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Cap. III 

Le metafore più  significative

 II Parte

 

4. La metafora della Madre

All’interno della metafora della famiglia si può identificare un percorso che tende a costituirsi in autonomia, quello della ‘Madre’, termine generico che a volte viene caratterizzato con l’aggiunta di qualche altro elemento (‘della mia carne’ ‘mia’ etc).

Attraversando tutta la parte biografica del libro (libri I-IX), questa cangiante icona in qualche modo diventa comprimaria dell’anonimo (o degli anonimi?) che si viene (o si vengono) narrando in prima persona. Se il Dio incarnato (Deus meus) è l’interlocutore principale della voce narrante, il dialogo si svolge in qualche modo ‘attraverso la madre’, che variamente si articola e cresce in progressione nei tre nuclei letterari che ho chiamato tridui, e costituisce il topos dove si esprime una teologia della comunità umana e della Chiesa.

Naturalmente in questa analisi, andrà emarginata la monolitica, personale e storica figura della ‘Santa Monica’ come identificata dagli agiografi. La ‘madre’ verrà considerata come una sagoma letteraria che, secondo un piano ben preciso, si evolve nello svilupparsi della narrazione e, come dicevo, assume  a tutti gli effetti un ruolo da  comprimario.

 Monica: la grafia di questo nome è incerta; spesso raddoppiando l’enne è presente come ‘Monnica’. Questo dato, unito al fatto che detto nome viene rivelato solo alla fine della storia, rimanda intuitivamente alla figura biblica di ‘Sara’, che diventa ‘Sarra’ proprio quando genera il figlio voluto da Dio, e non dal marito Abramo.

Inoltre, poiché ‘Monna’ in punico equivaleva a ‘Signora’, ‘Dea’ (questo uso è rimasto), l’aggiunta della finale greca ‘ika’ consente di leggere: ‘Colei che ha attitudini a diventare Signora-Divina’.

Intendendo poi in greco i fonemi che compongono il nome, in esso si possono leggere molte espressioni che illuminano il personaggio: ‘materia, ella è per me qui giù’ (m’on i ka); ‘lei che tende all’unità’ (mon-ika); ‘la tradizione (è) abitazione’ (mone ikke) dove ‘ikke’ è la Kabbalah, la Cavalla.

Se poi si compita ‘mo nika’ si può intendere: ‘desidero, domando e vinco’; e si può leggere ancora ‘Unica vittoria’ (mon-nika); un logo che si interfaccia con il momento finale dell’evoluzione spirituale di Agostino, quando Monica ‘trionfa’; e che trova il suo completamento, compitando ‘M. onika’, e intendendo ‘Maria che macina’, il figlio (uomo=chicco di frumento) per renderlo farina da impastare in un pane eucaristico.

 L’icona della ‘Madre’: le ‘Confessioni’, almeno fino al 9° libro sono articolate sulla relazione ‘madre-figlio’, cioè sul legame che unisce il singolo ad una comunità’ prima laica (nei suoi aspetti positivi e negativi), e poi religiosa. Così la ‘Chiesa’ (Maria-Madre), che in una lettura letteraria (cronaca) sembra praticamente assente e richiamata solo erraticamente nelle pagine finali, in una lettura teologica e metaforica viene a costituire una traiettoria  fondamentale del nostro testo.

Non a caso, solamente al cap. 13° del libro IX Agostino rivela il nome proprio di sua madre (Monica); come a dire che prima ella non meritava ancora un ‘titolo’, un ‘logo’, e che il suo nome lo ha guadagnato proprio  assumendo i tratti della comunità ecclesiale. Partendo da questo momento conclusivo (ottica retroversa), si evidenzia allora l’affinità con la complessa figura della ‘Madre di Gesù che nei Vangeli indica progressivamente, la madre terra, il popolo eletto, la Chiesa che genera l’eucarestia (Teo-tokos) e dà un senso al perplesso atteggiamento di Gesù nei suoi confronti.

Quale ‘madre’ (nel libro non diventa mai la ‘nonna’ di Adeodato) essa è naturalmente la compagna del figlio (l’uomo); lo segue fino alla pienezza animica alla quale lo partorisce nell’estasi di Ostia (come estatico fu il parto di Maria); si augura che egli la lasci (‘non mi trattenere’); e, come Maria viene abbandonata da Gesù, anch’essa lo è dal figlio, quando il suo cammino deve diventare assolutamente individuale (Croce come parto animico), avendo egli raggiunto l’autonomo livello dell’anima; “Chi non lascia suo padre e sua madre..” dice Gesù; e così accade nel nostro libro.

 Tanto premesso, proviamo anche qui a segmentare la metafora della ‘Madre’ per isolare alla fine la sagoma ecclesiale di Monica che costituisce il fondamento dell’evento spirituale narrato nel terzo triduo (Libri 7-9).

 

La ‘Madre’ nei primi tre libri:

Libro I: qui la madre (anonima) simboleggia la comunità umana che, in parallelo col singolo nasce buona, ma deve anch’essa subire il peso della deviazione. Ciò verrà segnalato subito descrivendo la sua sottoposizione a Patrizio, e alla fine quando si farà cenno ad una infantile debolezza verso il vino.

La società, dice Agostino, è la fonte del nutrimento (latte) per i neonati e  l’artefice della sua autonoma capacità di esprimersi. Essa partecipa alle scelte del suo capo, per cui (genitori) burla suo figlio quando subisce violenze dai suoi maestri ed egli resta così segnato dall’imprinting della violenza.

E’, potremmo dire, una comunità blandamente cristiana, nel senso che  ‘fa sapere’ ai suoi figli dell’esistenza di una verità cristiana, ma si ferma ai soli momenti esteriori (sale e segno di croce).

