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Per una teologia biblica del sacerdozio eucaristico Prime ipotesi e spunti di riflessione Sulle figure di Giuda e del ‘discepolo amato’
Par. I P r e m e s s e
Sommario: Anonimato come categoria letteraria e teologica; Alcuni problemi della Chiesa nascente ; la soluzione letteraria;
Anonimato come categoria letteraria e teologica Con l’unica generica formula ‘Il discepolo che Gesù amava’, l’evangelista Giovanni indica un ignoto, altrimenti non identificabile, al quale tuttavia il Cristo morente affida Maria, garantisce un’eterna presenza nella Chiesa, e a motivo del quale, redarguisce Pietro, appena insignito dell’incarico di Pastore Universale sul lago di Tiberiade. Viene allora da chiedersi perché mai questo personaggio sia presentato nel Vangelo in forma anonima. Poiché nulla nei Vangeli può considerarsi casuale, questa precaria indicazione, mediante una formula non spiegata né riferibile ad altri soggetti altrimenti identificati, va attentamente vagliata. Dietro questa, come altre omissioni si nascondono infatti personaggi che partecipano a fondamentali vicende della vita di Gesù e rivestono ruoli (è lecito presumerlo) attuali nella struttura della Chiesa. Il problema non è puramente storico o letterario. A prima vista infatti l’anonimato del discepolo, al quale viene consegnata la Chiesa (Maria) e del quale Gesù dice: ‘voglio che resti finché io venga’, sembra aver vietato di attuare nella struttura organica della Chiesa le solennissime parole che pure Gesù gli rivolge dalla croce e sul lago. Mentre il primato pietrino è stato immediatamente dedotto dalle parole dette a Simone sul lago di Tiberiade, uguale effetto non hanno prodotto quelle che seguono, rivolte al ‘discepolo che Gesù amava’. Chi è oggi quest’ultimo nella struttura della Chiesa? A chi oggi è affidata Maria? Chi deve restare ‘per sempre’ fino al ritorno del Cristo? Sono interrogativi che non si possono tranquillamente dimenticare. Prima di tentare di individuare chi si nasconde sotto il personaggio anonimo, è bene soffermarsi a riflettere sulle concrete e connesse difficoltà storiche e teologiche che la Chiesa nascente dovette affrontare, e che gli evangelisti cercarono di risolvere con eleganti giochi letterari tra i quali l’anonimato. Quest’ultimo, oltre ad essere uno strumento letterario, nel nostro caso costituisce anche una vera e propria categoria teologica dalla quale non si può prescindere se si vuole intendere il mistero del sacerdozio.
Per orientare il lettore preannuncio la conclusione cui giungerò. La sagoma del ‘discepolo amato da Gesù’ descrive lo statuto del sacerdozio; conclude letterariamente una progressione di sagome anonime che si concludono interlocutoriamente nel personaggio nominato di Giuda Iscariote per poi proiettarsi nella figura di Paolo fondatore di Chiese. In breve descriverò tre segmenti: a) il primo costituito da anonimi che descrivono l’inizio della trasformazione dell’antico sacerdozio aronnico degli eletti (giudei) in quello del tutto nuovo proposto da Gesù; b) il secondo che si centra (quanto agli aspetti negativi) sulla sagoma dei ‘sacerdoti dell’origine’ (cd. sommi sacerdoti) e su quella di Giuda. Quest’ultima è ‘nominata’ perché è sulla perdita di questo ‘nome’ che si scatena la tentazione e l’errore ai quali seguono il pentimento e l’adesione. Giuda è così una sagoma ambivalente (positiva e negativa) del sacerdozio eucaristico nella sua concreta attuazione. c) Il ‘discepolo amato’ nel suo anonimato simboleggia conclusivamente l’aspetto positivo del sacerdozio. Tutto questo dinamismo verrà ripetuto in Atti attraverso la complessa e contraddittoria vicenda di Saulo-Paolo.
Alcuni problemi della Chiesa nascente Nei suoi primi anni di vita la Chiesa si vide costretta ad affrontare un grave situazione di disagio nascente da fattori diversi, ma strettamente connessi, sia teologici che di fatto. Il più importante dovette essere presumibilmente quello del sacerdozio eucaristico che, pur rappresentando il culmine della sacramentalità del Cristo, sembra esposto dagli evangelisti come un che di sfuggente, anonimo o dissimulato. In pratica non è agevole rinvenire nella storia evangelica di Gesù e della Chiesa primitiva (Atti) un chiaro momento di istituzione del sacerdozio; inoltre, mentre a Pietro, ai Dodici ed ai figli di Zebedeo sono riservati dei ‘nomi’, al sacerdote eucaristico esso sembra negato. Il sacerdozio eucaristico c’è, ma non si sa chi lo esercita, sicché alcuni hanno agganciato questa funzione a quella apostolica.
