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Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico Prime ipotesi e spunti di riflessione Sulle figure di Giuda e del ‘discepolo amato’
Par. VII Il Giuda ‘anonimo’ nei sinottici
Sommario -sagome anonime; Il cd. giovane ricco; il giovanetto dell’orto degli ulivi; l’anonimo di Emmaus; l’uomo che porta il vaso di acqua; altre sagome.
Sagome anonime L’uso del pensiero riflesso, degli universali astratti e delle argomentazioni puramente logiche, ha colonizzato la teologia biblica interrompendo il collegamento vitale col testo sacro che è redatto non in linguaggio naturale, ma nel metalinguaggio ieratico. Strumenti di tale linguaggio sono proprio l’omissione, il silenzio, l’anonimato, per cui ciò che viene taciuto è spesso più eloquente di quanto viene detto. Inoltre, nel linguaggio sacro la narrazione di eventi si trasforma in prospettazione di un modello astratto, sicché la cronaca si muta in discorso strettamente teologico. Proprio mentre fanno ‘cronaca’, gli evangelisti costruiscono forme puramente letterarie, libere da connotazioni spazio-temporali (storicità), cioè delle ‘sagome’ capaci di articolare un complesso e sotterraneo discorso teologico. Molti percorsi teologici si nascondono così al di sotto della narrazione. Ed allora i personaggi che, operando nella storia raccontata rivendicano per sé tratti di psicologia, quando vengono spogliati della loro dimensione umana, costituiscono vere e proprie sagome letterarie portatrici di una divina rivelazione. Queste ultime sono ricavate sia dalla Bibbia e dalla storia, e vanno identificate con precisione perché costituiscono come un alfabeto mediante il quale gli evangelisti espongono la struttura stessa della Chiesa.[1]
Ma l’anonimato, che già presentavo come un tacere molto eloquente, non solamente una categoria letteraria, in quanto può esprimere anche una forte valenza teologica. Dire ‘anonimo’ non significa solo che il personaggio non ha un nome nel racconto, ma che la sagoma su di lui costruita non deve avere un nome. Cercando questi ‘anonimi’ nei Sinottici, scopriamo che ve ne sono più di uno, e che per di più essi sono presenti in momenti decisivi della vicenda di Gesù; il che fa sospettare che siano stati così voluti per delineare la figura teologica del sacerdote eucaristico. Proverò ora a descriverne alcune che mi appaiono significative.
Il cd. ‘Giovane ricco’ Marco (10,17-31) racconta l’incontro di Gesù con il cd. ‘Giovane ricco’ che, come vedremo, potremmo chiamare anche ‘l’amato’. La presenza di questo racconto in tutti i sinottici e la sua collocazione in un momento decisivo della vicenda di Gesù, sono indizi certi dell’importanza del passo. Gesù è in marcia verso Gerusalemme, luogo del suo ‘transito’ al Padre in vista del quale istituirà il sacerdozio eucaristico. E’ un momento nel quale si situa il dramma del sacerdote che proviene dal Giudaismo (oggi diremmo: da una facoltà teologica). Egli che ha goduto del potere della Parola, che si è fatto maestro delle coscienze, che ha formulato sentenze sugli altri, si rende conto di dover dismettere tutto questo e invitare il prossimo a ‘mangiare il suo corpo’. Si rende poi conto che, richiamando il Cristo nel celebrare l’eucarestia (in tal senso intendo il vocabolo liturgico ‘anamnesis’), egli perderà la propria individualità, il proprio ‘nome’ per dare spazio a Lui. Ed allora, dovendo pagare questo prezzo, gli viene la tentazione di negarsi come divino commensale alla tavola dei poveri di questo mondo. Perché storpi, ciechi e mendichi furono invitati alla mensa di Dio. [2] All’inizio del suo viaggio, Gesù