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Consegnare  il Cristo’

Spunti di meditazione sul sacerdozio e l’eucarestia[1]

 

Sommario:

Una teologia della ‘consegna’ di Gesù; -L’arco nel cielo - l’autolimitarsi di Dio; - Giuda e la debolezza di Gesù; - Gesù: una soluzione pacifica ed universale; -Caino si consegna volontariamente ad Abele;  -La debolezza di Gesù: l’eucarestia;  -La debolezza di Gesù: il peccato; Gesù bambino e il Sepolcro; - Spezzare il pane;  Il sacerdote calice; - Comunione e scisma; - La terribile potenza del peccato; - Il rischio dell’eucarestia.

 

Una teologia della ‘consegna’ di Gesù

Gesù fu ‘consegnato’ (da Giuda) come appare da una prima lettura del racconto evangelico? o ‘si consegnò volontariamente alla morte’, come attesta la liturgia? I due profili debbono tenersi distinti (e come?), o possono sommarsi fra loro?[2]

Analizzando la credibilità del tradimento di Giuda è evidente l’eccessiva disparità esistente tra i poteri esercitabili rispettivamente dal Maestro e dal suo discepolo. Giuda sapeva che quell’uomo tanto singolare dominava le forze della natura, e faceva finanche risuscitare i morti.  Come allora poteva presumere di gestirlo, e di consegnarlo a terzi altrettanto deboli? [3]

L’ipotesi più verosimile è che il tutto avvenne perché Gesù lo voleva. Lo suggerisce tra l’altro l’aver egli nell’orto impedito agli apostoli l’uso delle armi, e l’attestazione, verbale e attraverso segni, della sua immane potenza rimasta inalterata. Egli infatti egli afferma di poter disporre delle schiere angeliche, getta bocconi i soldati, e guarisce l’orecchio di Malco.

Tale ipotesi viene profetizzata almeno da due testi dell’Antico Testamento: quello di Sansone, e quello che descrive il patto fra Dio e Noè.

 

Nel racconto di Sansone viene affrontato il problema della forza divina che si trasforma in debolezza. Si narra che, proprio facendo leva sul suo amore per una ‘donna’ dei filistei (popolo del mare e non dell’arido), deboli uomini sono capaci di catturarlo e di disporne a loro piacimento, fino al momento nel quale egli recupera tutto il suo potere. Ed ancora si profetizza nell’azione finale di Sansone che il recupero della forza si coniuga con la ‘morte’.

Che dire allora, alla luce di questo racconto, di Giuda ‘traditore’? Ipotizzeremo che, come Dalila, egli conosceva il segreto della debolezza di Gesù, e si sentiva quindi in grado di portare a compimento la ‘consegna’ che noi gli attribuiamo e consideriamo un tradimento? E, considerando che per amore Sansone rivela il segreto della sua forza, in lui dobbiamo vedere il discepolo amato più degli altri? Sono domande alle quali ho cercato di dare risposta nel lavoro citato nella nota (1).

 

L’arco nel cielo- l’autolimitarsi di Dio

L’altro testo che ho citato, quello del patto noaitico (Gen.9,12-17), mette in evidenza come tra Dio e l’uomo si interpone un terzo soggetto che costituisce, nella sua persona, il patto eterno di vita.

  Il racconto fa leva su un interessante vocabolo (tocson), ripetuto tre volte, e che viene tradotto come ‘arco’ e inteso comunemente come lo strumento da combattimento. Dio afferma che porrà il suo ‘arco’ fra le nubi come segno del patto nuovo che egli sta instaurando con l’umanità, e poi lo guarderà, quando raccoglierà ‘le nubi’ sulla terra, e, avendolo visto, non farà più venire quella terribile inondazione che uccide i corpi.

Nella logica di un ‘Dio guerriero’ (che considero del tutto infondata) il gesto esprimerebbe un non voler più combattere l’uomo; una specie di ‘sotterrare l’ascia di guerra’. Ma ciò che proprio non mi convince, è questo puntello mnemonico che Dio deve lasciare nelle cose ‘per ricordare’ la sua stessa volontà di pace. [4]

 

Ma una meravigliosa profezia si manifesta se in questo arco si legge proprio la persona del Cristo che nell’Incarnazione fa coincidere in sé un’ascendenza umana e e una filiazione divina: egli è figlio dell’uomo e figlio di Dio. Il ‘ricordare’ di Dio assume allora le vesti del ‘memoriale’, termine che noi riferiamo all’eucarestia. Il testo direbbe quindi che la pace fra Dio e l’uomo è proprio in quel ‘Arco’ posto tra le nubi, cioè in ultima analisi nell’eucarestia.

E qui, a suffragare l’ipotesi, viene in aiuto la lingua greca. Se infatti ‘Tocson’ viene letto come ‘tok-son’ (risolvendo il ‘Csi’ in ‘k-s’ e considerando che ‘tok’ dice ‘figlio’) il vocabolo dice proprio: ‘Tuo figlio’ cui si aggiunge: ‘che è anche ‘mio Figlio’. Una coincidenza che la liturgia della Chiesa proclama ogni volta che grida il suo ‘allelo-uia’; esso infatti, inteso in greco, dice proprio questo: ‘Noi abbiamo un figlio in comune’.[5]

Dunque il ‘patto di pace’ instaurato da Dio con una umanità ormai riunita (Noe in greco dice proprio ‘Noi’) non è un trattato, ma una persona: è cioè il Cristo-uomo; è Gesù; è quella eucarestia che ne continua l’incarnazione per tutti i secoli a venire.

Inoltre le ‘nubi’ (che riappaiono nel giudizio universale di Matteo e in altri passi evangelici) non sono un banale vapore aqueo, ma possono leggersi in positivo come ‘l’immateriale che si rende visibile’ (e quindi rimandano alle anime); ed in negativo come ‘la morte’.

Ed allora quel figlio che, parlando per paradosso, costringe Dio all’impotenza verso l’uomo, sarà l’immateriale che si rende visibile, colui che sta fra le anime, e dovrà entrare nella morte.

 

Ma il tratto più significativo del racconto consiste in questo autolimitarsi di Dio. Se lo si medita, il tema della ‘impotenza’ di Dio risulta veramente splendido, e offre un più comprensibile contenuto al suo amore per noi.

Potremmo dire che, concedendosi alla generazione congiunta di Gesù, Dio ha messo suo Figlio increato nelle mani degli uomini. Lo ha consegnato come ‘Ostaggio’, vietandosi così di colpirli, per non fare del male a suo figlio. Solo se gli uomini lo annienteranno (parabola dei vignaioli omicidi), egli, che prima non li aveva puniti, quando pure uccidevano i suoi profeti, potrà intervenire.

Orientando la meditazione in questa direzione, la storia della passione si illumina di una luce nuova.

La ‘Cena’ assume il significato di un ‘consegnarsi’ di Gesù che prelude ad una ‘assimilazione’, sicchè non più solamente sugli stipiti delle porte vi sarà il Sangue-vita dell’Agnello, ma esso entrerà a costituire l’uomo nuovo. Ed allora, come potrà Dio colpire colui che è diventato, onticamente, suo figlio, per aver assimilato il Grande Figlio? Essi sono i fratelli del ‘Primogenito’.

La scelta, da parte del popolo, di ‘Bar-Abba’ comincia ad assumere un tragico significato: l’uomo vuol che resti sulla terra la parte umana del Cristo, e rifiuta ‘il Figlio del Padre’. Questi può essere rilasciato, ed è quindi libero di andarsene. La richiesta del popolo integra allora il peccato più grave dell’umanità: autonomizzarsi orgogliosamente da Dio, liberando il divino Ostaggio. Un atteggiamento che si evidenzia anche nella fretta di Nicodemo a mettere sottoterra il corpo di Gesù.

