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Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico Prime ipotesi e spunti di riflessione sulle figure di Giuda e del ‘discepolo che Gesù amava’
Par. V La chiamata di Giuda nei quattro vangeli
Sommario: Una vocazione anonima; a) Matteo; b) Marco; c) Luca; d) Giovanni ; qualche riflessione
Una vocazione anonima La vocazione di Giuda, come quella del sacerdote, è chiamata di un Innominato. Quanto corposo e ricco di tradizioni è il nome ‘Giuda’, tanto sfuggente ed evanescente la sua storia. Nel vangelo difatti non risulta una sua nominata ‘chiamata’; egli viene solamente indicato nel numero dei dodici; e Gesù sembra unicamente dedicargli un indiretto richiamo: “Ho eletto io i miei discepoli, e fra di essi c’è qualcuno che mi ‘consegnerà’. Sommata ad altre, questa battuta viene letta in negativo e indirettamente si attribuisce a Gesù un’incapacità a scegliere, o peggio ancora un aver deliberatamente inserito l’ignaro Giuda in un personale e strano progetto di passione e morte. Leggendo invece in positivo, essa afferma che l’eucarestia, nella quale si consegna lo Spirito, è l’obiettivo del Cristo-Gesù e che, in vista di essa, Gesù volle crearsi un vicario che lo potesse consegnare al mondo. E’ certamente singolare, come ora dicevo, che gli evangelisti non si preoccupino di indicare come nasce il rapporto con Gesù, pur trattandosi di un personaggio, che diventa di assoluta rilevanza negli eventi narrati. Nella economia del racconto evangelico egli riveste un ruolo ben più importante dei ‘figli di Zebedeo’; eppure questi sono specificamente ‘chiamati’, si vedono attribuire il titolo di ‘Figli del tuono’, e sono più volte ricordati nel racconto, anche se poi stranamente svaniscono nel nulla. Poiché è del tutto improbabile che questo silenzio su Giuda debba attribuirsi ad una distrazione o una superficialità degli agiografi, vien naturale ipotizzare che gli eventi che lo riguardano sono stati ricordati ed annotati; ma sono stati coperti da una ellissi, tendente proprio a connotare il personaggio con quell’anonimato che costituisce il tratto caratteristico della funzione sacerdotale. Dunque, anonimato ed ellissi, non sono occasionali, ma finalizzati, e sono facilmente risolvibili da chi ricorda che un tipico schema della Scrittura è ‘la coppia’; ciò significa che quando l’agiografo fa entrare in scena una coppia, individuato uno dei due termini, l’altro deve essere il suo corrispondente oppositivo. Tutto nella Bibbia è doppio, per indicare in positivo che l’uomo è composto di anima e corpo, ed in negativo la dolente frattura dell’umanità e dell’intero creato, e come esso debba trovare la sua unità nel Cristo. In questo senso ho insistito sul fatto che Giuda e Simone vanno considerati come un insieme inscindibile. Un esempio: quando Giovanni narra che Gesù chiamò i primi due discepoli, parla diffusamente del solo Andrea; ma basta individuarne il significato teologico per intendere chi sia l’anonimo che fa coppia con lui. Se infatti si considera che ‘Andreas’ dice ‘uomo della terra’ (andr-reas), l’anonimo sarà necessariamente l’eletto, e quindi Giuda quale eponimo della sua tribù. Ed ancora, quando Simon Pietro viene descritto in compagnia di un altro (es. discepolo amato) dalla qualità teologica della sua sagoma è facile ricavare i lineamenti della seconda. Se egli è il Pastore, l’altro sarà il servo. Una verifica in tal senso, nei singoli vangeli, sembra offrire utili argomenti a favore di questa tesi. E vediamo come.