ha già chiarito che il matrimonio fra il sacerdote e la comunità è irresolubile in quanto (come Paolo chiarirà) esso esprime quello fra Cristo e la sua Chiesa. Successivamente ha consacrato dei ‘servi’ (e non dei bambini) imponendo loro le mani. Ora è tempo di chiarire il percorso che il discepolo deve fare per sposare la comunità e farsene servo, e così diventare il nuovo sacerdote. Per esprimere questo discorso l’evangelista mette in scena colui che Dio elesse come custode e banditore della sua Parola rivelata. Egli viene descritto come ‘slanciato sulla Via’ cioè esperto della Scrittura e come sacerdote secondo le antiche promesse. Marco lo contrassegna con un ‘Eis’ (= isolato, unico) presente nella formula usata per indicare Giuda (eis ton dodeka= uno dei dodici). Egli nutre rispetto verso la persona di Gesù; è un suo ammiratore, forse già un suo seguace. Infatti, nella sua dimensione di ‘eletto’, come Giuda nell’orto, egli interpella Gesù con il titolo di ‘Maestro’ (Rabbi); Egli avverte l’autorità ed il fascino della parola nuova di Gesù ed in qualche modo vorrebbe entrare nell’economia di quei ‘servi’ che ora sono stati consacrati. Ma, ad onta di queste buone disposizioni, gli fa paura proprio diventare ‘servo’ e cerca perciò di rivendicare la validità e l’autonomia della Via fino ad ora battuta; quella che gli ‘eletti’ hanno seguito fin ‘dalla loro giovinezza’. Alla luce di questo positivo passato, Gesù lo racchiude nel suo sguardo e lo ‘ama’. Ed all’amato ora rivolge l’invito a vendere tutto; ed in quel tutto c’è la sua stessa esistenza; ma ancor più c’è la potenza della divina Parola. Una proposta totalitaria ed autonoma. Ed infatti solo in seconda battuta egli aggiunge quel ‘dare ai poveri’ (si badi: senza complemento oggetto). Questa seconda proposta ipnotizza in genere il lettore e gli fa comprendere un ‘vendere per dare il ricavato’ ai bisognosi; meccanismo questo del tutto improbabile dal momento che si possono direttamente donare i beni da vendere senza questi passaggi del tutto antieconomici. La sagoma descrive dunque chi ha ancora paura di farsi ‘servo’; chi gli sta vicino a Gesù, ma non ha ancora compreso la nuova via che porta alla divinità (Eucarestia dell’ottavo giorno). Di chi ancora si pone, quale unico e limitato obiettivo, la propria perfezione individuale (essere virtuoso) sperando così di raggiungere quella ‘Vita eterna’ che non significa la divinità offerta da Gesù, ma la perfezione creaturale (animica) del paradiso terrestre, ‘settimo giorno’ di un creato che resta tale. [3] Il nostro ‘eletto’ (Giuda) crede di guadagnare la Vita eterna attraverso le ‘opere buone’ della Legge.
Ma torniamo su quel tratto suggestivo che è difficilmente comprensibile sul piano fattuale: è la reazione di Gesù riportata solamente da Marco: ‘lo guardò e lo amò’. Che dire? Certo di fedeli esecutori della Legge egli ne aveva incontrati molti, perché mai questo colpo di fulmine che resta isolato e mai più si ripete? E qui proprio, sullo sfondo della mia meditazione appare la sagoma giovannea di quel ‘discepolo che Gesù amva’. Proprio in forza di questa singolare reazione e dell’insegnamento che segue, il personaggio trascende la sua dimensione storica e quindi la sua specifica e storica individualità. Egli si traduce in sagoma di quel gruppo che il Cristo aveva eletto perché riportasse il mondo all’unità, ed al quale Gesù era stato aggregato mediante l’adozione operata da Giuseppe. Se si intende in questo senso l’evento narrato da Marco, il tutto diventa mirato e conseguente, e dotato altresì di una portata universale che eccede un singolo e privato consiglio.
