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Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristicoPrime ipotesi e spunti di riflessionesulle figure di Giuda e del ‘Discepolo amato’
Par. VIGiuda nelle altre vicende- a) Matteo
Sommario: a) il Giuda di Matteo (la cena, l’ora dell’orto, la morte di Giuda;
A ) Il Giuda di Matteo - la CenaDa v.20 del cap. XXVI comincia nel vangelo di Matteo la narrazione della Cena. Mettendo a parte la lettura corrente, secondo la quale Gesù annuncia ai dodici il tradimento di cui sarà vittima; proverò a leggere la parte iniziale del racconto della Cena in maniera del tutto diversa, e cioè come costituzione del sacerdozio eucaristico, come una vera e propria ordinazione sacerdotale. Per meglio intendere questo diverso significato della narrazione bisogna risalire a ciò che con infelice espressione potremmo chiamare il ‘Piano di Gesù’. Egli, prima di abbandonare la terra, preordina una indefinita continuità della sua incarnazione, costituendo l’eucarestia e un connesso vicario eucaristico. Con questa soluzione egli già preventivamente celebra la sua vittoria su coloro che legati al loro passato credono, uccidendolo, di avere paralizzato la sua opera innovativa. In altre parole, Gesù preordina una sua mondana immortalità e, in forza di questa sua presenza eucaristica, si riserva di chiamare chi lo dovrà sostituire in questa specifica funzione. Proprio l’eucarestia chiama al sacerdozio, perché essa, in quanto corpo di Cristo, non è costituita solo dalle specie consacrate, ma anche e principalmente dalla comunione dei Santi che se ne cibano. Non a caso titolare della chiamata al sacramento dell’ordine era il popolo di Dio (vedi finanche le elezioni dei Papi e dei Vescovi). Con lo stabilire la ‘cena’ e il ‘vicario eucaristico’ Gesù offrì anche, ai dodici, la sicurezza nell’affrontare la sua passione e morte. Ma purtroppo essi (profezia su di noi) non compresero le due grandi novità: il valore divino della ‘Cena’; il ministero, cioè il servizio, di un solo sacerdote eucaristico. Ricalcando la singolarità di Gesù e quel suo anonimato, affidato alla generica formula ‘figlio dell’uomo’ (che Gesù ama riferire a sé), uno, e uno solo, avrebbe consegnato Gesù-Eucarestia alle Genti, rendendolo presente fino alla consumazione dei secoli, come Profeta, e come Spirito divinizzante. Come Luca annota, tutto ciò fu invece colto come attribuzione di una autorità mondana, per cui nacque fra essi una disputa ‘su chi di loro fosse il più grande’. [1] L’ordinazione da parte di Gesù del sacerdote eucaristico va intesa dunque come atto ecclesiologico, atto costitutivo, logicamente antecedente alla costituzione di Pietro a pastore universale, e dei Dodici a purificatori delle anime (battezzatori). La costituzione del sacerdozio ministeriale, nel quale il Cristo liturgo si incarna sino alla fine del mondo, si pone così come il dato fondamentale da cui partire per comprendere i racconti della ‘Cena’.
Poiché questo atto costitutivo è recuperabile dal testo corrente solo in traslucido e dopo una penetrante esegesi, comincerò a spogliarlo del suo rivestimento storiografico, per andare oltre la cronaca dell’annuncio, da parte di Gesù, di un tradimento in atto fra i suoi, e cercherò di superare quella logica degli eventi che presenta la passione e morte di Gesù unicamente come un tragico evento e per ciò stesso resta silente in ordine alle divine Verità che nasconde.[2] Una breve annotazione: l’annuncio del cd. ‘tradimento’ in Matteo e Marco precede la consacrazione del pane e del vino, mentre in Luca i due testi invertono la loro posizione. Una discrasia che non conta rilevare se, come suggerisco, si sottolinea come fatto significativo la stretta connessione tra i due momenti.
