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Scheda n.5I Gentili alla ricerca dell’Eucarestia (Meditazione su Mt. 2,1-12) I Magi
< 8 > “e, congedatili, ‘Andando- disse- a Bethleem, domandate accuratamente del bambino e, quando avrete scoperto (di che si tratta) , annunciatelo a me.”
Il testo corrente dice che Erode 'mandò' i Magi a Bethleem. Io ho preferito tradurre il ‘pempsas’ con un 'congedare' e far dipendere Bethleem dal verbo andare. La situazione descritta non appare molto verosimile. I Magi partono da soli ed Erode resta a Gerusalemme e con lui i dottori della legge. Come pensare che essi non si facciano carico di verificare la strana notizia che pure ha terrorizzato Gerusalemme, ha smosso il re dal suo trono, e ha costretto i dotti a scavare nelle Scritture? Il loro atteggiamento mostra che hanno dato credito alle parole dei forestieri, eppure non fanno nulla e si affidano ad essi. Abbiamo già meditato su questa contraddizione. Ora sottolineerò che essa manifesta una precisa scelta consistente nel voler restare nella propria posizione di potere religioso. E’ questo l’atteggiamento di supponenza tipico di coloro che si sentono padroni della Verità, e perciò superiori a tutti gli altri. Essi amano pontificare, vogliono sapere (perché il sapere è la loro forza), ma senza cercare; vogliono il possesso del Tempio-casa ma non intendono rischiare il Tempio-famiglia; non accettano di abitare sotto la tenda di Abramo, di colui cioè che fa di ogni luogo la sua patria. [1]
Ma si può anche leggere in modo diverso questa strana inerzia. Essi restano a Gerusalemme perché sono impotenti a giungere nel 'luogo' dove sono diretti i Magi. Situazione che fa pensare ancora una volta ai sommi sacerdoti costretti a servirsi del tradimento di Giuda in quanto incapaci ad entrare nella comunione dove si realizza e si mostra il Cristo-eucarestia.
Dall'andamento del racconto si deduce che il previsto 'tornare a Gerusalemme prelude ad un rendiconto. Erode lascia andare verso una 'novità', ma a patto di un successivo reingresso nello statu quo, di una istituzionalizzazione del novum ritrovato. Viene qui profetizzata la tipica tentazione del giudaismo che spinge il cristiano a tradurre in termini legali finanche la santità che pure gode della libertà dello Spirito che la anima. E' come dire: fate quanto di buono sapete fare, ma io, e solo io, il re, darò valore alle cose da voi fatte inquadrandole nella mia Legge.
I Magi non hanno ricevuto una risposta esauriente dai saggi di Gerusalemme. La loro domanda riguardava infatti non solo il dove nasce ma anche il come nasce; lo deduco dal termine greco (il pou) usato da Matteo, che consente entrambe le letture. Ed e proprio su questo come che Erode vuole essere informato dai Magi. L'eucarestia come sintesi di Agnello mosaico e pane della Cena Gentile è ancora un mistero che deve essere svelato. Se i Magi sono il Pane, ed Erode si considera titolare dell'Agnello pasquale, ritornare a lui equivale ad invertire l'ordine fissato da Gesù. Invece di abrogare l'agnello per esaltare il pane, Erode medita di inglobare la Cena nella Pasqua. Questa inversione ancor oggi viene suggerita da molti. Ma i Magi si allontanano per altra via e così i discepoli di Emmaus. La scelta dei Magi di ritornare per altra via suggerisce un’altra considerazione: solo in un secondo momento l'eucarestia verrà guadagnata da quelli che sono a Gerusalemme. Lo attesta anche il racconto della fuga di Gesù in Egitto: perché i Giudei lo possano avere presente in mezzo a loro come eucarestia si dovrà infatti attendere il suo ritorno. E comunque mai prima che la stirpe di Erode (e non certo quella storica) scompaia.
