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Per una teologia biblica del sacerdote eucaristicoPrime ipotesi e spunti di riflessionesulle figure di Giuda e del ‘Discepolo amato’
Par. VI \bGiuda nelle altre vicende- Mc. Lc. Gv. Atti
Sommario: a) il Giuda di Marco; b) il Giuda di Luca; c) il Giuda di Giovanni; Giuda negli ‘Atti’.
B ) Il Giuda di MarcoNel vangelo di Marco la figura di Giuda è poverissima, ma sempre anfibia. In 3,19 egli è citato come uno dei dodici; in 14,10 si accorda con i sacerdoti; in 14,43 è presente all’arresto di Gesù. [1] Ma anche Marco riserva a Giuda una sottolineatura nascosta sotto un anonimato. Ed infatti ai vv. 14,51.52 mette in scena una figura misteriosa che ha intrigato i letterati e prodotto ipotesi anche stravaganti: è un giovanetto ‘neaniskos tis’ che, chissà per quali motivi, in una notte che non poteva non essere fredda, è tutto nudo e si copre solo con una ‘sindone’. Quando tentano di catturarlo, perché evidentemente appartiene al gruppo di Gesù, afferrandolo per l’abito, egli lo lascia nelle loro mani e fugge via nudo. Non c’è un motivo valido perché Marco, in un contesto tanto drammatico, invece di descrivere la fuga dei discepoli contro i quali era logico che si accanissero i soldati, faccia memoria di questo evento che nulla aggiunge alla cattura di Gesù e che, ad un lettore romano o greco, poteva solo apparire come qualcosa di equivoco. Chi è questo giovane, se di ‘giovane’ si tratta? Che relazioni aveva con Gesù? Era forse uno di quelli che ‘dormiva’? Come appresso chiarirò, trattando degli altri anonimi del vangelo, io identifico questo ‘giovane’ con la sagoma sacerdotale di Giuda, colui cioè che ‘può diventare splendido’ (neaniskos).
C ) Il Giuda della Passione di Luca Quanto alla scena della Cena essa, nella redazione lucana, presenta non poche difficoltà.[2] Ma da una mia ricompitazione del testo (che ometto per brevità), mi è parso di poter recuperare anche qui una vera e propria ordinazione sacerdotale. C’è poi la cd. ‘Agonia’ dell’orto e l’angelo che viene a confortare Gesù, una creatura che viene a sostenere il suo Creatore. Una situazione tanto improponibile da convincere molti copisti ad espungerla dai loro codici. Eppure quei versetti si collocano perfettamente in una lettura sacerdotale della pericope. In breve: a compimento della sua vicenda mortale, Gesù prega il Padre non già di allontanare la sua morte, che al contrario egli desidera per ritornare a lui, né è spaventato dalle modalità del suo passaggio (una passione in luogo di una serena dormitio); egli prega piuttosto il Padre per l’umanità, e chiede che dopo la sua partenza il calice della comunione sia imbandito anche dopo di lui. Che cioè sia dato ad un sacerdote la possibilità di celebrare nell’eucarestia la sua presenza nel mondo. Ciò fatto egli affronta la sua morte che viene simboleggiata proprio dall’angelo che non viene a confortarlo, ma a far violenza (eniskuo) sopra di lui. Egli dunque muore, e perciò Luca lo descrive con il sangue solidificato in trombi. Poi risorge (anistemi), e invita i discepoli a seguirlo nella Chiesa dove il sacerdote eucaristico sarà il calice vivente della comunione, e Pietro la significherà nella visibilità del mondo.[3]
Molto significativo è poi l’incontro fra Giuda e Gesù nell’orto (v.22,47-53). Privo di qualsivoglia nota drammatica, il rapporto fra i due sembra collocarsi in una dimensione che direi quasi di concertazione e di affettuosità. E se il lettore medio lo colora di toni drammatici (per altro non reperibili nel testo), ciò dipende dal suo proiettarsi in avanti all’epilogo del Golgota, considerato nei suoi brutali e tragici aspetti umani. Gesù chiama Giuda ‘amico’, e questi di rimando lo qualifica ‘Maestro’, sicché aleggia una qual forma di connivenza, quasi di tacito accordo in ordine a quello che deve accadere. Per di più i discepoli, che dovrebbero sapere del tradimento (se così vien letta la cena), vedendo Giuda alla testa dei soldati, avrebbero dovuto avere almeno una reazione di disprezzo verso il traditore. Ma non c’è nulla di tutto ciò. Anche il colpo di spada, restando isolato e inspiegabilmente improduttivo di reazione da parte dei soldati, assume più un significato rituale che bellico. E’ incredibile infatti che un gruppo di soldati mandati a catturare un sovversivo, restino indifferenti quando si rendono conto che i seguaci di quel ribelle sono armati, e ancor più quando vedono che uno del loro gruppo viene colpito con un fendente mortale alla testa, che solo per puro caso gli amputa solamente un orecchio. Un altro dato significativo è costituito dall’anonimato che nel vangelo di Luca (come negli altri Sinottici) copre i due personaggi dello scontro. Eppure sarebbe stato facile sia dire il nome del ferito, considerando che il colpo di spada escinde l’orecchio non ad ‘un’, ma ‘al’ servo del Sommo sacerdote, cioè ad un soggetto identificato; sia del suo feritore, ben noto in quanto membro del gruppo di Gesù. Perché tacere questi nomi che Giovanni invece riporta? Ogni ipotesi è a questo punto lecita.