E veniamo all’annuncio della costituzione di un vicario sacerdotale che deve ‘consegnare’ il Cristo. Il lettore poco attento non riesce a coglierlo perché ipnotizzato dalla reazione dei discepoli fatta di spavento e di dolore. Ma è proprio così? O si sta mettendo il carro avanti ai buoi? Nella narrazione di Matteo, il termine che sembra coerente all’annuncio di tradimento (ed è l’unico) è ‘lupoumenoi’ che viene tradotto con ‘addolorati profondamente’, sicché proprio su di esso, collocato da Matteo a ridosso della dichiarazione di Gesù, si fonda la lettura corrente. Ma che la scena debba leggersi diversamente lo suggerisce proprio l’evangelista Luca che in 22,23.24, nella stessa ed identica situazione, racconta un evento sconcertante. Ed infatti, appena dopo che Gesù ha annunciato il tradimento, i discepoli prima cominciano a chiedersi chi di loro lo porrà in essere; e poi, con una inspiegabile virata logica ed emotiva, si mettono a discutere chi di essi è il più grande, e sono allora ripresi da Gesù che esalta il servizio alla mensa. Considerando questo passo Lucano come una precisa indicazione teologica, e non già come uno svarione letterario, viene da dubitare che quel ‘dolore’ sia connesso ad un annuncio di tradimento, e si fa largo l’ipotesi che esso vada connesso a tutt’altro motivo.
Andiamo allora con ordine, cominciando proprio da quell’accenno al ‘dolore’ (lupe) sofferto dai dodici all’annuncio del tradimento. In verbo ‘Lupeo’ ha un grosso spessore teologico; lo deduco dal fatto che è presente nel racconto di Caino, per indicare che questi si addolorò perché Dio aveva preferito il sacrificio di Abele. Dunque esso indica una reazione ad una scelta operata da Dio e proprio in termini di sacerdozio; ed è verisimile che anche nel nostro caso proprio l’elezione di un singolo come sacerdote, metta in crisi tutti gli esclusi. Marco, che usa lo stesso verbo, fa seguire una reazione in questo senso dei discepoli i quali, per come io leggo, dicono: “Per questa incombenza uno basta, uno solo? Che sia io?” . Possiamo dunque essere certi che Gesù annunciò di essere stato tradito? Concediamolo pure, ma in tal caso i discepoli, in quanto tutti implicitamente sotto accusa, avrebbero dovuto piuttosto protestare la loro innocenza e non chiedere: ‘sono io?’. Di fronte ad una accusa così terribile sarebbe stato più logico un silenzio, una protesta di innocenza, o una richiesta pressante e corale di fare il nome del traditore per essere tutti liberi da quell’accusa infamante. Inoltre se essi recepirono la battuta di Gesù come specificamente riferita a Giuda, stupisce che non ci sia stata reazione alcuna verso di lui, e che egli non sia stato espulso a legnate dal cenacolo.
Ma, lo ripeto, c’è un altro profilo che stranamente, nei commenti, passa sotto silenzio; mi riferisco alla enorme potenza di Gesù, manifestata in mille occasioni, e non revocata in dubbio da nessun elemento nuovo. Il protagonista di tutta la prima fase della ‘Passione’, fino alla cattura, non dimentichiamolo, è un profeta onnipotente, e così lo conoscevano i suoi discepoli. Essi lo continuano a chiamare Signore, né avevano motivi per dubitare della sua capacità di liberarsi da qualsiasi umana costrizione. Se è così, quell’erratico ‘lupoumenoi’ è del tutto ingiustificato. Gesù aveva già subito aggressione tendenti a ucciderlo e se ne era liberato ‘passando in mezzo a loro’ Perché dubitare che lo avrebbe fatto anche ora? Perché preoccuparsi per questa sua ‘consegna’?
Voglio ancora sottolineare che nell’equilibrio letterario del passo, quel ‘lupoumenoi’ è pure troppo anticipato e mi appare quasi come uno ‘specchietto da allodole’ per stornare l’attenzione dei ‘porci’ dalla mistiche perle che sono state nascoste nel testo. Lo considero anticipato, perché manifesta la reazione ad una affermazione che in buona sostanza si esprimeva in un solo verbo, quel ‘Consegnare’, che di per sé non esprimeva direttamente l’idea di un imprigionamento per subire un processo; che in ogni caso non implicava un ineluttabile e tragico epilogo. Per intenderlo nella maniera corrente, bisogna ammettere che gli apostoli già conoscevano l’esito terribile della ‘consegna’ il che non è suffragato dal testo. Anzi, come ho detto, Gesù li aveva educati ad attendersi soluzioni impensabili, come quando sfamò nel deserto più di cinquemila persona con cinque pani.
