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(segue Cap. I (2° parte) : ‘Esoterismo e metafore’)
6. Agostino e la lingua latina Il Corpus agostiniano, come è noto, è tutto scritto in lingua latina. Questo dato che sembra del tutto aproblematico, va messo in discussione quando il lettore si pone in un’ottica esoterica. Viene da chiedersi in che lingua fu pensata l’opera (nel nostro caso ‘Le Confessioni’), in quale fu composta e in quale poi ritradotta; ed ancora se questo processo obbedì a una logica editoriale, o a veri e propri motivi teologici. Agostino, quale cittadino dell’Impero romano, parlava naturalmente latino e si espresse ovviamente nella sua lingua materna; così si dice. Ma a mio giudizio bisogna articolare meglio il discorso sia sul piano obiettivo, sia in riferimento all’area specifica in cui il Nostro si muoveva (quella del ‘Sacro’), sia infine ai destinatari.
Una prima riflessione attiene proprio alla reale presenza e latitudine dell’eloquio latino. Si afferma comunemente che il latino era la lingua parlata nell’impero romano, ma al contrario io ipotizzo che esso aveva solo il valore di lingua di Stato e probabilmente di parlata materna in ristretti ambiti territoriali, ed era ancora la lingua dotta degli studiosi che naturalmente gravitavano verso il centro del potere.[1] In altre parole mi oriento a credere che nell’Impero coesistevano molti linguaggi locali od etnici, così come è stato fino ai giorni nostri; che lingua franca era il greco e lingua legale il latino. Quanto alle lingue dotte, esse erano sia il latino che il greco. Quest’ultima poi, insieme all’Ebraico ed al Siriano, veniva considerata una ‘lingua sacra’, cioè capace di esprimere compiutamente i testi biblici. Se questa succinta e generica ricostruzione è esatta, è possibile considerare l’opera di Agostino (che è tutta in latino), in una angolazione del tutto diversa da come essa viene correntemente presentata. Innanzi tutto mi chiedo quale lingua Agostino apprese nella sua famiglia e fra i suoi compagni. Sento ripetere che egli non conosceva la parlata del luogo e cioè il ‘punico’. Non dispongo degli argomenti pro e contro questa affermazione; tuttavia dubito molto che non sapesse almeno difendersi nella lingua del luogo, quella delle sue nutrici, dei servi, dei primi compagni di gioco e nel mercato.[2] Certamente poi Agostino conosceva il greco. E qui il discorso si fa più complesso, anche perché, nel parlare corrente, si è accreditata la tesi secondo cui Agostino non era versato in questa lingua. Questa affermazione non mi convince affatto. Pur non considerando l’ingegno e la sete di sapere del Nostro (quante allettanti opere laiche e religiose circolavano solo in greco); il fatto che egli stesso afferma di averla studiata; che il greco era in quel tempo la lingua franca dell’impero romano; che non poteva mancare nell’armamentario di un retore di buon livello che ambiva insegnare a Roma; a parte tutto ciò, mi risulta difficile pensare che Agostino si limitasse a meditare la Scrittura su una banale traduzione in latino. Un Agostino che si contentava di una ‘traduzione’ (l’Africana?), conoscendo i grossi limiti propri di ogni versione, e dovendo per di più affrontare un argomento che costituiva il centro della sua vita; un Agostino che si vietava di leggere in originale Nicea e Costantinopoli, proprio non mi convince. Come avrebbe potuto attestare la infinita polisemia dei testi biblici, mi chiedo, se li conosceva solo nella ferrea versione latina? Il latino, a differenza del greco, non è una lingua duttile, ché anzi era tanto precisa da fornire ai giuristi un universo semantico fortemente univoco. Come pensare allora che, volendo commentare un testo (la LXX), la cui grecità si coniugava con la divina Ispirazione, Agostino abbia tollerato di restringerne, nel più meccanico latino, la ricchezza semantica? Perché non ha mai aggiunto qualche chiosa per dotare il termine latino della maggiore ricchezza espressiva di quello originale in greco?[3]