“perche' venendo anche io possa fargli omaggio “ Le prove e la fiduciaErode parla de futuro, e il promettere un pellegrinaggio viene ordinariamente inteso come frutto della sua mala fede. Può darsi. Io tuttavia preferisco interpretare questo gesto alla luce delle diverse 'qualità' dei Magi e di Erode. I primi, che si muovono per sola fiducia nella chiamata divina, sperimentano l'atteggiamento aperto di Abramo che parte dalla sua terra in attesa di qualcosa che non gli è stato rivelato. "Ti darò una terra" gli dice Dio, ma non precisa 'quale e dove' essa sia (pou). Come gli operai dell'ultima ora, i Magi hanno fiducia, non contrattano, né si sono affidati ad un principio di giustizia legale. Erode promette di fare qualcosa solo e se le rivelazioni dei Magi avranno conferma e in un certo senso. Egli si fa così icona dell'uomo che vuole restare arbitro dei suoi rapporti con Dio, e perciò gli fissa un luogo ed un tempo per l'incontro, spregiando l'invito che già gli era stato rivolto. Dietro la dichiarazione di disponibilità, c'è l'orgoglio di chi vuole restare dominus della sua posizione; non un abbandono fiducioso, ma la captazione di una situazione che potrebbe fare comodo. Eppure Erode sin dal primo momento ha colto l’importanza dell’evento; tant’è che quando i magi non ritornano, ordina la strage dei bambini, anche in mancanza di ogni prova che essi abbiano trovato il ‘nato’? Se infatti egli ordina la strage per essere comunque tranquillo dal paventato pericolo (ci sia o non ci sia), non si comprende perché mai non la ordinò subito, e si limitò a inviare persone che neppure conosceva; né li fece accompagnare da gente di sua fiducia.
< 9 > “quelli essendo stati 'uditori' del re, partirono”
Il participio ‘akousantes’ che si traduce con 'avendo ascoltato', può dire anche 'essendo stati discepoli, uditori del re' e chiarire così la natura del dialogo. I Magi non hanno scambiato contrattualmente delle informazioni con quelli di Gerusalemme, ma sono venuti con umiltà alla radice della rivelazione per imparare quanto ad essi era ignoto. Come i pastori lucani, non essendo gelosi di quanto conoscono, essi lo comunicano spontaneamente, e poi interrogano e si fanno discepoli degli eletti per ricevere da loro quanto è giusto conoscere. Diventano così icona di quanti si rivolgono a chi ha la scienza della Rivelazione; mentre Erode simbolizza quelli che, anche quando concedono qualche risposta esatta, non si complicano in prima persona, e si rifiutano quindi di accompagnare chi cerca. Gesù invece dialoga con i due di Emmaus e, camminando all'interno della loro coscienza e della rivelazione da essi posseduta, li conduce alla casa del pane che non è Bethleem ma Emmaus.
I Magi, amanti della verità, accettano di ascoltare nella tenebra una Scrittura che è stata resa lettera morta ('E' scritto' dice il testo). Li aiuta la coscienza di una Luce già sperimentata. E sono pronti a parlare nella oscurità di Gerusalemme che è notte di Croce. Essi, come Paolo, sanno di predicare un Cristo Crocifisso, re dei Giudei e salvatore del mondo. La tenebra è già per essi luce del Sabato. Non come Nicodemo che vuol restare nella notte perché ha paura della Luce; che non ha il coraggio di credere nella resurrezione e perciò cercherà di relegare il Cristo nella immobilità del sepolcro, come tesoro sotterrato da custodire gelosamente; non così i Magi. E' proprio lo slancio di fede che consente loro di partire ‘al buio’ arricchiti di una rivelazione, prima non posseduta, che si salda con quella, ancora nebulosa, comunicata loro dalla Stella. Avevano un lume; a Gerusalemme hanno recuperato il segreto della Luce perenne, ed ora possono andare anche se intorno a loro è ancora tenebra.
< 9.b > e oracolo, la fiamma-luce che essi videro al sorgere li precedeva finché, giunta, stette in alto la dove stava il bambino. <10> vedendo la stella-luce essi gioirono grandemente Struttura giudiziale del passoTema della catechesi è qui il ‘giudizio’; esso non sarà un atto divino, ma piuttosto un collocarsi dell’uomo dentro fuori il fiume della Vita che è il Cristo. Il Giudizio è una autoremunerazione; e l’inferno è il vuoto del non vivere che l’uomo costruisce volontariamente, e che sperimenta in tutta la sua negatività quando perviene alla dimensione immateriale dell’anima. Gli eletti restano a Gerusalemme; i Magi invece partono e rivedono la stella; in questa opposta scelta si consuma il giudizio definitivo. Rifiutandosi di andare ad inchinarsi al Servo ‘nato’, cioè all’Eucarestia, gli eletti commettono il peccato irremissibile contro lo Spirito della santificazione. Eppure il segno era ad essi ben chiaro. Nell’aridità del gruppo eletto che da cinquecento anni ormai non riceve più il dono di un profeta, qualcosa è nato. Non andare a contemplare la Vita ritornata nel mondo, equivale ad un rifiutarsi ad essa. A chi gli chiede "tu dove abiti" Gesù risponde "vieni e vedi". Gli eletti non andranno, ed la misericordia di Dio uscirà allora sulle piazze e chiamerà i Gentili (Magi). Il giudizio viene così nel mondo come una autoremunerazione: da una parte 'tutta Gerusalemme' e dall'altra 'coloro che vanno'. E’ un dato significativo che tutti i verbi del testo matteiano indichino un movimento che, o seguirà la direzione indicata dal Cristo ed incontrerà il ‘Dio con noi’, o sarà un continuo precipitare dell’esistenza nell'immondezzaio di Gerusalemme. Battendosi il petto gli eletti si allontanano dalla croce; così dicel’evangelista.