 Questa madre (che poi ‘molto sperò in Te’),   se messa alla prova, delude. Agostino bambino chiede infatti il battesimo alla ‘pietas’ della Chiesa, ‘madre sua e madre di tutti’; ma la ‘madre del suo corpo’ (comunità) resta turbata dai preparativi, temendo che il battesimo avrebbero risvegliato troppo presto l’anima del bambino (1,11). Una società dunque ufficialmente cristiana, ma ancora incapace di fidare nella Grazia di Dio e quindi, per ciò stesso, nella possibilità dell’uomo di passare indenne nella temperie dell’adolescenza e della prima giovinezza.

 La situazione viene così puntualizzata: tutta la ‘casa’ segue la religione cristiana, ma il capo, cioè il centro del potere qui simbolizzato da Patrizio, non vi ha ancora aderito, anche se si mostra tollerante. In questo momento storico, dice Agostino, la debole comunità cristiana cerca di orientare più a Cesare che a Dio; e così essa (illa mater) finisce col tollerare (‘ben lo sapeva quella madre’) per i suoi figli un comportamento secondo il sentire laico, affidando poi (con furbizia !?) a Dio la loro anima.

 Probabilmente le malattie di Agostino rimandano anche ad eventi storico-culturali che segnarono quell’epoca. Se egli ammalato aveva intorno ai sette anni, l’impero stava proprio traversando quel grande momento di crisi della fede cristiana che ebbe per protagonista Giuliano l’apostata (361-63). Questo evento, che talvolta viene considerato in termini di transitoria stella cadente, verisimilmente rimandava a più cose: ad un ben avvertito scuotimento della solidità dell’impero, che sino ad allora si era poggiato sulla coincidenza dei poteri civili con quelli religiosi; ad un recupero della religione classica in termini di raffinato platonismo, tale cioè da soddisfare anche animi eletti; ed infine ad uno spirito di tolleranza ed irenismo che certo non connotava il verbo cristiano.

Come si comportarono le comunità cristiane in quel periodo? Quale significato aveva il termine ‘cristiano’ in un tempo segnato da separazione di ‘riti’, da eresie e da movimenti paracristiani? La comunità in cui nacque Agostino come si collocava in questo variegato ambiente religioso?

E dal punto di vista dell’individuo, quanto era avvertito il divario  fra le due religioni? Quanto facile o difficile, dolce o brusco, il passaggio dall’una all’altra? Una testimonianza su cui bisognerebbe meditare è offerta proprio nel nostro libro quando, nel presentare la dottrina dei neoplatonici, mostra come il discorso di questi ultimi sembra quasi identico a quello dell’evangelista Giovanni.

Tutte queste considerazioni fanno riflettere sulla qualità dell’ambiente in cui scorre la storia narrata da Agostino, e come le comunità ed i singoli soggetti potevano facilmente slittare da un ambito all’altro (vedi le frequenti accuse scambievoli di eresia). Servono ancora a chiarire il significato della partenza di Agostino per l’Italia di cui diremo più avanti.

 Libro II: Nel cap.3 la figura della anonima madre simboleggia, la comunità sociale e quella religiosa; l’oscillazione si coglie agevolmente se si osservano con attenzione i termini usati volta per volta da Agostino.

Alle terme si rivela la maturità sessuale di Agostino sedicenne, ed essa viene riferita alla ‘madre’ dal padre (che ora  vien detto catecumeno). Siamo nel 370, cioè a una decina d’anni  dal conclusivo Editto di Tessalonica (380) con il quale Teodosio sancì l’ufficialità della religione cristiana.

L’icona della ‘madre’ viene così disegnata: “Ma nel cuore della madre tu stavi cominciando ad edificare , il fondamento della tua santa casa”;  e si aggiunge: ‘ella ebbe un sussulto di angosciosa pia trepidazione e temette per me, seppure non ancora fedele’.

Le due affermazioni vanno considerate con attenzione. La prima mi sembra riferita alla comunità civile (perciò è unita a Patrizio) e indicherebbe la sua evoluzione verso quella pienezza ed ufficialità ‘cristiana’ ora in itinere; la seconda riguarderebbe specificamente la comunità cristiana chiamata non solo ‘madre’, ma ‘madre mia’, espressione già usata per  indicare la Chiesa (‘madre mia e di tutti’).

La comunità cristiana è ‘fidelem tuam’ , e Agostino è figlio ‘ancillae tuae’ e quindi ‘servo tuo’, cioè di Dio; quest’ultima espressione può riferirsi solo genericamente ad un essere colto nella sua mera umanità. E diventa anche conseguente e pregnante l’affermazione seguente: gli ammonimenti di Dio sono espressi nell’intimo dell’uomo dalla sua Chiesa (madre mia), ma non trovano accoglienza.

Ben altro è l’atteggiamento della comunità civile (mater carnis meae); seppure già uscita da ‘Babilonia’ (epiteto che veniva riferito alla Roma laica), cioè dalla totale dipendenza morale dall’imperatore, essa infatti ancora si attardava nei suoi pressi, e si muoveva lentamente nelle altre cose ancora da fare.  Detta comunità (qui il richiamo al marito è indicativo) predicava bene, invitando alla pudicizia, ma preferiva, dice Agostino, correre il rischio di quei mali, pur di godere di futuri successi.

La società (genitori), ribadisce Agostino, non si preoccupò di assestarmi in un rapporto matrimoniale. La loro speranza non corrispondeva a quella orientata all’altro eone, e nutrita da ‘illa mater’, cioè dalla Chiesa. Purtroppo infatti, sia la società civile (padre), sia la Chiesa, coincidevano nel dare importanza agli studi umani, l’uno per ambizione, e l’altra perché li vedeva come uno strumento utile a conoscere Dio.

