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Un ‘Luogo di Dio’ nella casa

(Spiritus Domini n.7\1981)

 

« ...gli disse la donna: - Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato su questo monte, ma voi dite che il luogo dove bisogna adorare è in Gerusalemme. Gesù le rispose: Credimi, donna, è venuto il tempo in cui nè su questo monte, nè in Gerusalemme adorerete il Padre..., ma i  veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” ». Giov. 4,15 ss

“Voi sapete che siete il tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio abita in voi” (I Cor. 3,16)

 

Sommario: Il ‘luogo di Dio’ è l’uomo; - Il bisogno di una casa; - La famiglia come Chiesa domestica; - L’insegnamento dela tradizione popolare; - Una proposta; - E venne un vento gagliardo; - E vennero lingue di fuoco; - Il fuoco è nostro, ma perché splenda e si propaghi; - Ma guai a chi uccide lo Spirito; - I farisei sepolcro dello Spirito; - L’inesauribile ricchezza di Dio; - Una conclusione.

Il ‘Luogo di Dio’ è l’uomo

Le parole di Gesù alla Samaritana dicono che non c'é più pre­ferenza di luoghi, di uomini e di popo­li, perché Dio ha scelto di abitare nel  cuore di tutti coloro i quali lo accol­gono quando Egli bussa alla loro por­ta. Il vero luogo di Dio diventa così la vita umana ed il fondo misterioso del nostro cuore. Se un uomo può dire con Paolo: Non sono io che vivo in me, ma é Cristo che vive in me, allora può an­che aggiungere: io sono il tempio vivo, il luogo santo di Dio.

Anche alla tua porta, o lettore, Dio viene a bussare; apri a chi dà si­curezza a chi garantisce a tutti di incontrare la Vita Eterna e di goderne pienamente la pace. Allora sei vecchio? sei ammalato e im­possibilitato ad andare in chiesa? non puoi partecipare ad un pellegrinaggio? Sta tranquillo, perché Dio stesso é ve­nuto da te, per abitare nel tuo cuore, sicché tu sei diventato il luogo della sua presenza.

 

Il bisogno di costruire una casa

Tutti sanno che l'amore fra due persone può vivere nel mistero dei loro cuori ed essere perfetto; tuttavia poiché siamo fatti di occhi che vogliono vedere, d'orecchie che voglio­no ascoltare e di mani che cercano al­tre mani, ognuno sente il bisogno di esprimere l'amore che ha nel cuore manifestandolo in gesti e in azioni, dandogli così uno spazio, un luogo. Perciò, quando si ama, si pensa ad un anello, ad una mensa, ad una casa e si scrivono lettere o si fanno telefonate perché sia continuo il ricordo del comune vincolo di affetto.

Sul piano sociale é naturale che la famiglia senta il bisogno di una casa come prima esigenza. Essa nasce quasi contempora­neamente alla  casa che l'ospita, a quel guscio di pietre che la difende e le consente di aumentare il numero dei suoi componenti, di procedere alla loro educazione e di mandarli infine a for­mare nuove famiglie. Casa e gruppo familiare sono così strettamente col­legati fra loro, che, nel discorso corren­te, mettere su casa equivale a costitui­re una famiglia, e casa diventa spesso sinonimo di famiglia.

Se dunque lo. famiglia umana scopre immediatamente l'esigenza di una casa, che cosa diremmo delle famiglie cri­stiane? Esiste anche per esse un luo­go dove si attua continuamente !'incon­tro con lo Sposo celeste? Un luogo do­ve, pur vivendo l'esistenza quotidiana, sia possibile incontrare i nostri genitori che riposano in Cristo?

Anche la famiglia dei fratelli di Gesù, cioé la comunità cristiana, essendo costituita da esseri umani che vivono sulla terra, tende a costruirsi una casa ed a stabilire dei segni. E ciò per rendere evidente il vincolo di amore che unisce i fratelli di Gesù al di là della stessa morte. Nasce così il tempio nel quale l'al­tare funga da mensa di quella Cena nella quale il cielo si sposa alla terra. Il luogo dunque, penserà il lettore, é lì dove si celebra l'eucarestia; è il tempio dove l’assemblea si riunisce nell'unico Corpo di Cristo, intorno al sacerdote che impersona il Cristo.

