); egli non sarà più Abram, ma Abra-A-M e cioè, leggendo in greco, "Ancella una e plurima", cioè "Chiesa unità e molteplicità", “Ancella per l’alto’ (Abra am).
D -Il testo greco consente di intuire che la funzione da svolgere riguarda pur sempre la Parola; ed infatti l'espressione di 17,2: "Kai aute e diateke" (dando ad 'Aute' il significato sostantivo di Grande Voce) annuncia: "Il Patto è la Voce". A sua volta il vocabolo Diateke (patto) rimanda testualmente ai passi sinottici della Cena. Il Nuovo patto riguarda dunque la Voce, ma come Parola nuova, come grande Voce dello Spirito che si incarna in ogni uomo. Comincia così a profilarsi, attraverso il riferimento alla Cena, la nascita di un Primogenito; ed attraverso il riferimento allo Spirito offerto a tutti, una generazione universale.
E -Abramo svolgerà una funzione sacerdotale: essa consiste nel generare la Vita. Perciò il segno riguarderà l'organo genitale. Il nuovo sacerdote avrà potere di fecondare di Spirito l'assemblea, sua sposa, ed essa potrà generare per volere di Dio un Figlio. Dio consente ad Abramo di liberarsi dalla fimosi (tunica di pelle), che si porta addosso come segno del peccato di Edem e che implica la dolorosità della generazione (il generare con dolore si può riferire nella LXX all'uomo). La circoncisione richiesta attesta e garantisce la libertà piena dei figli di Dio ora maturi a generare, e la loro signoria sulla Vita.
F -Il maschio, da ora in poi, genererà con gioia se saprà sopportare, come piccolo dolore iniziale, la circoncisione della sua esistenzialità (carne) e chi non saprà perdere la sua esistenza (circoncisione come evirazione e celibato) non avrà la Vita. Il maschio potrà generare nella gioia se, a chi gli chiederà il 'mantello\prepuzio' (Xitona), cioè lo inviterà a circoncidersi, saprà come Abramo offrire il suo Isacco; saprà dare cioè anche la 'Scrittura\mantello' (Imation) (cfr. Mt.5,40 e Lc 6,29 in relazione a Gen.3,21 e 9,23).
G -Nel prosieguo del racconto (17,17) (e qui al 'Kai' do un valore avversativo) Abramo entra nel dubbio e, divenuto sagoma della resistenza degli eletti alla divina proposta, profetizza la perplessità di Zaccaria di fronte alle parole dell'Angelo (Lc I). Anche qui il diretto intervento di Dio (così sarà anche per Zaccaria) permette di superare l'ostacolo e di attuare il piano divino. Il racconto riferisce di un sorriso di Abramo che sta in parallelo con quel riso di Sara che concluder il racconto che forma oggetto della nostra indagine; un sorriso, solennemente attestato da Dio in persona, che risolve la tristezza della morte e della solitudine, nella coscienza di potere trasmettere la Vita. E' la gioia di Adamo, che accoglie la sposa a lui presentata dal Signore; è il sorriso che diventa segno della nuova realtà dell'uomo; è il segno della Vita, di una antropologia divina tutta gioiosa che conosce l'esultanza del Risus Pascalis.[2] IL PATTO CON SARANel racconto del cap. XVII, il patto (o meglio la benedizione) riguarda anche Sara o, più precisamente, Sarra, visto che così (17,15) la nomina il Signore. Ella indica, nella sua femminilità, l'umanità come molteplicità delle Genti. Anche le Genti nella loro storia (corpo) portano il segno del peccatocostituito da una forzata verginità derivante da una specie di divina infibulazione che si esprime nel dato biologico di un imene resistente all'unione feconda (seconda tunica di pelle di Gen.3,21). Dio annuncia a Sarra che questa situazione negativa sta cambiando in modo radicale e la novità questa: - quanto all'Uomo (eletto), egli sarà libero dal dolore nel generare, se accetterà una piccola sofferenza iniziale ("Che conta una piccola sofferenza presente..." dirà Paolo in Rom. 8,18) capace però di recidere i vincoli che impediscono l’amoroso dono di sé nella funzione generativa; [3] -quanto alla Donna, ella non dovrà subire nulla di doloroso: a lei tutto sarà offerto nel sorriso come atto di gratuita felicità. [4] Uno splendido scrosciar di riso accompagnerà l'inizio della maternità di Sara. Ricordo che nella tradizione ermetica l'atto della creazione viene reso col sorriso di Dio; ed i fedeli greci, a loro volta, invocavano nella sera il "sorridente volto della Gloria del Padre" non per sottolineare uno stato d’animo del Cristo, ma per esaltarne il potere generativo. La soluzione per Sara si attua dunque incruentemente, come per i discepoli di Gesù, attraverso un cambiamento del nome equivalente ad un atto di ricreazione: Sara viene trasformata in Sarra, nome che possiamo tra l'altro tradurre: "Una garanzia per te" [S'arra] od anche: "Ora lei rifatta sole divino" [Sa ar Ra]. Sarra, la sorridente, è così capace di generare un Figlio, dal quale nasceranno dei re, cioè dei ‘princìpi di unità’ sicché potrà dire di essere madre di un popolo sacerdotale.
LA RISPOSTA DI ABRAMONel prosieguo della storia (17,23 ss.) Abramo circoncide se stesso, il figlio Ismaele avuto dalla schiava Agar che ha 'tredici' anni (ritorna il numero gi profetizzato nel racconto di Melchisedech), gli uomini della sua casa, ed anche gli stranieri che sono con lui. Quest'ultimo gesto, riscattato da un integralismo religioso che lo degrada a violenza su sottoposti, attesta lo splendore di una Vita che deve essere partecipata a tutti. La liberazione è così universale e si attua attraverso una dedicazione al sacerdozio; sicché l’accettare di servire il Signore fa scoprire una via di liberazione che riguarda tutti, anche i Gentili.
Proprio in quanto ogni proposta divina stata attuata (cap.XVII), si giunge alla pienezza dei tempi, e si attua l'incontro di Mamre che ci proponiamo di leggere in termini eucaristici. Poiché esso conclude la circoncisione e porta a perfezione il Patto fondamentale ed eterno con Sarra, si può prevedere che il racconto si centrerà, in un primo momento, sugli effetti della circoncisione e poi su quelli del cambiamento di nome di Sara. Così infatti è. Dopo la liturgia iniziale, che si centra su Abramo, la scena si sposta su Sarra e viene annunciato il grande Figlio. Andiamo, dunque, a rileggere il nostro racconto, identificandone e qualificandone gli elementi.
< III > GLI ELEMENTI TEOLOGICI DEL RACCONTO
Per analizzare il nostro racconto cercheremo ora di individuare, in termini di sagome, gli elementi di cui si servito l'agiografo. MAMREDecisivo innanzi tutto il nome 'Mamre'. Esso non indica un luogo, ma uno straniero, amico e compagno di battaglia di Abramo, che lo ospita nella sua terra. Proprio in quanto ospite Abramo incontra, faccia a faccia, la Divinità. Il dato topologico assume notevole importanza in quanto collega la 'specialità' di Abramo (un eletto),ad una realtà socio-culturale a lui estranea, nella quale egli viene accolto, e che in qualche modo costituisce l’elemento generativo del grande evento. Nella sagoma imprecisata di Mamre si cominciano ad intravedere quelli del centurione Cornelio che ospita Pietro, o del Macedone che invita Paolo a farsi apostolo delle Genti.