Al ‘discepolo amato’, al popolo eletto di cui Giuda è eponimo, e il nostro uomo sagoma, viene rivelato il nuovo cammino: vendere tutto quello che si ha (il Cristo stesso) e dare ai poveri del mondo quanto ricavato dalla vendita e cioè la propria persona umanamente svuotata ma piena del Cristo. L’allontanarsi del ‘amato’ (così ora potremmo chiamarlo) diventa allora paradigmatica. Certamente è un rifiuto, ma non costituisce più una inappellabile scelta perché ardua è la via della Santità e può essere compresa solo se si guadagna il livello dell’anima (lavanda dei piedi). E’ sì un rifiuto (che profetizza quello di Giuda e di Simone), ma l’amore del Cristo non è un mutevole stato d’animo, ma un indefettibile legame che alla fine lo attrarrà a lui. Evidenzia così una realtà profondamente ambivalente, in quanto proprio chi è amato (e Cristo continuerà ad amarlo) può trasformarsi, da motivo di gioia, in causa di tormento. Questo proprio annuncia la formula giovannea: ‘che Gesù amava’; infatti, se compitata come ‘One g’apa’, rivela che quel discepolo era ‘gioia ed afflizione’ di Gesù. La sagoma che stiamo delineando comprende allora tutti i sacerdoti che riservano per sé la ricchezza della Rivelazione e della Grazia ricevute da Dio (la ‘borsa’ di Giuda); che inseguono un illusorio sogno di bontà personale, scissa dall’amore per il mondo e quindi dall’amore del Cristo, e sono ‘stupiti’ quando si sentono chiamati a dimenticare tutto ciò, compreso l’Isacco della Parola, per farsi servo di Vita agli altri. L’obiettivo della ‘perfezione personale’ perseguito come valore assoluto, viene qui svelato come il più luciferino degli egoismi perché ammanta di virtù l’egoismo, ed edifica subdolamente un altare all’idolo del proprio io. Si avverte l’eco dell’atteggiamento di Paolo, anche lui legato alla Legge fin dalla sua giovinezza, il quale vorrebbe diventare finanche ‘anatema a Cristo’ pur di guadagnargli l’umanità intera. La conclusione di v.22 conferma la mia esegesi. Traducendo liberamente e integrando il senso si ha: “Egli, stupito per come Gesù aveva considerato la ‘Legge’ (logos), si allontanò. Ed era irritato, come Caino, pr il fatto di non essere stato accettato, benché possessore di tanta ricchezza (Scrittura)”.
Il ‘Giovanetto’ dell’Orto degli ulivi Un secondo ‘innominato’ riferibile alla sagoma di Giuda è presente nell’orto degli ulivi, cioè in un altro decisivo momento. E’ il giovanetto ‘neaniskos tis’ (del solo Marco, 14,51.52) che seguiva Gesù portando una ‘sindone’ (cioè una veste leggerissima e trasparente) sul ‘nudo’, e che per sfuggire alla cattura lascia la sua sindone e corre via nudo. Nessuno può negare che Marco, così avaro di parole per fatti ben più importanti, avrebbe fatto bene a tacere su questo accadimento; in un ambiente licenzioso come quello ellenico esso, che nulla sembra aggiungere al messaggio teologico, poteva solamente dare adito ad interpretazioni licenziose. E non sono mancate. A mio giudizio la scena va invece letta con sensibilità teologica. Ed infatti la veste leggerissima (tale è la ‘Sindon’) simboleggia l’anima; e la connessa nudità (si pensi a quella dei progenitori) allude al corpo umano non più rivestito dall’anima. Inoltre, chiunque si fa socio del Cristo viene da lui in persona rivestito della propria anima (lavanda dei piedi).