Certamente la celebrazione della messa domeni­cale é il tempo ed il luogo dell'unità dei vivi e dei defunti con la  Vita eterna; ma il vero tempio, costruito con pietre vive, è sempre e comunque la comunità, qualunque essa sia; una comunità che può essere costituita finanche da un uomo solo se il suo cuore si fa piazza larga nella quale egli ha convocato l’intero universo.

 

La famiglia come Chiesa domestica

L'assemblea dei cristiani più semplice, e umanamente la più vera, é proprio quella composta dai membri di una famiglia. L'esistenza della cattedrale, e delle altre chiese ad essa legate, non esclude dunque, anzi preuppone che ogni singola famiglia viva  una sua particolare esperienza di Eucaristia e avverta quindi il bisogno di costruire il proprio luogo di Dio. Non a caso la Chiesa primitiva celebrava l’eucarestia nelle singole case.

La famiglia cristiana é dunque una chiesa che ordinariamente nasce attraverso il  sacramento del matrimonio il quale, come dice Paolo, la rende immagine viva della Chiesa universale. Il sacramento del matrimonio costituisce gli sposi come veri sacerdoti del gruppo, e qualifica la  loro casa come tempio in cui si riu­nisce una porzione viva del popolo di Dio.

Ma, un poco alla volta, questa realtà é stata dimenticata e la  famiglia cri­stiana si é quasi addormentata creden­do che bastasse vivere a posteggio nei banchi del tempio.

Rifletti a questo, tu che stai leggendo. Domandati se la tua casa accoglie solo brave persone, forse anche ricche di buoni sentimenti umani, oppure é una vera e propria famiglia di Dio. Domandati che cosa possono vedere coloro che guardano dall' esterno, e che testimonianza essa dà ai suoi  membri anche all'interno della casa. Chiediti infine se sotto il tetto c'è un luogo che, a somiglianza dell'altare, rappresenti il punto di comunione con la Divinità che abita nei nostri cuori e nella nostra comunione frater­na.

 

    L’insegnamento della tradizione popolare

Qualche persona più anziana ricor­derà certo che sulle porte di ingresso delle case veniva spesso collocata una immagine di Gesù Cristo come segno di testimonianza della fede di coloro che l'abitavano. Voleva dire che il capo di quella casa, il vero signore di tutto era Lui, il Figlio di Dio.

E ricorderà ancora come si era abi­tuati a segnarsi col segno di croce avan­ti a tutte quelle edicole che la pietà popolare aveva costruito nei cortili e nei vicoli. La presenza di queste edi­cole, la cura con cui erano tenute, e la festa che una volta all'anno si faceva intorno ad esse, testimoniavano la fede del gruppo nella presenza di Dio.

Ma, anche se non vi sono anziani, é pos­sibile trovare ancora in molte case quei cassettoni (i napoletanissimi comò) sui quali una immagine di Cristo o della Vergine é intronizzata fra le fotografie dei cari defunti. Una tradizione antichissima, una tra­dizione che affonda le radici nel mondo latino, quando i nostri antenati costrui­vano edicole e cappelline per venerare i loro mani, cioé le anime dei loro defunti, affinché essi intercedessero pres­so la divinità.

Da secoli, nel nostro meridione d'I­talia, ogni casa ha sentito il bisogno di costruirsi un cuore, un luogo dove porre una lampada come segno di una vita che va oltre la morte, e che sorreg­ge, nei momenti difficili, perché ricorda che Dio non abbandona i suoi figli. Mettendo le immagini dei nostri morti a far da corte a Dio, noi affermavamo non solo che essi erano vivi, ma che colui che é più potente della morte ci avrebbe salvato da ogni afflizione umana. Io sono il Dio dei vivi e non dei morti; così  dice il Signore- 

 

Una proposta.

Oggi, in questo tempo di crisi della speranza, noi ci accorgiamo che troppe  promesse son rimaste deluse, e che solo Dio  non ci abbandona mai. Sentiamo così il bisogno di un luogo di sicurezza che non sia quella specie di bara che chiamiamo televisione e dalla quale, come da una tomba aperta, sono continuamente vomitate violenza, morte, divisione, parole e fumo di speranza. Noi cerchiamo un poco di pace.