Molto suggestivo è il successivo gesto di Gesù, cioè quel ‘toccare l’orecchio e sanarlo’, anche considerando che la precisazione ‘quello destro’ non è frutto di scrupolo cronachistico, ma chiara indicazione di un ‘ascoltare positivo’. Noto innanzi tutto che non si coordinano fra loro l’escissione dell’orecchio e una guarigione che si attua toccando l’orecchio asportato; né si comprende perché, dopo questa eclatante prova di forza, la reazione dei discepoli, che pure dovevano sentirsi garantiti da un così grande e potente capo, sia proprio la fuga. Il comportamento dei soldati è altrettanto inspiegabile: essi infatti restano insensibili, come degli automi, avanti all’evento miracoloso che doveva impaurirli e meravigliarli perché, oltre tutto, aveva beneficato uno di loro. Su questo punto ritorneremo, esaminando il vangelo di Giovanni. Ma sin da ora avanzo l’ipotesi che in questo episodio, all’apparenza marginale, si nasconde una via esegetica. Quello scontro, fra il discepolo ed il servo del Sommo sacerdote, credo faccia parte di una catechesi sull’esercizio del ministero Pietrino verso i sacerdoti.[4]
Altro dato più singolare riguarda la composizione del gruppo dei soldati. In Matteo, sembra quasi che per catturare Gesù si siano convocati gli ‘stati generali’ perché tutti contribuissero alla ‘crociata’ contro Gesù. Matteo dice infatti che era presente una grande folla di manipoli federati (armati con spade e bastoni) inviati dai Sommi Sacerdoti, dai Capitani del Tempio e dagli Anziani. E già vien da pensare che questa coalizione era veramente un po’ eccessiva per catturare un uomo, seppure circondato dai suoi. Luca è ancora più storicamente incredibile perché (22,52) afferma che nella folla erano presenti personalmente i Capitani, i Sacerdoti e gli Anziani. Una specie di battaglia di Lepanto, con i Grandi a comandare le loro galere. Ma, con grande finezza letteraria, Luca non ha scritto che essi, con i loro soldati, costituivano la folla, bensì che Gesù si rivolse ad essi; così facendo, egli suggerisce ad un lettore attento di non considerare il passo come mera cronaca, ma di meditarlo in chiave teologica dando rilevanza specifica al ‘dialogo’. In questa ottica, non sorprende allora la teatralità dell’intervento di Gesù che, mentre è ancora libero, prima blocca l’azione dei suoi dicendo ‘smettetela’, e poi, ad un gruppo immobile e quasi rincretinito, rivolge un breve ma articolato discorso, prima di andare via con loro. E viene da chiedersi se egli parlò da catturato o da capo, visto che nella narrazione che segue non sono compiuti su di lui atti di violenza, ma solo gesti di irrisione. Suggestivo, in questo senso, è il contenuto di questo colloquio ‘ad alto livello’? Io, dice Gesù, ho insegnato nel tempio; io sono la Parola di Dio che si è accostata a voi nel tempio della sua (e quindi mia) ‘Presenza’, e voi non mi avete ‘preso’, cioè accettato. Ora con violenza volete catturarmi come ‘pane consacrato’, come eucarestia. Ma perché volete far violenza, se io stesso liberamente mi consegno a voi? “Neppure voi dovete conquistarmi con la violenza, strappandomi a qualcuno; io sono eucarestia che sta sempre nel tempio e voi dovete solo stendere la mano per farla vostra ”. Una allusione alle due dimensioni dell’eucarestia, quelle che nel suo vangelo Giovanni affida allo strano passare da una posizione di forza, espressa nel gettare a terra i soldati, ad una di totale debolezza, che si manifesta nel lasciarsi condurre alla passione.
D ) Il Giuda di Giovanni Nel racconto dell’Unzione di Betania (12,4), l’evangelista fa entrare in scena Giuda e lo indica non come ‘Giuda Iscariota’, ma Apo Karuotou, espressione complessa e di per sé intraducibile, alla quale già abbiamo fatto cenno. Con un frasario ridondante e non certo stilisticamente apprezzabile, Giovanni (secondo una mia traduzione) prosegue: “Dice Giuda Iscariota uno dei discepoli di lui, quello che era sul punto di consegnarlo: Perché questo unguento non è stato commerciato per trecento denari e dato ai poveri? Disse questo non perché gli interessavano i poveri, ma perché era ladro e, avendo la cassa, valorizzava i rifiuti”. Dunque Giuda viene qualificato come tesoriere del gruppo; ma di quale tesoro? Di semplice danaro o della Rivelazione (di Gesù)? Viene poi qualificato come un ‘ladro’, un ‘fraudolento’[5] e tutto sembra coerente a delineare una individuale immagine negativa. Ma, salvo il senso deducibile da una diversa compitazione (suggerita dalla concentrazione nel testo di ben 7 ‘X’), la versione ora riportata assume un diverso significato se solo si cambia la punteggiatura leggendo: ‘Perché questo unguento (di consacrazione) non è stato messo in commercio e dato ai poveri al prezzo di trecento danari?’. La proposta di Giuda allora non rappresenta più un evento isolato, riconducibile ad una sua personale e storica venalità, ma costituisce l’icona profetica del commercio (nella Chiesa) di ciò che invece va donato e cioè il Cristo. Un tratto negativo quindi, non del personaggio storico, che a noi non interessa per niente, ma dell’esercizio (ancora attuale) della funzione sacerdotale.