Qualcuno mi farà notare che di fatto non esistono scritti di Agostino in greco. L’argomento, che a prima vista sembra vincente, perde però vigore se lo si confronta con la personalità di Retore di Agostino e se lo si inquadra nella dimensione esoterica della cultura e della teologia del tempo.[4] Leggendo il racconto della vicenda scolastica di Agostino (bambino ed adolescente), come metafora dei primi passi nello studio della Scrittura, si scopre uno schema sottostante che (delineato nel cap.IV) attesta per via di omissione la conoscenza di quella lingua. Esso afferma che [5] l’uomo ama ciò che gli risulta facile e non intende impegnarsi in una laboriosa ricerca di Dio (atteggiamento sempre attuale). Così Agostino dice in metafora di aver preferito il latino appreso maternamente (ma è poi vero?), al greco che considerava una lingua straniera. Ma conclude: Benedette quelle ‘verghe’ che mi fecero apprendere a leggere e scrivere (e –sottinteso- mi costrinsero ad apprendere il greco). Ora infatti, proprio in forza di quelle ‘cose odiate’, posso leggere in originale la Sacra Scrittura.[6]
Ciò posto, si può allora porre la seguente domanda: quando Agostino scrisse in latino lo fece perché questo linguaggio avrebbe consentito una più facile e generale diffusione e comprensione popolare dei suoi testi, o viceversa perché ne avrebbe ristretto la lettura ad una limitata cerchia di fruitori? Considerando l’incidenza socio-culturale della Vetus latina, della Italica, dell’Africana, a me pare che queste traduzioni in latino della Scrittura greca non perseguivano lo scopo di rendere leggibile il testo greco, ma di renderlo dialettico al grande corpus giuridico romano (Pontefice romano contro Imperatore); ed infine, per quanto ci riguarda, a coprirlo come un palinsesto che solo l’alto clero poteva aprire. E, a giudicare dal successivo comportamento della Chiesa, opterei per quest’ultima spiegazione. [7] Mi si potrebbe però obiettare che è del tutto improbabile un esoterismo ecclesiastico e specificamente dei Padri, considerando che in Oriente la Bibbia è stata sempre proclamata nella lingua materna degli uditori. Di conseguenza, quest’ultimi sarebbero stati in condizione di speculare su questa ipotetica dimensione esoterica della LXX e del N.T., in base alla solo padronanza della propria parlata. In queste condizioni per quanto tempo avrebbe retto un segreto nascosto nel testo? L’argomento a prima vista vincente non regge in quanto non tiene conto del generale analfabetismo congiunto alla distanza non piccola che divide lo scritto dal pronunciato. In pratica io credo che dalla proclamazione del testo scritto, l’uditore incolto e analfabeta non poteva risalire a quel testo materiale (insieme delle cifre grafiche) nel quale oltre alle radici erano presenti anche le ‘desinenze grammaticali’; e quindi non era messo in condizione di operare le diverse compitazioni foriere dei significati nascosti. Per ciò stesso la polisemia risultava possibile solo ai ‘letrados’ del tempo.[8]
Quanto alle desinenze delle parole, alle quali ora facevo cenno, a me pare che esse dovevano essere presenti solo nei testi scritti e non venivano pronunciate nella parlata corrente. Per la marcata latinizzazione della lingua greca, operata dai grammatici mitteleuropei, noi consideriamo la declinazione delle parole come reale evento fonetico, sicché pensiamo che, nel loro parlare, i greci pronunciavano anche le desinenze; come oggi i tedeschi ed i russi che la loro lingua l’hanno appresa nelle scuole e quindi, per dirla scherzosamente, parlano come ‘un libro stampato’. Di contro, tutte le lingue neogreche (o neolatine come si preferisce dire) mai hanno conosciuto le declinazioni, eccetto che nei pronomi. La declinazione ‘attica’ credo sia un buon argomento di riflessione sul punto .[9] In breve, chi ascoltava e non conosceva le desinenze usate negli scritti, non era in grado di recepire quella sequenza di cifre che costituiva il ‘testo materiale’ su cui andava operata la diversa compitazione. Se si accetta questa ipotesi diventa evidente l’ulteriore difficoltà per un uditore analfabeta, che ascoltava solo i fonemi corrispondenti alla ‘radice’ del vocabolo, di immaginare come esso era materialmente scritto; di recuperare quel testo materiale (comprensivo delle desinenze) su cui bisognava operare per costruire nuove e diverse compitazioni. Non va dimenticato che la Bibbia è ‘Grafè’, cioè ‘Scrittura’; ciò significa che essa che fu costruita come testo materiale, e va quindi meditata come ‘scritto’, e non come ‘oralità graficizzata’. Ciò getta nuova luce sul passaggio dalla oralità allo scritto, e chiarisce la difesa ad oltranza dei segni grafici da parte della Chiesa, segni che Origene riteneva singolarmente ispirati. Ed ancora sull’importanza decisiva dei Targumim e poi dell’Omelia.