Se Gesù è il ‘Tok-son’, il ‘Figlio dell’uomo’ (ed ora l’espressione ha un senso pieno), in lui si manifesta il grande amore che commuove Paolo: egli si consegna come ostaggio, e nel farlo mostra, con i suoi gesti di potenza,  non solo la sua totale libertà rispetto a tale evento, ma essenzialmente la sua volontà di porsi come sacramento dell’unione indissolubile fra Dio e l’umanità.

Partecipando, come cibo, alla cena egli si consegna ai gentili; lasciandosi catturare dai Giudei, egli manifesta il suo amore anche per gli eletti, quegli ‘isolati’ che si nascondo nel fonema ‘ious’ più volte presente nei testi evangelici.

Per questo motivo, compare nella teologia eucaristica l’espressione ‘prigioniero di amore nel tabernacolo’; e nel discorso mistico si contempla lo ‘schiavo d’amore’, cioè l’ostaggio di Grazia.

 

A sua volta ‘colui che consegna’, cioè il sacerdote eucaristico, assume le vesti di colui che estende il ‘patto divino’ a tutti coloro che vogliono assimilare a sé il Cristo, fino a dire con Paolo: ‘Non sono io che vivo in me, ma il Cristo’. E si comprende allora perché, se anche c’è nel mondo un solo giusto, Dio non distruggerà mai la sua creazione (racconto di Abramo).

L’arco posto nella morte, cioè nell’oscurità del leggero velo sacramentale, è così l’eucarestia che il vangelo qualifica ‘e Kain e diateke’: ‘Questo è certamente il patto di Kaino’, cioè il segno posto sull’uomo peccatore che lo salva dalla morte.

 

Giuda e la ‘debolezza’ di Gesù

Tutto ciò profetizzava la Parola di Dio. Coerentemente Gesù sa di doversi consegnare, e puntualmente lo attua. Ed allora Cena e Passione diventano speculari, nel bene e nel male. Il boccone fa entrare la tentazione (Satan) in Giuda, e la disponibilità di Gesù permette di infliggergli quanto normalmente l’uomo opera sul suo simile. Ma a coloro che lo mangiano, a coloro che nella sua morte sanno vedere (come le donne in contemplazione) il passaggio alla dimensione animica e divina, è dato di diventare ‘Figli di Dio’.

Sulla base di tali premesse, valutando la situazione descritta dagli evangelisti con riferimento a Giuda, si possono logicamente delineare due ipotesi che riguardano non solo quel racconto, ma il problema in termini generali. Due ipotesi che possono coesistere e fornire un quadro teologico molto articolato del Mistero che stiamo meditando. Perché di un mistero e non di un mero fatto trattano i vangeli.

La prima considera una obiettiva caduta di potenza in Gesù, dovuta ad un suo specifico comportamento, tale da consentire, a chi si fosse trovato in quella situazione, di assoggettarlo. Essa consente (per chi ha interesse a condannare il Giuda storico) di delineare un uso abusivo di questa debolezza da parte sua. La sagoma di Giuda sarebbe allora quella del traditore o quanto meno di chi opera per suoi fini personali.

La seconda presuppone un tacito e previo accordo col Maestro il quale  voleva consegnarsi, e che apparentemente garantiva di rimanere l’uomo potente, capace in ogni momento di liberarsi (e gli eventi miracolosi dell’orto fino all’ultimo lo confermano). Dunque Giuda avrebbe partecipato ad una consegna ‘fittizia’, risolvibile da Gesù in qualsiasi momento.

In questo secondo caso la sagoma di Giuda si può leggere come quella di un uomo che, avendo ragionato secondo parametri umani, resta poi profondamente contrariato e deluso. Di fronte ad un Gesù che, seguendo la logica della debolezza, invece di affermarsi miracolosamente sui suoi avversari e far rifluire su Giuda questa sua vittoria, ne subisce le angherie e si lascia uccidere; di fronte a questo Gesù Giuda vede avanti a sé un’unica uscita: quella di adeguarsi al suo maestro. Ed allora il suo ‘appendersi al legno’ si tramuta in accettazione del ministero di sacerdote eucaristico.

Ovviamente è anche ipotizzabile che, dopo la delusione e il ‘pentimento’ (attestato da Matteo), questa miscela di sentimenti lo porti al suicidio. Ma bisogna allora accreditargli anche un’ignoranza sulla personalità divina di Gesù, e il non aver prestato fede alle sue promesse di resurrezione. Un suicidio è infatti l’estrema risposta ad un evento che si considera irrecuperabile, e non quando è già prevista una soluzione.

 

Gesù: una soluzione pacifica e universale

Ma l’aspetto più singolare sta nel fatto che, come accennavo, anche Gesù voleva essere ‘consegnato’.

Taluni passaggi del racconto (parole scambiate con Giuda ed alcuni gesti, come ad es. il bacio) sembrano quasi suggerire che esisteva un sotterraneo accordo in ordine alla consegna, sicché nella scena ciò che interessa è il comportamento di Giuda (o ancor meglio la ‘funzione’ che egli svolge), più che l’esito del suo operare, visto che Gesù voleva pervenire a quella speciale situazione di cattività.

Quanto poi al terribile effetto che ne consegue, si rifletta che ‘passione e morte di croce’ intervengono solo quando entrano in scena i sacerdoti.[6]

 

Ma andiamo con ordine. Proprio perché vuole essere accettato pacificamente, Gesù entra nella città degli eletti a dorso di asino (cioè come un re di pace); egli viene per essere pastore anche della centesima pecorella; ed allora, compie nella città ‘segni’ inequivoci che rivelano progressivamente la sua essenza cristica.

Si spiega così il motivo per i quali i gesti di potenza, compiuti da Gesù, non stupiscano i soldati, da lui sbattuti in terra e che erano stati anche spettatori di un risanamento miracoloso (Malco). Essi conoscevano bene la potenza del personaggio e non a caso gli evangelisti non fanno cenno alcuno ad atti di violenza compiuti su di lui.

Questi gesti di potenza possono considerarsi come un’ultima dimostrazione sul ‘prodotto’ che Gesù voleva loro offrire. Come dire: guardate che chi si consegna a voi dispone veramente della potenza animica; egli è il Cristo Signore, è l’Io della Vita; egli è il divino Ostaggio che garantisce la pace fra Dio ed il creato.  E sempre in questo senso, Erode (anche lui un acquirente) si aspettava che Gesù gli fornisse una identica dimostrazione, e che quindi compisse miracoli in sua presenza; e per parte sua anche il Sinedrio insiste nel chiedergli di autenticarsi come il Cristo: Sei tu il Cristo? Diccelo!

Chi dunque, lasciandosi suggestionare dalla presenza di ‘bastoni’, interpreta la scena della consegna come una violenta cattura, avrà difficoltà a sostenere che Gesù si consegnò liberamente. Il fatto che la folla era armata probabilmente indica che ancora non aveva compreso la natura pacifica del messianismo di Gesù. Dunque, a seguire il testo evangelico, fino a questo punto Gesù è ancora il profeta potente che viene ‘condotto’, ma non è ancora un ‘prigioniero’.

 

Ma torniamo al nostro tema. Gesù desiderava certamente che la sua vicenda umana si concludesse  nell’unico modo possibile per un ‘vero uomo’ e cioè la fine dell’esistenza corporea; ma, in quanto esente dal peccato originale, essa sarebbe stata per lui una dolce ‘dormitio’ (come si dirà dopo per Maria).

Dubito molto che egli desiderasse una conclusione dolorosa; proprio per indicare questo noi professiamo che egli liberamente ‘Si caricò del peccato dell’uomo’ espressione che indica specificamente il ‘morire’. Il morire, in un mondo di lupi, implica naturalmente una dura passione. Dunque egli accettò la morte per scendere nel fondo della realtà nella quale si era incarnato, ma desiderò solo di tornare al Padre; ed il primo passo di questo ritorno consisteva proprio nell’uscita dalla costrizione della dimensione mondana.[7]

 ‘Nella morte’ (intesa come conclusione della dimensione corporea) Gesù cercava la sua anima. Il fatto che egli dovette passare per questa soluzione, dipende dal rifiuto dell’uomo a incontrarsi nella dolcezza unitiva della Cena, in cui tutto è messo in comune e ognuno si lascia assimilare dagli altri. Dal voler rimanere lupo tra lupi. Superare questa dimensione del morire e della  morte è il compito di Gesù Profeta.

