| Home | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico Prime ipotesi e spunti di riflessione Sulle figure di Giuda e del ‘discepolo amato’ Par. II Due malfattori redenti: Simone e Giuda.
Sommario: Perché Giuda insieme a Simone?; Giuda il peccatore per antonomasia; I ‘Nomi’ sintesi di una antica e nuova elezione;Il pentimento di Simone; Testimonianze evangeliche sul sacerdozio; Ma chi era ‘il discepolo che Gesù amava’?
Perché Giuda insieme a Simone? Dopo tanti infruttuosi tentativi credo sia diventato evidente che non è possibile scrivere una ‘Vita di Gesù’, cioè una ‘storia’ in senso stretto, usando il NT come fonte di cronaca. Ovviamente la stessa cosa vale anche per Giuda. Ne consegue che di questo personaggio si potrà cogliere solo la dimensione letteraria ed all’interno di essa la funzione teologica che Vangeli e Atti gli riferiscono. Salva la storicità dell’irraggiungibile personaggio che visse con Gesù e che si chiamava Giuda Iscariote, il Giuda dei Vangeli sarà per noi solamente una sagoma letteraria attraverso la quale gli evangelisti hanno trasmesso una rivelazione che sarà evidente a chi non si lascerà captare dai meri fatti, ma in essi cercherà il messaggio nascosto. Né giova mescolare insieme i due livelli che, seppure connessi, sono nettamente distinti. Ed infatti, mancando quanto alla storia una documentazione valida degli eventi e dei soggetti delle azioni, non è possibile giungere a conclusioni certe da tenere per ferme ed incontrovertibili in un successivo momento di meditazione religiosa. A livello teologico poi, singoli eventi come ‘tradimento, consegna, rinnegamento’ etc. perdono la loro autonomia fattuale per fondersi insieme onde costituire un evento unico e di natura cosmica: il rifiuto cioè del Cristo cui si connette la paradossale chiamata ad esercitare un ministero nella Chiesa, rivolta proprio a chi avversò l’azione del Cristo. In questa ottica Simone, Giuda e Saulo si ricalcano per delineare una figura dal forte valore profetico: quella dell’Avversario, dell’Anticristo. Ed al tempo stesso delineano a chiare lettere la vittoria finale del Cristo: tutti siederanno ai suoi piedi. Questo proprio è il punto che va attentamente verificato, perché profilo molto intrigante sul piano teologico, ma più ancora importante sul piano sostanziale della fede, riguardando l’onnipotenza del Cristo e l’indefettibilità del suo piano redentivo. Inoltre, la congiunta meditazione di Giuda e Simone serve a colmare quell’abisso che nella predicazione corrente inesorabilmente li divide, e permette di verificare l’ipotesi secondo cui la sagoma di Giuda ha, anch’essa, una uscita positiva che, nel IV Vangelo, assume le sembianze anonime del ‘discepolo che Gesù amava’.