A ) Matteo In questo vangelo la chiamata dell’Eletto (e quindi Di Giuda che né è la sagoma tipica) è articolata in un modo molto elegante. Giuda viene infatti dissimulato proprio sotto la sagoma di Simone, perché entrambi costituiscono una inscindibile ‘coppia’ formata dalla dalle due omonime tribù Regno di Giuda, e quest’ultimo assume nella Bibbia il ruolo di ‘chiamato al sacerdozio’ (promesse di Dio). Questo specifico gioco letterario chiarisce l’apparente contraddizione dei sinottici con il IV vangelo in ordine ai nomi dei chiamati all’apostolato.. Dunque, in 4,18-22 Gesù chiama Simone ed Andrea suo fratello mentre stanno pescando; subito dopo chiama un’altra coppia di fratelli e cioè Giacomo e Giovanni figli di un non precisato Zebedeo. Tutto sembra molto chiaro, ma se si raffronta questo passo a quello parallelo del IV Vangelo (1,40) vi si ritrova qualcosa di discordante: i primi due discepoli sono infatti Andrea e un innominato. Si nota allora come nei due testi a restar fermo è solo Andrea (sagoma dei Gentili) mentre quanto all’altro, Giovanni fa chiamare da Gesù un anonimo , mentre Matteo fa chiamare ‘Simone’. Ma c’è veramente divergenza? A me pare di no. Ed infatti il discepolo anonimo (che identifico proprio con Giuda-l’eletto) equivale al Simone di Matteo. Questo evangelista infatti indica Giuda mediante Simone, sfruttando il fatto che egli è eponimo dell’altra tribù del Regno di Giuda, La coppia giovannea ‘Andrea-Anonimo’ è così omologa a quella matteiana ‘Andrea-Simone’ proprio perché la sagoma di Simone dice il Regno di Giuda ed indica quindi, come parte per il tutto, il personaggio ‘Giuda’. Questo meccanismo letterario è foriero di altre rivelazioni. Ho già chiarito che il Regno di Giuda (in dialettica con quello di Samaria) si considerava l’unico ‘Popolo eletto’. Ne consegue che, nascondendo il ‘più grande’ (Giuda) sotto il ‘più piccolo’ (Simone), viene non solo profetizzato l’anonimato del sacerdozio eucaristico, ma anche che esso dovrà connotarsi con debolezza e servizio e non con forza e signoria. In questa ottica, il precisare che Simone è ‘quello che poi sarà chiamato Pietro’ , non è un puro denotare, ma serve a rivelare: a) che, come unico è il Regno, così nella Chiesa le funzioni di Simone e di Giuda saranno strettamente e pariteticamente collegate fra di loro (sacramento di unità e sacerdozio eucaristico); b) che nella sua piccolezza umana Simone sarà il Grande Pastore e, nella sua grandezza, Giuda diventerà l’anonimo e fungibile sacerdote eucaristico; c) che nella Chiesa le funzioni speciali saranno affidate proprio all’Eletto, cioè al regno di Giuda (Giuda e Simone). titolare delle antiche promesse.
Che Matteo poi non intenda fare qui mera cronaca di eventi storici, lo dimostra il fatto che egli non narra l’elezione dei XII così come fanno Luca e Marco, ma si limita ad indicarne i nomi (10,1-4). Anche questa omissione è molto eloquente di significato teologico; suggerisce infatti la struttura diarchica della Chiesa Santa. L’elencazione infatti è segnata da una caratteristica, sottovalutata da chi si lascia ipnotizzare dalla struttura collegiale dei Dodici quale si è affermata nel corso dei secoli. Leggendola con intento teologico, si può dire che qui Matteo non vuol tanto indicare il collegio dei dodici, ma formandola in sei coppie, egli ivita a considerare l’elencazione come il ripetersi nella storia di una speciale coppia composta da due personaggi tipici; e che essi sono decisivi nella struttura della Chiesa. I due personaggi sono Simone il Pastore (perciò chiamato Pietro) e Giuda il sacerdote; essi sono la presenza del Cristo come Unità e come Spirito divinizzante. Ripetendo sotto il velo di nomi diversi la stessa coppia per sei volte (quanti sono quei giorni della creazione che simboleggiano la storia dell’umanità), espone una grande verità teologica: la Chiesa sarà per sempre fondata su due ministeri paritari ed inscindibili; su una endiadi che verrà indicata, tipicamente, con nomi distinti ma equivalenti e consolari e cioè quelli di Simone e Giuda, di Pietro e del Discepolo amato, di Pietro e Paolo. Questo binomio, costituito dal pastore di unità e dal sacerdote eucaristico, non esprime una dialettica oppositiva perché si tramuta in ‘collegio’ per la costante partecipazione di un terzo e cioè il Cristo. E’ lui quel mistico Xam che si fa servo nelle tende di Sem e di Jafet; è lui a tenerli uniti in comunione, lui Spirito di Gesù risorto, lui che, nella finale di Giovanni sul lago di Tiberiade, struttura la sua Chiesa fondandola su Pietro e sul ‘discepolo amato’. E’ lui che, se sul piano della visibilità storica si lascia vicariare dal pastore e dal sacerdote, nella realtà della fede rimane l’unico grande liturgo.