A > L’eresia di Marcione attesta che nei primi secoli la Chiesa dovette rispondere a chi, del tutto soddisfatto delle parole di Gesù, considerava che il Vecchio Testamento andava abbandonato e con esso anche coloro che lo professavano (fedeli del Mosaismo). Essa condannò questa tesi e confessò che la Prima Rivelazione andava considerata come Parola autoritativa di Dio, e che tra l’altro era ancora valida la promessa (in essa contenuta) di una esclusiva titolarità del ‘popolo eletto’ della funzione sacerdotale. In questa linea, gli evangelisti presentarono Gesù come un obbediente alla Scrittura, come un restauratore della Verità da essa veicolata, come chi intendeva condurla a perfezione. Ed infine (lo vedremo più avanti) come colui che a tutti i costi desiderava saldare la Parola Scritta alla sua ‘Cena’, onde costituirsi una perfetta incarnazione nell’Eucarestia.
B > Nel primo e secondo secolo, proprio quei Giudei, che in qualche modo avevano partecipato all’uccisione di Gesù, operavano da predicatori del suo messaggio e da sacerdoti eucaristici all’interno delle comunità greche e latine. Figura tipica ne era Saulo diventato Paolo. All’istintivo rifiuto da parte dei Romani di una leaderschip religiosa gestita da personaggi appartenenti ad una nazione vinta e dominata, e per di più considerata povera nei suoi aspetti culturali, si sommava la difficoltà dei fedeli di accettare, come ministri del Cristo, proprio coloro che lo avevano ucciso. Questa difficoltà affiora dalle lettere di Paolo e dagli Atti degli Apostoli ed è rimasta per secoli nella espressione liturgica ‘perfidi Giudei’.[1] In questo clima la Chiesa doveva chiarire se e come restavano valide le solenni ed irretrattabili promesse fatte da Dio a coloro che egli aveva scelti come suoi sacerdoti della Parola col compito di portare la verità al mondo. Erano state abrogate quelle promesse? O esse andavano lette in maniera nuova e considerate come una profezia del ruolo nuovo assunto dagli ‘eletti’ nella situazione nuova (eucarestia) instaurata dal Cristo? Come poi valutare il Giudaismo che aveva assunto un ruolo egemone nella religione mosaica? Esso si manifestava con tratti assolutamente contrastanti con quelli cristiani (isolamento, ereditarietà della funzione sacerdotale, mediazione sacerdotale, gestione autoritaria etc), ed ora cercava subdolamente (qualcuno lo pensava) di trasferirsi nella Chiesa di Gesù. In particolare il giudaismo aveva sperimentato un sacerdozio ereditario (per diritto di sangue, cd. ‘Aronnico’) mentre Gesù aveva prospettato un sacerdozio del tutto differente al quale chiunque poteva essere chiamato. Il Giudaismo aveva sperimentato un sacerdozio che implicava l’esercizio di un potere; Gesù invece chiedeva al sacerdote di annientare se stesso, per lasciare spazio al suo Io divino che volta a volta si sarebbe incarnato per compiere gli atti della divinizzazione del mondo (sacramenti). Mentre dunque i sacerdoti giudaici avevano un nome che li individuava, il sacerdote di Gesù per ciò stesso diventava immediatamente un anonimo che, nell’esercizio delle sue funzioni divine, assumeva direttamente il nome di Gesù; operava cioè ‘in persona Christi’. Era necessario allora dimensionare questo fenomeno e correggere le linee sbagliate del ‘sacerdozio dell’inizio’.[2] Ed altresì affermare che alla ‘casta sacerdotale’ intesa come ‘gruppo elitario’ si era ora sostituita l’intera famiglia umana (popolo di sacerdoti) e che quel gruppo minoritario non era più una élite, ma una schiera di servi, di singoli ‘ministri’ di una certa funzione volta a favore di tutti, ed esercitata a prezzo della vita stessa del ministrante (Clero).
C > Parallelamente la Chiesa dovette prendere posizione sul tema della sua unità visibile ed invisibile; sul come essa si dovesse concretizzare nella continua e garantita presenza dell’unico Cristo-capo, attraverso il ministero di un rappresentante. Era allora decisivo il problema della investitura da parte di Gesù stesso, di un atto cioè di individuazione che legittimasse l’esercizio della funzione ecclesiale, sia nel campo della visibilità (comunità) che della invisibilità (eucarestia). Quanto alla visibilità, gli evangelisti chiarirono, secondo come aveva stabilito Gesù, che tale ministero competeva con ampiezza universale agli apostoli, cioè a soggetti da lui stesso ‘nominati’, e al vertice a Pietro. Quanto alla seconda, essi stranamente tacquero, o così almeno sembra ad una prima lettura della loro opera; un silenzio questo che è veramente un macigno. Stranamente neppure gli ‘Atti degli apostoli’ indicano chi era stato eletto da Gesù a questo ministero. Chi poteva vantare la legittimazione a celebrare l’eucarestia e fungere da calice di comunione spirituale per la comunità dei commensali? Un incarico di così grande importanza non si poteva dedurre dalla generica affermazione ‘fate questo in mia memoria’, anche perché quella ‘cena’ non era propriamente eucarestia, in quanto Gesù-Agnello non era stato ancora sacrificato. Sin dal primo momento la Chiesa comprese di sussistere tutta santa proprio attraverso la celebrazione della eucarestia e quindi era estremamente importante individuare chi ad essa era stato chiamato da Gesù in persona. Nessuno poteva infatti arrogarsi da sé questo compito. Ma allora, dove e come Gesù aveva istituito il sacramento sacerdotale? Ad onta dell’apparente silenzio evangelico, la prassi ecclesiastica dovette chiarire subito ogni cosa, visto che non vi sono tracce di dubbi in ordine a chi dovesse essere il sacerdote; né di polemiche sulla natura della sua funzione unificante, ben diversa da quella affidata agli Apostoli ed a Pietro.