[4] Compresa in positivo, la scena avverte che il corpo materiale del sacerdote, reso alla sua nuda e carnale povertà, è destinato a sparire nelle tenebre della notte (morte), a diventare anonimo; e tuttavia tra gli uomini resterà presente la sua anima (sindone). Quanto a lui [5] In lui, ed ecco il valore dell’anonimato, non conta la dimensione storica ma solo quella animica; come il nostro giovinetto, la sua umanità passa e finisce nel buio. Il sacerdote è un’anima nella quale si incarna il Grande Liturgo e Mediatore per essere presente in mezzo ai suoi discepoli. Egli, quando consegna il Cristo, offre anche la sua anima (Sindone), sicchè con l’atto stesso del dare il Cristo, egli genera un figlio di grazia e diventa veramente ‘Padre’. Ha dato la sua vita vera, e ne ricava il cento di figli, messi non già al mondo, ma all’eternità Così, nella dimensione dell’anima, il vicario eucaristico partecipa anche alla passione del suo Maestro, visto che è la sua quella sindone rimasta nelle mani dei soldati. Ma, se si consegna malamente il Cristo, con esso, ad uno stesso destino di dolore, viene rapita anche l’anima del sacerdote che lo ha consegnato. Usando il termine ‘neaniskos’ che allude alla possibilità di diventare ‘splendido’ (neos) Marco chiarisce una seconda verità che si può anche spingere nella tenebra del nulla l’uomo che vicaria Gesù (il sacerdote), ma egli resterà pur sempre presente nello splendore dell’anima. Profetizza così l’indefettibile azione sacerdotale nella Chiesa. Ed ancora in un altro senso: se pure entra nel buio del peccato (morte), il sacerdote continuerà a rimanere unito al Cristo tutte le volte che eserciterà la sua funzione liturgica. Quella sindone infatti resta legata a Gesù ed al suo evento di morte e resurrezione.[6]
L’anonimo di Emmaus Un terzo ‘innominato’ si ritrova in Luca e precisamente nel racconto di Emmaus che descrive il primo evento eucaristico nella Chiesa nascente. Qui uno dei due viene indicato con precisione e chiamato Cleopa; l’altro invece resta in incognito. L’ipotesi che questo primo personaggio coincida con la sagoma di Giuda fonda sulla considerazione che come ho già detto, le ‘coppie’ di discepoli esprimono metaforicamente nei vangeli un che di strutturalmente ‘doppio’. Nel nostro caso la coppia allude ai due gradi dell’ordine sacro; quello della Parola (Cleopa-diacono) e quello del Sacrificio (anonimo-sacerdote eucaristico). [7]
E’ possibile così cogliere nel racconto lucano uno schema eucaristico: -la Parola viene espressa dal dialogo lungo la strada. Se non ci si lascia captare dal rivestimento letterario, si può intendere che lo Spirito di Gesù chiama alla meditazione e questa conduce alla Verità; ed ancora che la funzione sacerdotale della Parola ha come fine specifico quello di far conoscere il mistero del Cristo e non eventi storici o finezze letterarie o filologiche. -il Sacrificio, simbolizzato dallo spezzare il pane, è pedagogia per il sacerdote. Gesù poteva avanzare oltre la sera, ma, richiesto, si fermò. Così il sacerdote che deve saper entrare nella casa degli uomini per farsi loro divino commensale. E poi deve ‘sparire’, rientrando nel suo totale anonimato, senza far valere nel mondo il prestigio della funzione che ha svolto. -la Cena va cercata non solo a Emmaus, ma più tardi a Gerusalemme. A me pare che i due, durante la cena col Risorto hanno ricevuto un mandato-ordinazione, una trasmissione del potere a compiere quei gesti divini fino ad allora appartenuti a Gesù. Gesù disse a Giuda: “Quello che devi fare, fallo subito”, riferendosi proprio alla sua consegna a tutti gli uomini, e Giuda subito uscì. Qui c’è la stessa urgenza a compiere il mandato, sicché i due tornano immediatamente a Gerusalemme per celebrare l’eucarestia che hanno imparato a fare. E che essi abbiano celebrato l’eucarestia, lo deduco dal fatto che il Risorto si fece immediatamente presente, nella sua presenza eucaristica; ed ancora lo deduco dal fatto che ad attenderli c’erano gli ‘Undici’, un vocabolo questo messo intenzionalmente per indicare che mancava il sacerdote (eis ton dodeka), quel sacerdote che si nasconde sotto l’icona dei due viandanti (Diacono e Presbitero).
