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Par. IV

Incoerenza del  ‘tradimento’ di Giuda

 

Sommario: -Il tradimento di Giuda nei quattro evangeli; -Giuda si separò dai discepoli?; - Giuda attuava un piano di Gesù?; - L’inutilità dell’intervento di Giuda; - Che ne ricavava Giuda?; - I trenta danari; - L’articolazione letteraria.

 

Il tradimento di Giuda nei 4 evangeli

Proviamo ora a riflettere l’aspetto fondamentale dell’evento ‘Giuda’ e cioè il suo supposto ‘tradimento’.

Lasciando da parte la troppa letteratura che si è fatta su questo tema, considererò senza pregiudizi, riserve e timori, i dati che si possono ricavare direttamente dai quattro Vangeli e dagli Atti, così come appaiono nella lettura corrente, suggerendo, ove occorra, qualche ricompitazione.[1]

Immaginiamo allora di trovarci in un tribunale e che ‘Vangeli e Atti’ siano il libello di accusa contro Giuda. L’avvocato chiamato a difenderlo giustamente pretenderà che il suo assistito sia giudicato ‘iusta alligata et probata’, esigerà che sia valutata la credibilità del ‘pentito’ (l’agiografo) che ha formulato l’accusa, e chiederà infine, ad ogni buon conto, che il reato sia considerato impossibile. Questo avvocato, a sostegno della sua tesi,  proporrebbe alla giuria una serie di rilievi e di argomentazioni che ora cercherò di esporre.

 

Giuda si separò o meno dai discepoli?

Una prima considerazione attiene a se Giuda si separò o meno dagli apostoli a seguito degli eventi della Passione. La domanda è suggestiva in quanto correntemente si ritiene che da un certo momento in poi (variamente individuato dai Sinottici e da Giovanni) egli si stacchi dai Dodici e agisca da solo. Ma è poi vero?

Dal racconto evangelico, come già ho detto, non si può dedurre con certezza che gli altri apostoli si resero conto del ‘tradimento’ di Giuda, anzi osservando il loro comportamento assolutamente passivo bisogna dar credito proprio alla tesi opposta. Se ciò è vero, non si può escludere che egli rimase insieme agli altri durante la passione di Gesù e gli eventi successivi.

Un indizio lo ricavo dalla prima lettera ai Corinzi in cui Paolo afferma che il Risorto apparve prima a Pietro e poi ai Dodici e quindi, debbo presumere, anche a Giuda. Forse proprio per escludere questa possibile deduzione, seguendo alcuni codici, la Vulgata ha sostituito un ‘undici’ al ‘dodici’. Alcuni esegeti suggeriscono di intendere il termine ‘Dodici’ come indicativo del ‘collegio’ e non come numero effettivo delle  persone presenti all’evento; ma il vocabolo resta lì ben fermo, e non si comprende perché mai Paolo non ha evitato in radice il possibile equivoco che nasceva da quel termine che poteva essere omesso o sostituito.

Un secondo indizio lo ricavo dal racconto degli Atti degli Apostoli dal quale, come preciserò fra poco, si può dedurre che Giuda non fu sostituito in quanto ‘traditore’, ma perché era “partito per il suo luogo”, espressione che viene intesa come equivalente a ‘morire’. Nel sostituirlo si fa cenno alla sua morte sull’albero; ad una sua ‘diaconia’ ed ancora ‘apostolato’ ed ‘episcopato’; e all’acquisto che egli fece di un campo e di come questo assunse per voce popolare un certo nome.

Tutti questi eventi lasciano presupporre che per un certo tempo, cioè fino alla sua sostituzione (che non si può collocare in un momento preciso), egli fu presente sulla scena; e permettono di dedurre che non vi fu un contrasto fra lui e gli altri apostoli, e che egli non fu emarginato o combattuto, dal momento che gli Atti non fanno alcun cenno ad eventi di questo tipo.

 

Anche nel racconto della ‘cena’ non c’è nulla che faccia pensare a Giuda come a un traditore. Egli infatti parla affettuosamente con Gesù e questi gli consiglia di fare subito ciò che deve fare; e gli evangelisti annotano come gli altri commensali pensarono che andasse a procurare qualcosa indicato dal Maestro. Un particolare questo che non può emarginarsi a cuor leggero.

Anche la cd. denuncia pubblica fatta da Gesù di un traditore presente nel gruppo ruota poi in pratica su una sola parola ‘consegnare’.  E’ lecito allora chiedersi come venne recepito dal gruppo questo scarno ed ambiguo termine; in altre parole i discepoli intesero che Gesù sarebbe stato tradìto o tràdito? Venduto o consegnato come eucarestia?[2]

Proprio gli evangelisti sembrano optare per questa seconda possibilità (positiva) laddove ricordano (Luca) che proprio su questa dichiarazione di Gesù essi cominciarono a discutere chi fra loro fosse il più grande. Questione che può collocarsi coerentemente nell’insieme della scena solo ipotizzando che i discepoli considerarono il ‘consegnare al mondo Gesù’ come un compito del tutto positivo, e intesero che, connessa allo stesso, il ‘consegnatore’ avrebbe goduto di una posizione di primazialità.[3]

 

Tutti questi dubbi non sono sciolti nella successiva scena dell’orto degli ulivi. Ed infatti, se si accetta che il pactum sceleris era un segreto che oltre Giuda solo i sacerdoti conoscevano, nessun elemento nuovo viene narrato che faccia presumere un cambiamento del giudizio degli undici sul loro compagno. Ed infatti:

-il discorso fra Giuda e Gesù dal quale, con un certo sforzo di immaginazione, si poteva dedurre il tradimento, poteva essere stato del tutto privato, pronunciato sottovoce fra persone tanto vicine fra loro da potersi baciare.