La cena Nel cap. XIII viene narrata una cena che Giovanni è attento a distinguere da quella ‘dei Giudei’, che sarebbe stata celebrata solo successivamente; una precisazione che consente di individuare nella prima quella biblica, quella cioè che Abramo, figura dell’uomo di questa terra, imbandì a Dio nel querceto di Mamre, e che originò la nascita del mistico Isacco. Dicendo ‘pasqua dei Giudei’ Giovanni suggerisce qualcosa di molto importante che poco viene rilevato. Egli non considera la festività che seguirà dopo qualche giorno, come il sacramento voluto da Dio. La pasqua celebrata dai Giudei, pur conservandone il nome, non è quella dell’Esodo, che profetizzava il futuro e vero Agnello portatore di vita; non è quella prescritta da Mosè, bensì una ritualità sociale che si vanta del suo nome, ma in pratica non ne esprime il primitivo valore profetico.[6] Giovanni prospetta così tre eventi al lettore: la cena dei gentili nel quale il Cristo si fa commensale degli uomini (ultima cena); la pasqua dei giudei come festività socio-religiosa di cui solo indirettamente si parla nel racconto; la pasqua del vero Agnello, stabilita da Mosè, che Gesù in persona, morendo in croce, celebrerà sulla propria persona, contrapponendola a quella dei Giudei. Questa precisazione permette di comprendere perché la ritualità dell’agnello pasquale sia stata immediatamente abbandonata dalla Chiesa; e perché la Passione-Pasqua di Gesù, cioè la sua morte, non coincida temporalmente con quella che sarebbe stata celebrata in quei giorni dai Giudei.
La lavanda dei piedi La lavanda dei piedi, costituisce il portale della passione e Giovanni (13,1) fissa subito il significato fondamentale di questo grande evento. Egli chiarisce infatti che: “Prima della festa della Pasqua, sapendo Gesù che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, amando i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla perfezione”. Questo testo, nella predicazione corrente, viene letto riduttivamente come offerta da parte di Gesù della sua morte per la salvezza degli uomini, e come espressione di un suo slancio emozionale. A me pare che il tema teologico sia invece ben più ampio. In primo luogo il testo avverte che la morte di Gesù andrà intesa non in termini unicamente mondani, ma come ‘passaggio al Padre’ e quindi come evoluzione dalla situazione corporea verso quella animica per giungere infine alla pienezza della divinità. A questa sua perfezione finale (telos) Gesù vuole che partecipino coloro che egli ama, e perciò, volendoli amare anche per il tempo nel quale non sarà più presente in questa terra, struttura per essi una forma nuova di incarnazione: l’Eucarestia. Una verità che Luca aveva annunciato nella parabola del fattore infedele che desiderava, dopo la dismissione del suo ufficio di ‘economo’, di essere accolto nelle case degli uomini ed in particolare di quelli debitori verso Dio. Per garantire allora una indefettibile eucarestia, egli costituisce un indefettibile sacerdote che opererà, al di là delle sue capacità umane, come sua viva incarnazione. Che sarà presente nella Chiesa, come Gesù lo è stato fra i suoi discepoli ‘della Parola’. Nel fonema greco ‘Ora’, Giovanni nasconde questa verità. Esso infatti, compitato come ‘or a’, dice proprio ‘la sua sposa’, cioè la Chiesa. Questa sua presenza, attraverso un vicario (Agnello) e le specie eucaristiche (Cena), non avrà più una dimensione meramente mondana, ma nell’eucarestia si manifesterà essenzialmente sul piano animico. E’ necessario pertanto segnalare ai discepoli questo mutamento di stato, e mostrare come esso sia raggiungibile, pur restando nella dimensione dell’esistenza. Per questo Gesù attua la lavanda dei piedi. Non aveva senso lavare quei piedi che i discepoli avrebbero insudiciato subito dopo, poggiandoli sul pavimento. Il gesto voleva invece indicare che l’uomo, se è aiutato dal Cristo (e poi dal suo vicario) si può sollevare da terra e scuotere dai piedi la polvere della terra. Gesù, lavandoli, sollevava da terra i suoi discepoli e in questa nuova dimensione pronunciava i suoi discorsi, compreso quello con Giuda. La lavanda dei piedi è dunque l’inaugurazione della Chiesa delle anime, e rivela che in quella dimensione va esercitata la funzione sacerdotale. Solo l’anima è in grado di ascoltare la Parola Nuova della Santità che per orecchie umane è solo follia. Per questo nella Chiesa è rimasto il segno di intingere la mano nell’acqua benedetta entrando nel tempio. Il recupero della dimensione animica chiariva che nel sacerdozio si sommano gli aspetti del morire e del risorgere come anima, come quel vino che l’evangelista aveva profetizzato nell’episodio di Cana di Galilea. In questa ottica va sottolineato un tratto del nostro racconto: fra i dodici era presente, insieme agli altri, anche Giuda, ed a lui, come a tutti, Gesù lavò i piedi. Ciò fa riflettere che questa operazione, che pure proviene da Gesù, non trasforma i soggetti che ne godono; attingere il livello dell’anima non rende impeccabili. Tutti infatti, e non solo Giuda, lo rifiuteranno, scappando, rinnegandolo, o consegnandolo. Ed allora la frase che segue: ‘E voi siete mondi ma non tutti’ ad onta delle precisazione che la contornano, mal si adatta al solo Giuda. Simone infatti rinnegherà Gesù e gli altri scapperanno via.
Osserviamo attentamente il testo di v. 2: “ E mentre c’era la cena, avendo il diavolo gettato nel cuore che Giuda di Simone Iscariota consegnasse lui,....(Gesù) si levò dal sonno (egheiro)...” . Esso sembra separare immediatamente Giuda dagli altri, dimenticando che il diavolo, se c’è, sta anche per entrare nel cuore di tutti e specie di Simone il rinnegato. Ed allora le ipotesi sono due: o l’affermazione di Gesù deve intendersi diretta contro la sagoma del futuro sacerdote, e rivela che egli sarà continuamente tentato dal mondo (non a caso si chiama ‘secolare’); oppure c’è un ‘diabolos’ tutto particolare per Giuda; ed allora viene da pensare che forse questo fonema greco non indica nulla di demoniaco, ma si riferisce ad un interlocutore che si confronta solo con Giuda. E questo interlocutore, nel racconto, è proprio Gesù. In questo ambivalente fonema, si nasconde allora la persona stessa di Gesù che è ‘due volte bambino’ (Di-abolos) e che ha mosso il cuore di Giuda, orientandolo verso il sacerdozio nella Chiesa. Ovviamente in tal caso il bambino di che trattasi è proprio quello che può ‘entrare nel regno dei cieli’.