Giuda: il peccatore per antonomasiaNel discorso su Giuda, quasi senza avvedersene, la predicazione ricalca una lettura del peccato originale (correntemente proposta) che è a mio giudizio del tutto improponibile. Come in pratica ad Adamo si è accreditato la capacità e la forza di ‘sgambettare’ il Cristo paralizzandone l’azione creativa; in parallelo a Giuda si è riconosciuto il potere di autonomizzarsi rispetto alla redenzione attuata dal Cristo-Gesù. Una prospettazione che, sotto il clamore della irreparabile condanna a Giuda, nasconde un luciferino orgoglio umano. In pratica l’uomo uscirà pure distrutto dalla sua lotta oppositiva a Dio, ma anche Dio dovrà ammettere di essere stato fermato, di non averlo vinto. Così procedendo, Giuda si riveste di panni prometeici e di un alone di disperata autonomia che mi ricorda un personaggio del ‘Settimo sigillo’ di I. Bergmann, quel cavaliere riluttante che alla fine della storia la morte riesce sì a catturare, ma non può dire di aver vinto, perché egli ‘protesta’. E’ questa una corretta teologia del personaggio Giuda? A me sembra di no, e perciò non riesco a condividere la facile letteratura su un Giuda amante dei quattrini e che poi da sprovveduto si priva della ‘gallina dalle uova d’oro’ per un pugno di monete; o le lacrimevoli letture che lo disegnano quale vittima innocente di uno strano piano del Cristo; oppure quelle prometeiche che lo disegnano come uomo libero che si ribella ad un divenire che egli non ha concorso a disegnare; un ribelle che non si lascia catturare dalla captante azione del Dio incarnato e decide di essere ‘per sé’. Tutte riflessioni molto fascinose che deviano dal corretto messaggio teologico che gli evangelisti hanno legato a questo personaggio. Riflessioni che presuppongono la responsabilità del deicidio di un singolo e piccolo uomo di duemila anni fa, e fanno guadagnare a lui ed alla sua tribù la qualifica di ‘perfidi Giudei’, tanto falsa e inconsistente storicamente, quanto ammissibile se circoscritta alla metafora teologica in un determinato e limitato profilo in cui sono ‘perfidi’ anche Pilato e gli apostoli. Questa corrente predicazione, per identificare in Giuda colui che tradendone la fiducia vendette ‘il suo Dio’, ed è perciò dannato per sempre, si motiva su singoli ed erratici giudizi negativi che gli vengono attribuiti, rivolti a personaggi anonimi o individuati solo indirettamente. A chi va riferita l’espressione “Ma guai a quell’uomo dal quale è consegnato” (Lc.22,22) resa più complessa in Mt. 26,24 e Mc.14,21 con l’aggiunta “Meglio per lui se non fosse mai nato”? Per tacito consenso questo totalizzante ed irrevocabile giudizio storico è ricaduto su Giuda, lasciando fuori Pilato, Simone, gli apostoli (che pure potevano fare qualcosa), ed infine i Sommi sacerdoti che avevano organizzato tutto il piano. Nessuno si ferma a riflettere che, come gli altri apostoli, Giuda non aveva chiara la dimensione divina di Gesù. Per i discepoli egli era solo un Rabbi, cioè un maestro di verità; solamente dopo la resurrezione, Tommaso compie un passo avanti e lo qualifica: “Signore mio, Dio mio”. Al più dunque Giuda avrebbe tradito un amico e non il Dio incarnato. A torto o a ragione, nella credenza del popolo, Giuda resta così l’unico sicuro abitante dell’inferno, mentre Pietro diventa Santo e finanche Pilato si guadagnò questa fama. Abiti all’inferno o altrove il Giuda uomo di duemila anni or sono, non è problema che interessa il teologo. Ciò che conta è il personaggio letterario dei Vangeli e degli ‘Atti’. Esso è come un primo segmento della ‘semiretta teologica’ del sacerdozio che, partendo dall’uomo, si in futura nella infinità di Dio. In quanto si origina nell’uomo essa ha i connotati del peccato, del rifiuto, ma via via che si proietta in avanti diventa sempre più ‘anonima di sé’ e ‘nominata di Dio’ perché si tramuta in ministero che il Dio lo ha tutto in se stesso e al tempo stesso lo coglie come meta infinita. Nel punto in cui questa semiretta si origina nessuno può vantarsi di essere ‘buono’. Lo verificheremo meditando la figura anonima del ‘giovane ricco’. In questo punto tutti sono soggiogati dalla morte che regna nel mondo, tutti bisognosi di una ‘lavanda dei piedi’ che li redima. E dunque Giuda non è né migliore (come presumeva di essere) né peggiore degli altri. Perciò gli evangelisti, volendo rivelare questo mistero di Grazia redentiva, presentano Giuda unito a Simone. E attestano che ad entrambi, peccatori com’erano, Gesù commette due ruoli fondamentali nella Chiesa: rispettivamente quello di sacerdote eucaristico che la costruisce, e quello di principio di unità, cioè di Pastore Universale.