In conclusione questa complessa relazione tra oralità e scrittura diventava essa proprio una forma fisiologica di esoterismo; e spiega come, proprio nel passaggio dalla ‘Fonè’ alla ‘Grafè’, si venne a costituire implicitamente quella riserva sacerdotale (scribi), ancor oggi ben viva in tutte le religioni ‘del Libro’. Dando allora soluzione al quesito che ci eravamo posto, posso presumere che non bastava parlare il greco per intendere, attraverso l’ascolto, il senso profondo della LXX o dei Vangeli. [10] Aggiungerò che, attenendo la dimensione esoterica allo ‘scritto’ come tale, i testi deducibili attraverso una diversa compitazione non si possono proclamare, ma debbono solo formare oggetto di meditazione quanto ai contenuti. Con ciò credo di dare risposta anche a chi, raffrontando sul piano estetico e letterario le letture profonde con quella superficiale, rileva che le prime si presentano molto più macchinose ed asindetiche. Non a caso la citazione corrente nei Padri riguarda, per lo più, brevi stichi della Scrittura.
A seguire la tesi che avanzo, il libro delle ‘Confessiones’ si potrebbe paradossalmente considerare esoterico già per il solo fatto che esso è formulato in lingua latina. Probabilmente avrebbe avuto una maggiore capacità comunicativa se scritto in greco; ma ciò avrebbe reso accessibile al pubblico quel testo materiale che consentiva la crittografia, e che doveva andare nelle mani solamente di chi era preparato ad intenderlo.[11] Coperto invece dall’eloquio latino, poteva costituire il segreto e riservato serbatoio di messaggi teologici, una ‘Cella vinaria’dalla quale attingere. Questo escamotage retorico che, se ho ragione, può vantarsi di aver resistito sino ai nostri giorni, viene svelato e superato quando si inverte il processo di nascondimento. Ed allora, acquistano un significato pieno passi di difficile comprensione e si evidenzia un conseguente e rettilineo percorso nelle ‘Confessioni’, fino a svelarlo come libro strettamente teologico, e non già come un’autobiografia religiosa connotata da psicologismo, pietà, ridondanza dell’io individuale, e intervallata e conclusa da momenti di riflessione filosofica e da spunti esegetici.
7. La ‘citazione’ dei passi biblici Un altro risvolto della esotericità delle ‘Confessiones’ sono le innumerevoli citazioni di passi biblici tutti quanti puntualmente resi in latino. Anticipando qualche mia conclusione, rilevo che chi non si lascia suggestionare dal molto captante rivestimento psicologico del testo, e considera Agostino un teologo che non vuole penetrare intellettualmente il mistero assoluto di Dio (impresa cara ai razionalisti), ma speculare invece su qualcosa di obiettivo, universale e molto prossimo all’uomo, e cioè sull’Incarnazione di Dio, costui, dicevo, intuisce che il libro è una meditazione sul Verbo rivelato; una meditazione quindi sulla Scrittura che ne costituisce l’incarnazione e sulla Eucaristia che attinge la sommità della Rivelazione. Come mostrerò è questo il senso dei sue salmi citati nell’Incipit. Sorge allora spontaneo un interrogativo: se per Agostino il Verbo divino riposava incarnato nell’originale greco della Settanta (unico ispirato), come egli avrebbe potuto tradirlo nel suo commento, trasferendolo in una congelante versione latina cioè in un qualcosa che risente della dubbia comprensione di chi traduce, e che inchioda il testo in un inalterabile significato? Come poteva tradirla, la LXX, dopo aver meditato su di essa il significato profondo delle parole e delle espressioni, superando quella lettura ‘carnale’da lui stesso contestata? E’ difficile ammettere che egli proprio renda ‘carnale’ il testo ispirato volgendolo in latino. Anche a quel tempo era del tutto evidente che il testo ispirato non consente di essere tradotto in altra lingua quando deve fingere da base per un commento; un principio questo caro a tutti i filologi che esigono di usare solo l’originale, ma che, guarda caso, sarebbe stato disapplicato proprio dal grande Aureliano. Per tutti questi