-la reazione dei discepoli che si esprime nel colpo di spada, è diretta contro gli assalitori e non contro Giuda.

-Giuda si accosta a Gesù con un gesto di affettuosa amicizia (bacio) e lo chiama rispettosamente ‘Maestro’. Né il bacio viene rifiutato fornendo un chiaro indizio dei buoni rapporti ancora esistenti fra i due.

-Se poi l’obiettivo di Giuda era solo quello di indicare, fra le altre, la persona di Gesù, sarebbe stato sufficiente un segnale con la mano o un ammiccamento; e da lontano, per sfuggire ad una più che probabile  reazione degli undici.

 

Giuda attuava un piano di Gesù?

Tenendo conto di questi dati, si può ipotizzare che quando tutti scapparono via, probabilmente Giuda continuò ad essere considerato dagli Undici un discepolo affidabile, che ben poteva frequentarli e stare con le donne sotto la croce, se, come suggerisco, egli va identificato col ‘Discepolo che Gesù amava’.

Ed ancora si può ipotizzare una tesi diversa e a prima vista paradossale sul piano storico, ma fortemente intrigante su quello teologico. Gli apostoli erano consci della volontà di Gesù di consegnarsi, e ciò in base alle sue ripetute affermazioni in tal senso. Perciò, anche se intesero il ‘consegnare’ in termini negativi, non dettero peso eccessivo alla rivelazione fatta da Gesù nella cena, né cercano di sventare il piano di Giuda, sia durante la cena, che dopo nell’orto.

Nell’interpretazione corrente di questa sezione della passione, mi pare di cogliere una qual forma di ‘inversione’ nel senso che la ‘consegna’ sembra riferita al Gesù debole e passivo delle scene successive. Ed invece mentre stavano cenando ed erano nell’Orto, i discepoli erano come pulcini sotto l’ala della Chioccia, si sentivano perfettamente tutelati dalla potenza, tante volte sperimentata del loro Maestro.

Nella valutazione del loro comportamento questo elemento gioca un ruolo determinante. Come potevano Pietro e gli altri immaginare quel che sarebbe successo in seguito, dopo aver visto il loro capo trionfare continuamente e uscire illeso da ogni scontro?  Era più facile per loro pensare ad una nuova azione dimostrativa di Gesù che, prima si sarebbe consegnato, e poi avrebbe trionfato.

Che valore poteva avere per loro quell’oscura previsione verbale di passione e di morte a fronte della potenza che Gesù sapeva esprimere? Giovanni avalla quanto suggerisco, mostrando che anche nell’Orto Gesù è in grado di annientare i suoi assalitori. In base a quali dati gli Undici avrebbero dovuto attribuire ad un comportamento di Giuda una capacità di produrre effetti  distruttivi sulla persona di Gesù?

Sentendosi dunque sicuri sotto l’ala potente del loro Maestro il loro atteggiamento nell’orto è comprensibile e conseguenziale: essi si addormentano tranquillamente. A che vigilare per non lasciarsi sorprendere da coloro che sarebbero venuti a catturare Gesù, se Gesù quella cattura la voleva e, catturato, avrebbe conservato tutta la sua potenza? Gesù era un uomo specialissimo che bastava a se stesso, e che mai aveva chiesto aiuto ai suoi discepoli. Per dirla in soldoni, dei bambini non avvertono certo la responsabilità di vegliare per proteggere da altri bambini l’adulto che li guida e li tutela.

A distanza di duemila anni, e dopo una lettura in termini di tradimento e consegna di un ‘debole’, accreditata da mille ripetizioni, questo sonno degli Undici appare come qualcosa di incomprensibile e di negativo.

Ed invece essi erano fiduciosi nella potenza di Gesù, e perciò Pietro e un altro discepolo (per me Giuda) gli tennero dietro fino al cortile del Sommo sacerdote, sperando di essergli vicino nel momento della sua vittoria su quei nemici che egli già aveva atterrato nell’orto.

 

L’inutilità del tradimento di Giuda

Nel racconto dei Sinottici l’inutilità dell’azione di Giuda è un dato altamente significativo, capace da solo di rendere improponibile l’accusa di tradimento.

L’evangelista Luca suggerisce chiaramente questa irrilevanza quando fa precedere al ‘patto scellerato’ una precisazione sulla notorietà di Gesù e dei suoi spostamenti. Chiarisce infatti che egli insegnava ogni mattina nel Tempio e la sera si recava nell’orto degli ulivi. Dunque chiunque avesse voluto trovarlo sapeva come fare, e poteva scegliere il momento più opportuno; non aveva quindi alcun bisogno di conoscere da un altro (Giuda) i suoi movimenti. Giovanni a sua volta fa ribadire questa notorietà da Gesù in persona, e proprio al momento della cattura (o meglio della auto-consegna).