Qualcuno potrebbe obiettare che, per strana che sia questa separazione, essa è confermata nel verso 11 nel quale si attesta , con riferimento a Giuda: “E voi siete mondi, ma non tutti. Sapeva infatti chi lo consegnava. Per questo disse: Non tutti siete mondi.” Ma, considerando che non era mondo proprio nessuno ed in particolare Simone, la speciale menzione per chi lo avrebbe ‘consegnato’ conferma che il sacerdote eucaristico può finanche essere peccatore, ma questo non gli impedirà di consegnare il Cristo che egli ha incarnato nella sua eucarestia.
Un altro dato che mi fa riflettere è l’atteggiamento psicologico di Gesù (13,26) nel momento della rivelazione del cd. ‘tradimento’. Scrive Giovanni che Gesù ‘si commosse nell’animo’ (etaraxte to pneumati) situazione ben più significativa di un mero stato psicologico in quanto collegata con Spirito (che intendo in senso eminente e non come atteggiamento psicologico). Il verbo infatti indica uno stato di grande agitazione, un qualcosa che prelude non ad una rivelazione di fatti terreni (per quanto importanti), ma ad un evento al quale partecipa anche lo Spirito. In altre parole mi chiedo: Gesù sta annunciando quella morte che già più volte aveva pronosticato ed ora è spaventato per la sua imminenza? oppure egli sta rivelando ai discepoli il grande mistero della sua futura ed eterna presenza eucaristica nel mondo, attraverso il ministero di un suo vicario? Osserviamo la frase detta da Gesù a v.21; essa comincia con un “Eis (e non tis) ecs umon paradosei me’ che tradurrei: ‘L’unico, l’isolato tra voi, mi consegnerà’. I discepoli si guardano fra di loro non sapendo a chi egli si sta rivolgendo. Giovanni prosegue: “C’era, disteso, l’unico fra i suoi discepoli (‘eis ecs ton mateton autou’) (la solita ridondanza) nel seno (o nel piatto cupo) di Gesù, come colui che il Gesù amava.” E qui, con quella strana vicinanza che già abbiamo rimarcato, entra subito in scena il nome del secondo traditore e cioè Simone. Annota infatti Giovanni: “Gli fa cenno allora Simon Pietro (evidentemente lontano, ma interessato a guadagnarsi quel privilegio) di informarsi chi fosse quello del quale parlava. Abbassandosi quello così sul petto di Gesù dice a lui: Signore chi è? Risponde Gesù : E’ quello per il quale intingerò un boccone e glie lo darò. E, intinto il boccone, lo prende e lo da a Giuda di Simone Iscariota.” La situazione descritta esprime una chiara dialettica fra Pietro (non a caso chiamato anche col suo nome mondano di Simone) e colui che viene investito della funzione di ‘Consegnatore’, cioè di sacerdote eucaristico. Dialettica che si riproporrà dopo la resurrezione sulla riva del lago di Tiberiade. Mostra inoltre che sia il ‘discepolo amato’, sia Giuda sono vicinissimi a Gesù tant’è che il primo lo tocca fisicamente e l’altro è al massimo a distanza di un braccio, visto che Gesù lo imbocca. Questo fatto, in mancanza di qualsiasi espressa relazione fra i due, intesi come due distinti soggetti (gli evangeli tacciono su ciò), non impedisce di considerarli (sul pieno strettamente teologico) un unico personaggio in progressione, così come vado ipotizzando. Solo Giovanni narra poi che, dopo aver preso il ‘boccone intinto’ (quindi la cena era giunta fino al vino del calice di comunione), Giuda, che dunque vi aveva partecipato, uscì fuori per incontrarsi con le guardie del sommo sacerdote; e ciò al fine di permettere la cattura di Gesù; oppure, leggendo teologicamente, per consegnare ai soldati di Cristo la sua viva presenza eucaristica. Ma prima completa la sua narrazione mostrando che la tentazione (Satan) ha inizio proprio quando Giuda ha nella sua disponibilità il ‘corpo di Cristo’ nella forma del boccone di pane intinto. “ E dopo questo boccone entrò in lui Satana. Gesù allora gli dice: Quello che fai fallo presto. Nessuno di commensali capì perché gli avesse detto questo. Alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la borsa, Gesù gli dicesse: Compra quello che ci occorre per la festa o di dare qualche cosa ai poveri. Ricevuto così il boccone quello uscì subito, ed era notte.” Quest’ultimo passaggio non riesco proprio a collocarlo nella cronaca di una serata passata da Gesù con i suoi discepoli. Una prima dissonanza sta proprio in quell’andare ‘a comprare’ che appare del tutto sfasato in quanto era notte. Trovo poi che quell’urgenza, che si avverte nella frase ‘fallo presto’, sta molto meglio sulle labbra di chi sta tornando al Padre; di chi sta abbandonando la sua corporeità per entrare nella dimensione dell’anima e poi nella sua divinità; di chi, prima di partire tenta disperatamente una comunione con la parte dell’umanità dissenziente e cioè quella Tribù di Giuda (eletti) che si esprime nella sagoma di Giuda; e non già di chi è alle soglie di un orrenda passione. Ciò che bruciava il cuore di Gesù non era certo la sua morte, ma la salvezza del mondo. Giuda-sacerdote era il completamento dell’opera; era colui che doveva consegnarlo al mondo; era colui che avrebbe tentato per l’ultima volta di realizzare un incontro pacifico con l’eletto. E l’eletto era proprio lui, Giuda, sagoma della sua tribù. Perciò nel suo intimo, come in ogni sacerdote dell’eucarestia, si sarebbe scatenato il dilemma: servire od essere servito; unire o separare; sciogliere o legare in unità. Eccolo il ‘Satan’ che entra i lui e diventa il leit motiv della storia futura, a cominciare da quelle fredde ore di passione di Gesù. E gli altri, che non capiscono, diventano icona profetica di coloro che non riescono a intendere il mistero del sacerdozio ed in esso notano solo la ricchezza della borsa colma di divina sapienza, la funzione di provveditore per la festa, e l’azione volta a lenire le pene corporali del mondo. Nessuno riesce a comprendere che il sacerdote ha una sola funzione ‘consegnare il Cristo’, offrire la Vita.