 Libro III: Solo alla fine di questo libro si ripresenta la figura della ‘Madre’, preceduta da una precisazione che orienta subito a considerarla come icona della comunità cristiana.

Dice Agostino: ‘Tu o Dio intervenisti’ quando, volta a te, la ‘mater mea fidelis tua’implorò piangente; ella infatti vedeva la mia morte interiore, non con gli occhi umani di una madre carnale, ma ‘ex fide et spiritu’ che tu le avevi dato. E tu esaudisti le sue invocazioni che ‘in omni loco orationis ejus’ ti rivolgeva piangendo. L’icona della Chiesa che è in orazione dovunque e che tutto ottiene da Dio a me sembra più che palpabile.

L’esaudimento di questa orazione passa attraverso due momenti che sembrano, ad una prima lettura, coincidenti, mentre invece vanno colti in progressione; essi sono: il sogno profetico e la comunione della mensa  che io intendo ‘eucaristica’.

Il sogno è quello della ‘Regula’ di cui già abbiamo detto, e che per Agostino rappresenta un evento fondamentale, se, come egli stesso confessa, ne parlava quante volte era possibile. La realizzazione della profezia si attuerà invece, molto tempo dopo, a Milano. Fra questi due momenti (sogno e realizzazione) si attua un avanzamento della comunità cristiana che prende coscienza della sua unità, della sua forza, e che, per la sua preghiera, un giorno i figli perduti torneranno al suo seno.

Perché sia chiaro a quale icona bisogna riferirsi, Agostino qualifica la ‘madre che sogna’, ‘matrem vigilantem’, cioè spiritualmente ‘sveglia’; ed ancora ‘femina pia’, espressione che io considero calco di quella greca ‘gune theosebes’ e che rimanda alla ‘donna’ che Dio stesso offre in sposa ad Adamo nella Genesi.

Questa è la donna sicura della sua verità, capace di manifestare quella sicurezza sul significato della visione notturna che scuote l’anima del figlio. E’ la Chiesa alla cui autorità Agostino si sottometterà. [1]

 La ‘Madre’ nel Terzo ‘Triduo’

Libro IV: non v’è traccia della figura materna.

Libro V: La ‘Madre’ ricompare al cap.8°, nel momento della partenza di Agostino per l’Italia, partenza che ex post egli interpreta come un atto misericordioso di Dio.

La scena risulta alquanto teatrale, ed in qualche modo poco credibile. Così pure il motivo del viaggio (a quel tempo veramente pericoloso) che consisterebbe non in un desiderio di successo, ma in una maggiore tranquillità nell’esercizio dell’attività di insegnante; una ragione per la verità alquanto debole.

Vi sono poi non poche incongruenze. Agostino riferisce che la madre era addolorata della sua partenza, e gli chiedeva di rinunciare, o di consentirle di seguirlo (o di perseverare con lui?); poi, incoerentemente afferma di aver  detto a sua madre che egli si assenta per far compagnia ad un amico che doveva partire. Una scusa questa che non poteva certo ingannare una donna che già sapeva come il figlio  volesse anche lui salpare, e che si attendeva solo il levarsi del vento per iniziare il viaggio. Ed inoltre, inganno per inganno, era proprio necessario portare la madre al porto? Non poteva Agostino allontanarsi da casa in silenzio o dicendo che andava altrove?

Altri indizi potevano poi convincere la madre del fatto che egli si stava allontanando; per quanto il bagaglio all’epoca era poca cosa, qualche pacco almeno di cibarie, Agostino doveva averlo con sé.

Ed ancora, se nel porto la madre era stata ingannata e credeva che il figlio sarebbe tornato con lei a casa, perché mai, rimasta sola,  piangendo pregava Dio di non farlo andar via?  Che senso poi ha il chiedere ad un figlio, che non è in procinto di allontanarsi, di portarla con sé? Perché poi andare in Italia con Agostino, abbandonando una nutrita famiglia cui badare e con cui stare? Agostino non era figlio unico. In ogni caso, perché non decidere autonomamente di venire in Italia? Successivamente la madre lo farà e neppure vien chiarito se in compagnia di altri oppure, come sembra, da sola.

 Infine, per quanto sia comprensibile la pena di una madre che vede partire il figlio, e sa della pericolosità del viaggio, bisogna pur tener conto che Agostino si avviava a quella meta di successi che la madre aveva desiderato per lui. Troppo straziante questa resistenza e questo dolore.

Ed allora, solo ammettendo che nel racconto si mescolano momenti di desiderio, di paura, di conoscenza, di emozionalità incoerente, etc è  possibile accettarlo come cronaca di una partenza.

 Molto suggestivo è però un altro momento della storia, quello della permanenza della madre nella cappella del beato Cipriano che si trovava vicino all’ormeggio della nave.  Lì ella trascorre l’intera notte, e lì è in continua preghiera, chiedendo a Dio di non far partire il figlio. Solo al mattino, secondo Agostino (che qui riferisce de relato) ella si rende conto della sua dipartita e, dopo aver deprecato l’inganno, riprende a pregare per il figlio e torna alla sua vita consueta.

 Agostino conclude la narrazione in una maniera singolare: la ‘madre’, dice, desiderava la mia vicinanza, ma il suo lamentarsi era ancora retaggio di Eva.  Una espressione quest’ultima che non può considerarsi un caduco svolazzo letterario, e va colta come indizio della qualità religiosa del discorso. Se il ‘retaggio’ vuole solo indicare gli atteggiamenti psicologici della madre, la citazione mi sembra eccessiva. Opterei per una diversa soluzione che è possibile individuare solo se si coglie con esattezza quale è questo retaggio.