 In breve, seguendo i vangeli, possiamo allora dire che Gesù, dopo aver insegnato ai gentili, ciechi, storpi e muti (perdonati da ogni pregressa infedeltà), la comunione della Cena (I calice lucano), a Gerusalemme ripropone all’eletto di farsi servo, non solo della Parola, che già gli era stata consegnata, ma anche della Cena divina (pane e II calice) che riuniva gli odiati gentili. [8] 

Naturalmente, mentre suggeriva una adesione serena al suo invito, e  mentre poneva in essere l’ultimo tentativo  per una dolce soluzione, consegnandosi nelle loro mani, Gesù restava sempre più deluso dalle risposte negative che si andavano accumulando. Esse provenivano non dalla folla che sempre lo aveva acclamato, ma proprio da chi era stato eletto per servire gli altri (sagoma dei sacerdoti che di quella folla diventano sobillatori). [9]

Il Gesù che si consegna ai due tronconi dell’umanità (nella cena e nell’orto, cioè nella sacerdotale terra noatica) è dunque il Cristo incarnato nella sua totalità (anima e corpo e divinità); è il debole-potente; è l’eucarestia come ‘Pegno’ che Dio ha posto nelle mani degli uomini. Tutto dipenderà, da ora in poi, dal modo con cui sarà accolto; egli nulla di più sarà, per chi lo riceve, di quanto quest’ultimo saprà comprendere.[10]

 

Un’altra riflessione su quel ‘tacito accordo’ tra Gesù e Giuda. Esso non va inteso come un piano razionale, segreto, puntuale e contingente instauratosi tra due individui, ma come la sintesi di un atteggiamento che il Cristo assume nei confronti dell’umanità (folla), e del gruppo dei suoi antichi sacerdoti che, sin dall’inizio del suo ministero (chiamata di Giuda), aveva voluto  come collaboratori della sua opera di ricostruzione del mondo, secondo le promesse del Dio ai suoi ‘eletti’.[11]

Per attuare articolatamente questo grande progetto di pace, Gesù si fa interlocutore di Giuda, di Simone, dei Sacerdoti delle origini, di Erode e di Pilato. A quest’ultimi, nel silenzio della ‘Parola’, proprio cioè attraverso la debolezza del tacere, egli propone il nuovo sacerdozio, quello dei ‘segni’, quello del servire.  I due ‘popoli’ divisi, i due tronconi dell’umanità convocati in giudizio, possono scegliere. Il Cristo stende le mani ed offre vita e morte. Decidano essi se stare uniti nel bene, o restare divisi nel male. “..E da quel momento Erode e Pilato divennero amici..”.[12]

Egli tutto ora ha compiuto: si e posto per sempre nelle mani degli uomini come mistico ostaggio divino.

 

Caino si consegna volontariamente ad Abele

Meditando ancora sull’ipotesi di una scelta, libera ed autonoma di Gesù, di lasciarsi catturare, rifletto innanzi tutto al fatto che Gesù in qualsiasi momento poteva mettersi nelle mani dei suoi nemici, senza che vi fosse bisogno di un ‘consegnatore’. Come già accennavo, viene allora da pensare che se lo fece ‘liberamente’, e lo fece attraverso Giuda, quest’ultimo nel suo piano era specificamente previsto per esercitare una particolare funzione che non doveva andar perduta.

 Propongo allora di considerare il comportamento di Gesù come segmento di una complessa operazione (Incarnazione avente per soggetto il Cristo), che al cominciare si  centra sulla dimensione esistenziale del Cristo (cioè su Gesù) e riguarda la redenzione del mondo dal peccato originale.

Per puntualizzare tale profilo, recupererò quest’ultimo dal racconto di Caino ed Abele, dove esso si manifesta come ‘divisione’ fra fratelli (eris di Esiodo); e concluderò che Gesù è presente nel mondo proprio per riunire i due fratelli ; e perciò è disposto a tentare ogni possibile forma di pacifica intesa.

 Il suo scopo quello di mettere in pace Caino ed Abele, e far sì che i loro sacrifici diventino uno solo e perciò risultino graditi a Dio.[13]  Assume allora un valore pregnante il fatto che la vicenda di Gesù si conclude in due momenti ‘sacrificali’, quello della Cena e quello dell’Agnello pasquale.

Ovviamente egli non ha di mira il culto, ma restaurare quel dialogo tra Dio e l’uomo (religione in senso verticale) che fa del mortale un ‘Vivente’.[14] E tutto ciò è possibile solo se l’uomo non avrà più paura né del suo simile, né di Dio; se apprenderà ad amare finanche il suo nemico, e a chiamare Dio col tenero titolo di Padre.

 

Gesù continuamente propone questa riunificazione (ut unum sint) annunciando l’amore indiviso di Dio per tutti gli uomini, ed autenticando la sua predicazione con segni di restaurazione che si rivolgono agli Eletti ed ai Gentili. Perciò egli non prende parte attiva ad alcuna azione di culto, né giudaica né greca.

E quando si rende conto che, nonostante tutto ciò, gli eletti non si vogliono accostare a lui, decide come estremo tentativo di invertire i ruoli. Sarà lui proprio a consegnarsi agli eletti, nella speranza (parabola dei Vignaiuoli omicidi) che, se pure avevano rigettato i suoi messaggeri, avrebbero rispettato la sua persona come divino ostaggio.

In altri termini, perché l’Incarnazione fosse perfetta nella comunione, quanto non si era realizzato in forza degli unilaterali inviti verbali del profeta Gesù, si concretizzava nella consegna di lui stesso nel ‘cibo della Cena’.  Caino avrebbe offerto ad Abele il suoi prodotti della terra (pane e vino), perché egli, unendoli al suo sacrificio, li presentasse a Dio come offerta gradita.

Questa riunificazione dei due fratelli viene descritta dagli evangelisti con la presenza attiva nella Cena ‘preparata dai discepoli’ (Caino), di Gesù-Abele offerente (euxaristesas). E ciò continuerà a ripetersi anche nel futuro attraverso il sacerdote eucaristico, cioè Giuda diventato ‘discepolo amato’.

Ciò che dunque viene offerto agli eletti, avversari di Gesù, è ‘il corpo eucaristico’ di Cristo e, nella metafora narrativa e storica, esso viene espresso dal ‘boccone’ di Giuda e nella persona fisica del Maestro, cioè nella sua dimensione  ‘cainica’, fatta di terra.

Che, se anche quest’ultimo tentativo fosse fallito, la riunificazione si sarebbe comunque realizzata, attraverso l’anima del Risorto, nella morte (‘Oggi sarai con me…’). Ma in tal caso sarebbe stata purtroppo guadagnata a prezzo di dolore.

Come già sottolineavo, Gesù non aspirava alla sua morte (come la intendiamo noi), e tanto meno alla croce, ma a ‘passare’ nella dimensione dell’anima (Risorto). Questo cambiamento di stato gli avrebbe infatti garantito, in ogni caso, di transitare nell’eucarestia offerta ed accettata dal mondo, e di realizzarne così una continua redenzione. E poi di condurlo alla santificazione!

Egli sarebbe rimasto, e come Parola potente che rimette il peccato dell’uomo (‘per le parole del vangelo siano rimessi i nostri peccati’); e come Spirito che santifica sia la creazione materiale (pane e vino), sia l’intera umanità (commensali).

In conclusione, un desiderio di uscire dal mondo per guadagnare la vita animica, e con essa la perfezione della sua missione; e non già una incomprensibile brama di passione e di croce, che non riesco proprio a riferire al Figlio del Dio della Vita e della gioia. Un desiderio di consegnarsi nell’eucarestia per essere con gli uomini fino alla consumazione dei secoli.