Nell’orto Nella scena dell’orto (Giov.18,10) l’affollarsi di tante ‘X’ e di tanti ‘Ego-Eimi’ lascia presumere che la verità del testo andrebbe cercata in una compitazione che isoli questi termini di per sé molto sigificativi, per recuperare un senso nuovo al discorso. Ma al momento cerchiamo nel testo corrente. C’è ‘Simone certamente quale Pietro’ (‘oun Petros’) a ferire il servo del sommo sacerdote di cui viene ricordato il nome: Malxos. Ora, se questo fonema viene compitato come ‘mal X. os’, esso allude con chiarezza alla figura di un sacerdote eucaristico. Ed infatti (‘mal’ come radice di malon) lascia intendere. ‘Capo del gregge di Cristo’ o ‘frutto del Cristo’. Proviamo allora ad ipotizzare che qui Giovanni metta sulle labbra di Gesù una catechesi sull’esercizio della funzione Pietrina rivolta ai sacerdoti. In tal caso, il fonema ‘Malxos’ servirebbe a nascondere proprio quel Giuda-sacerdote che sta di traverso a Simone perché fa ombra alla sua visibile e malintesa regalità. Il testo assumerebbe allora la forza della profezia: il capo visibile della chiesa visibile vorrebbe escludere dall’ascolto diretto della Parola di Dio (ispirazione) i sacerdoti eucaristici, per poter disporre egli solo di questo dono divino. Anche nella finale del IV Vangelo Pietro tende ad escludere ‘il discepolo che Gesù amava’ (identificabile con Giuda-sacerdote). Il testo profetizzerebbe allora una tensione fra Pietro e Giuda, fra il Principio di unità e il Servo della Chiesa eucaristica, fra Pietro-Paolo, fra sacerdozio e papato. E oggetto del contendere sarebbe proprio l’orecchio cioè l’ascolto ed in particolare il buon ascolto, essendo l’orecchio quello ‘destro’.
Dunque, con il suo gesto autoritario (colpo di una spada che ricorda quella di Paolo) Simone (il nome dice la dimensione mondana), quale Pietro (cioè quale Pastore Universale), esclude dalla comunione ecclesiale (cioè vieta l’ascolto) il sacerdote eucaristico.[7] Gesù rivela che questo modo di esercitare il ministero pietrino è una prevaricazione; essa va rimarcata, perché non si avveri anche nel futuro. Io, dice Gesù, potrei agire in questo modo e non lo faccio; tanto meno lo devi fare tu che sei al mio posto come segno di unità. Ciò detto, passa ad un segno concreto che restaura la situazione. E, nei sinottici, riprende i suoi dicendo: “Eravate a questo punto” cioè voi eravate operatori di divisione e non di unità; in Giovanni, annuncia che il calice della divina unità, che va bevuto per conseguirla, presuppone la totale dimenticanza di sé nella morte; che la divinità sta proprio nel ‘sepolcro’ (Teke).
D) Perché Giuda negli ‘Atti degli Apostoli’ viene sostituito ? Riprendiamo ora a riflettere sulla morte di Giuda, meditando il passo degli ‘Atti’ che narra della sua sostituzione e che non collima con la narrazione dei sinottici. Il profilo che nel testo di Atti considero più intrigante, attiene alla finalità sottesa al discorso di Pietro ed alla susseguente sostituzione di Giuda con Mattia. In altre parole mi chiedo: perché ed in che senso Giuda viene sostituito? E’ sostituito perché è traditore? O perché ‘è scomparso’ come con espressione ambigua afferma il testo greco?
Dalla narrazione non si può ricavare che Giuda sia stato sostituito perché aveva tradito Gesù. Inoltre, il fatto che egli abbia acquistato un campo con i trenta danari, e che questo si guadagnò nel popolino un certo nome, indica che Giuda morì (se morì) diverso tempo dopo e quindi fu almeno compresente alla Chiesa delle origini. Ancora, non è chiaro perché l’agiografo rifugga dal dire espressamente che Giuda morì, ma usa una strana frase: ‘Si avviò al suo posto’ che fa pensare anche ad un suo allontanarsi per altre terre, o meglio ancora, all’essersi centrato nella sua specifica funzione di sacerdote; o ad entrambe le cose. Sta di fatto poi che, nel discorso di Pietro, la motivazione della sua sostituzione viene collegata in qualche modo alle sue funzioni; e queste si possono intendere, o in astratto, o come concretamente esercitate nella comunità dei fedeli, ed ora carenti per la sua assenza. A tal uopo bisogna ricordare che Giuda è ‘uno dei XII’, ed è anche colui che ‘consegna’ Gesù’, espressione quest’ultima che abbiamo proposto di considerare equivalente a ‘sacerdote eucaristico’. Ed ancora va sottolineato che la sostituzione di Giuda, o (leggendo diversamente) l’isolamento della sua posizione funzionale avviene in uno specifico contesto ecclesiale; e che l’evento è considerato tanto importante da esigere un apposito capitolo di ‘Atti’. Bisogna infine considerare che la dichiarata necessità di reintegrare il collegio (in dodici membri) e le modalità di tale atto contrastano con la successiva prassi ecclesiastica che non ha mai tenuto conto del numero ‘dodici’, e non ha mai seguito il criterio del sorteggio.