Un riscontro è rintracciabile nella sezione finale della pericope matteiana. Ed infatti l’ultima coppia di apostoli è formata, e non certo per caso, da Simone (il cananeo cioè il gentile) e da Giuda che a sua volta viene identificato con una espressione che suona: ‘O iskariotes o kai paradous auton’. Quest’ultima fra le tante possibili compitazioni annuncia: “Egli, come Gesù..agnello, capo…un nulla di lei; poiché il Signore Principio in alto, ella si compiace di lui”. [1] Matteo delinea così, nel numero Dodici, la struttura del clero , dei servi cioè della comunità, non articolati in gerarchia di potere (vedi parabola dei servi) ma in comunione di funzioni. Di ciò dirò più ampiamente nel Par.VII, trattando delle sagome evangeliche. Questa teologia viene sviluppata attraverso la precisazione del contesto in cui avvengono le due prime chiamate (pescare-riassettare le reti), e della doppia vocazione riguardante sempre coppie di uomini, così da esplicitare che Gesù voleva che i suoi andassero ‘a due a due’; cioè, fuor di metafora, voleva che la sua Chiesa fosse ‘Una’ nel segno dell’Unico pastore, ed al tempo stesso fosse ‘eucaristica’ cioè tesa alla divinizzazione del mondo. Il particolare della ‘pesca’ e del ‘riassettare le reti’ non è poi una nota di cronaca o di colore letterario. Ed infatti, attraverso di esso, rifluisce nel vangelo tutta la complessa teologia nascosta nella tematica dei ‘pesci’ e dei ‘cetacei che Dio costruì personalmente, ed ancora del ‘diluvio’ che i pesci li esaltò e non li distrusse. In conclusione, la prima coppia esprime, come già dicevo, la struttura archetipale del clero, cioè dei servi ecclesiali. Perciò Simone sin dall’inizio viene nominato ‘Pietro’, e nulla vien detto dell’altro così che in lui si possa contemplare l’innominato sacerdote eucaristico. I due primi chiamati hanno lo scopo di ‘pescare’, cioè di riunire la vita sparsa e diffusa nella ‘marea’ delle Genti. I secondi (ed ultimi) dovranno ‘riassettare le reti’, cioè costruire un solido ordito capace di tener unito il tutto e dovranno essere pronti a lasciare tutto e seguire Gesù nella grande avventura della divinità.I due, quali figli di Zebedeo, [2]sono vicari di quel X-r-istos che significa proprio: ‘Il X. è la trama del tutto’. E l’evangelista precisa un particolare che seppure sembra insignificante, viene riportato anche da Marco: l’azione va svolta nella ‘Barca’, cioè in pratica nella Chiesa.