Né costituiva certo un problema individuare fisicamente il Maestro, visto che era un uomo pubblico e qualsiasi soldato era in grado di risolvere eventuali dubbi di identificazione; in ogni caso l’atteggiamento rispettoso dei suoi discepoli sarebbe stato sufficiente. Perché allora il termine ‘consegnare’ se l’evento descritto non integra neppure una semplice ‘indicazione’ della persona?

 

Che se poi la necessità di un tradimento si volesse giustificare con la scelta di un ‘momento opportuno’ la ricostruzione neppure regge. Ed infatti Giuda avrebbe condotto i soldati nel punto e nell’ora sbagliati, cioè nel luogo e nella situazione meno adatti.

Non ha senso organizzare la cattura di Gesù di notte, e in un luogo alberato e cespuglioso che ne avrebbe favorito la fuga; e per di più mentre era contornato da una decina di amici armati. Se i discepoli avessero previsto quanto sarebbe accaduto ne sarebbe certo nata una zuffa furibonda; tra loro c’era anche uno ‘zelota’ che di armi e di pestaggi doveva essere abbastanza esperto. Una decina di uomini non sono pochi per facilitare la fuga di uno solo, e il drappello di guardie non era certo composto da molte persone. La controprova sta proprio nella fuga del giovane ‘nudo’, segnalata da Marco.

Fa infine torto al buon senso umano pensare che Giuda abbia scelto come segnale di riconoscimento il ‘bacio’. Il traditore non era un pivello, e certo non si sarebbe messo in condizione di prendersi una coltellata, accostandosi tanto vicino a Gesù da baciarlo, contornato com’era dagli altri discepoli. Vien da chiedersi: perché mai Pietro, che pure taglia l’orecchio a Malco, non alza la spada contro il traditore che era il naturale destinatario di un gesto di stizza e di violenza?

 

Nel racconto giovanneo vi sono alcuni dati contrastanti con la narrazione sinottica e sia il tradimento che la consegna diventano ancor più improbabili così come sono descritti. Chi legge senza pregiudizi il testo giovanneo deve concludere che  Giuda non consegna un bel niente.

Quanto al primo elemento di contraddizione va ricordato che, mentre i Sinottici considerano Giuda presente durante tutta la cena, Giovanni lo fa uscire subito dopo aver preso il boccone. Ed ancora che, secondo il IV evangelista (13,27), il Satana entrò in lui durante la cena, mentre per i Sinottici ciò avvenne qualche giorno prima in occasione dell’accordo con i sacerdoti (Mt.26,14-16 e così Mc. e Lc.)

Quanto poi al patto scellerato, nel IV vangelo non vi è traccia di un accordo fra Giuda ed i sacerdoti, e neppure di un prezzo della consegna. Tutto nasce e si evolve nel cuore di Giuda. Inoltre Gesù viene presentato non solo come un personaggio pubblico raggiungibile in ogni momento, ma (lo annotavo prima) come chi conserva il suo potere ‘di passare in mezzo a loro’ e finanche di atterrarli.

Quale fatto nuovo avrebbe dovuto convincere i discepoli di un pericolo dal quale il loro potente Maestro non poteva difendersi da solo?

Per dare dunque un significato al gesto di Giuda bisogna ipotizzare che   il contributo di Giuda alla cattura consisteva nel  garantire la debolezza di Gesù (ipotesi suggestiva che poi svilupperemo); oppure (e le soluzioni possono coesistere) che Giuda era il garante della libera volontà di  Gesù di consegnarsi. Non a caso la liturgia afferma che egli ‘liberamente’ si consegnò alla morte.

A ciò può aggiungersi una terza ipotesi: il Gesù che nel racconto  dell’orto viene consegnato come ‘persona fisica’ è il sacramento (reale e letterario) di quella eucarestia che ora Giuda possiede e di cui i sacerdoti desiderano disporre In tal caso ‘l’occasione favorevole’ era costituita proprio dalla ‘Cena’ dove Gesù si trasforma in eucarestia e si affida alla bocca di Giuda.

 

Che ne ricavava Giuda?

Cui prodest? Ogni tradimento implica un vantaggio da conseguire; e nel racconto dei sinottici si fa cenno ad una somma di (trenta) denari versati a Giuda dai sacerdoti. Ad una lettura superficiale questo fatto sembra confortare l’idea della ‘vendita’ Ma c’è un dato, riportato dagli evangelisti, che rende improbabile questa tesi. Mi riferisco al fatto che Giuda era il cassiere di Gesù e per di più era ‘ladro’.

Facciamo allora i conti in tasca a Giuda, e scopriremo che di soldi ne doveva maneggiare molti, se solo la fiala di profumo versato sui piedi di Gesù aveva un valore venale di gran lunga superiore ai trenta denari. Si può allora credere che Giuda abbia venduto ai sacerdoti la sua ‘gallina dalle uova d’oro’ per una piccola somma e per di più una tantum?

Qualcuno ha fatto poi notare che all’epoca di Gesù non esisteva una moneta chiamata ‘pezzo’ di argento (così dicono gli evangelisti), e che da secoli non si usava più pesare il metallo perché per i pagamenti si utilizzavano monete coniate. Come spiegare questa incongruenza storica del racconto?