I ‘nomi’ sintesi di una antica e nuova elezione Nel NT. Giuda, Simone e tanti altri personaggi non hanno una loro storia personale antecedente alla chiamata; potremmo dire che essi sono ricchi solo del loro nome personale. Ma se gli evangelisti li vollero evocare solo con un nome, quest’ultimo, analizzato adeguatamente, probabilmente rivelerà una specifica teologia. Giuda e Simone non sono nomi qualsiasi; ognuno, ed entrambi, alludono ad una complessa situazione storico-teologica sicché, sia isolatamente, sia articolati fra di loro, essi sono in grado di esporre una complessa rivelazione. In particolare, i due nomi descrivono la situazione politico-religiosa esistente al tempo di Gesù; perciò le loro vicende sono in grado di chiarire un evento che progressivamente riguarda la religione Mosaica e poi l’intera umanità. Simone e Giuda sono infatti nomi che non indicano solamente delle persone fisiche, ma anche le due tribù che formavano il Regno di Giuda. Quest’ultimo, nato dalla divisione di quello salomonico, si vantava di essere l’unico depositario della elezione divina ed era orgoglioso del proprio tempio (ve ne erano pure altri) che autenticava come unico luogo della presenza di Dio. L’altro regno, nato da quella scissione, denominato ‘Israele’, era formato dalle restati dieci tribù, occupava in pratica la Samaria e veniva considerato come patria di Gentili. Saldati insieme, come in una endiadi, i due nomi e cioè Simone e Giuda, travalicando la dimensione personale, costituiscono allora la metafora del Regno di Giuda, di quel ‘popolo eletto’ che, nel racconto evangelico, si pone come autentico protagonista dell’evento Gesù.[1] I nomi ‘Giuda’ e ‘Simone’, quali eponimi delle due tribù elette, nascondono poi nelle rispettive sequenze fonematiche delle precise indicazioni teologiche. Infatti, tra l’altro, ‘Iou da’ significa ‘terra dell’Unico’ cioè di Dio, o del solo eletto, oppure ‘terra del veleno’ (ios); a sua volta ‘Simon’ considerato come forma participiale del verbo ‘simao’ equivale a ‘incurvato, ingobbito, ripiegato su di sé’.
Questo articolato ‘passato’ sintetizzato nei ‘Nomi’ viene utilizzato dagli evangelisti come algoritmo metaforico per esporre la loro teologia dell’evento Cristo. Così, quando Gesù vuole rivelare che l’elezione divina equivale all’impegno del più forte a servire il più debole, operando proprio su questi costruisce un segno ben chiaro e visibile. Egli infatti inverte l’ordine di importanza esistente all’interno del Regno di Giuda, cioè del gruppo degli Eletti. Il dato esistente era questo: Giuda era la tribù più forte e popolosa e da sola dava nome a tutto il regno; e Simone era poco numerosa e per nulla potente e rimaneva ‘anonima’ all’interno di quel regno. Ebbene, con la sua investitura Gesù decide che chi era praticamente innominato (Simone) avrebbe avuto un nome autorevole (Pietro), mentre colui che aveva un ‘nome’ (Giuda) lo avrebbe perduto; il forte sarebbe stato debole ed il debole forte, così come profetizzano le parole del Magnificat. In tal modo Giuda, che pure era depositario della borsa della ricchezza, cioè delle Verità di Gesù, diventerà l’anonimo ‘discepolo amato’; mentre l’innominato e piccolo Simone godrà del nome prestigioso di Roccia.