Nella eucarestia la presenza unificante del Cristo si presentava come integra ed assoluta, proprio perché il sacerdote eucaristico che lo incarnava era del tutto anonimo. Perciò gli evangelisti, proposero come sagoma del sacerdote Giuda quale eponimo del gruppo sacerdotale mosaico, Giuda che dava il nome al Regno degli eletti, ma, finita la Cena lo fecero sparire o (Giovanni) lo sostituirono con l’anonima formula ‘Discepolo amato’ Non così sul piano della visibilità. Gli evangelisti narrarono che Gesù scelse Simone, come presente storicamente ed in forma anonima nel regno di Giuda, e poi, chiamandolo ‘Pietro’, ne esaltò la coincidente statura spirituale. Scrissero anche che Gesù non aveva però eliminato quel ‘nome’ (Simone) che indicava il permanere della sua identità di uomo, gravato dalle defaillances proprie della carnalità. E furono attenti a ripetere spesso il nome di Simone accostato a ‘Pietro’. [3]
In breve, nell’affrontare queste difficoltà, la Chiesa primitiva cercò per un verso di scolorire la qualifica etnica dei sacerdoti provenienti dal giudaismo, e per l’altro di evitare che il nuovo sacerdozio cristiano assumesse le caratteristiche di quello aronnico (e purtroppo ciò accadde e continua ad accadere). Calò allora il silenzio sui nomi personali dei ‘presbiteri’ ed essi si oscurarono in un rigoroso anonimato. Ma, proprio muovendosi in questa direzione, poiché non potevano ignorare che storicamente questi sacerdoti erano proprio dei giudei, al fine di dare risposta alle difficoltà ora dette (uccisori-sacerdoti), gli evangelisti nella loro narrazione misero in scena una Sagoma ambivalente, quella di Giuda (titolare delle promesse divine, e che tutti li rappresentava nel bene e nel male). Dopo averla delineata con il suo nome proprio (Giuda) e caricata del rifiuto dei Giudei, la fecero sparire dalla scena in due modi: - o con una morte che si può intendere ambivalentemente in bene ed in male; - oppure (Giovanni) sostituendola con un personaggio innominato indicato come ‘discepolo amato’, riferendo a quest’ultimo quelle funzioni sacerdotali che, secondo le promesse divine a Abramo, appartenevano proprio a Giuda. Attraverso questo processo evolutivo, riaffermarono le antiche promesse di Dio (a Giuda), e completandola con un assoluto anonimato (innominata figura del ‘discepolo che Gesù amava’), essi costruirono la figura teologica del nuovo sacerdote.
D > Altro tema molto importante era quello del ‘rifiuto’ del Cristo. Per definirne il contenuto ed i limiti, precisarono che esso era stato posto in essere non solo dagli Eletti, ma anche dai Gentili. Se nessuna primazialità nella Chiesa andava riconosciuta ai Giudei, neppure li si poteva considerare rei della morte di Gesù. La Chiesa confessò che tutti lo avevano rifiutato, e che tutti erano stati da lui perdonati e riassunti come amici. Tutti lo avevano costretto ad una morte ignominiosa e terribile, anche se nell’evento storico la partecipazione dei Giudei poteva apparire più decisiva di quella del Governatore romano. Il tema del ‘restauro’, e cioè peccato-remissione-universalità della salvezza, diventò subito attuale già in Palestina, come raccontano gli ‘Atti’, per riproporsi poi vistosamente quando la nuova fede soffrì le persecuzioni degli imperatori romani che produssero non poche abiure. Ed era ben vivo, questo tema, nella Chiesa dei primi tempi nella quale primazialità pastorale e sacerdozio eucaristico erano di fatto esercitati da convertiti dal mosaismo, cioè soggetti che con giudizio approssimativo e sommario potevano qualificarsi ‘ perfidi Giudei’.[4] Se questo fu il concreto atteggiamento tenuto dalla Chiesa, il secondo punto di riferimento è costituito dai Vangeli e dagli Atti che, almeno in apparenza, condannano Giuda e lasciano cadere nel nulla la ‘nominazione’ dei figli di Zebedeo (Figli del tuono), ed anche la chiamata del ‘discepolo amato’. Come, correlando questi due dati, e cioè quello ecclesiastico e quello scritturistico, rivalutare in qualche modo il personaggio Giuda?