Ma il dato più sconcertante è l’omissione della ‘vendita’ da parte di Giovanni. Questo evangelista riserva sempre delle sorprese a chi legge solo in superficie. Perché, vien da chiedersi, oltre a ‘dimenticare’ la cena eucaristica, egli non fa cenno di questo patto scellerato? O siamo noi che leggiamo in maniera riduttiva il IV Vangelo? Non mi stancherò di ripetere che l’ossessione di storicizzare i vangeli ne sta distruggendo la teologia.

 

I ‘trenta danari’

Gesù fu venduto ‘per trenta denari’! Il ‘modo di dire’ è diventato tanto usuale e generalizzato da coprire la diversità dei testi evangelici che trattano il tema. Anche per questo motivo dedicheremo una attenzione tutta speciale al cd. prezzo della ‘vendita’ perché esso può fornire utili elementi di individuazione della Sagoma sacerdotale (Giuda).[4]

In particolare mette in evidenza come tratto costitutivo del sacerdozio eucaristico la Contraddizione, un ‘topos’ di ambivalenza che profetizza chi accetta di essere ‘servo’ al posto del Servo Gesù; e chi avvilisce la potenza redentrice e santificante del Cristo a strumento di potere egoistico e geloso; ne ricava cioè una ricchezza mondana, poco importa se monetaria o di altro tipo.

Delle tre funzioni che costituiscono la struttura gerarchica della Chiesa, e cioè: pastorale (Pietro), di verità (XII) ed eucaristica (sacerdote), la sacerdotale è quella che maggiormente evidenzia l’inquinamento. Le altre due infatti, avendo un intrinseco ed evidente momento autoritativo, riescono più facilmente a dissimulare un loro traviamento.  Infatti nell’esercizio della funzione di Pietro (che si esprime nella visibilità della Chiesa) e di quella dei XII, la devianza è come coperta dall’atto stesso del ‘disporre’. Per intenderci, un atto di mero potere mondano si può facilmente travestire in  cura pastorale, sicché quest’ultimo aggettivo appare a volte veramente ipocrita. 

Al contrario, poiché il sacerdote nasce proprio come servo (su ei pas), che dice di sé: ‘Prendete e mangiate questo è il mio corpo...’ e così edifica la Chiesa Santa, nel suo caso la deformazione della funzione di servizio in potere diventa evidente in tutta la sua negatività, come un qualcosa che svuota la funzione stessa.[5] Anche per profetizzare tutto ciò, gli evangelisti si soffermarono sulla venalità di Giuda.  Ma veniamo al racconto come esposto dai quattro evangelisti.

 

Una lettura superficiale e confusa dei racconti della Passione sembra non lasciare dubbi in ordine ad un ‘prezzo’ incassato da Giuda per consegnare Gesù. Ne vien fuori una improponibile e banale questione di soldi. Ma chi va oltre, rileggendo in altra chiave i testi sinottici, giunge a conclusioni ben diverse. E vediamo come.

Innanzi tutto i racconti non sono univoci. 

Ed infatti, secondo Matteo quei ‘trenta pezzi d’argento’, pagati come prezzo (26,15), furono restituiti (27,3) e utilizzati dai sacerdoti per comprare il ‘campo di sangue’ nel quale seppellire gli stranieri. Luca (2,5) e Marco (14,10) parlano di una pattuizione della somma, ma non di un suo versamento. Giovanni, maestro di silenzi ed omissioni, ignora del tutto questo patto.

La versione di ‘Atti’ è ancora diversa (qui il campo lo compra Giuda e non i sacerdoti) ed è  centrata sull’epilogo:

“Comprò un campo con il prezzo dell’ingiustizia…fu chiamato campo di sangue”.

Del valore di questa notizia tratterò più avanti esaminando l’intero capitolo che riguarda la ‘sostituzione di Giuda’.

Riflettiamo ora sui passi evangelici citati:

a > Luca (22,5) dice: “E si accordarono con lui di dargli moneta” (argurion) cioè l’argent dei francesi;

b > Marco (14,11): “E promisero di dargli moneta”;

c > Matteo (26,15): “E stabilirono per lui 30 pezzi d’argento” .[6]

Come si vede la precisazione del ‘quantum’ è del solo Matteo che la ribadisce in 27,3, mentre a 26,6 e 27,5  parla genericamente e al plurale di ‘ta arguria’.[7] 

d > Giovanni (per il quale Giuda era il cassiere del gruppo e ladro) non fa, come ora dicevo, alcun cenno del danaro; anzi neppure riporta l’accordo con sacerdoti. Un fatto questo singolare e gravido di conseguenze.[8]

A me pare tuttavia che Giovanni, segnala il dato teologico di fondo, proprio quando annota la venalità di Giuda; una venalità che a mio giudizio non va però collegata al prezzo della consegna che è tanto vile da escludere che Giuda, il cassiere del gruppo, agì al solo scopo di ottenere un profitto. Questa venalità va invece intesa in senso strettamente teologico, considerando che la ‘ricchezza’ (argurion) scambiata con i sacerdoti era costituita da qualcosa di molto importante e cioè dalla  Rivelazione di Dio. [9]

Potremmo allora delineare la situazione teologica nel modo seguente: - c’è la ‘borsa’ che Giuda deteneva per il gruppo, contenente la ricchezza della Rivelazione adamitica, universale, cattolica, che Gesù vuole purificare e riunire a quella che si è isolata essendo detenuta dall’eletto. Questa ricchezza di verità (diffusa nel mondo) viene conferita a Gesù dalle ‘Donne’ che lo sostenevano economicamente, e che simboleggiano le comunità gentili detentrici di quella primitiva rivelazione[10];  - parallelamente c’è, nel Tempio del Regno di Giuda, l’Arca dell’altra Rivelazione, quella affidata da Mosè agli eletti, cioè proprio a Giuda (Antico Testamento).