B ) Marco La chiamata dei discepoli narrata in 1,16.17 è conforme a quella matteiana e in un certo senso esprime la medesima teologia. Infatti sono eletti per primi Simone ed Andrea suo fratello mentre pescano; e subito dopo i due figli di Zebedeo. In 3,13-19 è ricordata infine la costituzione dei XII. E’ interessante poi notare che nello stesso contesto Gesù ‘nomina’ Simone come ‘Pietra’; i due figli di Zebedeo come ‘Boanerghes’ cioè figli del tuono; ed alla fine dell’elenco, anche qui, vicino ad un Simone (cananeo) c’è il nome di Giuda con una specifica indicazione ‘il quale anche lo consegnò’ (‘os kai paredoken auton’). Non può sfuggire il parallelismo tra i tre distinti ‘titoli’ che sono attribuiti ai discepoli in contesti qualificati e solenni: Petros (roccia), Boanerghes (figli del tuono), Paradous (il Consegnante) . Riflettendo su questa speciale concentrazione di titoli che provengono da Gesù in persona, non credo che si possa a cuor leggero riconoscere valore costituente al solo titolo attribuito a Simone (Pietro), lasciando totalmente in ombra gli altri due. In quel momento Gesù compì un atto di grande importanza, perché delineò, attraverso l’identificazione dei ministri, la struttura di servizio della sua Chiesa. Ed infatti egli la volle costituita: -sulla unità visibile delle chiese eucaristiche (le ‘case dei dieci’) rendendone garante Pietro; -sulla predicazione affidata alla testimonianza dei diaconi della Parola potente (boe).[3] -e infine sul sacrificio eucaristico affidato al sacerdote che qui viene individuato nella sagoma letteraria di Giuda come ‘colui che consegna’ il Cristo-eucarestia.
C ) Luca Non meno ricco di implicazioni teologiche in ordine al nostro tema è il terzo sinottico caratterizzato da una generalizzata fragilità che connota tutti i personaggi dell’entourage di Gesù. Essi litigano, fuggono, sono dubbiosi, tradiscono, non hanno fede etc. Ma, proprio su questa debolezza Gesù costruisce la loro missione ecclesiale, e la debolezza ne diventa il segno caratteristico. Il saper morire alla ‘dura cervice’ della mondanità equivale infatti a lasciare spazio all’Io di Cristo e per l’effetto a crescere, e far crescere, alla statura adulta dell’anima. In 5,1-11 Luca descrive la vocazione dei primi discepoli sottolineando che essi vanno collegati con ‘due barche’. Una appartiene a Simone, e proprio su quella Gesù sale per predicare alle folle; e Simone tace quasi a chiarire che questo compito spetta ad altri. Poi, sceso dalla barca, intima a Simone di andare ‘al largo’ e pescare e questi, dopo un tergiversare (tipico tratto della sagoma di Simone), si allontana e realizza un’enorme pesca. Ma ora deve intervenire l’altra barca per caricare quanto si è catturato. Dunque a Simone deve aggiungersi qualcun altro perché l’azione compiuta abbia il suo effetto. Vi leggerei l’intervento degli ordinati che nella Chiesa trasformano gli adepti in ‘fedeli’, e l’adesione visibile alla Chiesa in partecipazione comunionale eucaristica. Così l’icona lucana si assimila a quella delineata da Matteo e Marco. Ma il tratto più significativo e profetico viene narrato nel prosieguo; Simone al quale ora l’evangelista aggiunge il titolo di Pietro confessa la doppia qualità della sua posizione: egli è certamente ‘Pietro’, ma restando ‘Simone’ è anche ‘un peccatore’ che deve mettersi in ginocchio e deve riconoscere, a motivo dei suoi errori (amartano), che Gesù dovrebbe stargli lontano. Nel fare la sua confessione egli è solo, ma il titolo che porta lo rende persona corporativa, lo identifica con la Chiesa visibile che continuamente deve riformarsi. Tanti altri dati andrebbero meditati con attenzione. Certamente infatti non è casuale la scelta fra nomi diversi come: ‘Simone, Pietro, e Simon Pietro’; né la precisazione ‘lavavano le reti’; né la immediata presenza dei Figli di Zebedeo, la loro qualifica di ‘Soci’ di Simone; ed infine il fatto che tutti lasciate le reti lo seguirono. Soffermiamoci proprio sulla presenza dei figli di Zebedeo. Come spero di dimostrare in altra scheda, Giacomo e Giovanni sono sagome dei misteriosi ‘due Pesci’ (Ixtuoi) che esprimono le due dimensioni dell’Ordine sacro, e cioè il diaconato ed il presbiterato. Essi costituiscono perciò la controfigura dell’eletto che deve svolgere la funzione sacerdotale all’interno della Chiesa, e in tal