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Par. VIII Gli innominati del IV Vangelo Il ‘discepolo che Gesù amava’
Sommario: La chiamata dei primi due discepoli; Il grande innominato: l’Amato; La formula; Discepolo e non apostolo; “…che Gesù amava”; L’anonimo è l’evangelista Giovanni?; Un raffronto fra Giuda ed il ‘discepolo amato’; a) nella Cena; b) nella Passione; c)nella Resurrezione; d) dopo la Resurrezione; Pietro e Giuda colonne nella Chiesa; Pietro e Giuda tra peccato e redenzione.
La chiamata dei primi due discepoli Più volte ho già affermato che l’anonimato costituisce un tratto caratteristico del sacerdozio eucaristico. Muovendomi in questa ottica cercherò ora di evidenziare, nel racconto evangelico, alcune figure anonime per verificare se esse possano confluire a formare la sagoma teologica del sacerdozio. Come dicevo parlando della vocazione di Giuda (par.5), il primo ‘Innominato’ si incontra subito ai versi 35 e ss. del primo capitolo. Giovanni, pur così preciso nell’indicare i protagonisti del suo racconto e nel fissare l’ora degli accadimenti, in un momento solennissimo qual’è la chiamata dei primi due discepoli, trattiene nella penna il nome di uno di essi. Ovviamente la cosa sarebbe stata perfettamente accettabile se entrambi fossero rimasti anonimi, ma indicare l’uno e tacere l’altro appare come un vero e proprio lampeggiatore di senso, una traccia lasciata al lettore per scavare in quel punto e trarne le dovute conseguenze. E che si tratti di una omissione voluta non c’è dubbio. Ed infatti, dopo aver descritto un colloquio al quale partecipano entrambi i personaggi, l’evangelista annota (v.40): “Uno dei due…era Andrea fratello di Simon Pietro”, citando quindi non solo il nome proprio, ma anche il rapporto di parentela con Pietro; e per di più specificando che quest’ultimo era il ‘ton idion’ cioè il suo ‘speciale’ fratello. Ciò fatto, tace dell’altro e lascia che sparisca nell’ombra e mai più ricompaia nel suo racconto. Chi era costui? Io proverò ad identificarlo servendomi della logica della ‘dualità’ che, come ho già detto, è di uso comune nell’Antico Testamento e poi nei Vangeli. Poiché il nome ‘Andrea’ ha come radice un ‘andr’ che significa uomo in generale, e ‘rea’ che equivale a ‘terra’, esso ha i requisiti sufficienti per diventare sagoma dei gentili. Nella cennata dialettica della ‘dualità’, posso allora ipotizzare che nel secondo discepolo si nasconde quello speciale personaggio che, quale discendente di Abramo, è un’anima risvegliata dalla circoncisione e viene altrimenti chiamato ‘Eletto’. Di qui la possibilità di identificarlo con Giuda. Ma, ribadisco, con il Giuda letterario, l’eponimo della tribù che si vantava formata da ‘Eletti’ da Dio; in altre parole vantava di possedere un’anima sveglia atta a dialogare con Dio e meritevole della Vita eterna del Giardino (Paradeisos). E più genericamente di considerarlo un’allusione al nuovo eletto e cioè al sacerdote eucaristico.
Il secondo ‘innominato’ è presente in Giovanni (18,15.16) un passo solennissimo nel quale si narra che “Venivano dietro a Gesù Simon Pietro e un altro discepolo. Quel discepolo era conosciuto dal Sommo Sacerdote” precisazione quest’ultima che viene ripetuta due volte. Chi era costui? Perché Giovanni non lo ha nominato? La risposta a questo interrogativo è fornita dai tre sinottici dai quali ricaviamo che solo Giuda era certamente conosciuto dai sacerdoti, avendo contrattato con loro la consegna di Gesù. Ciò spiega anche come un discepolo del tanto odiato Gesù potesse impunemente entrare in una casa ostile; ed ancora perché mai la serva, senza alcun apparente motivo, considerasse Pietro,a lei sconosciuto, un seguace di Gesù. Evidentemente lo deduceva da chi lo accompagnava e cioè da Giuda.
Il grande ‘innominato’ : l’Amato Veniamo così ad un terzo ‘innominato’ che assume un ruolo di primo piano nel racconto giovanneo: e cioè ‘il discepolo che Gesù amava’. Di questa complessa e ricca figura tratteremo ora diffusamente al fine di mostrare che esso costituisce la perfezione della sagoma di Giuda e delinea a tutto tondo la figura del sacerdozio eucaristico.
Solo nel IV evangelo (detto ‘di Giovanni’) troviamo più volte ripetuta, e sempre in contesti di alto valore teologico(Gv.13,23-26; 19,26 ss; 20,2-10; 21,7.20.23.24), una espressione singolare che non viene né chiarita né commentata: “matetes on egapa Iesous’ correntemente tradotta: ‘Il discepolo che Gesù amava’. Solo in 20,2 il verbo ‘agapao’ viene sostituito da ‘fileo’. Quanto abbiamo detto a proposito del cd. Giovane Ricco è improbabile l’ipotesi che Gesù abbia ‘amato’ solamente due concrete persone; è molto più ragionevole pensare che a questo suo ‘amore’ debba riconoscersi un contenuto ed una direzione squisitamente teologici e che esso si diriga ad un soggetto tipico, ad una persona corporativa. Un indizio da non sottovalutare è la situazione di intimità fra Gesù e Giuda nell’incontro dell’orto degli ulivi. Giuda è l’unico che ‘bacia’ il grande maestro.
La prima considerazione che propongo al lettore attiene alla struttura stessa della formula; essa appare chiaramente unidirezionale tale cioè da non consentire un reciproco. In pratica Gesù ama il discepolo (come nel caso del cd. ‘giovane ricco’); ma non si può dire che quest’ultimo ami Gesù. Il IV Evangelo fa eco: ‘Dio ama il mondo ma..’. Proprio questo profilo diventa allora lo specifico del personaggio anonimo; sul suo corrispondere all’amore di Gesù non si può affermare qualcosa di certo e tutto resta nel vago e nell’indeterminato. Una situazione questa presente anche nel racconto di Marco dove l’allontanarsi del ‘Giovane ricco’ non manifesta una rottura con la persona di Gesù, ma solo che in quel momento egli non riesce a seguire quella nuova strada che gli viene proposta. Ma ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio.
