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Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico

Prime ipotesi e spunti di riflessione

Sulle figure di Giuda e del ‘discepolo amato’

 

 

Par. III

Giuda: il suo Nome e le sue qualifiche

 

Sommario: Il ‘Nome’; il ‘diabolico’?; ‘uno dei dodici’; ‘o paradous’; il cassiere ladro; i versetti infamanti; Gli interlocutori di Giuda (Sommi sacerdoti, Simone, Gesù il Cristo, il discepolo) .

 

Il ‘Nome’

I nomi propri dei personaggi evangelici non costituiscono solo un elemento di individuazione,  ma se adeguatamente analizzati, possono rivelarsi portatori di una specifica teologia che aderisce a quei soggetti.

Nel caso di Giuda, il cui nome muta graficamente, si può ipotizzare che ogni variazione alluda ad una specifica qualità ecclesiologica da riferire alla sua ‘sagoma; o può darsi che quella mutazione sia solo apparente e scompaia se la sequenza fonematica viene diversamente compitata.

 

Iouda e Ioudas, sono nomi già presenti nel Vecchio Testamento (in forma declinabile ed indeclinabile) e nel NT  indicano diversi personaggi: - il figlio di Giacobbe che dà nome alla tribù ed alla terra che circonda Gerusalemme,[1]; - due altri apostoli e cioè Giuda di Giacomo (Lc.6,16) e Giuda ‘non l’iscariota’ di Atti 1,13 e Giov. 14,22; - il fratello di Gesù (Mt. 13,55 e Mc. 6,3); - Giuda Iscariota [2] cioè ‘il consegnatore’.

Presumendo, come dicevo, che ogni nome biblico contenga cripticamente delle informazioni sul personaggio che lo porta, scandagliamo la sequenza fonematica ‘Iouda’. Essa, compitabile in vario modo, suggerisce tra l’altro: - ‘Egli è il suo uomo’, ‘Terra dell’Unico’ espressioni che sottolineano una particolare relazione con Dio. Può anche alludere ad una velenosità dell’oggetto denominato.[3]

 

Al nome ‘Giuda’ si aggiunge quasi sempre un’espressione che viene tradotta ‘Iscariote’ di cui non è stata data una soddisfacente spiegazione. In greco essa suona nella forma indeclinabile ‘Iskariot’ e in quella declinata ‘o iskariotes’. C’è infine la forma ‘apo karuotou’(Gv.12,4).

Senza ovviamente presumere di risolvere l’enigma di questo appellativo,  io suggerisco di badare ai fonemi che lo compongono e così pervenire ad una serie di significati riferibili al sacerdote eucaristico. A lui si addicono infatti termini ed espressione come: ‘un capo, un nulla, perfezione e messo a morte, è agnello e guarisce i moribondi, è colui che sacrifica Gesù’.[4]

La formula ‘apo karuotou’ compitata come ‘apo ka rua otou’ può dire: ‘in sequela, sulle alture, come figlio delle Folle’; oppure ‘i semi del debole di mente’ se compitato ‘karua otou’.

 

Il ‘diabolico’?

Giuda viene poi qualificato attraverso termini od espressioni negative  che se vengono letti in modo diverso da quello corrente, indicano la sua funzione di sacerdote eucaristico e la sua attitudine a prevaricare.

A > in Giovanni (6,70) è considerato un ‘diabolos’, termine tradotto correntemente con ‘diavolo’, cioè uno dei tanti nomi (vedi il successivo ‘satan’) che formano il calderone del diabolico. Quanto a me, lasciando anche a questo termine la naturale ambivalenza che connota in genere tutti i vocaboli e le situazioni bibliche, preferisco compitare il fonema in vario modo e leggere:

a) ‘di-abolos’, che intendo come ‘il doppiamente infantile’ espressione che indica l’uomo nella sua dimensione esistenziale di ‘maschile e femminile’, cioè di ‘io-noi’. Il termine colto in senso negativo, cioè come rifiuto dell’uomo a crescere, denota una incapacità a raggiungere il livello dell’anima. Letto invece in positivo, il termine può indicare l’uomo che ha raggiunto il limite massimo della sua dimensione materiale ed è atto a ricevere l’anima (Boetos).

b) ‘Dia abolos’ indica chi è ‘incapace di considerare le cose divine’.

c) ‘Dia bolos’, e intendere ‘getto della rete per catturare cose divine’ ; in negativo rimanda a chi imprigiona le volatili  cose divine, ed allude allora all’esclusivismo giudaizzante; in positivo, l’espressione rimanda alla predicazione nella quale le verità divine che volano fra cielo e terra, vengono fermate e raccolte da un mistico uccellatore per essere proposte al popolo.

d) ‘Di A-B olos’, e intendere in negativo : ‘Interamente (è) una Scrittura (A-B) dimezzata’; oppure in positivo ‘colui che costituisce la totalità delle due Scritture'.

B > Come in Giovanni, anche in Luca (22,3) Giuda è inabitato da Satanas. Compitando questo fonema: ‘Sat anas’ e (considerando ‘anas’ equivalente ad ‘anacs’) posso intendere: ‘Il Signore vaglia’. [5]

 

Il senso dell’espressione credo vada dedotto dal libro di Giobbe,  dove viene descritta la figura del ‘Satan’, che a mio giudizio tratta proprio la vicenda teologica dell’Eletto. Qui il Satana è un personaggio della corte di Dio, che a lui si relaziona e da lui riceve il permesso di tentare Giobbe. Non può dunque identificarsi sic et simpliciter con quanto nella teologia corrente viene chiamato ‘diavolo’.