Considerando quest’ultimo punto, rilevo che questo procedimento non mi risulta sia stato mai più applicato nella Chiesa primitiva; quando infatti essa procedette alla nomina di nuovi vescovi (apostoli) non tenne in alcun conto il numero chiuso (12); decise in base a scelte umane, seppure ispirate, (vedi Paolo). In breve, l’elezione mediante sorteggio (come giudizio di Dio) non è stata mai considerata normativa dalla Chiesa che pure, da altri passi del N.T, ha creduto di dover ricavare regole costituzionali ed operative.[8]
Tuttavia questo metodo (sorte) e questa immediata sostituzione furono attuati dalla comunità descritta in Atti per la sostituzione di Giuda. Ne deduco che entrambi riguardavano solo ed unicamente la sua funzione sacerdotale. E ragiono così, in quanto la Chiesa ha continuato a sostituire immediatamente i sacerdoti venuti meno, ed ha tenuto ben fermo quanto quel procedimento di sorteggio simboleggiava. Ha costituito cioè i sacerdoti non in base ad una scelta umana, ma perché li ha riconosciuti direttamente chiamati da Dio. Ciò spiega perché all’ordinando sacerdote, da sempre si esige quella comprovata vocazione divina che non è invece richiesta per la nomina a Vescovo. La costante prassi seguita dalla Chiesa mostra come questi ultimi siano spesso nominati con altre motivazioni e presupposti; ad esempio perché giunti al vertice della carriera diplomatica. Una prassi questa che, lo si voglia o meno, getta ombre sulla teologia della sacramentalità dell’episcopato. In conclusione, il ‘gettare la sorte’ profetizza che la scelta dei servi di Dio appartiene solamente a Dio; e che, poiché da ora in poi la volontà di Dio si esprimerà attraverso un giudizio umano congiunto con lo Spirito, il ‘segno’ della sorte non avrà più senso. Pietro e la Comunità dei fedeli possono ora dire: ‘Io e lo Spirito costituiamo qualcuno nel sacerdozio’.
Un altro dato teologico da evidenziare nel nostro racconto riguarda i presupposti del sacerdozio eucaristico. Il testo afferma che non c’è più distinzione di razza, né preferenza; ed infatti i candidati a sostituire Giuda nella funzione eucaristica sono fedeli provenienti sia dai gentili (Mattia) che da quello che fino ad allora era stato il gruppo sacerdotale (eletti, Giudei). In questo senso intendo il termine ‘giusto’, riferito ad uno solo dei candidati (e cioè Giuseppe detto Barsabba); lo considero in pratica equivalente a ‘obbediente alla Legge’. In tal modo resta definitivamente superato il principio ereditario del sacerdozio aronnico, e Dio mantiene ‘per eccesso’ le sue promesse col Popolo Eletto, in quanto le estende a tutti gli uomini. Concludendo su questo punto, a me pare che il nostro passo non voglia stabilire né il numero degli apostoli, e neppure un criterio per la scelta dei loro sostituti, quando essi vengono meno (per defezione o per morte). E neppure, come sembrerebbe ovvio, che intenda disporre una mera integrazione numerica del collegio. Il testo di Atti vuole ribadire che nella Chiesa, sacramento dell’unità dei due tronconi dell’umanità, deve attuarsi il criterio stabilito da Gesù nella chiamata dei primi due discepoli. In pratica debbono essere presenti pariteticamente un gentile (Gesù chiamò Andrea), ed un eletto (Gesù elesse Giuda in forma anonima). Inoltre deve essere sempre presente ‘uno’ che possa qualificarsi ‘eis’ (ton dodeka), cioè un ‘unico’; in altre parole un ‘eletto’ destinato al sacerdozio eucaristico; e che egli, proprio in quanto incarna la persona individuale di Gesù, deve essere ‘singolo’. Gesù disse a Pietro: “Se voglio che egli resti a te che importa”.