I TRE: UOMINI: TRINITA', VANGELI?Segue in 18,1 una sfasatura: un singolare e cioè 'il Signore', viene reso equivalente ad un plurale e cioè 'i tre uomini'. La sfasatura certo non è sfuggita all'agiografo; io credo che egli la volle al fine di comunicare qualcosa che ora proveremo a individuare. Molti studiosi, per risolvere la discrasia, hanno voluto vedere nei tre uomini una allusione alla Trinità divina; identificazione del tutto improbabile in quanto il termine 'Andres' rimanda inequivocamente ad uomini in carne ed ossa e non a parvenze divine. Si anche eccepito che è impensabile un'allusione al mistero più intimo di Dio, mediante immagini umane. Neppure sostenibile, si è detto, un richiamo alla Incarnazione (che giustificherebbe le figure umane), in quanto essa va riferita specificamente alla seconda Persona della Trinità. Pur ritenendo valide queste critiche a me pare che la questione vada affrontata in chiave ecclesiologica. Avanzo allora l’ipotesi che essi possano identificarsi con i tre Vangeli Sinottici che operano nel mondo delle Genti e debbono unirsi a chi predica nell’area degli eletti. [5] Mi chiedo ancora se i ‘tre’ che sono ‘uno’ non vogliano anche esprimere l’incarnazione del Cristo nei suoi sacerdoti che sono distinti in tre categorie (diaconi, presbiteri ed episcopi). In questa ottica il gesto di Abramo di lavare loro i piedi diventa fortemente profetico dell’analogo gesto di Gesù rivolto ai suoi apostoli.
LA RIVELAZIONE COME 'GIARDINO'Il Signore (qui non si usa mai la parola Dio) si fa vedere in mezzo agli 'Alberi'. L'ambiente in cui si articola l'evento qui narrato, è molto più che un fondale di scena. Il querceto, con la sua coerente molteplicità di Legni, richiama il mistico giardino di Edem dove si possono contemplare tanti 'bastoni' che sostengono i fogli (e non 'le foglie') dei rotoli sacri. Il cd. Giardino di Edem, biblioteca santa di Dio, totalità della sua Rivelazione, risulta qui evocato dall'icona potente del querceto. Abramo ha compiuto la sua missione di notaio di Dio; è finito il tempo concesso a coloro che, raffigurati nella sua persona, Dio aveva chiamato per raccogliere la rivelazione diffusa in tutto il mondo (l'andare di Abramo). Ora è tempo di compiere la scelta di qualità e di passare dal Logos al Rema, dal Libro all'Uomo\Libro. E' tempo dunque di Angeli, di fedeli cioè che non solo in parole, ma anche in opere, annunciano la Verità. Fra gli alberi, maestosi ma muti, i tre personaggi che hanno una sola voce, quella del Signore, fanno risuonare il buon annuncio: la Vita entra nella morte attraverso una nascita assolutamente impensabile. Una rivelazione nuova che si attua nella 'pienezza dei tempi', quando cioè le verità sono state collocate l'una vicino all'altra, come gli alberi di un ricomposto giardino di Edem. Il Signore dunque si mostra proprio nella comunione della sua rivelazione; nella vera Grande Madre. [6] La parola del Vangelo (leggendo i ‘tre’ come sagoma dei Sinottici) vuol risuonare nella Selva Oscura della Scrittura, in mezzo ad alberi imponenti e sempre verdi che danno come frutto le ghiande destinate ai mistici 'porci' del mondo (X. o iroi): era infatti un querceto. Essa si intronizza in mezzo alla Rivelazione che apparteneva al gentile Mamre e cioè al mondo intero, ma, per volere di Dio e per amore degli uomini, è posseduta provvisoriamente da un eletto (Abramo). I tre Vangeli hanno una sola e nuova parola da dire: la nascita del Figlio. Solo i Sinottici annunceranno infatti l’eucarestia (figlio fasciato da mangiare) alla quale Luca premetterà, e nella stessa direzione, l’annunciazione a Maria.
PRESENZA REALE ed APPARENZAL'azione (18,1) comincia con una espressione, che funge anche da titolo del tutto: "Il Signore si fece vedere"; ed subito chiaro che il punto più alto della profezia consiste nell'annuncio di una visibilità nuova, fatta di cose umane; di una presenza che appartiene alla pianura dell'esistenza; quella stessa che gli eletti rifuggiranno quando si collocherà, per essi, sul monte. Il Signore si fa vedere realmente; una modalità che sarà bene approfondire considerando che la realtà della Presenza viene in pratica confusa con un apparire esistenziale, cioè con la visibilità ottica. [7] Il nostro passo, annunciando che il Signore 'Ofte', cioè si fece vedere, avverte che esiste un punto in cui il mistero della sempre presente realtà di Dio si tocca con il 'reale' dell'uomo, con l'osservabile ed il tangibile; diventa finanche 'comunione di tre uomini\libro'; diventa Chiesa ed Eucarestia fatta di uomini, di Sacrificio e di Cena, di tre ‘andres’ che operano in persona Christi. Dunque, "il Signore si fece vedere" e proprio "da lui" o "attraverso di lui"; così infatti si può tradurre il generico 'Auto'. E subito si può cogliere, nella seconda lettura ("Attraverso di lui"), una speciale mediazione che allude ad una funzione sacerdotale e che invita a seguire con attenzione i gesti (sacerdotali) che Abramo sta per compiere. Per effetto di essi, nella seconda parte della scena, scaturirà l'annuncio della nascita di Isacco. Ma, come già accennavo, ancor prima di battere questa strada, la meditazione orienta a cogliere nella triplice presenza l'immagine speculare dello status sacerdotale profetizzato in Abramo. Tre sono i gradi del sacerdozio nella Chiesa, ma uno solo il sacramento dell'Ordine. L'unica funzione sacerdotale si esprime attraverso i tre filoni e cioè quelli della Parola, del Sacrificio e della Cena: Diacono, Presbitero ed Episcopo sono tre uomini impersonanti un unico Signore (che Gesù) in una sola e pur triplice presenza. L'identico tema viene altrove esposto nelle sagome, distinte ma ricalcabili, di Abramo, Isacco e Giacobbe. Se dunque il tema qui esposto è il sacerdozio collegato alla visibilità di Dio, si può presumere che il racconto ne indicherà profeticamente i momenti, e fisserà altresì le condizioni imprescindibili per godere di questa specialissima visione.
Vitello-Yogurt come PANE-VINOSeguendo l'ipotesi che ora abbiamo delineata, e considerando che Abramo offre agli ospiti cibi diversi da quelli ordinati, i soggetti che sono sulla scena, le loro azioni e le cose ad essi collegate acquistano un impensabile spessore teologico e fanno intravedere, dietro e immagini, una vera e propria liturgia eucaristica. A) La Donna (Gune) chiamata a preparare il Pane. E' lei la 'Basileia', la 'regina' (Sarra) che impasta Tre misure di farina e 'schiaccia' il pane, per farne un azzimo segno di oppressione. Il tutto avviene nella tenda, cioè nel tabernacolo della comunione domestica. Da essa Sara non può uscire perché, a motivo della sua infecondità, crede di non godere del favore di Dio. Tuttavia, proprio dall'interno di questa sua realtà che annuncia comunque una comunione, ella, come Elisabetta, forma un corpo mortale per il grande Figlio che deve venire. Preparazione del pane e gestazione del Figlio sono situazioni omologhe.[8] Come vedremo, questo pane non verrà offerto da Abramo ai suoi ospiti; esso farà parte della cena, ma trasformato nella viva carne del misterioso vitello sacrificato. Una situazione che presenta forti analogie con il rito liturgico della presentazione del ‘pane’ da parte dell’assemblea e nella sua trasformazione nel corpo del Cristo morto e risorto.