La seconda considerazione attiene al momento nel quale per la prima volta compare la nostra formula e con essa il misterioso personaggio. Il contesto è quello della Cena e da quel punto in avanti egli diventa immotivatamente protagonista; gli eventi ai quali parteciperà sono infatti di fondamentale importanza perché lo renderanno destinatario di un grande mandato attestato solennemente da Gesù moribondo. L’ingresso in scena non è anticipato in alcun modo. Egli compare proprio mentre viene dato l’annuncio: “Uno di voi mi consegnerà’; un dato questo che già di per sé orienta a collegarlo con l’eucarestia che configura proprio la ‘consegna’ di Gesù. Ma c’è ancora un fatto significativo e cioè che al suo comparire Giuda si dilegua per ricomparire nell’Orto degli Ulivi e compiere il gesto sacerdotale della ‘Consegna’. E ciò al fine di segnalare che i due (essendo due facce dello steso personaggio) non posso stare in scena insieme. In Giovanni però la presenza di Giuda nell’orto viene solo narrata in forma indiretta, senza che egli dica qualcosa o operi in qualche modo su Gesù. Di lui infatti si narra che ‘sapeva’ ‘ton topon’ (il luogo), che ‘venne’ con uomini armi e lanterne; e che ‘stava’ con quelli venuti a prenderlo. Ad operare è solo Gesù. In quegli eventi il ‘discepolo amato’ è per altro assente.[1] Dopo la scena dell’orto Giuda mai più compare; Giovanni infatti omette il nuovo incontro con i sacerdoti per restituire il danaro e neppure narra della sua morte, sicché chi avesse conosciuto solamente il IV Vangelo si sarebbe forse formata una idea del tutto diversa di Giuda e del suo destino. Ne consegue che il personaggio individuato come ‘Il discepolo che Gesù amava’ resta solo in scena e fino alla fine. Nato dal nulla, stranamente diventa ora protagonista in eventi di rilevante importanza, e descritto in testi fondamentali sia per il loro contenuto che per la collocazione all’interno del racconto. Riassumendo essi narrano rispettivamente: -il 13,23 l’annuncio del tradimento di Giuda: “Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava, seduto, vicino al petto di Gesù...”; -il 19,26 la morte di Gesù: “E Gesù vedendo la Madre e, di fianco a lei, il discepolo che amava, dice alla Madre...”; -il 20,2 narra dell’esperienza del sepolcro: “Allora (Maria di Magdala) corre e va da Simon Pietro e da quell’altro discepolo che Gesù amava” -il 21,7 l’apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade: “Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: è il Signore..”; -il 21,20 nello stesso contesto: “Pietro, voltatosi, vede venire dietro quel discepolo che Gesù amava , quello che nella cena si chinò sul suo petto e disse: ‘Signore chi ti tradisce?...”. Viene allora da chiedersi: Egli è Giuda? Giovanni? Un terzo? Io rispondo che sotto questa formula anonima si nasconde proprio quel Giuda che, superando le sue contraddizioni (per cui lo qualificavo ‘sagoma ambivalente’) si trasforma in archetipo del sacerdote eucaristico.
La ‘formula’ Ora cercherò di indicare le ragioni di questa affermazione, richiamando anche quanto (passim) ho già esposto sull’argomento. Come già ho detto i verbi usati da Giovanni per indicare il vincolo di amore sono Agapao e poi Fileo (ma una sola volta). Che senso hanno queste parole? Noi non lo chiederemo alla filologia laica, ma opereremo una sommaria indagine nei LXX, chiedendo così all’Antico Testamento di spiegare i vangeli. Questa indagine consente di rilevare nei due vocaboli un forte spessore ecclesiologico ed eucaristico. Agapein viene usato a cominciare da Gen.22,2 e ripreso in 24,67; 25,28 (due volte); 29,19. Questi testi si riferiscono a Isacco e Giacobbe e permettono di delineare la sagoma di un sacerdozio eucaristico. [2] A sua volta il verbo ‘Filein’ connota l’eucarestia sotto il profilo operativo.[3] Chi non cerca strutture intellettuali e letterarie, ovvero eventi storici, ma la Rivelazione, viene provocato e non poco da questo insieme dai passi (citati nella precedente nota) i quali espongono frode e tradimento che si concludono tuttavia con una benedizione irretrattabile a Giacobbe. Quest’ultimo profetizza così il Giuda evangelico, traditore e truffaldino, ma investito da Gesù del compito di apprestare la cena eucaristica. Come la Madre a Cana, anche la Chiesa, simboleggiata da Rebecca, è colei che costruisce l’eucarestia (cibo amato) e rinsalda i due fratelli facendo rivestire Giacobbe (eletto) dei panni di Esaù; cioè fuor di metafora facendolo diventare greco con i greci e giudeo con i giudei.
Alla luce di queste precisazioni continuo a chiedermi: possiamo a cuor leggero considerare il nostro personaggio una nota di colore ed affidarlo alla fantasia ed al sentimento dei letterati? Non mi sento di aderire a questa tesi. Credo piuttosto che l’autore del IV Vangelo ha costruito questa Sagoma per articolare ancor più riccamente il già complesso e caricato personaggio di Giuda; e ciò per potere, sotto il velo dell’anonimato, descriverne la speciale collocazione ecclesiale. Il ‘Discepolo che Gesù amava’ diventa così modello dei sacerdoti, dei nuovi eletti (di qualsiasi provenienza), che certamente sono stati dubbiosi e pronti all’errore (in ciò sagomati in Giuda); sono amati, ma possono o meno ricambiare questo amore. Un simbolo senza volto dunque, per indicare che il sacerdote eucaristico non deve avere nome, sia perché non potà vantare un’ascendenza sacerdotale, in quanto tratto dalla nuova famiglia di Dio, sia perché egli è solo un servo e come tale non ha diritto di distinguersi dagli altri; non ha un suo ‘nome’, cioè una realtà che gli appartenga come cosa propria ed esclusiva. Egli deve sapere una sola cosa: Cristo lo ama o, come disse il Signore a Paolo: “ti basta la mia Grazia”.