A me pare che esso indichi la pretesa di legare alla propria dimensione mondana il figlio ‘umano’ proprio in quella dimensione partorito. Eva deve cedere di fronte alla ‘nuova Eva’, cioè alla Chiesa universale; ogni comunità, considerata nel suo aspetto istituzionale, visibile, non deve essere gelosa dei suoi figli, ma lasciare che essi vadano, seguendo l’input del Cristo.  La loro assenza, come Agostino sottolinea, ridonda a loro vantaggio. Ed infatti questa comunità-madre, che ancora non ha compreso il senso ‘cattolico’ (termine che poi sarà usato) della fede cristiana, si gioverà della partenza di Agostino e, raggiuntolo a Milano, conseguirà, in comunione con Ambrogio, la sua pienezza ecclesiale.

La scena descritta da Agostino assume allora un significato molto più radicale: la chiesa non deve essere gelosa della propria consistenza sociale, perché essa stessa è partecipare del mistero di separazione di Gesù dalla madre sua. Un mistero che, seppur senza inganno, viene descritta da Luca, nel racconto d’infanzia,  come l’allontanarsi di Gesù per andare nel tempio del padre suo.

Probabilmente i lettori dell’epoca, che vivevano con eccessivo impegno e quasi con gelosia il loro collegamento con questo o quel gruppo, coglievano intuitivamente il significato metaforico del racconto. Con fine arte retorica, Agostino lo conclude con una opposizione molto più forte di quanto a prima vista si immagini. Ella, ‘abiit ad solita’, egli dice, ‘et ego Romam’; ed io intendo: lei tornò alla sua dimensione di gruppo sociale (ancorché cristiano), ed io invece correttamente mi volsi (senza neppure volerlo) al centro della fede, al luogo della comunione universale (cattolica).

Ricordo che nel cap.IX Agostino crede di stare in punto di morte e, mentre la salvezza in Cristo gli sembra impossibile perché egli sulla croce vedeva solo un suo fantasma, scopre la presenza dell’universale Chiesa orante: ‘La madre mia nulla sapeva e tuttavia, lontana, pregava per me.. e tu la ascoltavi là dove era’. Egli è ‘lontano’ dalla Chiesa; essa è in punti diversi, eppure unica è la sua preghiera e diretta alla sua salvezza.[2]

 Ecco allora che si forma l’identikit di questa Chiesa cattolica, Madre sempre vigile per i suoi figli: alla sua ‘materna pietà’, dice Agostino, chiesi da fanciullo il battesimo; ella resta ferita da una piaga inguaribile se perde un figlio; le sue preghiere non possono cadere in vano; è una ‘vedova casta e sobria’ (che per legge di levirato attende come marito il figlio più giovane, cioè il Cristo); ‘larga nelle elemosine, sottomessa e premurosa verso i tuoi ministri’; ‘che non lascia passare un giorno senza presentare la sua offerta al tuo altare’; che ‘due volte al giorno,mattina e sera, accorreva al tuo tempio per ascoltare Te’; la sua preghiera non chiede beni terreni, ma la salvezza degli uomini suoi figli; tu l’hai costruita per amore; tu le sei sempre accanto e l’ascolti; le rivelazioni che le fai non sono ingannatrici; ella (come la Maria di Luca)  custodisce nel suo cuore le rivelazione che tu le fai; ella ti prega con le stesse parole che tu le hai insegnato e che  sono come un titolo di credito che tu non puoi non onorare.

Se proprio non si vuole considerare questo testo alla stregua di quelli dedicati all’amico morto, e cioè fortemente retorici e gonfi di una letteraria esaltazione, si deve  concludere che qui Agostino sta scrivendo una pagina di pura ecclesiologia.

Ed infatti nel capitolo X ancora una volta la ‘Madre’ è presente nella definizione che Agostino da di sé: ‘Figlio della tua ancella’, termine quest’ultimo che compete direttamente alla Maria dell’annunciazione lucana. E il nome di Maria compare proprio qui per la prima ed unica volta.

 Nel Libro VI la presenza della madre indica il riaccostarsi di Agostino alla Chiesa che ora, a Milano, assume le cattivanti vesti del testimone Ambrogio: ‘Fatta forte dalla sua ‘pietas’ mi aveva raggiunto la Madre, seguendomi per mare e per terra, resa da te sicura’.

Ella è salita sulla mistica ‘Nave’, e mostra ora i segni univoci del suo potere; infatti conforta i marinai (cioè i servi del viaggio) in base ad una visione (non più un sogno) ricevuta da Dio che ora direttamente le parla (VI,1);

Quale Chiesa, ella presenta a Dio suo figlio ‘come su un feretro’, cioè nella patena dell’eucarestia, perché egli possa risorgere insieme al Cristo. E’ lei a confortare il figlio, dicendogli di sapere ‘in Cristo’ che egli sarebbe stato un fedele cattolico; nel tempio pendeva dalle labbra di Ambrogio; amava quell’uomo come un angelo del Signore.

 In particolare, nel cap.II l’evoluzione della comunità cristiana viene mostrata attraverso due momenti. Nel primo ella obbedisce ad Ambrogio in ordine al culto dei morti che ella prestava secondo regole appartenenti alle tradizioni della religione classica. Ciò implica che ella stava superando una

 visione meramente animica della perfezione del mondo (morti come anime potenti), e si stava sottomettendo, non più al primo sposo carnale, ma al Cristo (VI,2.2). In lei stava diventando chiara la ‘comunione del corpo del Signore’ alla quale si partecipa se il cuore è colmo di offerte pure.

 Nel cap. IV viene ripresa la problematica ecclesiologica, ma senza riferimenti alla ‘maternità’, salvo un accenno al fatto che ‘nella Chiesa mi era stato instillato da piccolo il Nome del Cristo’;  nota che non aderisce alla madre carnale che, come risulta dal testo non insegnò la fede  o suggerì una prassi  di culto al piccolo Agostino.