Mi si potrebbe eccepire che, proprio all’inizio della storia della Passione (26,2), Gesù aveva affermato: “Voi sapete che fra due giorni è la pasqua e il figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso” e che dunque i discepoli erano avvertiti dell’esito tragico della consegna. Ma, a parte il fatto che verisimilmente, proprio per la fiducia che nutrivano verso il loro Maestro gli apostoli in quell’occasione non espressero nessuna reazione a questo annuncio, che pure appariva molto più chiaro, le parole che l’evangelista mette in bocca a Gesù potevano essere intese in modo del tutto diverso. Ed infatti i termini ‘consegnare’ e ‘crocifiggere’ potevano rispettivamente intendersi: ‘restare come eucarestia’ ed ‘entrare nella perfezione (S. Tau ‘t’ enai) [3]; o, in altre parole, che egli stava per passare dalla sua dimensione corporea a quella animica e divina.
Considero ancora anticipato il termine ‘Lupoumenoi’ anche se lo si volesse collegare alle affermazioni che seguono le quali, nella lettura corrente, sembrano dare spessore all’evento ancora misterioso che è stato annunciato. La frase ‘Guai a colui che consegnerà il figlio dell’uomo; meglio per lui che non fosse mai nato” viene infatti detta dopo, e prelude alla identificazione del traditore. Qui proprio ci si aspetterebbe una decisa reazione dei discepoli, ed essa invece non c’è: Giuda resta lì tranquillamente; nessuno più è afflitto; e Gesù passa immediatamente a consacrare il pane e il vino. Sorge allora il motivato sospetto che la scena vada intesa in senso diametralmente opposto. I discepoli, recepita la volontà di Gesù di provvedersi un vicario eucaristico, interpretando questa nomina come attribuzione di una umana autorità, sono tutti e singolarmente contraddetti e delusi per non essere stati scelti alla dignità sacerdotale; ed ancora perché essa era stata affidata ad uno solo di loro, ed in particolare a Giuda. Se ho ben inteso, l’evangelista ha così ricalcato l’afflizione (lupè) di Caino che lamentava l’affidamento del sacerdozio ad Abele.[4]
Intendendo così il passo è allora comprensibile la reazione dei discepoli. Ancora privi di una visione chiara della novità inaugurata da Gesù, intendendo questa funzione (ed è qui il potente valore profetico del passo) come esercizio di un umano ed infinito potere, essi, ma in tutt’altro senso, cominciano a dire ‘Sono io Signore’. E la loro non è una domanda, ma un autoproporsi, un mettersi a disposizione: ‘Io sto qui pronto’, ‘Vuoi nominare me?’. Una ricompitazione dei vv.21 e 22 chiarisce testualmente la mia ipotesi: “Dico a voi: Un singolo tra voi mi consegnerà! E, molto amareggiati cominciarono a dire: Per questa (incombenza) uno solo qui giù? Un eletto (cittadino) in forza della sua preparazione? Signore, io sto qui!
Il loro dispiacere (lupoumenoi) dipendeva allora direttamente dal contenuto limitante della affermazione di Gesù: ‘mi consegnerà uno solo di voi’. Per i dodici, che ancora ambivano a posizioni di potere, essa implicava una inammissibile conseguenza: rimanere subordinati, o comunque secondi, a questo ‘unico consegnatore’. Ecco allora il tentativo di farsi scegliere dal Maestro e l’agitarsi di Pietro.[5] Ed ancora gli apostoli comprendono che se solo uno avrebbe goduto della posizione qualificata di vicario del Cristo liturgo, questo isolato, in forza delle irretrattabili promesse di Dio, altri non poteva essere se non l’Eletto (Astos). E dunque la vocazione riguardava ‘Giuda’. Tutto allora sarebbe rimasto come prima: gli Eletti preferiti ai Gentili. E gli apostoli che erano Galilei (cioè della Galilea delle genti) si avvertivano ancora una volta pretermessi.