B) l'Uomo (Aner) si muove all'esterno: è colui che dà disposizioni alla Donna; che ha relazione col Servo; colui che, infine, diventa mediatore nel rapporto liturgico con il Signore fattosi presente. Quella dell'Uomo è, quindi, una figura di intermediazione, direzione e rappresentanza. Il gesto conclusivo della sua funzione consiste nel presentare al Signore il pane della Donna, l'animale sacrificato, per un pasto comune al Dio ed all'uomo, un vero e proprio banchetto escatologico. Narrata l'offerta, che ha una chiara connotazione liturgica, il testo prosegue con una indicazione spaziale molto significativa (18,8) che fa venire alla mente la grande scena giovannea della crocifissione. Dice il testo dei LXX che, dopo che Abramo ebbe offerto ai 'Tre' latte, formaggio fermentato e vitello (che leggeremo come pane e vino), egli in persona stette per loro sotto l'Albero. Attraverso questa semplice pennellata l'agiografo fa intendere che la funzione sacerdotale (di cui Abramo sagoma) si sostanzia nella soggezione intima al mistero della Croce (albero) e, per conseguenza, nell'accettare di essere, qui in terra, incarnazione di Colui che da terra è stato sollevato. La Croce più che mistero di morte, mistero di elevazione verso il cielo. [9] C) Il Servo, letterariamente nascosto nell'ombra di Abramo, è il personaggio centrale. Abramo lascia la vittima al Servo e successivamente, non appena preparato 'Ciò che fece', lo offre ai 'Tre' ('o epoiesen' implica una specifica, autonoma operazione ed un prodotto finale). Sono gesti questi che assumono un profondissimo valore profetico. Abbiamo già accennato alla possibilità di leggere in essi una articolazione del sacramento dell'Ordine; in particolare è proprio del presbitero compiere atti di 'servo' e preparare l'animale sacrificato, perchè possa essere mangiato. (ricordo gli strani 'cuochi' di Tertulliano). Ovviamente possibile mangiare solo dopo che la vittima stata offerta al Dio. Dunque, il servo ha anche il potere di 'offrire il Sacrificio', posto che proprio in questo 'offrire' si sostanzia la 'preparazione' della vittima (e non certo nella sua cottura a fuoco lento con sale e spezie). Uno spunto, questo che fa riflettere sulla titolarità, da parte del Sacerdote, del Sacrificio eucaristico. Ma bisogna anche cogliere nella immagine del servo, che letterariamente scolora a fronte dell'azione di Abramo, la figura di qualcuno che scompare dalla storia, anticipando le parole di Giovanni (3,3O) "E' necessario che io diminuisca, perché egli aumenti". E chi scompare per lasciar posto allo Spirito è proprio il Gesù della carne. Se a preparare la vittima non è Abramo (figura di ogni sacerdozio futuro), ma un servo senza volto, ciò significa che il Grande Servo si farà carico, una volta per tutte, della preparazione sacrificale della vittima e poi lascerà questo mondo. [10]
D) S il nostro racconto viene letto superficialmente (la ‘lettura carnale’ contestata da Agostino), il ‘Vino’ non compare, mentre io lo considero parte integrante del discorso. Per maggior chiarezza anticiperò qualche riflessione in ordine al significato di questo elemento nell’azione liturgica della Chiesa. Il vino, congiunto a poche gocce di acqua è quanto il sacerdote pone di suo nel sacrificio eucaristico; a sua volta la Donna (comunità) offre il pane. Proprio per profetizzare questa forma di partecipazione all'unica preghiera e all'unità della celebrazione eucaristica, l'agiografo si serve nel nostro racconto di una immagine che, ovviamente, va compresa nella sua teologica metaforicità. In questo senso il latte fermentato sarà considerato come un equivalente del vino. [11] Il vino, come dice la Scrittura, è il frutto della Vigna del Signore; esso è un'acqua densa (mosto) che si trasforma attraverso la fermentazione. Ma anche il formaggio, se si pensa a quello fresco (tipo Yogurt), è un prodotto della fermentazione. Sotto altro profilo si può dire che il frutto della Vigna del Signore (cioè degli 'eletti alla funzione sacerdotale') non si assimila ad un qualsiasi prodotto della terra di consistenza acquosa. Se merceologicamente il vino si può assimilare al pane come prodotto della terra, tale similitudine non vale sul piano teologico. Sul piano metaforico infatti l'uva è il frutto di un albero che sale verso l'alto ('an pelo'), sostenuto da un Tutore. Esprime dunque una ascensione e una superiorità, che ben si attaglia all'uomo. Questi, a somiglianza della vite, cerca di guadagnare il cielo e lo raggiunge, se si appoggia all'Albero della Vita. In conclusione, per indicare in modo diverso il vino con questa sua particolare qualità, l'agiografo doveva trovare una immagine capace di esprimere, semmai arricchendolo, quello stesso contenuto teologico. Lo ha ritrovato così nel latte che non deriva da un essere inferiore come la pianta, ma è prodotto da un essere animato e, perfettivamente, dall'uomo stesso.[12] Il latte può validamente esprimere l'offerta che nasce dall'intimo dell'uomo, quella proprio che Dio vuole dai suoi figli che ha convocato nella terra ‘dove scorre latte e miele’. Esso raggiunge la sua perfezione quando fermentato. Come il mosto diventa acqua ardente se fermentato in vino, così anche il latte è capace di rendersi stabile e di arricchirsi di effetti benefici se acquista quella acidità che, a prima vista, lo rende quasi sgradevole. Inoltre, l'immagine del fermento, implicando l'idea di un qualcosa di vivo che cresce, si collega direttamente allo Spirito. [13] Possiamo allora dire che, nel nostro racconto, offrire carne e latte fermentato equivale teologicamente ad offrire Pane e Vino come nella cena eucaristica. Quanto poi al latte fresco che Abramo aggiunge all'offerta del fermentato, esso significa la parte dell'uomo ancora corruttibile, che sa di non essere ancora fermentata e tuttavia si offre a Dio, quasi sostenendosi sulla parte migliore; equivale dunque all'acqua che viene unita al vino nella celebrazione.[14] Aggiungiamo un'ultima considerazione che illumina l'unitarietà del mistero eucaristico. L'immagine del latte fermentato consente all'agiografo di mostrare che, contrariamente a quanto appare a prima vista, il vino eucaristico va considerato appartenente all'area dell'Abele (Pastore di pecore) e non solo a quello di Caino (contadino). Si ricordi che l'offerta fatta inizialmente dall'eletto (sagoma di Abele) era l'agnello, ma esso, distinguendosi come cosa viva dal pane di Caino, non avrebbe consentito di attuare un sacrificio unico dell'umanità. Per questo motivo Gesù non si servì dell'agnello pasquale e ad esso sostituì il vino che pure è un prodotto della terra, e quindi di Caino. Ma non volle con ciò escludere Abele (l'eletto) dalla sua cena, sibbene inserirlo in essa in modo da legarlo strettamente al fratello, e togliergli, al tempo stesso, ogni albagia di specialità. Escluse allora l'agnello, e si servì vino perché questo, pur appartenendo alla terra, non è morto in quanto è prodotto di fermentazione; è cioè vivo come è vivo l'agnello. In questo modo, cioè nell’ottica della vita, le offerte dei due fratelli divennero uniche quanto all'origine e tuttavia distinte come ancora oggi testimonia la liturgia quando fa offrire dalla comunità il pane, e dal diacono il calice. In breve, inserendo nel nostro passo in duplice modo il latte si esplicita questa dinamica: il latte è figlio dell'agnello e quindi identico ad esso, ma è fermentato come fermentato il vino. [15] La conclusione è allora questa: sull'autorità di Abramo e della Scrittura, gli Eletti riconoscano che l'Eucarestia, celebrata dalla Chiesa, è la sintesi della Cena gentile e della Pasqua mosaica. Il nostro passo chiarisce allora come Giovanni completa la teologia eucaristica dei Sinottici: egli racconta di una lavanda dei piedi e, interpretando la scena che qui si svolge sotto l'albero, narra che qualcosa di inacidito fu messo a disposizione del Signore moribondo. Lavanda dei piedi; riposo all'ombra del Grande Albero della Croce; boccone che serve per rifocillarsi e riprendere il cammino (viatico) e portare ovunque la presenza di Dio: chi legge in positivo la scena dell'Ultima Cena, narrata dai Sinottici, scopre allora in Giuda, che esce col boccone in bocca nelle tenebre esterne, l'eponimo della tribù dei fratelli di Gesù, dei Sauli che diventano Paoli e, conoscendo solo questo: "che la sera prima del suo patire Egli prese il pane…", vanno per il mondo a riconciliare l'umanità con Dio. Si ricordi che il testo liturgico lascia la possibilità, secondo una diversa accentuazione, di annunciare che in quella notte Gesù fu tràdito e tradito cioè offerto al mondo e consegnato alla morte.