Nell’economia instaurata dal Cristo, la novità consiste anche nell’attribuire una dimensione totale al cd. ‘popolo eletto’. Esso, come era previsto fin dalle origini, comprenderà ora tutti gli uomini che gli Eletti consideravano esseri inferiori. Ed allora chi, meglio di Simone, poteva segnalare questa ristrutturazione? Egli, appartenente al gruppo eletto (regno di Giuda), ma senza nome pubblico ed importanza politica, diventa il Pastore Universale di un gregge di eletti. Ma anche le antiche promesse di sacerdotalità fatte da Dio ad Abramo, si adempiono: a Giuda viene affidata la funzione di sacerdote ministeriale. Attraverso la gestione dei ‘Nomi’, gli evangelisti chiariscono così che non vi sono uomini ‘privilegiati’ (e tanto meno per ragioni di sangue); che non c’è dunque nella Chiesa una posizione di prestigio che derivi dall’appartenenza ad una certa discendenza. Ed allora ‘Giuda’, che si vantava di essere l’unico eletto (vedi le polemiche fra Gesù e i Giudei), non potrà più avanzare nessuna pretesa sulla comunità della Chiesa nascente affidata a Simone. Da ‘architriclinio’ della mensa della Parola, Giuda diventerà anonimo e fungibile servo della mensa del Pane e del Vino, e Simone, l’insignificante, assurgerà a Pastore Universale e, quasi a far da pendant al Cesare , assumerà un ‘nome’ che resterà per sempre, quello di Pietro. Inoltre, perché gli incarichi commessi da Gesù a Simone e Giuda non siano intesi come un automatico slittamento della primitiva elezione che isolò ed esaltò Abramo (di cui Giuda si sente erede), i due (eponimi delle rispettive tribù) sono descritti come totalmente immeritevoli di svolgere le nuove funzioni ecclesiali. Degni solamente di castigo per aver rotto il patto di amicizia col Dio incarnato, essi dovranno sempre ricordare di essere stati chiamati solo in grazia della divina ‘misericordia’. Essa dovrà essere la caratteristica fondamentale del loro agire verso i ‘conservi’. Due incapaci, due egoisti, due rinnegati transitano nella Chiesa lasciandosi alle spalle la qualità di ‘eletti dell’origine’ [2] (titolo che nella metafora evangelica connota proprio i nemici di Gesù) e tuttavia gratificati delle due massime funzioni ecclesiali, seppure in forma inversa; la primazialità spetterà a Simone e il servire a Giuda.
Il pentimento di SimoneNei racconti evangelici, Simone non è descritto migliore di Giuda. Ammesso anche che quest’ultimo agì con grande cattiveria, come dimenticare il gesto di Pietro che al tradimento aggiunse lo scandalo pubblico? Anzi a lui andava applicato il terribile giudizio formulato da Gesù in ordine ai rinnegati: “Non ti riconoscerò davanti al Padre mio perché mi hai rinnegato davanti agli uomini”. E poi non va dimenticato che Gesù in persona lo aveva qualificato ‘Satana’ ed ‘uomo di poca fede’. Né si può dire che quel suo amaro pianto ne alleggerì la responsabilità e dissolse la sua malizia; dopo il pianto infatti Pietro non si schierò apertamente con Gesù, ma si andò a rintanare al sicuro nella sua casa. Poiché gli evangelisti non chiariscono la causa di quella amarezza, chi legge senza pregiudizi il racconto, alla luce di tutti i trascorsi di Simone, può concludere che il suo pianto esprimeva piuttosto uno sfogo di rabbia profonda e di delusione totale. Simone che poco prima aveva discusso con gli altri su chi di essi fosse il più grande; Simone che già si sentiva avviato ad essere il Capo, ora vedeva fallire miseramente quel Profeta potente che gli aveva garantito un posto di prestigio (“Tu sei Pietro e su questa pietra…”). Pietro scappa via e se ne starà ben chiuso a casa sua (a mangiare il capretto pasquale) e non si farà vedere neppure sotto la croce, o all’atto della deposizione. Lo dovranno stanare le donne, ma prospettandogli una rivincita di Gesù attraverso la resurrezione e quindi una possibile reviviscenza della posizione di prestigio che gli era stata promessa. Allora, dopo averle giudicate delle pazze, egli correrà al sepolcro. Questo è Pietro: un rinnegamento scandaloso, una latitanza ingloriosa e una ripresa di interesse solo al delinearsi di una posizione favorevole; tre momenti negativi che esigevano la triplice richiesta di Gesù sul lago di Tiberiade: “Pietro mi ami tu?” Dunque quel ‘pianto’ viene accreditato immotivatamente a Simone come pentimento; e viceversa il pentimento di Giuda (che l’evangelista annota: ‘Egli si pentì’) non lo libera dalla sua protervia né dall’accusa di aver non già tradito un amico, ma Dio stesso. In pratica la predicazione corrente, stigmatizza con forza il ‘tradimento’ di Giuda, e svaluta a puro momento di debolezza umana il rinnegamento di Pietro.