Questo clima di incomprensione si riverbera anche nel racconto di Giovanni. Giuda accetta l’incarico e prende il boccone da portare nelle tenebre del mondo, perché sa di essere l’Eletto, destinatario delle Promesse di Dio; presume di meritare tutto ciò per diritto di sangue; di vicariare il Cristo ‘possedendolo’, cioè decidendo a proprio libito di chiamarlo sulla terra; di potere perciò trasmettere ad altri la funzione sacerdotale (mantenendo in qualche modo in vita il vecchio sacerdozio ereditario).[6] Ritenendo che dare il Cristo derivi da un privilegio istituzionale, Giuda diventa sagoma di quella Istituzione ecclesiastica che presume di essere unica titolare della sacramentalità, che invece Dio ha affidato a suo piacimento; che considera il sacerdozio un fatto interno a sé, da gestire quasi in termini produttivistici e come fenomeno di casta. Per paradosso potremmo dire che lo scopo dei sacerdoti delle origini consisteva nel farsi trasferire da Giuda l’ordine sacerdotale, per poter rimanere un gruppo eletto, per disporre a piacimento del Cristo, e offrirlo onerosamente al mondo. In una parola da servi farsi ricchi epuloni e non cuochi della famiglia di Dio. Ma il sacerdozio è dono che si riceve per un atto di assoluta liberalità di Dio, ed esercitarlo equivale a non possedere il Cristo, ma nel lasciarsi possedere da Lui (di qui l’anonimato); solo così lo si può consegnare gratuitamente al mondo. Solo dopo la dura lezione della passione di Gesù, Giuda comprenderà che si può possedere Gesù solo se ci si assimila al suo previo mistero di morte e di resurrezione (ecco il significato della morte di Giuda); se cioè si fa vuoto di sé e si diventa servo degli altri, senza temere di essere annientato agli occhi del mondo. La Passione infatti insegna che, proprio quando Gesù non è padrone di se stesso, ma si lascia gestire dagli altri (eucarestia), è in grado di offrirsi come vita divina al mondo. Sarebbe utile meditare sul fatto che in tutta la sua passione Gesù non viene mai interpellato col suo nome personale: egli, quale sommo archetipo del sacerdote eucaristico, si manifesta come anonimo e tace, per mostrare come, finito il tempo della Parola, inizia quella del ‘Pane’ sacrificale.
E veniamo alla costituzione sacramentale di Giuda a sacerdote eucaristico. Dopo un discorso breve, denso e di difficile interpretazione a Giuda che gli chiede: “Colui che lo consegna sono forse io”, Gesù, secondo la versione corrente, risponde con un a frase che ci appare congrua sol perché viene continuamente ripetuta: ‘Tu l’hai detto’ (Mt.26,25) [7]. Ma, se si scava più a fondo in questa ambigua risposta, è possibile rinvenire la formula sacramentale ed autoritativa che chiama un soggetto singolo e determinato, e lo costituisce nella sua funzione. Gesù, a mio giudizio, non risponde in modo retorico ed elusivo (Tu lo dici), ma consacra: ‘Tu sei il servo’ (Su ei pas). E così in forza di questa formula che ristruttura onticamente colui che è stato chiamato, Giuda, da ‘grande’ qual è (è sagoma degli ‘eletti’), viene costituito sacerdote-servo; da ‘nominato’ diventa un innominato servitore. Matteo e Marco perfezionano il rito con un gesto: ‘intingere nella ciotola’; e Luca: ‘tenere la mano sulla mensa’. L’evangelista Giovanni, a sua volta, con l’offerta (accettata) del ‘boccone di pane intinto’. L’evento sacramentale dell’ordinazione è ora perfetto nel Gesto e nella Parola.