senso surrogano la sagoma di Giuda che sembrava assente. Al momento l’evangelista li qualifica ‘soci di Simone’ (e non di Pietro) per indicare la loro dimensione umana (non sacramentale); come gli altri pescatori, li mostra impauriti per la conclusione miracolosa della pesca, quasi a dire che nella sua paura Simone comprende tutto l ‘clero’ (soci). Il legame che li unisce a Simone quando egli si farà pescatore di uomini, resterà fermo perché tutti insieme devono muoversi verso la divinità. Diacono e presbitero saranno i ‘Soci’ di Pietro quando egli si farà pescatore di uomini. Che la pesca narrata da Luca vada poi intesa in senso metaforico, lo si deduce dal fatto che un pescatore, sapendo quanto è imprevedibile la presenza di uno stormo di pesci, non si spaventa, ma si esalta, se le sue reti ne sono stracolme. Lo spavento è giustificato invece in chi, restando nella sua dimensione carnale, trema all’idea di dover prima ‘pescare’ e poi confortare e tenere in comunione un miliardo e passa di cristiani. Nella umanità dei suoi ministri, la Chiesa visibile resta timorosa, ed ha paura di esercitare la terribile funzione di ‘comunione universale’ alla quale è stata chiamata. In 6,16, in un contesto che sembra alludere ad un tempo successivo alla Resurrezione, Luca narra la scelta dei XII che verosimilmente, per coerenza con i suoi intenti teologici, non struttura come Matteo per coppie. Qui Giuda viene indicato con una espressione che, per altro, manca in vari codici: “Iscariota che divenne traditore” (prodotes). E’ questo l’unico punto del vangelo che contiene, riferita a Giuda, la parola specifica che indica un tradimento. Lo stesso Luca negli altri contesti si serve infatti del generico ‘consegnare’ comune agli altri sinottici.[4] Come concludere? Si potrebbe pensare ad una aggiunta postuma che, adattando il testo alla predicazione corrente, trasformava il ‘consegnatore’ in ‘traditore’. Oppure, come già accennavo, ad una intenzione dell’evangelista (o del copista) di sottolineare come l’attribuzione di una funzione all’interno della Chiesa non dia la certezza di rimanere per ciò stesso esenti dall’errore. Fra i XII ci può essere sempre chi tradisce la verità del Cristo. Ma forse la soluzione sta più semplicemente nella diversa scansione che può operarsi su questa sequenza fonematica. Infatti compitando ‘pro do tes’ si può intendere: “a servizio delle Case-Comunità di Lei”, cioè della Chiesa universale; o ‘pro dotes’ che dice proprio ‘consegna’.
D ) Giovanni Il IV vangelo, impostato (contrariamente a quanto si ritiene) proprio sull’eucarestia e sul connesso sacerdozio, riserva un trattamento speciale a Giuda, sia in occasione della scelta dei discepoli, sia della passione, sia infine nella finale sul lago di Tiberiade. In tutti questi eventi Giovanni copre il suo personaggio con l’anonimato. Quanto all’elezione (ne riparlerò trattando degli ‘aninimi’), Giovanni (1,40) narra che i primi discepoli furono: - Andrea fratello di quel Simone da lui proprio condotto a Gesù (v.41.42) e da questi rinominato ‘Cefa’ cioè Pietra;[5] - e un personaggio anonimo che, se pure sembra poi sparire nel nulla, sicuramente resta presente considerando che le chiamate di Gesù hanno un valore costitutivo e non sono revocabili. Qualche riflessione Ai vv. 6,70.71 Giovanni, secondo la lezione corrente, racconta: “Rispose Gesù: non vi ho forse scelto io voi dodici? Eppure uno di voi è un diavolo. Diceva di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questo infatti, unico dei dodici, stava per consegnarlo”. e chiarisce così che Gesù volle Giuda tra i Dodici.[6]
La presenza di un Andrea (andr-rea) cioè di un ‘uomo della terra’, di un anonimo (che intendo come Giuda) e di Simon Pietro, invita poi a riflettere ancora in altra direzione. A me pare che Giovanni abbia voluto andare oltre la vocazione degli apostoli, e descrivere per simboli la costituzione della Chiesa. Le sagome di Andrea, dell’Anonimo e di Pietro profetizzano una Chiesa strutturata in laicato (Umanità), sacerdozio eucaristico, e comunione universale. Di ciò ho trattato anche nel par.III. Sotto altro profilo Giovanni ha voluto evidenziare (cfr. Par. II) l’inscindibilità delle due sagome e cioè quella del sacerdote eucaristico che costruisce una pluralità di Chiese, e quella di Pietro quale segno vivente della loro unità.