 

La debolezza di Gesù: l’eucarestia

Le considerazioni che precedono ci permettono di gettare nuova luce sul mistero di potenza-debolezza che aureola la persona fisica di Gesù nell’evento ‘passione’.

Giovanni segnala vivacemente quest’apparente contraddizione, quando (rischiando l’incoerenza), mentre esalta la potenza di Gesù che nell’orto atterra i soldati, annota che egli, fattosi debole, si consegna ad essi. I Sinottici a loro volta la esprimono in quel guarire miracolosamente l’orecchio amputato, al quale segue un’arresa cattura.

Mi chiedo: dove si origina questa improvvisa debolezza in un Gesù che pure si mostra molto forte?  Perché dopo un lungo periodo di esercizio della potenza, Gesù sembra scaricarsi improvvisamente e da Profeta potente si tramuta in servo che non reagisce alla violenza  e si chiude in un sofferto mutismo ?[15]

Cambiando angolazione, la soluzione di questi interrogativi va ricercata nello scambio, tra i due fratelli divisi, delle due presenze del Cristo, due ricchezze ancora distinte perché appartenenti specificamente all’uno o all’altro troncone dell’umanità.  Questa ricchezza (adombrata dall’argento dei sacerdoti del tempio e dal ‘boccone’ di Giuda) sono  la ‘Parola divina’ in possesso dei sacerdoti del tempio e riformata da Gesù (borsa di Giuda), e la ‘Cena eucaristica’ affidata ai gentili.

Se si attuerà questo scambio con susseguente condivisione dell’unico Cristo, si potrà realizzare quella indivisa comunione che equivale alla ‘Regina di Dio’ (=Regno).

 

In questa ottica, si può scorire la cerniera tra questi eventi contraddittori (forza e debolezza-cattura) proprio nella Cena, e precisamente nell’identificarsi del Profeta Gesù (Parola) col Pane e col Vino offerti ai discepoli.  Lì infatti la Parola potente di Dio si  tramuta in qualcosa che può essere gettato a terra e calpestato dagli uomini; che può subire violenza da chi l’ha ricevuto, sicché l’eucarestia si rivela così un punto abissale dell’incarnazione di un Dio onnipotente.

Transitato nelle specie eucaristiche, il Gesù della carne si fa ancora più piccolo (..è necessario che io diminuisca..) perché diventa materia inanimata totalmente disponibile da parte dell’uomo.

Consegnandosi come cibo ai discepoli, egli annienta il naturale collegamento tra il  suo corpo ed il suo potente Io animico (Parola potente). Negando la centralità del suo corpo fisico, egli si è infatti estroflesso.  Corpo-anima suoi sono ora  diventati: - le specie eucaristiche in cui abita la sua anima che divinizza l’uomo (..anima di Cristo santificami..); - la comunione dei suoi discepoli nella quale ugualmente si rende presente la sua anima (‘Dove sono due o più uniti nel mio nome io sarò in mezzo ad essi’).

Nell’attuare questa delocalizzazione del suo corpo nel pane-vino e nei singoli commensali, il corpo del potente Gesù resta debole ed indifeso; dividendosi, egli rende possibile la sua uccisione (dispersione dei Dodici)

Così, lo slittamento totale ed in forma stabile, dal limitato piano storico (la persona fisica di Gesù) ad un infinito transtorico (eucarestia), mentre lascia libera l’anima di Gesù dalla costrizione delle coordinate spazio temporali, abbandona al tempo stesso il suo corpo in balia della ‘contesa’ che domina il mondo e dalla quale deriva l’atroce supplizio della croce.

Eucarestia e Comunione, cioè un frazionarsi per riunirsi, costituiscono così la meta urgente del Cristo, il principio della sua debolezza, il luogo della sua vittoria, e la prova ultima del suo amore per noi.

 

 

‘debolezza’ di Gesù - il peccato

Riesaminato in questa ottica, il ‘tradimento’ assume una diversa connotazione; ed infatti esso non tende alla ‘consegna’ dell’uomo Gesù ai sacerdoti (questo sarà, per quanto terribile, un evento teologicamente marginale), ma consiste nel cedere al singolo, attraverso il boccone, la potenza del Cristo trasformatasi in debolezza; e nel far sorgere la tentazione (satana) di impedire al Dio incarnato di portare a termine la redenzione del mondo e la santificazione del tutto.

Il cd, tradimento equivale così ad un opporsi al piano del Cristo, ad un agire contro di lui, piuttosto che ad  un gesto che ha per oggetto la persona fisica di Gesù. E così intuito esso diventa l’archetipo di ogni peccato dell’uomo.

Indipendentemente dalla consegna dell’uomo Gesù, il peccato si consuma in questa presunzione di fermare Dio con la forza di Dio; di stravolgere l’incarnazione metendosi contro il Dio che si è incarnato; di gestirlo a proprio libito; di impedire la realizzazione del suo piano. Questo peccato purtroppo non è nelle liste scritte dietro i confessionali e nella coscienza del cristiano. [16]

Proprio da questa debolezza nasce la tentazione di Giuda, sagoma di ogni fedele ed in particolare del sacerdote. Egli  che si sente forte nel gestirla (si pensi alla gelosia del clero per i sacramenti) è tentato di profittare della potenza del Cristo. La cultura laica esprime questo momento come desiderio sfrenato di teurgia.

Giuda (considerandolo icona del peccato) dispone di Gesù con la segreta speranza di guadagnarsi un posto alla sua destra (figli di Zebedeo) ed essere fra i discepoli ‘il più grande’. Lo consegna perché sicuro che egli trionferà con un gesto di potenza; ed allora l’unico a poter gestire l’onnipotenza di un Dio che si è posto nelle sue mani, sarà proprio lui.

Ogni sacerdote avverte questa terribile sfida, e se ne esce vittorioso libera la Chiesa dal peso enorme dell’umano potere. Il suo dramma esistenziale si colloca allora tra due estremi: quello positivo, che cercherò di esplicitare nell’immagine dei santi che reggono in braccio Gesù bambino; e quello negativo, descritto nei vangeli come seppellimento del corpo di Gesù.

 

Gesù bambino e il sepolcro

Mi pare proprio ingiusto che si abbandoni l’icona del bambino Gesù al pietismo, o ancor peggio ai frullati d’evanescenti sentimentalismi. Teologicamente essa è molto più virile di quanto si pensi.

A mio giudizio, il santo che regge tra le sue braccia un Gesù bambino vuol significare qualcosa di molto importante: che egli ha vinto la tentazione di disporre della potenza del Cristo che a lui si è arresa. Il bambino è infatti immagine di un forte che si è fatto debole, e che si è reso totalmente dipendente da colui che lo accoglie e lo sorregge. La contemplazione di quell’immagine si tramuta allora in un giudizio dal quale purtroppo si può uscire anche condannati.

 

Quanto alla più complessa icona del ‘seppellimento’, ricorderò che in genere essa viene intuita come un mero gesto di pietà; quello di seppellire i morti. Il testo evangelico sembra, ad una prima lettura, supportare questo significato, ma (mancando ogni esplicita approvazione di tale gesto) certamente non lo rende esclusivo.

La decisa parola di Gesù: ‘Lasciate che i morti seppelliscano i morti’ avverte di non considerare il Cristo come un morto, e quindi di non rotolare sopra di lui una pietra che lo tenga chiuso nella terra. La ‘dormitio’ che Dio stabilì per l’Adamo innocente non prevedeva sepolcri; e quest’ultimo, a ben guardare, è come l’attestazione di una mancanza di fede nella resurrezione dei corpi. Se il corpo viene restituito alla terra, che si prestò a costruirlo, l’anima resta viva e perciò viene ‘chiamata’ come commensale durante la Cena eucaristica. Dunque il corpo di Gesù andava ricomposto ma non ‘tappato’ in quel luogo che accoglie i morti senza ritorno.