Preferisco  intenderlo come la tentazione che assale  chi, accolto da Dio  (si pensi ad un sacerdote) non sa darsi completamente ripetendo in prima persona le parole di Gesù: ‘Prendete e mangiate questo è il mio corpo’.[6] Il Satan simboleggia dunque il tormento di un uomo che non sa dare prevalenza all’anima (il suo ‘doppio’) e soffre della inquietudine di Agostino. [7]

Giuda-Satan diventa allora sagoma del sacerdote diviso fra la totale adesione a quel Dio che ha assimilato nel ‘boccone’, e la dipendenza dalla sua ‘dura cervice’ che vuole autoaffermarsi nella dimensione dell’esistenza. Il Satan è la tentazione del ‘Secolo’, quella dalla quale fuggivano nel medioevo i santi monaci, evitando di incontrare i vescovi che volevano strapparli dal romitorio ed ordinarli preti secolari.

 

‘Uno dei Dodici’

 ‘Eis < ek> ton dodeka’ è un’espressione che connota specificamente Giuda  ed ha una fortissima valenza teologica. Ordinariamente si legge l’eis per tis e si intende ‘uno qualsiasi’ del gruppo; a me pare invece che esso indichi l’individualità, la specialità, l’isolamento, e debba considerarsi perciò un vero e proprio sostantivo.

Se poi l’espressione viene compitata come ‘eis ekton do deka’ rivela che la nostra sagoma è ‘l’unico che appartiene alle dieci chiese\case\famiglie che possono essere acquistate’. Giuda-eletto è il singolo (eis) sacerdote eucaristico fra ‘i Dieci’ cioè in mezzo alle Genti raccolte in assemblee. Se ‘kton’ si intende come participio sostantivato di ‘ktao’ (possessore, sposo) si potrebbe leggere “L’unico sposo delle dieci famiglie”

 

Per intendere meglio questo titolo conviene fare un discorso più articolato  sui ‘Dodici’, tenendo conto che i vangeli parlano anche dei ‘dieci’ e degli ‘undici’, numeri che sembrano indicare la perdita di uno o due membri del collegio, ma che invece hanno un loro autonomo spessore teologico.

Anche se la chiamata dei Dodici avviene in progressione, alla fine sembra che si formi un unico e  nuovo soggetto e cioè il collegio dei dodici il quale ,come dicevo, subirebbe la perdita di qualche membro. Ma, a ben riflettere questo gruppo non è composto di soggetti omogenei, in quanto comprende ben due personaggi qualificati e cioè Pietro Pastore Universale e ‘l’isolato fra i Dodici’ cioè Giuda l’eletto, costituito sacerdote eucaristico.

Ne consegue che se il collegio perde uno dei due, non conserva più quella struttura che lo caratterizza, e si muta in qualcosa di diverso.

Proviamo allora ad operare delle distinzioni affidandoci anche al termine che mostra di poter essere variamente inteso.

Se ‘dodeka’ viene considerato nella sua unità, come insieme di soggetti non omogenei,  esso indica, a mio giudizio, ciò che oggi chiamiamo ‘Clero’ , cioè l’insieme dei ministri (servi) della Chiesa.

Quando però, come già accennavo, lo si compita come ‘Do deka’ (‘Do’ sta per case, famiglie, templi)  si può individuare un’altra figura, quella dei ‘Dieci per le famiglie-templi’ che evidenzia all’interno del ‘clero’ i ‘dieci servi’ di unità, presenti nella chiese particolari e cioè quelli che oggi sono i Vescovi residenziali.

A questi ‘dieci’ si possono aggiungere i titolari delle due mansioni speciali, e cioè Pietro  pastore e Giuda sacerdote; ed allora si invera quanto profetizzato dalle dodici tribù che, dopo Salomone, si divisero tra loro. Di esse, ‘dieci’ formarono il regno di Samaria, considerato ‘gentile’, e ‘due’ (Simone e Giuda) il Regno di Giuda che si autoproclamava unico titolare della funzione sacerdotale (Sacerdoti dell’origine).

Quest’insieme di ministri diversi (Dodici indica totalità) possiamo chiamarlo ‘Clero’.

Quando poi ai ‘dieci’ (vescovi) si aggiunge Pietro Pastore Universale, si ha una nuova figura teologica, quella degli ‘Undici’ che non esprime la quantità ridotta dei membri del collegio, ma l’ordine episcopale unito a Pietro. Per intenderci, quel Concilio Ecumenico al quale non partecipano i sacerdoti eucaristici.

In conclusione a me pare che si possa così ricostruire il discorso:

-per le ‘Dieci’ tribù, cioè per i Gentili, Gesù costituisce ‘dieci’ servi di unità che prenderanno il nome di Vescovi residenziali;

-a questi dieci sovrintende Pietro, sicchè il numero sale a ‘undici’ che configura il massimo ordine magisteriale;

-agli undici si unisce il sacerdote eucaristico (eis ton dodeka) e il numero sale a Dodici e forma (come ho detto) ciò che fino a poco tempo or sono (vecchio C.J.C.), si chiamava ‘Clero’.[8]

 

Tutto ciò si riflette sull’aspetto funzionale.  

Poiché i ‘Dodici’ indicando  il totalitario consesso dei servi dell’intera famiglia di Dio, comprendendo anche i sacerdoti eucaristici (Giuda), ad essi  spetta la funzione di voce autorevole ispirata della Chiesa, ciò che oggi, con parola non certo felice, vien detto ‘Gerarchia’. [9]

Il contenuto autonomo della missione episcopale [10] si evidenzia allora nello speciale rapporto che conclusivamente Gesù risorto stabilisce con gli undici, tenendo con ciò distinta la funzione del ‘eis ton dodeka’, cioè dal sacerdote eucaristico. Nella finale di Matteo (28,16) il compito loro affidato  consiste (come indica la forma imperativa)  essenzialmente nell’insegnamento.  Esso va poi attuato in due modi: a) mediante un’operazione che viene indicata come ‘battezzare’ [11] ; b) e un’altra noetica, e cioè ‘Indottrinare’ i fedeli (didaskontes) in ordine alle verità annunziate da Gesù.