motivi, ipotizzo che Agostino volle tenere nascosto il testo materiale della Scrittura che egli citava, e perciò si limitò a dare al lettore un corrispettivo latino, attenendosi quasi sempre alla riduttiva compitazione corrente nella tradizione orale. Egli non volle certamente suggerirlo (il testo latino) come il vero oggetto della meditazione sua e del lettore. Ed allora si potrà pure, per buona parte, dedurre il suo pensiero dal testo latino del libro, ma a patto di integrarlo col greco che ad esso si sottende. E ciò è imprescindibile quanto alle citazioni bibliche che vanno sempre recuperate dalla LXX e dal N.T. In ordine alle ‘citazioni bibliche’ vanno poi attentamente considerati altri fattori che, a mio giudizio, completano il quadro d’assieme ed aprono interessanti percorsi in tema di esoterismo. In particolare segnalo: a) l’uso massivo del Salterio; b) il richiamo di un intero brano, citandone solo l’incipit; c) riferire il commento al testo greco, citandolo però nella traslitterazione latina; d) usare vocaboli latini come calco di quelli greci.[12]
8. Agostino e il Salterio Agostino ebbe grande dimestichezza con il Salterio. Forse un profilo di questo libro lo affascinava, e cioè che i Salmi, come i Proverbi, sono entità letterariamente separate, quasi ad irridere la sistematicità orgogliosa del pensare umano che agevolmente si esprime sui libri storici. Agostino dovette notare che quasi mai il salmo narra eventi storici, collocabili nel tempo e nello spazio, e quindi suscettibili di puntuali analisi da parte dello storico. Questa sua particolarità produce un effetto ben poco meditato: lo costituisce infatti argomento decisivo per affermare la natura polisemica della Scrittura, cioè il suo vivo e continuo interrogare il lettore. Ed infatti mentre le narrazioni (vedi libri storici) sembrano ancorare il significato dei testi a specifici eventi, la lettura del salmo si regge su se stessa, cioè sulla coerenza linguistica e sul contenuto teologico recuperato (ed ovviamente supportato dalla ispirazione e dalla fede della Chiesa). Chi medita il salmo può, seguendo la sua ispirazione, liberamente ricomporre in varia maniera la sequenza fonematica delle lettere ed evidenziare le verità nascoste che Dio gli fa scoprire in esse.[13] Agostino certamente si rese conto che l’indipendenza del significato dei salmi dai dati della storia (per loro natura sempre incerti), e la possibilità di leggerne liberamente il testo, li costituivano sacramento della libertà dei Figli di Dio nel dialogare con Lui. Io credo che egli preferisse il Salterio (citato più di ogni altro libro della Scrittura e in modo massiccio) perché, senza dover ricorrere ad artifici retorici, il solo citarlo garantiva al suo libro uno spessore esoterico. Era sufficiente infatti assumerlo nella sua compitazione corrente (tradizione orale) e volgere quest’ultima in latino, per ottenere un testo coperto, lasciando intatte le sue intimità teologiche. Il Salmo è Voce divina che si manifesta già ben articolata, ma anche tale da tradursi (pentecostalmente) in tutto ciò che la Verità di Dio vuole suggerire all’ascoltatore. Il Salmo (ed ancor più un suo stico) è ‘ciò che è’; ‘non è ciò che è’; ‘è altra cosa’ che recupera significato nel concreto dialogo tra Dio e l’uomo che cerca. Il salmo è esoterismo per eccellenza.[14]
Se Dio in persona ispira il fedele a leggere quanto con quelle parole egli vuole comunicare, la libertà dell’uomo è salva dal condizionamento degli ‘Eletti’; di coloro cioè che falsamente si fanno mediatori di Verità. Unico mediatore è il Verbo. Tenendo presente tutto ciò, mentre scriveva, Agostino considerò che tutta la sua conquistata sapienza doveva diventare un dono per i lettori: la comprensione da parte loro della Verità dipendeva solo da una divina mozione dello Spirito rivolta a tutti, e da un assiduo ricercare che, mentre seziona il libro e ne svela la statura mondana, tiene Dio come fisso ed unico obiettivo. Al tempo stesso Agostino comprese che, se il Salterio è tutta intera