Il nome ‘Giuda’ (in quanto eponimo dei giudei) nella Chiesa dei primi secoli indicava ambivalentemente sia i crocifissori di Gesù, sia quei convertiti che assumevano ruoli ecclesiali nelle comunità gentili. Tutti gli interrogativi avanti detti, e cioè se bisognasse allontanarli o accoglierli, e a quale titolo; se perdonarli per l’uccisione da essi perpetrata del Figlio di Dio; se riconoscere loro ancora la titolarità delle promesse divine; tutti questi interrogativi, dicevo, trovavano il loro referente archetipale nella vicenda evangelica del personaggio Giuda. Ed il vangelo lo presentava come un peccatore, ladro e traditore che aveva concluso la sua vita con un disperato gesto di suicidio, precipitando in un annientamento protervamente voluto. Ma, così delineata la sua immagine, nella prassi ecclesiale essa non poteva certo giovarsi di un palese restauro, che sarebbe apparso come un voler smentire la stessa Parola evangelica annunciata pubblicamente. Perciò la sua immagine doveva rimanere negativa, e costituire un deterrente per il sacerdote eucaristico tentato di degradare il suo ministero. Una palese evoluzione di Giuda dal peccato al pentimento, e poi alla assoluzione, avrebbe implicato ammettere per lui un percorso simile a quello di Simone. Ma se Gesù in persona aveva nominato Pastore Universale il rinnegato Simone, non esisteva parallelamente un suo gesto di riabilitazione di Giuda. Così, non si poteva andare oltre la volontà di Gesù, ma era pur difficile spiegare un suo favoritismo verso Simone che si era comportato altrettanto male e che, come chiarirò, non si era neppure pentito. Una incongruenza questa che ancor oggi viene avvertita da molti. Ammettere poi un perdono di Giuda, e quindi il permanere della funzione a lui specifica legata da Gesù (era il mistico cassiere dei Dodici),[5] implicava un fatto ancor più destabilizzante e cioè riconoscergli una posizione funzionale e ‘nominata’ (ad es. economo) all’interno della Chiesa. Essa infatti si strutturava nel modo stabilito da Gesù. Se già era un problema avere un rinnegato come supremo pastore (Pietro); come tollerare anche un Giuda restaurato? Eppure i due personaggi godevano oltre che di un loro ‘Nome’ personale, cioè di una loro caratterizzazione teologica, anche di una funzione ad essi attribuita da Gesù e quindi destinata a permanere dopo la sua uscita dal mondo. Ma, anche superando ogni difficoltà, quale posto dare a Giuda nella struttura della Chiesa? Identico problema si poneva anche per i due figli di Zebedeo che pure erano stati ‘nominati’ ‘Boanerghes’ (Figli del tuono) da Gesù, e non certo per affibbiare loro un nomignolo. E più ancora, per il discepolo che Gesù amava, ma del quale si era poi completamente dimenticato, non riservandogli alcun posto nella sua Chiesa. Non era certo facile giustificare il diverso peso attribuito alle parole dette da Gesù a Pietro sul lago di Genesaret, rispetto a quelle rivolte nello stesso contesto al ‘discepolo che egli amava’. Che dobbiamo pensare? Forse ad una specie di ‘colpo di stato’ provocato nella Chiesa delle origini da Simone che vantò di essere Pietro, e contemporaneamente disconobbe le investiture operate da Gesù riguardo ai figli di Zebedeo, al discepolo amato, e a Giuda? No certo; e perciò sono certo che al di sotto della narrazione evangelica deve esistere una rivelazione più puntuale, che autentica tutti i ministri presenti (ancor oggi) nella Chiesa, ed in particolare quel sacerdozio eucaristico che secondo le promesse di Dio doveva competere a Giuda. In parole povere, dobbiamo forse dedurne che la Chiesa delle origini scopertamente riconobbe nella sua struttura i Dodici e Pietro e li autenticò con le parole del Vangelo; ma solo di fatto riconobbe il Diaconato ed il Presbiterato, evitando di collegarli a precise sagome evangeliche, quasi fossero nati senza una precisa e mirata investitura di Gesù pubblicizzata nel vangelo. Ma la cosa non sta in questi termini. Ed infatti le sagome di Giuda, del Discepolo amato e dei Figli di Zebedeo, nel loro articolato complesso, costituiscono l’icona del sacerdozio eucaristico voluto da Gesù e presente nella Chiesa. I vangeli non hanno taciuto su questo sommo ministero, ma per poterlo far emergere, essi vanno meditati attentamente, e con intenti assolutamente teologici.