L’effetto di questa azione specifica degli ‘undici’ (vescovi+ Pietro) si rivela veramente splendida se alla traduzione corrente si aggiunge quella che deduco da una diversa compitazione e comprensione dei vocaboli. Alla bella versione corrente:

 “Ed ecco io sono con voi fino alla fine del mondo”

aggiungo:

“Oracolo: EGO è unito a voi; Eimi è il Servo dell’oggi risorto; la Divinità della luce nascente –la Vita (Spirito) è perfezione congiunta alla Perfetta del mondo (chiesa)”

 

 ‘O paradous’

e ‘o paradidous’ cioè letteralmente: ‘colui che consegna’.

In tutti i testi evangelici viene usato unicamente questo verbo che, nel linguaggio corrente del tempo, indicava un trasmettere, un tramandare, un accordare, permettere, concedere e solo in un contesto legale (e di qui la validità anche della traduzione corrente) un dare in potere, un consegnare ad una autorità.[12]

La scelta fra le due accezioni del verbo (positiva o negativa) dipende in pratica dal pregiudizio del lettore. Se, leggendo in superficie il testo evangelico, egli ritiene di trovarsi in un contesto giudiziario, naturalmente opta per il ‘consegnare al giudice’; e presupponendo poi il tragico epilogo della Croce, intende: ‘Consegnò perché fosse crocifisso’

Se invece si lascerà guidare solo dal testo, senza nessun pregiudizio, inserirà sempre l’azione nel contesto teologico della crocifissione e della ‘Cena, ma   vedrà in Giuda la figura del sacerdote, che presenta a Dio l’Agnello pasquale (Gesù crocifisso) e che distribuisce quel pane che Gesù in persona aveva posto nella sua bocca di mistico pellicano.

Di fatto, l’accezione negativa ‘tradire’ è prevalsa su quella più precisa di ‘consegnare’. E il ‘consegnare al giudizio’, atto di per sé neutro perché può sfociare anche nel trionfo del ‘consegnato’, viene inteso come ‘consegnare alla morte’. Ed è importante sottolineare che proprio sulla negativa comprensione di questo termine regge la lettura corrente che condanna senza scampo il nostro personaggio.

 

Il cassiere ladro

In Giovanni 12,6 Giuda viene infine qualificato come cassiere ladro, titolo che lo segna con un marchio infamante. A conferma di questo giudizio negativo, il passo lo descrive come disinteressato ai poveri, come un egoista che, per poterne disporre in proprio, avrebbe voluto incamerare la somma spesa dalla sorella di Lazzaro (Maria) per gli aromi dell’unzione a Gesù.

Questa lettura in negativo mi sembra del tutto improponibile (come appresso dirò), laddove, se si legge in positivo il passo in questione (considerando retorica la domanda di Giuda e colma di rivelazione la risposta di Gesù), profetizza una situazione ecclesiastica abbastanza ricorrente.  Molti cristiani considerano di second’ordine, se non proprio inutile,  quanto si fa direttamente per Dio (penso ai sacramenti) in confronto alle opere mondane. Per intenderci, la vita di preghiera delle tante Maria nascoste in una clausura o in un romitorio, è generalmente svalutata a fronte dell’impegno sociale di chi sfaccenda come Marta.

 

Altri dati testuali fanno riflettere: per indicare la ‘borsa del danaro’ l’evangelista (Gv.12,6) (pur disponendo di parole come ‘ballantion, faskolion), usa un termine che ha chiare assonanze con l’eucarestia. Infatti ‘glossokomon’ può significare anche ‘sarcofago’ e contiene il fonema ‘glossa’ che indica la ‘parola’.[13] Una lettura questa che diventa ancor più credibile se si considera ‘komos’ un deverbale da ‘Komeo’; allora la ‘borsa’ diventa ‘Il nutrimento della Parola’ e il suo contenuto si tramuta da vile moneta in divine rivelazioni.

Ne vien fuori una icona sacerdotale rispetto alla quale il termine ‘ladro’ configura una ‘indebita appropriazione’ delle Verità della fede, equivalente a quella gelosia della ‘Parola’ che a volte è purtroppo il tratto caratteristico di certo clero.

In questa ottica, si può leggere diversamente l’intero passo, e dedurne una dura profezia sul sacerdozio:

“ (Giuda) disse questo non perché gli interessassero i poveri (gentili), ma perché era uno che si appropriava delle cose degli altri e perciò, disponendo qui giù dell’accessibile Arca della Parola (Rivelazione), ne traeva solo gli scarti. Egli faceva colare solo gocce ” (..ta ballomena eba. Stazen).

Il nostro personaggio viene così equiparato ai cd. ‘cambiavalute’ del Tempio, cioè ai dottori della Legge che offrivano ai poveri, goccia a goccia, una Rivelazione spicciolata o, riprendendo l’espressione usata qui da Giovanni, gli aspetti più miserevoli di essa, quelli che si potevano anche gettar via come scarti (ballomena). Un atteggiamento quest’ultimo (penso a film e filmine e finanche fumetti) che vizia ancor oggi una certa predicazione della fede.

Inteso in tal senso, il testo Giovanneo delinea un profilo negativo dell’Eletto (Giuda) che la Chiesa non poteva eliminare, in quanto profezia sul futuro sacerdozio eucaristico. Tuttavia, nell’acquisirlo, il lettore non se ne può servire per condannare senza appello Giuda, perché deve pure  ricordare che Simone, pur qualificato ‘uomo di poca fede’, godette poi la fiducia di Gesù.

 

I versetti infamanti

Disseminati nel testo evangelico, seppure diretti ad un personaggio innominato, vengono riferiti a Giuda i trancianti e definitivi giudizi riportati da Luca (22,22), Marco (14,21), Matteo (26,24) e Giovanni 17,12. Espressioni come “Guai a lui…meglio se non fosse mai nato” e “Figlio della perdizione sembrano bollare in modo definitivo il nostro personaggio e non consentirgli alcuna via di uscita.