Interpretato in questo modo l’evento, diventa conseguente l’affermazione del IV Vangelo (13,27) secondo cui, proprio con quel ‘boccone’, il satana entrò in Giuda. Ed infatti la tentazione del sacerdote comincia proprio a far tempo dalla sua ordinazione alla suprema funzione vicaria. Il suo peccato diventa possibile e specifico perché il Satana è entrato in lui, come un giorno mise piede nella casa di Giobbe l’Eletto. Annunciato da Paolo, sempre attuale, tutto ciò ancor oggi noi lo ricordiamo quando, durante la celebrazione eucaristica, diciamo: ‘Che questo non sia per me giudizio di condanna, ma rimedio e difesa dell’anima e del corpo’.
Un’altra controprova testuale della mia ipotesi esegetica si può recuperare considerando che i versetti che stiamo commentando sono stati inquadrati dall’agiografo tra due genitivi assoluti identici: “Estionton auton’ che vengono tradotti, ‘mentre essi mangiavano’, ma che possono anche leggersi in termini ‘apostolici’ “Mentre essi avanzavano verso la morte” (es ‘t’ ionton). dove il vocabolo ‘morte’ va inteso in senso sacramentale. Questa diversa lettura permette di rivisitare i gesti di Gesù nell’evento ‘Cena’ in una più penetrante angolazione. Dopo essersi seduto alla tavola degli uomini qualificandosi come ‘divino commensale’; dopo aver indicato con la ‘Parola’ (formula) il suo vicario eucaristico, il Cristo, compie un gesto, sul pane e sul calice, che si proietta in avanti e che assumerà senso pieno quando quel pane sarà lui stesso crocifisso, e quel calice riceverà il suo sangue (graal). Questo gesto diventa, al tempo stesso, ‘materia’ e ‘contenuto’ del sacramento dell’ordine sacro. E’ un gesto, che dovrà avere valore universale in quanto riferito a tutti i sacerdoti del mondo (di qui i plurali: prendete…mangiate…bevete), e che (nella dimensione letteraria e in questa specifica angolazione), può intendersi come rivolto unicamente all’ordinando, alla sagoma del ‘Consegnatore’, cioè di Giuda-Sacerdote. Un gesto di ordinazione volto al singolo che va messo in parallelo con lo ‘intingere’ e il ‘posare la mano sulla mensa’ riportati nel racconto dei Sinottici. Si fa allora eloquente e significativo il silenzio degli evangelisti sul se gli altri commensali mangiarono e bevvero le specie consacrate. Proprio tale omissione sottolinea lo specifico valore sacramentale del gesto di Gesù diretto ad uno ed uno solo. Gesù consacra cioè pane e vino per permettere al suo sacerdote di partecipare a questo atto (ecco l’intingere nel calice) ed immedesimarsi con lui; un procedimento che è rimasto ancora nella ordinazione sacerdotale della Chiesa Ortodossa. In tal modo per compartecipazione, e quasi per imitazione e contatto i due soggetti si assimilano fra di loro, e diventa operante il comando verbale: ‘Tu sei il servo’.
Il nostro testo ora ha assunto tutto il suo splendore. Tutti stavano avanzando verso il sacerdozio comune connotato dalla specialissima ‘morte’ eucaristica (Teta); uno solo (eis) è isolato per indicare la singolarità di Gesù che connota questo speciale servizio ministeriale. E la profezia diventa evidente: Tutti usciranno dalla comunione eucaristica per battere le vie del mondo e si spargeranno nel mondo, oppure scapperanno via allontanandosi dal loro Maestro che si è fatto provveditore di divinità (anche Pietro lo abbandonerà). Ma il sacerdote consacrato, il ‘segnato a morire’, il Giuda-discepolo amato, il ‘Giovane nudo’ seguirà il Maestro nella sua passione, perché solo l’eucarestia ed il suo ministro sono indefettibili nella Chiesa.
I vv.26,21-25, che ora abbiamo commentato, adeguatamente ricompitati, possono (tra l’altro) letteralmente dire: 21- E mentre essi si volgevano alla ‘morte’ Egli (Gesù) disse: “Quanto si realizzava attraverso il mio ministero, Io lo dispongo attraverso il vostro. Ciò significa che il ‘6’ (uomo perfetto) che vi appartiene, da singolo, mi offrirà in dono. 22- Allora, il cielo lo voglia, cesserà lo stato di afflizione. Al suo sorgere, il Sole, con grande impegno, si prese cura di lui perché diventasse santo. Per questo il cittadino stette da parte.”