 

In tale angolazione, ipotizziamo una lettura tutta negativa del racconto del seppellimento del Crocifisso.

Un primo dato che dovrebbe far riflettere consiste nel fatto che, tra i personaggi che ruotano intorno al cadavere di Gesù, manca proprio la madre; cosa questa altamente improbabile sul piano umano. Ed infatti, nella dimensione dell’esistenza si può finanche affermare che una madre giunge a desiderare la morte del figlio, che le è stato sottratto e che viene torturato, pur di poterlo riprendere a quel seno che gli dette la vita.

Se quest’assenza di Maria è giustificabile nei Sinottici, per i quali ella non è a Gerusalemme, ma presumibilmente a Nazaret, non lo è certamente per Giovanni che la considera presente sotto la croce. E’ allora impensabile che alla morte del figlio ella si sia allontanata, e non ne abbia almeno baciato il volto. Né posso credere che se ne astenne per paura di ‘contaminarsi’ toccando il corpo di un morto.

Queste incongruenze narrative si risolvono se si considera che il gesto dei seppellitori non obbedisce ad un impulso di amicizia o di pietà, ma costituisce la prosecuzione (ipocritamente più soft) dell’azione rivolta dal Sinedrio contro Gesù.  Così inteso il racconto, esso descrivere un critico momento teologico.

Narra allora che si presentano due fedeli mosaici, due esponenti di quella religione deformata che rigettava i profeti vivi e li conservava gelosamente da morti, perché figurassero nella galleria degli antenati. Gesù vivo faceva paura perché dava fastidio; Gesù morto, e ben tappato nel sepolcro, diventava un capitale da sfruttare. 

I sacerdoti hanno catturato Gesù nella speranza di possederne i poteri cristici; sono rimasti delusi; lo hanno eliminato dal mondo. Ora l’operazione passa nelle mani dei ‘dottori’; e il loro compito è quello di trasformarlo in un profeta morto e inoffensivo che, come tutti i morti, può essere liberamente gestito. La storia scritta è infatti un’utile fantasia che un sapiente costruisce a suo comodo, sotto le vesti della scienza e della obiettività.

Il  seppellimento di Gesù rappresenta così l’ultimo tentativo di tappargli la bocca, di non farlo avanzare; non a caso il sepolcro viene subito (e stranamente per una sola notte) chiuso con un enorme masso. E non a caso  la resurrezione farà rotolare via quella pietra. Perciò in questo gesto leggo la negazione della promessa resurrezione; esso dice: anche per Gesù, dalla morte non c’è ritorno. [17]

La profezia del sepolcro si rinnova così nel dilemma che affligge ogni sacerdote: seppellire Gesù nei tanti avelli che la nostra esistenzialità (maestra di tombe) via via gli costruisce nelle sue varianti culture, oppure farsi servo di quella potenza che si è resa indifesa e debole, come un bambino appena nato, da prendere amorevolmente tra le braccia.

 

Spezzare il pane

Consideriamo ora con maggiore attenzione lo spezzarsi di Gesù in particole, e il suo consegnarsi ai singoli discepoli con l’implicita richiesta di  confluire in comunione e ricostituire così la sua Vita divisa, nell’unità del calice.

A me pare che la dinamica eucaristica risulti composta da due momenti: quello centrifugo della consegna, e quello centripeto della ricapitolazione. E quest’ultima dipende proprio dalla libera adesione di chi ha ricevuto un ‘pezzo di Cristo’; egli infatti può tenerlo come suo geloso bottino, oppure può conferirlo alla comunità (discorso di Paolo sui carismi) perché la pienezza di Cristo sia in mezzo ad essa.

In altre parole potremmo dire che nella  consegna l’io di Cristo diventa l’io di ogni singolo uomo; che la Vita una, creata da Dio (è il Cristo), si  colloca in  ogni elemento del molteplice; che parallelamente  la ricapitolazione  ricostruisce l’io di Cristo ed, in esso, l’io di tutti gli uomini. Questo il grande processo cosmico collegato alla realtà eucaristica.[18]

Ne consegue che la croce perenne del Cristo, il suo perenne morire, sono costituiti proprio dalla mutevole risposta di coloro che hanno ricevuto la Grazia nell’Eucarestia. Laddove infatti c’è un rifiuto a ricapitolarsi, donando ai poveri la Grazia ricevuta, viene a lui negata una delle sue ‘membra’, un suo ‘lineamento’ e quindi, per causa di uno solo, egli deve conoscere la nullità della morte. Allora proprio la fede attesta che egli  risorgerà.

 

Il vangelo afferma che Giuda cercava l’occasione propizia per consegnarlo; poi sembra contraddirsi perché descrive una cattura che viene attuata nel luogo, nella situazione e nel tempo sbagliati e che comunque sarebbe fallita se solo Gesù l’avesse voluto.

In un’ottica teologica tutto diventa coerente, perché la consegna non riguarda il corpo fisico di Gesù, ma la sua presenza eucaristica, (sacramentata dalla sua realtà corporale).

Giuda sapeva bene che il Cristo si era reso debole; egli aveva visto il gesto che provocava e significava questa debolezza; quello spezzare il pane col quale aveva smembrato se stesso e, come ‘particola’,si era consegnato senza riserve ad ognuno dei suoi discepoli; e alla loro comunione si era affidato per conseguire la propria riunificazione. L’uno si era fatto molteplice, rischiando che il molteplice non tornasse all’uno, infliggendogli così un inutile dolore.

In quel momento il Giuda del IV vangelo vive l’attimo fatale, e il  suo dramma sintetizza quello di ogni sacerdote eucaristico: consegnare il Cristo, e con lui consegnarsi al fedele come debole ‘particola’, oppure negarsi alla comunione, per gestire la Vita divina affermando se stesso. In termini attuali, cercare l’adesione della folla, attraverso l’entusiasmo, l’uniformità, la disciplina, oppure affidarsi alla passione della ‘divisione’, avendo fiducia unicamente in quel Dio nel quale si ripone la propria anima; lavorare una intera esistenza, senza mai nulla raccogliere, nella speranza di risorgere comunque in Cristo.

 

La sagoma del Giuda negativo descrive ancora la tentazione di sottrarre a Gesù la posizione di unico capo e provveditore della sua famiglia (economo), per sostituirsi a lui  che pure lo ha costituito suo vicario.

E’ la tentazione del clero, della istituzione. Essa si esprime, come profetizza il vangelo quando parla  dei ‘sacerdoti delle origini’ (Arxiereis), allorché il clero dimentica che la chiamata di Gesù è libera e riguarda il singolo, e crede invece di potersi liberamente clonare e di concepire nuovi sacerdoti in provetta. Crede che uno del gruppo, sol perché Gesù lo ha costituito suo vicario, possa a suo libito consegnare il potere di Gesù (la particola-boccone).[19]

Affiora così il tema di quel Giudaismo che Paolo combatte  fino in fondo e che viene inteso più blandamente come il permanere nella Chiesa di riti del mosaismo. Un giudaismo che si ripropone quando si attualizza quell’accordo fra i sacerdoti mosaici e Giuda. Quando si pensa di poter gestire da soli, ed in proprio, il Cristo; di possederne, per ragione di status, i poteri animici, quelli che gli consentivano di operare sulle forze della natura ed ora anche di santificare.

I profeti avevano usufruito, anche se occasionalmente, di questi poteri con grave disdoro per i sacerdoti; ora Gesù manifestava la volontà di trasferirli a tutti i suoi fedeli: ‘Voi farete miracoli più grandi dei miei’. Il clero di oggi, come quello di allora, è geloso che altri possieda un carisma. Quasi che essi spettino solo al clero. [20]

Allora si volle fermare questa gratuita distribuzione, ed acquisirli ad uso proprio, da unici gestori, attraverso un escamotage che lasciasse integro il loro ruolo di mediatori. Allora si cercò di bypassare la via gravosa del ‘servizio’  (indicata da Gesù) e che contrastava con la logica dell’esclusivo potere di mediazione della classe sacerdotale mosaica.