Al  cap. XIII torna in scena la ‘Madre’ a simboleggiare una Chiesa ancora legata ad una concezione ‘legale’ del cristianesimo. Ella infatti vorrebbe che Agostino si sposasse e, ritrovata la pace dei sensi, si accostasse poi al battesimo. 

Una soluzione questa che mostra una vena di giudaismo, perché ipotizza la precedenza della ‘giustizia legale’ (matrimonio equivalente a circoncisione) rispetto alla salvezza offerta da Gesù. E mostra ancora  una mancanza di fiducia nell’opera della Grazia, capace di scavalcare ogni soluzione meramente umana. Agostino lo sottolinea quando ricorda che, pur pregando di avere una chiara visione in ordine a questo matrimonio, ella ebbe solo delle ‘allucinazioni’ (vana et phantastica). E da sola comprendeva di soffrire solo il  frutto della sua tensione verso le cose umane.

 In conclusione, in questa sezione letteraria (terzo triduo) che si conclude con la conversione di Agostino, la sagoma della Madre assume i tratti definitivi della comunità ecclesiale e può ora chiamarsi Monica, cioè la sola ‘vincitrice’.

 Nel libro VII  la figura della Madre è assente.

Nel libro VIII ella ritorna in scena nell’ultimo capitolo (XII), nella celeberrima scena dell’orto. Qui, risvegliato dalla sua morte, Agostino, forse letterariamente obbedendo ad una tradizione che fa accorrere Gesù da sua madre immediatamente dopo la resurrezione, narra di essersi  precipitato in casa ed annunciare a lei la sua conversione.

A me pare che questo particolare  della scena sia molto più denso: ‘Inde ad Matrem ingredimur’ mi pare voglia dire: ‘Entrai a far parte della Madre (Chiesa)’ e qui di seguito i singoli momenti di questo evento: ‘indicamus…gaudet.. .narramus.. exultat.. triunphat… benedicebat’ incalzano a formare il quadro della Chiesa trionfante.

Essa ora comprende che la Grazia di Dio sopravanza la ‘Legge’; e si converte, lei che chiedeva la ‘conformita a regola’ di Agostino (matrimonio); Dio sopravanzando le sue preghiere lo ha chiamato alla Grazia. Di ciò si mostra allora grata (VIII,12.30).

 Nel Libro IX: siamo a Cassiciaco, qui (IX,4.8) la Chiesa comunità viene esaltata come Madre per tutti; è presente infatti, oltre Adeodato, un nuovo figlio nella fede, e cioè Alipio. Le parole usate sono molto forti: ‘Femmina nell’aspetto, virile nella fede, anziana nella serenità, materna nella carità, cristiana nella pietà’.

 La ‘Madre’ compare al cap.VII; ella ‘Mater mea, ancilla tua viveva di orazioni’ e, stando con il popolo di Milano che temeva per il suo vescovo Ambrogio, ‘comprendeva le prime avvisaglie di un preoccuparsi e di un fare la  guardia’.

Nel cap. VIII, in un clima di forte tensione spirituale, e di dolore per l’annunciata morte di Monica, ‘A Ostia tiberina mia madre morì’, improvvisamente Agostino sente il bisogno di raccontare qualcosa di sua madre che egli ha sentito dire, e che appare assolutamente insignificante: da bambina aveva bevuto qualche bicchiere di vino di nascosto.

Lasciar cadere la cosa, qualificandola come di prassi ‘peccatuccio di Monica’, oppure, ripensando al furto delle pere, verificare se qui si non si nasconda qualcosa di più serio e teologicamente rilevante?

 Seguendo questa seconda strada, mi chiedo allora: muore la madre, ma quale? E questo furto a quale sagoma deve riferirsi? Di quale affermazione teologica questo furto costituisce metafora?

Ripercorriamo allora il testo del cap.VIII.

Nella sintesi unificante che si viene costituendo,l’ultimo acquisto è ‘Evodio’ un logo che indica la ‘lode’, ormai diventata il centro agglutinante  di quella comunione che si sta spostando verso la terra delle origini: Tagaste. E qui proprio viene annunciato: ‘Mater defuncta est’.

Poi una precisazione che scivola via ed invece va recuperata in tutta la sua importanza; dice Agostino: ‘Multa praetereo, quia multum festino’ non parlerò diffusamente di questa morte che si riferisce alla vecchia comunità religiosa, ora che si è costituita una comunione ecclesiale; e prosegue ‘Accipe confessiones meas…etiam in silentio’ e cioè: affido al silenzio quel tanto che avrei da dirti su questo punto.

Ma della Chiesa cattolica, la mia vera Madre, ora ti voglio parlare. Ed allora, operando una virata nel suo discorso, precisa che non può tacere di chi è stata la vera madre: ‘Sed non praeteribo quicquid mihi anima parturit, de illa famula tua quae me parturivit’, chiarendo, per una più precisa individuazione, che ella gli ha consentito di rinascere sia nella sua corporeità, sia nella sua anima luminosa: ‘et carne, ut in hanc temporalem, et corde, ut in aeternam lucem  renascerer’.

La chiesa non può vantarsi di alcunché perché ciò che possiede e per  come è, tutto lo deve ad un dono di Dio ‘Non ejus sed tua dicam dona in ea’.

E prosegue narrando la storia della formazione della Chiesa: “Tu l’hai creata ed i suoi genitori (il mondo e il popolo eletto) non potevano comprendere che cosa stavano generando, e quanto grande sarebbe diventata.  Lo scettro (o la Croce) del Cristo fu suo maestro, fu sua maestra la regola dell’unico Figlio tuo, nella casa della fede, attraverso una sua buona porzione.