(Eletto che non ha ancora compreso:) “Ego-Eimi (Iavè) creò qualunque cosa per me o Signore. 23- Tu, operando una separazione –egli disse- caccia via i 70. Sorgi, accendendo la perfezione unito a me . Ecco, da turbine del Cristo, soffia il ‘50’ mediante il calice.”
(Gesù) 24-“Egli che per me è unità, quale figlio dell’eletto (= sacerdote eucaristico) opera da subordinato, così come è prescritto. In ordine a ciò, tu (mio sacerdote) contemplala l’UVA attraverso il ministero dell’Eletto, quello lì. Le Divine Realtà possono esistere come doppio dono laddove c’è un figlio dell’Eletto (sacerdote eucaristico). Egli è legno che deve infiammarsi. Ecco, per questo tu sei in qualche modo una sua prole, come segnato a morire –disse- 25- e ciò significa che l’Eletto, quando si pone lontano come Pane di Orzo, avvince mediante il calice.”
Giuda che gli è prossimo disse: “In due modi, quando offro Lui come unità, Ego-Eimi dice (crea) attraverso il mio ministero.” Egli rivela: “da Padre , tu sei servo ora per Lui (Iavè),”.[8]
-L’orto degli Ulivi E veniamo alla scena dell’orto degli ulivi che ricorda la terra noaitica, orienta a inquadrare il discorso all’interno della Chiesa, e fa leggere i gesti di Gesù e di Giuda in termini eucaristici. Come già dicevo, nulla impedisce di pensare che Giuda abbia seguito il gruppo nell’orto degli ulivi e, alla folla lì convocata (intesa come sagoma dei futuri commensali dell’eucaristia), operando da sacerdote eucaristico, abbia indicato la persona di Gesù con il fatidico bacio, quello stesso che, come gesto di adorazione, ancor oggi il sacerdote eucaristico dà all’altare. Apparirà pure audace questo accostamento, ma d’altra parte è pur vero che, letto in negativo, questo ‘bacio’ non è facile da comprendere; mentre in una ottica teologica, ‘il consegnatore’ col bacio mostra, alla folla che viene a prendere Gesù, il senso della sua missione sacerdotale: da servo riconosce in Gesù l’unico Maestro della Parola (Rabbi), lo identifica come qualcosa che va portato alla bocca (Pane), e quindi lo adora nella sua divinità con il bacio. Dunque nell’eucarestia il Cristo Profeta va salutato con la Parola che lo riconosce Maestro; il Cristo eucarestia va accolto attraverso la ‘bocca’ che assimila; il Cristo Spirito va adorato con quel bacio che diventa il segno pieno della comunione con lui.