Ciò posto, a mio giudizio la questione può esporsi nei seguenti termini: l’agiografo voleva affermare in limine che nella Chiesa sussistono funzioni diverse ed autonome; esso sono quella Pastorale e quella Eucaristica, che vanno tenute ben distinte tra loro, e che in ogni caso non possono essere soppresse. Pietro, che qui parla in forza della sua posizione di capo visibile di tutta la Chiesa, è il caposaldo; a lui, ed a lui solo, è affidato il compito di essere Pastore Universale della Chiesa visibile. Vi sono poi i XII cui è affidato il potere magisteriale di verità. Ma c’è anche il ‘consegnatore’, cioè il sacerdote eucaristico. Queste tre funzioni (Giuda esercita le ultime due) vanno tenute distinte (ma non alternative) nella Chiesa. Colui che riunisce in sé le funzioni di membro del collegio e di sacerdote (è detto:‘unico fra i XII’), quale titolare dell’autonomo potere eucaristico, andrà considerato sotto questo profilo funzionale, indipendente rispetto al collegio.[9] Di esso potrà continuare a far parte, ma conservando l’autonoma titolarità della sua specifica funzione (sacerdozio) che, essendo indefettibile, richiede una pronta sostituzione nel momento stesso in cui viene meno colui che di fatto la esercita.[10] Inteso in questo modo, il passo di Atti espone la teologia del Clero. Stabilisce infatti che chi appartiene ai XII può essere anche sacerdote, ma non c’è dipendenza funzionale fa le due posizioni, e cioè tra la ‘diaconia’ eucaristica (diacono e presbitero) e l’episcopato che connota i membri del collegio. [11] Pietro attesta così che ‘Giuda’ (mi riferisco ovviamente alla sua sagoma) quale titolare del sacerdozio deve essere sempre presente come chi ‘nel campo dei morti’ (cioè fra i gentili) predica Cristo e Cristo crocifisso .[12]
Egli, ma non solo lui, sarà presente con tutto il suo mistero di rifiuto e di adesione. Gli evangelisti, evidenziando nel personaggio Giuda la funzione di sacerdote e di membro dei Dodici, avvertono tutti i componenti del Clero che ‘un angelo di satana li schiaffeggia’, cioè che essi soffriranno sempre di una frattura interiore; saranno ‘Di duma os’, ‘Di A-B olos’, cioè avranno ‘due vesti’, saranno ‘divisi nella Scrittura’; saranno segno di contraddizione, innanzi tutto in se stessi e poi nella Chiesa. Una lezione sempre attuale. In questo senso il testo avverte: - Pietro, che egli è pur sempre quel Simone, che non ha fede e non si fida di camminare sulle acque; che Gesù chiama Satana; che rinnega tre volte il suo maestro. - Il Sacerdote eucaristico, che egli è il ‘discepolo amato’, ‘croce e delizia’ di Gesù, il Giuda capace anche di vendere l’eucarestia ricevuta; - I XII che ‘uno di loro’ è Giuda traditore. E forse a ciò è diretto quell’unica allusione lucana a Giuda come Traditore (6,16)
Giunti a questo punto, rileggendo la narrazione della sostituzione di Giuda, apparirà evidente che proprio quel Pietro che a Tiberiade cercava di liberarsi del ‘Discepolo che Gesù amava' e cioè del sacerdote eucaristico, ora ne esalta la funzione e lo considera ineliminabile, imprescindibile, indefettibile. Ed infatti afferma: a) Era previsto e quindi voluto dalla Scrittura che Giuda (la tribù omonima, icona degli Eletti) si facesse guida di coloro che avrebbero voluto prendere con sé Gesù. Si facesse cioè costruttore e distributore di eucarestia. b) Giuda ottenne fra i dodici il ministero di questa specifica ‘diaconia’; ed infatti storicamente alla tribù omonima fu consegnato il Tempio di Gerusalemme e l’Arca dell’alleanza contenente la divina Rivelazione; e, personalmente, Giuda (individuo e sagoma) ricevette da Gesù il ‘boccone’ eucaristico perché lo portasse nell’oscurità del mondo. c) Proprio versando il prezzo dell’ingiustizia (cioè attraverso il sangue sparso da Gesù) egli acquistò per sé un ‘Campo’. [13] d) Ed infatti, facendosi finalmente umile, Giuda si è gettato giù dall’albero della Scrittura (cioè dalla Ficaia) volgendo verso il basso la sua orgogliosa cervice, e si è spaccato perché le sue viscere sacrificali (e quindi il suo sangue) si spandessero su tutta la terra; e ciò a somiglianza di quanto avvenuto al Cristo al quale fu squarciato il costato. La terra degli eletti (campo) è così diventata ‘il campo di sangue’ o meglio ‘Il campo della vita’. e) Per questa sua scelta, si è attuato il detto di Gesù secondo cui la ‘tenda per l’alto’ (ep’aulis), che indica il ‘Tempio’ di Gerusalemme, è diventata deserta e il suo abitatore (Dio) si è allontanato per sempre (vedi discorso alla Samaritana). f) E’ infine previsto che uno dei due fratelli (eteros) , cioè o un gentile o un Eletto, senza più distinzioni o pretese di sangue, assumano il ruolo di ‘episkopos’ della Verità rivelata, spettante a Giuda in base alle antiche promesse di Dio.[14] g) Il sostituto nell’esercizio della funzione, che fu propria della tribù di Giuda (eletto), può essere solo colui che ha scienza della vita, morte, resurrezione e ascensione di Gesù, cioè della pienezza del suo mistero di umanità carnale, di animicità e di divinità; questi eventi costituiscono infatti la nuova grande e definitiva Rivelazione sulla quale esercitare un controllo, ed alla quale orientare i fedeli. [15] h) La sostituzione in questo servizio di verità avviene perché Giuda (gli eletti) invece di attuarlo si sono chiusi nel loro egoismo religioso (ton idion topon); oppure, intendendo diversamente: la sostituzione avviene perché Giuda ha scelto di farsi sacerdote eucaristico, spandendo le sue viscere e il suo sangue, e quindi non svolge più la funzione di ‘episcopo’ di Verità.
(fine file) 14. 2.2003
[1] Aggiungo che in 6,3 sono indicati 4 ‘fratelli del Signore’ e cioè Giacomo con Giosè e Giuda con Simone. I due nomi dei traditori vanno sempre in coppia.
[2] Luca, infatti, fa precedere alla celebrazione dell’eucaristia un calice di ignota provenienza e di ancor più problematico significato. Anche il testo è arduo con due ‘Plen’ che sono tradotti con un improbabile ‘Ma’, laddove nel corrente parlare greco andrebbero intesi come ‘eccetto che’.
[3] La controprova scritturistica di questa lettura la si può ricavare confrontando questo passo lucano con quello della lotta di Giacobbe sullo Jabboc, e del pericolo di morte che corre Mosè prima di rientrare i Egitto per salvare il suo popolo.