la Sapienza di Dio, è infinita anche la parola che lo veicola; concluse allora che Dio è presente nella sua interezza in ogni singola parte di esso. Dunque la sua rivelazione è infinitamente frazionabile allo stesso modo dell’eucarestia (cd. Moltiplicazione dei pani). Comprese che incapsulare la Rivelazione divina (qualunque sia l’ampiezza del testo) in un unico e fermo significato (come vien da fare quanto ai libri storici) equivale a cristallizzare le parole e per effetto a congelare il dialogo, avvilendolo a mera ripetitività che sa di demenza. Si rese conto che, essendo la Parola di Dio gravida di significato fin nella singola lettera (vedi Origene; vedi ‘En’ di Gen.1,1), essa può essere meditata anche per singole espressioni enucleate dall’insieme. Questa prassi è rimasta nella liturgia quando propone ‘versetti brevi’ o ‘Antifone’. La reiterata citazione di ridotte sezioni dei salmi, gli si rivelava allora come testimonianza della fede nella divina ispirazione diffusa nel sacro testo, e nell’infinita frazionabilità del ‘pane della Parola’. Sotto questo profilo, Parola ed Eucaristia trovavano un punto di contatto nel cuore e nella mente di Agostino vescovo.
In conclusione, io penso che il continuo richiamo ai salmi nell’opera di Agostino non derivi da una esigenza retorica, né da un bisogno di autenticarsi attraverso una citazione testuale. Esso costituiva la viva sperimentazione della crescente capacità di pronunciare parole divine, di esprimersi cioè nel linguaggio di Dio; di raggiungerlo e stare a suo livello; di poter dire tutto, perché le parole di Dio che sono totale sapienza, sono infinitamente ricche di senso. Credo che i Salmi furono per Agostino il modo per apprendere il ‘Diese’; un apprendimento che procura un piacere simile a quello del bambino quando impara a parlare ripetendo le parole progressivamente suggerite dalla mamma. Fu la modalità che gli consentiva di identificarsi con l’oggetto stesso del suo amore. Tutto ciò egli comunicò al lettore attraverso una metafora, esposta nei primi capitoli, che utilizza come materiale letterario la narrazione del suo primo parlare.[15] (fine file)
[1] Ricordo che le leggi romane venivano tradotte in geco per essere pubblicate nelle province, perché il greco (nelle sue mille varianti) era comunque la parlata comune dell’Ecumene. [2] Ricorderò a tal proposito che le testimonianze storiche sono spesso tratte da documenti cartacei considerati come obiettiva trascrizioni di situazione esistenti. Ma, se gli stessi testi vengono considerati come opere metaforiche le prove raccolte al loro interno perdono molto della loro validità. Un problema del genere è eclatante per quanto riguarda gli ‘Atti’. [3] Penso ad esempio, sia a quella ‘luce’ che non esprime l’ambivalenza del corrispondente greco ‘Fos’; sia a quel ‘coelum’, tanto imbarazzante, dal quale restano esclusi i molti significati del corrispondente vocabolo greco. Eppure entrambe sono parole chiave all’interno della Scrittura. [4] Diamo per scontato che Agostino scegliesse di scrivere nella sua lingua materna (???), ma come spiegare che, facendo esegesi della LXX e ancor più citando quest’ultima, non gli venisse naturale riportare il testo greco? Rifletto allora che, se era proprio il greco la chiave della Kabbalah fonetica, naturalmente esso doveva rimanere nascosto in una produzione in latino, per essere fruito solo da chi conosceva il segreto delle trasmutazioni verbali. Ciò spiega tra l’altro la totale mancanza di riferimenti al testo greco (LXX) che pure Agostino considerava autentico ed ispirato. Ma facciamo un passo indietro e riflettiamo sulla conoscenza che Agostino ebbe della lingua greca, rifacendoci ai cap. XIII e XIV del primo Libro. Qui sembra attestata una sua preferenza (rispetto a quella greca) per la lingua latina, che egli dice di aver appreso maternamente (quanto ai vocaboli), e la cui letteratura lo affascinava sin da piccolo. Comunque egli stesso attesta di aver appreso il greco, anche se malvolentieri, e poi tace sull’evoluzione