La morte di Giuda Nel raccontare la morte di Giuda, Matteo completa il suo affresco teologico sul sacerdozio. In 27,3-10, rompendo la progressione cronologica degli avvenimenti narrati, egli racconta, come evento isolato, la morte di Giuda sicché non è possibile collocarla con certezza in un momento anteriore o posteriore a quella di Gesù. [9] Ma, come che sia, essa si collega strutturalmente con quella del Maestro. La collocazione della pericope è già di per sé eloquente . Ma procediamo dall’inizio. In v.27,1 Matteo narra che i sommi sacerdoti tengono consiglio per ‘uccidere’ Gesù e che “allora Giuda, il consegnante, vedendo che era stato condannato, si pentì”. In presenza di un chiaro ed attestato ‘pentimento’, non si può allora a cuo leggero affermare che questa morte rappresenti un gesto di disperazione, appellandosi all’idea del suicidio. Al contrario è lecito ipotizzare che essa costituisca un atto di imitazione della Passione e Morte di Gesù. Come per imitazione Giuda era stato consacrato sacerdote, così per imitazione è chiamato a dare la sua adesione nella concretezza dell’esistenza. Inoltre collegandolo all’interno del racconto della Passione di Gesù, Matteo avverte che la coscienza sacerdotale di Giuda, si è fatta adulta, perché in quella passione ha compreso che la via del Maestro è quella della debolezza con i forti, e della morte accettata liberamente e quale ingresso nell’eone animico. Perciò, regolati i conti con i Sacerdoti mosaici, cioè con la parte negativa di se stesso, Giuda si avvia al suo destino di sacerdote e vittima che lo porta naturalmente al ‘legno’, cioè all’albero della sua passione da cui potrà irrorare il mondo del suo sangue e delle sue ‘viscere’ sacrificali. Inoltre la motivazione del pentimento “vedendo che era stato condannato” ribadisce che Giuda non intendeva far danno a Gesù. Se lo avesse voluto, sarebbe rimasto soddisfatto di questa amara conclusione. Ribadisce che diverse erano le motivazioni del suo ‘consegnare’. Una deduzione questa che viene confortata da un dato testuale. Ed infatti le parole pronunciate da Giuda nel dialogo con i sacerdoti, possono intendersi: “Ho sbagliato a consegnarvi la Vita che non merita di essere oppressa”.[10] Isolando la morte di Giuda e staccandola dalla consecuzione cronologica, Matteo la propone come profilo teologico del sacerdozio. Essa rivela che il sacerdote eucaristico doveva dare il suo assenso all’ordinazione ricevuta e nella quale l’ultima parola era stata quella di Gesù, non a parole come Simone, ma con segni concreti. L’adesione al sacramento dell’ordine deve durare l’intera vita; la parola del sacerdote, che egli fa seguire a quella autoritativa del Cristo, andrà ripetuta continuamente nella celebrazione: ‘Prendete e mangiate questo è il mio corpo..’. Proprio con la morte sacrificale di Giuda, Gesù è certo di aver lasciato un vicario che nell’eucarestia renderà stabile la sua incarnazione e doterà il mondo della sua propria divinità. Giuda, che è stato sagoma del sacerdote tentato di deformare il piano del Cristo inserendovi finalità umane, assume le vesti del ‘buon ladrone’ al quale viene immediatamente promesso il Giardino. Nel Vangelo di Giovanni, diventa l’anonimo discepolo amato al quale Gesù affida, come cosa sua propria, la Chiesa, Madre di lui che è eucarestia nei secoli. (fine file 11.2.2003)
[1] E qui viene da riflettere che avendo noi svalutato l’enormità della eucarestia nella prassi pietistica di troppe ‘messe’, diventate finanche contorno per solennizzare eventi mondani, non si ha più chiara coscienza della possibilità offerta al sacerdote di ‘obbligare’ Dio ad essere presente fra noi. Se si cogliesse appieno questo profilo, diventerebbe chiara la tentazione dei discepoli e la loro ambizione a diventare chi può costringere Dio a scendere qui giù e farsi mangiare; chi na nella sua disponibilità la divinizzazione del mondo.
[2] Sgombrare il campo da una lettura puramente umana è operazione che viene rifiutata da chi vuole sperimentare la fede nelle mere coordinate umane e specialmente come fatto emozionale; e non considera che proprio questo produce tanta tiepidezza nei cristiani. Potrà pure commuovere ancora un evento vecchio di duemila anni, ma è destinato a cedere il passo all’urgenza dei dolori e delle distruzioni dell’oggi.
[3] Poco si riflette alla singolare maniera con cui gli evangelisti trattano lo specifico momento della crocifissione. Essi si limitano ad una parola ‘Croce’ o ad un verbo ‘Crocifiggere’. Una reticenza incomprensibile trattandosi del punto più alto della vicenda di Gesù. Ma una reticenza che si giustifica ampiamente quando si considera che, sia il nome che il verbo, nascondono qualcosa di molto più grande e meraviglioso che andava annunciato, senza però oscurare la realtà storica della Passione. Per ottenere entrambi gli effetti tutti gli evangelisti usano allora il vocabolo ‘Stauros’ (croce) perché esso dice ‘S. Tau R. os’ che significa ‘Egli è la Perfezione salvatrice per il tutto’; e parallelamente con la forma verbale ‘Es tau r’osan’ rivelarono che la crocifissione equivaleva a ‘spingere nella perfezione il tutto’.