Ed ecco allora la proposta: vogliamo provare a ricostruire un luogo di pace  nelle nostre case private, perché ne rappresenti il centro, il cuore vivo, il segno della nostra comunione e della vittoria sul male? un punto dove la nostra esistenza mortale si incontri con la vita dei nostri defunti nel calore dell’amore di Dio? un punto dove ri­porre le cose più sacre della nostra vita perché sia possibile.ai nostri oc­chi umani vedere e toccare il mistero di amore che unisce noi al prossimo ed a Dio?

Vogliamo costruire un punto nel qua­le invocare, nella gioia e nel dolore, un Dio che é Padre e Fratello, che é la nostra Vita?

Passare all'attuazione pratica di questa proposta non deve però esaurirsi in  uno dei tanti atti di consumismo del­la nostra società. Non basta uscire, comprare qualcosa e mettere su un al­tarino. Né tanto meno si può fare un colpo di mano e far trovare tutto pronto agli altri componenti del gruppo.

Accogliere la proposta significa in­nanzi tutto voler percorrere un cammi­no comune di fede con i componenti della famiglia, avendo sempre come scopo quello di testimoniare agli altri che Dio ei ha dato la sua Vita e nessuno di noi sarà perduto dalla sua mano.

Chi si dedica a questo compito e desidera testi­moniare agli altri la Provvidenza di Dio, mentre rispetta il cammino che Dio stesso ha posto innanzi a ciascuno, se non vuole restare ina­scoltato, deve anche parlare la lingua del suo prossimo. Accogliere la proposta signi­fica allora fare anche un cammino di fantasia, di tentativi, cercando di costruire un luo­go di Dio che sia a misura del nostro tempo e della nostra sensibilità.

 

E venne un vento gagliardo.

Se il discorso ti interessa, proviamo a percorrere insieme un nuovo tratto di strada, lasciandosi guidare dal­la liturgia del tempo.

La prossima festa della Pentecoste, per annuncia­re il dono dello Spirito e far com­prendere il senso di questo dono, narra di un vento gagliardo che invase il cena­colo e si posò come lingue di fuoco sul capo dei discepoli. Due immagini che na­scondono un grande mistero.

Bisogna partire da lontano quando Iddio passeggiava nell'Eden alla brezza del­la sera: allora le foglie dell'albero del Giar­dino si muovevano docilmente e non cer­cavano di trattenere il vento dello Spirito che passava invisibilmente. Ogni cosa diventava viva sotto la sua ma­no, e nulla ostacolava il suo passaggio. Caino non aveva ancora costruito i muri e le por­te della sua città, né l'uomo aveva chiuso i battenti del proprio cuore: l'amore allora poteva passare dall'uno all'altro, ren­dendo tutto vivo, e nulla togliendo a chi si lascia­va animare dal soffio.

La vita, nata dalla terra, « frutto della terra e del nostro lavoro »,  e­spressa nella immagine degli alberi, é la nostra esistenza umana. All'inizio noi siamo come degli alberi, al quali il vento dello Spirito insegna il mi­stero della divinità; a muoversi docilmente, lasciando che la Vita passi, che il ramo toc­chi un altro ramo, che il polline vada di fiore in fiore e nasca una nuova pianta. Un vento che non si stanca mai, un vento che non si può imprigionare perché" soffia dove vuole".

Allora, quando Dio passeggiava nel Giar­dino, lo Spirito era umida brezza leggera che insegnava all'uomo a compiere i primi passi della sua divinità.

 

E vennero lingue di fuoco

Poi, come ci ripete la liturgia della Pentecoste, il vento é diventato un'anima di fuoco che nel cenacolo splende visibilmente sul capo dei discepoli. Finalmente lo Spirito ha rivelato se stesso. Allora era azione invisibile, ora diventa qualcosa che i nostri occhi possono contem­plare; allora animava con il movimento le cose e spingeva i rami, le foglie, i pollini ed i frutti; ora invece le anima dall'interno

Gli alberi del Giardino diventano così il roveto ardente di Mosé: un fuoco che, men­tre divora tutto ciò che deve consumarsi (perché é legna morta), dà forza nuova al legno verde. Ogni discepolo del cenacolo é un albero dalla chioma infuocata: é vita di questa terra ed é al tempo stesso tutta divi­nità.