di questo suo sapere. Considerando allora che non scrisse un rigo in quella lingua, vien da concludere che egli l’abbandonò o non la considerò qualcosa di fondamentale. Ma fu così, o invece il silenzio serve a coprire un approfondito studio di questa lingua e un suo uso esoterico? Agostino ci ha lasciato una suggestiva e labile traccia che ho ripescato all’interno delle Confessioni. Il piccolo segnale consiste in quel “dolcissimo Omero con le sue favole” che presuppone una lettura adulta dei poemi in lingua originale dal momento che, per sua stessa ammissione, egli non lo amava durante l’infanzia. [5] Il senso che si può ricavare dalle vicende scolastiche di Agostino è il seguente: -l’uomo qualsiasi (Agostino che apprende i vocaboli latini) ama ciò che del Libro riesce a comprendere, usando le cognizioni del suo sapere materno; e oltre non vuole andare perché ciò gli richiederebbe studio e sacrificio. - l’uomo ‘colto’ (Agostino che ama la letteratura latina) si sente attratto dalla struttura letteraria del Testo che gli consente di evidenziare ed esaltare le sue doti intellettuali ed aderirvi col sentimento. La metafora è sostenuta da uno schema in cui: -il fanciullo: ‘ama’ una sola cosa : la letteratura latina; e ‘odia’ due cose: il greco ed il latino elementare (cioè ‘leggere, scrivere, contare’); -l’ adulto: rispettando sempre lo schema oppositivo, ribalta i termini e dice che non sarebbe stata grave perdita l’amata letteratura latina (Enea); mentre deve ora essere grato a chi lo costrinse alle cose ‘odiose’; e qui, invece di indicare entrambe le cose odiate, ricorda solo gli studi di base (latino). Ma, tenuta ferma l’opposizione, tra Cose ‘odiate’ e Cose ‘amate’ (le prime ora positive, e le seconde ora negative), chi ha orecchie per intendere, deve comprendere nelle prime anche il ‘greco’, insieme al latino di base. Nel discorso ermetico (in cui la gestione dell’omissione è uno strumento tipico), naturalmente, solo ellitticamente si doveva parlare del ‘Greco’. Un conoscitore lo avrebbe subito individuato presente nel discorso; ed al tempo stesso Agostino avrebbe eluso la domanda che l’uomo comune gli avrebbe rivolto: ma se tu hai compreso la bontà della conoscenza di questa lingua, perché non la usi almeno nelle citazioni? Ma il ‘Greco’, quale base della Cabala fonetica, doveva rimanere in ombra. [6] Il ‘revocantes nos ad Te’ perde così la sua genericità perché quel ‘Te’ si identifica con il Verbo incarnato nella Scrittura. [7]. Ed infatti se l’intenzione fosse stata quella di comunicare in forma comprensibile la Parola di Dio, la Chiesa avrebbe continuato a tradurre i testi biblici nei linguaggi correnti; ed invece si è mossa proprio in senso opposto, costringendo il popolo alla ignoranza per secoli e secoli. Mi viene dunque il sospetto che le traduzioni in latino nacquero piuttosto con altro intento, e cioè quello di costituire un Corpus cristiano che, nella dialettica Chiesa-Impero, potesse bilanciare il grande Corpus Juris della latinità. Ed ancora, allo scopo di costituire un ‘segreto’ patrimonio di Verità, del quale sarebbero stati depositari unicamente i circoli dotti della Chiesa. Ipotizzo cioè il perpetuarsi di quella mentalità ‘riservata’ giudaica, che doveva avere non poco peso nella primitiva chiesa di Roma. Non va dimenticato che Gesù parlava contraddicendo l’esempio di Mosè che invece ‘scriveva’. Finanche la ‘Vulgata’ (non a caso orientata vero i testi giudaici) mi sembra volta a costruire un ‘monumento di latinità’ ed al tempo stesso a coprire in palinsesto la Bibbia greca, con l’effetto di costituire una autorità sempre maggiore del clero, specie quello romano. Il parlare di un chierico, come dice un testo medioevale, doveva essere tale da non farsi comprendere; un fenomeno che prenderà lo scherzoso nome di ‘latinorum’. Che questa malevola ipotesi sia credibile lo attestano alcuni fatti: nel suo sforzo missionario, la Chiesa ha sempre tenuto come unica Bibbia quella latina, ad onta della sua incomprensibilità; si tentò