L’anonimo che ‘porta un vaso d’acqua’ Segnalato da tutti i sinottici, c’è poi un misterioso ed anonimo personaggio che verrà incontro ai discepoli mandati a preparare l’ultima pasqua di Gesù. Egli li condurrà in una casa altrettanto misteriosa, appartenente ad un anonimo proprietario. Un racconto questo veramente singolare che assomiglia ad una specie di ‘caccia al tesoro’ assolutamente improponibile. Che senso ha questa azione macchinosa, quando Gesù poteva più semplicemente indicare ai suoi discepoli la casa dove andare? Ed è meschino, per spiegare il tutto, rifugiarsi nel ‘miracolo’, Poiché, come io credo, proprio di fronte a queste incongruenze bisogna fermarsi e scavare, per trovare il tesoro nascosto nel campo, ho provato a ricompitare il testo. Credo allora di poter dire che esso rivela la futura azione dela sacerdote della Parola, quell’indottrinamento che sarà affidato nella Chiesa agli uomini della Legge, ai fedeli del mosaismo, ai Giuda, ai Saulo che si convertiranno. In Lc.22,10 io leggo allora: “Quando andrete nella Città (di Dio) vi verrà incontro un ‘Eletto-vaso-calice” (Antropos-keramion) che fa stillare (come manna dal cielo) un boccone di pane” (Stazon akolou) Mi suggestionano poi alcuni intuitivi riferimenti: - a Paolo chiamato ‘Vas electionis’ cioè ‘calice eletto’ di comunione; e che ‘solo questo sa’, che cioè Gesù costituì l’eucarestia mediante un ‘pane spezzato’ (akolos); - a Giuda che ‘preso il boccone’ si avviò nelle tenebre del mondo. Queste suggestioni strutturano una sagoma che orienta al sacerdote eucaristico, uomo della manna celeste (particola), uomo del calice, uomo esperto della Parola di Dio e quindi guida verso la casa del Signore del mondo. [8]
L’indagine potrebbe proseguire, ma ogni lavoro ha una sua economia. Ricorderò solamente, per fare ancora un esempio, l’idropico che non credo fosse affetto da cirrosi in fase ascitica, e che, letto come ‘i dropikos’ , indica proprio chi ha attitudine a diventare sacerdote. Suggerirò ancora al lettore interessato di cercare nei Vangeli i ‘tis’ e gli ‘eis’, ricordandoli che ‘eis’ a volte non significa ‘isolato, unico etc’ ma ‘primo’ (Protos). (fine file)
[1] Per far ciò bisogna evitare di mescolare insieme (come tutti siamo portati a fare istintualmente) la narrazione storica riferita a personaggi in carne ed ossa e dotati di razionalità e sentimenti, e le figure letterarie che invece si muovono in una dimensione strettamente teologica. Se le ‘sagome’ mutuano il nome da un personaggio della cronaca evangelica, non interagiscono con la loro storia; esse rappresentano autonomamente funzioni esistenti all’interno della Chiesa. Per intenderci, quando parliamo della sagoma di Giuda meditiamo sulla figura del sacerdote eucaristico che nulla a che vedere col personaggio storico di 2000 anni or sono. Pertanto cerchiamo solo ed unicamente ciò che Dio ha voluto comunicare e gli evangelisti hanno letterariamente esposto servendosi come metafora dei personaggi del racconto.