La soluzione letteraria Gli evangelisti si mossero in due direzioni parallele e connesse fra loro. Essi affidarono al loro scritto due distinti comunicati: alla narrazione storica affidarono la cronaca degli eventi perché la nuova fede non si tramutasse in fantasia; al più nascosto discorso (e qui seguirono la tradizione dell’Antico Testamento) affidarono pregnanti messaggi teologici aperti a chiunque avesse l’umiltà di cercarli.[6] Attraverso ‘sagome letterarie’, indipendenti ma non contraddittorie col dato storico dal quale esse venivano tratte, gli agiografi ordirono un discorso teologico sottostante la trama narrativa. E vollero quest’ultima letterariamente zoppicante, per avvertire il lettore dell’esistenza di un significato profondo che solo colui che ‘cerca’ può cogliere. Gli evangelisti tracciarono così due percorsi l’uno sovrapposto all’altro: quello della narrazione superficiale e quello del sotterraneo discorso teologico. A ) Sul piano della narrazione superficiale, e quindi della esperienza storica, attestarono il generale rifiuto della proposta del Cristo, un che di negativo che rimane attuale nella storicità della Chiesa. Questo rifiuto essi lo riferirono a tutti (discepoli, apostoli, Romani), ma principalmente ai personaggi di Giuda e Simone, rendendoli in tal modo inscindibili. Ad onta di tutte le confettature esegetiche, sta di fatto che gli evangelisti esposero una storia di Gesù nella quale nessuno dei partecipati si salva. A una prima lettura, tra due ‘Malfattori’, e cioè Giuda e Simone, sembrò che gli evangelisti avessero scelto Giuda per delineare (anche se in modo ancipite) il tipo dell’impenitente, del perduto; e che si servissero del personaggio Simone per esemplificare la dinamica di peccato-perdono, di tradimento e chiamata al ministero pastorale. Lo vediamo allora disegnato, come un pubblico ed incallito negatore, e poi (anche qui in forma equivoca) come un addolorato che viene chiamato ad essere Pastore Universale. [7] Chiarirono così che il peccato esiste, ma nulla resiste alla ventata di vita portata dal Cristo, sicché anche il tradimento può restaurarsi nel Nome del Risorto, e proprio nella dimensione della Chiesa. Questa rivelazione costituì il fondamento della penitenza sacramentale. Abbandonarono parallelamente Giuda al suo destino di dannazione, ma lasciarono aperto uno spiraglio inserendo (Giovanni) l’anonima figura del discepolo amato, facendo in modo da tenerlo collegato e distinto da Giuda. A parte poi trattarono dei due figli di Zebedeo che sono continuamente presenti, ma spariscono poi nel nulla.
B ) Sul piano del discorso coperto, gli evangelisti precedettero in maniera molto più articolata. Essi sapevano bene di dover affrontare la difficile linea teologica della ‘salvezza universale’, caposaldo della fede nascente. Qui proprio, per come era stata evidenziata dalla narrazione superficiale, la persona di Giuda diventava argomento scabroso, in quanto inaccettabile eccezione alla indiscutibile verità della universale redenzione. Il Giuda del racconto cronachistico che aveva cercato di ‘fermare il Cristo’, quale sicuro ‘dannato’ avrebbe però reso falsa l’affermazione di Gesù: “nulla ho perduto di quanto hai posto nelle mie mani”. Si sarebbe così riconosciuto all’uomo la possibilità, seppure pagando come prezzo il proprio annientamento, di impedire a Dio di realizzare la sua volontà. Gli evangelisti compresero che, seppure in un livello nascosto, bisognava chiarire che anche Giuda aveva goduto di un riscatto ed era rientrato nella indefettibile comunione del Cristo, per di più recuperando le altrettanto indefettibili promesse di Dio che da sempre, quale eletto, lo aveva qualificato ‘sacerdote’. Perciò disseminarono il loro scritto di sbavature ed aporie, e ad ogni buon conto lasciarono un punto fermo (Matteo): Giuda si pentì. L’evangelista Giovanni, per parte sua, risolse il problema sostituendo Giuda con quel personaggio anonimo, tutto suo, che egli chiama ‘discepolo che Gesù amava’. Oscurato così il ‘nome’ Giuda nel ben segnalato anonimato, egli continuava ad essere presente sotto il velo del silenzio. In questo modo nel Vangelo potettero coesistere l’una e l’altra impostazione (posto che entrambe annunciavano una verità), consentendo di leggere in superficie il peccato, e nel segreto del testo la remissione e l’investitura ad una funzione ecclesiale. [8] Operando in questo modo, i Sinottici attestarono in termini storici una indissolubile relazione fra Pietro (Sommo Pastore), Giuda e Giacomo e Giovanni; il IV vangelo risolse la questione in termini letterari, sostituendo a Giuda il ‘discepolo amato’. E poiché si paventava una contrapposizione, lo stesso Vangelo rivelò che essa era stata già risolta da Gesù sul lago di Tiberiade. Nel racconto giovanneo, infatti il Risorto stabilisce per la Chiesa un regime di tipo consolare, ma con ambiti distinti: quello visibile (storico istituzionale) e quello invisibile intrinsecamente sacro. Così Pietro fu da Gesù costituito pastore delle pecore, cioè capo visibile di una Chiesa visibile e quindi peccatrice; mentre al sacerdote eucaristico, perciò gli si affidava la mistica Maria, fu dato il compito di costituire nell’eucarestia ed in persona Christi la Chiesa Santa di Dio. Compito che gli era stato commesso durante la ‘Cena’ col ‘boccone’ partecipato, e con l’invito a muoversi con una rapidità che ricorda l’urgenza di Maria nel concepire Gesù. All’uno, legato al visibile fu dato un ‘nome’ e cioè Pietro, l’altro invece fu segnato dall’anonimato. Così nessun sacerdote eucaristico avrebbe potuto vantarsi di essere titolare, per diritto di sangue, delle antiche promesse. Giuda aveva infatti perduto il suo ‘Nome’, ed ora era solamente ‘un discepolo amato’. Ed in questo forma passiva: ‘amato’, si rivelava che tutto gli era stato dato non per suoi meriti, ma solo per amore. In breve, il primo cioè Simone, che nel Regno di Giuda era diventato un anonimo, sarebbe stato nella Chiesa un soggetto ‘nominato’ cioè storicamente determinato. I Papi infatti hanno un nome tutto loro, come tutti gli uomini, e in quanto uomini lasciano vacante il seggio di Pietro per dimissione o morte. L’altro (Giuda), che prima dava il suo nome al Regno degli eletti, non avrebbe avuto più un suo nome, ma in compenso sarebbe stato indefettibile; non sarebbe mai morto, in quanto chiamato ad incarnare il Cristo che è sempre presente e non muore più. Perciò di lui il Cristo risorto aveva detto: voglio che resti; mentre dell’altro (Pietro) aveva configurato il morire.