Che l’anonimo sia Giuda lo deduco ancora dal fatto che anche in questo punto risultano accostati i due personaggi fondamentali della gerarchia ecclesiastica: Simone e Giuda. Il che mi fa riflettere che questa vicinanza da sempre ha fatto scintille in quanto, se nella Chiesa Santa la diarchia trova certamente la sua sintesi nel ‘terzo’ e cioè nel Cristo, in quella visibile le cose stanno un po’ diversamente. Infatti questa diarchia non è stata mai esplicitata compiutamente, nè ha trovato una tranquilla e coerente attuazione nella prassi ecclesiastica, sempre tentata di applicare modelli umani di gerarchia e di supremazia. In breve, a me pare che nella sua dimensione visibile la Chiesa, quando perde il contatto con il suo grande ed unico liturgo che è il Cristo, non riesce a sopportare questa diarchia spirituale, perché essa si travisa in ‘supremazia’ (chi di essi fosse il più grande) e, seppure inconsciamente, viene tramutato in gerarchico e monocratico quanto il Cristo volle come paritetico e concorrente sul piano spirituale. Di qui l’escludente esaltazione della pastoralità di Pietro (il nominato) rispetto al servizio eucaristico di Giuda (diventato l’anonimo ‘discepolo che Gesù amava’). Eppure questo profilo teologico è sempre stato chiaro alla coscienza della Chiesa.Essa infatti lo continua ad esprimere nella formula dialettica Pietro-Paolo. Ma, se sul piano concettuale i due nomi continuano a formare una endiadi, in pratica la figura di Pietro è diventata assorbente ed onnicomprensiva e per il sacerdozio eucaristico si è ritagliata una collocazione falsamente subordinata; ed il suo archetipo, cioè Paolo, è finito nella ‘Galleria degli Antenati’. Una soluzione che certo non giova alla Chiesa nella quale spesso la comunione nel Cristo viene assimilata alla uniformità disciplinare.[7] In conclusione a me pare che qui Giovanni annuncia due grandi temi: la dialettica interna al Clero; e una struttura altrettanto dialettica che unisce Clero a Laicato, e come il primo sia servo del secondo.
Ho riletto in quest’ottica il testo di Giov. 6,53-71 che prima ho citato nella versione corrente, e nel quale Giuda sembra condannato senza appello perché considerato un ‘diavolo’. Ne trascrivo il testo, avvertendo il lettore che trattasi di traduzione pedissequa e comunque di un primissimo approccio che ha bisogno di molte limature (e di tanta collaborazione). Tuttavia a me pare che, per grezzo che sia, esso è in grado di far emergere temi che una certa teologia di palazzo, per ossequiare il Simone regnante, ama bypassare, ad onta del fatto che proprio Pietro ha chiesto di meditare sulla sua collocazione ecclesiale.
“ Sopraggiungeva la Perfezione (che scende) dall’alto; 67- ed allora da Padre ella disse: Non per divino progetto tu (o eletto) stavi inoperoso. Da figlio per quelli delle ‘dieci Case’ egli si lamenta! Voi? Volete voi partire?