FUORI LA TENDATorniamo ora a riflettere sull’azione raccontata, ed in particolare sulla figura di Abramo così come compare all’inizio della storia. Il testo greco non dice che Abramo entrò nella tenda di Sara. Ed infatti, se avesse compiuto questo gesto, avrebbe mostrato che già esisteva pace tra lui eletto e le Genti, cioè le comunioni domestiche sparse nel mondo. Come Giuseppe rispetto a Maria egli era ad esse sposato, ma non ancora convivente. Questa pace feconda si poteva realizzare solo dopo la celebrazione della Eucarestia, come suo specifico frutto di Grazia. Abramo si limita ad ordinare dall'esterno di preparare il pane. Egli ancora 'solo' non avendo consumato il sacrificio del mistico vitello. Questa sezione del testo profetizza allora la situazione che precede la passione del Cristo: da una parte i popoli, che vivono al loro interno la tensione alla costruzione della comunione nei termini ancora precari ed approssimativi del Pane (la figura femminile di Sara); e dall'altra il Gruppo Eletto, che sta per uccidere il Messia (vitello). Zaccaria nel Tempio e la folla fuori (Lc.1,1O) sono un'altra icona di questa situazione. L'agiografo presenta qui Abramo come il Lazzaro evangelico; come il morto che, piagato e affamato, non ha la forza di entrare nel Tabernacolo di Dio, passando attraverso il mistero di Cristo\Porta, e al quale mistici 'cani' (incirconcisi-prepuzi) leccano amorevolmente le piaghe per guarirle (Lc.16,21). Gli evangelisti aggiungeranno che solo un celeste samaritano, per pura grazia, prender questo ferito sul suo giumento e, attraverso la morte, lo guarirà dalle piaghe subite nel mondo. Egli cioè sarà perfetto solo nel tempo dello Spirito.
IL MANCATO CONCEPIMENTOAbramo è dunque colui che 'non entra' nella tenda. Ecco la ragione del mancato concepimento da parte di Sara. L'immagine delineata dal nostro racconto trova molte corrispondenze all'interno della Scrittura; si pensi alle infecondità descritte nel Libro e si giungerà a quella di Maria, sposata a Giuseppe (giudeo) e concretamente divisa da lui. Il nostro testo annuncia che quando Abramo, come Pietro nella dimora di Cornelio, troverà finalmente la forza di superare la soglia delle case dei Gentili, diventando Paolo da Saulo che era, allora sarà possibile il concepimento del grande Figlio perché direttamente viene lo Spirito. Nello Spirito potrà essere celebrato il mistero ultimo, cioè l'eucarestia. Fino ad allora le Genti potranno offrire a Dio solo il pane (sacrificio di Caino) che, per essere accettato, dovrà attendere e congiungersi col sangue di Abele. Due popoli saranno allora uno solo, e Cielo e Terra risolveranno la loro dialettica duale nell'unità dell'unico gesto creativo: quello eucaristico.
L'INGRESSO NELLA TENDAAbramo resta fuori della tenda: il testo greco lo fa capire chiaramente. Ma la sua voce, l'immateriale sua presenza, contatta Sara. La sagoma letteraria del patriarca assume qui vesti nuove ed insospettate potenzialità teologiche. [16] Da Maria entrerà un Angelo cioè una Voce, e il Dio sarà concepito dalla vergine per opera dello Spirito. La Voce di Abramo, che si rivolge a Sara dentro la tenda, profetizza questo speciale ingresso, così come oggi le parole del sacerdote ("Manda, Signore, il tuo Spirito...") che producono l'effetto meraviglioso della generazione del Figlio-Eucarestia. Sottolineando la vecchiezza di Abramo e Sara, il racconto chiarisce, a chi non cerca nella Scrittura facili miracolismi ormonali, che la generazione qui ha un carattere del tutto spirituale; che dalla Parola si comincia a generare la Vita (liturgia della Parola); ed ancora che si giunti alla pienezza dei tempi, al Cento (Ekaton) che equivale alla perfezione della totalità (liturgia della presenza eucaristica). Affermare che nella Parola, annunciata solennemente dal sacerdote, c'è la reale Presenza del Signore, è un ricordare che questa speciale incarnazione si sempre attuata in coloro che Dio ha chiamato alla funzione di annunciatori e produce effetti di vita in chi ascolta anche se isolati come Sara nelle loro tende; sicché essi possono dire: "Per le parole del vangelo siano rimessi i nostri peccati". In conclusione, situando il discorso dopo la Visione e prima della Cena, il nostro passo allude alla Rivelazione che costituisce la presenza autentica di Dio nel mondo.
IL BATTISTA E GESU'Possiamo incalzare nella nostra lettura per scoprire una profezia sugli eventi evangelici. Qui la Voce entra nella tenda, come poi quella dell'Angelo Gabriele, e porta la Vita e stabilmente la colloca nella storia. Il mandato a costruire un Corpo di Grano, per un pane da offrire al Signore, risolve la situazione negativa in cui versa Sara. Proprio attraverso gli annunci si articola la storia dell'incarnazione di Dio. Il lettore che medita questo passo scopre che in Sara, diventata Sarra, si confondono le due parti dell'unico mistero della generazione del Cristo: - quella che fa capo ad Elisabetta (il Battista, cioè l'uomo); - e quella che fa capo a Maria (l'Eucarestia, cioè lo Spirito). In egual direzione e con egual meccanismo Luca nel Vangelo dell’Infanzia costruisce le sue due annunciazioni.