Naturalmente oggi non è facile superare il silenzio che si è stratificato sul rinnegamento di Simone. Considerando che quel rinnegamento può leggersi come profezia sul papato, questo silenzio viene ritenuto fra i teologi quasi doveroso; sarebbe offensivo perché deprezzerebbe e metterebbe in discussione il Pietro presente nella persona del Pontefice regnante. Ma vorrei chiedere: non è anche vivo e presente anche Giuda seppure sotto altre spoglie? A me pare intravederlo nella sagoma di quel ‘Paolo’ che ufficialmente regge la Chiesa unito a Pietro, ma di fatto gode solamente di una alta collocazione protocollare. Paolo, il nemico di Gesù convertito, è a mio giudizio l’icona finale della funzione sacerdotale e meditarne la sagoma aiuterebbe non poco a restituire dignità al sacerdozio eucaristico. Io credo che quest’ultimo stia perdendo progressivamente il suo diretto collegamento con il Cristo, e si stia trasformando in funzione impiegatizia da svolgere in regime di subordinazione.
Testimonianze evangeliche sul sacerdozio Un altro profilo mi sembra meritevole di riflessione. I Vangeli delineano una Chiesa ancorata a Pietro quale supremo Pastore di Unità, ai XII come presidio di verità. In questo disegno manca però proprio la precisa individuazione della centrale figura del sacerdote eucaristico. A quale personaggio evangelico va riferita questa funzione che costituisce il presupposto ineliminabile delle altre due? Senza eucarestia non c’è Chiesa e non hanno senso né il magistero di verità né quello di unità. E’ mai possibile che gli evangelisti non abbiano lasciato almeno una traccia di questo fondamentale ministero? Risponderò così a questo interrogativo: essi hanno rivelato il sacerdozio come ministero anonimo e si sono serviti di strumenti omologhi, perfettamente adeguati, e cioè l’anonimato e il silenzio. Ma questo silenzio può diventare eloquente se si considera che, a differenza dei XII e di Pietro, cioè di soggetti dotati di una propria identità storica che transita nella loro specifica dimensione teologica, il sacerdote eucaristico, proprio in quanto operante ‘in persona Christi’, è un anonimo, un ministro del tutto fungibile. Presentarlo come soggetto nominato avrebbe avuto conseguenze molto negative; la sua specifica persona avrebbe coperto ed emarginato quella del Cristo, unico sacerdote di una Chiesa che non ha sacerdoti. Paolo, Cefa, Apollo sono nomi che debbono sparire nella dimensione eucaristica perché non accada che i fedeli si leghino con una specifica appartenenza a questo o quel ministro della eucarestia. Essi, come dice Paolo, debbono essere solo ‘di Cristo’. Dunque, la condizione di anonimato che sembra impoverire il sacerdote, in realtà lo esalta identificandolo direttamente e personalmente al Cristo in persona. [3] A me pare che giustamente la sagoma del sacerdote eucaristico fu coperta dall’anonimato, e velato in quel ‘generico’ discepolo che Gesù amava’ al quale Gesù in persona affidò la mistica Maria, cioè la comunità eucaristica. Uno speciale ‘discepolo’ (e non ‘apostolo’) identificabile nell’Eletto, nel Giudeo, in una parola, nella sagoma letteraria di Giuda. Mi si obietterà che Giuda (che presento come sagoma del sacerdote) aveva un nome, e molto importante. Questo è vero, ma nella narrazione evangelica esso compare anche per esprimere la drammaticità della sua elezione da parte di Gesù e della sua controversa adesione, per poi ripiombare nel silenzio, o nell’animato del ‘discepolo amato’. Il suo ‘Nome’ si evidenzia dunque solo per rendere evidente il suo tramonto in un ‘nulla’ che si riempie di Cristo. Anonima l’investitura, anonima la misericordia di Dio che supera ogni tradimento o rinnegamento. Quel Dio che volle conoscere dall’interno la miseria dell’uomo, proprio nel toccarne il fondo (morte di croce), si volge al malfattore, non importa chi egli sia, e gli promette il Giardino, cioè la Chiesa.