Detta ricchezza costituisce la moneta di scambio. Secondo i Sinottici, essa, che era detenuta dai sacerdoti ‘delle origini’ (archiereis), viene offerta in baratto per ottenere non la persona fisica di Gesù (che letterariamente sta come ‘segno’ metaforico), ma quel Pane divino (intinto nel vino della Santità) che solo un commensale di Gesù poteva ‘consegnare’ (ed era questa ‘l’occasione propizia’), e del quale egli erroneamente credeva di poter essere avaro gestore, come l’Epulone della parabola. [11]

Se dunque la ricchezza è proprio la Rivelazione divina che Gesù vuole ottenere tramite Giuda per congiungerla alla sua ‘Cena’ e costruire così l’Eucarestia della sua eterna presenza; se la contropartita da consegnare ai sacerdoti è il pane divino (boccone), si può giungere ad una ancor più ricca conclusione.

Oggetto del baratto è proprio la ‘sacerdotalità eucaristica’ conferita a Giuda, ed intesa come potere offerto all’uomo di gestire la presenza del Cristo Dio nel mondo. Infatti, i sacerdoti delle origini sanno che, in quanto eletti, essi sono i destinatari delle irretrattabili promesse di Dio, promesse che li qualifica sacerdoti. In forza di ciò, presumendo di potersi sic et simpliciter trasferirsi da sacerdoti nella nuova economia instaurata da Gesù, chiedono a Giuda di trasferire a loro la sua ‘ordinazione’, per poter, anch’essi, avere nelle mani il Cristo divino.

Poiché la sagoma di Giuda (eponimo del Regno degli eletti) equivale a quella dei ‘Sommi sacerdoti’ dei racconti sinottici, Giovanni non aveva alcun bisogno di narrare un accordo fra questi ultimi e Giuda. Tutto il dramma si svolge all’interno della sua sagoma, e si attualizza nella vita di ogni sacerdote della Chiesa.

Questo dramma verrà esposto minutamente nella contraddittoria vicenda di Simon Mago narrata in ‘Atti’.

La profezia nascosta nel testo annuncerebbe dunque la funzione sacerdotale viene attribuita in forma del tutto gratuita (è una Grazia) e si fonda su una scelta assoluta di Dio (Giuda sarà sostituito ‘per sorte’) e non può diventare contropartita di qualsivoglia ricchezza.

Sacerdote sarà dunque chiunque Dio voglia chiamare. Gli ‘Atti’ lo attestano quando a Giuseppe Barsabba, detto il ‘Giusto’, cioè l’eletto, viene preferito il gentile Mattia; e ciò ad onta del fatto che il primo, proprio in quanto eletto, potrebbe conferire la ricchezza della rivelazione divina da lui detenuta. In parole povere il sacerdozio non va dato a chi è esperto nella Scrittura, e tanto meno a chi offre qualsiasi altra ricchezza; va dato solo a chi Dio chiama a quel compito.

In modi diversi gli evangelisti delineano così la teologia del sacerdozio.

 

Inoltre, quando Giovanni qualifica Giuda ‘ladro’, insinua un’altra tesi anch’essa parallela a quella dei sinottici: letto in negativo, Giuda consegna Gesù-Eucarestia per potere lui solo disporre, sia della Cena (boccone) che Gesù ha istituito per i Gentili e gli ha esclusivamente conferito, sia della doppia Rivelazione divina, cioè quella antica e quella nuova.[12]

La sua sagoma descrive allora il sacerdote eucaristico che è ministro della Parola (Antico e Nuovo Testamento) e ministro della ‘Cena’ e che è continuamente tentato (contraddizione) di trasformare in prestigio mondano il suo servire.

Ma, come dicevo, dietro questa prima apparenza se ne nasconde un’altra più profonda, nella quale la sagoma di Giuda funge ambivalentemente da mediatore fra Gesù ed il Popolo eletto (ipostatizzato dai Sinottici nei Sacerdoti delle origini), e da diretta controparte di Gesù (Giovanni) in quanto eponimo della sua tribù. Questo profilo, di cui parleremo più oltre, diventerà più comprensibile quando chiarirò che il ‘piano’ di Gesù era teso proprio ad unificare i due tronconi dell’umanità e che egli, legando insieme Rivelazione e Cena, intendeva costruire la comunione universale dell’Eucarestia (Pietro) e la sua continua presenza nel mondo (Giuda-sacerdote).

 

L’articolazione letteraria

Nel teatro letterario delle ‘Icone’ questo dramma sacerdotale viene articolato variamente.

In Giovanni, esso è interno alla figura del sacerdote e si manifesta  come una evoluzione esposta attraverso un’operazione di ricalco progressivo nel quale si sovrappongono alla sagoma di Giuda (con la sua controfigura e cioè Simone), quella del ‘discepolo che Gesù amava’ e  infine quella di Tommaso detto Didimo (non ‘gemello’, ma ‘dalla doppia veste’). Proprio dalla articolazione di queste tre sagome scaturisce l’identikit del sacerdote eucaristico.