‘Discepolo’ e non ‘apostolo’ Esaminiamo ora con attenzione altri elementi che il Vangelo di Giovanni mette a disposizione del lettore che vuole meditare, e non acquisire solo fatti di cronaca. Consideriamo innanzi tutto il messaggio teologico che si nasconde in questo termine; non è infatti pensabile che gli agiografi lo usarono involontariamente, in forma generica, e secondo l’accezione del linguaggio corrente. A mio giudizio gli evangelisti scelsero il termine ‘discepolo’ in quanto, nella sua stessa sequenza fonematica, esso era portatore di un contenuto che rispondeva perfettamente all’annuncio che essi volevano dare.[4] Usando questo fonema si potevano infatti annunciare almeno tre cose coerenti e strutturate fra loro, Ed infatti ‘Matetes’ (discepolo) faceva intendere: -che il sacerdote sarebbe diventato un’anima immateriale: “Attraverso di Me (reso) invisibile”; -che sarebbe stato un ‘vivente’: “Ad opera mia non c’era morte”; concetto identico a quello esposto lungo il mare di Tiberiade e che dette luogo alla tradizione di un immortalità promessa al discepolo amato. -ed infine che avrebbe goduto della sapienza del divino (eucarestia), come quel Giuda che ‘sapeva’ la ‘Perfetta linfa’ (T.opon): “Era apprendimento dell’ottavo (giorno)”.[5] Dunque per ‘discepolo’ può intendersi colui che si muove nella direzione della Vita; che, ovemai segua una via sbagliata (discepolo dei farisei), è ‘tutta morte’. (‘a-teta’ dando ad ‘alfa’ un valore intensivo). Ciò posto, nei personaggi chiamati con tale nome si può identificare chi sta sperimentando la grande prova della fede, vive cioè un momento decisivo della sua storia e perciò non è possibile riferire a lui un ‘Nome’ che lo connoti in maniera stabile e definitiva. Non potrà essere chiamato stabilmente né ‘Apostolo’ e cioè ‘mandato’, nè tanto meno ‘Diacono’ che equivale a ‘servo’.[6]
Aggiungerò un’altra considerazione. Indicando questo personaggio con il termine ‘discepolo’, l’evangelista chiarisce che la sua funzione eucaristica non dipende dalla qualità di ‘apostolo’, ma da una investitura che potrà riguardare tutti (eletti e gentili come attesta il passo di Atti) e, pur facendo tutt’uno con i Dodici, svolge una sua autonoma e specifica funzione. Sacerdozio eucaristico ed episcopato sono due due cose distinte.
Un’ultima notazione può trarsi dalla Scrittura. Come dicevo il termine ‘matetes’ è presente solo in tre dubbi passi; di essi il più significativo perché può illuminare il senso del nostro termine è quello di Ger. 13,21 laddove si dice: “Gerusalemme…tu stesso li hai istruiti perché imparassero la lezione contro di te”. Questa affermazione mi appare paradigmatica in due sensi: a) Dio aveva indottrinato Giuda discepolo, concedendogli la sua Rivelazione; proprio servendosi di essa, ed in nome di essa, egli consegnerà Gesù-Verbo e lo farà morire. B) letta in positivo l’espressione diventa tutta diversa: sarà Gesù ad insegnare ai suoi discepoli come ‘metterlo a morte’ misticamente nella cena eucaristica. Così l’espressione ‘Discepolo che Gesù amava’ si lega ancor più all’eucarestia
“…che Gesù amava” Questa traduzione del tutto corretta si riferisce all’espressione greca: “On egapa Iesous”. E nulla ci sarebbe da aggiungere se non fosse che restano misteriosi il motivo e le modalità di questa preferenza. Utilizzando la metodica fin ora seguita, scandagliata la sequenza fonematica, si scopre che nasconde qualcosa di interessante e dà ragione della formula e del rapporto interpersonale da essa indicato. Ed infatti chiarisce che quel discepolo gli dava gioia e dolore; che egli lo sopportava con pazienza, in qualche modo, presso si sé con animo paterno.[7] Questo diverso senso esclude un legame di particolare, umana tenerezza dall’oscura origine, e rivela un rapporto ontico e teologico e che esso contiene elementi di contraddizione. Il nostro personaggio sta vicino al Cristo e rappresenta per lui un motivo di soddisfazione ma gli arreca anche sofferenza; un fratello o un figlio che si ama, ma a prezzo di pena. Viene allora da pensare al sacerdote che sotto la croce diventa fratello di Gesù nell’unica maternità di Maria-Chiesa. Così delineato il suo identikit, esso si adatta perfettamente al ‘gruppo degli eletti’ del quale Gesù (il grande ed unico eletto) è ‘figlio’ adottivo; a quel Regno di Giuda al quale egli appartiene; a quella Gerusalemme tanto amata ma tanto traditrice; in una parola, a Giuda. Definito il personaggio in questi caratteri contraddittori, comincia a prendere senso la domanda che Pietro rivolge a Gesù sul lago di Tiberiade: “Signore, e lui?”; come dire: “Ma perché non te nel liberi, visto che ti fa soffrire?’.
L’anonimo è l’evangelista Giovanni? Ritornando ai passi che possono consentire la identificazione del nostro anonimo, sembra che essi trovino il loro coronamento e la soluzione nell’espressione di v.24: “Questi è il discepolo che attesta queste cose e che le ha scritte e sappiamo che la sua testimonianza è vera...”. Dunque il nostro ‘discepolo’ sarebbe un ‘Apostolo’ ed in particolare Giovanni. Questa è la tesi corrente che è stata e viene tanto ripetuta da diventar quasi de fide definita. Ma proviamo a verificare se la maggiore del ragionamento, e cioè che il IV vangelo sia stato scritto dall’apostolo Giovanni, debba considerarsi una acquisizione certa. Proprio fondando su di essa si è concluso che ‘il discepolo che Gesù amava’ sarebbe Giovanni. In pratica la cosa non è per niente certa perché: a) L’attribuzione del IV vangelo all’apostolo Giovanni è tutta da dimostrare. C’è una tradizione in tal senso, ma si parla anche, come suo autore, guarda caso, di un ‘Giovanni il presbitero’ cioè in altre parole di un sacerdote eucaristico. b) Non si ritrovano ragioni valide che giustifichino questa speciale predilezione di Gesù per Giovanni. Che tale ragione consista nella cd. ‘verginità’ di Giovanni è deduzione letteraria o pseudo teologica. Pietro infatti era sposato e tuttavia Gesù lo preferisce a tutti e ne fa il capo della Chiesa;[8] c) Giovanni era fuggito insieme agli altri apostoli ed i Vangeli, sottolineando che ‘tutti’ abbandonarono Gesù, non fanno alcun cenno ad una sua resipiscenza. d) Del tutto improbabile è la sua presenza sotto la croce insieme alla madre di Gesù, stante il rischio di essere catturato dai Giudei; inoltre, un gesto di audacia di Giovanni sarebbe stato segnalato quanto meno perché rompeva l’unanimità dell’abbandono del Maestro. e) la formula, ripetuta intenzionalmente senza variazioni, si riferisce non ad un ‘apostolo’ ma ad un ‘discepolo’ termine, quest’ultimo, praticamente assente nell’Antico Testamento. f) Non si comprende per quale ragione l’apostolo avrebbe dovuto tacere il suo nome quando esso poteva dare valore alla sua testimonianza. Egli infatti era l’unico a poter vantare di essere stato testimone oculare della passione di Gesù. Tutti gli altri parlano di seconda o terza mano.