In questo punto del testo, noi assistiamo al primo dei due concepimenti: Abramo rivolge la Parola a Sara (parallelo di Elisabetta) e le chiede di "darsi da fare, di impastare 'Tre' misure di farina e fare pani sotto la cenere". Fuor di metafora le chiede di costruire cioè un corpo mortale, che sarà messo sotto terra, cenere fra cenere. E' l'annuncio di un Gesù mortale, di un Isacco 'fasciato' sì, ma non ancora 'messo nella mangiatoia'. E che altro può costruire Sara, fecondata dalla voce di Abramo, se non un Giovanni Battista, di cui solo la testa potrà salvarsi? [17] Sara può solo cuocere quel pane, costruire cioè un corpo che, come ogni altra cosa, dovrebbe finire nella polvere. Ma, avendo un principio, una testa, Dio lo accetterà. Questa testa\principio costituita proprio dalla voce di Abramo, che ha chiamato la Donna a impastare la Farina. Fuor di metafora, essa è la santità della offerta dell'uomo a Dio, suscitata dalla Voce intima dello Spirito. Dio ha sempre consentito all'uomo di ascoltare questa voce nella tenda\tabernacolo della sua coscienza, e gli ha offerto un ‘principio’ divino capace di far fermentare l’offerta mortale [18] Concludendo: esiste ora un pane; ad altri è riservato il compito di far si che esso diventi Vita indistruttibile. Dovrà dunque seguire una nuova annunciazione, superiore alla prima. Ed quanto avviene allorché il Signore (il soggetto che parla al singolare) rivela a Sarra che le nascerà un Figlio. Ma, perché questo avvenga, qualcuno deve 'morire'.
IL MOSXARION - VITELLOLa scena ora si colma di dinamismo. Abramo (18,7) corre verso gli armenti. Il termine greco 'Boas' oltre che 'buoi' vuol dire anche 'Le Grandi Voci' ed indica, quindi, i maestri della Parola, i Profeti. Ad essi corre Abramo per scegliersi un sacerdote-vittima. Egli prende allora un 'Moskarion' cioè un vitellino (termine che ritroveremo nella cena imbandita per il figliuol prodigo) e che nasconde una espressione teologicamente molto forte: “Per me egli è il Cristo-Monte” che allude al Crocifisso ed al Pane. Esso è 'Apalon kai kalon', aggettivi che vengono correntemente tradotti con 'tenero e bello', esaltando così l'aspetto culinario e la delicatezza dell'ospitalità. Io credo che essi dicono tutt'altra cosa e leggo perciò diversamente. 'Kalon' in greco significa anche 'legna da ardere' e ricorda l'Isacco, che porta sulle spalle la legna del suo sacrificio, cioè il suo patibolo. Per parte sua 'A-palon' dice 'privo di fango', 'non tirato a sorte', ‘Eunuco’: una serie di sensi questi che si attagliano perfettamente alla figura del sacerdote-vittima dell'Eucarestia (innocente, eletto, senza brama egoistica di possesso). Scelta la vittima, Abramo (qui chiaro eponimo del Gruppo Eletto) la mette a disposizione del servo. Il testo, senza chiarire chi è il soggetto, se Abramo o il Signore, aggiunge (18,7): "Kai etacunen tou poiesai auto" che possiamo tradurre: "E stabilì che questo fosse il rito".
Mentre la Donna fa la sua offerta eucaristica di Pane nel chiuso della sua tenda, Abramo compie la sua all'aperto, in mezzo alle Voci, cioè ai Profeti di Dio. L'offerta consiste nell’uccisione del vitellino, Vittima pasquale per eccellenza, Gesù ucciso fuori Gerusalemme e consegnato dal gruppo dei profeti di Dio. I due tronconi del grande sacrificio possono ora diventare l'unico rito eucaristico non appena si verificherà il fatto nuovo, costituito dalla nascita di colui che salda insieme Abramo e Sara, ed i loro distinti sacrifici: il mistico Isacco sacrificato a Dio. Letto così, il nostro passo individua con chiarezza i due momenti della Eucarestia e li colloca tra di loro in stretto parallelismo: l'uno vale l'altro. Da questa pagina la Chiesa, novella Sarra, saprà che il suo Pane gentile equivale all’uccisione dell'armento offerto a Dio, un armento eunuco, senza macchia, non tirato a sorte, ma chiamato dal Signore stesso ad offrirsi. E saprà che la perfezione verrà da una seconda offerta che l'eletto dovrà compiere: quella del Vino, cioè della bevanda fermentata. Una offerta che chi precede Gesù (il Battista) non poteva certo compiere; perciò, dice il Vangelo, ‘Giovanni non bevve nulla di fermentato’. Da questa stessa pagina, parallelamente, il Gruppo Eletto apprende che il sacrificio cruento è stato compiuto, una volta per tutte, direttamente dal Servo. Il sacerdote, che quel servo rappresenta ed incarna, potrà d'ora in avanti, operare solo col Pane di Sarra e col Vino della Vigna del Signore, potrà cioè celebrare una dolce eucarestia.
IL VINOSiamo così tornati a riflettere sul vino eucaristico come offerta del Gruppo Eletto, come secondo elemento, insieme al Pane, della celebrazione eucaristica. Ora lo scrittore compie il suo capolavoro letterario, inserendo il Vino in una maniera tanto delicata, da sottrarlo ad un esame non attento ad ogni particolare. Quando Abramo (18,8) va dai suoi ospiti, presenta loro: "Boutiron kai gala kai to moscarion o epiesen" che nella traduzione corrente suona: "Formaggio e latte e il vitello che fece". In questa espressione, per trovare 'latte fermentato' (come dice il testo masoretico) bisogna pensare ad un formaggio molle tipo yogurt. Ma alla stessa conclusione si può giungere i altro modo, considerando che 'Turon' dice proprio ‘latte fermentato’ e 'Bou' può essere assunto come un prefisso intensivo. Compitando così il fonema ‘Boutiron’, l'espressione risulta allora identica a quella della redazione giudaica che recita: "Latte e latte fermentato", che, come dicevo, corrisponde ad acqua e vino. Naturalmente, il distrattissimo Abramo avrebbe dovuto portare agli ospiti anche il pane, preparato da Sarra, per mangiarlo col latte e col formaggio. Ed, invece, ecco egli porta il vitello! Questa singolare sostituzione ora ha un senso pregnante e decisivo: l'animale, sacrificato dall'Uomo, equivale al Pane, preparato dalla Donna. Abramo con l'offerta della ‘carne’ celebra l'Eucarestia giudaica della passione e morte di Gesù; celebra il Venerdì Santo. Sotto la copertura delle immagini, i segni sono quelli evangelici: Vittima, bevanda acquosa, e bevanda acida. Né manca, naturalmente, la Croce. Il racconto, infatti, subito continua (18,8): "Autos de pareistekei autois upo ton dendron" che tradotto: "Egli si pose con essi sotto l'albero" permette di intuire la presenza crocifissa del Servo e di Maria col Discepolo amato da Gesù.
Qualcosa di molto significativo e cioè un mandato specialissimo, può ricavarsi dalla citata espressione se essa viene compitata diversamente. Il segreto per cogliere la diversa lezione sta in un cambiamento di soggetto. Infatti, mentre nelle traduzioni, per continuità stilistica, si tien fermo Abramo come soggetto dell'azione, il testo greco lascia tutto in forma indistinta. Lo traduco allora come segue: "<Abramo> diede al servo <la vittima>. E Quello ordinò: 'Costruisci la sua Perfezione, lei in persona'. Ed <Il servo> allora accolse la folla del Pane, e l’Agnello. Per lei egli cantò, quale Libro del Cristo. La Grande-essenza vivente egli costruì"[19]. La nuova realtà sarà dunque la comunione con la Donna (la folla, la moltitudine dell'umanità e, nel nostro racconto, la Sara); lo specifico mandato consisterà nell’annunciare il Cristo Crocifisso, cioè Agnello (come dice Paolo); la risposta sarà piena quando dalla Parola annunciata, cioè dal Libro, si passerà alla costruzione del Cristo eucaristico.