[4] Matteo (in alcuni codici) e Luca lasciano una traccia di questo significato quando dicono ‘E Kain e dia teke’. Aggiungo che Kain puòleggersi ‘K.A. in’ e dire ‘Il calice del Signore, Principio’.
[5] Una terribile profezia che si verifica in tanti ‘vicari generali’ che si incupiscono (lupoumenoi) per non essere stati nominati Vescovi!
[6] Lo stesso tema sarà ripreso dagli Atti quando raccontano di un ‘mago’ (meglio di un ‘capo’ M’agos’) che non a caso si chiama ‘Simone’.
[7] Io suggerisco anche di leggere: v.25 ‘Egli indica me; io ci sto. Gli dice: Sei tu il servo!’
[8] La ‘storicizzazione’ è un grande limite alla piena comprensione della Scrittura; ma un impedimento ancora più grande consiste nel voler leggere con sensibilità estetico-letteraria. Invece di cercare la verità nascosta nel testo, ci si lascia attrarre dalla sua veste letteraria. La diversa compitazione del testo,che go roprosto, non è certo elegante, ma spero faccia meditare. Neppure è gradevole il seme che marcisce nella terra; eppure solo in questo modo riesce a dare frutto. In ordine poi al vocabolario (che è tutto teologico) chiarisco: -Orzo: (inteso in sé e come pane) è pane dei poveri; cibo delle bestie; veniva votato al Tempio per la pasqua; era ‘oblazione di gelosia’; è presente nella moltiplicazione dei pani. ‘Gamma’ equivale a ‘Santo’; 50 indica lo Spirito; 6 indica l’uomo perfetto del sesto giorno; Uva indica la vigna del Signore cioè la Rivelazione Scritta; Sole equivale a Cristo; Ego-Eimi (Io sono) equivale a Iavè; i 70 indicano le genti che sommate alle due tribù di Simone e Giuda completano il numero 72 che dice l’intera umanità (6x12). Interpreto ‘Antropos’ come ‘eletto’ e quindi ‘figlio dell’eletto’ è il sacerdote eucaristico, il Giuda che diventa ‘discepolo amato’. Abbiamo quindi un ‘uomo’ del sesto giorno (eletto del V.T.) un uomo del VII giorno, cioè della perfezione del creato redento e cioè il Diacono della Parola; ed infine l’uomo del VIII giorno che è il sacerdote eucaristico cui è affidata la divinizzazione del mondo. Le espressioni sono scalari ed indicano quindi l’evoluzione della elezione. Perciò il titolo ‘figlio dell’uomo’ indicando la nuova sacerdotalità viene riferito a Gesù come archetipo, ma anche ai sacerdoti che lo vicariato nella Chiesa.
[9] C’è da sottolineare un’altra difficoltà. Mentre in Matteo (27,5) Giuda, gettate le monete nel Tempio si andò ad appendersi al legno, negli Atti (1,16) Giuda, con quella somma, compra un pezzo di terra e poi precipitando in avanti si squarcia i mezzo e si sparsero fuori le sue viscere. Per Matteo il suolo viene acquistato invece dai sacerdoti. Ne consegue che, a seguire gli Atti, tutto ciò dovette avvenire dopo la morte e resurrezione di Gesù, considerando i tempi necessari per individuare il terreno da comprare e trattarne il prezzo. Fatto ancora più suggestivo è il pentimento di Giuda attestato da Matteo (cui segue l’acquisto del suolo) che viene invece ignorato nel racconto degli Atti.
[10] Il termine ‘atoios’ è presente solo qui (ripetuto due volte) ed è presente più volte nella LXX . In Gen 24,41, la prima volta, in occasione del viaggio di Eliezer che va a prendere una sposa per Isacco. Allora egli sarà libero dall’impegno assunto. Leggo: “La perfezione, essa è per noi” “se tu vedrai attraverso ognuno presso di noi”. Aggiungo che in 13,55 c’è un Giuda ‘fratello di Gesù’.
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