Oscurità e tristezza La luce-rivelazione riprende ad accompagnare i Magi. Essa è ora una rivelazione piena che, arricchita delle passate Rivelazioni, fa scoprire nel 'pane della cena' la presenza di Colui che nella pasqua di Gerusalemme fu offerto da mangiare, come Agnello crocifisso. Proprio quell’agnello ora vive come Luce-Fiamma celeste, come guida di tutti verso una serena parusia (la diretta presenza) del Signore. Come i discepoli di Emmaus, nella permanenza in Gerusalemme, i Magi hanno conosciuto la tenebra. Una tristezza breve, una sola notte di doglie che precede il parto: il ‘Nato’ (e se ‘nato’, il Vivente) che essi troveranno è così figlio anche di una fede che non si esaurisce di fronte ad un momento di opacità. Una lezione sempre valida nascosta nella temporanea mancanza del segno celeste.
A differenza dei due di Emmaus che non hanno più creduto alle promesse di resurrezione fatte da Gesù, i Magi prestano obbedienza a ciò che hanno scoperto nella rivelazione mosaica. Perciò non si allontanano sconsolati da Gerusalemme, e subito mirano a Bethleem. Ma veramente la Luce-Fiamma celeste si era spenta? Il testo non lo dice espressamente, lo lascia solamente intendere. Forse quella singolare luce sorgente dall'alto si era nascosta proprio nel loro cuore. Essa proprio ha permesso loro di accettare l’indicazione dei sapienti giudei verso la casa del pane, verso quella eucarestia che attesta la continua resurrezione del crocifisso, e il suo ‘essere presente’ in una forma nuova. Ed allora quella luce che immediatamente riappare ai loro occhi, più che nel cielo, brilla proprio dentro di loro. Ai Magi 'arde il cuore' perché hanno accolto l'antica Rivelazione su una ‘Casa del Pane’. Non c’è spazio al dubbio nel loro cammino interiore; si sono mossi con desiderio anche quando la Stella era spenta. La luce che brilla dopo l'offuscamento, dà gioia proprio in quanto sono state sopportate le tenebre della morte del Cristo. In questo senso il suo riapparire annuncia il ‘Ritorno’ del Cristo, sempre uguale e sempre nuovo.
L'esodo delle Genti A Gerusalemme i Magi, quale icona dei popoli che esodano verso la Vita, hanno compreso che il Signore Luminoso (verità ad essi specificamente rivelata) corrisponde al Gesù crocifisso. Entrati così nella grande afflizione, e avvertendo il peso del vero Faraone di questo mondo (la morte), ora sanno di dirigersi verso la Vita. La catechesi di Matteo rallegra allora il credente perché gli annuncia che da ora in poi vi sarà un procedere di gloria in gloria, e non di dolore in dolore. I Magi si lasciano alle spalle un agnello morto che col suo sangue ha già salvate l’uomo; un Agnello che non si deve portare con sé come un peso di afflizione, perché, consumato e rifatto dal 'fuoco', si assimila a chi accetta di incarnarlo nel mondo offrendo se stesso (doni dei Magi). Ma un’offerta che abbia il sapore dell’esultanza. Il divieto mosaico di portare con sé porzioni dell'Agnello pasquale, è una profezia di un enorme valore. Ed infatti la dimensione dolorosa e cruenta resta in Egitto a giudicare quegli uomini protervi, ed il fedele che lo ha assimilato, diventa egli in persona il Cristo vivo fra gli uomini, totalmente responsabile della sua presenza nel mondo.[2] Il divieto mosaico è anche segno di una istantaneità che consuma tutto il dolore di un sacrificio cruento senza lasciare tracce. Alla puntuale singolarità del soffrire, che si esaurisce in una sola notte, segue una multiforme e continua presenza (manna e pane della cena) che resta per sempre: "Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli". E questa promessa non esprime la personale affettuosa dedizione di Gesù ai suoi discepoli. Anch’essa indica il superamento della puntualità storica che connota Gesù come Uomo-Agnello; e svela al tempo stesso la vitale potenzialità del fuggevole cibo della notte dell'esodo. Il solo e vero agnello pasquale (che è Gesù in persona), è Manna, è Pane celeste principio di vita per sempre. I Magi escono da Gerusalemme e poi dalla storia, senza