Una teologia perfettamente articolata che chiariva un altro profilo ecclesiologico. Se erano entrambi dei peccatori, Simone e Giuda lo erano però in modo diverso. Ed allora Pietro (e non mi riferisco alla sua coscienza di singolo), restando Simone, nell’esercizio della sua funzione soffre continuamente una terribile e pesantissima doppiezza: oscilla sempre tra bene e male, in quanto rappresenta e sintetizza nella sua persona (che ne resta onerata) le opere buone e gli errori della Chiesa che presiede. Invece, nella sua limitata statura di persona, il sacerdote eucaristico potrà pure essere peccatore, ma come celebrante sarà sempre santo. Infatti attuando il suo specifico compito liturgico in lui non abita il suo io, ma quello del Cristo. La sua eucarestia costruisce perciò indefettibilmente la santa famiglia di Dio. Tutto ciò la Chiesa lo attesta con la formula “Ex opere operato” e quando afferma di reggersi sugli apostoli Pietro e Paolo; e se lascia nell’anonimato ‘Paolo’, ciò dipende proprio dal fatto che egli è sempre presente nella persona anonima dei sacerdoti eucaristici. [9] In conclusione, l’uno ‘nominato’, sempre a rischio di errore; l’altro ‘innominato’, ma garantito da Cristo stesso nell’esercitare la sua funzione eucaristica. Proprio attraverso la categoria teologica del ‘anonimato’ gli evangelisti evitarono una polemica diarchia, nella dimensione visibile della Chiesa; quel contrasto che avrebbe logorato la struttura stessa del nuovo popolo di Dio, e falsificato la coesistenza delle due dimensioni, quella visibile e quella invisibile. L’affidamento ufficiale e scoperto del sacerdozio eucaristico a un Giuda nominato avrebbe infatti ribaltato la sua relazione con Pietro Sommo Pastore; Giuda si sarebbe vantato di essere il soggetto teologicamente ‘primo’, in quanto unico costruttore della Chiesa Santa nella eucarestia.[10] Senza sacerdozio infatti non c’è ‘ecclesia’, cioè assemblea dei figli di Dio, e quindi non c’è neppure il ministero pietrino di unità. Ma al tempo stesso proprio l’Unità è il valore sommo, per cui sul Lago il discepolo da Gesù amato segue Pietro e non viceversa.
In conclusione, tutte le vocazioni narrate nel vangelo come operate da Gesù, sia quelle in forma palese (Pietro, Dodici, Figli di Zebedeo), sia quelle in forma meno appariscente (Giuda-discepolo amato) sono rifluite nella struttura della Chiesa, ed oggi la sorreggono nella dimensione visibile ed in quella sacramentale. A sua volta, il doppio livello del testo evangelico consentì di mantenere unite posizioni apparentemente contraddittorie ed escludenti. Così il personaggio di Giuda, colto a tutto tondo e quindi anche nella sua evoluzione (discepolo amato), potè fungere ambivalentemente: 1 > nel discorso essoterico, da icona di chi rifiuta il Cristo-Spirito fino a venderlo per danaro e liberamente decidere la sua sorte eterna;[11] 2 > nel discorso esoterico, da icona di chi (sacerdote) offre a Dio il Cristo come Agnello Pasquale del sacrificio (Golgota), e lo consegna distribuendolo come eucarestia (boccone). Alla luce di queste acquisizioni, la sua zoppicante vicenda narrata dai Sinottici mostra allora di poter essere letta in vario modo. a) Giuda è all’inizio l’insieme del ‘Popolo eletto’ e quindi erede delle promesse sacerdotali, ma opposto a Gesù, b) successivamente diventa colui che vorrebbe impossessarsi della eucarestia che rende divini; c) infine, quando vede che il Cristo si mette in balia dei potenti, accettando la sofferenza e la debolezza e, rifiutati gli accorgimenti umani, fida solo nella potenza della Vita, si pente. Comprende allora: - che non c’è uscita battendo la strada dei ‘concordati’ tra istituzioni e capi; - che la via dell’unità passa attraverso la rinuncia a quei diabolici accordi già profetizzati nelle tentazioni del deserto. Allora, convertitosi al Cristo sconfitto della passione, Giuda si arrende alla sua nuova dimensione sacerdotale e testimonia la sua assimilazione al Cristo appendendosi anch’egli al ‘Legno’ (l’albero della Scrittura sul quale come Zaccheo era salito per collocarsi in alto). Come poi farà Paolo, egli si spande così sulla terra come materia di sacrificio (viscere e sangue), realizzando ad un tempo la funzione eucaristica di offerente e di vittima. Da quel momento in poi sparisce il suo nome d’origine (Giuda), che era stato fonte di orgogliosa solitudine, ed egli può essere giustificato in quel divino anonimato che farà dire a Paolo ‘Io predico (nella mia persona) Cristo e Cristo crocifisso’. L’evangelista Giovanni ugualmente lo considera eponimo degli Eletti e poi lo descrive mezzano che (per invito di Gesù) cerca di costituire un pacifico ed egalitario accordo fra i detentori dell’antica rivelazione (Torà) e il nuovo operare del Cristo, il suo ‘Cenare’ con i Gentili (vedi in parallelo la prima predicazione di Paolo ai Giudei). Fallito questo ultimo tentativo, Giuda sparisce e da quel momento in poi entra in scena una sagoma nuova che nasce proprio da questo tormentoso iter: quella del ‘Discepolo che Gesù amava’. Su di esso si compiranno gli atti successivi che ineriscono alla funzione sacerdotale.