In breve, chi legge senza pregiudizi è libero di giungere a conclusioni diverse in quanto, come dicevo, l’attribuzione del IV vangelo a Giovanni l’evangelista non ha nessun supporto obiettivo e di autentica fede ecclesiale. A mio giudizio il IV Vangelo, che da un esame interno e comparativo colloco in ambiente giudaico e diretto specificamente ai sacerdoti (che di quella tribù sono teologicamente i discendenti), ha ben meritato il titolo di vangelo ’Sacerdotale’ e potrebbe chiamarsi il Vangelo di Giuda. Intendendo così restituire dignità teologica e valore profetico a questa ‘attribuzione di paternità letteraria’ che altrimenti scadrebbe a un mero colophon del quale non v’è traccia nei sinottici, mentre è presente proprio nelle Lettere di Paolo. Io penso che l’autore (la Sagoma di Giuda) quando ha inserito, seppure in forma coperta, la sua firma, ha inteso rivelare qualcosa di molto importante e cioè che la predicazione della Parola resta all’eletto come suo antico e specifico ministero. Egli lo comincia ad esercitare proprio mediante la scritturazione del Vangelo e per lo stesso motivo in esso non fa cenno alla ‘Cena’. La firma che chiude il IV Vangelo è dunque una grande rivelazione. Essa attesta ancora che Giuda resterà fino al ritorno del Signore non solo come costruttore della Eucarestia (nella parte che attua il sacrificio di Croce del Cristo) ma anche come vangelo della Parola di Dio. Giuda apprenderà non solo a servire alla tavola del Pane di Vita, ma anche a non essere ladro della borsa (le Olle della tradizione ermetica) che contengono la Verità. Egli sarà servo della mensa della nuova Parola di Gesù. E il suo servizio comincia proprio con la scritturazione del IV vangelo come prototipo di una predicazione spirituale tesa a superare il livello della mera narrazione di fatti,. Non a caso è stato anche chiamato ‘Il vangelo dello Spirito’.
Un raffronto fra Giuda ed il ‘discepolo amato’ Per una migliore identificazione del nostro personaggio proviamo ora a raffrontare le due storie (quella sua e quella di Giuda) per verificare se quanto si riferisce all’anonimo discepolo, possa agevolmente saldarsi alla vicenda di Giuda e viceversa. Un primo input: in nessun passo del NT i due personaggi stanno in scena insieme in forma dialettica; non si accompagnano mai l’uno all’altro; sono compresenti solo narrativamente nella Cena, quasi a realizzare un ‘passaggio di testimone’.
Ma procediamo con ordine: a ) Al discepolo amato viene riferita la formula tipica di Giuda: ‘l’unico fra i discepoli’. b ) Una affettuosità speciale, che in qualche modo suggerisca o giustifichi il nome di ‘amato’, è riservata solo a Giuda dal quale Gesù riceve il bacio. c ) Chi obietta che l’identificazione proposta non regge, perché Giuda è un malvagio, mentre il discepolo amato non fa nulla di male, tenga conto che in ogni caso Giovanni era anche lui fuggito e poi sarebbe ricomparso sotto la croce.
a) Nella ‘Cena’ d ) Nel passo della cena [9] laddove si dice che Gesù offrì un boccone a Giuda, la sovrapposizione funziona perfettamente. Il gesto era infatti possibile solo se la persona era molto vicina a Gesù, tanto, ad esempio, da potergli poggiare la testa sulla spalla come vien detto per il discepolo amato. A sua volta Matteo ci attesta, in ordine alla prossimità, che proprio Giuda era vicinissimo, tanto da poter intingere dal piatto che stava avanti al Maestro. e ) Il termine (anakeimenos) ‘disteso’, riferito al discepolo amato, indicherebbe lo star distesi sul triclinio intorno alla mensa secondo l’uso ellenico; ma il termine può anche esprimere un atteggiamento del discepolo: egli aspetta di essere servito, per sottolineare così l’insegnamento di Gesù che si fa ‘servo’ e gli offre il boccone di pane. f ) Rilevo ancora che il verbo 'giacere' non collima con l’espressione 'nel seno di Gesù’; e per di più l’immagine che se ne ricava poteva ingenerare letture malevoli, in un mondo licenzioso come quello pagano. Preferisco allora tradurre: "Chi è ‘unico fra i discepoli’ se ne stava seduto (per essere servito). Nel suo piatto egli desiderava l'essenza di Gesù. Gesù fece un segno; per questo allora Simon Pietro, anche lui, gli disse: Dicci chi è colui di cui stai parlando ". Ed allora, intendendo in negativo, Pietro parla, Giuda riceve il boccone, e i due traditori restano così isolati sulla scena e si stanno autogiudicando. Oppure, in positivo, Gesù sta istituendo, proprio alla presenza di Pietro, il sacerdozio eucaristico. g ) La scena prosegue: senza mai fare nomi, proprio quello lì, (il discepolo amato) ‘poggiandosi sul petto di Gesù’, domandò del traditore: Signore chi è? Ma, si faccia attenzione, una identica domanda (‘Sono forse io, Maestro?’) Matteo (26,25) la pone proprio sulle labbra di Giuda.