tornare a quella terra che sarà devastata, come l'Egitto, dall'ultima piaga:. La strage degli innocenti assimilata alla morte dei primogeniti è la tremenda punizione che gli eletti si infliggono, avendo rifiutato il vero ed eterno Agnello di Dio, e cioè l'eucarestia. Come nella notte dell'Esodo, i Magi sono preceduti da una nube di tenebra, che per essi è luminosa. Matteo lo fa notare quando descrive il riapparire della Fiamma celeste come esperienza che riguarda solo coloro che stanno in cammino. Essi che portano con sé l'oro della terra di Evilat (degli Eletti), da offrire al Bambino. Avanti si stende ora il Mare delle Genti; e questa sarà la diversa strada che bisognerà battere; sulle acque vola la parola nuova dello Spirito della Vita piena; perciò Matteo annota: "E gioirono nel vedere il Signore".
Un dove, una vocazione La luce sta ora ferma, in alto, li dove sta il ‘Nato’. Soffermiamoci su quel 'li dove' affidato in greco ad un avverbio locativo graficamente e foneticamente piccolissimo 'ou'. Un 'dove' che, come una fessura, mostra che c’è, al di là, quel vasto spazio di meditazione che abbiamo anche altrove intravisto. Ci si può chiedere: dove i Magi hanno incontrato il ‘Nato’? La risposta ovvia è: "A Bethleem di Giudea"! Eppure la nostra sicurezza in ordine al punto geografico, viene meno se ricordiamo la varia lettura che si può dare a tale espressione. E restiamo ancor più dubbiosi se riflettiamo: che non ha senso una luce-guida per cercare un posto (Bethleem) che si presume ben conosciuto; e che una stella nel cielo proprio non può fermarsi su ‘una casa’. Ma questo piccolo avverbio (dove) diventa significativo di un’altra verità se per l'evangelista Bethleem è lì proprio 'dove' porta la Stella, perché in quel punto si troverà colui che è ‘nato’. Si formula così una catechesi sulla universalità spazio-temporale dell'incontro dell'uomo con Dio, e sulla specifica vocazione di ogni essere umano disposto a seguire la sua luce interiore. Alla Casa del Pane non si giunge attraverso le scienze e le filosofie, cioè attraverso un sapere determinato dall'uomo, ma solo attraverso una chiamata di Grazia che, come un giorno guidò Abramo, così conduce chiunque abbia fiducia ‘non si sa dove’. In questo senso Abramo è nostro padre nella fede.[3] Certamente i Magi sono partiti; così dice il testo, senza tuttavia precisare se per le vie del cuore o della Palestina. Certamente i Magi arrivano alla loro meta, ma il dove resta indeterminato. Quando si procede in un cammino interiore, spesso quella meta è solo l'esiguo spazio della propria cella.
La luce 'sta ferma' Quasi come su un grano di rosario (forse questa la profondità di tale preghiera) fermiamoci a riflettere sulla fermezza che connota la Stella e che viene suggerita dal verbo istemi. La luce ferma evoca due immagini molto significative contenute nel libro della Genesi: il firmamentum, realtà misteriosa che il Creatore interpose fra cielo e terra (già all’origine divisi da un rifiuto). In questo 'firmamentum', che una lettura riduttiva ha materializzato in sostegno di improbabili acque esistenti sopra il cielo, io leggo il Cristo che salda le due parti dell'umanità e le due nature dell’uomo (carnale ed animica). Il ‘Firmamento’ è la sigla di quel mistero di comunione che compiutamente si rivela nella croce e nella resurrezione di Gesù; allora quando egli, al tempo stesso Agnello e Pane, costituisce l’unità di una nuova famiglia nella quale non si fa più distinzione tra greco e giudeo. Questo firmamentum è sceso in terra e, come dice il preconio pasquale, la 'terra' si congiunge al 'cielo’ riassestando quel disequilibrio fatto di 'alto-basso', di 'eletto-gentile’. [4] La luce 'ferma' in alto ricorda anche l'arcobaleno del grande e perenne patto di pace che Dio stringe con Noè dopo il diluvio. La Luce è il Cristo che risorge come primo mattino del mondo redento, come quel mistico arcosolio (porta del cielo) sotto il quale c’è l'altare dell’umano invocare. Essa è la mistica lira che fa risuonare la voce di Dio.