DOVE STA SARRA?Il nostro racconto prosegue (v.9) con una richiesta degli ospiti: “Dove è Sara tua moglie?” ed una risposta di Abramo: “E’ lì nella tenda”. Sembrano proprio retoriche, in questo colloquio fra Abramo e il Signore, sia la domanda che la risposta. Ma, superando la superficialità del racconto, le espressioni diventano pregne di significato teologico. La domanda di Dio a Caino: "Dove sta tuo fratello?" (quasi che Dio lo ignorasse) fa il paio con l'altra: "Dove sta Sara?". Se il Signore voleva parlare con lei, perché non disse semplicemente: "Chiamami Sara"? La logica del dialogo va recuperata cercando in tutt'altra direzione. Nel racconto di Kain attraverso la domanda di Dio l'autore voleva mettere in chiaro che l'uccisione consisteva proprio nella divisione e nel rifiuto di riconoscere il fratello (evidente il parallelismo con il tradimento di Simon Pietro); e voleva segnalare che Abele non si trovava più nel suo specifico Topos teologico, quello del sacerdote sacrificatore. Voleva ancora evidenziare un fatto molto importante: strappare Abele dal suo ruolo sacerdotale e svilirlo alla terra equivaleva ad ucciderlo. E’ questo il senso del ‘condurlo nel campo’, gesto non di spostamento di luogo, ma di uccisione. In parallelo antitetico, qui la domanda dell’Ospite tende a stigmatizzare il fatto che l’uomo ha lasciato la sua donna e l’ha relegata sotto la tenda. Ad essa non si è ‘incollato’ come esige la Parola della Genesi. Questo è il dato decisivo. Una separazione che implica solitudine, mancanza di amore e di generazione; in una parola, un difetto di Vita. Diventa così evidente la profezia sugli Eletti che hann dimenticato le Genti, cioè la sposa che ad essi Dio a destinato. Intesa in questa ottica, la risposta di Abramo (“E’ nella tenda”) diventa coerente con ciò che, di rimando, dice il Signore: "Quando io (al posto tuo) ripasserò lei avrà un figlio", quel figlio di grazia che lei non può avere perché siete divisi: tu fuori della tenda, e lei dentro. La Porta, sembra dire il Signore, quel punto in cui siete vicini, è la soluzione di tutto. Quando le coe annunciate profeticamente in questo evento si realizzeranno con il ritorno dello Spirito (Eucarestia); quando verrà la Porta ('Io sono la Porta' dice di sé Gesù), allora sotto lo stipite (e qui ricordiamo la porta della notte dell'Esodo, della casa del beniaminita e l'arcosolio delle chiese) si celebrerà lo sposalizio e sull'altare nascerà il Figlio di grazia. Allora la Donna data da Dio all'uomo, lei grande Rivelazione nascosta nel tabernacolo, avendo trovato nel Servo pronto a predicarla un vero Sposo, saprà essere madre del Vangelo che è vivo come un figlio. Ecco il senso di quel ‘ripasserò’ che allude alla piena presenza di Dio nel mondo (Spirito ed Eucarestia), in una parola al ‘Ritorno’ del Cristo. L'annuncio della liberazione è inaudito, come inaudito è l'evento che si deve compiere. Perché non lo si confonda con un qualsiasi fatto umano, non lo si consideri una conquista che abbia origine nel 'volere di uomo', lo scrittore annota con pedanteria insieme all'estrema vecchiezza di Abramo, che già da sola bastava ad escludere il concepimento, anche il fatto che la donna non aveva più le 'regole' mensili, cioè non godeva dell’ovulazione.
E' IL SIGNORE CHE CONCEPISCE IN SARRAA guardar meglio, quest'ultimo fatto, che poteva darsi per scontato sul piano fattuale (vecchiaia e mancanza del flusso mestruale sono infatti connessi ineluttabilmente), espone qualcosa di grandioso. Basta leggerlo teologicamente come segno autonomo (e non concorrente) che rimanda ad un quid in via di attuazione e non riguarda il passato. Il testo avverte che il Signore con la sua Parola ha concepito direttamente in Sarra il Figlio di Grazia e la maternità già in atto viene annunciata dal cessare delle 'regole'. Come Elisabetta, sta costruendo il corpo mortale di Dio. Nei vangeli Gesù ripeterà questo segno quando, fermando il sangue della donna (mestruale e non venoso), affermerà implicitamente che in lei, per grazia, è stata concepita la Vita.
IL GRANDE SORRISOE Sarra finalmente ride sentendosi anch'essa libera dalla esistenzialità mortale, come fu libero Abramo dopo la circoncisione. E' questo (18,13) il momento magico che troverà eco nel Magnificat di Maria. Sara ha raggiunto la sua perfezione: "Fino ad ora questo non accadde mai, ma Egli stesso, il Signore è ora il mio Sacerdote (Presbuteros), il mio Uomo". Come Maria alle parole dell'Angelo, Sarra esulta di gioia, sapendo che il mistico Isacco stato concepito in lei senza opera d'uomo, sicché dell'uomo non soffre la difettività ontologica. Perciò ella lo dovrà difendere da una degradante equiparazione con il figlio della schiava Agar. Il testo prosegue narrando che il Signore allora (18,13) disse ad Abramo: "Poiché Sarra ha riso, Egli, la Perfezione, è ora dentro di lei,dal momento che ha detto: ora io veramente genererò, proprio io che sono u essere di polvere, uno straccio". Dunque, come un giorno Maria, Sarra ha avuto fiducia affermando che ora sa di poter generare: la generazione così annunciata dal gesto creativo del 'ridere', sicché dire "tu hai riso" equivale ad affermare "tu hai concepito". [20]
IL DUBBIO DELLA CHIESALa scena si chiude con l'annuncio di un dubbio, che purtroppo affliggerà la Chiesa. Sarra si fa dubbiosa e dice: "Non ho riso" il che equivale ad affermare di essere rimasta nella propria impotenza a generare la Vita. Ed qui che ancora una volta si mostra l'amore di Dio. Infatti, il Signore ribadisce: "No, tu hai riso" cioè in te c'è veramente la Vita; tu hai il potere di creare, perché sei la madre del "sorridente volto della gloria del Padre".
[1] Proprio nelle pieghe della storia e della stessa religione, ed attraverso una accanita ricerca araldica, la Congrega gerosolomitana ha da sempre cercato di accreditarsi un inesistente passato di gloria ed una leadership esclusiva del credo mosaico. Ora se, come dice Paolo, noi possiamo finanche lasciar da parte il Gesù della carne, per godere della presenza del suo Spirito, quanto più dovremmo disinteressarci della positività spirituale e morale di questi personaggi, storici o mitici che siano. Ciò che conta è la loro icona strumentata al discorso della Rivelazione. Per fare un esempio, Abramo quale sagoma letteraria (anche contraddittoria, come contraddittorio l'uomo), è letterariamente narrato per esporre i misteri della Rivelazione. Che sia stato 'buono' o 'cattivo' nella sua concretezza storica, a noi non interessa. Perciò, con grande libertà, in una storia lo leggerà 'buono' ed in un'altra 'cattivo'. Questo il suo servizio alla Rivelazione: impersonare, tra l'altro, un Gruppo che mescola bene a male; essere sagoma plurivalente della complessa vicenda di incontro fra l'umanità e Dio in ordine alla Rivelazione.
[2] Nel sorriso si cela la trasformazione di Abramo in ‘anima risvegliata’. Il termine ‘Aggelos’ tradotto correntemente con ‘Angelo’ va riferito anche all’anima. Essa è un ‘ana ghelos’ cioè un ‘sorridere all’alto’ che allude allo stato di pienezza dell’uomo che contempla Dio.