In conclusione, a me pare che, sul piano delle sagome teologiche, le posizioni di Giuda e di Simone vanno assimilate; perché proprio questa equiparazione gli evangelisti volevano evidenziare, onde esporre compiutamente la loro teologia. Essi volevano chiarire che Gesù viene tradito dal suo popolo di adozione; ma che da quel gruppo che tradisce e rinnega saranno chiamati (nella loro totale povertà di uomini) ‘i servi’ eucaristici Come chiarirà la scena che conclude il IV vangelo, esiste una relazione intimissima fra funzione pastorale e funzione eucaristica. Esse debbono necessariamente coesistere. Perciò, in maniera evidente o ‘sotto copertura’, queste due figure camminano parallelamente nei Vangeli e in ‘Atti’ sarà proprio Pietro ad attuare la sostituzione di Giuda. Scindere queste due sagome diventa allora pericoloso perché scompagina il discorso teologico sotteso alla narrazione evangelica. Assumere i due apostoli come meri personaggi storici li impoverisce della loro valenza teologica e degrada l’investitura ricevuta da Gesù, cioè la posizione ecclesiale, a mera carica istituzionale trasmissibile secondo i criteri umani della successione.
Strutturando in tal modo la loro narrazione, gli evangelisti si preoccuparono anche di mettere un freno a quella albagia (che si è poi stratificata nel tempo) che aderisce talvolta all’esercizio delle funzioni ecclesiali; e di attestare la pari dignità della funzione pastorale e di quella eucaristica. Facendo muovere le due figure, congiunte o disgiunte, ma sempre in parallelo, gli evangelisti avvertirono pure che quanto un lettore può dedurre in ordine ad una di esse, può applicarlo anche all’altra. In questo modo è possibile evitare il molteplice della commedia umana: sul palcoscenico della Rivelazione non vi sono più molti attori, ma due soli interlocutori: Il Cristo incarnato ed il mondo; e una sola è la soluzione al tradimento: la misericordia ricostruttiva di Gesù che abbraccia tutti senza esclusione.[4] Così, gli eventi raccontati dal vangelo non degradano a mera archeologia, ma profetizzano sulla Chiesa attuale come nuovo ‘popolo eletto’.
Sul piano teologico, il tradimento sofferto da Gesù non può allora assimilarsi ad un piatto bassorilievo (attuato dal solo Giuda) ma ad un ‘tutto tondo’ che ha le dimensioni di Giuda e di Simone; e unitariamente si evolve in senso ottimistico col recupero di entrambe le sagome letterarie. La promessa di Dio ad Abramo è rimasta ferma; ed infatti per via di ‘misericordia’ i ruoli fondamentali nella Chiesa vanno a Simone costituito principio di unità (pasci i miei agnelli)[5], ed a Giuda diventato anonimo ‘discepolo che Gesù amava’, chiamato a custodire la Chiesa eucaristica (la mistica Maria) come cosa propria. Dunque non già la donna da cui nacque il suo corpo, ma quella Madre, che continuamente lo ‘genererà’ come eucarestia. Proprio attraverso questo affidamento e questa assunzione di responsabilità, il Giuda traditore, completamente rifatto per divina misericordia, viene autonomamente costituito sacerdote eucaristico.[6] Ma chi era il ‘discepolo amato’? Ovviamente può ammettere che la sagoma di Giuda si evolva in quella del cd. ‘Discepolo amato’ chi si discosta dalla corrente tesi secondo la quale questo anonimo ‘discepolo’ è l’apostolo ed evangelista Giovanni. So bene che la mia ipotesi, per quanto circoscritta al solo piano letterario, rappresenta per il lettore come un pugno nello stomaco; come un risveglio brutale da un’atmosfera di ‘verginità’ di ‘tenerezza’ di ‘amore filiale’ in cui l’evangelista Giovanni assume le vesti un po’ efebiche che gli artisti gli hanno cucito addosso. Comprendo anche che i cristiani vogliono sì amare il loro prossimo, vogliono si perdonare 70 volte 7, ma almeno uno debbono condannarlo, altrimenti si sentono espropriati di due cose che non vorrebbero mai perdere: la Giustizia di Dio; e l’inferno. Anche perché… riguardano sempre gli altri. Ma qui non facciamo arte o letteratura, bensì ricerca teologica della verità, battendo anche, seppure in via ipotetica, filoni diversi, più scabrosi e meno dolci al palato. Essi però consentono di riaffermare l’universale salvezza operata da Gesù e, lasciando alla storia ed ai singoli uomini le loro personali responsabilità, liberano la teologia del pesante fardello di questo ‘traditore’ per il quale, dopo vari tentativi di salvataggio, si è lasciato aperto solo la porta di una dannazione senza ritorno.