68- Cercando di capire, Pietro subito distinse: Signore sii tu da lontano a guidare verso la Persona Perfetta (Spirito); tu o Prode, Tu, simile (a me) nel destino di morte, prega per me. Per lei (chiesa) che è stata rifatta (c’è) una insaziabile Vita: La Cosa (Eucarestia) e la Grande Voce (Scrittura). 69- Questo il ‘X’ fece piovere giù.
L’Isolato (eletto), da gheriglio della noce, come rimedio ha confidato in se stesso. (dice:) Lasciami tranquillo! Quello (eletto) ebbe piena conoscenza dell’Uno; ma quanto a me (Pietro gentile) c’è il 50 (Spirito), cioè Tu cibo quotidiano, tunica di pelle, unico Santo di Dio.
70- Rispose la Potenza in persona, quello della Grande Voce: Non EGO, ma il FIGLIO, per le dieci case, lontano, elesse i Cittadini (eletti). Quelle cose che esistevano in ragione di me, (esisteranno) ad opera del ‘6’ (sacerdote) di voi; Ma l’isolato egli è come un bambino. 71- tu tienilo stretto, schiavizzato dell’unico (popolo) da lungo tempo, e biasimalo per cose tanto grandi messe da parte.
Quanto alla semenza dell’imbecillità –quello lì è polvere- lasciala imputridire. O ‘pesce muto’ (sacerdote) il 50 (Spirito) è presente, egli che a lei dona doppiamente se stesso nelle dieci Case di coloro che si lasciano accostare.” (fine file)
[1] Compito: O Is.. ois kar iota es o K. A. Ipar adousa auton“. Quel ‘o kai’ ricorda poi Atti 13,9 ‘Saulos de, o kai Paulos’ che costituisce lo spartiacque fra passato e futuro, fra il persecutore di Cristo ed il suo vicario ecumenico.
[2] I due sono ‘figli di Zebedaios’ un nome che, compitato come ‘Z. ebed ai os’ permette di intendere “egli è sette servi per lei”, espressione che fa subito pensare ad Atti 6,1-6 quando si ordinano i sette diaconi. [3] La scansione del fonema ‘Boanerghes’ permette di identificare un ‘boa’ che significa ‘Parola’, un ‘aner’ che dice ‘uomo’, ed un ‘g’es’ che traduco ‘spanditi’; dunque l’espressione può suonare: “Spanditi o uomo-Parola”.
[4] Il termine ‘traditore’ è presente solo in Atti 7,52 e I Ti.3,4 ma non è riferito a Giuda.
[5] E’ certamente problematico l’uso che gli evangelisti fanno dei nomi ‘Simone’ e Pietro’ a volte uniti, a volte divisi, e sempre senza una apparente logica. Così accade anche nel nostro caso “uno dei due era Andrea il fratello di Simon Pietro… egli trovò il fratello Simone.. e lo condusse a Gesù…che disse: tu sei Simone….ti chiamerai Cefa che significa Pietra” Mi chiedo se questo uso promiscuo non possa diventare significativo considerandolo finalizzato al discorso delle funzioni ecclesiali ed alla ‘logica di coppia’.
[6] Il testo, se letto in negativo, ribadisce che Gesù chiamò alla sua Cena eucaristica i buoni ed i cattivi; e chi si presentò senza l’abito dello ‘Sposo’ (cioè il sacerdote) dovette imparare a dare se stesso, andando nel mondo dove ‘è pianto e stridore di denti’ allo stesso modo di Gesù, cioè ‘legato mani e piedi’ sulla croce. Dunque l’esercizio stesso della missione ricevuta sarà la via ascetica del sacerdote.
[7] La dialettica delle funzioni ecclesiali viene espressamente trattata da Giovanni nella finale del suo Vangelo, quando Simone, che ora si avverte unico capo della Chiesa, chiede a Gesù risorto di liberarlo dall’incomodo ‘discepolo amato’. La risposta di Gesù è chiaramente di segno opposto: egli non cesserà mai di esistere, perché è l’eucarestia, e non la funzione pastorale, a costituire la Chiesa di cui Pietro è segno di Unità.
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