Allora, perché il gruppo degli eletti si giovasse ancora dell’antico ruolo, si cercò di eliminare l’unico grande liturgo, l’unico grande mediatore che aboliva ogni umano sacerdozio che non fosse incarnazione della sua persona di Servo. E coerentemente dissero: è bene che muoia uno solo per l’utilità di tutto il popolo. Questo accadeva allora… ed oggi?

 

Il sacerdote calice

Proprio in questo punto, che potrebbe segnare il fallimento del Cristo, diventa importante il sacerdote eucaristico annunciato simbolicamente da quel ‘Giuda’ che, già lo dicevo, doveva pur avere una sua specifica ed ineliminabile funzione nell’evento della ‘Consegna’ di Gesù.

Ora diventa chiaro che, immedesimato a Gesù, egli proprio nella sua persona sacramentale, attualizza il Signore risorto. Prima di consegnarsi, Gesù aveva istituito il sacerdozio eucaristico proprio perché permanesse la sua presenza fisica nel mondo, ed al tempo stesso la sua presenza divina che coagula il tutto in unità

Così, ad onta del rifiuto di uno, o di tutti, a rifluire nella comunione (dispersione degli apostoli), la persona del sacerdote che come ‘consegnatore’ divide, diventa al tempo stesso colui che riunisce il corpo spartito di Gesù-eucarestia. Egli si tramuta in calice vittorioso  in cui arde lo Spirito ricapitolato di Gesù, e ne sacramenta l’indefettibile vittoria.

 

Giovanni ricorda che il discepolo amato (sagoma di Giuda-sacerdote) era presente quando Gesù portava a compimento e perfezione il tutto (panta tetelestai). Una perfezione che si attuava proprio introitando, come un calice, quel vino che nel mondo è diventato aceto.

La perfezione sta dunque lì, in quel ‘Ho sete’; e in quel bere un vino andato a male per colpa dei ‘vignaiuoli’ (eletti), e che tuttavia spera ancora di essere recuperato in quel ‘Regno’, nel quale il malfattore pentito ambisce di entrare.  Quel ‘regno’ è proprio la Chiesa che cominciò ad esistere per attuare nell’eucarestia la sua presenza, in quel ‘Oggi’ con la morte del Cristo, col suo ‘bere’ il tutto.

Bevendo (Gv.19,30), il Cristo assume in sé il mondo; in esso entra pienamente sia come creatura in tutto simile all’uomo, sia come Creatore del ‘Giardino ecclesiale’, che può donare la ricchezza della sua divinità. Una discesa nel mondo si nasconde nell’espressione ‘ho sete’, e appare evidente se, compitando il fonema ‘dipso’ come ‘di-pso’ si legge: ‘Io scendo due volte, in due modi’.

 

Questo grande mistero, che rende sublime la missione sacerdotale (che sparge e riunisce), e la rende quanto all’unità parallela e complementare a quella di Pietro-Pastore, viene testimoniato dalla Chiesa di rito latino quando riserva il calice al solo sacerdote. Egli vi beve perché bevendo dichiara che, in persona del Cristo, è lui stesso il calice. E’ lui proprio il Cristo risorto, ad onta di chi ha portato il ‘boccone’ nella tenebra, credendo così di spezzarlo, di ucciderlo, di impedirgli di tornare ad essere ‘Uno’.

Egli è calice di comunione perché, con la mano poggiata sulla mensa del Cristo, imitandolo ha saputo dire: ‘Prendete e mangiate questo è il mio corpo’; si è distrutto spezzandosi, e si è donato, così frazionato e scomposto, a fedeli che neppure conosce.

E il sacerdote aggiunge: ‘Prendete e bevete, questo è il calice del mio sangue versato per tutti” ; non: ‘Questo è il mio sangue’, ma ‘è il calice del mio sangue’. Ciò lascia intendere che, se per sangue si intende ‘Vita’, e se, nel dire anche la seconda parte della formula, il sacerdote indica se stesso, allora il calice è lui stesso, è la sua persona costituita come Cristo, luogo di perfetta comunione.[21] Ed allora proprio scopre di essere un ‘innominato’, perché il suo ‘Nome’ è quello del suo Maestro.

 

Comunione e scisma

Gesù può essere catturato perché ha scelto di essere debole, facendosi ‘boccone’ eucaristico offerto ai singoli ed egoisti discepoli (‘Sorse fra loro una disputa su chi di essi fosse il pù grande’). Gesù diventa debole perchè in questa disputa si rompe la comunione di fede che egli aveva costituito tra i dodici, comunione alla quale aveva affidato la sua visibilità animica e quindi il suo permanere sulla terra.[22]

Questa lettura permette allora di cogliere il drammatico significato teologico del disperdersi degli apostoli, che purtroppo si realizza in tutti i tempi quando uno scisma rompe la comunione della Chiesa. E fa anche comprendere la cosmica e divina tristezza di Gesù nella cena giovannea, nell’ora dell’orto, e  allorché grida dalla croce: ‘Hanno diviso le mie vesti e su  di esse hanno gettato la sorte’.

Eventi e parole questi che non vanno diluiti in una mera dimensione esistenziale. In quei pochi attimi Gesù soffre infatti il momento più basso della sua divinità incarnata.[23]

 

La terribile potenza del peccato 

Meditando in questa direzione qualcuno potrebbe pensare che, in ultima analisi, l’uomo amato da Gesù (il discepolo prediletto, il Giuda, il sacerdote) ha il potere di svuotare il grande processo cosmico del Cristo-Vita, impedendogli di riformare l’unità e tornare a Dio.

In un senso ridotto tutto ciò è vero, perché la forza terribile del peccato  e la sua luciferina malizia  consistono proprio nell’utilizzare contro Cristo quella potenza divina che egli ci ha ‘consegnato’ (in greco ‘potenza’ è ‘Is’, monogramma di Gesù).  Ma è ancor più vero che questa pretesa, che esalta il cuore egoista dell’uomo terreno, facendolo sentire un dio, si rivela una pura illusione. L’uomo non ha il potere di ‘catturare per sé’ Gesù con tutta la sua potenza cristica, ed impedirgli di andare oltre. Può solo catturare la sua spoglia umana, ma ormai svuotata di tutto, perché egli tutto ha donato di sé.

La morte che si ciba proprio della ‘gelosia del sé’ che gli uomini stringono nella mano fino all’ultimo respiro, per poi consegnarla a lei, quando quella mano si dovrà aprire, quella sera sul Golgota restò digiuna e cominciò a deperire fino ad estinguersi. Gesù nella sua mano non aveva nessun cibo per lei. Aveva già dato tutto se stesso.

I vangeli sono ben chiari su questo punto; cercando attraverso il boccone ricevuto di impossessarsi della potenza del Cristo (Simon Mago ne sarà l’icona specifica), l’uomo può solo annegare il Cristo nella propria limitata e fuggevole realtà esistenziale, e quindi  nell’entropia del mondo, e nel dolore della lacerazione che vi si connette. In breve gli può solo infliggere una passione dolorosa.

Col suo singolo atto di negazione della comunione, l’uomo non riuscirà mai ad impedire al Cristo di ricompattarsi. Ad onta di ogni divisione e negazione, Cristo risorge dalla morte dell’entropia.[24]

 

Il peccato è solo una grande illusione che ancora intorpidisce l’animo di tanti agnostici anticristiani, di tanti baciapile, di tanti pseudo difensori della Chiesa. Ognuno di essi gode nel constatare di avere  imprigionato il Cristo-uomo nella propria piccola dimensione esistenziale, fatta di ragionamenti, di storiografia, di filologia, di pratiche pietistiche, di invettive; e così si esalta mentre lo fa solo soffrire. Chiunque egli sia, comunque egli agisca, alla fine resterà ugualmente deluso.