anche di farla dichiarare l’unica ispirata; ancor oggi si preferisce insegnare ai chierici il latino (lingua dell’Istituzione) piuttosto che il greco (lingua della Scrittura). [8] Per esplicitare questa ipotesi, evidenzierò ora alcuni dati che mi appaiono significativi. Il primo riguarda la fonetica. Ad onta della pianificazione accademica che ha generalizzato l’ipotesi erasmiana (relegando la pronuncia reucliana a fondo pagina) è evidente che il Greco, nel tempo e nello spazio fu pronunciato in modi molto diversi. I Romeni pronunciano l’esse finale come la ‘sc’ di ‘scienza’; questa sonorizzazione la si ritrova nel molisano e forse esisteva anche in greco che prevedeva per la finale un segno grafico diverso. Ciò farebbe intendere ad es. il ‘proche’ francese come espressione grafica del fonema ‘pros’ greco. Considerando ora il passaggio dalla variabile oralità, alla fissità dello scritto, si può ipotizzare che la resa grafica della varietà di suoni (esprimenti lo stesso vocabolo) dovette creare non pochi problemi e verisimilmente sfociò in alcune convenzioni tra i dotti. Ad es. la ’Eta’, utilizzata per esprimere suoni che vanno dalla ‘e’ alla ‘i’ italiane; o i dittonghi che (vedi greco moderno) tendono alla ‘i’ o alla ‘e’. Nella proclamazione di uno scritto, costruito in base a queste convenzioni, diventava naturalmente dominante la sonorità locale; in Puglia, ad es., la parola scritta ‘Bari’ viene pronunciata ‘Beri’. Ne derivava che un ascoltatore incolto, anche se conosceva i rudimenti dell’alfabeto poteva solo immaginare il testo corrispondente identico a quello ascoltato. In Puglia, per proseguire nell’esempio, avrebbe immaginato che sul foglio era scritto ‘Beri’. Ugualmente dall’unico suono pronunciato dal lettore (poniamo quello della ‘i’) gli era impossibile ricostruire l’eventuale corrispondente dittongo grafico. La difficoltà è ancor oggi palpabile ascoltando un greco moderno con le sue cinque ‘i’, o chi parlando in latino pronuncia ‘rose’ mentre sul foglio è scritto ‘rosae’; per non dire poi dell’enorme difficoltà a intuire i termini inglesi o tedeschi. La conclusione che si può trarre è dunque che il testo materiale (sequenza bruta dei segni grafici) restava celato anche quando il passo greco veniva proclamato ad uditori greci. [9] Io credo che nell’antichità parlavano come noi della Magna Grecia: per dire il vocabolo, essi pronunciavano solo quei fonemi che i grammatici chiamano ‘radice’della parola. In questo modo di parlare, la cadenza ritmica, il colore della voce, e le preposizioni, indicano la funzione grammaticale del termine all’interno della proposizione.. Probabilmente fu proprio lo scritto (che allora non prevedeva divisione fra parole, né segni grafici di interpunzione), ad esigere una finale che indicasse la specifica collocazione grammaticale e sintattica del vocabolo. La ‘declinazione’ fu l’escamotage degli ‘scrittori’; e non è casuale il fatto che la I e II declinazione greca usa come desinenze le corrispettive forme del pronome (che si declinava, come in italiano). [10] Io credo che nell’antichità parlavano come noi della Magna Grecia: per dire il vocabolo, essi pronunciavano solo quei fonemi che i grammatici chiamano ‘radice’della parola. In questo modo di parlare, la cadenza ritmica, il colore della voce, e le preposizioni, indicano la funzione grammaticale del termine all’interno della proposizione.. Probabilmente fu proprio lo scritto (che allora non prevedeva divisione fra parole, né segni grafici di interpunzione), ad esigere una finale che indicasse la specifica collocazione grammaticale e sintattica del vocabolo. La ‘declinazione’ fu l’escamotage degli ‘scrittori’; e non è casuale il fatto che la I e II declinazione greca usa come desinenze le corrispettive forme del pronome (che si declinava, come in italiano). [11] Si veda ad esempio l’espressione ‘coelum coeli’ che, ad onta di tanti commenti, resta pur sempre incomprensibile, o quei ‘Cervi’ del cap.II del Libro XI che l’interprete, messo in crisi, si augura