b) Nella ‘Passione’ Verifichiamo ora la nostra ipotesi nel racconto della Passione. a ) Nella scena del cortile della casa del Sommo sacerdote (Gv.18,15) è presente un ‘innominato’. Questo anonimo discepolo (allos matetes) che sta con Simone e che era conosciuto, a detta dell’evangelista, dal Sommo Sacerdote e dalla servitù, altri non poteva essere che Giuda. Se si argomenta dal racconto dei sinottici, egli solo aveva trattato con i sacerdoti, era in combutta con loro e conosceva la loro dimora. Pensare ad un Giovanni pescatore, che portava il pesce per le tavolate del sinedrio ed era amico della portinaia, a me pare del tutto romanzesco.
b ) Sotto la croce (dove è presente il discepolo amato) l’unico che poteva circolare, sicuro di non essere molestato dalle guardie, era solamente Giuda. Gli evangelisti tacciono del tutto sul comportamento delle guardie verso il gruppo intorno a Maria, e non accreditano all’apostolo Giovanni una postuma resipiscenza; egli era in fuga con tutti gli altri. La scena, con la presenza di Giuda-sacerdote, assume tutt’altro significato. Profetizza infatti che in presenza della comunità (Maria), il sacerdote dovrà offrire a Dio il mistico Agnello del sacrificio pasquale; e l‘assenza di Pietro e dei Dodici attesta l’autonoma della funzione eucaristica. c ) Nel punto più alto della sua passione, mentre transita alla dimensione dell’anima, Gesù affida la propria Madre al ‘discepolo che egli ama’. Questa solennità di contesto e di parole esige una riflessione puntuale che ci porterà a scoprire in questo passo una ordinazione sacerdotale, e quindi il riferimento a Giuda quale erede delle promesse di Dio della titolarità del sacerdozio. Iniziamo col dire che l’azione fisica di Gesù può essere intesa in modo diverso da quello corrente. Gesù aveva le mani inchiodate per cui non poteva aggiungere il gesto alle parole; tuttavia a me pare che, indicando se stesso morente (e non il discepolo), Gesù disse alla madre del suo corpo che Figlio suo era proprio lui, anima che stava recuperando la sua pienezza divina (‘Padre nelle tue mani affido lo Spirito che mi appartiene’). Posto ciò egli aggiunse che, della Teotokos, cioè di lei Madre che lo stava generando alla divinità nell’eucarestia, sarebbe diventato figlio il sacerdote che lo avrebbe vicariato in ciò che egli stava attuando. Recuperando questa triangolazione, si elimina la ridondanza ripetitiva poco credibile in un moribondo, e si evidenzia una coincidenza tra il Primogenito morente (Figlio) e gli altri fratelli che lo imiteranno (figlio); ed ancora, che tutto ciò si attuerà attraverso la mediazione della Chiesa Madre eucaristica. In questo contesto le solennissime e scarne parole del Cristo, centrate sul termine genesiaco ‘Donna’ (colmo di teologia), non degradano a manifestazione di umana preoccupazione per il futuro di sua madre. La chiara coscienza che Gesù aveva della sua fine gli avrebbe permesso di regolare già da prima ogni cosa, senza ridursi all’ultimo momento. Trovare un discepolo sotto la croce, per affidargli quel compito, sarebbe stato molto improbabile, considerando che, percosso il pastore le pecore si sarebbero disperse. Ed egli lo sapeva.
Ma, se si rispettano contesto e parole, e se quell’anonimo discepolo diventa la sagoma del sacerdote eucaristico che, avanti alla Croce del suo Maestro, ha preso ormai coscienza dell’impegno ad un totale servizio, allora la dichiarazione di Gesù diventa un’ordinazione ed uno statuto. Costituisce nella funzione, e determina con chiarezza le relazioni fra il sacerdote e la Chiesa. La Chiesa è costituita matrice di sacerdozio. ‘Fallo tu’ aveva detto Gesù a Cana; e la Madre allora ordinò Presbiteri eucaristici quei Diaconi che si dichiararono disposti a versare la propria esistenza (acqua) nella morte (le idrie erano tombe), per risorgere come ‘acqua ardente’. E ciò facendo provocarono lo stupore di chi per primo aveva ricevuto l’incarico di presiedere la ‘Cena’ ed aveva fatto mancare il vino (Architriclinio come Eletto). Il sacerdote viene qui costituito servo e custode della Chiesa. Egli è l’uomo del ‘Boccone’, è il nuovo ‘Maestro di tavola’; che ha compreso di poter realizzare il suo servizio solo se si farà sacrificatore e vittima sacrificale; se imiterà quel Cristo Agnello di Dio che gli sta morendo davanti. Dentro e fuori la dimensione sacramentale, imitando il Cristo, egli dirà di sé: ‘prendete e mangiate questo è il mio corpo’; e si farà archetipo di tutti gli uomini che vorranno passare attraverso la morte per riguadagnare la propria anima, e ascendere alla divinità di Dio. Egli comprenderà, proprio contemplando il crocifisso, che nell’unica persona di Gesù si è consumato tutto il dolore del mondo; e che a lui non vien chiesto di conoscere la durezza dei chiodi, ma solo il profumo del pane e l’ebbrezza del vino eucaristici. In conclusione un passo superbo che: - riafferma la relazione immediata e senza mediazioni del cristiano con Dio; - esalta al tempo stesso la Maria-Chiesa come momento di mediazione, costitutiva di questa speciale, intima e libera relazione con Dio; - fonda sull’anonimato quell’umiltà che ha saputo far getto del proprio ‘Nome’ per affermare solo quello del Cristo. E qui se Pietro sta conservando il su ‘Nome’, Giuda comprende che il suo deve gettarlo nella morte. Giuda deve morire perché resti come il ‘discepolo amato’, come sacerdote.