 Della Chiesa che ti appartiene, quella buona porzione non annunciava la sua tanto grande diligenza di madre volta all’obbedienza dei precetti di Dio (suam), quanto quella di una sua ‘serva decrepita’ (vecchio testamento) che aveva condotto suo padre (il popolo eletto) quando da poco era nato, come il bambino che viene portato sul dorso (Caballa) dalle ragazze  grandicelle.

Perciò quella ‘serva’, per la antichità, e perché espone giusti costumi, ha un posto d’onore nel tempio ed è rispettata da chi lo governa.”

 Essa con amore curava le figlie ‘delle domeniche’, e con santa severità correggeva e con prudenza insegnava. Evitava che queste ‘figlie’ al di fuori dell’assemblea della Parola, dove ci si nutriva di molto poco, si accostassero alla Rivelazione (acqua), affermando che avrebbero preso una cattiva abitudine. Diceva infatti: “Ora vi dissetate alla Rivelazione (acqua) perché non disponete del vino (eucaristico); quando starete con il sacerdote (Maritos)  la Rivelazione sarà insudiciata, ma voi la continuerete a bere perché prevarrà l’abitudine presa di attingere a quella fonte.”

Così educava a non falsificare la propria fede  attingendo, senza criterio alla Scrittura. E qui la preoccupazione per le eresie che nascevano nelle comunità è più che evidente.

Ma quella ‘comunità ancora fanciulla’ aveva sottratto qualcosa. Quando andava nella ‘cella vinaria’, cioè nella parte spirituale della Scrittura, lei, per entusiasmo dovuto alla sua immaturità, cominciò a rubare un poco di ‘Vino’ (spirituale) e la dose divenne crescente col rischio, data l’età, di ubriacarsi.

Ma si corresse quando, e non importa il modo o l’intenzione, una ‘ancilla’ le mostrò il suo errore.

La morale soggiacente a questa metafora è la seguente: la singola  comunità, pur appartenendo alla grande Chiesa, pur essendo ‘domina’, ma ‘minore’,  non ha diritto di entrare da sola e di nascosto nella dimensione spirituale della Scrittura; la Chiesa nascente subisce gli effetti di questi errori quando, ubriacate da un falso spirito, queste singole comunità lottano fra di loro e si dividono.

 Nel capitolo IX continua l’esposizione dell’edificazione della Chiesa cattolica.   Pudicamente e sobriamente cresceva obbedendo agli anziani per tua ispirazione, mentre gli anziani non la guidavano ad essere soggetta a te.

Poi si presentò ad essa un capo politico (marito) ed ella lo servì come un padrone e attraverso la sua testimonianza cercava di guadagnarlo a te; e egli la vide bella per questo suo buon modo di operare. Costui era molto tollerante, ma anche soggetto a scoppi d’ira. Questa comunità cristiana in itinere tenne un atteggiamento prudente; non polemizzò con le parole e non pose in essere concreti comportamenti oppositivi. Aspettava per far sentire le sue ragioni i momenti di calma. Ella ‘nella scuola del cuore aveva Te per intimo maestro’.

Rispetto ad altre comunità religiose ella ‘in cuius utero me creasti’ considerò che l’incontro della comunità religiosa con un capo politico equivale ad un matrimonio e, come dice Paolo, i servi debbono rispettare i loro padroni. Con ciò predicò la pace sociale e fu seguita da altre comunità.

 Se questo fu il suo atteggiamento nell’ambito sociale, con l’ossequio, con una perseverante tolleranza e mansuetudine, la Chiesa nascente risolse il problema dei rapporti con la teologia della religione classica (suocera). Così le accuse rivolte da cattive comunità (malae ancillae) furono stigmatizzate dallo sposo, cioè dal potere imperiale (da Costantino a Teodosio)

Da ultimo, questo feeling con il potere politico le consentì di guadagnare alla fede l’Impero che da allora non la maltrattò più.

La chiesa divenne così ‘serva dei tuoi servi’, un servizio reso  mediante una testimonianza che orientava verso di Te o Dio.

Si possono dunque tirare le somme; Agostino sintetizza: Era appartenuta ad un solo sposo (il Cristo); aveva ricambiato chi l’aveva generata (umanità e popolo eletto); piamente reggeva la dimensione comunitaria; testimoniava bene nelle opere; curava i suoi figli ripartorendoli, ancora con dolore, quando si allontanavano; ed infine prima della sua ‘dormitio’ si prendeva cura di tutti come se tutti li avesse generati, e da tutti fosse nata.

 Capitolo X: ma la vera Chiesa non è solo quella che si vede e si tocca e testimonia nel mondo; è quella che è continuamente alla presenza di Dio; essa, come la mistica Maria, deve essere quindi assunta a Dio.

Ecco allora che la cd. Estasi di Ostia (IX,10) viene introdotta da una frase dal sapore evangelico (Gv.13,1) ‘Imminente autem die quo ex hac vita  erat exitura’ ed inquadrata in un ambiente, nel quale ogni particolare rimanda a qualcosa di ben più grande, ed è tuttavia ancora solamente ‘una finestra’. Monica ora trionfa del tutto (mon.nike), perché è  sul divino ardente (egula ignea); perché sostituisce l’interlocutore divino verso cui Agostino ha balbettato le sue confessioni. Ora il figlio, parlando con sua Madre, scopre di colloquiare col Padre di tutti.

 ‘Ci trovammo a una finestra prospettante sul ‘Giardino’ interno alla casa’; e ci preparavamo, come il Cristo risorto nei suoi 40 giorni sulla terra, al grande viaggio; come il Cristo della Samaritana, eravamo stanchi del doloroso cammino fatto. Ora la madre colloquia dolcemente col figlio, e i loro occhi dimentichi del passato sono tesi all’avvenire. In presenza tua, dice Agostino, ci interrogavamo sulla divinità che è la vita dei Santi. Ci abbeveravamo a te per tentare di capire una cosa così impensabile.