Proprio per tale motivo, a mio giudizio, il Quarto Vangelo fu detto ‘vangelo sacerdotale’, e attribuito, secondo una valida tradizione, ad un non meglio individuato ‘Giovanni presbitero’ che a me pare di poter identificare con Giuda. Così, sacerdozio ed eucarestia (che paradossalmente sembrano del tutto assenti), mostrano di essere il tema fondamentale di detto vangelo.

In questa ottica, potremmo allora fare un passo in avanti ed individuare nella ‘borsa’ di Giuda il contenuto proprio del IV vangelo. Essa conteneva cioè l’intima rivelazione, rivolta da Gesù ai suoi discepoli; quel grande ‘A m’en lego umin’ (‘Ciò che era per me lo rivelo a voi’) che, in quanto riunifica e conclude tutte le divine verità, consente alla Chiesa di affermare che con i Vangeli si è conclusa la piena Rivelazione di Dio.

Diventa ancora perfettamente adeguata e conseguente la finale giovannea nella quale lo scrittore (che identifico con Giuda) dice di aver tutto ‘visto’; e si comprende pure l’insistenza  di questo Vangelo sulla ‘Cena’ e sulla ‘Passione’. A quest’ultima lo scrittore ha preso parte in prima persona, e può testimoniare (non de relato); ed entrambe costituisce infine l’habitat specifico della istituzione del sacerdozio eucaristico.

 

In conclusione, per Giovanni Giuda è l’eletto che, in quanto detentore della Rivelazione antica, non ha bisogno di trattare con i Sommi sacerdoti per ottenerla (perciò manca il patto scellerato); è un discepolo di Gesù Profeta, e notaio della nuova Rivelazione che gli è stata affidata (borsa); è l’unico commensale che riceve nella bocca il pane consacrato (degli altri non sappiamo) e ne può disporre; è al tempo stesso un apostolo e l’eponimo della sua Tribù, ed è quindi il naturale ambasciatore per trattare con il mondo mosaico al fine di unificare le due Rivelazioni, e quest’ultime con la ‘Cena’[13]; è infine l’unico spettatore della morte di Gesù, e quindi l’unico che ha diritto di testimoniare sui suoi ultimi momenti.

In questa sua letteraria complessità, egli si pone al tempo stesso, come teatro e protagonista ambivalente del complesso dramma del sacerdozio eucaristico.

 

Gli altri evangelisti per esprimere le stesse verità teologiche, usano con accentuazione diversa la medesima strumentazione letteraria (ricorrente nella Bibbia). Nell’ipostatizzare i momenti diversi della dinamica interiore di Giuda-Sacerdote, si muovono con un percorso più lineare.

Esprimendo attraverso distinti sagome la ‘contraddizione’ e la dinamica interne a Giuda (icona di ogni sacerdote eucaristico), i Sinottici ne semplificano ed orientano in un certo senso la sagoma, e fanno muovere in senso inverso una seconda icona e cioè quella dei ‘Sacerdoti delle origini’ (cd.‘sommi sacerdoti’).

Le due uscite dal dramma (positiva e negativa) si mantengono così distinte e separate: da una parte i sacerdoti, incalliti nella loro scelta di negazione e di gelosia; e dall’altra Giuda che, da peccatore pentito, come il suo Maestro si va ad appendersi al legno. 

Anche tenendo conto di questa diversità di percorsi, a me pare che nei Sinottici e in Giovanni il discorso è sostanzialmente unico, e verte sul sacerdozio eucaristico con la sua carica di ‘contraddizione’. Per entrambi (anche se con motivazione diversa) unico è poi il contenuto del baratto: ‘la ricchezza’ della Rivelazione mosaica come contropartita di Gesù-Eucarestia e del nuovo sacerdozio capace di obbligare Dio a scendere in terra; comunque lo scopo finale resta uguale per tutti, quello cioè di attuare la comunione eucaristica che è compito specifico del sacerdote.

 

Alle considerazioni che precedono se ne possono aggiungere altre anche a mo’ di conclusione.

Il comportamento di Gesù, ad una lettura scevra di pregiudizi, può, come dicevo, apparire ‘di connivenza’, quasi il piano fosse stato studiato insieme, seppure, quanto a Gesù, per fini e con modalità del tutto diverse. Certamente Gesù sapeva; per cui, fatte salve le ragioni del suo silenzio, quest’ultimo implica una certa compartecipazione.

Gli evangelisti non esprimono mai, con chiarezza ed univocamente un giudizio negativo su Giuda, limitandosi a presentarlo come colui che ‘consegna’ Gesù, termine quest’ultimo che, come ho chiarito, può essere letto in positivo ed in negativo a scelta del lettore. Solo Luca (6,16) usa, chiaro e tondo, l’unico termine che poteva tagliare la testa al toro e cioè ‘traditore’ (prodotes); ma quel passo è poco autorevole e il vocabolo è formato da un fonema  che compitato ‘pro dotes’ può essere letto nel senso positivo di ‘consegnare’.