Se l’anonimato è la chiave di lettura del Vangelo in ordine alla figura del sacerdote eucaristico, facendo un passo avanti io ipotizzo che dietro ogni ‘innominato’ del vangelo si nasconda il Giuda sacerdote eucaristico che si evolve; e che ultimativamente la pienezza teologica del sacerdozio va rapportata alla contraddittoria sagoma letteraria di Saulo-Paolo, colonna fondante della Chiesa insieme a Pietro. Ovviamente questa mia ipotesi diventa percorribile solamente da chi non si lascia ipnotizzare dalla lettura corrente di questi personaggi anfibi, ma si sofferma a meditare la loro ‘sagoma lettararia’ cominciando, se vuole, dal ‘nome’ greco con cui essi vengono individuati.[12]
Un’ultima considerazione in ordine allo stile degli evangelisti. Poiché le sagome di Simone e Giuda sono utilizzate dagli evangelisti come una inscindibile endiadi letteraria per annunciare il rifiuto (tradimento e rinnegamento) e la vocazione ad una funzione ecclesiale, è allora lecito e possibile riferire all’uno la storia dell’altro. Così, colmati i vuoti narrativi che riguardano i singoli personaggi, si è in grado di formulare una teologia complessiva del tradimento e della conversione. Per fare un esempio, il pianto di Simone è anche il pianto di Giuda; ed il pentimento di Giuda è anche quello di Simone. [13]
[1] Non mi risulta che gli studiosi abbiano data una soddisfacente risposta al quesito. Quanto a me, credo innanzi tutto che gli evangelisti erano ben consci di questo problema, capace di spaccare quell’unità che costituiva il centro della predicazione di Gesù. Gli odi etnici e le preclusioni religiose potevano infliggere un colpo mortale alla cattolicità della Chiesa.
[2] In questo modo intendo il greco ‘archiereis’ correntemente tradotto ‘sommi sacerdoti’. [3] Mentre la presenza del Cristo risultava totalizzante nella figura del sacerdote, restava perplessa in colui che assommava in sé le due distinte dimensioni, quella spirituale (Pietro) e quella storica e carnale (Simone). In questo senso il fallimento dell’unità, già sperimentato nell’antichità, restava come una ricorrente angustia nella Chiesa. Come i ‘Re’ dimenticavano la loro investitura divina per inseguire i loro sogni di potere, così Pietro che non era nato come un Cesare, ma come un Salomone avrebbe continuato a soffrire la tentazione del cesarismo.
[4] Questo della salvezza universale è un problema teologico per nulla marginale che sfugge a quei cristiani di oggi che hanno perduto ogni sensibilità sul tema, avendolo ridotto ad un astratto credere all’inferno abitato certamente dal solo Giuda. Un pericolo reale, tant’è che nella pratica religiosa si crede ancora da molti che in parallelo al Paradiso di Dio c’è l’inferno del demonio: due regni eterni che costruiscono una dicotomia inaccettabile dal cristiano che crede nella salvezza universale operata dal Cristo e nella sua solenne affermazione: nulla che hai posto nelle mie mani io l’ho perduto. La dannazione eterna della concreta persona di Giuda ha così indotto chi confessa l’universalità della redenzione attuata da Cristo, ad inventarsi una qualche soluzione positiva, anche in presenza delle dure parole di condanna contenute nella cronaca evangelica e di Atti.
[5] Giuda aveva svolto, evidentemente per incarico di Gesù, l’ufficio di ‘cassiere’ e verisimilmente esso riguardava qualcosa di più della conservazione delle monete. [6] In questa seconda dimensione si servirono, come ho detto, di tutti gli strumenti già usati nella LXX e cioè metafora, simboli, gematria, isopsefia, allusione, immagine, parole in codice, parole scomponibili, espressioni ricompitabili in più modi.