Raggiungono così la ‘jucunditas vitae’, cioè l’essere beato dell’anima; e lì scoprono la ‘Memoria’ assoluta e vivente, il ‘Sono’ dell’anima; ed a quel punto, quando tutto il mondo è in loro finalmente riunito in una cosa sola, pur senza aver perduto la propria storicità, possono spiccare il salto verso la Divinità, e cogliere le primizie della santificazione. La Madre ha portato con se il figlio; lei rimarrà presso Dio nella sua santità, e lei stessa col figlio scenderà ancora su questa terra.  Ma, come Paolo al terzo cielo: un attimo di apertura sul divino e poi il ritorno sulla terra, sapendo ora che le parole servono solo ad attirare l’attenzione e poi deve seguire il silenzio quando a parlare è solamente il Verbo, per se stesso, e con parole inenarrabili.

La conclusione della scena è dedicata alla ‘durata’ di questa grande Madre: essa starà su questa terra fino a che avrà attratto a Cristo l’ultimo uomo. Permarrà, dice Agostino, come visibile istituzione fino al definitivo trionfo del Cristo; poi il suo nunc dimittis.

 Il cap. XI è dedicato agli ultimi tempi della Chiesa, quelli che si realizzano nel presente di ogni uomo e di ogni generazione, che quella chiesa visibilmente costituiscono. Dopo cinque giorni dall’estasi viene il ‘sesto’, quello dell’Uomo, del Cristo incarnato. La Chiesa sarà allora pervasa da un fuoco come di febbre e già comincerà a sentire l’altro eone (‘dove sono stata?’). Dove staranno le sue spoglie visibili? Ma dovunque. Ciò che importa è la continuità del ricordo, e non quello umano, bensì quello sempre attuale, sempre vivo del memoriale eucaristico (‘Ricordatevi di me davanti all’altare del Signore dovunque voi siate’).

Dopo ‘otto giorni’, cioè nel giorno eucaristico per eccellenza, quando aveva 50 anni (numero dello Spirito), più 6 numero dell’umanità corporea, quando Agostino ha 33 anni, come quelli attribuiti al Cristo, ella non morì, ma ‘quale  anima si sciolse dal corpo’.

Letta in questa angolazione, la morte di Monica si fa scoperta metafora della via regale della Chiesa; ma al tempo stesso proprio questa metafora si fa a sua volta simbolo di quale destino attende una persona timorata di Dio. Ed allora si può dire che qui scompare la piccola Monica, come donna-madre che deve uscire dal mondo.

Così, nel cap. XII, Agostino ricorda la morte di sua madre perché diventi metafora del cristiano che con occhi diversi deve ora guardare la morte. Lo aveva terrorizzato da bambino, lo aveva fatto disperare da giovane, lo aveva  annientato nel soggiorno a Roma, ma ora Agostino trova la soluzione in un equilibrato mescolarsi di sentimenti umani e di speranza divina.

Le prime lagrime, quelle trattenute, sarebbero state un tributo alla carnalità. Piange Adeodato e viene ripreso. Quelle giuste potranno fluire serene solo dopo che Agostino avrà preso coscienza di essere ‘un figlio buono (così come ‘illa mater’ aveva attestato), e solo dopo il recupero del proprio Battesimo, e quindi della sveglia e serena immortalità dell’anima (Balaneion). Allora la voce di Agostino non è più quella di un uomo colpito da un lutto, ma la voce stessa della Chiesa (inno ambrosiano).

Sarra, la ‘Signora’, si è sostituita alla Sara terrestre; e Agostino, come Isacco, piange da terrestre la madre terrestre; ma, a somiglianza del mistico  Isacco che si consola entrando nella tenda della sua Sposa, egli cerca nel ‘bagno’ (figura del battesimo) la sua pace: ormai anch’egli è nella comunione dei santi, e coloro che fanno la volontà di Dio (come attesta il Vangelo) sono diventati ‘sua madre’ e ‘sua sposa’.

La madre ha guadagnato un ‘Nome’ (qui infatti viene chiamata Monica), un nome che in sé nasconde anche il cammino che ella ha compiuto e il suo trionfo finale. Di lei bisogna ricordarsi all’altare, come pure di Patrizio; si preghi cioè per la comunità cristiana e per il mondo (IX,13. 36\37).

 Il cap. XIII costituisce una grande preghiera ecclesiale: ora Agostino piange ‘lacrime di Spirito’ per tutti i figli della Chiesa che concorrono a formarne la presenza corporea; per lei che è caduta in errore; ma ricordando pure che si è affidata all’eucarestia di cui è stata costante serva. All’eucarestia ella legò la sua anima. Sia dunque nella pace insieme alla inscindibile e connessa realtà terrena (marito), quella che sperimentò senza ingordigia, senza voler andare oltre quanto le era stato assegnato; rimase infatti vedova in attesa dello sposo divino. Tutti allora, quando celebrano l’eucarestia, si ricordino di Monica e di Patrizio, cioè della Chiesa nella sua  totalità.

 

Adeodato ed Alipio

Da ultimi consideriamo come parte della famiglia Adeodato ed Alipio.

La figura di Adeodato, come già dicevo, sembra rimandare a quelle dei figli di Agar e di Betsabea, entrambi nati per scomparire dalla famiglia dell’Eletto. Agostino lo generò a 18 anni e lo perdette (‘trovò la sua morte’) a 32, quando egli aveva  15 o 16 anni (IX,6). Potremmo anche considerarlo icona del Gesù carnale (viene lodato e considerato un più che valido  ‘interlocutore’) che deve scomparire prima della resurrezione animica del crocifisso.