Anche il testo nel quale ci si attenderebbe di trovare una chiara condanna, (mi riferisco a quello di Atti 1,15-26 intitolato correntemente ‘Sostituzione di Giuda’) rende ancor più equivoco il giudizio sul nostro personaggio.

Ed infatti, lo ripeto, nel narrare della sua sostituzione non si chiarisce che egli viene sostituito perché traditore; e per di più si parla di una sua Diakonia e di un suo Episcopato, mansioni che aveva senso richiamare solo se Giuda era considerato un membro della Chiesa, e titolare in essa di queste specifiche funzioni.

Se a ciò si aggiunge che egli col danaro ricavato dalla ‘consegna’ di Gesù comprò un campo, sommando ricerca del bene, trattative, contratto, etc, si attesta che ci fu un tempo nel quale Giuda, da vicino o da lontano, si confrontò con gli altri discepoli. In quel tempo esercitò forse la sua funzione sacerdotale?[14]

 (fine file) 12.2.2003


 


[1] Ricordo al lettore che la valutazione del comportamento di Giuda è stata sempre fortemente influenzata da alcui passi vetero testamentari che narrano di un tradimento. Davide (II Sam cap. 20) viene tradito dal suo fido Achitofel e dal figlio Assalonne (15,12); Giab poi uccide Amasa mentre lo sta baciando (II Sam 20,9 ss); il salmo 41,10 (richiamato da Giovanni 13,18) fa cenno ad un tradimento che si consuma all’interno di un rapporto strettissimo.

Preciso ancora che poiché gli avvenimenti non sono testimoniati aliunde, noi possiamo solo argomentare dai Vangeli e dagli Atti. Se li consideriamo non un’opera storica ma teologica, dobbiamo riconoscere che ogni parola ha il posto esatto che le compete ed è quindi lecita e valida ogni argomentazione che si deduce dal testo.

 

[2] La Vulgata col verbo ‘tradere’ conserva l’ambiguità del parallelo greco ‘Paradidomi’.

Il doppio significato del nostro termine pone poi un problema di carattere generale che ha notevoli ripercussioni esegetiche.  In pratica noi non sappiamo in quale lingua gli apostoli parlassero quando si riunivano con Gesù. La conseguenza e che noi restiamo dipendenti dal narratore e quindi dal testo che egli ha costruito nella lingua greca. E poiché proprio quel testo la Chiesa ha autenticato e considerato come ‘sacro’, cioè come portatore di un messaggio teologico, ogni deduzione ha senso solo se viene costruita operando sul testo con finalità teologiche. La storia, come cronaca, resterà sempre inaccessibile.  Ed allora, come nel nostro caso, l’ambivalenza del termine va risolta in termini teologici e non storico-filologici.

 

[3]  Considerando il testo come profezia sulla Chiesa la tesi proposta diventa ancora più piena ed evidente. Infatti, se si evita di considerare l’evento come espressione di atteggiamenti individuali dei partecipanti alla cena, la scena che viene delineata corrisponde perfettamente a quanto è concretamente accaduto nella Chiesa. In essa infatti si sono scontrati, e proprio sul tema della preminenza, Pietro (il Papa), i Dodici (il Concilio), e i sacerdoti eucaristici che nel loro anonimato e nella loro singolarità hanno recitato la parte dei vasi di creta in mezzo a quelli di bronzo.

 

[4] Avverto il lettore che Matteo (27,9) cita un passo di Geremia (32,6-9) nel quale però le monete sono 17 e il campo acquistato non vien detto ‘del vasaio’. I 30 pezzi di argento sono presenti in Zaccaria (11,12 ss) e vengono gettati nel tempio.

 

[5] E’ un dato incontrovertibile la diversa riprovazione che la Chiesa istituzionale ed i fedeli riservano  alle mancanze dei sacerdoti, rispetto a quelle dei Vescovi, cardinali e Pontefice.

 

[6]Secondo alcuni il numero trenta, citato dal solo Matteo, indicherebbe che Gesù fu venduto per una somma equivalente a quella stabilità in risarcimento della perdita di uno schiavo ucciso da un animale; ma questo dato non è deducibile dalla Bibbia ed è quindi di scarso valore teologico. In ogni caso andrebbe collegata al tema del ‘Servo di Iavè’ per indicare che i sacerdoti avevano chiara coscienza di rifiutare (fino ad ucciderlo) questa figura escatologica. In questo senso i ‘trenta danari’ andrebbero considerati come u giudizio su di loro e non su Giuda-sacerdote eucaristico. Egli sarebbe stato infatti risarcito con tale somma.

Più significativo è invece la lettera ‘lambda’ che indicava il numero trenta; esso infatti rimanda al Logos, e quindi qualifica Gesù come il Verbo, la Parola, mettendo quindi in stretta relazione Matteo con Giovanni. Una tesi questa che trova conferma nella parabola erroneamente chiamata ‘del fattore infedele’ nella quale il Cristo, economo di Dio, al suo partire rimette i debiti ma chiede all’eletto di fornire il ‘trenta’ al suo signore, cioè di farsi servo della Parola (L=30).

 

[7] Aggiungerò che il termine ‘argurion’ si ritrova nella parabola dei talenti (Mt.25,18 e Lc 19,15.23) con una chiara valenza metaforica. Ed ugualmente in termini metaforici leggo l’altro punto dove viene usato questo termine e cioè Mt. 28,12 laddove si narra che fu dato del danaro ai soldati perché falsificassero l’evento della resurrezione. (cfr. Luca 2 passione).