<11> "e, appena entrarono nella 'Casa-famiglia', videro il bambino insieme alla madre di lui e, caduti a terra, lo adorarono". "Ed esposti i loro tesori, presentarono a lui come doni oro incenso e mirra".
La luce ferma in alto rivela che si è instaurata una stabile corrispondenza fra ciò che sta in basso e ciò che sta in alto. Ciò che sta in alto, nella sfera della divinità, corrisponde a ciò che sta in basso, nella sfera della umanità. Stella sorgente e ‘Nato’, Luce e pane spezzato, oscuramento e Cristo crocifisso, sono accostamenti che preannunciavano la indefettibile presenza di Colui che ha promesso: "Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli". Se rivedere la Luce garantisce che Colui che era morto nella tenebra della croce è risorto, vederla ora sul ‘Nato’, permette di cogliere la perfetta identità del morto, del risorto, e del Pane spezzato. La rivelazione diventa così completa e il gesto di adorazione che segue non è il semplice ossequio verso qualcosa di misterioso presente nel mondo, ma equivale alla dichiarazione conclusiva dell'apostolo Tommaso. Questi, proprio guardando il crocifisso, che con i segni della passione, risorge nella comunione eucaristica dei discepoli, confessa l’ultima Verità: "Gesù è Signore mio e Dio mio".
A che cosa credere Tommaso viene proposto come un banale incredulo, ed invece la sua reazione si fa coerente e fondamentale se non viene collegata al mero fatto del 'risorgere'. Quest’evento, per quanto eccezionale, era facilmente accettabile in un contesto religioso che aveva già prestato fede ad altre resurrezioni (es. quella compiuta da Elia); e lo era ancora di più da chi aveva assistito alla resurrezione di Lazzaro, o aveva visto camminare per Gerusalemme persone risorte appena dopo la morte di Gesù. Non dimentichiamo che i discepoli credevano nella immortalità dell’anima. Tutti questi fatti dimostrano che di per sé la semplice resurrezione di Gesù non faceva poi tanto scandalo. Ed i vangeli, per parte loro, non descrivono reazioni speciali dei discepoli. A mio giudizio, il comportamento di Tommaso va piuttosto riferito alle sue perplessità in ordine alla possibilità di una presenza reale, continua, costante e universale del Cristo, evocabile dai suoi discepoli. Così inteso, il dubbio di Tommaso riguarda proprio l’eucarestia; e si pone in parallelo alla fede di Pietro di fronte al cd. ‘Sepolcro vuoto’. Non va dimenticato che quel sepolcro se era vuoto del cadavere di Gesù, era pure pieno delle cd. Vesti funebri che segnalavano la sua presenza eucaristica. Ed allora la fede di Pietro riguarda proprio l’eucarestia. Giovanni ricorda che i discepoli hanno visto il Risorto (che ha mostrato loro mani e piedi), ma non dice che coronarono la loro gioia nel ritrovarlo, con un atto di fede nella sua nuova presenza. A Tommaso non basta ‘vedere’ il risorto (come un giorno vide Lazzaro); gli interessa verificare se egli vuol lasciare il suo nuovo corpo che opera e cammina (ecco le mani ed i piedi) nella disponibilità dei suoi discepoli. Di qui la speranza di poterlo toccare, cioè in qualche modo farlo proprio; e diventa decisiva allora la proposta di Gesù: ‘Toccami e traversa ogni mia intimità’ che configura una abilitazione a consacrare, una vera e propria ordinazione sacerdotale. Tutto ciò Tommaso vuole sperimentarlo come un effetto derivante dalla concreta ed operativa comunione dei discepoli; da ora in avanti la presenza del Cristo non potrà rimanere affidata ad una mera attestazione verbale della sua resurrezione “Abbiamo visto il Maestro”. In tal caso infatti non ci sarebbe nessun avanzamento nella economia profetica fino ad allora goduta. L'evento del Risorto non si esaurisce all’interno della divinità, e viene quindi annunciato dalla sola parola profetica; esso è un qualcosa che ora è nelle mani degli uomini. Tommaso vuole ‘vedere’ il ‘Nato’ (morto-eucarestia) e la Fiamma celeste (Spirito), ma il suo è un ‘vedere’ che crea colloquio, compartecipazione, e quindi scambio di doni. Solo in forza di una tale completa esperienza (sacramentale) del Cristo, Tommaso potrà essere profeta e costruttore di una inaudita verità che coniuga morte, resurrezione e comunione generatrice di vita. Nella innominata figura del profeta disegnata nel presepe dai primi cristiani, vedrei proprio l’apostolo Tommaso.