c) Nella Resurrezione Nel racconto della resurrezione è presente ancora una volta la nostra espressione nella formula variata ‘on efilei o Iesous’ (Gv 20,2) quasi ad indicare (con la variante ‘fileo’) che inizia la nuova economia dell’eucarestia. Se la passione è stata partecipata solamente dal sacerdote, ora la resurrezione deve diventare patrimonio di tutti. E’ necessario dunque che siano presenti, colui che ha offerto il sacrificio (discepolo), e Pietro quale sintesi di tutta intera la universale comunità ecclesiale. Ed allora, stando insieme a Pietro (ovviamente chiamato anche Simone), il discepolo riceve la notizia dell’evento sbalorditivo da Maria Maddalena.[10] Il nostro discepolo corre insieme a Pietro. Un correre tutto teologico, nel quale egli, che ha vissuto l’esperienza della croce, naturalmente arriva per primo; ora guarda e vede il sepolcro vuoto ed ha la certezza che quell’Agnello morto è diventato invisibile Spirito. Il vangelo dice che ad entrare per primo in quel sepolcro è Simon Pietro e, solo dopo, entra anche il discepolo. Questa sequenza di tempi profetizza come gli ‘eletti’ (Giuda) sono più vicini all’evento della Resurrezione, ma non vi aderiscono subito. Ma dice anche che la Comunità (Pietro), per poter avere una propria esperienza della Resurrezione, deve diventare essa stessa il sepolcro di Cristo; cioè fuor di metafora farsi pane e vino da presentare come offerta al Signore. Pietro che entra nel sepolcro, è egli stesso, quale segno di unità della Chiesa, il sepolcro del Cristo. I gentili, anche se conosceranno più tardi questo evento, precederanno gli eletti nella fede perché saranno subito partecipi della dimensione animica (Sepolcro vuoto). Perciò saranno loro a costituire la Chiesa (che, non lo si ripete abbastanza, nasce greca) nella quale accoglieranno l’eletto convertito, il Saulo diventato Paolo, in una parola il Giuda diventato sacerdote eucaristico.
d) Dopo la Resurrezione Nel tempo che segue la resurrezione ‘ekeinos on egapa o Iesous’ (quello lì che Gesù amava) [11]si presenta come chi ha una maggiore capacità di discernimento religioso, dunque come Giuda sagoma degli eletti ‘che sanno’. Egli (Gv. 21,7) è infatti colui che identifica per primo il personaggio miracolosamente apparso sulla spiaggia: è il Signore dice; e Pietro allora, accolta questa rivelazione, si cinge (della sua anima e non certo della tunica di stoffa che lo avrebbe intralciato) e si getta nel mare simbolo delle Genti. Nella stessa scena (Gv. 21,20) viene chiarito che questo discepolo è lo stesso che si appoggiò al petto di Gesù e gli chiese "Chi ti consegna ?". Un richiamo per il lettore a riportare tutto nella Cena e identificare così il personaggio. Una frase sostanzialmente identica è attribuita, nel vangelo di Matteo, proprio a Giuda.
La storia del nostro anonimo personaggio si chiude con un passo altrettanto misterioso che sembra scivolare via come qualcosa di marginale e rappresenta invece a mio giudizio il sigillo finale sullo statuto consolare della Chiesa allora proprio costituita. Pietro (questa volta non è chiamato Simone), ricevuto il mandato a pascere gli agnelli, investito del potere pastorale per il quale egli è garante dell’unità delle molte chiese (case) edificate dai sacerdoti eucaristici, soffre la tentazione della primazialità e della esclusività. Rassomigliandosi a Cesare, che nelle sue mani regge l’unità del mondo, ed evocato dal nome del luogo, egli considera che nessuno dovrà limitare il suo potere o fargli ombra. C’è un nuovo popolo ed un nuovo capo, e tanto basta. Se nella Famiglia di Dio c’è lui come capo, come garante di unità, che senso ha un’altra autonoma funzione operante all’interno della Chiesa e che per di più ha il compito di edificarla? In che modo questo secondo soggetto dovrà mediarsi con lui? La tentazione profetizzata in questo passo è veramente terribile: svuotare praticamente di senso l’eucarestia, come madre della Chiesa, e trasformare quest’ultima in comunità, in istituzione governata da un potere regale. Torna così ad aleggiare sulla scena il fantasma di quel ‘popolo eletto’ governato solo da un Sommo Sacerdote e da un Sinedrio perché sia dimenticato quell’Agnello pasquale unico vindice di Vita e di libertà. [12] Letta in questa ottica diventa drammatica (e non svenevole) la reiterata domanda di Gesù che si rinnova nei secoli: “Pietro, mi ami tu più di costoro?”. Oppresso da questa tentazione, Pietro, che ha visto vicino al Signore non lui solo, ma anche il discepolo amato, che segue un po’ più dietro, entra in crisi. Egli non ha dimenticato che quel discepolo è stato investito di compiti che a lui non sono stati specificamente ed esclusivamente affidati: in particolare quello di ‘consegnare Gesù’, e quello di ‘custodirne la Madre’, cioè la Chiesa, come cosa sua propria. Ed allora, invece di godere della sequela Christi, egli si preoccupa della presenza dell’altro e ne chiede ragione a Gesù. Così io intendo la strana domanda rivolta al Signore: “E di lui?”; quasi a dire: tu mi hai costituito capo, ed ora devi precisarmi quale ruolo avrà questo discepolo che tu ami. Oppure, se si compita ‘outos d’eti’, la richiesta di Pietro diventa ancora più pressante: “Ancora lui?!” ancora l’eletto!? In altre parole: Perché Giuda viene ad interferire con la mia regalità sulla Chiesa?
Gesù non accetta la provocazione di Pietro. Non stabilisce gradazioni di potere e subordinazioni gerarchiche; egli ha di mira l’esercizio congiunto delle due funzioni: quella dell’unità che porta a perfezione e quella dell’eucarestia che costruisce il materiale vivo dell’unità. Egli ha già tutto chiarito dando un ‘nome’ a Simone e riservando a Giuda l’anonimato. Perciò, a seguire la versione corrente, gli risponde: “Se voglio che lui rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi". Quanto a me preferisco compitare: ‘E an’Auton telo menein. Eos ercomai, T. i pros se” e intendere: “Io voglio che egli resti costituito sull’Ardente. Egli, fino al mio ritorno, (è) per te la Perfezione ” cogliendo così un chiaro risvolto eucaristico in quel ‘Auton’ (derivato da ‘auo’= ardere) che rimanda alle specie consacrate (ardenti di Spirito), perfezione di unità per la Chiesa (pros se).