[7] Come vedremo in seguito, questa lettura superficiale che pure viene correntemente predicata, non regge ad una attenta analisi dei testi. Basti per ora considerare che viene attestato un pentimento di Giuda, ma si fa credito a Pietro di un ‘pianto’ che tuttavia non lo indusse a schierarsi con Gesù.
[8] Che se il pentimento di Giuda, attestato espressamente seppure fuggevolmente da Matteo (27,3.4), fosse stato sviluppato anche a livello di cronaca, sarebbe saltata via la teologia del ‘rifiuto’ che porta a dannazione, e per di più sarebbe stato necessario riferire a Giuda una precisa collocazione ecclesiale. Di essa (diaconia, episcopato) si trova una strana traccia nel discorso di Pietro in Atti in occasione proprio della sostituzione di Giuda. Quest’ultimo punto, cioè il rapporto Pietro-Giuda è, ai nostri fini, di notevole importanza e merita un chiarimento specie in ordine alla questione dei ‘nomi’ dei quali ci stiamo interessando. Partiamo allora dalla realtà della Chiesa per come si è venuta strutturando sotto la mozione dello Spirito. Nella struttura della Chiesa la sagoma di Pietro fu, restò e dovrà restare nominata; egli è stato costituito per essere un soggetto avente una specifica e storica personalità (ha un Nome) e, proprio in quanto ‘uno’, costituito a simbolo visibile di unità. Di contro il sacerdote eucaristico non è uno solo, ma è una molteplicità; egli quindi deve essere ‘un anonimo’, un soggetto fungibile. Di lui va manifestata l’intima struttura e cioè: essere ‘amato da Gesù’; costituire la sua gioia ma anche la sua afflizione; essere colui che lo consegna eucaristicamente al fedele. Tutto dunque va rivelato della sua struttura ontica, ma a lui non potrà riconoscersi un ‘Nome’ individuale. Come dirà Paolo nessuno può dire “Io sono di Cefa, io sono di Apollo, ed io di Paolo”. Il sacerdote è senza nome perché, proprio rinunciando al suo essere ‘per sé’, egli mette a disposizione del Cristo liturgo la sua persona storica . Egli è sacerdote in senso stretto proprio perché non è più se stesso, avendo rinunciato al suo nome, cioè alla sua identità umana, per amore del Cristo che desidera, in lui, mantenersi sempre presente in mezzo ai suoi.
[9] Il Vat.I ha riconosciuto a Pietro l’ex opere operato in caso di dichiarazione ex cathedra.
[10] Se conservasse la sua identità rivendicando la propria personale individualità, vantando la sua primaria funzione eucaristica, e il suo sacramento indelebile, ogni sacerdote eucaristico, potrebbe falsamente rivendicare la sua superiorità su Pietro. Almeno inizialmente infatti la sua funzione può essere esercitata anche da un laico, e può essere finanche dismessa.
[11] Negli Atti il parallelo nome di Simone, l’altro traditore, comparirà nel personaggio di Simon Mago nello stesso senso negativo.
[12] Per fare un esempio, legge ‘Ioa ne’ e comprende ‘La splendida voce della Fiamma’, intendendo per ‘Fiamma’ non un fuoco qualsiasi, ma quello che costituisce l’anima. Allora svanisce il legnoso personaggio recuperato dalla iconologia corrente e si aprono tante strade verso un significato nascosto. Ma posso anche leggere ‘Ruggine sconsiderata’ e considerare che allude all’eletto che si è snervato e coperto di rosso (sangue). Ed infine leggo ‘I Oannes’ e recupero nel personaggio la figura mitica di Oannes, rivelatore di sapienza agli uomini, mezzo uomo e mezzo pesce.
[13] La tecnica letteraria che ho esposto per grandi linee è stata usata spesso dagli evangelisti come dai LXX. Gli agiografi hanno spesso giocato a suddividere un solo personaggio teologico in più soggetti storici (penso alla profezia sull’unico Cristo svolta nelle ricalcabili figure di Saul, Davide e Salomone); oppure a sdoppiare un unico personaggio per esprimere la contraddittorietà dell’esistere umano. Penso al Santo re Davide descritto anche come un adultero, un bugiardo, un committente sul letto di morte di due omicidi. In altre parole, per rimanere all’interno dei Vangeli, considero sia ‘Ioanè’ (Giovanni Battista), sia ‘Iouda’ (Giuda) due sagome letterarie che non possono essere ricostruite unitariamente in termini di cronistoria. Col rendere contraddittorie queste due figure, pur così importanti nell’economia complessiva della loro opera, gli evangelisti hanno lasciato un segnale per il lettore spingendolo a scavare nel testo e cogliere il vero problema ecclesiale delle origini. La difficoltà sparisce allora se, individuato il fenomeno al quale la sagoma allude, di essa si traccia una storia teologica all’interno di ogni singolo vangelo, ed in una delle due linee teologiche seguite; quanto a Giuda, quella del traditore e quella del ‘consegnatore’. In tal modo la figura resta unica ma si sfaccetta secondo le esigenze teologiche del singolo agiografo.
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