Il nome Adeodato, letto in latino e come logo, sembra dire: Adeo datum = Mi accosto al dono; oppure ‘Generato da me, come da un dio’ che allargherebbe ad Agostino il peccato di Patrizio, teso alla generazione carnale (terme). Ascoltato in greco suggerisce ‘sazio di istruzione’ (adeo-datos); oppure ‘Egli insaziabile Ade (Ade od’atos); oppure ‘Insaziabile quanto al sesso’ (aden- ode’atos). Quasi tutte queste letture fanno pensare che in Adeodato Agostino vede ciò che egli ha costruito nel bene e nel male, ma sempre carnalmente. Perciò egli deve scomparire come l’Ismaele di Abramo.

 Alipio: di lui parleremo nella ‘metafora degli Amici’ . Da come viene descritto sembra costituire il ‘doppio’ della figura di Agostino (come Patroclo per Achille); egli viene detto ‘Accolito dei peccati di Agostino’ (c.G.7), ma ciò non vuol dire che ne segua il percorso negativo.  La sua vicinanza (pur macchiata da una deviazione) è invece dialettica al comportamento tenuto da Agostino.  Alipio può considerarsi la parte emozionale (in senso pregnante) dell’umanità di Agostino, naturalmente buona, anche se vittima della deviazione dalla quale nessun uomo si sottrae (peccato originale).

La sua sagoma fa tutt’uno con quella di Nebridio, icona della dimensione mentale. Insieme costituiscono l’articolata e contraddittoria interiorità di Agostino che va in cerca di una sintesi positiva del suo essere. La parte buona dell’uomo, dice Agostino, per quanto toccata dalla deviazione, resta come voce ferma e salda della coscienza ed offre un punto di partenza nella scalata verso l’anima. Non a caso il nostro personaggio (e non Nebridio) partecipa all’evento ‘dionisiaco’ (e non certo ‘apollineo’) della conversione finale di Agostino.

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[1] Nel cap. 12° viene narrato poi un altro evento che ordinariamente si colliqua in una lettura espressiva-emotiva. Si narra che ‘illa femina’ chiede l’intervento di un vescovo per convertire Agostino, e quello si schermisce per poi concludere: ‘Così devi vivere (cioè pregando); non può accadere che perisca un figlio per il quale si prega’. Così intesa, la risposta va oltre l’evento nel quale si inquadra, per assumere la forza di vera e propria costituzione  nello status di orante: la Chiesa deve restar ferma a dialogare con Dio, fiduciosa che sarà esaudita quanto alla salvezza dei suoi figli.

 

[2] Un’altra lettura mi sembra ipotizzabile e compossibile, considerando che, come chiaramente è detto, i motivi che spingono Agostino a partire non sono quelli per cui Dio lo lascia andare.  Mi chiedo allora: quale era il motivo intimo della partenza, considerato che questo non era certo l’amor per il danaro? Ed ancora: questa ‘madre’, che simboleggia sempre la comunità religiosa, non si sente forse abbandonata definitivamente? Ciò spiegherebbe l’atteggiamento di chi, pur essendo madre di tanti figli,  vuole assolutamente seguire quello che parte. Perché allora non immaginare che Agostino, affascinato dalle tesi di  Giuliano l’Apostata, intende rompere i legami con la fede cristiana, e tornare nella Roma dei Cesari, nella patria del culto degli dei classici, dove lo ‘jus’ ed il ‘sacrum’ trovano unità?

La partenza di Agostino per Roma avviene nel 383, quando egli ha 29 anni (nato il 354); nel 380 c’è stato l’editto di Teodosio che ha dichiarato il cristianesimo religione ufficiale dell’impero ed in qualche modo ha ristretto l’orizzonte culturale della intellighenzia del tempo. Giuliano è però lontano negli anni, ma pur sempre presente, e proprio in forza di questo atto d’imperio dell’autorità civile.

Rifletto che se Giuliano potè tentare di attuare un ritorno pieno alla religione classica,  ciò dipese non solo dalla sua affascinante personalità di pensatore e di filosofo, ma certamente anche dalla presenza di una forte corrente contraria al cristianesimo, almeno nella minoranza colta. Un intellighenzia favorevole all’antica religione dei Padri che, collegata com’era alla obiettività delle funzioni divine, consentiva di accogliere  ‘nomi’ di divinità straniere, purchè le funzioni divine fossero coincidenti. E probabilmente il manicheismo era una di queste religioni cooptate.

In questo quadro storico, ben noto ai lettori cui le ‘Confessioni’ erano rivolte, si possono inquadrare gli eventi narrati. E forse quei lettori   compresero che la partenza per Roma di Agostino voleva rappresentare la rottura con la tradizione cristiana nel quale era stato allevato, e il ritorno verso la più tollerante e meno esclusivista religione classica che oltre tutto lasciava tanto spazio alla mente di un retore che sapeva di aver ricevuto una finissima intelligenza.

In tale ottica, o in altra consimile, tutta la scena diventa più credibile. E per di più, proprio perché anch’essa è del tutto metaforica, la grave malattia romana di Agostino (capitolo successivo), si rivela metafora di un profondo e radicale turbamento, cui segue una immediata ripulsa della scelta operata. Forse Agostino, sconcertato dalla bagarre religiosa esistente nel cristianesimo aveva vagheggiato una solida unità in quella religione che era tramontata, ed è costretto a scoprire immediatamente di trovarsi invece nel bel mezzo di una baruffa di ‘eversores’. Anche Alipio, controfigura di Agostino viene a Roma per studiare ‘diritto’ e tocca con mano la corruzione di questo sistema che sembrava aver unificato ‘pacificato’ il mondo.