Tratterò, più avanti, specificamente questo profilo. Qui voglio riassumere qualche riflessione che potrà servire da orientamento. Il punto è questo: il ‘discepolo amato’ non può rimanere un personaggio letterario, una nota di colore che gli evangelisti hanno inserito nel loro libro sacro. Non riesco proprio a considerarlo un mero riverbero (per di più singolare) della psicologia di Gesù. Troppo fatale è il contesto in cui si presenta in scena (Cena), e troppo allusivi gli eventi che lo riguardano (sotto la croce e sul lago di Tiberiade). Al tempo stesso non riesco a comprendere perché, pur in presenza di attestazioni evangeliche molto forti, la Chiesa lo abbia completamente dimenticato, abbandonandolo alle smancerie di una certa predicazione. In questo senso la sua identificazione con l’evangelista Giovanni è in pratica del tutto improduttiva sia sul piano della comprensione teologica del messaggio di Gesù, sia sul piano della struttura ecclesiale. Inoltre questa identificazione crea non pochi problemi. Giovanni, come ‘discepolo amato’, è infatti un quidam che non si sa per quale motivo venga ‘preferito’ da Gesù; egli non fa nulla di specifico ed è assente nella struttura o nella operatività della Chiesa. Viceversa, la figura di Giuda (che col suo nome evoca il ‘popolo eletto’) espressamente o in forma anonima, ha, come già accennavo, un suo retroterra teologico, uno specifico spazio operativo nei vangeli[7], e un ruolo nella Chiesa. (fine file) [1] Nella lingua greca i numeri erano scritti con le lettere dell’alfabeto. Questo doppio significato delle cifre dell’alfabeto permetteva di leggere le sequenze fonematiche sia come parole che come numeri. Ciò originò una poco studiata teologia dei numeri che veniva chiamata nel mondo classico Isopsefia e Gematria. Ricordo ad es. che ‘IA’ equivaleva a 11 ma diceva anche la ‘grande voce’. Le tribù di tutto l’Israele (nome che competerà poi direttamente alla Chiesa) sono nella Bibbia 12 (in greco: IB). Esse si distinguevano in 10 (I) che costituivano quel regno di Samaria che i Giudei consideravano come parte ‘gentile’; le altre 2 (=B) formavano il ‘Regno di Giuda’. Quest’ultimo comprendeva così la tribù di Giuda (predominante) e quella di Simone (molto più piccola). Nella metafora biblica, il regno di Giuda ed in particolare la omonima tribù egemone si identifica con ‘popolo eletto’, gruppo cioè scelto da Dio per attuare il suo piano di ricostruzione del mondo lacerato dal peccato originale. Nella prassi religiosa del tempo di Gesù, il gruppo giudaico di Gerusalemme considerava questa funzione simbolica, come un vero e proprio privilegio razziale che andava espresso nella dimensione della storia. In altre parole essi e solo essi erano ‘gli eletti’ da Dio e quindi meritevoli di una posizione di privilegio. Si perdeva così il significato teologico della divina elezione e come essa riguardasse non una etnia ma tutte quelle situazioni nelle quali c’è nella massa un soggetto particolarmente dotato e rivestito di un ruolo propulsivo. Ad esempio sono popolo eletto i genitori rispetto ai figli, i maestri rispetto agli alunni, i politici rispetto al popolo. Sarebbe perciò più corretto evitare di usare la parola ‘popolo’ e parlare di ‘gruppo’ o ‘sezione’ eletta a compiere un servizio per Dio.