[2] Penso all’atteggiamento di tanti sacerdoti che diventano gelosi dei sacramenti e finanche dell’eucarestia e schermandosi dietro rubriche e norme disciplinari, dimenticano di essere dei servi che proprio quel ministero debbono attuare. [3] A mio giudizio va tenuta distinta la ‘vita eterna’ che si riferisce all’anima, che di per sé è libera dallo spazio e dal tempo, dalla Vita divina che fa della creatura un ‘creatore’, dell’uomo un Dio. Gesù attua la ‘redenzione’ del creato, cioè la sua ristrutturazione in ‘Cosmo’ ordinato; ma la perfezione della sua incarnazione consiste nell’offrire all’uomo la sua stessa divinità. Nel far ciò egli diventa il ‘Salvatore’, cioè colui che salva l’uomo dalla sua dimensione creaturale.
[4] L’anima dei progenitori costituiva il loro vero corpo, quello immateriale (ecco la Sindone), posto all’esterno di quello fisico che fungeva da ‘nocciolo’ duro. Se ne può recuperare l’immagine nelle più antiche icone dei santi. Dopo il peccato l’anima fu inglobata dal corpo e quindi ne divenne prigioniera, caricata della pesantezza della materia. Proprio questa situazione ha indotto a pensarla ‘dentro’. La nudità dell’anima non era vergognosa come quella del corpo fisico svestito dell’anima.
[5] Il termine usato dall’evangelista Marco è ‘Neaniskos’ che oltre a valere ‘servo’ e ‘giovinetto’ può essere anche compitato come ‘Nea an iskos’ e dire: ‘Ladro delle cose straordinarie dell’alto’, un riferimento abbastanza scoperta al Giuda ‘ladro’.
[6] Se si legge in negativo qui Marco annuncia forse che il peccato (originale) consiste proprio nell’abbandono del Cristo-Spirito. Il Giovanetto (tale non per età, ma per maturità spirituale) perde la sua anima per salvare il suo corpo. Dunque questa breve notazione marciana non tramanda ai posteri una nota di colore sulla quale si sono fatte ipotesi anche molto malevoli, ma esprime un giudizio su quanto avviene nell’orto: si sta consumando il grande peccato del rifiuto dello Spirito. Il termine ‘neaniskos’ oltre ad indicare un ‘giovanetto’ dice anche ‘servo’ (e l’Eletto è il servo di Dio’. Compitato come ‘Nea an iskos’ dice ‘Ladro delle cose straordinarie dell’alto’. Quest’ultima lettura rimanda proprio a Giuda che nel IV Vangelo viene chiamato ‘ladro’ ed evidentemente di quelle ‘rivelazioni’ che egli porta nei filatteri. Anche il talmud (bheresit rabbà) considera gli Eletti come predoni. Infine se ‘tis’ si compita ‘T.Is’ allude alla perfetta persona e cioè all’eletto.
[7] Compitando la sequenza fonematica ‘Cleopas’ si trova un riferimento al ministero sacerdotale; essa infatti dice (Cleo pas): “Ogni persona di buona fama” oppure “un buon servo”.
[8] In particolare mi colpisce il richiamo al ‘vaso’ che si può intendere anche come ‘boccale’ e quindi come tazza, calice da cui bere. E qui gioverebbe riflettere sul significato del ‘calice’ del sacerdote eucaristico, e sulla diversa natura di quello riferibile a Pietro. A me pare che mentre il calice del sacerdote si identifica con quello del Cristo e quindi raccoglie nella comunione divina le gocce sparse del mondo, il calice di Pietro rimanda ad una unione che di per sé non eccede la ‘comunità’ visibile. Esso certamente ha anche valore di ‘comunione’, ma solo in quanto mutua questa dimensione dalla eucarestia. Di qui la necessità che Pietro abbia il potere di celebrare l’eucarestia, sicchè un laico, se eletto Papa, deve essere ordinato.
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