 

[8] Dovremo forse pensare che i discepoli di questo evangelista, che avevano già appreso da lui in ordine a Gesù cose del tutto diverse da quelle narrate dai sinottici, si trovarono in disaccordo, anche su questo punto decisivo, con i discepoli di Marco, Luca e Matteo?

O debbo pensare che Giovanni predicava il suo vangelo dopo aver spiegato i Sinottici? Ma allora perché non ne fa cenno nel suo vangelo che, a detta degli studiosi, è ad essi posteriore? E’ questo un punto su cui l’Accademia che, per amore della sua ormai celebre ‘questione sinottica’, propone una nascita distinta nel tempo e nello spazio dei quattro vangeli, non prende posizione. Eppure se si vuole immaginare una chiesa primitiva omogenea nella professione di fede su Gesù, bisogna ammettere che Giovanni scrisse sì il suo vangelo, ma portando in tasca per i suoi adepti quelli sinottici.

 

[9] Nello stesso senso l’evangelista ha già qualificato ‘spicciolatori di ricchezza’ coloro che banalizzano la Rivelazione (razza ancora presente) e perciò furono cacciati via dal tempio.

 

[10] Gesù non è un profeta della religione mosaica prestato alle Genti. Egli è quello stesso Cristo che, colloquiando da sempre con l’umanità (Adamo), costituì la ‘religione’, cioè l’unione fra l’uomo ed il suo Creatore. Quel colloquio  trasmise all’umanità le Verità e queste, sparse nel mondo andavano riunite in un’unica fede. Lo fecero Abramo e Mosè costruendo l’Antico Testamento’; ed ora Gesù, Amen del tutto, perfeziona questa riunificazione, accettando il contributo dei Gentili (Donne) e versando il tutto nella ‘Borsa’ dell’eletto, cioè di Giuda. Avendo così recuperato l’eone animico (Giardino) può, con la sua Cena, offrire se stesso come ambrosia divinizzante.

 

[11] Che se poi si compita ‘arg-ura-o-us’ si può intendere ‘Il discepolo per le moltitudini non curate’; oppure leggendo ‘arg-ura-Ia’ si può comprendere: ‘la Grande Voce per le moltitudini non curate’.

Ancora l’intera espressione matteiana compitata come ‘Tria konta arga ura ia’ dice: ‘le molto inoperose sue folle’ . A sua volta, la parola ‘argento’ scomposta in ‘arg-urion’ (dove ‘arg’ indica ‘argos’ che significa ‘improduttivo’) può intendersi come ‘alveare-popolo improduttivo’ e rimandare così agli eletti che sono venuti meno alla loro funzione di coltivatori della terra, che non producono il miele della Parola per l’umanità.

Che se poi in questa ricchezza si comprende anche la nuova Parola di Gesù, allora Giuda diventa proprio colui che a buon diritto può scrivere il IV vangelo ed autenticarlo da custode della nuova rivelazione.

 

[12] Il Talmud dice riguardo agli eletti “Perché i gentili non ci considerino predoni” (intendi; delle rivelazioni fatte da Dio al mondo); Giovanni nello stesso senso fa di Giuda un ‘ladro’.

 

[13] Anticipo qui la mia ipotesi; che la vicenda Gesù–Giuda può interpretarsi come l’ultimo tentativo operato da Gesù al fine di acquisire pacificamente alla Chiesa il Gruppo degli Eletti (Giuda) e concludere pacificamente il suo ministero corporeo. Questa ipotesi sarà sviluppata più avanti.

Per ora mi limito a sottolineare che questa dinamica di ‘accordo’ è ancora tutta attuale perché costituisce uno dei punti di riferimento della funzione sacerdotale; andrebbe in tal senso meditata approfonditamente la posizione del sacerdote come disco di frizione fra singolo, gruppo, e gerarchia e quindi sempre tentato a soluzioni falsamente pattizie.

Sotto altro profilo, più strettamente teologico, l’atteggiamento degli evangelisti così come ora l’ho descritto, mi suggerisce di considerare il tradimento di Giuda alla stessa stregua della esperienza di Giobbe. Entrambe le sagome sembrano operare in una indistruttibile realtà (la moglie ed i figli di Giobbe muoiono), ma in pratica il tutto è come un grande sogno, un incubo. La realtà autentica è quella conclusiva: Giobbe ritrova moglie e figli (anche se è scritto che se ne procurò degli altri), e Giuda diventa sacerdote eucaristico. Il peccato è così un brutto sogno; il pentimento è risveglio nella vera dimensione dell’anima; la costituzione in potenza è l’autentica, indefettibile realtà.

 

[14] Trattasi di un passo estremamente difficile nella sua apparente semplicità, anche perché, come principale soggetto dell’azione, fa agire proprio quel Simone che si era comportato verso Gesù allo stesso modo di Giuda.

Argomentando da questo fatto, qualcuno potrebbe allora ipotizzare che la mancanza di una netta condanna dell’operato di Giuda deriva da una non convenienza da parte di Simone a lanciare invettive che sarebbero ritornate su di lui a mo’ di boomerang. Ma questa sarebbe veramente una valutazione di bassissimo profilo.