 

Il fuoco é nostro ma perché splenda e si propaghi

Come ogni fuoco, anche il fuoco dello Spi­rito tende a propagarsi. La sua legge é simile a quella del vento: deve sempre anda­re. Come il fuoco umano che si propaga fino a che trova qualcosa da infiammare, anche il fuoco divino tende ad infiammare ogni cosa: così ogni discepolo che ha in se il fuoco, diventa il principio di un incendio che può far risplendere il mondo intero liberan­dolo dalle sue scorie.

La lezione che viene a noi dalla pentecoste é dunque questa: c'é una Vita che sostiene la nostra esistenza mortale come una spinta continua, come un vento fra gli alberi. Potremmo rassomigliarla all'amore che va e viene nel cuore dell'uomo. C'é poi una Vita che ci divinizza conti­nuamente, perché fa bruciare le scorie e fa brillare l'oro nascosto come nella fornace del fonditore. Potremmo rassomigliarla all'amore quan­do diventa unione e generazione e si stam­pa nel volto di un figlio.

Ma, mentre il vento soffia dove vuole e nessuno sa da dove viene e dove va, il fuo­co dello Spirito diventa cosa nostra. Solo allora noi, piccoli uomini, possiamo gestirlo, a patto però di rispettarne la natura vivente.

Può diventare allora signore dello Spirito solo chi vuole farsi principio di un incen­dio senza fine: noi abbiamo dunque lo Spirito, ma lo possediamo solamente per darlo. Dio non é più qualcuno totalmente estra­neo a noi, qualcuno che muove la nostra esistenza restandone fuori, qualcuno che ci offre una vita che non possiamo gestire da noi; Egli si é fatto come noi, si é posto nelle nostre mani, si fa mangiare da noi, abita dentro di noi. E, poiché ciò che si mangia si assimila, possiamo dire che misteriosamente Dio é diventato noi, e noi abbiamo  dentro la Vita di Dio.

 

Ma guai a chi uccide lo Spirito

Avete mai riflettuto che spirito significa vita, e santo significa non terrestre, cioé divino? ­Allora avrete compreso che Spirito Santo significa vita divina e che il vento ed il fuoco della scrittura vogliono proprio an­nunciare questa vita.

E se la vita assomiglia al vento, basta allora chiudersi fra quattro mura per fer­marlo; e se la vita é come un fuoco, c'é una maniera infallibile per spegnerlo: non dar­gli né aria né combustibile. Così il dono dello Spirito che abbiamo ricevuto nel battesimo e nella cresima non si conserva se resta inutilizzato nei nostri granai.

Ricordate quel tale che aveva fatto un grandissimo raccolto? Simboleggia proprio noi che abbiamo rice­vuto il battesimo e la cresima. In quei sa­cramenti abbiamo fatto un raccolto di vita eterna e ci domandiamo cosa ne dob­biamo fare. Sappiamo che i granai di pri­ma, e cioé la nostra piccola esistenza, non sono più buoni: il raccolto ci ha dato un grano nuovo, un grano che é come il vento e come il fuoco.  Metterlo allora  nei vecchi granai, sarebbe come mettere acqua in uno staccio, vento in un vaso, o  fuoco nel­l'acqua. Anche noi, come l’uomo della parabola, pensiamo allora di costruire nuovi granai, ma che pur sempre saranno granai di questa terra.

Ed allora alcuni inventano grandi teorie e bei discorsi per nascondervi il grano nuovo, il fuoco dello Spirito; altri invece si entu­siasmano, si esaltano, si ripiegano, si con­torcono, e nascondono lo Spirito in un frul­lato di sentimenti dolci o amari che siano; altri infine costruiscono gelidi riti, vuote formule e mettono sotto vetro il divino fuoco.

Allora il fuoco si spegne e noi siamo dentro totalmente morti. Perciò la parabola conclude: «scioc­co, ora stesso, avendo fatto questo, ti sei suicidato... ».