Un lettore che recepisca questi testi come irretrattabili giudizi di condanna destinati a Giuda, non  riuscirà certo a cogliere  le tante contraddizioni presenti nella immagine tipica ed oleografica del ‘traditore’, né tanto meno si aprirà ad una lettura positiva della sua ‘sagoma’. Salvo allora quanto ho detto e dirò, mi limiterò a ricordare la testimonianza di Girolamo che, pur avendo a disposizione molti vocaboli capaci di inchiodare Giuda nel suo tradimento, nella sua Vulgata non ha calcato la mano, e con il suo ‘tradere’ ha lasciato al testo la sua ambivalenza.

Verisimilmente Girolamo comprese che il Giuda letterario (sagoma) profetizzava un sacerdote che soffre una intima contraddizione, e ad onta di questo ‘Angelo di satana che lo schiaffeggia’, viene tuttavia incaricato di ‘consegnare’ Gesù al mondo, quale ministro della Parola e della Cena.

Ricordo ancora che Giuda è in buona compagnia quanto al fatto che forse era meglio per lui non nascere. Infatti  anche Giobbe e Geremia maledicono il giorno della loro nascita e tuttavia non sono dei ‘reietti’. Verisimilmente l’affermazione riguardava non già la nascita fisica, ma l’elezione che costituisce per il chiamato una pietra di scandalo, un carico oneroso che vale per ‘Giuda-scerdote’ come lo fu per Giobbe e per il Profeta.

 Che i ‘versetti infamanti’ meritino un approfondimento lo suggerisce infine il comportamento dei  commensali della ‘Cena’ che sembrano non dare troppo peso a quel ‘Guai..’ detto da Gesù,  e si interrogano fra di loro su chi dovrà ‘consegnarlo’. Una rilettura dei testi evangelici mi ha convinto che essi possono essere intesi in maniera del tutto diversa.

 

Ho lasciato per ultimo alcune affermazioni giovannee che riguardano Giuda (Gv.13,2 ; 13,18 ; 13,27).

Anche se lette nella traduzione corrente esse non mi sembrano per nulla decisive. Ed infatti l’espressione:

13,2 : “E mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, di Simone, di consegnarlo..”

può essere intesa in  modo diverso se solo quel ‘Diabolos’ lo si traduce come ‘doppiamente bambino’, e lo si riferisca proprio alla persona di Gesù. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, in pratica gli si accredita quella ‘infanzia’ che permette di entrare nel Regno di Dio; e se si dà peso al termine ‘cuore’ che svela il come Gesù aveva chiamato il suo discepolo al servizio eucaristico:  per via di amore.

La seconda espressione:

13,18 : “Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho eletto; ma deve adempiersi la Scrittura: uno che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno..”

esprime qualcosa di ben diverso se  ‘ep’eme’ viene tradotto ‘per me’ e non ‘contro di me’. Avverte infatti che il sacerdote si sta mettendo in moto (oggi diremmo ‘alza i tacchi’) per consegnare al mondo la divinità di Gesù.

La terza espressione :

13,27 : “ E dopo quel boccone entrò in lui Satana. Gesù allora gli dice: quello che fai, fallo presto..”

ricava la sua negatività dalla negatività del termine ‘Satan’. Ma, come ho detto esso ha un valore neutro. Posso intendere allora che proprio la missione affidata mise in crisi Giuda, e che Gesù lo confortò dicendo: ‘Non titubare, agisci di slancio’ perché, come aveva insegnato, il Regno di Dio va conquistato con audacia.

Aggiungerò qualche riflessione su quest’ultimo versetto.

Nei testi citati c’è un passaggio che generalmente non viene sottolineato in quanto il topos diabolico è in pratica diventato per molti teologi una specie di frullato, una tenebra in cui ‘tutte le vacche sono nere’. Mi riferisco al fatto che a suggerire a Giuda l’idea di ‘consegnare’ Gesù è il ‘diabolos’, mentre chi lo fa entrare in azione è il ‘Satan’.

A me pare che questo variare di nomi diabolici sia segno di un dinamismo teologico, di un procedere (in senso buono o cattivo) della ambivalente sagoma di Giuda-sacerdote. Tralasciamo allora l’ipotesi avanzata, secondo la quale il fonema ‘Diabolos’ vada riferito proprio a Gesù che elegge, e riferiamolo invece a Giuda. 

Il testo annuncerebbe allora che il desiderio di ‘consegnare’ nasce non da un io superiore, cioè quello animico (che produce scelte irrevocabili), ma da quello corporeo che è ‘doppiamente infantile’ (di-abolos). L’uomo Giuda considera il ministero che gli viene offerto solo nella dimensione umana del potere personale e della supremazia sociale (dell’io e del noi). Proprio in quanto questa sua adesione a Gesù (come quella di Simone), è puramente esistenziale, il suo stesso ministero gli diventa tentazione (Satan).

Come poi accade ad ogni sacerdote eucaristico, Giuda entra in crisi quando (a somiglianza di Giobbe) si rende conto di perdere tutto se stesso, e di non dover seguire  quella falsa strada di vita (mondana) profetizzata nel racconto di Adamo. Per intenderci, Adamo preferì una eventuale e limitata immortalità biologica alla eternità animica promessagli da Dio; e per attuare il suo piano generò un figlio della carne, nel quale si illudeva di aver conseguito l’immortalità, perché anch’egli avrebbe generato un altro figlio. Ma naturalmente fallì, e la morte regnò nel mondo.

Giobbe che credeva di essere buono e gradito a Dio perché colmo di ricchezze, perdette beni e famiglia ed entrò in una crisi profonda. Solo quando comprese, ritornò a quel Dio che mai lo aveva abbandonato. Così Giuda (come ogni sacerdote), che resta sempre in compagnia di Dio (Cena, orto, croce, sepolcro), ma ha paura dell’annientamento. Però, quando si slancia nella morte (appeso al legno), recupera la fiducia dalla quale nasce chiarezza e pentimento. Matteo chiaramente attesta che  Giuda si pentì.