La catechesi matteiana annuncia che l’eucarestia nasce nelle famiglie e non in un tempio. Il punto focale della nostra catechesi è infatti la comunione dei discepoli, e dunque quella oikian, intesa come Famiglia (e non caseggiato), formata dalla Comunità Madre e dal Cristo eucarestia. Questa era la meta del viaggio dei Magi e lo è ancora per ogni credente. Varcando la soglia di quella mistica casa, i Magi entrano a far parte del nuovo popolo, costituito come eucarestia che sana la contraddizione apparente tra morte e vita, e che fa uscire l’uomo dalla sua chiusa ed inerte individualità. E vien da riflettere che quella ‘comunione’ che dovrebbe connotare il gruppo dei commensali dell’eucarestia, proprio nella famiglia umana si può evidenziare agli occhi di tutti, ed in forma semplice e naturale. Nel tempio il popolo è praticamente diviso (ognuno si situa distante dall’altro) e tale divisione non viene certo sanata dal segno di pace che tende naturalmente a diventare una formalità. Nella famiglia naturale invece il vincolo di sangue che lega i presenti (senza sforzo alcuno) mostra intuitivamente il rapporto che deve unire i fratelli nella fede e che genera il Cristo eucarestia.[5]
Un gioia grandissima Un altro profilo catechetico si ricollega alla gioia dei Magi, che l'evangelista sottolinea fin quasi a farla letterariamente esplodere: "E gioirono di una gioia enorme in sommo grado " "exaresan xaran megalen sfodra ". Questa 'gioia molto, ma molto grande’ non può certo giustificarsi per il mero ripetersi di un fenomeno già verificatosi e, per un certo senso scontato (la visione della Stella), ma deve trovare la sua causa in un qualcosa di totalmente nuovo ed imprevedibile. Ed a mio giudizio il riapparire della luce rivela infatti più cose: -che quanto precede è stato un avanzamento del tutto positivo; -che il mettersi in marcia è stata una giusta scelta; -che le notizie ricevute sono del tutto esatte; - che la tenebra (Gesù crocifisso) non equivale ad un fallimento. Il ‘riapparire’ dunque, garantendo che c’è una evoluzione in atto e che la meta sarà raggiunta, vale più del primo ‘apparire’ e sta ad esso come la resurrezione alla incarnazione, e come l'eucarestia alla Resurrezione (implica infatti il dono dello Spirito: "manda o Signore il tuo Spirito"). Il riapparire della luce dopo la tenebra rispecchia il ritorno del sole nella cui luce Gesù-anima transita dalla croce alla cripta eucaristica che chiamiamo ‘sepolcro’. In quel momento il tempio fu distrutto; allora si squarciò il velo del Tempio che copriva la divinità, ed essa fece immediatamente risorgere i morti. Lo Spirito ha invaso la faccia della terra ed è luce per tutti gli uomini che si mettono in cammino. E diventa chiaro perché i Magi non dovranno ripercorrere la stessa strada che hanno battuto all'inizio: essi torneranno per la nuova via dello Spirito. Così qualsiasi strada umana batteranno essa sarà tutta nuova perché la guida è colui che fa nuove tutte le cose. Lo Spirito-Luce che sta in alto, qui come una luce-fiamma, e nel racconto del battesimo come una Colomba, è dunque l'ultima rivelazione offerta ai Magi.