spariscano nelle loro selve, dal momento che sembrano star lì come il cavolo a merenda. [12] Chiarisco: a) Il libro di gran lunga il più citato è il Salterio, fatto quest’ultimo che non intendo come preferenza letteraria, ma come strumento retorico atto a coprire e al tempo stesso ad orientare il lettore. b) Il rinvio alla Scrittura operato da Agostino attraverso la citazione, non si riferisce solo allo stico riportato (nella traslitterazione latina); può infatti risultare utile ampliarne i confini. Ciò evidenzia quel messaggio teologico del nostro autore che egli, proprio amputando una parte del testo biblico citato, ha inteso velare. Come Gesù, che dalla croce indica la finale del salmo, pronunciando solo il primo verso. c) Il commento di Agostino aderisce ad un significato diverso da quello deducibile dalla trasposizione in latino dell’originale greco; quest’ultimo testo è solo richiamato, ma va svelato con una appropriata speciale lettura. E ciò permette di illuminare l’oscurità di alcuni passi del nostro libro. d) Molti vocaboli latini del testo non brillano di luce propria, ma vanno intesi come calco dei corrispondenti greci, e il significato di quest’ultimi va recuperato, primariamente dalla Scrittura, e solo secondariamente dall’uso corrente della parlata greca. Così ad es. ‘cor’ va inteso come ‘Kardia’ sicchè dice anche ‘anima’; ‘Deus vale il Teos greco che è anche usato come aggettivo e può tradursi ‘divino’. Ed ancora, se al verbo ‘confiteor’ (da cui ‘confessiones’) si sostituisce il corrispondente greco ‘omologheo’, il titolo dell’opera suona come ‘Dialogo in lingua comune a me ed a Dio’ e quindi significa dialogo attraverso la Scrittura che è il Verbo incarnato. Ed infine se i problematici ‘cervi’ del cap II del XI cap. sono intesi nel corrispondente greco ‘Elafoi’ essi dicono ‘i Pani’ con un chiaro rimando alla Cena. [13] E’ incontrovertibile che, per quanti studi si siano fatti, nessuno ha definito con certezza una logica unitaria del Salterio e finanche dei singoli componimenti. Ed aggiungo che, anche se si giungesse ad un risultato (io, ad es., l’ho collegato al tema del Giubileo), esso non potrà mai considerarsi conclusivo. [14] Credo infine che Agostino provasse grande godimento nel constatare che i salmi sfuggivano continuamente dalle sue mani di retore, e fiorivano, imprevedibilmente, di nuovi significati teologici. Un’esperienza questa che gli studiosi aborrono, ma che al santo vescovo concedevano l’esaltante fremito di operare su un qualcosa di libero e di divino. Il Salterio sfugge ai sapienti di questo mondo perché è pura parola uscita da bocca divina. Esso si affida alle labbra infantili dell’uomo per espandersi con svariati colori, a seconda del desiderio e della ispirazione di chi li canta. Meditando e citando i salmi egli godeva nel constatare che l’uomo di fede sopravanza il retore; si avvertiva posseduto e non possessore. Da qui, io penso, derivò il suo atteggiamento verso tutta la Sacra Scrittura. [15] Come avviene nell’apprendimento infantile, così il cantare i Salmi è impegno a cogliere il significato eminente che trascende la mera fonetica; a capire il senso di quel suono ricavato accostando labbra ancora infantili: ‘ma-ma-ma…’. Chi seguita a ripetere i salmi è come il bambino che procede di pienezza in pienezza perché, dalla pronuncia imitativa passa alla comprensione delle parole, e poi ancora alla capacità di instaurare un colloquio vitale che, mentre stabilisce l’uomo in relazione con Dio, lo trasforma un poco alla volta in un soggetto maturo, autonomo. Se tutto ciò si realizza, nel traversare con la bocca e con il cuore un salmo, chi leggendolo non si impegna a superarsi, passando da un grado all’altro dell’apprendimento; chi non si sforza di avanzare dal fonema al senso, e da quest’ultimo al dialogo sempre più pieno, fino alla perfetta comunione con Dio, implicitamente sceglie di rimanere rachitico, di restare nella sua lontana, isolata, infantile creaturalità.
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