Pietro e Giuda colonne della Chiesa Recuperata all’interno della Chiesa, mediante la sagoma del ‘discepolo che Gesù amava’ la dialettica Pietro-Unità e Giuda-sacerdozio, si possono collegare fra loro, alla luce della sacerdotalità ‘in aeternum’, l’affidamento di Maria (Chiesa) al discepolo e del ministero di ‘pastore’ dei cristiani (greggi) a Pietro. Si delinea allora una complessa architettura ecclesiale: Maria, nella dimensione del sacrificio eucaristico che fonda la Chiesa, è affidata al sacerdote; Maria, nella sua unità di popolo ordinato in Chiese, è affidata a Pietro quale segno visibile e vivo della comunione e quale garanzia e sostegno della fede (e non della ‘spada’) che sorregge questa unità.[13] Tutto ciò getta luce su un’altra affermazione della teologia cattolica che, se pur solennemente ripetuta, non trova alcuna rispondenza nella prassi ecclesiale. Mi riferisco al fatto che la Chiesa si regga sugli apostoli Pietro e Paolo. Ed infatti, come già facevo notare, se Pietro è funzionante ancor oggi nel papato, Paolo è rimasto una figura storica del passato che merita solo entusiastici panegirici. Se tuttavia nell’apostolo Paolo si coglie la controfigura di quegli eletti (Giuda) che crocifissero il Signore e poi, pentiti, si fecero suoi vicari nel sacrificio della croce (discepoli amati), allora l’espressione assume una importanza eccezionale. Essa afferma infatti che colonne della Chiesa sono: - per un verso Paolo, cioè i sacerdoti (comune e ordinato), in una parola i Servi ministeriali ed il Popolo di Dio che si impegnano a proseguirne l’opera (si pensi, quanto al laicato alla vita religiosa in senso ampio); [14]- e dall’altro Pietro, segno di unità nella fede e quindi garante di essa e fonte di conforto nella verità essendo principio di unità del collegio dei XII (che perciò deve essere in comunione con lui).
Pietro e Giuda tra peccato e redenzione Colta la continuità teologica fra la sagoma di Giuda e quella del ‘discepolo amato’, si comprende che gli evangelisti hanno descritto peccato e redenzione gratuita proprio attraverso le sagoma di Simone e di Giuda. Pietro sperimenta il pentimento sotto la spinta di un gratuito avvertimento di Gesù: a) una previsione '‘Prima che il gallo canti..'’; b) un evento: il gallo veramente cantò. Ma, sotto la metafora il discorso è più profondo. Il pentimento di Pietro avverrà solo dopo la resurrezione quando ‘lo Sveglio che dà la sveglia’, cioè il Cristo risorto gli cambierà il cuore. [15] Giuda pecca, ma poi si pente e nella sua morte si assimila al grande maestro. Dunque: -unica e generale è la misericordia del Cristo che li abbraccia entrambi; - unica è la rivelazione: siate forti della vostra debolezza umana, legandovi con fiducia a Colui che vi ha visitato; - parità nell’amore: a Pietro viene affidato la missione dopo una sua protesta di amore; Giuda viene imboccato da Gesù come un bambino, e lo ricambia col bacio della pace; parità nella morte: una tradizione ecclesiastica afferma che Pietro morì crocifisso a testa in giù; Giuda ugualmente. Concludiamo così con una parola di misericordia questo tentativo di scoprire le radici scritturistiche del sacramento dell’ordine, sperando che in ogni sacerdote cresca la riconoscenza verso quel Dio che ci ha tanto amati. (fine file)
[1] Il passo è sapientemente strutturato. Letto in chiave eucaristica, rivela che l’unico autentico attore dell’Eucarestia è il Cristo che liberamente si consegna, e non il sacerdote che ‘viene e sta’, e solo materialmente consegna; anche se ‘sa’ il ‘ton topon’ che io intendo come ‘La perfetta linfa’, (ton T. opon), e quindi conosce il valore del suo ‘sangue-vita’.
[2] Ed infatti l’espressione ‘Sacrificami tuo figlio che è l’amato, che tu ami” rende Isacco figura del Cristo e del suo sacerdote; l’altra: “ Entrò Isacco nella tenda di sua madre ed amò Rebecca” allude scopertamente all’ingresso di Gesù nella Rivelazione del VT (tenda di Sara) dove si congiunge con la sua sposa (Chiesa). Quando poi si dice che “Isacco amò Esaù” si attesta che il Cristo sarà unito ai gentili nella Chiesa; e quando si afferma che “Rebecca amò Giacobbe” si profetizza l’amore che la Chiesa ‘Madre’ avrà per il sacerdote, il Giuda sotto la croce; ed infine l’espressione “Giacobbe amò Rachele” sta ad attestare che la comunità gentile accetterà il sacerdote straniero perché è da esso amata.
[3] Quando Isacco dice: “Portami (o Esaù) un cibo ‘come io lo amo’” sta indicando proprio l’agnello pasquale che diventa eucarestia preparata dalla Chiesa (Rebecca). Su questo ‘cibo’ si centrerà tutta la storia che segue; ed è proprio questo cibo che Gesù desidera e chiede ai discepoli di preparare. Esso è un cibo che “Il Padre ama grandemente”. Quando Rebecca prende ‘due agnelli’ (un pasto eccessivo per un solo commensale) per la cena che egli amava’ sta profetizzando che l’eucarestia è l’incontro fra due fratelli; è congiunzione di corpo ed anima che si offrono a Dio. Isacco “mangia e beve il vino”, immagine precisa della Cena fatta da Gesù; e poi dice a Giacobbe, creduto Esaù: “Accostati ed amami o figlio”. Una profezia su quella tensione amorosa che in Giovanni aleggia durante l’ultima cena. La conclusione sta in quel “E lo amò” che chiude il circolo e fissa il circuito in cui si muove il rapporto fra Gesù ed il suo sacerdote eucaristico. [4] Avverto subito il lettore che il termine ‘discepolo’ (Matetes) non è presente nella LXX se non in tre passi (Ger. 13,21; 20,11; 26 (46),9 ed anche in forma dubbia in quanto alcuni testi hanno ‘Machetes’ (combattente). E’ presente solo nei Vangeli e negli Atti e manca nei restanti libri. Il suo significato dunque non può dedursi, come per quasi tutte le parole del Nuovo testamento, dal come esso è stato usato dagli agiografi vetero testamentari. Bisogna ricavarlo o dal Greco corrente nel primo secolo d.C., oppure dall’insieme de contesti in cui è presente nei Vangeli. Ma anche qui la questione si complica e viene da pensare ad un termine del tutto generico e teologicamente poco significativo, in quanto esso è usato variamente. Abbiamo infatti ‘discepoli’ di Gesù, di Giovanni battista, di Paolo (Atti 9,25), dei Farisei (Mc.2,18 e Mt.22,16) ed infine di Mosè (Gv.9,28). E’ lecito a questo punto chiedersi perché mai il Vangelo abbia preferito questo termine senza tradizione scritturistica e quale è il suo significato teologico.