[4] Si consideri poi che l’ordine delle parole lucane permette anche una diversa individuazione dei personaggi.
[5] Ciò ci ha convinto della improbabilità di un tradimento remunerato con un somma di gran lunga inferiore a quella che egli poteva ordinariamente gestire. Soldi intorno a Gesù dovevano pur girare, e certo non pochi, se si pensa che una delle donne, che a detta di Luca lo sosteneva, era la moglie di Cusa amministratore (ministro delle finanze) di Erode.
[6] Poco si riflette al fatto che La Bibbia ricorda solo due o tre celebrazioni della pasqua e sempre in momenti chiaramente ‘tipici’, mentre non attesta una sua prassi. In parole povere non trovo nella Bibbia la memoria di una sua continua celebrazione da parte dei fedeli mosaici; un silenzio questo che vorrà pure dire qualcosa, specie considerando che fa il paio con il silenzio sulla ‘circoncisione’ (quella prescritta da Abramo e non quella derivante da un costume sociale).
[7] O, se si vuol leggere diversamente gli estranei che hanno servito Dio nella dimensione del mosaismo (il servo). In questa ultima ipotesi il malcapitato e poi miracolato ‘servo’ (doulos è parola buona) del ‘sacerdote dell’origine’ simboleggia un fedele della religione mosaica, e forse si ripete qui l’avvertimento di Gesù a non vietare agli ‘stranieri’ l’ascolto della Parola; ed in particolare a quelli che vengono dal giudaismo.
[8] Poiché si può ipotizzare, almeno nei primi tempi, uno collegamento fra ‘sacerdozio mosaico’ e ‘sacerdozio cristiano’, nel senso che il primo viene rifatto in quello eucaristico, proprio detto collegamento potrebbe spiegare anche la scelta per sorte. Quest’ultima apparteneva all’economia mosaica (Urim e Tummim) ed era ordinaria nella logica del V.T. Io preferisco una considerazione di ordine teologico; l’aver utilizzato questa forma di scelta qualifica il sacerdozio come quella ‘Veste’ di Gesù sulla quale gettarono le sorti; e attesta che nella Chiesa, che di due popoli ne fa uno solo, deve essere presente qualcuno che rappresenti gli Eletti. Parallelamente l’aver subito abbandonato questa procedura sembra voler attestare che una economia è finita (quella mosaica), ed un’altra comincia; e viene infatti eletto Mattia (gentile) e non Barsabba il ‘Giusto’, cioè l’eletto che per altro era considerato un valido candidato. Opera qui lo stesso modello che si sottende al rito dell’agnello pasquale; esso era stato istituito da Mosè come sacramento dell’evento futuro costituito dalla morte di Gesù; di conseguenza, celebrato l’ultima volta in occasione ed attraverso la sua morte di croce, era ovvio che esso cessasse di esistere. In presenza della realtà cui alludeva, il segno perde ogni funzione. Con la sostituzione di Giuda con il gentile Mattia, mentre si attesta il collegamento al passato, lo si chiude definitivamente nella nuova comunione nella quale non c’è più divisione alcuna.
[9] Una situazione questa che appare evidente nella Chiesa quando un componente del collegio dei Dodici, cioè un Vescovo, celebra, quale sacerdote, l’eucarestia.
[10] Come già dicevo, l’insistente specifico riferimento al nome di Giuda della formula ‘Uno dei dodici’, va interpretato come volontà di connotarlo in piena autonomia.
[11] La Chiesa ha ribadito tutto ciò quando ha riconosciuto che il sacerdote svolge il suo compito per autonoma chiamata divina, e al tempo stesso che i vescovi (componenti del collegio dei XII) possono esercitare il servizio eucaristico.
[12] Ripeto: l’espressione che suona in greco ‘Eis <ek> ton dodeka <mateton>’, compitata diversamente si può leggere: ‘L’unico delle 10 case’ (do deka); ‘Tu appartieni alle dieci case che possono essere acquistate’ (ekton do deka). Il ‘mateton’ tradotto correntemente con ‘discepoli’ può indicare ‘le cose che si possono apprendere’.
[13] Quest’ultima affermazione è decisiva e merita un commento. Innanzi tutto rilevo che l’acquisto da parte di Giuda di un campo, viene smentito dagli evangelisti secondo i quali il campo fu comprato dai sacerdoti e destinato a cimitero degli stranieri. Tuttavia, a seguir la mia tesi, le parole di Pietro sono corrette sul piano teologico: Giuda infatti acquista per sé la terra di Palestina (Campo) ed in essa eserciterà il suo ministero eucaristico, in parallelo a quel Paolo che farà suo il ‘Mare’ delle Genti. Dunque, teologicamente, la sua ‘morte’ va letta in termini positivi come scelta di predicare ai suoi conterranei ‘Cristo e Cristo crocifisso’.
[14] Qui il gioco di parole è estremamente interessante; infatti se si legge ‘eti eros’ (ancora un amore) si comprende che questa funzione magisteriale sulla Verità (epi-skopos) si identifica proprio con quella già esercitata dagli ‘eletti’, e che essi sono rimasti nell’amore di Dio (eti eros). Dunque, per un verso non c’è più distinzione di chiamata al sacerdozio della Parola al quale possono accedere tutti senza privilegio di nascita (sacerdozio aronnico); per l’altro, resta valida la funzione che Dio affidò ai suoi eletti.
[15] Nel termine ‘epi-skopos’ l’avverbio ‘epi’ va compreso sia in senso discendente per alludere ad un controllo, sia in senso ascendente per alludere ad una indicazione che orienta al mistero divino. Il compito dell’Episkopos sarà quello di testimoniare la resurrezione, cioè l’apertura a favore di tutti del Giardino delle anime, del paradiso terrestre.
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