La meta consiste nel procedere Il testo non dice espressamente che i Magi giunsero a Bethleem come topos geografico, ma che arrivarono in una 'casa'. Come dicevo prima, tale parola già di per sé indica sinteticamente la nuova economia del popolo di Dio. Il centro del culto non sarà più l'unico tempio, né un posto determinato, ma le case in cui si riuniscono le Genti di Dio. Beth leem è da ora ogni comunità dove si celebra l'eucarestia sicché la presenza del Cristo (Scechinà) è tornata ad essere itinerante. Potremmo dire che come i Magi, i due di Emmaus, o le cinque vergini ‘Folli di Cristo’, per strada hanno incontrato la luce, che è il risorto Sposo divino ‘Vestito di una mistura di mirra e aloe’ (salmo 45,9), così come compagno di viaggio potranno averlo tutti coloro che considereranno l’eucarestia non come un rito statico, ma come un andare continuo. Tale andare deve abbracciare tutta la traiettoria delle varie presenze del Cristo nel mondo. Solo chi sperimenta l’eucarestia negli aspetti mondani della propria esistenza, e poi nell’annuncio profetico, ed infine nello spezzare il Pane; solo cioè chi ripercorre la sua intera traiettoria, può incontrare l’incarnazione perfetta del Cristo. Allora, poiché egli in persona progressivamente insegna se stesso, si fa chiarezza sul senso della esistenza, della Scrittura e sull’unità inscindibile di pane spezzato-agnello pasquale-spirito del risorto. La liturgia afferma: ‘Egli ci spiega il senso delle Scritture, spezzando il pane per noi’; e ciò vuol dire che chi comprende il mistero dell’eucarestia ha già inteso in ogni sua parte l’intera Rivelazione. Perciò stesso egli non è tenuto più a tornare (a Gerusalemme) per interrogare; anzi un tale ritorno (tentazione sempre attuale) implicherebbe per chi già tutto ha compreso, il negativo recupero delle regole del giudaismo che gli eletti hanno mescolato alla Verità.
Maria-chiesaQuanto alla 'casa', non vale proprio chiedersi se Gesù e sua madre erano ospitati in una grotta, o avevano trovato un alloggio qualificabile come 'casa'. Il dove giungono i Magi non ha -come dicevamo- una struttura spaziale. Casa è la famiglia di Dio, una famiglia che si realizza dovunque è presente la grande Maria, cioè la Chiesa universale. Maria, come icona femminile, di per se sola dice la comunità in cui nasce il Cristo risorto.[6] Quando giungono i Magi, nella casa sono presenti solo due personaggi, ed ora cresce il loro numero, e forse proprio perché si raggiungesse quel cinque che simboleggiava le nozze e le Genti, si disse che erano ‘tre’. Ma bisogna considerare un altro dato a prima vista inspiegabile: l’assenza nella casa di Giuseppe. Ad essa possiamo dare due diversi significati. Leggendo in chiave negativa, Giuseppe, quale icona del popolo eletto (era Giudeo della casa di David) è rimasto a Gerusalemme con Erode e tutti coloro che in lui hanno rifiutato il Messia. Di contro, leggendo in positivo e considerandolo icona del sacerdote 'sposo della Chiesa', egli è proprio lì, ma incorporato nella mistica Madre figura ormai comprensiva di tutto e di tutti. L’icona di Maria, che siamo tentati di rappresentarci in forme oleografiche, come una donna che teneramente culla il suo bambino, assume una notevole densità teologica se viene considerata come persona corporativa; allora le sue ginocchia diventano il trono di Cristo. Egli è il nato da donna; è il partorito dalla Chiesa; è il pane dell'eucarestia, generato, mostrato e intronizzato nella Chiesa Madre. Insieme a Maria ora vi sono i nuovi sacerdoti voluti da Dio, i 'settanta' uomini scelti da Mosé nel deserto, i nostri Magi dei quali Matteo accortamente non ha rivelato il numero.
Adorazione La scena che si presenta ai Magi è -dicevamo- la rivelazione finale. C'è il servo <bambino> che è ormai il rivelatore universale, il grande sacerdote eterno ed unico; egli è il crocifisso conosciuto a Gerusalemme, ed il Risorto conosciuto lungo la strada; cioè lo Spirito di Gesù. C'è il pane eucaristico, ormai strettamente identificato a lui morto e risorto. C'è la comunione universale di tutti gli uomini nella persona della grande madre. C'è la potenza dell'uomo che ora può generare a se stesso il Divino, avendo ricevuto lo stesso sacerdozio di Cristo, ed essendo come lui diventato Figlio di Dio. Il tutto è circonfuso da una luce che, in perfetta sintonia, sta ferma stabilmente in alto e, connessa col ‘Nato Servo’ presente sulla terra, rappresenta lo Spirito di Gesù risorto, l’autentica scala di Giacobbe tesa fra il cielo e la terra. C'è dunque quanto neppure si poteva sperare, sicché viene naturale gettarsi a terra e adorare il Mistero di un Dio che si è posto nelle mani dell'uomo. Ed è quanto fanno i Magi giunti al culmine della rivelazione.