[5] Ho scomposto il termine rispettivamente come segue: a) ‘Moi atetos’ (teaomai); b) ‘Moi a-teta es’ dove ‘teta’ indica la ‘morte’ (Tanatos); questa lettera indicava i condannati a morte; c) ‘Mat’ eta es’ riferito a ‘Matos’ che indica l’apprendimento e la scienza ed ‘eta’ il numero ‘otto’ che rimanda alla eucarestia dell’ottavo giorno.
[6] A proposito di questi due importantissimi titoli a me pare che nel NT essi svolgono la funzione di identificare precise situazioni ecclesiali; ipotizzo anche che non furono presi a prestito dalla esperienza della prima Chiesa, ma furono fissati previamente proprio perché la Chiesa nascesse in un certo modo. Per questo motivo ne cerco il significato teologico non solo attraverso una indagine storica sulla Chiesa primitiva che potrebbe anche darmi indicazioni imprecise, dal momento che la Chiesa ha sempre sofferto deviazioni al suo interno, ma scavandone i fonemi. Così, ad esempio, I Diakonoi (diaconi) indicano coloro che sono stati costituiti sacramentalmente ‘servi’ della Chiesa, Eunuchi della ‘Regina di Dio’, della ‘Donna genesiaca’. Il termine, a mio giudizio, rimanda alla fondamentale consacrazione sacramentale che nella successiva esperienza ecclesiale assumerà il nome di ‘sacramento dell’Ordine’. Gli Episkopoi e i Presbuteroi (vescovi e sacerdoti) ne esprimeranno specifiche funzioni. Quanto a ‘Apostoloi’ e ‘Dodeka’ rinvio al par.III.
[7] ‘Onegapa’ indica ‘compiacimento e pena’ ‘One g’apa’ cioè una specie di ‘croce e delizia’; ancora: ‘che pazientemente egli sopportava come un Padre’ ‘On ega pa’; (invece che ‘da Padre’ si può intendere: ‘in qualche modo’ o ‘presso di sé’).
[8] Forse della cd. ‘verginità di Giovanni’, che tanto affascina i sessuofobi, può ipotizzarsi una origine diversa. Eliminato il ’sesso’ in quanto dimensione esistenziale, si può risalire al racconto genesiaco nel quale i progenitori, ancora nella loro dimensione animica, non sperimentavano i loro corpi, ma erano ‘come angeli nel cielo che non fanno da marito o da moglie’. Essi erano ‘vergini’ non nel senso che si privavano del sesso, ma perché erano nella pienezza della loro anima e del sesso non avevano alcun bisogno. Uno stato superiore che trascende ed ingloba quello inferiore. Ora il nostro personaggio ben poteva essere amato da Gesù, ma in quanto era ‘anima’, era cioè in quella situazione nella quale si trovano i sacerdoti quando compiono l’eucarestia. Questa qualità (di cui la castità attuale è un segno che purtroppo ha perduto se stesso) viene riferita a Giovanni attraverso un giro vizioso che non regge su alcun dato certo. Muovendomi sul piano letterario nel quale il dato certo viene fornito dal testo, io la riferisco alla sagoma del Discepolo amato che individuo nell’eletto, in Giuda e finanche in Giovanni se quest’ultimo viene assunto come ‘vocabolo’ e non come personaggio storico. Faccio notare che se ad es. si trova la sequenza fonematica IOANNEN tutti traducono ‘Giovanni’ e lo identificano con l’apostolo. Li invito a leggere ‘Ioan nen’ e si troveranno di fronte a ‘Una ruggine sconsiderata’ espressione che calza perfettamente all’eletto che da ferro forte si è fatto debole e si è coperto di sangue.
[9] Ricordo che Giuda è assente nella cena lucana nella quale domina la figura del traditore Simone. E' assente anche in Marco che mantiene il discorso sulle generali, in ordine al tradimento.
[10] Questa donna viene descritta nelle traduzioni correnti come una prostituta, mentre è in realtà una ‘pornè’, termine che inteso in senso teologico (così come nel Pentateuco ed in tutti i profeti) equivale ad idolatra e quindi a ‘gentile’. Saranno infatti i gentili i primi credere nella resurrezione di Gesù.
[11] Riutilizzando il verbo ‘agapao’ Giovanni chiarisce che la novità assoluta è l’eucarestia, mentre la posizione funzionale di Giuda e di Simone nella Chiesa appartiene all’evento Gesù. Come Davide egli ha costruito la ‘Basileia’, quella realtà che si può ambivalentemente leggere come ‘Regno’ e ‘regina’, cioè Chiesa.
[12] Una profezia che la Bibbia aveva anticipato. Nei libri storici il popolo non celebra mai la pasqua come fonte e ragione della propria speciale relazione con Dio. La pasqua è presente nella Bibbia solo come ritualità formalmente celebrata solo quattro volte.
[13] Pietro, come gli altri apostoli che sono uno per ogni singola tribù (fuor di metafora delle chiese particolari), è segno dell’unità di tutti i liberi fedeli di Cristo. Non è stato costituito per costituire la cintura legale di una folla amorfa. Perciò il potere disciplinare è del tutto marginale e strumentale alla comunione e non costituisce l’essenza del suo ministero. Una ipertrofia degli aspetti legali può giungere a nascondere e travisare questa sua altissima funzione ecclesiale.
[14] La vita religiosa viene esaltata come la forma più alta di risposta al Cristo, eppure trova solo uno spazio legale all’interno della struttura della Chiesa.
[15] Questa diversa collocazione della scena è giustificata dal fatto che ‘alektor’ in greco significa essenzialmente ‘colui che è sveglio e colui che dà la sveglia e tira giù dal letto (a-lektor).
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