[3] Altrove la Scrittura, per dire la stessa cosa, fa riferimento ai legacci sciolti dei calzari. [4] Una breve pausa di riflessione consente di annotare un fatto teologico molto importante, nascosto nelle pieghe di un semplice dato letterario. Nel cap. XVII i cd. patti sono due e sono esposti in modo che il primo oscuri il secondo. Giudaismo e maschilismo esaltano Abramo ed emarginano Sara. Una lettura ecclesiologica rovescia queste posizioni e vede nel debole più di quanto viene vantato nel forte. Per piccolo che appaia, in termini letterari, è proprio il patto con Sarra il culmine della scena. E' lei l'origine del Figlio di grazia (che Dio e non Abramo le darà); a lei sarà concesso il grande Riso e cioè una vera e propria potenza creatrice. Ecco un profilo nuovo per meditare la concezione verginale di Gesù; sua Madre, la Donna non ha dovuto sopportare il dolore ed il sangue della deflorazione. Una verità consolante per l'uomo: Dio non fa violenza all'uomo, che ha fede in Lui, quando lo trasforma in Vivente; non gli chiede sofferenza di parto; non intacca la sua struttura di esistente. La via della Grazia è sentiero di delicatezza, di dolcezza e di totale indipendenza che subisce solo la dolce violenza dell'amore che invoca. Il dolore è figlio della resistenza dell'uomo alla Voce che chiama.
[5] Poichè, come autorevolmente affermava Agostino, ogni lettura è possibile a chi medita la Scrittura come fonte divina, e non come un tesoretto di citazioni utili a provare private teologie, e poiché il mistero della Incarnazione riguarda in ogni caso Dio nella sua interezza, non mi sento di negare che l'immagine della triplicità di uomini sia perfettamente adeguata ad esprimere il mistero di Dio Padre incarnato nel Verbo e nello Spirito. Aggiungo che chi medita, lasciandosi guidare dalle suggestioni del testo, può vedere nel numero tre, nella natura umana dei tre personaggi, e nella loro funzione di 'annunciatori' (perché questo fanno), il futuro Vangelo. Non a caso Luca (24,4), vicino al sepolcro del Cristo risorto, raduna non Angeli ma Uomini in bianche vesti. La nostra storia potrebbe allora considerarsi come profezia (la Chiesa la terrà in debita considerazione) del numero e del modo di essere dei futuri Libri sacri. Provenendo da terre lontane e riguardando stranieri (i Tre vengono da lontano e vanno poi a Sodoma da Lot) il Vangelo dovrà parlare al 'singolare' nella sua unità di Signore, ma dovrà pure manifestarsi in tre momenti letterari distinti (uno per ogni terra dell'esilio\missione del Gruppo Eletto). Come il nostro racconto, anche il Vangelo annuncerà la Vita più forte della morte e della aridità del mondo; la liberazione dalla impotenza umana; il Figlio dell'Uomo tutto voluto da Dio; la gioia enorme, che fa sorridere il mondo. "L'umanità esulta su tutta la terra": così si esprime la liturgia pasquale. Tutti questi sono tratti salienti della scena di Mamre. Essi (i tre Sinottici che ricordano la Cena del Signore) sono qui profetizzati come il triplice Libro che annuncia un 'cenare insieme' e un 'generare la Vita'. Nati in terra di Mamre, cioè fra le Genti, essi dovranno visitare l'Eletto (Abramo) per mediarsi con la rivelazione già raccolta. Questa (VT) si inchinerà, nella sagoma di Abramo come poi in quella di Elisabetta, al loro cospetto! Vangeli autonomamente esistenti quindi, ma in visita, come un giorno Paolo di fronte alle 'colonne' di Gerusalemme, per unirsi alla irreformabile Rivelazione di Dio. La Kabbalah afferma la preesistenza presso Dio della Torah o, se si vuole, della Sapienza. Anche i nostri Uomini\Libro vengono da Dio, sono da sempre, eppure cominciano a parlare solo dopo il sacrificio della Vittima e quando il Gruppo Eletto (si pensi a Saulo che si fa Paolo) si rende disponibile al servizio nuovo. I Vangeli profetizzati dunque come Cena e Sacrificio sono un Dialogo, che per iniziare ha sempre bisogno di una previa 'Lavanda dei Piedi', di un incontro con la Grande Rivelazione. [6] "Du aber bist der Baum" (‘ma Tu sei la pianta’), dice Rilke di Maria in una sua celebre poesia; ed aggiunge, con raro intuito poetico: "La mia voce (intendi quella di Gabriele) si perde nella foresta". E, se si vuol meditare sul fonema greco 'Mambre', considerandolo una 'parola densa' del linguaggio sacro, essa annuncia: "<Ma> La Madre <am> in alto <bri> potente <e> parlò". Il luogo della visibilità di Dio sarà la mistica Maria; la rivelazione dello Spirito (madre); la Favorita di Dio potente nei cieli.
[7] Questo infatti il nucleo contraddittorio che connota le sacre apparizioni. Nell'Eucarestia la realtà della Presenza di Dio non consiste nel fatto che pane e vino sono, come noi diciamo, cose materiali, e quindi 'reali', a fronte della immaterialità di Dio con la conseguenza che la Sua presenza viene considerata 'reale' in forza ed in relazione alla 'realtà' mondana del pane. Chè, se diciamo così, dobbiamo concludere che, essendo Dio immateriale, Egli non è presente realmente laddove non si manifesta in forme visibili, come ad esempio nelle persone che credono in lui. Questo errore di ottica vieta a molti di cogliere la reale Presenza di Dio non solo nel quotidiano, ma finanche nell'annuncio solenne della sua Parola. Quanto a me, io penso che tutto il mondo fenomenico, cioè lo sterminato universo, in pratica è molto più vuoto che pieno ed è una mera apparenza. Apparendo nella dimensione dell'uomo, Dio, che è sempre ed ovunque presente nella sua realtà, aggiunge, se così si può dire, alla sua reale presenza la fenomenicità della visione oculare. L'Eucarestia, per tale via, si complica con la dimensione esistenziale dell'uomo ed attua una 'incarnazione' speciale. [8] Nella figura della Donna per eccellenza coincideranno le due cose, sicchè il raffronto Maria-Chiesa non è un prodotto dei teologi, ma rivelazione di Dio. Se Maria la donna che costruì il corpo umano a Dio, che si fa presente e visibile nel mondo, e se la Chiesa assemblea è colei che impasta e cuoce il Pane da presentare al sacerdote, la figura di Sarra, che compie entrambi i gesti, è la prova della identità tra Maria e Chiesa domestica. Se Maria non scompare, come Giuseppe nel silenzio dei Vangeli (che già poco e male parlano di lei); se naturalmente non subisce l'oblio, che gli evangelisti hanno voluto stendere sulla persona fisica di Gesù, ciò dipende proprio dal fatto che ella è colei che deve rimanere per continuare ad impastare le tre misure di farina per la mangiatoia eucaristica. Così i Vangeli Sinottici annunciano ai Gentili che la Regina di Dio, cioè la comunità eucaristica, è una donna che impasta tre misure di farina.