 

Quanto al v.12 del cap. 17 di Giovanni, vorrei suggerire una diversa traduzione nella quale compare il nome di Giuda e che lo libera dalla terribile qualifica di ‘figlio della perdizione’ . Io leggo:

12- “Quando in mezzo a loro (eletti) EGO era un mantello, ancor più io li fecondavo. Perciò l’unità, lo stare insieme (era) un perfetto vigore. Attraverso l’Uva io ho donato una ‘trama’: risulta utile dove io vegliai con dolcezza. Giuda, tra voi un isolato,–tu sei per me il figlio dell’Alba-  dalla Grande Voce che è stata annientata, perché quanto era stabilito giunga a pienezza.”

 

Aggiungerò che anche il testo di 13,18, adeguatamente ricompitato, diventa veramente solare, e si inserisce perfettamente nel discorso giovanneo.  Esso infatti rivela:

“La Scrittura spirava sul Leone (Giuda). Che giunga a pienezza chi mangia la Cosa Perfetta (pane) che porta all’alto. Per Grazia l’UNO è presente. Tu annuncia a gran voce me (che sono) il tuo perfetto fondamento”[14]

Diventa così chiara l’affermazione seguente :

 ‘Capirete che dove egli (il sacerdote) sarà presente ‘Io sono’ (cioè è presente il Verbo). Infatti, chi accoglie il sacerdote accoglie me ed il Padre che mi ha mandato’.

ed ancora quella, a prima vista incomprensibile, di 13,31 dove si annuncia la glorificazione di Gesù. Quest’ultima è dovuta proprio alla partenza di Giuda il consegnante che va nella notte del mondo a portare nella bocca, come il mistico pellicano, il boccone della divinità di Gesù.

Attraverso il suo vicario, il Cristo sarà manifestamente presente  nel mondo fino alla fine dei tempi (vedi Tiberiade), e svuoterà di effetti quella sua morte fisica voluta dai sacerdoti del Tempio, nell’illusione di annientare la sua opera di divinizzazione totale del mondo.

In conclusione, a mio giudizio i passi citati vogliono essere ambivalenti e quindi non rappresentano una irrevocabile condanna.

 

Gli interlocutori e i soci di Giuda

A mo’ di appendice dedicherò un po’ di spazio a due sagome che si ricalcano su quella di Giuda e cioè quella di Simone e dei Sommi Sacerdoti.  E concluderò con una breve nota sui nomi ‘Cristo’ e ‘Gesù’ per evidenziare la loro ricchezza teologica.

 

Sommi Sacerdoti

Gli ‘archiereis’ indicano gli eletti che ereditano da Abramo la promessa di essere sacerdoti e che vantano di rimanere tali anche nella Chiesa di Gesù. Intendendo il fonema ‘archè’ non indicativo di una superiorità, ma di una antecedenza, preferisco intenderli come ‘i sacerdoti di prima’ o se si vuole ‘dell’origine’. Il tratto che li distingue e cioè il ‘potere’ e la ‘supremazia’ configura il motivo per cui si oppongono a Gesù che ha impostato il suo sacerdozio come un che di innominato e di servile.

 

Simone

Dall’Antico Testamento gli evangelisti recuperarono l’endiadi Simone-Giuda ‘compagni di cattiverie’ (come dice Zenobio) quando vendicano atrocemente il ratto della sorella Dina (Gen 34). Questo richiamo serve a precisare che entrambe le sagome, nate per camminare insieme, simboleggiano qualcosa di negativo che viene attuato a danno dei ‘gentili’. E qui va ricordata la polemica di Paolo che contesta a Pietro il suo giudaismo.

Ancora dall’Antico Testamento si può ricavare che essi portano i nomi delle due tribù che costituiscono il Regno di Giuda e ne diventano eponimi, sicchè, quando sono citati insieme, simboleggiano ‘gli Eletti’ giudei che si consideravano l’unico Popolo di Dio, ma che al loro interno si contrapponevano in termini di forza; il forte e nominato (Giuda) ed il debole e di fatto innominato (Simone).

Come ho più volte ripetuto questo equilibrio di forze servirà a riempire di simbolismo l’elezione di Simone al rango di ‘Pietro’. Ed infatti nella Chiesa, nuovo ‘popolo eletto’, il rapporto si rovescerà e sarà il debole ed innominato Simone ad essere Pietro, segno visibile e storico dell’unità. Ma, in senso ancor più generale, per questa sua antica posizione di subalternità nella Verità (la tribù di Giuda se ne sentiva titolare) Simone è anche simbolo di coloro che da deboli sono diventati forti, e cioè proprio i Gentili. Non a caso egli è presentato come un Galileo e un pescatore, cioè un gentile ed uno che recupera e raccoglie dal mare  quei ‘pesci’ che simboleggiano i gentili.[15]

La figura letteraria di Pietro sarà dunque bifronte:  per un verso indicherà la Chiesa  Gentile a fronte del gruppo degli eletti (Giuda), e per l’altro ne mostrerà la unità guadagnata dal Cristo.

Quanto a Giuda il discorso si fa ancora più complesso. La sagoma di Giuda, oltre a recuperare i tratti dominanti della omonima tribù, eredita dall’Antico Testamento un forte spessore.  La tribù era detentrice del Tempio, assommava Dottori della Legge, Scribi e molteplici gruppi religiosi, possedeva l’Arca dell’Alleanza, cioè la ricchezza di Dio, e offriva nel Tempio i sacrifici a Lui graditi.

Se si osservano con attenzione, tutte questi elementi possono riferirsi agevolmente al sacerdote eucaristico e naturalmente a Giuda figura sacerdotale.[16]

Ed infatti all’interno dei ‘Dodici’ Giuda è  colui che gestisce la ricchezza del Maestro (borsa); di essa (la sua parola) si impossessa (era ladro), per usarla come crede; gestisce il suo corpo (tempio) che consegna ai sommi sacerdoti. Infine, proprio consegnando Gesù che a lui esplicitamente si affida, Giuda sul Golgota, sotto le spoglie del ‘discepolo amato’, attua concretamente il sacrificio pasquale del vero Agnello gradito a Dio.