Chi infatti acquista Gesù nella sua frazionata debolezza (e non nella potenza che emerge non appena egli ricolloca nell’unità del Calice), si troverà nelle mani un guscio vuoto, un puro corpo da massacrare. Lo afferma Gesù di fronte a Pilato; e lo aveva già annunciato col dire: ‘Temete quelli che vi uccidono l’anima’.

In breve, quella rottura dell’unità (cioè morte), che per ogni altro essere umano è insanabile, si mostra impotente a demolire l’anima di Gesù; ed in essa infatti, e non solo nel corpo fisico, si è incarnata la Divinità. Così, nella sua dimensione immateriale, Gesù resta sempre forte ed intangibile, perché sa di avere la sua anima nelle mani del Padre, verso il quale nutre piena fiducia. E su di essa, e nel suo Spirito divino, resta salda la ‘Comunione dei Santi’, cioè di quanti hanno fidato il Lui. Nella sua dimensione materiale (oggi: pane-vino eucaristici) egli continua la sua passione ogni qual volta l’uomo, nel quale egli è entrato, si chiude su se stesso.

Luca, che ha ben inteso questo mistero, fa salire Gesù al Calvario come un Re che va ad insediarsi per giudicare il mondo, modello di chiunque saprà camminare vittorioso tra gli oltraggi e le malizie del mondo, ben conscio della inattaccabilità della propria anima.

 

Il ‘rischio’ dell’eucarestia

L’Eucarestia è debolezza che Gesù ha scelto di assumere per realizzare la pienezza del suo amore per l’uomo, senza limitazioni di spazio e di tempo. L’Eucarestia è debolezza nella quale rimane intatta la potenza della sua anima (fatti miracolosi dell’orto) e che, nel suo ‘sono’, si dilata per omnia saecula saeculorum. Ma è anche l’ultimo tentativo per una pacifica coesione.

Gesù, imboccandolo, si consegna ultimativamente a Giuda (sagoma degli eletti) sperando di non essere da lui rifiutato; egli sa di correre un rischio terribile per la sua persona umana: i sacerdoti infatti potranno tenere per sé il dono ricevuto, senza conferirlo alla comunità; allora egli sarà un corpo indifeso nelle mani dei suoi avversari.

E’ questo il rischio di ogni agire eucaristico; di quando il cristiano, dismessa la propria forza, si fa debole con i suoi avversari. Gli evangelisti lo avvertono: come il suo maestro, egli sarà calpestato dal mondo, ma alla fine ‘stravincerà’. Allora la luce non rischiarerà più il mondo e bisognerà camminare nella fiducia del mattino di resurrezione. Giovanni annota che Giuda, preso il boccone, uscì nella notte oscura, un’oscurità tutta teologica, considerando che allora sul mondo brillava il plenilunio.

 

Concludendo possiamo dire che Gesù accettò liberamente la sua morte, proprio nell’attimo in cui spezzò se stesso nel segno del pane e si lasciò mangiare per frazioni dai suoi discepoli. In quel punto, come Sansone, egli si rese debolissimo, e si costituìo come divino ostaggio. Gesù sapeva che per il rifiuto anche di uno solo di essi (per un sol uomo la morte entrò nel mondo; uno di voi mi tradirà), la sua resurrezione non sarebbe avvenuta dopo una serena ‘dormitio’, ma una dolorosa passione.

Quello ‘spezzare il pane’ è così il supremo abbassamento di Dio.  Gesù non è più ‘per sé’ e ‘fondato su di sé’,  ma dipende dalla coesione dei suoi discepoli; dal loro riversarsi in quell’unico calice (Chiesa), per riformare così la sua anima in unità e consentirgli di riprendere un collegamento totale con la propria divinità.

In questo senso l’evangelista annota: ‘Dopo aver mangiato’, cioè dopo che era avvenuta la ‘divisione’, quello ‘sciogliere per legare’ nella dimensione della divinità, egli prese non già il vino, ma il calice  della comunione, nel quale altro non poteva esserci che la sua piena totalità di corpo, anima e divinità.

Questo ‘prendere il calice’ costituisce allora la sicurezza del cristiano: ad onta di tutto vi sarà la ricapitolazione di tutto, così come previsto dal piano del Cristo.

Vincenzo M. Romano


 


[1] La comprensione di questo testo risulterà più agevole a chi avrà preventivamente letto “Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico” in questo stesso sito.

 

[2] Come ho chiarito (cfr. nota 1) i vangeli parlano sempre di ‘consegnare’ e non di ‘tradire’; il valore negativo de termine deriva dal successivo processo al quale viene sottoposto Gesù.

 

[3] Quando gli Atti narrano della miracolosa liberazione di Pietro dal carcere, implicitamente gettano una luce sulla vicenda di Gesù; essi fanno intendere che in forza dei poteri animici (perciò si parla di angeli) nessun vincolo umano era in grado di fermare Pietro; figurarsi Gesù.

 

[4] Il termine ‘kataklusmos’ indica di per sé una ‘inondazione’ e nel mondo antico quest’ultima era per antonomasia quella del Nilo, apportatrice di benessere. Di qui le due diverse teologie, quella del diluvio distruttore (perciò il testo precisa che è per uccidere), e quella del diluvio di grazia che ricostruisce il mondo.

 

[5] Vedi esegesi salmo 150 (Esegesi).

 

[6] A prima vista qualcuno mi eccepirà che l’ipotesi è assurda, e che mai è stata prospettata da seri studiosi. Faccio notare che il profilo pattizio è rimasto in ombra nella ricerca teologica perché si è radicalizzato lo scontro fra Gesù ed il giudaismo di Gerusalemme. Si è dimenticato che Gesù viene nella Città non per giudicarla, ma per colloquiare con essa. Giovanni lo chiarisce immediatamente attraverso la narrazione dell’incontro di Gesù con Nicodemo.

Quanto alla ‘consegna’, non bisogna farsi trarre in inganno dal fatto che coloro che catturano Gesù lo conducono dai Sacerdoti. In realtà Gesù viene consegnato all’umanità e questa (perciò descritta ampiamente) non compie nessun gesto di violenza su di lui. La violenza comincia proprio quando entrano in scena i sacerdoti.

 

[7] Ordinariamente questo ultimo punto passa sotto silenzio, schiacciato dall’impatto emozionale con la durissima passione che, di fatto, poi si verificò. Affrettatamente si conclude che, se Gesù patì, questo patimento era dovuto perché iscritto nel piano di Dio. Di qui l’immagine di un Padre terribile che aspetta di essere soddisfatto del debito di Adamo, ad un prezzo enorme, cioè il sangue del Figlio; e non già di un Padre che soffre (si perdoni la poca correttezza della frase) nella sofferenza del Figlio.

A me pare, lo ripeterò, che nel piano di Dio c’era solo un risalire la scala della incarnazione  e passare, dalla mera corporeità, alla libertà animica, e da questa alla pienezza della divinità. In una parola: ascendere al Padre ‘in corpo ed anima’.

 

[8] Questo il senso della parabola del servo cui furono rimessi mille talenti e che poi stringe il cappio alla gola di chi gli doveva cento denari.

 

[9] Se si rilegge il Vangelo in questa ottica si scopre una grande tenerezza di Gesù verso il gruppo degli eletti (vedi ‘giovane ricco’), una progressiva coscienza della soluzione dolorosa (gli morderanno la mano che egli tende)  e una delusione profonda che culmina nel pianto su Gerusalemme.

 

[10] Proprio qui si attua il grande peccato profetizzato dalla ‘nominazione degli animati’ e, come Adamo, anche i sacerdoti e Pilato  non trovano la  loro anima (il Boetos) che è quella del Cristo. Una storia che si ripete ancora oggi per quei molti che non si sono risvegliati nell’anima attraverso l’ascolto della Parola. Per essi infatti il Gesù, comunque preso in consegna, si prosciuga come anima e resta un piccolo corpo da martoriare su mille croci. L’anima no; essa, come chiarisce Gesù, è nelle mani di Dio e il Cristo può proseguire nel suo ritorno verso il Padre.