Come il lettore avrà notato, fino a questo punto per quanto possibile ho evitato di parlare di ‘Bambino’, ed ho usato l’espressione ‘il Nato’ che consentiva di far riferimento sia al Cristo-uomo sia al Cristo-eucarestia. Volendo brevemente giustificare questa mia scelta esegetica, chiarisco che il termine ‘Paidion’ indica non solo un ‘bambino’, ma anche un ‘garzone’, un ‘servo’. Inoltre, scavando all’interno di tale fonema, si possono ricavare espressioni che ben convengono alla eucarestia. [7] Vincenzo M. ROMANO 1999 [1] Qui sembra di assistere a quelle dispute sulla fede dove chi ti ascolta par quasi che ti conceda di 'dimostrargli Dio' ma sempre e comunque nel suo 'sistema': Erode aspetta sì la notizia, ma si riserva di gestirla a modo suo, restando sul suo trono. Luca racconta che Pilato mandò Gesù da Erode, e annota che questi ne fu molto contento. Ora se ne può intendere il motivo: il fatto non gli costava nulla; egli poteva restare fermo al suo posto e incontrare l'uomo meraviglioso in contatto con al Potenza. Attendeva miracoli gratuiti dal Gesù che lo visitava. [2] L’importanza di questa prescrizione risalta ancora oggi, quando si costruiscono troni marmorei all’eucarestia, la si porta solennemente in processione e si dimentica d’essere, ognuno per la propria parte (carismi di Paolo) il Vivente che si fa presente nella storia umana.
[3] Forse la casa del Pane era proprio lì, in Gerusalemme, dove una misteriosa Maria, ricordata da Giuseppe Flavio, cucina il proprio figlio neonato come cibo sacrificale per i malfattori della città.
[4] Nella Scrittura c'è un dato singolare che aiuta a capire quanto sono importanti i rapporti fra cielo e terra . Intendo riferirmi ad un dato poco rilevato: l'uso plurale del termine 'cielo'. Ciò accade, se non erro, per la prima volta in I Sam. 2,10. Anna, la futura madre di Samuele, celebra nel suo cantico un Dio che guarda a tutta la terra. E dice : "Dio salì nei cieli". Da quel punto in avanti, nella Scrittura, compaiono i cieli. Cercheremo ora di cogliere il senso di questa variazione letteraria. Il Gruppo degli Eletti è 'il cielo'; ed infatti Dio inabita colui che egli stesso si è scelto. Ma, con la nascita di Colui che in Samuele viene profetizzato e cioè il Cristo, il singolo gruppo eletto, il Cielo, diventa da unico molti, da singolare plurale e simbolizza così le Genti parificate ,nel possesso della vita, agli eletti. In forza dell'unico ed esclusivo sacerdozio del Cristo, Dio infatti inabita ogni uomo, sicché ogni eucarestia è un cielo e la Chiesa ha per nome 'i cieli' e può essere chiamata 'regina dei cieli' (basileia ton ouranon). Purtroppo si insiste a tradurre questa ultima espressione con la formula 'regno dei cieli' che, per la sua consistenza di 'cosa' e per la sua poca o nulla capacità suggestiva, fa perdere ogni sottostante teologia.
[5] Ancor oggi la disciplina della Chiesa, più attenta alle suggestioni dei canonisti che alla parola evangelica, oscilla fra il permettere ed il vietare le eucarestie domestiche. E quando purtroppo canonicamente vieta di celebrare l’eucarestie nelle case, infligge un duro colpo anche al sacramento del matrimonio che fonda una Chiesa domestica. Per prassi questo sacramento, celebrato quasi obbligatoriamente durante la messa, e proprio l’eucarestia celebrata all’interno della casa-famiglia proclamerebbe pubblicamente questa umana comunità come tempio vivente di Dio.
[6] Bisognerebbe molto riflettere sul fondamento comunionale di ogni sacramento e specialmente della Eucarestia.
[7] Il fonema paidion si può infatti compitare in vari modi tutti egualmente significativi: paidi on, paidi dion (con aplografia). La nostra frase direbbe allora letteralmente: "e la Luce-Fiamma celeste, quando giunse, stette sul luogo dove c'era 'un quid divino' <presente> ad opera del servo ": oppure: "la stella...li precedeva come guida fino a quando, giungendo stette ferma sopra di lui: era il piccolo servo".[7] E se poi paidion si legge come paida-ion ,allora esso dice : unigenito figlio. E se si compita pa idion dice : padre straordinario.
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