[2] Gli ‘archiereis’ intesi nella versione corrente come ‘i sommi sacerdoti’ sono la sagoma che indica proprio l’elezione delle origini; perciò ho tradotto ‘sacerdoti delle origini’. Essi esprimono nella narrazione evangelica questa pretesa a trasferirsi nella Chiesa mantenendo la propria posizione di mediatori e di capi.
[3] Ed inoltre lo sgrava del peso di cui sono gravati i XII e Pietro, chiamati a verificare volta a volta se, nell’esercizio della loro funzione, sono assistiti dallo Spirito; o piuttosto sono vittime del loro ‘nome’ umano. Come dire che Pietro deve continuamente difendersi dalla invadenza di Simone che continua ad esistere in lui.
[4] Ed è superfluo, precisare che questa universalità di redenzione non fa violenza all’uomo e gli lascia ogni libertà di scelta. Ma ciò attiene alle singole persone e non alle icone teologiche. [5] Non come personaggio storico (egli in tal senso era un gentile della Galilea). Non considero esclusiva questa lettura. Il fatto che Simone sia un galileo e che la Chiesa nasca in una zona grecizzata e che Gesù va a Gerusalemme solo per l’ultimo dialogo e salire sulla croce come ‘Nazareno’ cioè in parole povere come ‘un greco’, permette di leggere tutto in chiave diversa. A Simone, quale gentile, viene affidata la funzione imperiale dell’Unità ed a Giuda quella di ‘servo’ eucaristico. Nella economia del presente studio non batto questa diversa linea teologica. [6] Questa elezione si muove sulla falsariga del VT. Saul profetizza che il sacerdote di propria volontà deve saper morire; Davide, che egli è un novello re cui è affidata la costruzione del Regno. Quanto a Simone, il Gesù risorto, profetizzato nella figura di Salomone, lo chiamerà alla regalità dello Spirito; egli come Salomone accoglierà le Genti (regina di Saba) e avrà tante ‘spose’ quante sono le chiese eucaristiche che sorgeranno.
[7] Ad esempio, per collocarlo drammaticamente nella passione di Gesù, tutti gli evangelisti usano vocaboli a volte diversi, ma comunque derivati tutti dal verbo ‘Paradidomi’ che nella sua accezione corrente, indicava un offrire, un ‘consegnare’ (che può avere anche significato negativo) e che assomiglia troppo ad un sacerdote che sfama i commensali della Cena. In tutti i libri del NT. mancano termini, aggettivazioni, formule che inequivocamente esprimano una condanna del suo comportamento. C’è poi una insistente ripetizione con riferimento a lui della formula ‘eis ton dodeka (o mateton)’ (uno dei dodici o dei discepoli) che, con quel ‘eis’ sembra volergli riconoscere una posizione nominata all’interno del collegio, che deve pure avere un senso ecclesiologico. C’è una sua sostituzione in Atti che non si regge su una chiara motivazione e fa riferimento ad un ‘diaconia’ di Giuda ed a una sua posizione ‘episcopale’. Lascia infine perplessi la impropria collocazione cronologica e letteraria del racconto della sua morte nella narrazione Matteiana. Un ultimo elemento mi sembra decisivo: dal punto di vista fattuale la vicenda del cd. tradimento regge ben poco ad una serena critica. Di ciò tratteremo diffusamente nelle pagine che seguono.
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||