 

[11] Ed infatti, per segnalare che la chiamata degli antichi sacerdoti va collocata alla radice, ma in seconda battuta, il IV Evangelo al primo discepolo che simboleggia i gentili (Andrea) aggiunge quel  personaggio anonimo che, come ho già detto, va identificato con Giuda quale eponimo del gruppo sacerdotale. La sagoma letteraria di Giuda esprime dunque il sacerdote mosaico (dell’origine) amato dal grande Maestro (giovane ricco) e immediatamente  accolto a tutti gli effetti come componente del gruppo di Gesù (del Corpo di Cristo). Sul piano collettivo in quel nome era compresa l’intera tribù, sicché quel nome era iconicamente il più adatto a rendere evidente l’ultimo disperato tentativo di Gesù di conseguire l’unità tra i due fratelli divisi (Gentili-Eletti).

 

[12] Questo tema si esprime anche nelle immagini dei due malfattori crocefissi con Gesù.

 

[13] Si rifletta sul fatto che Dio non gradì il sacrificio di Caino perché era stato fatto non in comunione col fratello (pastore), e aveva per oggetto frutti della terra; ed ancora sul pane e vino (prodotti della terra) che diventano materia di sacrificio proprio per la presenza del sacerdote (Abele).

 

[14] Ciò spiega perché Gesù, anche quando è presente, si mantiene estraneo agli atti di culto dei Giudei; né partecipa a quelli gentili. Giudei e Gentili sono la sagoma di Abele e Caino.  Egli riprende invece il colloquio dal punto in cui fu interrotto e cioè dal Giardino di Edem. Perciò la sua religione non è il giudaismo riformato, ma quella delle origini, quella adamitica, quella cattolica.

 

[15] Il fatto che gli evangelisti annotino il passaggio da uno stato all’altro senza  dare alcuna spiegazione, potrebbe far pensare che volevano forse giustificare i discepoli fuggitivi rimasti frastornati dalla immediatezza di questo rovesciamento. Ma una parola di chiarimento non sarebbe stata di troppo.

 

[16] Tante volte quotidianamente viene ripetuta l’invocazione ‘Venga il tuo regno’, eppure nella coscienza del cristiano medio sono assenti questi terribili profili del peccato, quello lì che giustamente faceva orrore a Paolo. Noi siamo come ipnotizzati da quanto compiamo in contrasto con la nostra sensibilità umana; di  quegli atti ci vergogniamo e ci copriamo di rossore; ma chi di noi avverte di essere di intralcio al Cristo; di mettersi di traverso sulla sua strada, cercando di fermarlo con quella forza che, solo per amore, egli ci ha donato?

Lentamente la nozione di peccato è scivolata dal piano teologico a quello psicologico ed etico, e ciò anche in grazia di una lettura fattualistica del ‘tradimento di Giuda’. Invece di rispecchiarci nella icona che gli evangelisti hanno costruito per noi proprio per rivelarci  quanto è terribile il peccato, abbiamo preferito continuare a concionare contro il piccolo uomo di duemila anni fa che neppure conosciamo.

Eppure l’essenza teologica di ogni peccato, compreso quello di Adamo, è proprio quella che ora enunciavo. Io mi chiedo: possiamo credere che la mera disubbidienza ad un precetto (non mangiare un frutto) abbia scatenato tutta questa sequenza di eventi che hanno implicato anche Dio? Paradossalmente è stato proprio l’inquinamento del ‘potere’ (presente in una religione di autorità) ciò che ha oscurato il passo biblico riducendolo ad una violazione di legge.

Ed invece, rileggendo con attenzione il racconto genesiaco, appare evidente che l’errore dell’uomo (l’amato da Dio) è consistito allora, e consisterà sempre, nel cercare di fermare il Cristo Signore ed Io della Vita. Ecco perché si resta stritolati. Ecco perché Dio si vede costretto (per amore della nostra libertà) a subire l’umiliazione in Cristo Gesù.

[17] Quanto alle cd, pie donne il discorso non cambia; ed infatti si può intendere ambivalentemente: o che, come i due uomini, non hanno compreso a quale mistero di vita hanno assistito, e vengono con aromi per imbalsamare nella storia colui che è rimasto vivo; ovvero (e l’unzione di Betania testimonia in questo senso) vengono a celebrare l’eucarestia, cioè la presenza  vitalizzante del Corpo di Cristo.

 

[18] Proprio questo imprescindibile momento unitivo è scaduto di tono nella predicazione ecclesiastica ed il cristiano si ferma al ‘ricevere’ ma non avverte l’urgenza dell’unire come ricomposizione dell’anima del Cristo. La incapacità della preghiera a produrre frutti deriva proprio  dalla mancanza della tensione ad essere uno, ad essere Chiesa. Anche Maria che esprime questo mistero di comunione, è svilita ad  essere numinoso  al quale rivolgersi per ottenere aiuto. Essa è l’onnipotente per grazia perché è la comunione della Chiesa e quindi l’anima del Cristo. Ecco il senso dell’espressione: ‘Per Mariam ad Jesum’.

 

[19]I sacerdoti del racconto evangelico, come poi Simon Mago, sapevano di non essere in grado di ottenere la funzione vicaria da soli; di qui il percorso obbligato: convincere qualcuno del gruppo a consegnarla, dopo averla ricevuta direttamente dal Cristo. Una consegna che seppure narrata in termini puntuali, esprime un evento che deve ripetersi nel tempo per poter costituire il retaggio del Gruppo. I sommi sacerdoti, i vecchi sacerdoti della prima elezione, chiedono allora a Giuda essenzialmente di comunicare loro il potere che gli è stato conferito . Chiedono cioè di essere ‘ordinati’ loro, e loro soli, come sacerdoti della Chiesa. Un tema sotteso al racconto di Simon Mago negli Atti.

 

[20] E’ questo un qualcosa che è rimasto attuale nella prassi ecclesiastica; lo si sperimenta osservando l’accanimento , seppure sorretto da ottime motivazioni, contro ‘i santi’. Essi, come gli antichi profeti, sono buoni solo da morti, quando i loro miracoli sono  gestibili dai governanti di turno.

 

[21] Il sensus fidei della Chiesa intuendo quest’esaltante momento, che pure deriva da un sapersi donare senza riserve nel pane spezzato, ha tradizionalmente donato al sacerdote novello un ‘calice’. E parallelamente la liturgia ha previsto una ‘consacrazione del calice’ e non anche della patena che deve contenere il pane.

 

[22] Se questa è la debolezza di Gesù, l’obiettivo dei ‘sommi sacerdoti’ è perfettamente speculare e si inquadra nel il terribile fascino della teurgia: rompere attraverso Giuda il circuito vitale dell’anima del Cristo; e possederlo mentre è eucaristicamente debole, nella speranza di usare della sua forza per i propri fini. Il loro obiettivo consisteva nel gestire la redenzione, impedendo (come sino ad allora avevano fatto) il risvegliarsi di tutte le anime; e restare così unici figli del risvegliato Abramo.

 

[23] Ancora oggi il Cristo sopporta la sua passione tutte le volte che l’uomo lo avvince nei ceppi della mera creaturalità e si nega alla comunione, vietandosi così di partecipare alla Resurrezione. Ma, ad onta di tutto, il Cristo prosegue nel suo cammino: Gesù risorgerà.

 

[24] Lo ribadisco: l’egoismo umano gli ha solo potuto infliggere la durezza di una passione; ma non ha avuto la forza di fermare il suo cammino verso l’anima, e quindi verso la divinità. Gli evangelisti avevano profetizzato tutto ciò narrando i vari tentativi di catturare Gesù, e come egli ogni volta si allontanò, passando in mezzo ad essi.