 

Gesù il Cristo

Si afferma correntemente che l’espressione ‘Cristo’ vada intesa come derivante dal verbo ‘crio’ col significato di ‘unto’, cioè consacrato, e corrisponderebbe  all’ebraico ‘masi ah’, da cui ‘messia’ termine assente nella LXX e  presente due volte in Giovanni. Proprio quest’ultimo fatto, e cioè l’esistenza di un corrispondente fonetico, induce a pensare che la parola Cristos debba avere anche  un significato diverso e più ampio o almeno un senso più specifico.[17]

Analizzando il termine come una parola densa, cioè gravida di significati, si colgono molti elementi che aderiscono perfettamente alla figura del sacerdote eucaristico.[18] Compitando variamente il fonema Cristos, è possibile coordinare  Cristo (Cr.), Gesù (Is) e la Perfezione (T). Ed inoltre anche dal fonema Istos è possibile recuperare un altro insieme di ricchi significati.

Abbastanza scoperti sono poi i rimandi:  -all’arca di Noè ed alla ‘barca’ della Chiesa; -alla struttura del creato visto come tela che si fonda su una trama vitale costituita dal Cristo (Paolo tesseva tappeti); -a quel palo su cui fu elevato il serpente nel deserto; palo che indica la crocifissione di Gesù.

 A sua volta la parola con l’articolo ‘o’ sembra riferirsi chiaramente alla teologia paolina del ‘en Cristo’, cioè al risiedere del cristiano nel Corpo di Cristo ed al fatto che è l’Io di Cristo a sorreggere il fedele.  [19]

 

Il fonema Iesous contiene almeno due indicazioni teologiche che sono perfettamente sovrapponibili alla figura del sacerdote eucaristico.  Letto come ‘Ies o Us’ annuncia che il nostro personaggio è ‘Il figlio della Grande Voce divina’; e letto come ‘Ies ous’  è ‘Orecchio della Grande Voce’, cioè un obbediente al Padre.

Compitato poi come ‘I es o Us’ rivela che ‘Egli è il figlio di quella lì’, cioè della Chiesa. Ed ancora, letto come ‘Ie s’ o us’ dice che ‘Il Figlio è per te la Grande Voce’; oppure se compitato ‘Ie sous’ rivela che egli è ‘La grande Voce per coloro che sono salvi’.

 

Discepolo

Da ultimo un breve accenno alla figura del ‘discepolo’ termine che diventerà importantissimo quando in Giovanni mediteremo sulla sagoma anonima del ‘discepolo che Gesù amava’ che io identifico a Giuda.

Il termine ‘Matetes’ (Discepolo) rivela una serie di significati se viene  compitato tra l’altro come:

-‘Moi atetos’ (teaomai) e inteso: ‘Ad opera mia reso invisibile’, con riferimento all’anima che, come vedremo, rimanda al giovane che fugge via nudo nell’orto.

-‘Moi a-teta es’ (‘teta’ va intesa come la lettera-sigla che indicava i condannati a morte) che dice: ‘Ad opera mia non nella morte’ e allude alla salvezza del peccatore.

-‘Mat’ eta es’ (‘Matos’ indica l’apprendimento e la scienza ed ‘eta’ il numero ‘otto’ che rimanda alla eucarestia dell’ottavo giorno) dice  : ‘Era sapienza dell’ottavo giorno’. Una situazione che la liturgia ricorda con le parole “Spezza il pane per noi e ci spiega il senso delle Scritture”.

(fine file 16.2.2003)


 


[1] I testi sono: Mt. 1,2.3 e 2,6: “Betlemme terra di Giuda”; Luca (1,39; 3,30.33) “nella città di Giuda” e come ascendente di Gesù.; Lettera agli Ebrei (7,14 e 8,8) “Da Giuda nacque il signore nostro” e “Sulla casa di Giuda il nuovo patto”; Apocalisse (5,5 e 7,5) “Egli (Gesù) leone della tribù di Giuda” e “dalla tribù di Giuda”.

 

[2] Questi viene citato. - in Mt. 10,4 e 26,14.25.47 e 27,3 con l’espressione ‘Iouda iskariotes’; In Mc. 3,19; 14,10.43 come Iouda e Ioudas Iskariot; In Lc. 6,16 e 22,3.47.48 come Iouda (declinabile) e ‘Iskariot’ o ‘iskariotes’; in Gv. 6,71; 12,4; 13,2.26.29; 18,2.3.5 nella forma declinabile Iskariotes; in Atti, 1,16.25. Da notare che in Gv. 6,71 alcuni codici riportano un ‘Iouda apo Karuotou’. Ed ancora dubbiamente in 14,22, testo per altro di notevole significato.

 

[3] - Il fonema Iouda (Giov. preferisce Ioudas) può scomporsi in ‘Iou’ e ‘da’ che dicono l’Uno, l’Unico (popolo),o ‘un umore velenoso’ e ‘terra’ o ‘uomo terrestre’. Possiamo dunque leggere ‘terra dell’unico’ intendendo sia la regione che l’essere umano oppure ‘terra del mio’, ‘Terra del veleno’ e ‘Terra del distillato’. Compitato come ‘i ou da’ significa ‘egli è sua terra’; compitato ‘I ou udas’ dice ‘Quello del suo Canto’ (Scrittura). I oudas si può intendere ‘Egli è terra’; I Ou das: ‘Quello della sua terra’; - I ou da e leggere: ‘Egli è la sua terra’, il ‘suo uomo”.[3]

 

[4] In particolare sottolineo: Is, ois, kar, io, o, t, kario, iota, e deduco ‘Egli, come Gesù, un capo\un nulla’; ‘Egli omega e messo a morte’; ‘O Agnello che stai a capo, guarisci i moribondi’; ‘Poiché, per sorte sei una potenza, guarisci i moribondi’; ‘Io sacrifico Gesù che è Perfezione di quella’; ‘Agnello qui giù, perciò un nulla’. Compito rispettivamente: ‘O Is kar i O-t’ ; ‘Ois kar io t’; ‘O Is kar, io t’ ; ‘Is kario t es’; ‘ Ois ka r’iota es’. Preciso che Omega vuol significare la perfezione ultima e la lettera ‘teta’ indicava i condannati a morte.