[9] L'evangelista Giovanni, riprendendo questo tema, colloca sotto la Croce una innominata e quindi indeterminata figura di discepolo. A lui, per l'amore che gli porta, Gesù affida la Donna, la Maria-Chiesa. Proprio in dipendenza di questo legame Egli, come Abramo a Sara, può commettere il compito di preparare tre misure di farina e farne un pane schiacciato; il che fuor di metafora equivale all'invito di generare un Figlio di grazia. Ed infatti le dice: 'Madre questo è tuo figlio'. Quando questo discepolo, che preferisco identificare con la Tribù di Giuda (sagoma dell'eletto), capirà di doversi immedesimare con Abramo, allora proprio scoprirà tutta la ricchezza del suo sacerdozio in persona Christi. Saprà allora: -di avere il diritto di parlare con gli uomini e con Dio, cioè di essere stato dotato del Magistero di verità (Vescovo); -di poter mandare il servo, cioè il Presbitero, ad uccidere sacrificalmente il vitello e prepararlo (Vescovo che ordina- cfr liturgia mattutina del Giovedì santo); -di dovere personalmente, come rappresentante del popolo sacerdotale, come uomo della mistica Vigna, presentare latte (acqua umana) e latte fermentato (vino che ha conosciuto il lievito della vita) per la completezza del Sacrificio (Diacono). Scoprirà infine che la sua funzione consiste, perfettivamente, nella celebrazione della parte finale della grande preghiera, quella Cena che rappresenta il culmine dell'Eucarestia (Vescovo, Diacono). Essere ministro della Cena non implica una mera autorità canonica, ma un attuare la funzione di unire e generare comunione, distribuendo a tutti e a tempo opportuno (come dice il Vangelo) il cibo. Quanta teologia episcopale, quanta pienezza di sacerdozio si compendiano nelle immagini, che ora affido alla meditazione del lettore! [10] Una rivelazione quest'ultima che verrà esplicitata nei vangeli: infatti proprio perchè Qualcuno ha reso ardente (arrostito) il mistico Ictus (pesce), i discepoli possono aggiungere i pesci da essi pescati e farne una Cena per tutti. La nostra scena rivela allora che vi saranno tanti sacerdoti (sagoma di Abramo) i quali continueranno ad imbandire questa cena per la pluralità (Tre) degli uomini. [11] E' possibile anche meditare il nostro passo,ricordando che il vino si può trasformare in aceto. Perché il lettore abbia subito un punto di riferimento, ricorderà che a Gesù moribondo (il momento certo decisivo) viene offerto in bevanda qualcosa di acido; inoltre, che l'immagine del vino inacidito, coperto di 'fioretto' bianco, può indicare anche il 'lebbroso'. Come si vede, la simbologia ha molteplici strade per esprimere i contenuti teologici che stiamo identificando.
[12] Per cogliere queste trasformazioni metaforiche ricorderò l’immagine del mitico Pellicano, che allatta i suoi figli col sangue che sgorga dal suo petto; esso mostra come si possano congiungere, in una logica di amore e di offerta di sè, il sangue ed il latte. Aggiungo che il latte permette all'uomo una speciale autonomia alimentare e lo rende cos un animale superiore (mammifero). Nella terra della Vita scorre perciò latte e miele. Quest'ultimo (miele) rappresenta per gli esseri alati il perfetto equivalente del latte dei mammiferi. Il mistico latte della Rivelazione, che nasce dal cuore stesso dell'umanità che ascolta Dio (vedi le simbologie dell'orecchio e le immagini di Maria che spruzza latte), è capace di dare soluzione ai problemi dell'uomo e lo aiuta a crescere da neonato (Paolo per indicare la Rivelazione parla di 'puro latte spirituale') alla statura adulta.
[13] Nella religione egiziana, madre di quella mosaica, il 'fermento' era cosa di Dei. Perciò il penitente nazireo se ne doveva astenere. Solo quando potrà bere bevanda fermentata, potrà anche rasarsi e qualificarsi come uno schiavo di Dio. La Birra, considerata bevanda sacra in Egitto, permette poi di accostare il pane lievitato di orzo (quello della Cena è tale) al vino che è figlio di un fermento.
[14] Se più si meditasse sulla pochezza delle gocce di acqua aggiunte al vino nel calice; se più si riflettesse sul latte aggiunto allo Yogurt, si potrebbe comprendere che la vera offerta da presentare a Dio non è costituita dalle sofferenze e dalle povertà dell'esistenza, ma dalla beatitudine (esistenza fermentata dallo Spirito) che rende buona anche la peggiore storia umana.
[15] Per questo stesso motivo, quando la Scrittura parla di Vigna in sostituzione di Gregge, non intende escludere Abele dal sacrificio, ma, per via di metafore, sta ribadendo che Abele continua a celebrarlo, seppure in forma differente: al posto dell'agnello, il Vino\latte acido. Come si vede, l'universo di discorso del 'cibo' è in grado di esporre metaforicamente ed in forma molto articolata una verità di fede.
[16] Alcuni eretici affermavano che Maria aveva concepito attraverso l'orecchio e partorito attraverso la bocca; in questo annunciavano un mistero grande che rende intuitiva la concezione ed il parto verginale di Maria: l'Eucarestia nasce infatti dalla Parola di Dio, entra nel cuore e, costruitasi per via di Amore, viene partorita per gli altri come Parola di pace. Dice il Vangelo: "Quando entrate in una casa dite innanzi tutto:"Pace a questa casa" (Mt. 1O,22). Questa espressione va ben oltre il saluto, che pedantemente qualcuno vuole si ripeta con le labbra; equivale ad aver fede che, mediante l'annuncio della verità e con l'offerta dell'amore generato dall'ascolto della Parola di Dio, quella capanna di fango, fondata solo sulla fragile comunione umana (Pane), può inserirsi nella universale comunione, cioè nella Vita Eterna del Calice. "Pace a questa casa ed a quanti vi abitano" è la prima celebrazione dell'Eucarestia; qualcosa che i Diaconi della Parola dovrebbero ricordare quando, predicando dal pulpito, invece di annunciare pace si attardano a rimarcar divisioni e difetti nel 'pane' che sta davanti a loro, ed ha volto di genitori e figli, di fratelli e amici. Parallelamente, vorrei ricordare che sbattere i piedi e scuotere la polvere dai propri calzari non costituisce certo un giudizio malevolo, un rifiuto altezzoso. Esso costituisce invece l'ultima positiva testimonianza che si lascia a quella casa; dice, infatti: eccovi in dono la terra santa, che Naaman chiese al profeta. Se il vostro cuore cambierà, su questa polvere, che stata intorno ai piedi che Cristo lavò, fate il vostro sacrificio. Noi vi lasciamo una via, una caparra [17] Nessuno, mi pare, si chiede che fine ha fatto la testa di Giovanni Battista: se il corpo fu preso dai discepoli e sepolto, che cosa ne fu della Testa? La risposta va cercata, naturalmente, nella stessa Scrittura. Posso pensare che come primizia essa fu offerta (v. sacrificio degli uccelli), sull'altare dell'olocausto, ed appartenne a Dio.
[18] Perché vi sia la perfezione della offerta, così come dispone il rituale del sacrificio degli uccelli del libro del Levitico, al taglio della testa dovrà seguire uno squarcio nel petto del mistico 'uccello', cioè della Parola. Dal fianco della parola-uccello scorrerà esistenza e Vita, acqua e sangue. Quando le ali di chi appare morto si aprono, come quelle di Gesù sopra la Croce, allora il Sacrificio è perfetto. Nel nostro racconto questo momento perfettivo non è tralasciato ed è affidato alla brevissima sezione, che racconta del 'Vitello' preparato dal Servo. Ugualmente è breve la narrazione della morte di Cristo nei Vangeli Sinottici.
[19] Ricompito il testo come segue: (18,7b) edoken to paidi ka I etacunen: Tau Ou poiesai auto. (18,8) Elaben de bou te uron. kai aiga. Lake. ai tomos X. ari-On o epoiesen. [20] Ricompito: “T. I, oti eghelasen Sarra, en aute; legousa ara ghe aletos tecsomai, ego de ghe , ghe, raka.”
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