 

I farisei sepolcro dello Spirito

Anche i farisei credevano di possedere Dio e la sua verità; essi si gloriavano del tesoro del Tempio, invece di dare la ricchezza di Spirito che era stata loro affidata proprio perché la donassero a chi  ha fame di vita. Ed avete mai riflettuto a come Giuda si comportò nell'ultima cena?

Dice l'evangelista Luca che dopo aver preso il boccone uscì fuori. Portava in bocca lo Spirito, quello Spirito che Gesù gli aveva donato; e  credeva di poterlo usare a vantaggio suo per una manciata di danari: quante candele e quanti doni ancora oggi per comprare lo Spirito ad usoprivato! Illuso Giuda ed illusi noi: lo Spirito si trasforma in una vera e propria  bomba e la sua, come la nostra esistenza esplode quando saremo misurati nell’amore dall’albero della croce.

L'inesauribile ricchezza di Dio.

La Vita va dunque offerta, e nes­suno può esserne geloso: chi veramente ha compreso che cosa é la Vita di Dio, sa che essa é infinita e ci consente di essere munifici nel dare,  senza paura di diventare poveri.

Gesù loda il cd. fattore infedele perché ha rimesso una parte dei debiti che gli uomini hanno con Dio loro padrone; ed il testo sembra aggiungere che, se il fattore fosse stato ancora più furbo, avrebbe rimesso ogni debito  completamente. Ugualmente Gesù parla ai suoi discepoli nel deserto: se essi hanno il coraggio di offrire la loro povertà, la loro scarsa me­renda, con cinque pani e due pesci potranno dar da mangiare a cinquemila persone.

La sapienza di questo mondo avverte che se si divide ricchezza essa diventa po­vertà. La sapienza dello Spirito ci rassicura che se dividiamo con gli altri la nostra povertà di uomini, avendo fiducia nella Vita che ci é stata data, allora la povertà diventa una ricchezza infinita.

E’ questa la nuova economia: se per me e per te, o lettore, ci sono solo due panini ed io ne mangio uno, tu mi chiederai l'altro: perciò anticamente si diceva" occhio per occhio e dente per dente ". Ma è venuto Gesù e ci ha insegnato che tutto ciò che é suo é anche nostro, ed a chi chiede la tunica possiamo dare anche il mantello perché nel guardaroba di Dio, Padre nostro, c’è tutto di tutto, e i mantelli sono infiniti.

Provati allora a pensare in questo modo. Prova a non chiedere per te la tua parte di vita; ma a chiedere tutto per tutti; ti accorgerai allora di sentirti tranquillo, per­ché scoprirai di possedere la inesauribile ricchezza di Dio. Dentro di te hai il fuoco, e sei diventato il vero" luogo di Dio", il nuovo tempio del­lo Spirito; e sperimenterai la gioia cri­stiana scoprendo che lassù qualcuno ti ama, ed  ha un cuore molto più grande del tuo.

 

Una conclusione

Se dunque pensi di costruire un luogo di Dio nella tua casa, ricorda che sei tu il vero luogo di Dio, tu l’anima di quanto costruirai nel visibile.

E ricordando che la Vita divina é fuoco che va appiccato al mondo,  e che non lo puoi chiudere e pos­sedere per te, comprenderai che questo angolo di  Dio non è una trappola per afferrarlo  e servirtene per i bisogni della tua piccola esistenza, e per strappargli il piccolo favore quotidiano.

Il "luogo di Dio" é il punto dove ogni giorno verserai come combustibile la tua umana giornata: e vedrai così bruciare tut­to ciò che é secco e brillare  come oro fuso la tua stessa divinità.

Lì ogni giorno aliterai il soffio del tuo piccolo amore umano, perché la fiamma si mantenga viva e splendente nella notte; da lì infine trarrai ogni momento quella pic­cola favilla con la quale potrai dare luce e calore a tutti quelli che Dio manderà sulla tua strada, fossero anche tutti quanti i figli della terra. Non essere mediocre: ricorda che hai dentro di te lo stesso Cuore di Dio.

Vincenzo M. Romano