Quando precede l’articolo ‘o’ si può leggere ‘Ois kar’ e intendere: ‘Agnello-capo’ che richiama il ‘Pa arren’ (parrino) con cui i siciliano chiamano il sacerdote. Leggo ‘o’ per ‘oti’ e considero ,come nella lettura precedente il ‘teta’ come la lettera che indicava i condannati a morte (Th = Thanatos). - Ois ka r’ iota es : ‘Qui giù da agnello ora un nulla era’.

 

 

[5] Si può qui avvertire il riverbero del ‘Non ci indurre in tentazione’ o ‘non ci condurre nella prova’ della preghiera del ‘Pater’ quando l’invocazione si considera diretta proprio all’eletto che presiede la comunità, per invitarlo a non trasformarsi in inciampo per i fedeli.

 

[6] Riflettendo sul libro di Giobbe, si può cogliere questo mistero nella intimità stessa del nostro personaggio.  Giobbe infatti sperimenta la illusoria soddisfazione della sua orizzontale corporeità nella quale erroneamente si avverte pienamente realizzato; egli è infatti dotato di tutti i beni che può desiderare, ha messo al mondo dei figli garantendosi così una eternità biologica, ed infine è in piena salute. Così strutturato egli vive l’illusione di Adamo che mangia il frutto, e crede di potersi, nella sua autonoma orizzontalità, confrontarsi  con Dio.

Giobbe, che il Satana se lo porta nel cuore, diventa allora sagoma di chi drammaticamente sperimenta l’inanità del suo falso prestigio, e come si consuma la corporeità, per quanto saldamente stabilita, e residua la sofferenza del morire. Solo quando recupera una disillusa visione della creaturalità materiale, Giobbe riscopre il legame con la Vita animica; se il fondamento dell’uomo è unicamente Dio, solo l’anima può avere con Lui una piena relazione. In questa presa di coscienza il ‘satana dell’io’ egoistico ed orizzontale, viene cacciato via. Allora la recuperata dimensione animica  mostrerà che nulla è perduto, e che le deficienze e le  pene sofferte possono essere totalmente ristrutturate nella stessa realtà materiale. Un recupero tale da far apparire tutto il male pregresso come un grande incubo, un ‘sogno’. Come in un incubo Giobbe ha vissuto il dramma della sua libertà e della orgogliosa indipendenza da Dio. Ora, svegliatosi, scopre che nulla ha perduto e tutta la sua terrestrità è pienamente recuperata, in forma ancor più eminente.

Che il racconto lo si debba intendere in questa direzione, lo deduco dal fatto che se il male ed il  dolore sofferto fossero ‘realtà’ e quindi indistruttibili, allora almeno come ricordo  essi costituirebbe un punto nero nella rifatta esistenza, un marchio di negatività indelebile. In pratica non ci sarebbe ‘redenzione’.

[7] Una lettura, questa che suggerisco, che consente altresì di intendere bene il senso del giudizio di Gesù su Pietro; Simone è ‘Satana’ (e qui si profetizza sul ‘Papa re’) perché ragiona nelle ristrette coordinate della corporeità. In lui non c’è nulla di diabolico nel senso corrente del termine. Profetizza la possibilità di errori nella conduzione della Chiesa  e il danno dei fedeli che ‘sono indotti in tentazione’.

 

[8] Il numero Dodici quindi non rappresenta il ‘Concilio ecumenico’ se si intende che ad esso non partecipino i sacerdoti eucaristici; e lo rappresenta se i vescovi residenziali (10+ Pietro) avvertono di essere esponenti dei sacerdoti. Ciò fa concludere che il numero ‘Undici’ non indica qualcosa di meno rispetto ai Dodici, ma solo che vi sono due posizioni distinte, quella sacramentale dei sacerdoti e quella funzionale dei Vescovi e del Papa. Alla abrogata categoria ‘Clero’ che si era tramutata in pura struttura giuridica, i quanto comprendeva anche non ‘ordinati’, nel nuovo C.j.C si è sostituita quella più corretta di ‘Chierici’, preferendo a quella giuridica la connotazione sacramentale.

 

[9] Rifletterei anche  su un altro punto: mentre Giuda viene sostituito con una solenne cerimonia ricordata in Atti, non si ha traccia di sostituzione di altri apostoli. Ne consegue che se la sostituzione di Giuda  attiene alla funzione di sacerdote eucaristico, è da presumersi che questo e solo questo è (negli Atti) il fulcro del sacramento dell’ordine.  Le successive cooptazioni nel collegio dei Dodici sono segnalate solo come un fatto avvenuto, ma non vantano uno specifico rito sacramentale. Inoltre Paolo afferma che la funzione apostolica è compito affidato direttamente da Dio. Egli si sente apostolo, pur senza appartenere ai Dodici, ai quali riconosce una specifica funzione diversa dalla sua.  Viene da pensare allora che il sacerdote eucaristico è anche apostolo, e questa sua qualità intrinseca non equivale a quella di membro del collegio dei XII (o, come ho precisato, degli Undici). Che poi l’apostolicità appartenga a tutti quelli che Di vuole chiamare, il Vangelo lo segnala quando racconta che Gesù mando anche 72 discepoli che diventarono naturalmente apostoli. In quei ‘discepoli’ si intravede ‘il discepolo amato’ che si moltiplica anonimamente per aderire a tutti i popoli della terra.

 

[10] Il termine ‘apostoloi’ indica genericamente coloro che si danno alla predicazione missionaria (Paolo era apostolo ma non apparteneva i Dodici). Compitando ‘ap’ o’ stola oi’ dice  coloro che vanno lontano (apo) come ‘veste’(Stola) fra i settanta (o’) popoli del mondo.

 

[11] Questo termine a sua volta ha una notevole ricchezza in quanto il vocabolo può essere tra l’altro compitato come ‘Ba aptizo’, ‘B. aptizo’ Bapta izo’; e va poi congiunto con quel ‘Onoma’ che indica non solo la realtà del Dio trinitario, ma anche la sua comunione  (On oma).

 

[12] Si tenga conto che il ‘trasmettere come il tramandare’ sembrano riferibili solo a cose e non a persone; ma nel nostro caso Gesù non è solo un uomo, è anche un quid (come la predicazione, l’eucarestia, la Grazia) che se cose non sono, sono ad esse assimilabili sul piano discorsivo.

Si tenga conto che la preposizione ‘parà’ se scomposta in ‘pa ra’ consente di leggere ‘Il Padre-Pane che ora trasmette, concede’. Ed ancora che se si compita ‘opa ra didous’ si può leggere: ‘Ora la Porta che dona’ ; Gesù è ‘la porta’.

Si consideri poi che ordinariamente a questo verbo viene aggiunto come oggetto dell’azione il pronome dimostrativo ‘auton’ che viene tradotto ‘Lui’ riferito a Gesù; ma è anche possibile considerare questa parola come aggettivo del verbo ‘auo’ che rimanda ad un ardere. Si può allora intendere che si sta consegnando ‘l’Ardente’ e cioè lo Spirito. Ed ancora, scomposta la sequenza in ‘auto On’ , si può intendere che Giuda consegna ‘ l’Essenza in persona’ il che rimanda all’eucarestia.

Del termine’prodotes’ (traditore) presente una sola volta in Luca tratteremo più avanti.

 

[13] Ho letto il termine al maschile risolvendo il ‘to’ con un ‘perciò’.

 

[14] Compito: Al-Lin ae grafe. Plerote o trogon T. On arton. Ep’er En epi. Me T. Pternan autou !.

 

[15]  ‘Simon’ considerato come forma participiale del verbo ‘simao’ equivale a é‘incurvato, ingobbito, ripiegato su di sè’. Rimanda così al ‘muro pencolante’ del profeta e al rotolo del Libro richiuso su se stesso.

Compitando ‘s’imon’ dice : ‘Colui che ti tira sul dal pozzo’, ‘Colui che per te attinge dal pozzo’ (della Rivelazione). Compitando ‘se i mon’ permette di intendere ‘Egli che ti desidera’.

Il Nome ‘Petros’ ha quale senso primo ‘Pietra, Roccia’ che arricchirei teologicamente con il riferimento all’acqua zampillante di Refidim, collegandolo così immediatamente al Cristo che era proprio quella Roccia. Sillabato come ‘petra os’ e, intendendo ‘petra’ come ‘quattro’ direbbe ‘Egli è i Quattro’ (evangeli). Tutte letture che  sottolineano la sua funzione nella Rivelazione e nella fede.

 

[16] Quanto al fonema Iouda e Ioudas (preferito da Giovanni), di cui ho già trattato (nota3),  esso, lo ricordo, può scomporsi in ‘Iou’ e ‘da’ che dicono l’Uno, l’Unico (popolo),o ‘un umore velenoso’  e ‘terra’ o ‘uomo terrestre’. Possiamo dunque leggere ‘terra dell’unico’ intendendo sia la regione che l’essere umano oppure ‘terra del mio’, ‘Terra del veleno’ e ‘Terra del distillato’. Compitato come ‘i ou da’ significa ‘egli è sua terra’; compitato ‘I ou udas’  dice ‘Quello del suo Canto’ (Scrittura).  Inoltre, I oudas si può intendere ‘Egli è terra’; I Ou das: ‘Quello della sua terra’; ‘Quello non della terra’; Iou das: ‘Sta sopra il molto ed il grande dell’Unico’ (Das equivale a ‘epi pollou kai megalou’); I ou da: ‘Egli è la sua terra’, il ‘suo uomo”.

Si noti come Iesous, Iouda, Ioanne, comincino tutti con quella ‘iota’ (che non può cadere dalla legge) che simbolizza il ‘nulla’, e che numericamente vale ‘10’, cifra che indica le Genti quali tribù residuali alle due che formano il regno di Giuda. ‘I’ è anche il nominato del pronome riflessivo ed indica la soggettività; consente quindi anche altre letture.

 

[17] Diffusamente sul punto vedi in questo sito schede sul Cristo sotto voce ‘Cristianesimo’.

 

[18] I fonemi presenti nel termine sono fortemente suggestivi; ed infatti: ‘Cr.’ sintetizza l’intera parola costituendone la sigla; ‘Cre’ dice ‘è fato, è destinato’; ‘Ris’ dice ‘naso’ termine con cui Giustino indica la Croce, forse rifacendosi al geroglifico egiziano che indica il naso, e che si pesenta come una croce astile; ‘Is’ dice ‘Gesù’ e ‘Potenza’; Ist’ rimanda all’idea di stare in piedi.

[19] Ed infatti ‘Istos’ indica l’albero della nave che reggeva la vela quale mezzo di locomozione, il palo di bronzo, il telaio su cui si tesse, l’appendere l’orditura, l’ordire la tela, la trama, la tela, le celle dei favi delle api. Istos dice infine ‘visibile’ e rinvia all’idea di ‘sacramento’. Infine la lettera ‘T’ indica la Perfezione; ed ‘Os’ il soggetto ‘colui che è’ .

Se poi si legge la sequenza fonematica ‘O Cristos’ si può cogliere la presenza di un ‘ocr’ da ‘ocros’ che indica un ‘contenere e un sostenere’.